AAA CERCASI MANODOPERA IN CALABRIA
È EMERGENZA PER LE IMPRESE ARTIGIANE

Le imprese calabresi fanno fatica a trovare mano d’opera. A dirlo è un rapporto di Confartigianato Imprese Calabria, dove la nostra regione non ne esce bene da questo punto di vista.

Per le imprese italiane è sempre più difficile trovare manodopera: nell’ultimo anno la quota di lavoratori introvabili sul totale delle assunzioni previste è passata dal 40,3% di luglio 2022 al 47,9% registrato a luglio 2023. Lo rileva un Rapporto di Confartigianato sulla carenza di personale da cui emerge l’allarme degli imprenditori per un fenomeno diffuso in tutta Italia e in tutti i settori, da quelli tradizionali fino alle attività digitali e hi tech. In particolare, le maggiori difficoltà di reperimento si riscontrano per i tecnici specializzati nella carpenteria metallica (70,5% di personale difficile da trovare), nelle costruzioni (69,9%), nella conduzione di impianti e macchinari (56,6%).

A livello regionale, le imprese che faticano di più a trovare dipendenti operano in Trentino-Alto Adige, con il 61,6% del personale di difficile reperimento. Seguono quelle della Valle d’Aosta (57,1%), dell’Umbria (54,6%), del Friuli-Venezia Giulia (53,3%), dell’Emilia-Romagna (52,7%), del Piemonte (52%) e del Veneto (51,4%).

Ma, secondo Confartigianato, la scarsità di manodopera è un’emergenza in crescita ovunque: nell’ultimo anno, infatti, la quota di lavoratori difficili da trovare è salita di 9,1 punti nel Mezzogiorno, di 6,9 punti nel Centro, di 7,4 punti nel Nord Ovest e di 6,5 punti nel Nord Est.

In particolare, i maggiori aumenti si registrano in Abruzzo (+11,5%), in Calabria (+10,9%), in Liguria (+10,8%), in Puglia (+10,5%) e Trentino-Alto Adige, la regione più esposta al fenomeno, con +10,3%. Dal rapporto di Confartigianato emerge inoltre che, tra le cause di difficile reperimento, per il 32,4% dei lavoratori è dovuto alla mancanza di candidati ed il 10,8% all’inadeguata preparazione dei candidati.

Per questo, le piccole imprese reagiscono intensificando le collaborazioni con gli istituti tecnici e professionali, l’utilizzo di stage, tirocini, percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento. Inoltre, all’aumento delle retribuzioni, affiancano l’offerta di pacchetti di welfare aziendale, flessibilità dell’orario di lavoro, l’utilizzo dello smart working, interventi per migliorare il clima aziendale e il comfort dei luoghi di lavoro.

«La carenza di manodopera – sottolinea il Presidente di Confartigianato Marco Granelli – è diventato uno dei maggiori problemi per le nostre imprese. Siamo al paradosso: il lavoro c’è, mancano i lavoratori».

«E, nel frattempo – ha aggiunto –, 1,7 milioni di giovani tra 15 e 29 anni non studia, non si forma, non cerca occupazione. Di questo passo, ci giochiamo il futuro del made in Italy. Ecco perché il dibattito su salario minimo e lavoro povero deve allargarsi ad affrontare con urgenza il vero problema del Paese: la creazione di lavoro di qualità».

«Serve un’operazione di politica economica e culturale – ha rilanciato – che avvicini la scuola al mondo del lavoro, per formare i giovani con una riforma del sistema di orientamento scolastico che rilanci gli Istituti Professionali e gli Istituti Tecnici, investa sulle competenze a cominciare da quelle digitali e punti sull’alternanza scuola lavoro e sull’apprendistato duale e professionalizzante. Bisogna insegnare ai giovani che nell’impresa ci sono opportunità, adeguatamente retribuite, per realizzare il proprio talento, le proprie ambizioni, per costruirsi il futuro». (rrm)

PENSARE A UNA PORTUALITÀ TURISTICA
MATURA E BEN STRUTTURATA IN CALABRIA

di GIUSEPPE MARADEI – Caro presidente, in questa estate caratterizzata dalle feroci polemiche sul caro ombrellone e il caro ristorazione, con paragoni più o meno appropriati con l’Albania, vorrei portare alla tua attenzione una problematica che Italia del Meridione ritiene centrale per lo sviluppo del comparto turistico calabrese, un settore che garantisce fra i più alti valori aggiunti: la portualità turistica.

Come sai benissimo, la regione Calabria si è dotata di un piano della portualità dal 2011, confluito nel piano regionale dei trasporti, approvato nel 2016 e di una legge sulla disciplina dei Marina Resort del 2022. In questi importanti strumenti pianificatori e normativi sono fotografati i ritardi infrastrutturali e programmati gli investimenti utili a riequilibrare il deficit rispetto agli standard italiani e internazionali. La regione Calabria, nei suoi 750 km di costa, conta solamente 5449 posti barca (ovvero circa 7 posti barca per km di costa), tra l’altro circa un migliaio di questi sono attualmente inutilizzabili a causa della carenza di manutenzione delle infrastrutture portuali. Quasi tutte le regioni Italiane hanno una quantità di posti barca estremamente superiore: la pubblicazione del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti “Il Diporto Nautico” – anno 2020 (ultima disponibile) evidenzia che in Italia sono attivi in tutto 158452 posti barca che, considerando i circa 8300 km di costa, significano circa 20 posti barca per km di costa, poco meno di 3 volte superiore alla media Calabrese.

Nel 2017 la Regione Calabria ha stanziato circa 22 milioni di euro per sostenere l’adeguamento strutturale e funzionale dei porti esistenti e ha promosso una manifestazione di interesse per capire quante risorse fossero necessarie ai comuni inseriti nel piano della portualità per redigere i progetti di fattibilità tecnico-economici indispensabili per indire le procedure di Project financing sulla nuova portualità.

Alcuni degli interventi finanziati sono arrivati ad un livello di progettazione esecutiva, ovvero allo stato attuale è possibile procedere immediatamente alle gare d’appalto ma, per ragioni legate alla struttura dei finanziamenti e all’enorme incremento dei costi dei materiali e dell’energia occorsi fra il 2021 e il 2023, mancano le risorse per far partire i lavori.

Presidente, nell’autunno del 2022 ti eri impegnato a trovare rapidamente le risorse necessarie per finanziare almeno gli interventi di adeguamento strutturale e funzionale dei porti esistenti. Questi progetti sono già cantierabili e, quindi,  hanno ottenuto tutte le approvazioni necessarie (comprese le complicate autorizzazioni ambientali); l’appalto di queste opere sarebbe un’opportunità di spesa immediata e in una terra in cui fare spesa di qualità è importante tanto quanto respirare, appare incredibile come ancora non si siano riuscite a trovare queste risorse (poche decine di milioni di euro) per integrare i finanziamenti di questi interventi di fondamentale importanza per il nostro turismo, che tra l’altro avrebbero un impatto molto positivo su tutto il comparto diportistico.

Ogni anno ammiriamo gli yacht dei vari vip che sono attratti dalle indescrivibili bellezze calabresi e, in generale, del mediterraneo. Avere una efficiente rete di porti, unita alla crescente offerta aeroportuale, potrebbe garantire turismo di qualità per tanti mesi all’anno, non solo in qualche giorno di agosto, realizzando la tanto desiderata e agognata “destagionalizzazione dell’offerta turistica”. Indurre tante persone a frequentare la Calabria anche durante i mesi non estivi, per godere delle bellezze naturali, culturali, culinarie e dello splendido clima, oltre che favorire i paesi rivieraschi avrebbe un ritorno di immagine per tutta la regione: si pensi alla possibilità di far conoscere e apprezzare i borghi, i monti, gli impianti di risalita sciistici di Lorica, Camigliatello e Gambarie, i parchi nazionali e anche le nostre città.

Un’offerta di portualità turistica matura e ben strutturata consentirebbe alla Calabria di fare quel salto di qualità da anni auspicato e promesso, ma sempre rimandato.

Noi di Italia del Meridione ci chiediamo, caro presidente: la portualità turistica è ancora è una priorità regionale? In tal caso, hai ancora intenzione di finanziare gli appalti per gli interventi di adeguamento funzionale e strutturale dei porti esistenti, in cui esistono progetti già esecutivi? Hai intenzione di spingere sulla costruzione di nuovi porti, e, quindi, finanziare la progettazione dei nuovi interventi in modo che sia possibile espletare le gare di project financing e attrarre capitali privati al fine di ridurre il gap infrastrutturale con il resto dell’Italia e dei paesi mediterranei? (gm)

CHIUSURA DELLA STRADA JONIO-TIRRENO
DUE LE PROPOSTE PER LIMITARE I DISAGI

di DOMENICO GATTUSO – Da Gennaio 2024 l’Anas chiuderà l’arteria di grande comunicazione che collega la Locride con la Piana di Gioia Tauro per 2 anni, la SS 682 Jonio-Tirreno della Limina. Scarne sono le notizie circa le motivazioni; pare che l’intera galleria della Limina, lunga 3,2 km (una delle più lunghe d’Italia), sarà oggetto di importanti lavori per adeguarla a standard di maggiori qualità e sicurezza.

Alla notizia di stampa data dal Presidente della Regione lo scorso luglio, è seguita una sfilza di dichiarazioni preoccupate soprattutto da parte di rappresentanti delle istituzioni e rappresentanze sociali ed economiche del versante ionico. È intuitivo che il venir meno del collegamento si rifletterà negativamente sulla vita di un territorio che vive ancora una situazione di marginalizzazione rispetto ai territori della dorsale tirrenica e del Centro-Nord Italia.

Si configura a tutti gli effetti una condizione di grave emergenza e necessita dunque pensare a delle soluzioni abbordabili in tempi brevi, ma soprattutto efficaci. L’evento può essere inoltre occasione per una riconfigurazione dell’arteria in prospettiva futura, per migliorarne le prestazioni e assicurare maggiori livelli di sicurezza.

Si possono ipotizzare interventi dunque su due orizzonti temporali:
A. Orizzonte breve, 6 mesi (Ottobre 2023 – Marzo 2024). Obiettivo mitigare gli impatti negativi il più possibile;
B. Orizzonte lungo, 24 mesi (Ottobre 2023 – Settembre 2025). Obiettivo un nuovo assetto viario che impedisca in futuro l’isolamento della fascia ionica

In entrambi i casi occorrono risorse finanziarie; ed è gioco forza un impegno preventivo dei governi nazionale e regionale, a valere anche su fondi Pnrr. Se il Ministro delle Infrastrutture ha avuto il coraggio di cancellare importanti finanziamenti previsti per la fascia ionica (elettrificazione della linea ferroviaria ionica e potenziamento della ferrovia trasversale Catanzaro Lido – Lamezia Terme) a vantaggio di interventi infrastrutturali nelle regioni padane, dovrà assumersi la responsabilità di attribuire le giuste risorse per affrontare l’emergenza in questione. In particolare con immediatezza i fondi per l’esecuzione degli interventi sull’orizzonte breve, onde evitare il fermo dei lavori ed il prolungarsi dei disagi.

Si suggeriscono qui alcuni possibili interventi da realizzare sui due orizzonti temporali:

A. Orizzonte breve
1. garantire una viabilità alternativa con opere immediate e durature nel tempo, che possa essere utilizzata anche in futuro; assicurando anche la transitabilità di camion ordinari (non TIR o autotreni) e di pullman di linea; si suggerisce in particolare di:
– adattare la SP5 da Mammola allo svincolo della Limina in modo da creare un bypass del tratto in galleria, con lavori di ampliamento della carreggiata e di correzione del profilo, limitando le acclività e le curve più accentuate;
– adattare la SP80 da Antonimina verso lo Zomaro, proseguire sulla SP 36 che attraversa Canolo Nuovo e proseguire sulla SP 35, raggiungendo i Piani della Limina e la SP5, con lavori di ampliamento della carreggiata e di correzione del profilo, limitando le acclività e le curve più accentuate;
– adattare la SP1 Locri-Canolo-Cittanova-Cinquefrondi;
– disporre adeguata segnaletica con indicazione dei percorsi stradali:
2. potenziare i servizi di trasporto pubblico ferroviari, con materiale rotabile adeguato, in modo da garantire collegamenti veloci e frequenti; treni regionali dalla Locride verso Reggio Calabria, treni bimodali da Reggio a Lamezia Terme (tipo Blues) via Catanzaro Lido;
3. potenziare i servizi di trasporto pubblico su gomma: corse di autobus fra Mammola e Marina di Gioiosa e fra Cinquefrondi e Rosarno, con interscambio in stazione in corrispondenza del transito dei treni, corse di pullman fra Marina di Gioiosa e Rosarno sui percorsi alternativi citati al punto A1.

B. Orizzonte lungo
1. trasformare la SS 682 da Marina di Gioiosa a Mammola e da Rosarno a Cinquefrondi in strada a scorrimento veloce con due carreggiate separate per senso di marcia, interponendo uno spartitraffico a New Jersey; ed eliminando punti critici pericolosi ormai noti (accessi mal disegnati, rotatorie, ecc.);
2. adottare lo spartitraffico tipo New Jersey per separare le carreggiate laddove sono presenti 3 corsie di circolazione; si eviteranno così situazioni pericolose e ormai fuori norma in molti Stati europei (le strade a 3 corsie sono ritenute tra le più insicure in assoluto); in Nord Europa questo tipo di soluzione è ormai ampiamente diffuso;
3. dotare l’intero percorso di un sistema di monitoraggio del traffico, dell’infrastruttura e dell’ambiente (condizioni meteo-climatiche) in modo da intervenire tempestivamente in caso di situazioni emergenziali;
4. illuminare tutte le sezioni stradali critiche (entrata/uscita gallerie, svincoli, cambio di sezione viaria, curve pericolose, ecc.);
5. adottare un sistema di informazione dinamica mediante Pannelli a Messaggio Variabile (PMV), con messaggi regolati in rapporto a fenomeni critici, offrendo in particolare suggerimenti finalizzati a prevenire disagi o rischi.

Va da sé che gli interventi previsti nel breve periodo si potranno migliorare su un periodo di tempo prolungato, ma devono essere assunti come strutturali. (dg)

NON SERVE MAPPARE LA SPESA STORICA
HA GIÀ LEVATO I 61,5 MLD DOVUTI AL SUD

di MASSIMO MASTRUZZO – L’ultima uscita di Calderoli ha dell’incredibile sia per quanto riguarda la “mappatura di come in passato sono state spese le risorse che lo Stato ha erogato” ovvero la spesa storica, sia per l’assurda dichiarazione riguardante il timore di finire assassinato. 

Su quest’ultima, se fosse vera, non è comprensibile come non sia stata presentata una denuncia o come questa, visto che a fare la dichiarazione di un potenziale reato è un ministro in carica, acquisita la notizia del possibile reato, il pubblico ministero non abbia incaricato la polizia giudiziaria di effettuare tutte le investigazioni necessarie per verificare la fondatezza del presunto crimine.

Se non fosse vera… ça va sans dire.

Per quanto riguarda la dichiarazione sul lavoro di mappatura per capire come in passato sono state spese le risorse che lo Stato ha erogato, territorio per territorio, un lavoro che secondo il ministro smentirà “la balla che al Sud arrivino meno soldi rispetto al Nord“, probabilmente Calderoli si è dimenticato, o fa finta di farlo, che la “mappa” è già stata fatta. 

Nel 2009, quando i leghisti andarono al governo con Berlusconi, fecero passare la legge, nota proprio come legge Calderoli, sul federalismo fiscale, convinti che il “Sud fannullone” derubasse il Nord, “Roma ladrona”, etc… Analizzando i dati si scoprì che non era così, anzi, le regioni del Nord, nella redistribuzione, ricevevano molti più soldi procapite.

Nello specifico fu Giorgetti a scoprirlo, che dal 2013 al 2018 fu presidente della commissione per il Federalismo Fiscale. Su sua richiesta, ricevette i dati sulla redistribuzione dei fondi dal ministero dell’Economia e alla fine insabbiò tutto (i dati fornitigli ufficialmente non risultano infatti agli atti).

Chiese anche di fare una seduta segreta come in antimafia, la cosa risulta dagli atti, dando come motivazione che: “i dati sarebbero potuti essere scioccanti“. E in effetti i dati erano scioccanti, aveva scoperto, analizzando la spesa storica, che ogni anno al Sud arrivano miliardi in meno per la spesa pubblica.

Si scoprì, ad esempio, che se vai in due comuni italiani che hanno lo stesso nome e lo stesso numero di abitanti, come ad esempio Reggio Emilia e Reggio Calabria, dato appunto che i Lep non ci sono, e i fabbisogni continuano ad essere stabiliti principalmente sulla base della spesa storica: “tanto avevi speso tanto ti do”, sembra di trovarti in due nazioni diverse, addirittura in epoche diverse.

A Reggio Emilia, che offre più servizi, viene riconosciuto un fabbisogno standard di 139 milioni; Reggio Calabria, che di servizi ne ha molti meno, 104 milioni: 35 milioni di euro in meno, pur avendo quasi 10 mila abitanti in più. Un neonato di Reggio Calabria ha diritto a 570 euro di spesa pubblica pro capite; Un neonato di Reggio Emilia a 700.

E questo accade ogni anno, con dati visibili dal 2009, perché prima avveniva senza avere contezza, anzi pensando che avvenisse esattamente il contrario, il che moltiplicato per ogni comune del sud porta, ripeto almeno dal 2009, ad una mancata assegnazione di circa 60 miliardi di euro ogni anno.

Ovvero, il Sud con una popolazione pari al 34,3% di quella nazionale, riceve il 28,3% della spesa pubblica complessiva, mentre il Centro-Nord con il 65,7% della popolazione italiana percepisce il 71,7% del totale di denaro pubblico. In altre parole, al Sud viene tolto il 6% di quello che secondo la Costituzione gli spetta, per essere elargito al Centro-Nord. Un 6% che equivale a 61,5 miliardi di euro illegittimamente sottratti ogni anno al Meridione.

Quindi, ministro Calderoli nell’esprimerle la mia solidarietà per le eventuali minacce ricevute e al contempo invitarla a presentare denuncia, le suggerisco di chiedere al suo collega di partito, Giancarlo Giorgetti, lumi in merito ai dati sulla redistribuzione dei fondi ricevuti dal ministero dell’Economia, e visto che si trova chieda anche chiarimenti sui motivi che lo indussero a farseli inviare “in modo riservato o facciamo una seduta segreta come avviene in commissione antimafia” . (mm)

[Massimo Mastruzzo è del direttivo nazionale Movimento Equità Territoriale]

BERGAMOTTO DI REGGIO CALABRIA: LA DOP
A COPRIRE TUTTA LA FILIERA DELL’AGRUME

di SANTO STRATI – La denominazione d’origine protetta che fino ad oggi copriva l’olio essenziale del Bergamotto di Reggio Calabria, tra un anno potrebbe essere estesa a tutta la filiera, con evidenti vantaggi a tutela del principe degli agrumi. Il Bergamotto – èbene ricordarlo – è un’unicità mondiale che cresce solo sulla costa jonica della provincia di Reggio. La richiesta ufficiale di estensione della DOP (attenzione: “estensione” di quella già esistente, non una nuova) è partita una settimana fa con una formidabile (e inaspettata, quanto utilissima) combinazione degli attori legittimati a richiedere il riconoscimento: dal Consorzio del Bergamotto, presieduto dall’avv. Ezio Pizzi, al Presidente della Camera di Commercio di Reggio, Ninni Tramontana – ormai convitamente attivissimo nelle iniziative a favore di Reggio e del suo territorio metropolitano, con l’adesione delle rappresentanze sindacali, degli imprenditori, degli agricoltori e di tutta la filiera produttiva.

Cosa significa estendere la denominazione d’origine protetta a tutta la filiera del Bergamotto di Reggio Calabria? Quella attuale copre soltanto l’olio essenziale, mentre negli ultimi dieci/venti anni si è sviluppato un fortissimo interesse per il succo, la polpa e persino la buccia (una volta estratto l’olio) con un mercato in continua espansione, alla luce dei benefici nutraceutici e salutistici che il Bergamotto di Reggio Calabria ha rivelato di offrire. Studi scientifici qualificati hanno assegnato al succo di bergamotto che cresce esclusivamente nell’area reggina sostanziali aiuti naturali nella lotta al colesterolo e alla glicemia. Le proprietà mediche del succo sono incontrovertibili su base scientifica che riconosce l’unicità del prodotto. Tentativi di imitazione di coltivazione avviati in Sicilia, in Basilicata, in Puglia hanno prodotto un agrume (un simil-bergamotto) che non contiene alcuna delle prodigiose proprietà salutistiche. È evidente che il microclima delle aree di coltivazione nel territorio reggino e i venti, la qualità del terreno e chissà quant’altro ancora ne hanno sancito l’unicità a livello mondiale, scartando a priori le specificità benefiche dei frutti cresciuti altrove, che hanno sì l’aspetto del bergamotto e forse anche condividono l’asprezza del sapore di quello “originale” ma non curano il colesterolo, né aiutano a contenere i livelli glicemici.

Per questa ragione la denominazione d’origine protetta diventa uno scudo a protezione dell’unicità e dell’esclusività di tutta la filiera (olio essenziale – che è alla base di due terzi dei profumi che si fabbricano industrialmente per il mercato mondiale – frutto, succo e tutti i derivati utilizzabili per fini medicamentali, alimentari, gastronomici). E soprattutto blocca il tentativo – stupido – di imporre l’IGP (indicazione geografica protetta) al bergamotto di Reggio Calabria che rischiava di portare addirittura danni all’intera filiera. Secondo il disciplinare della DOP tutta la produzione e la trasformazione del prodotto (incluso il confezionamento) – ha spiegato il presidente del Consorzio Ezio Pizzi – va fatto sul territorio indicato dalla denominazione d’origine. Al contrario per l’indicazione geografica protetta, basta uno soltanto degli elementi di produzione o trasformazione sul territorio, per cui si legittima l’arrivo di prodotti da altre aree che prendono il marchio IGP, pur non essendo state coltivate o prodotte nell’area stessa.

L’iter di presentazione della richiesta di estensione della DOP per il Bergamotto di Reggio Calabria ha avuto una gestazione lunga quasi due anni, ma la presentazione dell’istanza avvenuta una settimana fa ha messo in evidenza la straordinarietà unità d’intenti che ha coinvolto tutti gli attori interessati. Un modo intelligente (da imitare in mille altre attività a favore di questa terra) per superare posizioni individuali e atteggiamenti personalistici: fare rete, come nel caso della DOP del Bergamotto di Reggio Calabria, significa avere davvero a cuore gli interessi del territorio, al di là di egoistici e discutibili intenti, ma soprattutto operare per un obiettivo comune. Mettere insieme forza e intelligenza di più attori – come in questo caso – lascia ben sperare sulle possibilità di superare localismi e campanili, mettendo a frutto competente e capacità, ognuno nel proprio specifico campo.

Una grande mano è venuta dall’Università Mediterranea per realizzare il disciplinare per la DOP del Bergamotto di Reggio Calabria presentato alla Regione, cui toccherà approvarlo e trasferirlo al Ministero delle Politiche agricole che a sua volta dovrà inviarlo a Bruxelles per la ratifica finale. Il Rettore Giuseppe Zimbalatti ha voluto rimarcare quest’impegno: «Abbiamo aderito con convinzione all’iniziativa per la tutela Dop del Bergamotto di Reggio Calabria, ritenendo che i tempi siano sicuramente maturi per sostenere questo percorso. Il riconoscimento proposto, caratterizzato da una visione unitaria e condivisa da parte di tutte le associazioni di categoria, rappresenta una risorsa non solo per l’area vocata prevista dal disciplinare, bensì per tutta la Regione che potrà fregiarsi di una produzione unica ed esclusiva per le sue caratteristiche, propria del territorio calabrese».

Ecco, è giusto parlare di un prodotto del territorio regionale, ma viene da inorridire se qualcuno pensa di chiamarlo (come già è capitato) “Bergamotto di Calabria”. Il bergamotto è “di Reggio Calabria”: è il suo marchio identitario e distintivo e occorre che tutti rispettino questa denominazione , soprattutto, la facciano rispettare. Esiste il prosciutto di Parma, la cipolla di Tropea, la ‘nduja di Spilinga (e sono tipicità, non unicità) perché, dunque, non chiamare per nome e cognome un prodotto che il buon Dio ha voluto riservare alla nostra (troppo spesso sventurata) terra?  Il bergamotto di Reggio Calabria dev’essere difeso e ulteriormente valorizzato, denunciando risibili imitazioni (in un vasetto di marmellata, a Roma, ho letto  “Bergamotto di Sicilia”!) e favorendo una più adeguata diffusione e distribuzione non solo a livello regionale, bensì nazionale e internazionale. Come abbiamo scritto, nei giorni scorsi per l’Olio di Calabria che non trova il giusto sostegno per la sua promozione e vendita nella Grande distribuzione organizzata o al centro-nord), alla stessa maniera ci permettiamo di sollecitare la Regione Calabria perché “adotti” i prodotti della nostra terra e se ne faccia animatrice e portavoce anche attraverso adeguate campagne di comunicazione. L’assessore regionale all’Agricoltura Gianluca Gallo, che di mestiere fa l’avvocato, con molta umiltà e diligenza si è documentato, ha studiato le carte e sta profondendo un impegno ragguardevole (e ammirevole) non solo per la cura e la promozione dell’agricoltura calabrese, ma anche nel campo dell’eno-gastronomia. Un elemento di spicco che, unito alla bellezza paesaggistica, al patrimonio naturale dei tre parchi, all’immenso tesoro archeologico, deve diventare un attrattore di primo livello per un turismo di qualità.

Ci sono due B a dominare la Calabria: Bergamotto e Bronzi. Questi ultimi stanno facendo il pienone (finalmente!) al Museo Archeologico Nazionale di Reggio e ce li ha regalati il mare. il bergamotto ce lo ha donato la natura, premiando un’area tra le più depresse della regione: deve diventare il vessillo della nuova rinascita del territorio, con appositi centri di ricerca, industrie farmaceutiche (in loco) e commercializzazione a livello mondiale del frutto.

Il presidente dell’ente Camerale Ninni Tramontana sta mostrando di avere una visione strategica apprezzabilissima per la valorizzazione del territorio. Si è speso per l’Aeroporto di Reggio (ma gli hanno contestato la legittimazione dell’iniziativa dell’incontro con il presidente Roberto Occhiuto e il presidente Sacal Marco Franchini) e si sta spendendo da due anni per il Bergamotto di Reggio Calabria. «La tutela Dop del Bergamotto di Reggio Calabria – ha detto –è un progetto strategico per la valorizzazione di una importantissima filiera agricola e agroindustriale del territorio reggino. È un percorso che è stato ampliamente condiviso con gli operatori, con le associazioni datoriali e con il Consorzio di tutela.  Il percorso intrapreso è stato reso possibile anche grazie al fondamentale ruolo di studio e ricerca svolto dalla nostra Università, fortemente impegnata a sostenere la crescita e lo sviluppo dell’economia locale. Per la Camera di commercio – ha sottolineato Tramontana – rappresenta una ulteriore opportunità per proseguire nel proprio impegno istituzionale a sostegno delle imprese, attraverso processi di innovazione organizzativa ed internazionalizzazione delle filiere, nonché  a sostegno della valorizzazione e promozione del territorio, puntando sul bergamotto e sull’imprescindibile legame identitario, storico e culturale con l’areale di produzione presente nel territorio metropolitano di Reggio Calabria».

Alla Camera di COmmercio di reggio la DOP del Bergamotto

A proposito di territorio metropolitano, mentre era presente all’incontro l’assessore comunale Angela Martino, la Città Metropolitana, come istituzione, era – come al solito “latitante”. Eppure, la filiera del Bergamotto di Reggio Calabria riguarda proprio il territorio metropolitano ed è fondamentale un’azione di tutela e salvaguardia del preziosissimo agrume. Anche perché – come ha messo in evidenza il presidente del Consorzio del Bergamotto Ezio Pizzi – l’importanza crescente, anche in termini economici, del Bergamotto di Reggio Calabria ha creato le condizioni per l’avvio di nuovi impianti fuori dell’areale di produzione già definito per l’olio essenziale, ed anche in Regioni diverse dalla stessa Regione Calabria, a discapito della qualità e della salvaguardia dei requisiti propri della produzione reggina».

All’incontro erano presenti il prof. Pasquale Amato, storico difensore del marchio “Bergamotto di Reggio Calabria” e presidente dell’omonimo Comitato, i rappresentanti sindacali di Coldiretti (la vicepresidente Patrizia Rodi), di Confagricoltura (il direttore della sede reggina Diego Suraci), di Copagri (il presidente cittadino Vincenzo Lentini e Salvatore Borruto presidente Cia di Reggio, oltre a diversi esponenti dell’imprenditoria legata al bergamotto di Reggio Calabria tra cui il pasticcere (e presidente Conpait) Angelo Musolino e il presidente dell’Accademia del Bergamotto prof. Vittorio Caminiti.

Quanto tempo ci vorrà per ottenere l’estensione della DOP? I presidenti Pizzi e Tramontana mostrano ottimismo e contano di portare a casa il risultato entro un anno. Il lavoro di rimodulazione del disciplinare vigente per l’ottenimento del Bergamotto di Reggio Calabria-olio essenziale Dop, per aggiornare anche le caratteristiche del prodotto alle effettive caratteristiche determinate dalle mutate condizioni climatiche è stato complesso, ma soprattutto è stata individuata l’opportunità di tutelare il Bergamotto di Reggio Calabria, «modificando la denominazione della tutela in essere, in ragione del crescente utilizzo e del valore attribuibile al prodotto fresco che, nel flavedo, per le condizioni climatiche, le attenzioni agronomiche e le usanze locali di coltivazione della pianta, contiene una fragranza ed un aroma che rendono il prodotto unico ed identitario dell’area vocata. È stato dunque avviato l’iter previsto  dal  D.M. 14/10/2013 art. 13 (Modifica di un disciplinare) che, a seguito della presentazione dell’apposita istanza agli Enti preposti, prevede il parere della Regione e la conseguente delibera del Ministero (per alcune modifiche proposte al disciplinare, considerate minori). Per le modifiche non minori (tra cui il cambio della denominazione), dopo l’istruttoria del Ministero, è prevista l’approvazione della Commissione Europea».

Ora la palla passa alla Regione. Il Presidente Occhiuto e l’assessore Gallo non perdano tempo e trasmettano al più presto, previa approvazione, la documentazione presentata: questa eccellenza della Calabria ha bisogno di essere prima di tutto tutelata (e la DOP serve a questo) e poi valorizzata al massimo. I calabresi saranno riconoscenti a fronte di un’insolita procedura d’urgenza che ci auguriamo si possa adottare, in questo specifico caso. Il Bergamotto di Reggio Calabria (le cui coltivazioni sono state fortemente danneggiate dall’improvvisa e spaventosa ondata di calore dello scorso mese e bisognerà intervenire!) è il profumo della Calabria che vuole essere guidata al successo. (s)

 

LE DICHIARAZIONI DEL PRESIDENTE DEL CONSORZIO DEL BERGAMOTTO, AVV. EZIO PIZZI

LE DICHIARAZIONI DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA DI COMMERCIO DI REGGIO, NINNI TRAMONTANA

PASQUALE AMATO
QUANTE BATTAGLIE PER LA DOP DELL’OLIO ESSENZIALE

Quanto cammino, quante battaglie, quante parziali sconfitte e quante parziali vittorie sono passate da quel 9 ottobre 1998 in cui – col mio intervento – feci saltare nella Sala della Camera di Commercio il tentativo dell’ennesimo scippo contro Reggio. Quel giorno venne presentata una proposta in cui il nome di Reggio veniva cancellato dalla denominazione del suo preziosissimo agrume. Seguirono mesi intensi in cui condussi, partendo da solo ma trovando crescenti consensi nella società e nella politica sino alla presentazione del ricorso al Ministero firmato da me, da Giuse Barrile e da Filippo Nucera. Un ricorso che ricevette il sostegno di un ordine del giorno votato all’unanimità dal Consiglio Regionale, della Provincia di reggio, del Consorzio del Bergamotto, della Stazione Sperimentale delle Essenze e di tutte le organizzazioni dei coltivatori. Ricorso che destò l’attenzione e  l’appoggio del giornalista Oliviero Beha, che mi ospitò nel suo popolare programma radiofonico della RAI. Ricorso che venne pienamente accolto nel 1999 dal Ministero delle Risorse Agricole, con l’inoltro alla Commissione Europea che concesse nella primavera del 2001 la “DOP BERGAMOTTO DI REGGIO CALABRIA – OLIO ESSENZIALE”.

Tutti questi ricordi sono riaffiorati nella mia mente in questa bella mattina del 21 agosto 2023, mentre assistevo  – nello stesso Salone della Camera di Commercio di Reggio Calabria – alla Conferenza Stampa in cui è stata annunciata la presentazione alla Regione e al Governo della proposta di Disciplinare da inoltrare all’Unione Europea avente come oggetto l’estensione della ”DOP Bergamotto di Reggio Calabria – Olio Essenziale” (riconosciuta nel 2001) anche al frutto e ai derivati.

Questa volta non c’è stato bisogno di un mio intervento perché dentro di me ho vissuto la dolce sensazione che si prova quando si è coscienti di aver condotto, per 30 anni della propria vita, senza mai tentennare, una lunga crociata per un giusto obiettivo. Oggi il Bergamotto di Reggio Calabria ha compiuto un’ulteriore passo verso la sua valorizzazione. Altre tappe comunque ci attendono.

ATTESA INFINITA DELLE IMPRESE CALABRE
PER RIPARTIRE DOPO GLI INCENDI DEL 2021

di MARIACHIARA MONACO – Sono passati esattamente due anni dagli incendi che hanno devastato interi territori in Calabria, mettendo in ginocchio famiglie e imprese.

Eppure, nonostante le immagini che ancora rimbombano nella nostra testa e nel nostro cuore, in Cittadella regionale si è faticosamente alla ricerca dei fondi stanziati dal Governo per indennizzare gli imprenditori agricoli che hanno perso tutto o quasi, in un’estate, quella del 2021 funestata dalle fiamme, tanto da condurre l’allora ministro all’Agricoltura, il pentastellato Stefano Patuanelli, in riva allo Stretto ad esprimere solidarietà e ad annunciare l’immediato stanziamento di risorse, dichiarando lo stato d’emergenza.

Alla Calabria vennero stanziati tre milioni di euro, resi disponibili attraverso un’ordinanza adottata dal capo della Protezione civile nazionale di allora, Fabrizio Curcio. Si trattava di un atto che assegnava risorse per i «primi interventi urgenti di Protezione civile in conseguenza dell’eccezionale diffusione degli incendi boschivi nel territorio della Regione Calabria».

Tale ordinanza individuava i presidenti di Regione quali commissari delegati all’attuazione degli interventi da attuare in due piani: il primo e più urgente da consegnare entro 15 giorni per l’erogazione di «un contributo di immediato sostegno alle aziende agricole o zootecniche per l’acquisto di foraggio, mangime o altri alimenti per il bestiame; per la riparazione e il ripristino di recinzioni, impianti per l’approvvigionamento idrico e per l’abbeverata degli animali che siano stati distrutti o danneggiati dagli incendi».

Il secondo da redigere entro 30 giorni, al fine di favorire la ripresa delle attività imprenditoriali. Da qui i primi ritardi. Ad un mese di distanza (ottobre 2021), la Regione non aveva ancora provveduto a redigere e trasmettere il primo piano emergenziale. 

Ed è proprio a quella ordinanza che si richiama la comunicazione protocollata lo scorso 2 agosto dal settore Forestazione della Regione Calabria e indirizzata alla Protezione Civile. Nella nota si legge che: «per la determinazione e la concessione del contributo di immediato sostegno alle aziende agricole e zootecniche direttamente interessate dagli eventi calamitosi è emerso che l’importo del contributo concedibile sulla base delle richieste pervenute ammonta a 392mila euro», e si chiede l’assegnazione delle «somme residue al fine di sostenere ed agevolare la ripresa delle attività nelle zone colpite dall’emergenza».

Ma basteranno?

«Non voglio l’elemosina da nessuno, ma solo sapere dove sono finiti i soldi dei ristori», queste le parole di Francesco Saccà, uno dei tanti imprenditori che insieme alla sua azienda ha perso la speranza di poterla ricostruire pezzo dopo pezzo. Da due anni attende che la Regione deliberi l’assegnazione dei ristori che coprano, in una piccolissima parte, gli ingenti danni subiti dalla sua azienda agricola, situata a Roccaforte del Greco. Quei fondi, però, non sono mai arrivati.

A novembre 2022, spiega :«ho ricevuto una lettera nella quale la Regione annunciava che per ora mi avrebbero dato 25mila euro a fronte però dei 900mila euro di danni che avevo subito. Una mancia. A distanza di due anni quei 25mila euro neanche mi servono per rimettere in piedi la mia azienda, ma voglio solo che qualcuno mi dia una risposta su che fine abbiano fatto quei 3 milioni di euro».

Tra l’altro, i 3 milioni di cui parla Francesco erano destinati in principio a 40 imprenditori agricoli, ma dopo la fase istruttoria la Regione non aveva riconosciuto a molti di loro i requisiti per poterne usufruire.

Tutto questo in un territorio dove è complicato fare impresa, e dove gli imprenditori hanno la volontà d’investire anche dopo aver visto andare in fumo anni di sacrifici e di rinunce.

Poi la riflessione: «Al Nord la grandine non era neanche arrivata a terra – afferma – e già si contavano i danni, così come era successo in Emilia-Romagna. Da noi conti non se ne fanno, ma una volta che stanzi dei soldi pubblici, si può sapere perché le aziende muoiono e i soldi non arrivano?». (mm)

L’INCAPACITÀ DI SPENDERE NON GIUSTIFICA
I “FURTI” DELLE REGIONI PIÙ RICCHE AL SUD

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Matteo Salvini: Robin Hood al contrario? Toglie risorse alle parti deboli per destinarle a quelle ricche?

«Una scelta sbagliata, quella di togliere proprio a chi ha ritardi storici infrastrutturali, il tutto per sostenere solo una parte del Paese», dice  il deputato del Pd, Marco Simiani, che ha sollevato il caso e presentato una interrogazione parlamentare.  In particolare si tratta di oltre 2 miliardi destinati a opere del Centro Nord.  

L’attenzione che si dedica alla distribuzione delle risorse é meritevole di attenzione, se non diventa solo strumentale rispetto all’agone politico.

Perché é vero che l’elettorato italiano si contraddistingue per la sua memoria corta, ma se oggi siamo ad uno “scippo” annuale di circa 60 miliardi – se la spesa pro capite fosse uguale nelle due parti del Paese- le responsabilità vanno equamente divise tra Centro-Destra e Centro Sinistra.

E se oggi combattiamo contro la autonomia differenziata “il  merito” é dell’inseguimento fallimentare del Pd sui temi della Lega Nord. 

L’impegno meridionalista di un partito non può essere racchiuso in una denuncia, facilmente catalogabile come “strumentale”, quanto invece in una visione complessiva che mi pare oggi non abbia nessuno. 

Assistiamo ad interventi parcellizzati sui vari temi, che hanno come risultato quello di  una mancata visione che vede nell’emigrazione l’unico sviluppo possibile. Un mancato confronto con i dati veri del sottosviluppo del Sud, in una visione nella quale i 100 mila che oggi sono costretti ad emigrare per mancanza di opportunità sono quasi irrilevanti. 

Ghost, fantasmi, che non torneranno più, che costano alle Regioni del Mezzogiorno 20 miliardi.

Non abbiamo assistito a nessun grido di dolore quando Mario Monti cancellò, con una gomma da matita, l’investimento di poco meno di due miliardi sul ponte sullo stretto, rubando il futuro euromediterraneo al Paese e al’Europa, e ritardando l’ammodernamento ferroviario e stradale da Napoli a Palermo, sacrificando per i successivi perlomeno 10 anni il porto di Augusta, per spostarli su investimenti al canale di gronda di Genova. 

Né mi pare ci siano prese di posizione determinate contro  la costruzione di una alta velocità farlocca che vede una Palermo Catania che va al Massimo a 200 km orari e una Palermo Messina che rimane a binario unico. 

Per essere credibili non basta che Bonaccini rinunci, a parole, all’autonomia differenziata, sciogliendosi dall’abbraccio mortale che lo ha stretto per anni a Zaia e Fontana. 

Ci vuole un impegno serio su un tema che non é mai diventato, in realtà, centrale per nessun partito, preoccupati tutti   di perdere il consenso di un ricco Nord attentissimo a difendere quelli che ritiene i propri interessi, ma che in realtà sta destinando tutto il Paese a crescite molto contenute, rinunciando a quel ruolo di piattaforma logistica,  che intanto i greci con il Pireo, ma anche i marocchini con Tanger med, ci hanno già sottratto. 

A noi che stiamo collegando finalmente Gioia Tauro al sistema ferroviario, mentre Augusta rimane ancora sentinella muta a guardare passare le migliaia di navi porta containers che si sperava scegliessero Genova o Trieste, ma che invece proseguono per Rotterdam, portando in Olanda traffico ed occupazione aggiuntiva.

In totale la rimodulazione vale 2,5 miliardi di euro, soldi che saranno subito dirottati per altre opere: 1,1 miliardi di euro andranno per la linea ad Alta velocità Verona- Padova e per l’attraversamento di Vicenza. Altri 462 milioni per il nodo Terzo Valico di Genova. E, ancora, 563 milioni per coprire cantieri e gare in corso nel 2023. I restanti 500 milioni sono divisi a pioggia, tra gli altri, per il nodo di Bolzano (15 milioni) per la linea Torino-Padova (50 milioni) o per l’adeguamento infrastrutturale e tecnologico del nodo di Firenze dell’Alta velocità (80 milioni) e i sottopassi della Merano-Bolzano (15 milioni di euro). Su Roma aumentate le risorse per 21 milioni per il «potenziamento della Roma- Tuscolana». Per il Mezzogiorno nell’elenco dei beneficiari c’è solo il bypass ferroviario di Augusta per 68 milioni di euro e una tratta della Foggia- Lecce per 12 milioni.  

Probabilmente le ragioni di tale rimodulazione stanno nella impossibilità tecnica di utilizzare le risorse al Sud, perché non dimentichiamo che la cosa peggiore della rimodulazione non é la perdita delle risorse per una parte, ma  i ritardi infiniti nella spesa, che bisogna cominciare a capire che sono costi vivi, e che é un problema che riguarda tutto il Paese.

Sentiremo cosa avrà da dire il Ministro Salvini, che si é intestata la battaglia del ponte, attirandosi tante critiche anche all’interno della sua parte politica e opposizione e sberleffi infiniti. Anche se lo aspettiamo alla posa della prima pietra e al rispetto del timetable annunciato.

Ma per rispondere alle critiche formulate é necessario che il Ministero delle infrastrutture faccia chiarezza e pubblichi il progetto che ha per il  Paese in termini infrastrutturali, portuali, autostradali e ferroviarie a lungo termine  (2032) a medio (2028) e a breve (2025). 

Perché per esempio a breve, come si intende collegare Agrigento capitale della cultura nel 2025? Con un aeroporto provvisorio? Visto che certamente né ferrovia né sistema stradale la renderanno raggiungibile nei tempi necessari. O vogliamo perdere questa grande opportunità per la provincia con il più alto tasso di emigrazione, di neet, ma anche di beni ambientali e culturali? Forse sarebbe il caso di coinvolgere l’esercito come si fa per le aree che sono isolate da un evento naturale. 

Così come in attesa che Augusta, con Gioia Tauro, diventi  un hub portuale naturale, collegata con l’alta capacità ferroviaria, cioè in attesa del ponte, vogliamo rilanciare il porto rendendolo adeguato per un traffico importante?

Intanto di “complice silenzio, sullo scippo, di presidenti di Regione e di troppi parlamentari meridionali” parla lo scrittore Pino Aprile che, da presidente onorario dell’intergruppo parlamentare Sud, sta preparando un’iniziativa a settembre che raccordi le rivendicazioni dei sindaci e quelle dei deputati e senatori che invece vogliono far sentire la loro voce in difesa del Mezzogiorno.

Farsi sentire é d’obbligo per il Sud ma a patto che distinguiamo chi é credibile da chi non lo é più. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

LA STATALE 106, QUELLA STRADA UNISCE
3 REGIONI, COLPEVOLMENTE INCOMPLETA

di ERCOLE INCALZA – Molti anni fa nella definizione delle Reti Ten – T e poi nell’inserimento delle opere strategiche della Legge Obiettivo, ho approfondito la rilevanza geo economica del sistema idroviario padano – veneto; cioè della incidenza socio economica del fiume Po nel vasto territorio attraversato. Forse pochi ricordano che complessivamente il Po attraversa (dalla sorgente alla foce) 13 province: Cuneo, Torino, Vercelli e Alessandria (ubicati Regione Piemonte), Pavia, Lodi, Cremona e Mantova (ubicati nella Regione Lombardia), Piacenza, Parma, Reggio Emilia e Ferrara (ubicati nella Regione Emilia-Romagna) e Rovigo (ubicato nella Regione Veneto).

Molti studi sociologici confermano che il fiume svolge un ruolo di “aggregante” delle culture, delle abitudini e, al tempo stesso, annulla i confini regionali delle varie realtà urbane attraversate. Per i sociologi questo è un fenomeno naturale perché la forza di un fiume, come il Po, oltre ad incidere sulla memoria visiva incide anche sulle tradizioni e sulla evoluzione storica locale.

Ricordo che sono anche interessanti i romanzi che parlano della vita lungo il fiume, penso sia sufficiente citarne uno solo come il Mulino del Po di Riccardo Baccelli, un libro che è diventato, nel tempo, un classico della letteratura italiana. Quindi, un fiume rappresenta un forte legante fra realtà urbane ubicate in ambiti regionali diversi ed in particolare ha la capacità di mantenere inalterate le tradizioni di ogni realtà urbana anche piccola ma di offrire, contestualmente, alle stesse realtà una omogeneità sociale ed umana davvero incredibile.

Ora più volte mi sono chiesto se un fenomeno del genere sia possibile anche per un asse stradale, per un impianto infrastrutturale creato dall’uomo ma che con il tempo è diventato una condizione per muoversi, per interagire con ambiti territoriali diversi, per essere direttamente o indirettamente coinvolti in ciò che è un determinato teatro socio economico.

Ebbene, potevo scegliere tanti esempi di strade che hanno segnato la crescita e lo sviluppo del Paese, potevo prendere come riferimento, senza dubbio ricco di storia, l’Appia o la Salaria, cioè due assi viari che testimoniano la grande forza strategica dei Romani e, al tempo stesso, la capacità dei territori attraversati di sentirsi più legati alla forza dell’itinerario viario che al loro ambito, al loro feudo, invece ho preferito soffermarmi su una strada ubicata nel Mezzogiorno; ho scelto la Strada Statale 106 Jonica, una strada statale che percorre 481 km da Taranto a Reggio Calabria, percorrendo tutta la costa jonica di Puglia, Basilicata e, soprattutto, Calabria. Questa strada attraversa si tre Regioni ma, forse pochi lo sanno, attraversa ambiti che hanno una loro identità completamente estranea alla loro identificazione regionale, mi riferisco alla Sibaritide, al Crotonese, allo Jonio Catanzarese, alla Locride ed al versante Sud – Orientale dell’Aspromonte.

Ho presieduto, come Capo della Struttura Tecnica di Missione del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, nel 2013 e nel 2014, le Conferenze dei Servizi del Terzo Macro Lotto Roseto – Capo Spulico ed ho avuto modo di verificare non un attaccamento dei residenti al proprio territorio, tipico delle realtà locali del nostro Mezzogiorno, ma una difesa dell’intero impianto viario indipendentemente dalla limitata realtà territoriale attraversata.

E sono anche diretto testimone di una vera alleanza fra tutti i residenti dei vari territori attraversati, cioè i pugliesi, i lucani ed i calabresi sia nelle Conferenza dei servizi, sia nelle riunioni programmatiche gestite dall’Anas e dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Ed è a tale proposito che ritengo davvero interessante ricordare, in modo sintetico, la storia di questo asse viario che attualmente, purtroppo, è nei primi posti della classifica nazionale delle incidentalità stradale (addirittura prima per numero di morti).

Su precisa volontà delle tre Regioni (Puglia, Basilicata e Calabria) l’intervento di riqualificazione funzionale dell’asse stradale 106 fu inserito nel 1° Programma delle Infrastrutture strategiche (Delibera Cipe n. 121/2001) nell’ambito della Legge n. 443/2201 (Legge Obiettivo) e nelle Intese Generali Quadro sottoscritte dalle tre Regioni con il Governo nel lontano 2002.

Tale intervento venne inserito nel piano Decennale Anas 2003-2012; per quanto concerne poi il Terzo Macro Lotto, ricordo che il CIPE approvò il Progetto Preliminare (Delibera n. 103) anche ai fini dell’attestazione di compatibilità ambientale e dell’apposizione del vincolo preordinato all’esproprio, per un importo complessivo di €. 1.234.754.242,86 (G.U. n.123 del 13/05/08). Il progetto definitivo dell’intero intervento fu poi approvato in linea tecnica, per l’avvio delle procedure autorizzative della Legge Obiettivo, dal Consiglio di Amministrazione dell’Anas in data 27/11/2013.

Per sette anni (dal 2013 fino alla approvazione del 2020) tutto si è praticamente fermato come in più occasioni ho ricordato, sia per questo intervento che per tutti gli interventi della Legge Obiettivo. Anche in questo caso sono stati non solo i cittadini interessati dal Megalotto 3 ma tutti i cittadini fruitori di tale asse a chiederne, con la massima urgenza, il completamento dell’intero asse e lo hanno fatto anche i Presidenti delle tre Regioni ed in modo particolare il Presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto che, con la sua tenacia, ha ottenuto un interessante copertura di 3 miliardi di euro per continuare a realizzare questo asse che come un fiume ha la forza di rendere omogenei e coesi i diretti fruitori.

Tutto questo forse perché ciò che chiamiamo Magna Grecia, da Taranto fino a Reggio Calabria, è riuscita a mantenere elevato ed unito il Dna della nostra gente del Sud; d’altra parte gli “ori di Taranto”, i “sassi di Matera” e i “bronzi di Riace” non sono oggetti ma sono la nostra storia. (ei)

OLIO D’OLIVA RICCHEZZA DELLA CALABRIA
LA REGIONE PROMUOVA LA DISTRIBUZIONE

di ANTONIETTA MARIA STRATI – L’olio calabrese è quanto di meglio per il rapporto qualità prezzo. È un altro dei tesori ancora poco valorizzati della nostra terra e in questo senso l’appello che il presidente del Consorzio Olio di Calabria Igp, Massimino Magliocchi, ha rivolto alla Regione è molto signifcativo: «Si spinga verso una scelta dell’olio calabrese». L’obiettivo è quello di far inserire l’olio evo calabrese nei supermercati della regione (ma non solo, c’è un mercato italiano e internazionale ancora da coinvolgere). L’ottimo rapporto qualità-prezzo e la conclamata certezza (scientifica) che  l’olio calabrese è«è uno degli alimenti più benefici per la salute», motivano il coinvolgimento della Regione Calabria.

Magliocchi ha ricordato che «la Calabria è in prima fila nella produzione del miglior olio extravergine, un vanto del made in Italy nel mondo».

«L’’uso regolare aiuta a diminuire la quantità del colesterolo cosiddetto “cattivo” aumentando invece la presenza di colesterolo “buono”. Così come la riduzione della pressione arteriosa e, di conseguenza, una frenata nell’invecchiamento delle cellule», ha detto ancora il presidente del Consorzio Olio di Calabria Igp,

«Continuando a parlare del miglior olio extravergine è utile sapere che – ha spiegato Magliocchi –per assicurare la massima qualità, raccolta e frangitura avvengono in tempi ristretti e, subito dopo, le olive vengono macinate a freddo nei frantoi di fiducia dei produttori. Sugli scaffali troviamo prezzi contenuti rispetto al costo medio sostenuto dai produttori di olio extravergine d’oliva. Che, ricordiamolo, comprende per lo meno olive (prezzo medio sui 90 € per quintale); frangitura (intorno ai 15 € al quintale); trasporto (simile al prezzo della frangitura); confezione (incidenza su un litro di prodotto 1,50 €). Il prezzo basso dell’olio extravergine al supermercato si spiega con le politiche della grande distribuzione, inclusi i prezzi civetta, ma tutto ciò non può impedire che il nostro olio venga scelto».

La proposta avanzata dal presidente Magliocchi potrebbe essere un altro modo per promuovere le già ben note eccellenze calabresi, soprattutto ai turisti. Come rilevato da Terranostra Calabria, infatti, nel mese di luglio c’è stato un boom di turisti esteri che ha scelto la nostra regione come meta per passare le vacanze. Un trend che sta proseguendo anche per il mese di agosto, dove «sempre di più gli italiani scelgono gli agriturismi perché associano il km zero ad un turismo sempre di più sostenibile, esperienziale ma soprattutto rigenerativo», ha spiegato Vincenzo Abbruzzese, presidente di Terranostra Calabria, sottolineando come «i nostri agriturismi in questo sono i pionieri non solo del buon cibo e delle antiche tradizioni ma dell’autenticità dei territori facendosi ambasciatori degli stessi perché noi operatori agrituristici informiamo e stimoliamo il turista  a vivere e visitare la Calabria in tutti i suoi aspetti  e questo,  ha portato le strutture ad incrementare anche l’offerta di attività con servizi innovativi per sportivi, nostalgici, curiosi e ambientalisti, oltre ad attività culturali come la visita di percorsi archeologici o naturalistici o wellness».

Un impegno che, tuttavia, rischia di essere vano, perché a causa del cambiamento climatico «nelle aree del Mediterraneo si ridurrà il numero delle imprese, soprattutto di quelle agricole, di costruzione e manifatturiere, che invece aumenteranno nelle zone “temperate”; al Sud resisteranno turismo e servizi», si legge in un articolo su Repubblica a firma di Rosaria Amato.

«L’aumento delle temperature non si limita ad avere un impatto negativo sulla crescita, ma ridisegna le attività economiche, aumentando le distanze tra le aree del Paese», continua l’articolo, basandosi su due rapporti di Bankitalia, da cui è emerso che il caldo «uccide» le imprese al Sud.

A causa del caldo, infatti, le imprese non si spostano, semplicemente chiudono. Da qui una progressiva riduzione, fino alla loro scomparsa. Il rapporto di Bankitalia stima che «tra il 2020 e il 2031 ci sarà per colpa dell’afa una riduzione dello 0,22% delle imprese – scrive Amato –.  Potrebbe sembrare una variazioneminima : calcolata sulle oltre 4,5 milioni di imprese censite dall’Istat per il 2021 si traduce in poco più di 10 mila. Ma si tratta di una media: nelle zone temperate in realtà ci sarà un aumento dello 0,27% (frutto di una combinazione tra maggiori entrate dello 0,09% e un calo delle uscite per lo 0,18%)».

«Invece nelle zone mediterranee – si legge – si registrerà nello stesso periodo un calo complessivo dello 0,35%, frutto di un calo delle nuove imprese dello 0,2% e di un aumento delle uscite dal mercato dello 0,18%. Inoltre questi numeri si riferiscono agli imprese che soffriranno di più gli effetti del caldo, tanto da dover uscire dal mercato. Ma la quota di aziende sulle quali si ripercuoteranno gli effetti delle alte temperature, riducendone la tenuta e la redditività, è molto superiore».

Sull’analisi di Bankitalia è intervenuto il presidente della Regione, Roberto Occhiuto che, intervistato da Repubblica, si è detto d’accordo con quanto scritto nello studio, sottolineando come «quelle del Mediterraneo  sono già le regioni più povere e dove si assiste a un generale spopolamento: manca la manutenzione del territorio e le istituzioni da sole difficilmente riescono a fare ciò che l’uomo faceva spontaneamente. Aggiungo che bisogna mitigare il rischio e per questo mi sono messo contro alcuni sindaci commissariando i Comuni che non facevano gli abbattimenti delle costruzioni abusive».

La nostra regione, come denunciato dalla segretaria generale di FenealUil Calabria, Maria Elena Senese, è quella più a rischio idrogeologico, come riportato dall’Ispra. La Calabria, leggendo i dati, si trova in una posizione pericolosissima, nonostante ci sia un commissario per contrastare questo fenomeno e 478 milioni di euro che, come denunciato da Senese «sono terribilmente fermi al palo».

Quello del dissesto idrogeologico è un problema atavico e ben conosciuto ma, se affiancato a quello climatico, rischia di diventare un problema senza via di uscita per una regione che, nelle ultime settimane, sta combattendo contro diverse emergenze, tra incendi, mare sporco, coltivazioni devastate dal caldo, che stanno provocando danni non indifferenti agli agricoltori e ai nostri prodotti. E qui viene a chiedersi: Se non si interviene, come facciamo a promuovere i nostri prodotti sia all’interno che all’interno della regione? L’idea di mettere nei supermercati l’olio igp calabrese non è male anzi, è un ottimo modo per promuovere una delle nostre eccellenze. Ma, se non si tutelano le nostre coltivazioni, dove si pensa di andare? (ams)

CHIUSURA DELLA STRADA “JONIO-TIRRENO” IL REGGINO RISCHIA UN FORTE ISOLAMENTO

di FRANCESCO CANGEMI – Che cosa accadrà, da gennaio, alla chiusura della Limina? È ormai arcinota la chiusura della strada statale 682 “Jonio-Tirreno” per lavori di adeguamento strutturale. Cosa succederà ai tanti che tagliano il reggino da mare a mare? Sicuramente non sarà facile come andare sulle giostre e tutti sono molto preoccupati per le ripercussioni che avrà sulla circolazione un provvedimento così imponente.

La politica, soprattutto quella reggina, non parla d’altro nonostante sia stato scongiurato, a maggio, il blocco della strada per questa estate. Ma a gennaio non si scampa.
L’ex primo cittadino di Locri e ora assessore regionale al Lavoro Giovanni Calabrese, poco prima dell’estate, dichiarava al Corriere della Calabria che sulla strada sarebbe rimasto «il senso unico alternato, ma il rinvio della chiusura totale è quasi certo». La chiusura estiva, ripetiamo, è stata scongiurata ma per l’arrivo del prossimo inverno la chiusura avverrà.

«La chiusura della strada slitta da settembre a gennaio e durerà 20 mesi. Questo sarà un problema serio, ho già attivato i miei collaboratori e i miei dirigenti affinché intervengano su Trenitalia per potenziare i collegamenti sull’asse Lamezia-Locri con nuovi treni. Ci saranno anche collegamenti stradali alternativi a cui sta lavorando l’Anas», ha dichiarato non molto tempo fa il governatore Roberto Occhiuto. «È chiaro che sarà un problema importante per questo territorio e ce ne stiamo occupando con l’anticipo dovuto. Si chiuderà da gennaio ma siamo già a lavoro per mitigare i disagi». Ai disagi che arriveranno sta già pensando, come immaginabile, il sindaco di Roccella Jonica Vincenzo Zito che a CityNow ha parlato della prossima estate.

«La variabile è il tempo – ha dichiarato il primo cittadino di Roccella Jonica – Non possiamo essere presi in giro su questo tema vitale per la nostra sopravvivenza. Vogliamo numeri e dati certi. La chiusura della Limina significa la morte del territorio. Valutiamo una costruzione di un bypass. Come sarà il Ferragosto del 2024? Se ci penso mi vengono i brividi. Giù le mani dalla Jonio-Tirreno».

La politica calabrese, davanti a questo provvedimento così importante da parte di Anas, parla quasi con un’unica voce. Anche il Partito democratico regionale si sta muovendo per fare qualcosa che scongiuri l’isolamento di quei territori coinvolti, in qualche modo, dai lavori. «Chiarezza, ascolto dei sindaci e dei cittadini del territorio, tempi certi e veloci, impegno politico per evitare l’isolamento della Locride». Sono le richieste che il senatore Nicola Irto, segretario dei dem calabresi, ha ribadito da Cittanova, nel corso di una conferenza stampa del Pd, al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, a proposito dei lavori sulla Strada statale numero 682 “Jonio-Tirreno”. Irto aveva infatti già presentato una propria interrogazione al ministro Salvini sui prossimi lavori di manutenzione della galleria Torbido, lungo la stessa Statale, sottolineando l’esigenza di procedere con rapidità per salvaguardare l’economia locale. A Cittanova, in provincia di Reggio Calabria, il parlamentare dem ha annunciato l’imminente deposito, al Senato, di una seconda interrogazione allo stesso ministro, stavolta in merito alla paventata chiusura per 20 mesi della Statale “Jonio-Tirreno”, che sta preoccupando anzitutto le imprese e i sindaci dei Comuni della Locride, i quali chiedono notizie precise sugli interventi in programma lungo la strada in argomento e soluzioni in linea con le esigenze dei rispettivi territori. Il senatore Irto ha anticipato che nella sua nuova interrogazione al ministro Salvini chiederà «quali lavori saranno esattamente effettuati, quando inizieranno, quanto dureranno e quali, nello specifico, saranno le modifiche relative al transito dei veicoli lungo la Statale» in questione, oltre che «quali iniziative di competenza» voglia «adottare, di concerto con l’Anas, affinché le ricadute degli interventi previsti siano il più possibile limitate nel tempo e nell’entità».

C’è anche chi come Mariateresa Fragomeni, sindaca di Siderno, dichiarava alle colonne di Calabria.Live con grande forza e tanta, giustificata, rabbia i timori per la chiusura della strada 682. «Giù le mani dalla Jonio Tirreno: difendiamo la Locride! Ancora una volta – ha dichiarato – c’è qualcuno che pensa che questo territorio sia sacrificabile, cancellabile con un colpo di penna. Dopo avere tolto treni, desertificato mezzi di collegamento, mai completato arterie fondamentali e opere pubbliche, adesso si decide di chiudere per due anni l’unica strada che permette a questa zona di essere collegata con il resto della Calabria».