L’IGNOBILE ACCISE AGGIUNTIVA SU BENZINA
CHE PAGHIAMO SOLTANTO NOI CALABRESI

di GIACINTO NANCI –C’è un gran dibattito sul taglio, da parte del governo, degli sconti delle accise sulla benzina e sul suo conseguente aumento di prezzo. C’è una regione, la Calabria, che ha sulla benzina una accisa aggiuntiva che ha continuato a pagare anche negli anni passati (quando per le altre regioni erano scontate) infatti le paga fin dal 2009 (art. 2 comma 86 legge 191 del 2009) a causa dell’imposizione del piano di rientro sanitario cui è sottoposta fin da allora.

Adesso noi calabresi continuiamo a pagare sulla benzina accise aggiuntive alle altre per cui in Calabria la benzina costa di più. Ma, oltre alle accise sulla benzina, di tasse la Calabria, sempre a causa del piano di rientro, ne paga molte di più delle altre regioni. Noi calabresi paghiamo più ticket sulle prestazioni sanitarie, più Irpef e più Irap più tasse sulla tassa di circolazione etc…

Infatti un lavoratore calabrese con un imponibile di 20000 euro lordi paga, rispetto ad un lavoratore lombardo o piemontese, ben 408 euro di Irpef di più all’anno e sempre da 12 anni a questa parte. Un imprenditore calabrese con un imponibile lordo di un milione di euro paga, rispetto ad un imprenditore veneto e toscano, ben 10.700 euro in più.

Il tutto a causa della imposizione alla Calabria del piano di rientro sanitario nel dicembre 2009 per un presunto deficit della spesa sanitaria in quanto la Calabria spendeva più soldi per la sua sanità di quante ne riceveva nel riparto dei fondi sanitari alle regioni. Lo “sforamento” è dovuto al fatto che la Calabria è la regione che riceve da più di 20 anni per la sua sanità meno fondi pro capite delle altre regioni nonostante che nei suoi circa due milioni di abitanti ci sono ben 287000 malati cronici in più che in altri due milioni di altri italiani. Dato questo certificato, oltre che da tutti gli istituti che si interessano di statistica sanitaria, anche dal Dca n. 103 del lontano 30/09/2015 firmato dal commissario al piano di rientro sanitario calabrese ing. Scura e vidimato sia dal ministero dell’Economia che da quello della Salute, della serie tutti sanno.

Quindi alla regione con molti più malati cronici e quindi con una necessità di spesa maggiore, sono arrivati per tutti questi anni meno fondi in assoluto. Infine la Calabria sta pagando 30 milioni all’anno per 30 anni per un prestito di 424 milioni di euro, fatto alla Calabria dal Governo nel 2011, con un tasso di interesse del 5,89% che è un tasso che si avvicina a quello usuraio per questi tipi di prestiti che è del 6,34%, quindi il governo fa quasi l’usuraio nei confronti della Calabria.

Ed è per tutti questi motivi che i soldi non sono potuti bastare per curare i troppi malati cronici. Il piano di rientro sanitario ha peggiorato sia la salute dei calabresi che i conti della sua sanità. Infatti è facile comprendere che il malato cronico che non si può curare peggiora e poi per essere curato costa molto di più ed è per questo che dopo 12 anni di commissariamento il disavanzo non si è azzerato ma, quello annuo,  è raddoppiato nonostante il lunghissimo commissariamento (dal 2009) e nonostante che dal 2018 in Calabria sono state commissariate oltre la sanità regionale anche tutte e 5 le sue Asp e i tre ospedali principali: Annunziata di Cosenza, Pugliese di Catanzaro e Morelli di Reggio Calabria.

Ed è perfino triplicata la spesa annua dei calabresi per le cure fuori regione che è arrivata alla stratosferica cifra di 329 milioni di euro nel 2021. Anche un bambino si chiederebbe, a differenza dei governi nazionale e dei politici calabresi, come mai il deficit sanitario peggiora nonostante dodici anni di commissariamento totale di tutta la sanità calabrese e nonostante la super tassazione cui i calabresi sono sottoposti per ripianare il presunto deficit sanitario.

È evidente che la causa del presunto deficit è la sproporzione tra il sottofinanziamento a fronte di un alto numero di malati cronici per cui l’unica soluzione sarebbe quella di finanziare le sanità regionali non più come fatto fino ad adesso ma in base alla numerosità delle malattie presenti in ogni regione. Oggi sappiamo quanto costa curare una patologia cronica per un anno, sappiamo quali e quante malattie croniche ci sono in ogni regione e sarebbe possibile finanziare le sanità regionali in base ai reali bisogni delle popolazioni. Tutto ciò e talmente vero che la Campania ha fatto ricorso al Tar proprio perché ritiene ingiusto l’attuale criterio di riparto dei fondi sanitari alle regioni e che la Conferenza Stato Regioni ha dovuto prenderne atto e programmare la modifica del riparto dei fondi per l’anno venturo.

È, quindi, l’occasione perché si faccia un riparto che vada incontro ai reali bisogni dei malati e non riproporre quella parziale modifica (basata sulla “deprivazione” che continua a penalizzare la Calabria) fatta solo nel 2017 che ha modificato, ma solo pochissimo, l’attuale ingiusto criterio di riparto. La Calabria deve richiedere un riparto in base alla numerosità delle malattie non altro.

Adesso o mai più, altrimenti il piano di rientro sanitario calabrese non avrà mai fine e continueremo a non poterci curare nonostante le molte tasse che paghiamo in più delle altre regioni. (gn)

[Giacinto Nanci è dell’Associazione Mediass – Medici di Famiglia Catanzaro]

PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE IN CALABRIA
USARE IL MODELLO DEI PICCOLI BORGHI

di UGO BIANCO – Calo demografici e riqualificazione dei borghi: può essere utile questo focus sulle problematiche e gli strumenti necessari per affrontare il calo demografico. Particolare rilevanza è riservata ai piccoli centri urbani, che per un totale di 5.500 rappresentano il 69% dei comuni dell’intera penisola. In essi si contano 10.068.213 di residenti per un valore del 17% dell’intera popolazione nazionale. Dalla seconda metà del 900 ai nostri giorni tutti gli indicatori demografici identificano una cospicua riduzione della popolazione.

Al 1° gennaio 2021 i residenti erano 59.236.213, riducendosi di oltre 400.000 unità rispetto all’anno di inizio della pandemia da Covid-19. Nel corso del 2021 il saldo naturale (differenza tra nascite e decessi) ha raggiunto – 335.416. Il deficit delle nascite rispetto ai decessi è dovuto alla popolazione di cittadinanza italiana (–386.000), mentre per la popolazione straniera cresce in modo sostenuto (+50.584).

Le aree interne sono caratterizzate da una significativa distanza dai principali centri di offerta di servizi (Salute, Scuola, Mobilità), ma anche da una disponibilità elevata di importanti risorse ambientali (idriche, sistemi agricoli, foreste, paesaggi naturali e umani) e risorse culturali (beni archeologici, insediamenti storici, abbazie, piccoli musei, centri di mestiere). L’esodo della nuove generazioni rappresenta una vera emergenza nazionale da mitigare per ridurne gli effetti. Sulla gazzetta ufficiale n. 220 del 14 settembre 2021 è stato pubblicato il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 23 luglio 2021 che stabilisce come 5518 piccoli comune, con popolazione sotto i 5 mila abitanti, possono beneficiare delle risorse stanziate dalla legge “Realacci” allo scopo di riqualificare i centri storici dei piccoli borghi (L. 6 ottobre 2017 n. 158).

Questa norma favorisce gli interventi a tutela dei residenti nei piccoli centri e delle attività da loro svolte con l’obiettivo di contrastare lo spopolamento e favorire il turismo attraverso i seguenti interventi: manutenzione del territorio con la riqualificazione degli immobili esistenti e delle aree dismesse, riduzione del rischio idrogeologico, la messa in sicurezza delle infrastrutture stradali e l’incentivazione dell’efficienza energetica. Un altro contributo a sostegno della crescita demografica può venire dai programmi d’investimento mondiali ed europei, a disposizione dei governi.

In primo luogo citiamo le strategie stabilite dall’Agenda globale per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (Agenda Onu 2030) che nel 2015 ben 193 paesi del mondo, compresa l’Italia, hanno condiviso in 17 obiettivi (Sustainable Development Goals o SDGs) e 169 target e raggiungibili entro il 2030. Con questo documento è stato stabilito che il sistema di sviluppo attuale è “insostenibile”, non solo a livello ambientale, ma anche sul piano economico e sociale.

L’idea condivisa consiste nel credere che non ha più senso pensare alla sostenibilità basata sulla sola soluzione di “questioni ecologiche”, ma lo sviluppo si deve fondare su soluzioni di crescita “integrate” a livello economico, sociale ed ambientale. Questa nuova cultura di progresso si basa sulla promozione di una crescita equa e condivisa, la protezione dei diritti umani e la salvaguardia delle risorse naturali. Non meno importanti sono i fondi strutturali e di investimento Ue che operano per sostenere la coesione economica, sociale e territoriale. Per ultimo, e non per questo meno importante, citiamo il Pnrr (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) composto da un pacchetto di riforme e di investimenti finanziati dell’Ue per la ripresa economico-sociale post pandemia da Covid-19.

I fondi a disposizione ammontano a 191,5 miliardi di euro, da impegnare fino al 2026. Per utilizzare le risorse distribuite, gli stati devono predisporre un programma di riforme e di investimenti. L’erogazione delle risorse avviene due volte all’anno sulla base dell’effettiva realizzazione degli interventi predeterminati alle scadenze stabilite.

In conclusione possiamo sperare che le aree interne, per lunghi anni marginalizzate e degradate, alla luce di quanto ribadito finora, possano diventare un modello di sviluppo inclusivo, sostenibile e resiliente. Capace di rendere la popolazione meno vulnerabile e rilanciare l’economia dei propri territori. Solo così si può tendere verso un riequilibrio socio-economico dell’intero territorio nazionale con la conseguente ripresa economica. (ub)

[Ugo Bianco è dirigente nazionale Associazione Nazionale Sociologi]

 

LO SFASCIO SANITÀ CALABRIA: MALEFATTE
SCELLERATEZZE E IMPUNITÀ. COLPA DI CHI?

di MIMMO NUNNARI – Chi è responsabile dello sfascio della Sanità in Calabria iniziato quando la politica ha messo le mani su questo settore, vitale per la salute della collettività? La risposta dovrebbe darla chi è incaricato per ruolo e competenza di vigilare, controllare: cioè Stato (Ministero della Salute), Regione, comitati etici, ordini professionali.

Nel dibattito, francamente surreale, ancorché acceso e vivace sulle facoltà di medicina, o sull’arrivo dei medici cubani, l’interrogativo resta invece sullo sfondo, è bypassato.  Quanto sarebbe utile, invece, una commissione d’inchiesta promossa magari dal Consiglio regionale, per indagare sul disastro della Sanità calabrese.  Una vecchia ricerca di Demoskopica rileva che il sistema sanitario calabrese è il peggiore d’Italia. I cittadini lo sapevano già: livelli essenziali di assistenza sotto la soglia minima, debiti milionari accumulati per decenni, diciotto ospedali tagliati, servizi di pronto soccorso scoppiati, tempi infiniti, per una visita specialistica o un esame. L’elenco delle disfunzioni è infinito. Le ragioni dei burocrati, le influenze dei politici, gli affari, hanno minato la centralità del servizio sanitario. Sullo sfondo di questa situazione – anzi nel fondo, come la melma – c’è l’esercito di “impuniti”; di tutti coloro che hanno ucciso la sanità in Calabria e di cui non si riesce a conoscer volto, ruoli, nome, cognome. Nessuno è finito sul banco degli imputati; nessuno ha pagato finora per questa vergogna indicibile della sanità collassata a causa di interessi loschi, di una corruzione che prospera nella combinazione diabolica tra immoralità e opportunità criminale.

Che gli impuniti l’abbiano – salvo piccoli casi –  fatta franca, pesa come un macigno sulle spalle dei calabresi, col suo carico di malefatte, ruberie, sprechi che coinvolgono, almeno sul piano morale, quanti sono chiamati a esercitare legittime funzioni di vigilanza e controllo e non l’hanno fatto, o non l’hanno fatto bene, o non l’hanno saputo fare, o hanno chiuso un occhio, e magari due. Quella degli “Impuniti” è una categoria di cui l’Italia ha il primato, e strada facendo il termine impunito – che è chi non è colpito dal giusto e meritato castigo per aver commesso reati – ha assunto un significato leggero, di “sfrontato”, di qualcosa senza tono d’ingiuria o di oltraggioso per il colpevole non scoperto e non assicurato alla giustizia.

’A ‘mpunito”, in romanesco, più che un insulto è una specie di complimento. Ci siamo nutriti in Italia della dottrina manzoniana del “sopire, troncare…troncare, sopire…” (così parlava il conte zio nei Promessi sposi). Tanto – tagliamo italianamente corto –  ci penserà la Giustizia Divina a regolare i conti. Eppure, la professione di impunità produce frutti avvelenati nella società. Non è solo questione di reati che bisognerebbe perseguire, assicurando il colpevole alla giustizia terrena intanto che prima o dopo arrivi l’altra a cui non si sfugge e comunque non appartiene alla nostra realtà sociale. Marco Tullio Cicerone che di queste cose s’intendeva, avvertiva: “La speranza di restar impunito è l’incentivo più forte per diventare scellerato”. Ed è proprio quella speranza di ciceroniana memoria che alimenta la “vocazione” di chi delinque, fidando su fattori facilitanti che nel nostro caso specifico, del sistema sanitario, sono, almeno tra i principali, vulnerabilità della pubblica amministrazione, corruttibilità dell’organizzazione che eroga i servizi, inefficienza dei controlli, che asimmetricamente fa diminuire il rischio di essere colti con le mani nella marmellata. La questione non è solo calabrese, intendiamoci.

In Lombardia, in un “libro nero”, si parla di 30 anni di scandali, cominciati col famoso Duilio Poggiolini, presidente della Commissione per i farmaci dell’allora Comunità economica europea, che nascondeva dentro i puffi del salotto sacchi di soldi, proventi, secondo i magistrati del pool Mani Pulite, da tangenti delle case farmaceutiche. E come dimenticare le protesi in cambio di mazzette agli ortopedici o la zarina delle dentiere, che era a capo di un impero di cliniche dentarie sorte come funghi. Com’è potuto tutto questo accadere nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale? Il SSN – un bene insostituibile fondato nel 1978 – che non fa idealmente distinzione tra ricchi e poveri, per un certo periodo è stato considerato tra i migliori al mondo, ma oggi ahinoi è in preoccupante declino, e ha bisogno di urgenti correzioni.

“Va sottratto alla politica, ancorato al territorio, ha bisogno di veri esperti e di adeguate risorse per la ricerca”, dice Silvio Garattini, noto scienziato e farmacologo, autore del libro “Il futuro della nostra salute” (edizioni San Paolo), con cui spara a palle incatenate contro l’inerzia della politica che trascura la ricerca e il sistema non lo ha ancora adeguato alle nuove esigenze. Naturalmente, se ci sono preoccupazioni per le regioni dove scandali a parte si registra una presunta efficienza, per la Calabria le previsioni sono molto più nere. Stupisce, dunque, che si siano accesi i riflettori sulla seconda Facoltà di Medicina nata all’Unical e per l’arrivo dei medici cubani, e che si trascuri il dibattito (invocando magari un’inchiesta rigorosa della magistratura) sulle cause dell’inadeguatezza del servizio sanitario in Calabria, che è il nodo dove restano aggrovigliati anche i problemi più generali del mancato sviluppo della regione: ultima in tutte le graduatorie nazionali ed europee su condizioni di vita, diritti sociali, istruzione, libertà civile.

Non è certo questa la sede per riprendere abusati temi, riguardo alle cause storiche dell’arretratezza della Calabria, all’impotenza di fronte energie che vanno via (ieri braccia e oggi ricchezza intellettuale) o sulla mancanza di visione, sui conflitti e i municipalismi, sulla classe politica che è la peggiore di sempre e tutt’oggi accoglie a bocca aperta politici in corsa per segreterie di partiti che promettono questo e quello e quando erano al potere non hanno fatto né questo e né quello. Dovremmo tutti concentrarci invece sul tema degli impuniti e della nostra salute, garantita dal Servizio Sanitario Nazionale almeno fino a quando sarà così, poiché in agguato c’è l’idea secessionista di “ognuno faccia per sé” del dentista e costituzionalista per mancanza di Costituzione Roberto Calderoli, proconsole prima di Bossi e ora di Salvini.

Concentrarsi, indagare, fare luce su un argomento che sembra passare in second’ordine, come quello degli “Impuniti”, dovrebbe servire anche a sgombrare il campo dal sospetto che le polemiche – magari inconsapevolmente – allontanino la politica e le istituzioni dal dovere di far luce su ombre più pesanti: ombre che uccidono il nostro futuro. (mnu)

QUESTA SCIOCCA GUERRA DELLE FACOLTÀ
UNIVERSITÀ CALABRESI: SI DEVE FARE RETE

di FILIPPO VELTRI – Io ne conosco decine e decine di ragazze e di ragazzi di Catanzaro, Cosenza, Locri. E ancora: di Isca sullo Jonio, di Mormanno, di Limbadi, di Caraffa del Bianco, di Cotronei e via discorrendo che si sono laureati all’ Università della Calabria in Ingegneria, in matematica, in fisica, in chimica, in lettere, in storia e hanno cambiato le sorti loro e delle loro famiglie. 

Ne conosco decine che oggi lavorano in prestigiose aziende o istituti di ricerca delle principali città europee e che occupano anzi postazioni di prestigio in grandi multinazionali. E lo stesso vale per ragazze e ragazzi che hanno studiato e si sono laureati a Catanzaro e Reggio Calabria, in Legge Medicina Agraria Architettura.

Solo l’Unical ha laureato più di centomila giovani calabresi, realizzando così quello che era il sogno dei padri fondatori: diventare cioè una fucina della classe dirigente. Per gran parte di quei 100 mila non sarebbe stato possibile arrivare alla laurea visto che fuori dalla nostra regione non erano in grado le loro famiglie di sostenere i costi di 5 e più anni di studi. Sono invece arrivati al traguardo finale ragazze e ragazzi di famiglie poverissime dei paesi più sperduti e lontani di tutta (ripeto, tutta) la Calabria, che in questi 50 anni hanno avuto la possibilità di farlo e poi di diventare qualcuno, non solo di trovare un lavoro.

Nel solo 2022 l’Unical ha già vinto bandi per più di 100 milioni di risorse del Pnrr. Si tratta di una grande opportunità e tra gli obiettivi strategici anche quello di garantire la copertura del cento per cento delle borse di studio.

Ovviamente ci sono anche ombre e non solo luci in questi 50 anni di storia di Arcavacata, che il mai dimenticato Rettore Beniamino Andreatta – sostenuto dai politici lungimiranti dell’epoca come Giacomo Mancini, Francesco Principe, Riccardo Misasi – volle in quel modo, con un centro residenziale e un Campus stile Stati Uniti d’America per sprovincializzare una società  TRAferma e abulica come quella calabrese. E soprattutto tentare di unificarla.

Ma quello che più colpisce in queste settimane è che questa scommessa vinta dall’Unical (forse l’unica cosa realmente positiva assieme al porto di Gioia Tauro negli ultimi 50 anni di vita calabrese) si accoppi da un lato a polemiche incomprensibili sul suo specifico ruolo e dall’altro – cosa più grave – ad una polemica da strapaese (non uso il termine pollaio che rende meglio in verità ma che ha urtato tempo fa la sensibilità di taluni dotti politici) che sta agitando parte del mondo politico (e non solo) sulle istituzioni di nuove facoltà (si chiamano corsi di laurea in realtà)  nelle tre università calabresi, con toni da guerra municipalistica che ricordano ben altri periodi bui della nostra recente storia e che sono privi di qualsiasi visione d’assieme su come – ad esempio – debba essere il sistema universitario regionale e a quali sfide debba rispondere, se non la richiesta di altri corsi di laurea per compensazione come se fossimo ad un mercato.

Si è addirittura arrivati tre mesi fa a portare una bara in piazza a Catanzaro Lido in una manifestazione in cui primeggiavano i dirigenti del PD catanzarese e due giorni fa nell’aula del Municipio di Catanzaro un’affollata assemblea convocata dallo stesso Comune con un manifesto in cui testualmente si leggeva “Non resteremo con le mani in mano’’. Roba da Piero Battaglia, sindaco di Reggio Calabria, anno 1970!  Poi – giusto per ricordare un po’ di storia recente – dopo quella chiamata successe quello che tutti sappiamo. 

Ancora una volta prevale, dunque, in questa nostra terra piccola ma martoriata il pennacchio e il campanile, agitando il vessillo facile facile della difesa della città. Ma questa non è classe dirigente, è una classe buona per addomesticare un momento, una rabbia, un desiderio di rivincita ma non per costruire il futuro e nemmeno per difendere la città di cui ci si riempie la bocca con toni da ultras di calcio, con tutto il rispetto che si deve a questi ultimi. La si smetta con la sindrome del ‘Calimero piccolo e nero’ e dell’assedio! Catanzaro e i catanzaresi sono nel cuore di tutti i calabresi e non hanno bisogno di alcuna rivalità!

Per fortuna ci sono in queste ore politici che stanno cercando di fare ragionare con toni più moderati, tra cui il presidente del Consiglio Regionale Filippo Mancuso, catanzarese doc, nato, cresciuto ed eletto nel capoluogo. 

Ora: forse tra quei 100 mila giovani calabresi laureatisi in questi 50 anni all’ Unical (a proposito: si chiama Università della Calabria e non Università di Cosenza come sbrigativamente e malevolmente taluni insistono a chiamarla) ci sarà anche qualcuno (anzi: c’è di sicuro) degli agitatori di oggi della guerra delle Università. Ma è evidente che costoro non hanno appreso la lezione di quello che ha significato questo ateneo e soprattutto la cosa più bella di tutte che ha creato: tenere cioè assieme, fare crescere, studiare, dormire, mangiare sempre tutti assieme e magari lavorare, ragazze e ragazzi di Reggio e Vibo, di Catanzaro e di Cosenza, di Crotone e Castrovillari.

Tutti assieme, nelle maisonettes del Campus o nelle stesse case di Arcavacata, Rende, Quattromiglia etc etc. E lo hanno fatto senza pennacchi o campanili, senza rivalse o altro, continuando magari lo stesso a tifare chi per il Catanzaro e chi per il Cosenza. Ma oggi non c’è un derby di pallone alle porte (tra l’altro – sia detto per inciso – assolutamente improponibile con un Catanzaro spettacolare primo in classifica e un Cosenza meschino ultimo in graduatoria). Quei ragazzi – questa è la verità – erano e sono migliori quindi dei loro dirigenti di oggi. Per fortuna nostra, visto che quei dirigenti sono addirittura arrivati ora alla guerra nei tribunali amministrativi. Poveri noi! (fv)


IL VERO OBIETTIVO È FARE RETE TRA I TRE ATENEI

di SANTO STRATI – In questa sciocca quanto incredibile baruffa tra il Capoluogo e l’Unical per l’istituzione del corso di laurea di Medicina, manca la visione strategica di una regione che ha il dovere di pensare ai suoi figli e alle generazioni future.

Manca anche il buon senso, lasciatecelo dire, perché non ci sono vincitori e sconfitti nell’eventuale guerra (anche di carte bollate) CZ-CS ma solo retrogradi integralisti di un campanilismo che sembrava morto 50 anni fa dopo le tristi vicende di Reggio per il capoluogo.

Su questo dovrebbero riflettere i nostri governanti e i nostri politici, con un solo obiettivo possibile (e obbligato): fare Rete tra le Università calabresi (già in odore di eccellenza) e costruire nuove opportunità di crescita formativa per i nostri ragazzi (e per quelli che sceglieranno di venire a studiare in Calabria), tenendo presente la necessità di mettere finalmente mano a un piano per l’occupazione che metta fine alla fuga dei nostri cervelli.

Fino a 50 anni fa i nostri ragazzi se volevano laurearsi dovevano attraversare lo Stretto (se stavano a Reggio e dintorni) oppure guardare da Salerno in sù. La nascita dell’Università della Calabria e, prim’ancora, dell’Istituto di Architettura di Reggio, e poi della sorprendente Università Magna Graecia di Catanzaro (sta sfornando fior di specialisti in campo medico) ha dato una connotazione diversa alle opportunità formative che la propria terra poteva offrire ai suoi giovani.

Basta guardare i clamorosi numeri di iscritti stranieri all’Unical per comprendere che facilmente è possibile immaginare un “ritorno” al contrario: i ragazzi del Nord che vengono a formarsi in Calabria, scambiarsi esperienze, misurare capacità e competenze fino a costituire team ideali di lavoro in termini di Sistema Paese. 

Il mondo, per fortuna, è cambiato: è cambiato anche il modo di fare formazione. Ben vengano altri corsi si laurea a Reggio, Catanzaro, Cosenza (Rende), con un auspicabile pensiero anche alle due città “dimenticate” e ultime per qualità della vita della Calabria: Crotone e Vibo. Sono due città splendide ma sottovalutate e immeritatamente svalutate, con una gioventù ricca di voglia di vivere, di studiare, laurearsi e, possibilmente, restare vicino ai parenti e agli affetii con un lavoro dignitoso (anche nello stipendio) che permetta loro di crescere e creare nuove famiglie. Ecco, quindi, la parola magica di cui si dovrebbe fare tesoro: Rete. Le tre Università calabresi facciano rete, unite per valorizzare ancor di più capacità e competenze e mostrare quel lato di eccellenza (genuina, non di facciata) che, sotto sotto, qualche grande e blasonato Ateneo comincia a invidiarci. (s)

TRA SPRECHI E PERDITE NON SI ATTENUA
LA GRANDISSIMA SETE DELLA CALABRIA

In Calabria è emergenza acqua. È quanto è emerso dai risultati del Censimento delle acque per uso civile 2020 dell’Istat, che ha delineato un quadro preoccupante per la nostra regione.

Dal censimento, infatti, è emerso come i calabresi hanno a disposizione non oltre di 227 litri di acqua pro capite. Un fatto causato probabilmente dalle continue perdite idriche comunali – ormai all’ordine del giorno – che, per l’Istat, si attesta al 45,1%. In sostanza, dell’acqua immessa in rete, un volume pari a 346.367 metro cubi, di quella erogata per uso autorizzato è soltanto di 190.324.

Andando ancora più nello specifico, a livello Provinciale, si può vedere come a Catanzaro, a fronte di un volume d’acqua messo in rete di 18.472 metri cubi (pari a 582 litri pro capite), 9.500 metri cubi (299 litri pro capite) vengono erogati per usi autorizzati, registrando una percentuale sui volumi messi in rete del 48,6%. Le perdite idriche vanno da 25 a 39 metri cubi al giorno per chilometri di rete. A Cosenza, dei 14.200 metri cubi di acqua messa in rete, 9.780 vengono erogati per usi autorizzati, con una percentuale del 31,1%. Le perdite idriche si attestano da 40 a 59 metri cubi al giorno. Crotone, insieme a Vibo Valentia, sono le due città calabresi in cui viene erogata meno acqua in rete: a Crotone è pari a 7.234 metri cubi, a Vibo 5.855. A Reggio la percentuale di volumi messi in rete è del 47,6%.

Questa è solo una piccola parte di quello registrato dall’Istat: «A fronte di un volume di acqua immessa nelle reti comunali di distribuzione dell’acqua potabile pari a 8,1 miliardi di metri cubi (373 litri per abitante al giorno) – si legge – a causa delle perdite gli utenti finali dispongono di 4,7 miliardi di metri cubi di acqua erogata per usi autorizzati (215 litri per abitante al giorno), comprendente gli usi sia fatturati sia non fatturati (tra gli altri, fontanili, lavaggio strade, antincendio)».

«I volumi distribuiti si riducono di circa un punto percentuale rispetto al 2018 – si legge ancora –. Le perdite totali in distribuzione (differenza tra volumi immessi ed erogati) sono pari a 3,4 miliardi di metri cubi, il 42,2% dell’acqua immessa in rete, rilevando una situazione pressoché stazionaria a livello nazionale (42,0% nel 2018). Nei distretti idrografici della fascia appenninica centro-meridionale e insulare, nonché nelle regioni del Mezzogiorno, le perdite sono superiori al dato nazionale».

Un altro problema rilevato è la questione dei depuratori: in Calabria, 50 Comuni ne sono sprovvisti, ossia il 5,3 % della popolazione. A livello nazionale, sono 296 i Comuni italiani a non avere un depuratore e, di questi, la maggior parte sono concentrati al Sud, ossia il 68%.

A livello nazionale, l’Istituto ha rilevato come «nel 2020 si stima che circa nove residenti su dieci (88,7%) siano allacciati alla rete fognaria pubblica, indipendentemente dalla disponibilità di impianti di trattamento successivi. Sono 6,7 milioni i residenti non allacciati alla rete fognaria pubblica; di questi 387mila (0,7% della popolazione) risiedono in 40 comuni completamente privi del servizio».

«Gli impianti di depurazione delle acque reflue urbane – si legge – in esercizio nel 2020 sono 18.042 e servono, in maniera completa o parziale, il 96,3% dei comuni italiani. Tali impianti, progettati per trattare potenzialmente 107 milioni di abitanti equivalenti, di tipo civile e industriale, hanno effettivamente trattato nell’anno un carico inquinante di poco superiore a 67 milioni di abitanti equivalenti. Gli impianti con trattamenti secondari e avanzati, pur rappresentando il 43,7% del parco depuratori, trattano più del 94% dei carichi inquinanti confluiti ai depuratori delle acque reflue urbane. Il restante 6% del carico è trattato da vasche Imhoff e impianti di tipo primario».

Per quanto riguarda il servizio fognario, l’Istat ha rilevato come «nove residenti su dieci (88,7%) siano allacciati alla rete fognaria pubblica, indipendentemente dalla disponibilità di impianti di trattamento successivi. Sono 6,7 milioni i residenti non allacciati alla rete fognaria pubblica; di questi 387mila (0,7% della popolazione) risiedono in 40 comuni completamente privi del servizio».

In Calabria, la copertura del servizio pubblico di fognatura è dell’89,9%. A livello provinciale, a Cosenza la copertura è dell’88,1%, a Catanzaro del 92,1%, Reggio 88,4%, Crotone 96,2% e Vibo 91,1%. (rrm)

 

LA CALABRIA LITIGIOSA PER MEDICINA A CS
E NELLE ALTRE REGIONI FIOCCANO FACOLTÀ

di ROSARIO AIELLO – Seguo con grande interesse le polemiche, spesso surreali, sulla futura attivazione presso l’Università della Calabria del Corso di Laurea in Medicina, anche perché da anni il nostro comitato Comunicalmed si batte  per questo obiettivo sia all’interno che all’esterno dell’Ateneo con la raccolta, fra l’altro, di oltre 5000 firme, le delibere di 150 Consigli comunali della Provincia di Cosenza e del Consiglio Provinciale a sostegno del progetto di istituzione del Corso di Laurea in Medicina all’Unical.

Vorrei anzitutto esprimere il mio appezzamento al nostro Rettore, il professore Nicola Leone, per  aver dato seguito a  questa battaglia con pazienza e senza proclami fino al risultato finale che apre nuovi orizzonti per il futuro della nostra Università ed per lo sviluppo della sanità della nostra Regione. Molto lungimirante è risultata, d’altra parte, la scelta di puntare per l’istituzione  del Corso di Laurea Magistrale  in  Medicina e Chirurgia e TD e oggi di avviare lo stesso Corso in autonomia di sede, su due aree di eccellenza della nostra Università, quella medica e quella informatica.

Al tempo stesso è importante sottolineare che nell’Università della Calabria (che, è sempre utile ricordarlo, da sempre occupa posizioni apicali in tutte le classifiche di qualità  delle Università italiane) sono presenti, accanto all’area medica (già censita dalla classifica Censis per l’anno accademico 2015/2016 come prima a livello nazionale) tutte quelle aree che spaziano dall’ingegneria alla biologia, alla scienze umane e che sono indispensabili per lo sviluppo delle attività di ricerca in una moderna ed innovativa Facoltà (uso per brevità la vecchia denominazione “Facoltà”) di Medicina. 

Per quanto attiene alle polemiche provenienti soprattutto dal mondo politico catanzarese (in modo più “accademico” dall’Università Magna Grecia di Catanzaro) sulla istituzione di Medicina presso l’Unical a scapito dell’Università di Catanzaro mi permetto di ricordare che in una Regione forse meno litigiosa della nostra come l’Emilia Romagna, nel raggio di soli quaranta chilometri sono presenti ben cinque Facoltà di Medicina presso le Università di Bologna, Modena. Parma, Ferrara e Cesena.

Cosi come in Puglia son presenti cinque Facoltà di Medicina non lontane fra loro e nelle Regioni Abruzzo e Molise, con una popolazione complessiva  simile a quella della Calabria, quattro Facoltà di Medicina. E d’altra parte è noto che la Calabria è la Regione che in rapporto al numero di abitanti ha il minor numero di Facoltà di Medicina.

La nascita di una nuova Facoltà di Medicina nella nostra Regione non può che contribuire a combattere la ben nota carenza di medici e risollevare i livelli di assistenza che sono purtroppo i più bassi in Italia, mitigando il triste fenomeno della migrazione sanitaria. Tra l’altro i posti previsti  presso la nuova Facoltà di Medicina all’Unical saranno aggiuntivi rispetto ai posti previsti per gli studenti di Medicina presso l’Università Magna Grecia di Catanzaro. 

L’Università della Calabria  d’altra parte ha una tradizione di alto livello per quanto attiene all’area medica. Basti ricordare che nella penultima assegnazione del titolo di Dipartimento di Eccellenza da parte del Ministero il Dipartimento di Farmacia, Scienze della Salute e della Nutrizione dell’Università della Calabria è risultato l’unico Dipartimento di Eccellenza  nell’area medica nell’Italia Meridionale.

Presso l’Università della Calabria è inoltre attivo da oltre quaranta anni il glorioso Centro Sanitario, fondato e guidato per decenni dal Professore Sebastiano Andò, che oltre ad assicurare assistenza in campo medico a personale e studenti dell’Unical, già svolge da anni una intensa attività di ricerca e formazione in campo medico. D’altra parte la creazione di una Scuola medica di alto livello presso l’Università della Calabria è stata sempre l’idea guida del Professore Andò.

Mi fa piacere ricordare a questo proposito che quando, nel lontano 2006, il Professore Andò cambiò il nome del Dipartimento di Farmacia in quello di Farmacia, Scienze della Salute e della Nutrizione, non tutti i nostri Colleghi notarono che la denominazione Scienze della Salute era il nome dei Dipartimenti di Medicina nelle Università italiane. 

Al Professore Andò, come Direttore del Dipartimento di Farmacia, Scienze della Salute e della Nutrizione, si deve anche l’attivazione nell’anno accademico 2018-2019 del Corso interateneo in Assistenza Sanitaria, primo atto di “disgelo” tra i due Atenei di Arcavacata e di Germaneto, “atto prodromico” a cui fa riferimento la stessa  premessa della convenzione attuativa stipulata tra i sue Atenei per l’avvio del summenzionato Corso interateneo in Medicina e Chirurgia e TD.

Per quanto attiene infine alla tanto dibattuta localizzazione del futuro ospedale l’istituzione  della Facoltà di Medicina presso l’Università della Calabria non può che rappresentare, a mio parere, una spinta decisiva per un suo posizionamento nell’area dell’Università della Calabria al fine di realizzare quella che è considerata la condizione ottimale di un Policlinico contiguo al plesso universitario. (ra)

[Il prof. Rosario Aiello è già Rettore Unical]

CALDEROLI HA PERSO LA SUA BATTAGLIA
MA ATTENTI ALLE INSIDIE DELL’AUTONOMIA

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – «Non ho mai inteso dividere il Paese, né favorire Regioni che già viaggiano a velocità diversa rispetto alle aree più deboli dell’Italia, il mio auspicio è che tutti aumentino la velocità: il Nord che con l’autonomia può accelerare e un Sud che finalmente si avvicini alla velocità del Nord. In questo modo cresce tutto il Paese».  Queste ultime dichiarazioni di Calderoli ovviamente non possono che essere condivise. E come dire che vogliamo bene alla mamma, o che auspichiamo la pace nel mondo. Chi non è d’accordo che il Sud si avvicini alla velocità del Nord? E chi non è d’accordo sull’affermazione che in tal  modo cresce tutto il Paese?

È la prima parte che è contestabile, quella in cui dice che non non ha mai inteso dividere il il Paese. Magari non è stata la Sua intenzione, ma il  decreto sull’autonomia differenziata, poi retrocesso a bozza, ma ripresentato più o meno uguale al Governo non va nella direzione auspicata.

Non è vero che  non favorisce le Regioni che già viaggiano a velocità diversa rispetto alle aree più deboli dell’Italia. Perché statuisce che le risorse vengano distribuite in base alla spesa storica, il che vuol dire che, a parità di popolazione tra Reggio Emilia e Reggio Calabria, anzi con Reggio Calabria un po’ più popolata, rimarrà la differenza, per cui alla prima verranno date risorse per gestire 60 asili nido e alla seconda per gestirne tre.

In realtà Calderoli la sua battaglia l’ha già persa, perché un’operazione come quella che voleva attuare era possibile solo se fosse stata fatta velocissimamente e nel silenzio dei media, bypassando il Parlamento.

Per fortuna l’operazione di stoppaggio è riuscita grazie alla grande mobilitazione di molti intellettuali meridionali, del Quotidiano del Sud, di alcuni attenti giornalisti, che hanno aperto gli occhi a Presidenti di Regioni e a Sindaci, facendo capire quale posta é in gioco con l’autonomia differenziata.

Non ha potuto ripetere l’operazione  del federalismo fiscale del 2009, quando si decise di attribuire le risorse  per sanità, scuola e trasporto pubblico locale in base alla spesa storica. Quella volta non vi fu la mobilitazione di adesso e, grazie anche al contributo “scellerato” del PD, si cominciò quel viaggio che ci ha portato a una perdita per il Sud di 60 miliardi l’anno.

Anzi come disse all’audizione in Commissione Finanze l’allora ministro per gli affari regionali Francesco Boccia erano allora 61,2 miliardi.

L’insistenza di Veneto e Lombardia, ma anche di Emilia-Romagna con l’aggiunta recente della Toscana, per l’autonomia differenziata è dovuta ad un motivo di sopravvivenza.

Finora l’attribuzione delle risorse sulla base della spesa storica è stata assolutamente anticostituzionale, e come affermava recentemente il direttore del Quotidiano del Sud / L’Altravoce dell’Italia Roberto Napoletano in un suo editoriale: «Si ritiene di poter fare strame dei diritti di cittadinanza  di 20 milioni di persone nonostante i solenni, ripetuti richiami del capo dello Stato, Sergio Mattarella».

Ma da quando la situazione è diventata più chiara la partita è diventata pericolosa per il Nord, perché il rischio di avvicinarsi all’idea di attuare una spesa pro capite analoga per tutte le parti del Paese, così come prescrive la Costituzione, metterebbe in crisi le realtà settentrionali che hanno un welfare, una scuola, una sanità, una infrastrutturazione, basata sulla spesa storica.

La diminuzione di risorse per consentire uguali diritti di cittadinanza anche al Sud, in costanza di crescita con incrementi di zero virgola qualcosa porterebbe ad un rivolgimento difficilmente gestibile.

Perché puoi anche non dare alcuni servizi, sperando che non vi siano particolari rimostranze visto la che la gente è abituata a non averli, ma è complessissimo togliere a chi è stato abituato ad avere servizi sociali di buon livello senza sconvolgimenti popolari.

Per questo fare a meno  delle autonomie differenziate, che tengano le risorse prodotte da ciascuna realtà senza conferirne parte per le esigenze dello Stato nazionale, diventa estremamente complicato. Probabilmente l’autonomia così come è stata concepita, malgrado la forza e la determinazione di Calderoli,  non passerà perché prima si vorrà la determinazione dei Lep.

Ma fatta la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni, che dovrebbero essere in realtà i livelli uniformi, passare alla seconda fase cioè quella dell’attuazione di essi non sarà semplice e richiederà una massa di risorse che il nostro Paese non ha disposizione.  

Ed allora quello che accadrà e che resteremo nell’incostituzionalità dei diversi diritti di cittadinanza. Quindi non passerà la legge sulle autonomie differenziate, magari saranno individuati i Lep, ma pensare che possano essere in tempi brevi attuati è cosa estremamente complicata, perché presuppone risorse che non sono disponibili.

Soprattutto per la spesa corrente, perché è possibile anche che con il Pnrr alcune infrastrutture relative alla scuola, alla sanità, alle strade autostrade, alle  ferrovie possano essere anche fatte,  ma che poi si abbiano risorse sufficienti per poter far andare avanti la macchina è cosa tutta da vedere.

Per questo il nostro Paese non può che puntare ad una crescita sostenuta del suo Pil, cosa che potrà ottenersi soltanto mettendo a regime il Mezzogiorno, attraendo investimenti dall’esterno dell’area, puntando alla piattaforma logistica naturale finora trascurata, avendo un piano per uno sviluppo turistico che faccia i conti con numeri consistenti.

In realtà quello che serve è che il Paese si concentri finalmente su questa parte, che abbia programmi, obiettivi, controlli dell’attuazione di questi, verifiche in itinere.

Cioè un progetto vero che venga tenuto in considerazione ogni qualvolta si prenda una decisione importante, evitando di andare in controtendenza rispetto ad un obiettivo come è accaduto con la Intel a Verona.

Se invece quando si tratta di raggiungere obiettivi strutturali,  come nel caso degli asili nido messi a bando, o quando si tratta di gestire leggi pur con obiettivi importanti,  come le Zes, si lascia che si trasformino in strumenti per raccogliere consenso per una politica estrattiva, allora è evidente che tutto rimarrà come è stato per decenni, e magari si darà la responsabilità del fallimento alle norme, che saranno cambiate con altre, ma che in realtà non sono state mai applicate. Ricominciando il rito da zero che porta all’eterno fallimento.

(pmb)

SENZA CURA LE FIUMARE DELLA CALABRIA
SERIO ALLARME RISCHIO IDROGEOLOGICO

di EMILIO ERRIGO – Il territorio montano, collinare, della pianura e costiero della Calabria è considerato vulnerabile dal pericolo alluvioni e inondazioni invernali.

Stante all’ultimo Rapporto redatto dall’Ispra, la Calabria è indicata quale Regione d’Italia a più alto rischio alluvioni, pari al 17,1 % su un area di 2604,9 Kmq, riferita a un totale di Kmq 15222.

Le repentine variazioni climatiche durante la stagione invernale e le naturali improvvise avverse condizioni meteorologiche, possono originare la caduta di piogge insistenti in grande, straordinaria ed eccezionale quantità di millimetri di acqua causando enormi difficoltà.
La preventiva messa in sicurezza degli argini, la bonifica dei greti e manutenzione periodica dei letti ghiaiosi o sabbiosi, delle centinaia di Fiumare presenti nella Regione Calabria, non sono atti amministrativi discrezionali, come se si trattasse di un optional lasciato alla libera scelta Autorità regionali e organi tecnico-amministrativi competenti.

Le tante tragedie umane e i tanti disastri ambientali, che storicamente si sono verificate e registrate in Calabria e non solo, hanno portato morti e distruzioni, nelle aree golenali e in molti Comuni litoranei e montanti, confinanti con le Fiumare che sfociano nel Mare Tirreno e nelle acque dello Jonio, delle Regioni costiere più meridionali d’Italia, avrebbero dovuto fatto comprendere a tutti politici, amministratori e cittadini, la vera natura ed entità della minaccia incombente sulle popolazioni che abitano e lavorano in quei territori calabresi.

Le più devastanti e disastrose alluvioni e inondazioni del 1951- 1953 e le successive tragedie, alluvioni, inondazioni e disastri ambientali, verificatesi in Calabria e in altre regioni d’Italia, sono date e vittime da ricordare, commemorare e non certo da dimenticare. La costante vigilanza lungo tutto il percorso naturale delle bellissime, affascinanti, percorribili, esplorabili e godibili paesaggisticamente durante le altre tre stagioni estive per la Calabria, possono rivelarsi pericolose d’inverno.

Le Fiumare notoriamente originano dalle montagne della Sila, Pollino, Aspromonte e Serre, gli Appennini Calabresi, arrivando fino al mare della Calabria, una meraviglia della natura percorrerle a piedi quando sono a secco e asciutte d’estate e pericolose a volte d’inverno. Sono tantissimi i turisti provenienti da ogni parte del mondo, che praticano il trekking nelle Fiumare della Calabria e ne sono molto entusiasti.

Le costanti ispezioni tecnico-idrauliche, la bonifica e manutenzione periodica, credo che devono essere supportate da un adeguato impegno economico-finanziario programmatico pluriennale, da inserire in ogni legge di bilancio ed eventuali successivi decreti correttivi integrativi delle necessarie risorse finanziarie.

Non sono sicuramente da considerare atti di buona amministrazione, non avere cura o assicurare le preventive manutenzioni alle Fiumare, così come al territorio tutto della Calabria.

Oggi le nuove tecnologie da impiegare, sensori, visori diurni e notturni, per il monitoraggio e osservazione aerea (droni), se ben teleguidate da persone specializzate negli Istituti Its e le immagini decodificate e decifrate da professionisti Ingegneri Idraulici, Forestali e Architetti del Paesaggio competenti, riducono molto il rischio dei continui dissesti idrogeologici e i tempi tecnici, consentendo di intervenire tempestivamente prima che sia troppo tardi, lì dove i pericoli, le necessità e urgenze, lo richiedono necessario e immediato.

La manutenzione delle Fiumare e Torrenti è importantissima, con particolare riguardo a quelle che si immettono nel Mar Tirreno, Stretto di Messina e Mare Jonio, a partire dalle Fiumare Allaro, Catona, Gallico, del Torrente Annunziata, Calopinace, Sant’Agata, Menga, Armo, Valanidi I e II, Fiumarella, quelle di San Leo, Pellaro e Amendolea.

Basti ricordare la più recente che ha coperto di acqua e fango, il Borgo della Marina di Scilla Chianalea, la piccola Venezia, le tanto disastrose alluvioni di San Gregorio di Reggio, Africo, Caulonia, Bivongi, Badolato e tante altre causarono centinaia di morti e dispersi. Solo nell’abitato della frazione di San Gregorio oltre 14 morti, decine di dispersi, tantissimi feriti gravi con invalidità permanenti e distruzioni di case.

Peraltro ho rischiato seriamente di non essere ne concepito e nato nel 1957, perché nell’alluvione del 1953, che interessò l’abitato di San Gregorio, mio padre, mia madre, mio fratello maggiore Ettore di soli 10 anni, mia sorella Santina di 8, Antonino di 4 e Domenico di appena 1 anno, rischiarono di essere tutti travolti dalle acque impetuose come un fiume in piena esondate dalla Fiumara del Valanidi.

La loro salvezza fu grazie a un grosso tronco di vite di uva bianca, piantata davanti casa nostra quale pergola, per riparare dal sole la piccola antistante veranda, che giungeva fin quasi al tetto della loro casa fatto di tegole tradizionali, che consentì a mio padre e mia madre di riuscire con inenarrabili momenti di terrore di mettere in salvo prima tutti i 4 figli e poi in ultimo loro oramai sfiniti ma tutti felicemente salvi sul tetto della propria casa, allora situata sulla Via SS 106, proprio davanti la Chiesa di San Gregorio di Reggio Calabria.

Intervenire come si dice, “prima di subito”, a favore delle tante Fiumare della Calabria, non solo si deve ritenere un atto amministrativo necessario e urgente, ma consentirà di contenere l’impiego di ingentissime risorse umane e finanziarie, al verificarsi delle prevedibili future reiterate alluvioni, inondazioni, evitando, prevedendo e prevenendo, ogni rischio di disastri con evitabili perdite di altre vite umane in Calabria. (ee)

[Emilio Errigo è nato a Reggio Calabria, Docente universitario di Diritto Internazionale e del Mare, e di Management delle Attività Portuali, Consigliere Giuridico nelle Forze Armate] 

(La fotografia di copertina è di Carmine Verduci)

SINDROME DI CALIMERO PER CATANZARO?
È LA CULTURA IL FUTURO DEL CAPOLUOGO

di MIMMO NUNNARI – C’è voluto lo spirito e l’intelligenza di Enzo Colacino, il regista e attore comico catanzarese lodatissimo interprete del Giangurgolo (“la maschera che dona il sorriso”) nei teatri di tutt’Italia, per sussurrare che Catanzaro ha bisogno “di essere amata, accarezzata, con la dolcezza negli occhi e l’amore nello sguardo”.

È questo il messaggio partito dalla Terrazza del San Giovanni durante le festività natalizie per la città capoluogo di regione caduta ultimamente in una specie di “sindrome di Calimero”, che consiste – come si sa – nella strana e assurda sensazione di essere incompresi da tutti, o di essere sfortunati in tutto. A un livello più profondo dietro a questo lamento-vittimismo che in verità prevale più in parte della classe dirigente e intellettuale catanzarese, anziché della popolazione, magari invece  delusa per altri motivi, si nascondono le insicurezze e la mancanza di fiducia di chi il futuro della antica città dei tre colli sarebbe chiamato a immaginarlo e disegnarlo, trovando con visioni ampie e nuove un modo diverso di guardare la realtà, che non può essere recintata – schiacciata – dentro le mura della città.

Personalmente, avendo radici a Reggio e avendo conosciuto bene per ragioni professionali le città di Catanzaro e Cosenza, ho sempre avuto l’impressione per esperienza diretta che la dimensione umana-caratteriale catanzarese sia una sua preziosa caratteristica.  La città la cui immagine è quella “magistralmente colta della cultura romantica” (cit. Rubino e Teti del volume Catanzaro) possiede un suo colore particolare: un’anima pulsante, generosa e accogliente. 

A Catanzaro, a cominciare dal giugno 1973, è avvenuta la mia maturazione professionale e umana. In quegli anni, ho incontrato una città che dal punto di vista paesaggistico può deludere o risultare gradita, secondo da come la si guardi o secondo le sensibilità di ciascuno ma che una volta superato il giudizio sulle valenze paesaggistiche è una città che va accettata e amata perché aperta, civile, ricca di umanità. Lavorando per alcuni anni nella redazione di Gazzetta del Sud, insieme al compianto collega Saro Ocera, impareggiabile cronista, ho vissuto nella Catanzaro che a quell’epoca contava e aveva contezza delle sue potenzialità. 

In politica c’erano leader ascoltati e stimati, anche a livello nazionale: Ernesto Pucci, Elio Tiriolo, Franco Bova (Dc), Mario Casalinuovo (Psi), giurista di fama, in quel momento presidente del Consiglio regionale, Aldo Ferrara, eletto presidente della Giunta regionale dopo la morte del primo presidente Antonio Guarasci. C’erano rappresentanze sindacali incarnate da appassionati leader: Anton Giulio Galati (Cisl), Quirino Ledda (Cgil) e Pasquale Poerio militante comunista diviso tra politica (è stato senatore) e movimento dei lavoratori e c’erano movimenti culturali e associazioni teatrali che animavano la vita sociale della città, seguiti a distanza da Mario Foglietti che lavorava a Roma nel cinema e in Rai. 

Il presidente del Tribunale Salvatore Blasco, figura di riferimento nel sociale e nella cultura, lavorava alla nascita del Consorzio Universitario che avrebbe dato vita alla Libera Facoltà di Giurisprudenza e a tutto il resto che poi è venuto. Quella Catanzaro “da vivere” mi è rimasta nel cuore e quando capita di incontrare qualcuno dei vecchi amici che magari non vedo da trent’anni, riprendiamo i discorsi di un tempo come se ci fossimo lasciati il giorno prima. Di quella Catanzaro, se dovessi fare un appunto, ricorderei soltanto l’abbattimento di Palazzo Serravalle: un’operazione urbanistica sbagliata, che cancellò dalla storia architettonica della città un patrimonio artistico di un certo rilievo. Ci opponemmo, come giornale, a quello scempio, facendo anche leva sulle numerose e autorevoli opposizioni, ma fu inutile. Oggi i problemi di Catanzaro sono altri e sono nascosti come la polvere sotto il tappeto.

Sarebbe “imbarazzante difendere” ha scritto l’amico dei vecchi tempi Marcello Furriolo nella sua garbatissima replica al mio intervento dal titolo “perché sì alla seconda facoltà di Medicina in Calabria” a cui lui ha opposto il suo argomentato “perché no”. Marcello, che è stato politico di primo piano e per tre volte sindaco di Catanzaro e che è uomo coltissimo, ha scritto: “La città di Catanzaro in questi ultimi trent’anni è precipitata nel limbo del declino politico e sociale, toccando l’ultima posizione fra le città capoluogo di regione”.

Sarebbero dunque altre le priorità della città capoluogo, che sembra si stia invece cucendo addosso l’immagine di città lagnosa, quasi rancorosa, come può essere apparsa con le veementi prese di posizione in relazione alla nascita della facoltà di Medicina all’Unical di Cosenza. Non è questa la Catanzaro che abbiamo conosciuto e che oggi soffre di mancanza di leadership. Appare città fuori dal tempo quando reclama il trasferimento della sede del Consiglio regionale da Reggio, tentativo pericoloso di riaprire la pagina dolorosa di una storia triste, che ha lasciato ferite aperte, ancora non del tutto rimarginate. Una pietra, sopra quella vicenda, che ancora pesa e molto sulle spalle della Calabria tutta, era stata messa nel lontano luglio 1997, con la visita dell’allora sindaco di Reggio Italo Falcomatà a Sergio Abramo, sindaco di Catanzaro.

A palazzo de Nobili i due sindaci sancirono emblematicamente la fine dell’assurda contrapposizione tra due città che avevano bisogno di fare rete più che essere rivali, che erano, entrambe, vittime di uno Stato storicamente incapace di governare in Calabria. Serve, a Catanzaro – torniamo alla questione della facoltà di medicina – opporsi, con argomentazioni un po’ grossolane, a un progetto che arricchisce il territorio regionale tra l’altro in un settore [la sanità] che sarà vitale per il domani di tutti? Serve, riaccendere periodicamente il fuoco della polemica sulla sede del Consiglio regionale? Sede, stabilita in uno Statuto approvato durante la presidenza di uno dei figli più autorevoli di Catanzaro come Mario Casalinuovo?  L’impressione che si ricava è che chi guida le “lamentele”, termine sinonimo delle “lagnusie” sciasciane, lotta non per il progresso di Catanzaro, ma perché la città non retroceda, non perda qualcosa che ha, mentre dovrebbe impegnarsi perché assuma definitivamente il ruolo guida che le compete per rilanciare e riscattare tutta la Calabria.

È sintomatico che l’invito a rimboccarsi le maniche e guardare al futuro di Catanzaro venga dalla cultura, più che dalla politica. La rassegna “A farla amare comincia tu” diretta artisticamente da Antonio Pascuzzo che ha avuto il suo clou col concerto di Vinicio Capossella nel solenne scenario della Basilica dell’Immacolata è il titolo di un “manifesto” per il domani, una filosofia esattamente contraria al campanilismo “intellettuale” senza senso che significa attaccamento esagerato e inutile al campanile della propria città. Purtroppo, questa malattia – il campanilismo – attraversa tutta la Calabria, regione che si distingue per la sua antica frammentazione territoriale. Non è amore per la propria città il veto alla facoltà di medicina ma è piuttosto ostilità preconcetta verso altre città o paesi, verso tutto ciò che  appare diverso. Non è un atteggiamento maturo il campanilismo, non è attaccamento alle tradizioni e alle storie diverse che, se messe insieme, rappresentano una ricchezza, non una debolezza.

L’attaccamento devoto per il proprio campanile e per tutto ciò che è a esso collegato, nel mondo ormai globale, viene interpretato come un esasperato provincialismo, un attaccamento al proprio pezzo di terra, con caratteristiche rionali Di tutto ha bisogno la Calabria, meno che riaccendere la fiammella del municipalismo e del campanile. Questa regione ha davanti a sé un’occasione storica: il fondo europeo per la ricostruzione, che rappresenta l’occasione per riagganciare la Calabria al resto del paese:  necessità imprescindibile sul piano geopolitico per ridisegnare il futuro. 

Catanzaro, Cosenza, Crotone, Reggio e Vibo tutte insieme agli altri 399 comuni debbono scegliere tra guerre assurde e pace capace di trasformare la Calabria da terra ultima a terra protagonista dell’Italia proiettata nel Mediterraneo. (mnu)

I RAGAZZI CALABRESI AMANO PIÙ IL LICEO
NEGLI ISTITUTI PROFESSIONALI SOLO IL 20%

di GUIDO LEONE – Il timer  per le iscrizioni al prossimo anno scolastico 2023/2024 scatterà alle ore 8 di oggi, lunedì 9 gennaio e si concluderà alle 20 di lunedì 30 gennaio 2023. 

Le famiglie  avranno quasi un mese di tempo per scegliere la scuola dei propri figli inoltrando la domanda per tutte le classi prime della scuola primaria, secondaria di primo e secondo grado statale.

Ogni anno uno studente su cinque sbaglia la scelta delle superiori. E si perde per strada. O abbandona i banchi anzitempo oppure arriva alla maturità senza le competenze minime. A confermarlo sono i dati dei rapporti Invalsi sulle competenze acquisite dagli studenti e sulla  dispersione scolastica, che ritornano d’attualità nel momento in cui le famiglie sono chiamate a scegliere la scuola dei propri figli. 

L’appuntamento perciò si annuncia cruciale soprattutto per i ragazzi che nel 2023/24 andranno in prima superiore. 

Quale sistema formativo scegliere? Quello liceale, tecnico o professionale? E poi quale  indirizzo scegliere? È, insomma ,un momento delicato per gli studenti e  le famiglie che spesso viene vissuto con grande incertezza.

Ad influire su una decisione così importante possono intervenire diversi fattori. Le proprie predisposizioni e attitudini, ad esempio, gli interessi; ma anche la presenza  di istituti con un determinato indirizzo disciplinare nel proprio territorio di residenza e la possibilità di spostarsi più o meno autonomamente.

A questi si aggiungono le aspettative dei genitori, le scelte degli amici. E tutto si complica se si pensa che una decisione così delicata deve essere presa  dai ragazzi proprio nell’età in cui è molto difficile avere le idee chiare sul proprio futuro.

È richiesta, perciò, ai genitori la capacità di lettura della varietà dell’offerta formativa e delle prospettive occupazionali. Ma a loro è richiesto anche uno “sguardo” profondo e oggettivo sulle attitudini e capacità dei figli e sui punti di forza che li caratterizzano in termini di apprendimento e interessi. 

Questo momento cruciale di scelta richiede ai genitori attenzione alle informazioni e la capacità di farsi guidare da dati oggettivi e non da pregiudizi e mode passeggere. L’obiettivo è, infatti, quello della piena realizzazione personale e professionale dei propri figli che si persegue attraverso la scelta dei percorsi che permettono loro di esplicare al meglio le proprie capacità e potenzialità, generando senso di autostima.

Saranno via web anche le iscrizioni ai percorsi di istruzione e formazione professionale erogati in regime di sussidiarietà degli istituti professionali e dei centri di formazione professionale accreditati dalle Regioni che, su base volontaria, aderiscono alla procedura telematica. Laddove resta volontaria l’adesione degli istituti paritari. Nessuna novità anche stavolta per l’infanzia: qui l’istanza resta cartacea. Per tutti gli studenti delle classi intermedie il passaggio alla classe successiva avviene d’ufficio a cura della scuola.

Quali le modalità

Per procedere all’iscrizione sarà necessario avere un’identità digitale: si potrà accedere al sistema utilizzando le credenziali Spid, Cie o eIdeas (electronic IDentification authentication and signature). La funzione per l’abilitazione è già  disponibile  dal 19 dicembre scorso. 

Per accompagnare genitori e studenti nella loro scelta, il Ministero ha ulteriormente rinnovato il Portale ‘Scuola in chiaro’ che raccoglie i profili di tutte le scuole italiane con informazioni utili che vanno dalla organizzazione del curricolo, all’organizzazione oraria, agli esiti degli studenti e ai risultati a distanza e consente, altresì, la ricerca rapida degli istituti di zona in base al proprio indirizzo di residenza.

Sempre su ‘Scuola in chiaro’ è possibile consultare il Piano triennale dell’offerta formativa (Ptof) che ciascun istituto dovrà aggiornare  e  pubblicare. Contiene informazioni preziose per la scelta delle famiglie. Il Piano è il documento costitutivo dell’identità culturale e progettuale delle istituzioni scolastiche e contiene la progettazione curriculare, extracurricolare,educativa ed organizzativa che le singole scuole adottano nell’ambito della loro autonomia.

Le novità

Due le novità rispetto allo scorso anno. La prima è che alla primaria dal prossimo anno l’educazione motoria sarà introdotta in quarta con due ore in più a settimana. Questo incremento orario non riguarderà il temo pieno, poiché le ore di educazione motoria rientrano nelle 40 ore settimanali.

La seconda novità riguarda l’attivazione da parte delle scuole di percorsi ordinamentali a indirizzo musicale che però dovrà essere autorizzata dall’Usr con relativa assegnazione dell’organico. All’atto dell’iscrizione si potrà esprimere l’opzione per tale percorso, ma l’accoglimento verrà comunicato successivamente.

Iscrizioni alle Scuole dell’Infanzia

Potranno essere iscritti i bambini che compiono i tre anni entro il 30 aprile 2024.

Sarà possibile scegliere tra tempo normale (40 ore settimanali), ridotto (25 ore) o esteso fino a 50 ore. In base alle norme concordatarie tra Stato italiano e Santa Sede, nella scuola è prevista la possibilità di avvalersi della religione cattolica.

Iscrizioni Scuola Primaria

Sarà possibile iscrivere alle classi prime della scuola primaria i bambini che compiono 6 anni di età entro il 30 aprile 2024. In subordine rispetto all’istituto scolastico che costituisce la prima scelta, si potranno indicare, all’atto dell’iscrizione, fino ad un massimo di altri due istituti.

All’atto dell’iscrizione, le famiglie esprimeranno le proprie opzioni rispetto alle possibili articolazioni dell’orario settimanale che può corrispondere a 24 ore, 27 ore (elevabili fino a 30) o 40ore (tempo pieno).

Iscrizioni Secondaria di I Grado

Nella scuola secondaria di primo grado, al momento dell’iscrizione, le famiglie esprimeranno la propria opzione rispetto all’orario settimanale, che può essere articolato su 30 ore oppure su 36 ore, elevabili fino a 40 ore (tempo prolungato). In subordine rispetto all’istituto scolastico che costituisce la prima scelta, si potranno indicare, all’atto di iscrizione, fino a un massimo di altri due istituti.

Iscrizioni Secondaria di II Grado

Nella scuola secondaria di secondo grado, le famiglie effettueranno anche la scelta dell’indirizzo di studio, indicando l’eventuale opzione rispetto ai diversi indirizzi attivati dalla scuola. In subordine rispetto all’istituto scolastico che costituisce la prima scelta, si potranno indicare fino ad un massimo di altri due istituti.

Le opzioni per la Scuola Superiore

Non c’è dubbio che l’ansia però colpisce di più i genitori dei ragazzi che dovranno iscriversi alla scuola superiore. 

Dopo la riforma Gelmini, come si sa, gli indirizzi delle superiori si sono notevolmente snelliti. Sei indirizzi per chi sceglie il Liceo: Classico, Scientifico (con l’opzione scienze applicate e anche la sezione ad indirizzo sportivo), Linguistico, delle Scienze Umane (con l’opzione Economico sociale), Artistico (con sei opzioni) e Coreutico  e musicale.

Gli studenti che scelgono la formazione tecnica possono optare tra due indirizzi di studio: Istituto tecnico economico (suddiviso a sua volta in due indirizzi) e Istituto tecnico tecnologico, suddiviso in nove indirizzi.

Per la scuola professionale si può optare tra 11 indirizzi. Per quanto riguarda i licei musicali e coreutici l’iscrizione avviene solo con il superamento di una prova attitudinale. Quindi si consiglia ai genitori di capire cosa vuole fare il figlio e avere ben chiara la distinzione fra istituto tecnico, professionale e liceo.  (gl)