SUD, IL CATALOGO DELLE BUONE INTENZIONi
DAL 2018 al 2022, BEN TRE MINISTRI, MA…

di ERCOLE INCALZA – Volendo essere obiettivi penso sia opportuno ricordare che dal 2018 al 2022, cioè in oltre quattro anni si sono alternati, nel Dicastero del Sud e della Coesione Territoriale, la ex ministra Barbara Lezzi, l’ex ministro Giuseppe Provenzano e la ex ministra Mara Carfagna e ritengo utile ricordare cosa siano riusciti a fare durante il limitato tempo in cui hanno ricoperto tale incarico.
Ho cercato quasi in modo capillare ed esaustivo di leggere gli atti e le scelte adottate da questi tre titolari del Dicastero; in particolare ho cercato di verificare il loro impegno a sollecitare il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e gli Enti locali (Regioni e Comuni) a cantierare le opere, a sollecitare il Ministero dell’Economia e delle Finanze ad assegnare e a garantire la disponibilità di risorse inserite nelle varie Leggi di spesa, a cercare di far spendere le risorse contenute nei Piani Operativi Nazionali (Pon) e nei Piani Operativi Regionali (Por) supportati dal Fondo di Sviluppo e Coesione 2014 – 2020 (riporto sempre il solito dato: dal 2014 al 2020 si sono spesi forse solo 6 miliardi sui 54 miliardi assegnati), ebbene effettuando questa analisi inizialmente ho avuto un dubbio: forse per motivi di riservatezza i vari Ministri avevano ritenuto opportuno secretare tutto il loro operato.
Ho trovato, infatti, una ricchezza di interviste, una ricchezza di annunci, di convegni e di atti programmatici. Tutti questi atti, tutti questi “racconti” avevano un comune denominatore, o meglio, una serie di comuni denominatori che riporto di seguito e che ho avuto modo di conservare in un apposito dossier che ho definito; “come far crescere il Mezzogiorno solo con le buone intenzioni”. I comuni denominatori invocavano sempre i seguenti impegni:
Dobbiamo assegnare la Sud non il 30% delle risorse che lo Stato destina agli investimenti ma dobbiamo garantire almeno il 40% e se necessario il 50% e forse anche il 60%. (attualmente siamo appena al 14%); Dobbiamo portare al Sud le infrastrutture relative all’alta velocità ferroviaria (le uniche avviate parzialmente sono quelle della Legge Obiettivo: l’asse Napoli – Bari e Catania – Messina); Dobbiamo completare gli assi viari Palermo – Agrigento – Caltanissetta e realizzare l’autostrada Ragusa – Catania (tutte opere della Legge Obiettivo ferme da quattro anni); Dobbiamo affrontare e risolvere le criticità presenti nel Mezzogiorno legate ai Livelli Essenziali delle Prestazioni; Dobbiamo affrontare e risolvere le emergenze legate al centro siderurgico di Taranto e all’area industriale di Termini Imerese.
Sono tutti rimasti solo tanti “dobbiamo”; mai queste volontà, mai queste buone intenzioni sono diventate atti concreti e compiuti.
Addirittura, mentre la ex ministra Carfagna e l’ex ministro Provenzano avevano solo rincorso convegni e atti programmatici mai attuati, senza però creare danni, la ex  ministra Lezzi ha, nella sua esperienza prima politica e poi di Ministro, quanto meno due gravi responsabilità: aver bloccato l’avanzamento della realizzazione della Trans Adriatic Pipeline (TAP) e aver proposto ed ottenuto l’azzeramento dello scudo penale per i nuovi gestori dell’impianto siderurgico di Taranto dando vita ad un grave contenzioso con il gestore Arcelor Mittal, un contezioso che ha praticamente dato origine a quella che più volte ho definito una “gravissima bomba sociale”.
Invece proprio in questi giorni il nuovo Governo ha, quanto meno, dato segnali di attenzione concreta alle emergenze del Mezzogiorno e lo ha fatto o ricorrendo a strumenti normativi attraverso proprio la Legge di Stabilità o accettando subito un confronto sul tema legato ai Livelli Essenziali delle Prestazioni (Lep); un confronto che il ministro per gli Affari Regionali Roberto Calderoli ha ritenuto di avviare subito ritenendolo propedeutico e, addirittura, vincolante la possibile proposta di “autonomia differenziata regionale”.
Sulla Legge di Stabilità sono infatti comparsi dei provvedimenti, quindi non più buone intenzioni, che ho già riportato in una mia nota di pochi giorni fa che penso testimonino un convinto e misurabile approccio nuovo alle criticità del Sud, almeno per il comparto delle infrastrutture; mi riferisco in particolare alla: Istituzione del Fondo per le Infrastrutture ad Alto Rischio (Ifar). In realtà con tale norma prende corpo non solo un atto pianificatorio delle infrastrutture ma, addirittura, un Piano organico dei servizi. Inserimento del collegamento stabile stradale e ferroviario tra la Sicilia e il continente ed opere connesse. Nel Disegno di Legge di Stabilità si ribadisce che trattasi di un’opera prioritaria e di preminente interesse nazionale ai sensi dell’articolo 4 della Legge 17.12.1971 n.1150, e ai fini della dichiarazione di pubblica utilità dell’opera sono reiterati, ad ogni fine ed effetto di Legge, i vincoli già imposti con l’approvazione del progetto preliminare dell’opera e successivamente prorogati”.

È davvero chiaro ed incontrovertibile la rilevanza strategica dell’opera anche a scala comunitaria. Realizzazione dei lotti funzionali del nuovo asse viario Sibari – Catanzaro della Strada Statale 106 Jonica. Dopo anni (dal 2014) di completa assenza dei vari Governo che si sono succeduti finalmente viene assegnato un cospicuo importo (3 miliardi di euro) per la realizzazione di un lotto chiave dell’intero tracciato; un tracciato che purtroppo oggi è tra i primi posti nella classifica degli incidenti stradali (nel 2021 16 morti); un tracciato che rende accessibile la fascia jonica della Calabria ricca di attrazioni turistiche e di attività commerciali determinanti per la crescita della intera Regione.
Senza dubbio una grande occasione per misurare un sostanziale cambiamento del Governo nei confronti del Sud sarà non solo quanto inserito nel Disegno di Legge di Stabilità ma quanto il Ministro Calderoli, come detto prima, proporrà per costruire davvero delle condizioni che portino in un arco temporale non lungo verso un assetto omogeneo tra Sud e resto del Paese. Lo so non è facile superare delle condizioni che da sempre caratterizzano le distanze socio economiche del Mezzogiorno dal resto del Paese.

È inutile ricordare che i cittadini del Sud hanno un reddito pro capite pari a 17.400 euro e quelli del Centro Nord hanno un reddito pro capite di 36.000 euro ed è inutile precisare le motivazioni che mantengono 7 Regioni del Paese, nel rispetto del Regolamento Ue, all’interno dell’Obiettivo 1; cioè le sette Regioni Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Molise, Sicilia e Sardegna hanno un Pil pro capite inferiore al 75% della media comunitaria. Ricordo che fino al 2006 era rimasta in Obiettivo 1 solo la Regione Calabria. Pertanto spero che il Ministro Calderoli, nella proposta sui Livelli Essenziali delle Prestazioni (Lep), non persegua un livello standard minimo ma, come ho segnalato pochi giorni fa, costruisca le condizioni perché possano essere omogenei a quelli del resto del Paese.

Per questo insisto utilizziamo le risorse del Fondo di Sviluppo e Coesione 2021 – 2027 per interventi che non hanno bisogno di essere programmati quali a titolo di esempio: Acquisto materiale rotabile per supporto offerta di trasporto pendolare; Acquisto materiale rotabile per supporto offerta di trasporto reti metropolitane; Acquisto autobus per supporto offerta di trasporto pubblico locale; Acquisto materiale per supporto attività scolastiche ed universitarie; Acquisto materiale per supporto attività sanitarie; Assegnazione risorse per riqualificazione aree urbane (verde, servizi raccolta rifiuti, riassetto funzionale dei servizi tra le città e gli impianti aeroportuali, ecc.)
Sono solo acquisti che non comportano tempi lunghi per la progettazione e l’ottenimento delle relative autorizzazioni e producono:  un immediato aumento del Pil; un incremento dei livelli occupazionali, un consistente abbattimento delle distanze attuali relative ai Lep,
e, anche se in modo non rilevante, un primo segnale di crescita dei redditi pro capite.
Se tutto questo caratterizzerà i primi cento giorni della nuova Legislatura allora vorrà dire che la politica degli annunci e delle buone intenzioni è solo un triste ricordo del passato. Speriamo, questa volta, di non essere smentiti. Il Mezzogiorno non lo meriterebbe. (ei)

SANITÀ, LA GRANDE INCOGNITA È IL DEBITO
SCOPRIRNE LE CAUSE E PAREGGIARE I CONTI

di SANTO GIOFFRÈ –  Ho letto con grande e dimessa attenzione quanto riportato dai giornali, intorno alla conferenza stampa del Presidente della Regione Calabria, Occhiuto, sulla repentina cognizione e accertamento del debito sanitario delle Asp e Ao della Calabria, che ammonterebbe a “soli” 1,2 miliardi.

Portandomi la sventura di capire e… vedere, oltre le parole, bisogna dar merito ad Occhiuto di aver detto tante cose vere ma, anche, molte cose lasciate, volutamente, mute. Occhiuto, fin dall’inizio e fino alle Europee, sa che si gioca il tutto intorno al disastro della sanità. All’inizio, e finché non si scottò con uscite improvvisate, maneggiò l’argomento con il tipico atteggiamento dei populisti qualunquisti di destra, simile agli attuali governanti, a caccia di facili applausi o incolpando chi vi era stato prima, compresi i suoi stessi di coalizione, e deliberando atti privi di efficacia, come, ad es. l ‘Azienda Zero, strumento efficace solo dove operano decennali culture consolidate di legalità e normalità.

Quando, poi, pur avuto, trionfalmente, pieni poteri e un governo per amico, incominciò a mettere le mani in pasta, si accorse che dentro la pentola c’era, solo, brodo bollente. Ma, poichè il collasso del sistema dell’emergenza-urgenza, in Calabria, è imminente, infrangendo e violentando qualsiasi postulato ideologico, fregandosene dei remissivi, indignati mugugni dei suoi alleati fascio-leghisti, ha fatto ciò che ad un qualsiasi Presidente di Sinistra della Regione Calabria sarebbe stato impedito con una feroce campagna di stampa nazionale e internazionale e da raggiri tipici nella guerra fredda.

Occhiuto, da navigato democristiano, allora chiama e mette a contratto dei bravissimi professionisti, Medici proveniente da una delle ultime Nazioni al mondo Comunista. Intendiamoci: come già sapete, fin dal principio, io ho appoggiato tale decisione di Occhiuto. Non per questioni ideologiche, ma perché conscio del disastro sanitario che sta arrivando.

Ma torniamo alla sua trionfale conferenza stampa sulla ricognizione del debito. Occhiuto dice che esso ammonta, fino al 2022, ad 1,2 miliardi e che è solo di poco superiore a quello delle altre Regioni. Sì, giusto, solo che nelle altre Regioni che sono dotate, da sempre, di sistemi di controllo della spesa e hanno bilanci consolidati, quel debito è di normale gestione. Quello calabrese, invece, è un debito tossico.

Mi spiego: se su 14 mila pec inviati ai fornitori che risultano di avere in portafoglio crediti delle Asp Calabresi, chiedendo i crediti vantati, rispondono solo in 1300, può, solo, significare o che tutti gli altri, i soldi, se li siano già presi senza che le Asp, o la Regione, lo sappiano o non lo vogliono dire perchè, possedendo decreti ingiuntivi, assegnazioni o altro, non vogliono farlo… In Italia, si può negare la proprietà derivante da un credito vantato verso altri? Potreste dirmi voi: come, le Asp non sanno che, in passato, hanno pagato? Ma come, dal 2000 al 2015, come hanno rubato, chissà quanti miliardi, per es, all’Asp di RC.? Le assegnazioni non regolarizzate, cos’erano?

Presidente Occhiuto, per ciò che è successo in passato, che facciamo, stendiamo un velo pietoso? Perchè non apriamo un grande dibattito su questo? Oppure, come ci rapportiamo con certi poteri che, causando questo sfacelo, hanno tenuto e tengono la Sanità Calabrese dentro i rigori, che è macelleria sociale, del Piano di Rientro? Glielo dico sa perchè? Perchè lei, con grande onestà intellettuale, ha citato l’Ing.Massimo Scura che tentò di fare quello che Lei ora ha fatto e, siccome, per mia sventura da coro greco, io fui testimone diretto di quell’epoca, essendo stato il più stretto collaboratore di Scura, finchè mi lasciarono Commissario dell’Asp di RC.

Quando, sia Scura che il Presidente Oliverio, mi ordinario di tirare fuori tutto il marcio che c’era in quell’Asp, perché, dopo 15 gg dal mio insediamento, mi apparve l’inferno del tranquillo sistema truffaldino che lì, da decenni, operava, facemmo ciò che si potette fare, ma ci mancò il supporto necessario, come Lei, ripeto, con grande onestà riconosce, perché lo Stato ci lasciò da soli, non dotandoci degli strumenti necessari, come nel caso di Reggio Calabria.

Infatti, già allora avevo chiesto il supporto della Guardia di Finanza, attraveso un’interrogazione parlamentare presentata dall’ottimo deputato Sabasiano Barbanti, e la collaborazione totale, e senza tentennamenti, della Banca d’Italia affinchè ordinasse alle varie Banche tesoriere dell’Asp di R.C. ,che si erano succeduti nel tempo, l’elenco completo delle singole fatture pagate attraverso i pignoramenti presso terzi, in modo tale da negativizzarli nel sistema in uso all’ufficio economico dell’Asp stessa. Cosa mai concessomi e sempre rifiutata a me ed ai miei predecessori. Certo, ora il debito è quello. Gran parte è stato pagato.

Sì, ma quante volte? E perche dovranno restare, i ladri, se mai fosse vero, impuniti? Vedo che lei usa il termine “mitologico” che, per anni ha aleggiato nelle stanze della Regione o sui giornali… parlando del debito dell’Asp di RC. che ammonterebbe, da solo, ad un miliardo in base ai decreti ingiuntivi esistenti, ma che sarebbero molti di meno perchè non contabilizzati i 6/700 milioni già pagati, all’interno di un bilancio dell’Asp non esistente fin dal 2013.

Bene, la lascio con due mie constatazioni: 1) È normale che, in un’Europa e nell’Italia del fare, dell’efficienza e di ogni lotta al malaffare, un’Asp si veda bocciato il bilancio, nel 2013, perchè dichiarato non supportato da documenti certi, e tale rimanga per 10 anni senza che nessun facesse nulla o intervenisse? Io, capendo, mi ero intestardito a ricostruire il bilancio, nel 2015, ed allora era ancora possibile farlo. Mi cacciarono prima! 2) Le sempre una cosa normale che, per pagare, forse (?) quei 6/700 milioni di debiti (da Lei citati), dal 2016 e tutt’ora, si siano insediati, presso la stessa Asp, ben 800 Commissari ad Acta, nominati dal Prefetto come effetto di ottemperanza presso i vari Tar perché solo così i tanti fornitori onesti sono riusciti ad avere ciò che era loro dovuto?

Il Commissario ad acta, figura eccezionale e quasi non esistente nelle Asp delle Regioni del Nord, non solo ha la prerogativa di poter prelevare le somme dovute da qualsiasi capitolo di spesa, quindi non dedicato, ma il suo onorario viene pagato dal bilancio, già asfittico dell’Asp. E se si moltiplica il numero dei Commissari per ciò che è dovuto loro, si capisce, ancora di più l’enormità del dramma. Ecco, allora, ben venga la sua azione, ma non facciamo di tutta l’erba un fascio o lasciamo che i furbi e i disonesti danzino intorno alla nostra fame di onestà di del fare.

Ci sono, possibili ed auspicabili, due modi di agire paralleli: risolvere l’effetto ma, anche, scoprire la causa. Altrimenti, grideremmo alla luna nel pazzo perchè l’effetto, se non si conosce e si estirpa la causa, permane e può causare il collasso definitivo. (sg)

QUELLA MALIZIOSA VOGLIA DI AUTONOMIA
CHE FA ESPLODERE IL DIVARIO NORD-SUD

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – Se l’autonomia è una bella cosa, non credo valga lo stesso quando questa diventa differenziata. Almeno non per il Sud rispetto al Nord, e in Italia. Dove parlare di secessione o autonomia differenziata, il principio è lo stesso. E non per caso coincide con quello della prova dell’addizione, secondo la quale pur cambiando l’ordine degli addendi, il risultato con cambia.

Il ministro Calderoli arriva in Calabria a parlare di autonomia differenziata, e si presenta in perfetta uniforme. E quel che più inquieta non è tanto la sua interlocuzione, ben ponderata a Roma per essere restituita a noi senza sbavature, ben istruita, quasi quasi accattivante, ma la divisa che porta. Quella cravatta verde color Padania con la quale a noi del Sud vorrebbero mettere un cappio al collo, e far finire la storia.

Da qui la meraviglia del come tanti meridionali, possano far da cornice all’avvio della questione “Sud” del nuovo millennio. Altro che terra dei padri, piuttosto covo di figli ingrati. Ma davvero noi calabresi possiamo credere a chi con tanto di propaganda vuol farci intendere che masturbarsi è più piacevole che fare l’amore? È questa l’autonomia? Fare da soli anche le cose che andrebbero fatte in due?

Ricordo qui le parole di Mario Draghi, ancora presidente del consiglio, quando lo scorso anno, a Napoli, nel cuore della città partenopea, con consapevolezza e onor di Patria, intese ricordare che c’è ancora una questione meridionale da risolvere che il paese si trascina da oltre 150 anni, per via della quale rimane ancora in crisi l’equità nazionale. Ed è la stessa questione che, oggi, con l’avvallo di molti dei nostri, Calderoli intende intensificare con la genialata-porcata di un’autonomia che altro non sarebbe che la messa in pratica di quel vecchio detto senza speranza secondo cui: i sordi fannu sordi e i peducchj fannu peducchj.

E non si rende necessario andare tanto a fondo nella questione, basta pensare ai Bronzi di Riace, e a chi si adopera a lanciare un’immagine desertificata della Magna Grecia pur di deviare verso il Nord i flussi turistici che si addensano in Calabria da ogni parete del mondo; o al Porto di Gioia Tauro per il quale la propaganda anziché ricordalo e promuoverlo come uno degli scali più strategici del Mediterraneo, lo consolida come il sito ufficiale di smistamento della cocaina mondiale. 

Essere autonomi consente di non dover dare conto a nessuno, è vero, ma se è autonomo un povero esso muore di fame, nulla aveva e nulla avrà: Se invece lo è un ricco, mangia per lui e per il povero. E lo sanno bene il Veneto, la Lombardia… 

La Costituzione italiana però, i cui padri non erano certamente quattro sciocchi politici rappresentanti di partiti di cani e di porci, ma uomini lungimiranti e di valore, è ben chiara. E non friziona il paese in 21 regioni, ma parla all’Italia. Tutta quanta è.

La Calabria, e vi prego tentate almeno di estrarre verità dalle vostre memorie, ha rimesso il suo sangue per l’unità del paese, ed è anche solo per questo che a nessuno deve essere consentito di saziarsi ancora delle poche gocce rimastele con cui sopravvivono i nostri figli. Di cui, da allora, si nutrono le generazioni. Restati e spatriati.

Potrete, cari signori delle bische politiche italiane, avere anche il consenso dei politici locali, che ovviamente non sarebbero più nostri rappresentati ma vostri complici, ma mai la nostra adesione ad un’Italia frantumata e derelitta. Io mi dissocio. Nascere in Calabria non si sceglie, essere calabresi sì. E la mia Calabria è differente. La mia Italia pure. 

Nei giorni scorsi il nostro lago Ampollino, nella Sila, dove pare vi sia, che lo vogliate o no, l’aria più pura d’Italia, è stato quasi svuotato. Nessuno parla della questione, eppure la gestione delle acque vende l’energia che ne ricava proprio al grande Nord. E nei nostri paesi di montagna, a Natale, è mancata addirittura l’acqua.

È questa l’autonomia di cui vorreste farci andare fieri?

Ministro Calderoli, la prossima volta, in Calabria, venga pure con la cravatta rossa, almeno sapremo sin da subito che è il nostro sangue che cercate per rendere più verde il Nord del paese.

Ma è al Presidente Occhiuto che la domanda sorge spontanea: “Presidente, cosa intendeva esattamente quando affermò di voler fare vedere all’Italia la Calabria che l’Italia non si aspetta?”

Certamente in questi giorni stiamo vedendo una Calabria che i calabresi non si sarebbero mai aspettati. E sì, perché dopo il palaghiaccio alla stazione centrale di Milano, realizzato a nostre spese, accogliamo festanti Calderoli che fa il suo ingresso in Cittadella regionale come fosse il salvatore della Patria. Col cazzo che ci salveranno mai questi del Nord! Occhi aperti, schiena dritta, pancia in dentro e petto in fuori, Calabria.

Sappiamo tutti che nella scuola italiana si studia Alessandro Manzoni nato a Milano, mentre invece resiste l’ingresso di Corrado Alvaro, nato a San Luca. A Calderoli potrebbe sembrare normale questa struttura, magari anche giusta, non sa però che Alvaro ha fatto la storia della letteratura e anche della politica, mi sia consentito, del nostro paese. A noi infatti, normale non sembra per niente. Ma state a vedere che sulla base dell’autonomia ci verrà detto: studiate chi cazzo ci pare! Mentre l’obbligo del Manzoni resterà a vita. 

Ma come è possibile sbraitare di autonomia come soluzione possibile all’allineamento del paese da Nord a Sud, sapendo che le prestazioni delle regioni più fragili non potranno mai essere uguali a quelle delle regioni più ricche? La lotta si fa pari non impari. 

Il paese con l’autonomia differenziata non potrà mai correre tutto alla stessa velocità, è una questione naturale. E chi insite, mente. La verità è che la Calabria resterà sempre più povera e la Lombardia sempre più ricca. Dai primi del ‘900 quando i meridionali partivano, agli anni 70 quando i meridionali partivano, al 2000 quando i meridionali partono ancora, che cosa è cambiato al Sud? Che nel 2023 partiranno il doppio. 

La Calabria, e qui chiudo, perché tutti lo sanno, i calabresi per primi, è così piccola e così fragile che da sola non potrà fare altro che avviare una campagna di liquidazione totale di tutte le sue cose. In fondo in tempo di saldi fuori dalle porte vi sono sempre lunghissime file. E noi vogliamo che arrivi fino a qui più gente possibile?

Grazie Italia, ché questa fine qui davvero non ce l’aspettavamo. (gsc)

 

PARTONO OGGI I SALDI ANCHE IN CALABRIA
SI PREVEDE UNA SPESA DI 110 EURO A TESTA

Quest’anno, durante i saldi, i calabresi spenderanno 110 euro a testa. È quanto è emerso dallo studio di Confcommercio Calabria, evidenziando una crescita del 10% rispetto all’anno scorso.

Una buona notizia, dopo un natale incerto a livello di consumi, complice la crisi energetica e la crescente inflazione, che fa aumentare la fiducia nei negozi di vicinato per i saldi che inizieranno oggi, 5 gennaio e termineranno il 6 marzo.

Nell’analisi di Confcommercio, per quel che riguarda la tipologia di prodotti acquistati, si confermano oggetto di interesse delle famiglie calabresi prevalentemente i capi di abbigliamento, le scarpe e gli accessori, mentre rivolgeranno minore attenzione verso articoli sportivi e prodotti di pelletteria.

Per quel che riguarda la propensione agli acquisti, si è rilevato che la percentuale delle famiglie che aspetta gli sconti per effettuare i propri acquisti è superiore rispetto a quella che rimane indifferente ai saldi. Nell’analisi, infatti, sono il 63% contro il 37%.  

Complice la crescente tensione economica, che per gli acquisti di Natale ha indotto ad una maggiore propensione al risparmio, i saldi continuano a rappresentare un’importante opportunità di acquisto per l’ampia scelta di prodotti di moda, tendenza e qualità.

Con riferimento al tasso di sconto applicato, si prevede che oltre il 70% delle imprese applicherà in partenza un ribasso sugli articoli che va dal 30% ad oltre il 50%. Va poi aggiunto che sul volume degli acquisti incideranno anche le vendite promozionali che molte attività hanno effettuato durante il periodo natalizio.

«I saldi invernali 2023 troveranno l’apprezzamento dai consumatori, soprattutto per gli ottimi affari che si potranno fare negli esercizi commerciali e nelle boutique delle nostre città – ha dichiarato il direttore di Confcommercio Calabria, Maria Santagada –. Abbigliamento, calzature, accessori saranno ora più che mai oggetto dei desideri per via dei prezzi che non hanno subito aumenti come invece in altri settori che hanno risentito dell’inflazione».

«Con queste premesse – ha aggiunto – il nostro ufficio studi ha stimato una crescita dei saldi di oltre il 10%, che sarà più utile alla liquidità piuttosto che ai guadagni, che confidiamo possano arrivare dalla rinnovata fiducia che i consumatori ripongono con sempre maggiore frequenza nei nostri negozi orientati verso future strategie legate alla sostenibilità e all’innovazione». 

«Come fatto anche nel periodo natalizio – ha concluso la direttrice Santagada – invitiamo a comprare sotto casa e a sostenere i nostri negozi di vicinato che costituiscono la struttura portante della nostra economia, che mai come in questo periodo dobbiamo sostenere per combattere la crisi».

Sui saldi, è intervenuto anche il Comitato Difesa dei Consumatori, con un decalogo da seguire per gli acquisti. 

Per quanto riguarda i cambi, è necessario controllare che i capi siano in buone condizioni: se il difetto viene fuori dopo l’acquisto, potrai chiedere la risoluzione del contratto e il negoziante deve restituirti l’importo pagato oppure ridurre il prezzo.

«Ricordarsi sempre – viene evidenziato da Pietro Vitelli, responsabile del Comitato –– di conservare lo scontrino. Un’altra cosa importante è la prova del capo poiché il cambio è a discrezione del commerciante e bisogna chiedere prima di effettuare l’acquisto se è previsto e quanti giorni si hanno a disposizione per farlo a meno che il prodotto non sia danneggiato o non conforme (artt. 130 e ss. d.lgs. 6 settembre 2005, n. 206, Codice del Consumo)». 

«In questo caso – ha continuato Vitelli – scatta l’obbligo per il negoziante della riparazione o della sostituzione del capo e, nel caso ciò risulti impossibile, la riduzione o la restituzione del prezzo pagato». 

«È bene – ha detto ancora Vitelli – anche controllare che i capi siano in buone condizioni: se il difetto viene fuori dopo l’acquisto, potrai chiedere la risoluzione del contratto e il negoziante deve restituirti l’importo pagato oppure ridurre il prezzo. Il compratore è però tenuto a denunciare il vizio del capo entro due mesi dalla data della scoperta del difetto. Ricordarsi sempre di conservare lo scontrino».

«Un’altra cosa importante è la prova del capo – ha spiegato Vitelli – poiché il cambio è a discrezione del commerciante e bisogna chiedere prima di effettuare l’acquisto se è previsto equanti giorni si hanno a disposizione per farlo. Prima di effettuare la prova vanno disinfettate le mani e, durante la prova dei prodotti, va sempre indossata la mascherina anche nei camerini».

Le carte di credito devono essere accettate da parte del negoziante e, in ogni caso, vanno favorite modalità di pagamento elettroniche 

«Attenzione – ha raccomandato Pietro Vitelli – ai pagamenti effettuati con la carta revolving, perché i tassi applicati possono superare il 20%. Questo strumento di pagamento può essere conveniente nel solo caso di rimborso del capitale in tempi brevissimi, vale a dire pochi mesi. Infine, per evitare confusione e acquisti non desiderati, la merce venduta in saldo deve essere esposta separatamente da quella non scontata: fai una denuncia alla polizia municipale se questa regola non viene rispettata».

«Evitiamo – ha concluso – di acquistare i capi d’abbigliamento che non abbiano le due etichette (quella di composizione e quella di manutenzione), per evitare di danneggiarli nella pulitura a secco o in quella ad acqua fatta a casa. Facciamo attenzione che la merce in saldo sia quella stagionale: la legge prevede, infatti, che i saldi non riguardino tutti i prodotti, ma solo quelli di carattere stagionale e articoli cosiddetti di “moda”, cioè quelli che hanno probabilità di deprezzarsi se non vengono venduti durante la stagione».

Importante ricordarsi che i prezzi esposti vincolano il venditore: se alla cassa viene praticato un prezzo o uno sconto diverso da quello indicato, bisogna farlo notare al negoziante e, in caso di problemi, può intervenire la polizia municipale.

La garanzia vale per 2 anni dall’acquisto, quindi attenzione agli scontrini di carta chimica, che sbiadiscono dopo qualche mese: fotocopiateli per poterli esibire al momento opportuno. (rcz)

LA GRANDE STAMPA E IL MEZZOGIORNO
TRA DISINFORMAZIONE E TRASCURATEZZA

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Poveri veneti maltrattati dalla informazione di parte della Svimez. Disgraziato Nord senza voce, in balia della disinformazione prodotta da un Sud sovra esposto e sovra comunicato. 

Sembra questo il mantra che Luca Zaia tenta di propalare. E insieme l’esigenza che le università del territorio, i centri studi, le organizzazioni di categoria, le organizzazioni datoriali, i sindacati, si occupino più e meglio di trasmettere l’informazione corretta di un Nord sotto comunicato ed in ogni caso con informazioni distorte, sopratutto sull’autonomia differenziata. 

Sembra incredibile che queste possano essere le informazioni che  il Presidente della regione Veneto dà  nella conferenza stampa di fine anno, che annuncia l’avvio di una campagna d’inverno in piena regola per controbattere, dati e leggi alla mano, chi sta costruendo barricate contro l’autonomia.  E lo si fa con un portale on line che lo stesso presidente Luca Zaia definisce l’«anti Svimez» o la  «Svimez del Nord»

“Ci é o ci fa?” Si direbbe in romanesco, perché se é vero che esista un problema di disinformazione questa riguarda il Sud. Tutti i grandi quotidiani, cosiddetti nazionali, sono proprietà di imprenditori del Nord, da Repubblica e Stampa in mano agli Agnelli, dal Corriere della Sera in mano a Urbano Cairo, dal Sole 24 ore organo di Confindustria, notoriamente per ovvi motivi in mano al Nord, a il Giornale di Berlusconi, a Libero, con il suo direttore Sallusti di proprietà dell’imprenditore della sanità Antonio Angelucci, alla Verità diretto da Maurizio Belpietro, al Domani di De Benedetti fino al Messaggero di proprietà dei Caltagirone che posseggono anche il Mattino di Napoli, per citare i più importanti     

Insomma una informazione, che spesso ha al suo interno la cronaca di Milano o di Torino tanto é nordica, che lascia fuori solo pochi quotidiani locali, che non vengono ripresi né nelle rassegne stampa radiofoniche  o televisive, né in quelle cartacee che girano per i palazzi del potere.  Se poi parliamo della informazione televisiva la situazione non é certo migliore: da un lato le reti commerciali di Berlusconi, che hanno studi e cuore a Milano, dall’altra parte la Rai, che pur essendo un servizio pubblico pagato, non in proporzione al reddito prodotto, da tutti gli italiani, in realtà è strumento in mano al potere romano/milanese, come è ovvio che sia,  perché essendo controllata dai partiti nazionali ha lottizzato reti e professionalità in base alle direttive dei partiti. 

É poiché i partiti nazionali  sono indirizzati dal Nord/Centro, come è evidente nel Pd, nel Terzo Polo, in  Forza Italia nella Lega e nella stessa Fratelli d’Italia, non si può certo inquadrare la Rai come sudista. Rimane la Sette che segue la sorte del Corriere anch’essa con l’anima al Nord. 

Esiste in realtà un problema opposto, che riguarda la mancanza di voce che i 20 milioni di meridionali hanno sulla scena nazionale. Per cui le loro ragioni spesso sono viste e interpretate  da inviati speciali che arrivano da Milano, fanno un breve giro di interviste, per poi dare un’interpretazione che, rispetto alla realtà effettiva, spesso è distorta. Gli stessi rappresentanti istituzionali meridionali, sono molto influenzati dalla stampa e dalla comunicazione dei giornaloni, con i quali devono fare i conti se vogliono rimanere a gestire ministeri  o permanere ai  vertici istituzionali, se non vogliono essere dimessi da campagne di stampa ,come accadde al presidente Giovanni Leone, tanto per citare un caso. 

Quindi in realtà esiste un problema opposto a quello sollevato da Zaia, che vede tutta un’area, quella meridionale, senza voce propria, che abbia rilevanza nel dibattito nazionale. Il fatto è estremamente pericoloso e porta risultati aberranti. Poiché l’opinione della classe dirigente meridionale viene formata ed indirizzata da una informazione nordista che si riassume, come il mantra, che riesce ad essere anche convincente, che se il Mezzogiorno ha problemi é colpa delle sue carenze e delle sue mancanze.

In una confusione tra cause ed effetti per cui la mancanza di classe dirigente non è un effetto del mancato intervento statale nella scuola e nella  carenza di una serie di diritti di cittadinanza ma é la causa di tutti i fallimenti. Per cui alla fine si accusa il Mezzogiorno del suo  sottosviluppo per la mancanza di classe dirigente con una logica simile a quella per cui si dava responsabilità dell’incapacità di correre a colui che é zoppo, dicendogli che se non fosse zoppo vincerebbe le Olimpiadi della corsa veloce. 

Per cui il Mezzogiorno è pervaso da una sindrome da autoflagellazione indotta, nella quale si perde anche ogni orgoglio di identità pregresse, piuttosto che della sua storia prestigiosa, per cui diventa un motivo di offesa l’affermazione di Giovanni Agnelli che si rivolge a  Ciriaco de Mita definendolo intellettuale della Magna Grecia, appellativo che doveva essere un monumento alla origini culturali di tutta una realtà, invece che un’offesa.

É un’operazione tipica dei colonizzanti che devono instillare nei colonizzati un senso di inferiorità, che faccia apprezzare tutto quello che é fuori dalla loro realtà. Si tratti della Scala o della Fenice, della Bocconi o del Politecnico di Torino, al di là dei loro meriti effettivi che pure alcune volte ci sono. 

Per cui ormai il riferimento del pensiero dominante sia dei giovani che dei loro genitori e quello che per avere successo bisogna migrare.“Cu nesci arrinesci“ si dice in Sicilia ma è un pensiero diffuso in un Mezzogiorno senza più identità.

Per recuperare consapevolezza di se stessi evidentemente è necessario che vi sia una comunicazione che valorizzi le peculiarità e che faccia giustizia delle tante  infami mistificazioni che con campagne anche del nostro giornale sono state sbugiardate. Come che  il Sud è stato inondato di risorse che sono sprecate, che il numero di dipendenti statali è molto più elevato che al Nord, cosa falsa, quando invece confrontando città di dimensioni demografiche simili, come Reggio Calabria Reggio Emilia, ci si accorge che Reggio Calabria dovrebbe competere avendo a disposizione solo fichi secchi. La comunicazione di Zaia si inserisce in questa logica prevalente. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – l’Altravoce dell’Italia]

FACOLTÀ MEDICINA, POSSIBILE MEDIAZIONE
L’80% DEI POSTI AGLI STUDENTI CALABRESI

di FRANCO BARTUCCI – Il Corso di laurea magistrale in Medicina e Chirurgia presso l’Università della Calabria è frutto di un lungo percorso preparatorio durato oltre quarant’anni e ottenuto per meriti speciali riconosciuti in prima istanza dal Nucleo di Valutazione Università e Ricerca (Anvur) del Ministero dell’Università e solo recentemente dal Coruc regionale (Comitato regionale di coordinamento delle università calabresi).

Dispiace che a Catanzaro questa decisione di riconoscere all’Università della Calabria il diritto di avere al suo interno anche questo specifico corso di laurea, peraltro riconosciuto anche da una sentenza del Tar Calabria di tre anni addietro, abbia scatenato nella città di Catanzaro una bagarre politica conflittuale ormai antica e degradante senza senso nei contenuti che risale a mezzo secolo, per come sono ormai gli anni di esistenza della prima Università statale calabrese. Basta risalire alla nutrita rassegna stampa che si è accumulata negli anni (le circostanze sono state altre quattro volte) per avere sentore della definizione decrepita data alla vicenda.

Non si può certamente dimenticare che nella giornata del 20 dicembre 1972, nel momento in cui il Corpo Accademico dell’Università della Calabria, con Rettore il prof. Beniamino Andreatta, si era convocato nell’aula circolare dell’edificio polifunzionale per la cerimonia inaugurale del primo anno accademico 1972/1973, deflagrò un grido di allarme e preoccupazione, ad opera dei lavoratori abilitati a costruire le prime strutture del campus universitario di Arcavacata, allarmati dalle voci provenienti dalla città capoluogo della Regione, dove alcuni professionisti e politici locali lanciarono l’intenzione e la sfida di costituire, attraverso un consorzio, una libera università con i corsi di laurea in Medicina e Giurisprudenza in accordo con le Università di Napoli e Messina.

La preoccupazione dei lavoratori era che l’UniCal non avrebbe raggiunto la sua giusta dimensione strutturale e nella realtà di oggi quella loro manifestazione di protesta di è dimostrata profetica se si guarda al blocco del progetto Gregotti e Martensson residenziale.

A nulla servirono gli appelli dei lavoratori a non proseguire su tale strada, come anche quello del Senato Accademico dell’UniCal e del Rettore Andreatta che lanciò in quelle circostanze anche la proposta di creare un sistema universitario regionale dando anche spazio alle attese di Reggio Calabria, che aveva già l’Istituto Superiore di Architettura, ma con sede amministrativa nella prima ed unica Università statale esistente a quell’epoca nella nostra Regione.

Poi all’inizio degli anni Ottanta ci fu il tentativo del Rettore Pietro Bucci, con delibera del Senato Accademico, di intraprendere la strada per attivare il corso di laurea in Medicina in un rapporto sinergico di collaborazione interuniversitaria tra le due Università di Catanzaro e Cosenza, che fu approvato dal sindaco Ferriolo, ma respinto dal Presidente del Consorzio Universitario catanzarese.

L’accordo prevedeva lo svolgimento dei primi tre anni di studio per gli studenti di medicina all’UniCal e i tre anni finali di specializzazione cliniche presso l’Università di Catanzaro. Guarda caso non è altro che la stesura dell’accordo raggiunto tra le due Università nel 2020 (dopo 42 anni) per il corso di specializzazione interuniversitario in Medicina e Tecnologie Digitali, del quale è già partito da poche settimane il secondo anno dei corsi di laurea con la frequenza di circa 140 studenti, che sancisce un rapporto costruttivo e collaborativo ormai maturo tra le due Università. Giusta, quindi, la posizione del nuovo presidente del Coruc, Rettore della ”Mediterranea” di Caranzaro, prof. Giovambattista De Sarro, che nella votazione di approvazione del progetto istitutivo del Corso in Medicina e Chirurgia all’UniCal si è astenuto.

Finalmente una decisione saggia del Coruc 

Una nota di apprezzamento va, quindi, al Coruc che dopo anni di quasi immobilismo di fronte all’ esigenza di cominciare a lavorare per creare un sistema universitario regionale, così come chiedeva il Rettore Andreatta fin dal 1974, aperto alle esigenze della comunità regionale e al suo sviluppo, ha cominciato a dare dei segnali in tal senso dandone prova nel 2020 con l’approvazione del corso interuniversitario in “Medicina e Tecnologie digitali”. Un sistema universitario regionale peraltro invocato in questi giorni di polemiche dallo stesso Sindaco di Catanzaro, Nicola Fiorita.

Si son letti contestualmente delle dichiarazioni e titoli che fanno pensare ad una classe politica senza memoria, tempo e conoscenza, arretrata vincolata a “tempi che furono”, senza avere contezza  soprattutto dei cambiamenti riconosciuti fin dal 1997 alle Università italiane, attraverso un’apposita legge di riforma, che prevede l’autonomia gestionale, facendo così cadere gli appelli rivolti ora a questo ora a  quella figura politico istituzionale. Spetta solo e soltanto alle Università decidere e fare i loro piani di studio e stabilire le offerte didattiche in base alle potenzialità ed esigenze stesse del territorio in cui si opera. Anche se il dialogo e la collaborazione tra le varie istituzioni  è sempre importante rendendolo fruttuoso e vivo per il bene di un reciproco interesse di sviluppo e crescita.

Ciò che non si comprende è il particolare accanimento, da parte di alcune figure politiche e istituzionali della città di Catanzaro, avverso l’istituzione all’UniCal del corso di laurea in Medicina; mentre nulla è accaduto quando nel 1992 venne istituita, prima con presidente del Comitato Ordinatore il prof. Pietro Bucci e poi come preside il prof. Sebastiano Andò, la Facoltà di Farmacia, divenuta in questi anni un fiore all’occhiello, con il passaggio nel 2006 a Facoltà di Farmacia e Scienze della Nutrizione e della Salute, sia per la stessa Università che per la Calabria. Una trasformazione ben gestita e guidata dal prof. Sebastiano Andò, considerato tra l’altro il padre fondatore e guida del Centro Sanitario del Campus universitario di Arcavacata, che ha per merito di una squadra di ricercatori e docenti universitari ottenuto riconoscimenti internazionali e nazionali di prestigio e primato italiano assoluto come l’area medica, di cui alla valutazione annuale dell’Anvur.

Per non parlare poi dell’ultra ventennale esperienza della Scuola quinquennale di specializzazione in “Patologia Clinica” che ha già formato tantissimi giovani laureati  calabresi e non di questa splendida Facoltà Scientifica, che oggi è pronta a fungere da supporto medico didattico scientifico sia alla nascita del corso in Medicina e Chirurgia, quanto alla creazione di un ambiente di qualità ed accoglienza degli studenti tirocinanti e non solo nell’Azienda Ospedaliera Annunziata di Cosenza (in attesa di una nuova struttura da realizzare al più presto), così come prevede peraltro il progetto della istituzione del nuovo corso di laurea, insieme a quello in Infermieristica.

Competenze ed esperienze di lavoro che non potevano essere emarginate, ma messe al servizio della cittadinanza calabrese nel rispetto dei compiti e fini che vengono assegnati alle Università. È il caso di ricordare tra l’altro che nei primi anni di questo nuovo secolo ci fu uno scambio di collaborazione tra la Facoltà di Giurisprudenza della “Magna Grecia” e la Facoltà di Economia dell’UniCal con l’istituzione in quest’ultima di  Giurisprudenza, oggi Scienze Giuridiche, e di Economia Aziendale nella città capoluogo regionale, divenute nel frattempo autonome l’una dall’altra nelle rispettive sedi. Il tutto nel silenzio più totale con il plauso solo e soltanto dei rispettivi studenti che hanno avuto modo di acquisire il loro titolo accademico nelle città di Catanzaro e Rende.

La parola agli studenti aspiranti al corso di Medicina

Gli studenti, sono queste le persone alle quali spetta il diritto di esprimere giudizi e fare le loro valutazioni sul caso della istituzione del secondo corso di laurea in Medicina e Chirurgia all’UniCal, costretti in questi anni a lasciare la nostra regione (per mancanza di una congrua disponibilità di posti nell’unica sede catanzarese) diretti verso altre sedi  universitarie per partecipare ai concorsi di ammissione ed immatricolazione al corso di Medicina nel caso di vincita. Come non prendere anche in considerazione tutti quegli studenti non vincitori di tale concorso che hanno finito per fare poi  scelte diverse soffermandosi per ragioni di studio fuori regione.

Con il nuovo corso in Medicina e Chirurgia a Cosenza aumenterà la disponibilità dei posti, suddivisi tra le due Università,  per come ha dichiarato il Rettore Nicola Leone e gli aspiranti studenti calabresi avranno maggiori opportunità di ammissione.

«Il corso di Medicina nel nostro Ateneo – ha dichiarato il Rettore – sarà attivato con posti aggiuntivi che andranno a sommarsi a quelli già previsti a Catanzaro. Non ci saranno tagli ai corsi di medicina già esistenti. Ci saranno maggiori opportunità per i giovani calabresi che potranno studiare nella propria regione. Tutto ciò sarà un vantaggio economico per le stesse famiglie. L’Unical intende condividere  professori e ricercatori medici con la sanità territoriale e l’ospedale hub dell’Annunziata. Da gennaio undici medici, tra professori e ricercatori, entreranno in servizio all’Annunziata. Un reclutamento che avviene interamente a carico dell’Università con benefici  per tutto il territorio».

Le debolezze e le ferite del sistema sanitario calabrese, come quelle dell’Annunziata di Cosenza, sono ben note, dovute soprattutto a una forte carenza del personale medico infermieristico che necessita di un congruo rafforzamento, per non parlare della insufficienza strutturale, per la quale ragione si guarda ad una nuova struttura ospedaliera da più anni oggetto di discussioni.

Certo la presenza di personale universitario, siano essi docenti, ricercatori, medici, infermieri e tirocinanti, al suo interno può stimolare e spingere a creare servizi assistenziali di qualità; ma occorre per questo creare una nuova classe medica/infermieristica tutta calabrese che può uscire dal percorso formativo del nuovo corso di laurea in medicina e chirurgia ed infermieristica, soprattutto se la si tutela nella fase d’ingresso ed immatricolazione, facendo in modo che si applichi quanto stabilito dall’art.13 della legge istitutiva dell’UniCal 12 marzo 1968 n°442 in materia di numero chiuso o programmato.

Sulla base di tale articolo di legge  il Ministro della Pubblica Istruzione, on. Luigi Scalfaro, con proprio decreto stabilì nell’estate del 1972 che per il primo concorso di ammissione all’UniCal venisse applicata la seguente ripartizione dei posti: l’80% riservati a studenti calabresi e figli di emigrati calabresi residenti all’estero; il 15% a studenti residenti in altre regioni italiane ed il 5% a studenti stranieri.

Visto il momento contingente della situazione sanitaria calabrese che addirittura si ricorre ad un periodo di accoglienza di medici cubani per la copertura di servizi sanitari in provincia di Reggio Calabria; vista la volontà di dare maggiori opportunità d’iscrizione al corso di Medicina agli studenti calabresi; considerata la  caratteristica specifica della legge istitutiva dell’UniCal che fin dalle sue origini, unica in Italia, ha adottato una sua gestione autonoma di distribuzione dei posti, con decreto ministeriale di approvazione, suddivisa per tutti i corsi di laurea attivati; ciò detto si rende necessario assimilare i criteri di distribuzione dei posti del concorso di ammissione al corso di laurea in Medicina, stabiliti a livello nazionale, non nella formula 90% studenti italiani e 10% studenti stranieri, bensì nella specificità distributiva del concorso di ammissione ai corsi di laurea dell’UniCal come sopra  riportato.

In questo caso è bene l’interessamento della stessa Università, quanto quella politica della Regione Calabria, per avvalersi di un intervento risolutore su un provvedimento politico nazionale ministeriale. Si verrebbe ad avere certamente una condizione ideale per creare quella classe medica sanitaria, di cui la Calabria ne ha bisogno per uscire dalla situazione di crisi e sottosviluppo, salvo in alcuni casi legati all’impegno di singole figure. Che questo accade nel cinquantesimo del primo anno accademico dell’UniCal è segno di un prestigioso valore di ripartenza e cambiamento che ha nell’ordine dei nomi per l’impegno profuso di Pietro Bucci, Sebastiano Andò e Nicola Leone, il riferimento storico che ancora tutto è possibile per un domani di certezze. (fb)             

NON SOLO I SIGNORI DEL NO, BUROCRAZIA
IL VERO OSTACOLO A CRESCITA E SVILUPPO

di ERCOLE INCALZA  – Il ruolo dei burocrati e il ruolo dei dicasteri: sono questi i “contenitori” entro cui si muovono i “signori del No”. Riporto di seguito quanto dichiarato ultimamente in una intervista dal Ministro della Difesa Guido Crosetto; una intervista in cui, rispondendo ad una precisa domanda se il percorso ad ostacoli della manovra era da addebitare alla latitanza della Ragioneria Generale dello stato e dello stesso Ministero dell’Economia e delle Finanze, Crosetto ha ribadito: «Il primo problema è stata la tempistica: Giorgetti ha avuto appena tre giorni per mettere su la manovra. Il secondo è quello di una classe dirigente nei Ministeri e in ogni settore della macchina burocratica che va cambiata in profondità. Non si può pensare di fare politiche nuove e diverse, se nei posti chiave tieni funzionari che hanno mentalità vecchie o servono ideologie di cui noi rappresentiamo l’alternativa. E poi c’è il problema di classe parlamentare come avvenuto nel 2018 per i 5 Stelle; si è pagata un po’ di inesperienza».

In merito poi allo spoil system Crosetto precisa: «Il termine scade a fine gennaio, di certo non è facile sostituire le burocrazie esistenti. Perché alcune persone sono di grande valore. E perché la macchina amministrativa deve andare avanti e non puoi fermarti mandando subito via funzionari di cui non ti fidi o hanno idee diverse dalle tue. Ci vuole un po’ di tempo. Ma bisogna avere il coraggio di fare queste scelte, mentre in alcuni Ministeri c’è il timore di prendere decisioni che invece vanno prese per rimettere in moto il Paese. Serve coraggio. Bisogna tagliare con il machete alcune catene che bloccano lo sviluppo dell’Italia: ora ci vogliono 17 anni per realizzare un’opera pubblica, dovranno diventare quattro o cinque al massimo. Il machete – precisa sempre Crosetto – andrà usato con chi nelle amministrazioni pubbliche si è distinto per la capacità di dire no e di perdere tempo».

La dichiarazione del Ministro Crosetto non solo è condivisibile ma trova ampia motivazione in una stasi della pubblica Amministrazione durata ormai quasi otto anni; un periodo in cui la vera responsabilità, come ho denunciato sempre, è stata anche dei vari Governi che si sono succeduti. Il loro unico obiettivo infatti era quello di non avviare investimenti in conto capitale ma solo iniziative in conto esercizio quali gli 80 euro per i Salari bassi, il Reddito di Cittadinanza, il Quota 100.

Ma tornando alle dichiarazioni del Ministro Crosetto devo anche precisare che queste assurde anomalie relative al lungo arco temporale che intercorre tra la intuizione di un’opera progettuale e la sua concreta realizzazione, spesso anche oltre venti anni, vada ricercata nella discutibile competenza e ruolo di alcuni Dicasteri. Dobbiamo intanto ammettere che il Ministero dell’Economia e delle Finanze è, a tutti gli effetti, l’unico riferimento decisionale di qualsiasi scelta del Governo e il ruolo dei vari Dicasteri è senza dubbio propositivo, ma in partenza si sa bene che le stesse proposte, anche le più convincenti e le più urgenti, sono filtrate ed approvate solo dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Illudersi quindi di decidere, di scegliere ed approvare determinati progetti nella piena autonomia del Dicastero competente e proponente significa solo non aver capito le regole classiche del nostro sistema istituzionale.

Ma non possiamo però sottovalutare il ruolo e la funzione di altri due Dicasteri, quello dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e quello dei Beni Culturali; il Ministero dell’Ambiente è preposto alla approvazione della Verifica di Impatto Ambientale (VIA) e se necessario anche alla approvazione della Valutazione Ambientale Strategica ed inoltre alla formulazione di un apposito parere. Ed anche in questo caso il ruolo e la funzione diventano elemento filtrante. Il Ministero dei Beni Culturali, attraverso le Sovrintendenze competenti a scala territoriale è un’altra sede, o meglio, un’altra occasione per intervenire ulteriormente sulla coerenza della proposta progettuale all’interno dell’ambito in cui l’opera viene a collocarsi.

Poi c’è la Conferenza dei servizi in cui i vari tecnici dei territori attraversati dall’intervento ed i vari responsabili istituzionali (Presidenti di Regione e Sindaci) diventano attori primari nella conferma di scelte progettuali già definite abbondantemente nelle fasi di avvio delle proposte progettuali. Ultimamente per scimmiottare una tradizione francese abbiamo introdotto un altro filtro inutile: il cosiddetto “Dibattito Pubblico”; una occasione utile solo per ritardare l’approvazione di un’opera.

Per completare il patetico percorso ci sono poi la Corte dei Conti e i vari TAR. Quindi le sedi istituzionali, gli strumenti procedurali, e le norme in questi anni più che i burocrati, sono stati a mio avviso, la causa più preoccupante di questa assurda capacità a “non fare”; sembra davvero inconcepibile il fallimento previsionale della spesa del PNRR entro il 2022: una spesa stimata prima di 43 miliardi, poi di 34 miliardi, poi di 20 miliardi ed ora forse 15 miliardi o, addirittura meno.

Quindi primo atto da compiere non è solo quello di vagliare l’operato di chi è preposto alla gestione della cosa pubblica ma anche rivedere integralmente queste “isole delle competenze” utili solo per dare ruolo e funzione anche ad organismi che spesso non avrebbero neppure la specifica competenza. Ma per evitare questo che spesso assimilo al “gioco dell’oca”; cioè per evitare che l’iter approvativo insegua i vari momenti decisionali e spesso ritorni all’inizio della procedura, avevo, copiando il consiglio del Commissario europeo Paolo Gentiloni, consigliato nei primi mesi del PNRR (cioè due anni e mezzo fa) di costruire presso la Presidenza del Consiglio una sede in cui contestualmente tutti i soggetti competenti esprimessero il proprio parere e, insisto, contestualmente approvassero o bocciassero la proposta. In fondo ribadivo e proponevo ciò che sin dall’inizio ci aveva richiesto la stessa Unione Europea e cioè una unica Governance.

Concludo questa mia nota senza dubbio condividendo, come detto prima, la denuncia del Ministro Crosetto, ma al tempo stesso ribadendo che la capacità della spesa, ormai diventata nel nostro Paese ridicola, non cambierà se non si avvia da subito una revisione sostanziale di questa ricca proliferazione di organismi competenti; siccome però invocare la riforma sostanziale di questa inconcepibile macchina è difficile o forse impossibile, cerchiamo almeno di evitare che questi itinerari, questi esami delle proposte avvengano fuori da una logica unica ed organica. Qualcuno dirà che con le opere del PNRR e con i Decreti legge di snellimento delle procedure si sta già tentando di fare una simile procedura; io purtroppo devo dire che non è vero.

Per rendere quindi meno dannosi i signori del no pensiamo anche a rivedere i contenitori in cui tali signori cercano di motivare, spesso pur non avendolo, il loro ruolo. In proposito consentitemi una ultima considerazione: lo spoil system è certamente una procedura utile per dare vita a strutture di piena fiducia di chi, in una determinata fase storica, governa il Paese ma spesso coloro chi inizialmente sembrano signori del sì con il passare del tempo diventano i peggiori signori del no. (ei)

(Il prof. Ercole Incalza, manager di Stato di provata esperienza, è stato Dirigente di diversi Ministeri)

I BUONI PROPOSITI PER IL 2023: BISOGNERÀ
CAMBIARE PASSO E CAMBIARE PURE TESTA

si MIMMO NUNNARI – Si auspica da più parti che nel 2023 appena iniziato la Calabria cambi passo, per superare isolamento e  solitudine che hanno radici antiche,  in parte affondate nei torti dello Stato e in parte in quell’esodo biblico di uomini e donne obbligati a partire, per andare dove si trova il pane che a casa propria non c’è. Partiamo da un dato non trascurabile, per parlare di futuro della Calabria, dalla demografia reale e virtuale. Sono più di quattro milioni i calabresi. Metà, due milioni, sono sparsi nel mondo e altri due milioni o quasi vivono nella regione d’origine. Sul tema emigrazione come causa dello svuotamento di braccia e di anima dell’alluce dello stivale (cit. il New York Times) sono state scritte e si scrivono ancora pagine intense nell’ambito della narrativa di qualità, mentre in molti saggi un certo numero di  storici e studiosi hanno tentato di spiegare perché una terra così bella e sorprendente non si è mai sviluppata come tutte le altre terre. 

Ci sono sicuramente colpe interne che conosciamo bene per la mancata crescita della Calabria, tuttavia il fenomeno di un territorio disuguale nell’ambito di una stessa nazione resta unico in Occidente e Europa ed è inutile tornarci sopra. Questo semmai è il momento dell’azione, non più dell’analisi, a cui probabilmente ci penseranno un domani gli storici. Non serve proprio rivangare il recente o lontano passato se si vuole realmente cambiare  passo. Servono piuttosto uomini e donne del “fare”, per uscire dal disagio e “dall’invisibilità” di una regione visibile soltanto per fatti di cronaca. 

Oggi, dalla maggioranza del Paese, la Calabria è vista come la terra dei misteri e delle ombre nere, lontana dalla realtà nazionale e europea e oppressa dalla convinzione di non farcela più a mutare un destino che appare segnato da oscuri presagi. La sua immagine è pessima, ancorché marchiata da pregiudizi e da disprezzo, mentre sull’altro fronte la capacità di reazione, costruzione e ribellione è minima, in mancanza di istituzioni efficienti e di una rete sociale e civica capace di connettere in un circolo virtuoso le energie, le potenzialità, le intelligenze diffuse. 

Secondo un luogo comune si crede che per avvicinare la Calabria al Paese servono più soldi, ma questa è una verità parziale. L’esperienza ci insegna che con i finanziamenti distribuiti senza progetti validi i soldi si sperperano quando non si rubano, e soprattutto le elargizioni non mutano l’impronta deleteria di subordinazione della classe dirigente calabrese alla politica nazionale. 

Qui, ora, prima di tutto occorrerà ricostruire un’idea di Stato che dimostri come il Governo non è unicamente distributore di risorse e assistenza ma è primariamente legge e diritti uguali per tutti; è controllo del territorio per garantire libertà ad ognuno; autorità capace di sostituirsi alle gestioni mafiose o corrotte e ridare fiducia ai cittadini. Ogni istante che si perde, nel sottrarsi a questi compiti, che sono alla base di un’idea democratica di Stato, favorisce l’arretramento di una parte del Paese e spinge l’altra parte verso zone di rischio dove risiede l’aspetto inquietante del nostro tempo: la globalizzazione criminale. Stare fermi significa non avere più in futuro la possibilità di correggere il perpetuarsi di una storia nazionale incompiuta che se non perfezionata trascinerà tutti nella voragine. 

Un vescovo intelligente e illuminato che non c’è più e ci manca, come padre Giuseppe Agostino, sosteneva che la Calabria per cambiare ha bisogno di una “redenzione della sua socialità rimasta bloccata dal lamento, dal fatalismo, dai condizionamenti della politica e della mafia, che è tristemente incidente sulla libertà, condizione primaria di ogni vera crescita”. 

Cambiare passo non è dunque operazione rinviabile (anche il presidente Roberto Occhiuto ne ravvisa l’urgenza) per mutare un destino che sovrasta la Calabria, ma che si può lottare e modificare. La Calabria si trova, mai come in questo passaggio storico del post Covid, di fronte a un bivio: scegliere se riprendersi la propria storia umana, o correre il rischio che il suo territorio assuma sempre più le sembianze di uno stato mafia di modello balcanico. 

Cambiare, in ogni caso, non significa rinunciare alla propria diversità culturale, anzi metterla a valore, a disposizione di tutti. Anche sulla lotta alla mafia serve il cambio di passo. Citiamo su questo delicato tema un altro vescovo: padre Giancarlo Bregantini, presule a Campobasso e a lungo nel recente passato amato vescovo di Locri. 

Le parole di questo prete di origine trentina, convinto che non basta militarizzare un territorio, per vincere le consorterie mafiose, bisognerebbe scolpirle sulle porte dei palazzi che contano: “Se si vogliono ottenere risultati positivi in questa difficile battaglia contro le forze del male, occorre vincere la cultura della precarietà che strangola il Sud. I giovani che vivono in questo territorio hanno bisogno di certezze, per continuare a credere nel futuro. Se si vogliono strappare al male bisogna offrire loro occasioni di speranza che hanno un nome preciso: scuole, lavoro, centri di aggregazione, momenti formativi e spazi di confronto, per ritrovare la fiducia perduta nei partiti che hanno perso credibilità per le continue ruberie a cui ormai ci hanno abituati”. Perché l’auspicio di Bregantini si possa tradurre in concreta azione occorre che lo Stato in Calabria si mostri governante e non solo occhiuto, andando a rintracciare le risorse l’anima e l’esperienza di vita di un popolo che non è secondo a nessuno. Istituzioni, pezzi di società, semplici cittadini, devono potersi sentire parte di un progetto di rinascita valutando le soluzioni concrete possibili ai problemi, che poi spetta al Governo e alle istituzioni applicare. Per cambiare il passo certo non si può ignorare la situazione, per come oggi si presenta: con un grande scarto tra la Calabria e il resto del Paese, con la forbice del divario che si allarga in un periodo storico in cui tutto a livello globale è in tumultuosa trasformazione e all’orizzonte si profila minaccioso un complesso di sfide economiche, ecologiche, tecnologiche e migratorie che nessuno è in grado di governare da solo. Con tanti oscuri tamburi che rullano in lontananza sperare ancora che qualcuno possa giungere in soccorso della Calabria per aiutarla a superare le sue criticità e difficoltà di regione ultima in tutte le classifiche è perfettamente inutile. Il futuro, perciò, dipende da noi: dalla capacità di riscossa civica, dal pretendere che la classe dirigente regionale e la rappresentanza parlamentare non sia suddita dei propri partiti, dal riuscire a indirizzare la crescita reginale incanalandola nelle energie che esistono, dalla determinazione a uscire dall’atteggiamento di lagnusia, come diceva Leonardo Sciascia riferendosi ai siciliani. Sarà tempo perso aspettare il “salvatore” che per esperienza fatta sulla pelle degli stessi calabresi si sa che quando a volte arriva, non essendo il Salvatore dei Vangeli, ma un comune mortale fa più danni irreparabili che bene; ne abbiamo visto qualcosa con l’esperienza nella sanità, con commissari improvvisati, mandati dallo Stato, con macchiette travestite da esperti, con viceré improbabili, con esibizionisti rozzi e impreparati che hanno lasciato più macerie di quante ne avessero trovate arrivando. 

Gente qualsiasi, mandata a raddrizzare la sanità, mentre avrebbe dovuto essere raddrizzata essa stessa. Ci hanno riso in faccia in tutta Italia e nessuno ha chiesto scusa alla Calabria per aver mostrato in quelle occasioni il volto più insignificante dello Stato. Alla luce di questa esperienza la Calabria non può che cominciare far da sola, ragionando su quali misure mettere in campo per cambiare passo. 

Serve costruire un’unità ampia attorno al Governo regionale, che coinvolga istituzioni, movimenti politici associazioni sindacali imprenditoriali e città, queste ultime chiamate ad abbandonare il vizio deleterio del municipalismo, della rivalità rionale. È una questione di opportunità, prim’ancora che culturale, cominciare a sentirsi tutti insieme orgogliosi dell’appartenenza a una terra con una grande storia alle spalle – ancorché negata e disconosciuta dalla cultura nazionale e dalla storiografia ufficiale. 

Per cambiare serve una rivoluzione culturale: un mutamento di mentalità, un progetto che avvicini la Calabria al Paese e ai calabresi sparsi per l’Italia e nel mondo, che “sono quelli che conservano un amore disperato del loro paese, di cui riconoscono la vita cruda che hanno fuggito e che in loro è rimasta allo stato di ricordo e di leggenda dell’infanzia” (cit. Corrado Alvaro). 

Non si parte da zero se si vuole cambiare passo. Pur tra tante differenze e contraddizioni che si sono accentuate a partire dagli anni Settanta, con la vicenda triste del capoluogo regionale che non è servita a nessuno la Calabria ha una sua storia di realtà sociali e di movimenti di volontariato, di eccellenze nell’imprenditoria e nella ricerca che hanno sempre agito e agiscono per il bene della collettività, supplendo spesso alle carenze e alle assenze delle istituzioni. Il problema è che questa ricca storia di realtà sociali di diversa ispirazione ideale per essere valorizzata ha bisogno che si attivino i canali di comunicazione indispensabili a costruire luoghi di impegno della società civile utili a uscire dal recinto e far scendere la Calabria nel mondo, dove ci sono due milioni di calabresi che non aspettano altro che essere partecipi trasferendo i loro successi laddove ci sono le loro radici. (mn)

   

ABBANDONO DEI BORGHI, RIFIUTO DEL SUD
SI VA ALLA RICERCA DEL SUCCESSO NEGATO

di GIUSEPPE ROMEO – Leggo spesso riflessioni sul l’abbandono dei piccoli paesi dell’entroterra calabrese. Una sorta di erosione umana continua, che nel suo manifestarsi come depopolamento rappresenta, di fatto, un risultato chiaro di un disboscamento antropologico oltre che di un abbandono di un passato ritenuto scomodo, da dimenticare, sacrificato sull’altare della modernità dei consumi, dell’effimero patinato utile alla massa e utile alla nostra vanità.

Insomma, posso essere d’accordo sul pathos che conquista le nostre anime camminando tra vicoli senza vita, apparente, ma direi che non è l’abbandono dei piccoli centri, o non solo quello, a dare un quadro disarmante alla nostra anima di eterni sentimentali. Ma è il rifiuto del Sud da parte nostra e dei giovani ciò che dovrebbe preoccupare…

Un rifiuto che depopola un’intera regione… Perché se ieri era il lavoro che andava cercato per emanciparsi dal ricatto del bisogno, oggi è il voler raggiungere il successo ciò che conta. Oggi è sbarcare a Milano o a Roma o in un celebrato altrove il vero sogno “calabrese”. Oggi è il riuscire tra colossei e madonnine ad “agganciare” il dominus politico, cinematografico o giornalistico la vera sfida. Una sfida con sé stessi e con la propria terra lanciata per soddisfare vanità da copertina o da potere rinnegando, poi, le origini salvo disvelarle solo se utili al proprio scopo.

Ne ho visti e conosciuti troppi di tali esempi e ogni volta ho notato la loro supponenza se non arroganza. So che sono parole non corrette per un lettore che vuole affidare il proprio sentire ad una narrativa emozionale, vivendo di tali pensieri positivi magari in attesa di cure non si sa da parte di chi.

Ma questo è un risultato antropoculturale testato sul campo. Avere la “cittadinanza” romana o milanese è oggi ciò cui ambiscono buona parte dei giovani, e non solo loro. Essere introdotti nei salotti che contano è il risultato da raggiungere, costi quel che costi. Sul resto possiamo scrivere di tutto, ma questo è un dato di fatto come è un dato di fatto che dei Borghi dell’entroterra importa solo per una stagione agli stessi calabresi di successo per un vanto con gli amici, preferibilmente romani o milanesi. Un buon argomento da conversazione al vespro laico dello spritz, o per una intervista in tv: nulla di più.

Vi è poi un Sud che condanna se stesso e i suoi Borghi incantati, impedendo il rientro di quei pochi che con nuove idee ne vorrebbero garantire il rilancio. Qui c’è la resistenza di chi è rimasto, arroccato nelle cittadelle politiche e occupato a difendere proprie rendite di posizione il quale, in una visione ad excludendum, non gradisce pensieri di ritorno sopratutto se portati da calabresi fuoriusciti. Meglio ospitare il forestiero. Costui si adegua subito alla realtà perché gli è permesso interpretarla come vuole non essendo riconosciuto come portatore di un interesse proprio (un competitor) e confidando nella sua generosa simpatia.

In fondo, al forestiero estasiato e ben guidato sulla strada del racconto enfatico delle eccellenze, cosa importa se la realtà dei Borghi spopolati è poi una realtà dovuta alla mancata capacità di creare economie circolari tra centri e periferie? O se questa sia il prezzo pagato da una comunità politica che presa e compresa da se stessa non comprende che il termine di conurbazione negli assetti metropolitani, ad esempio, racchiude significati più ampi e che abbracciano in modo sinergico l’ urbano e il rurale?

L’abbandono delle piccole economie rurali, mai messe in rete, e la negazione di un dialogo nei servizi ne ha poi concluso l’opera. E così l’incanto si disvela in amarezza. (gr)

(Analista e saggista politico)

RACCOLTA DIFFERENZIATA A BUON PUNTO
IN CALABRIA LA MAGLIA NERA VA A REGGIO

La Calabria è a buon punto con la raccolta differenziata. Secondo il report di Arpacal, infatti, avrebbe superato il 50%. Un importante risultato considerando che nel 2020 la percentuale era al 49,61% e nel 2019 del 47,23%.

Nel Report, realizzato da Clemente Migliorino, Responsabile della Sezione Regionale Catasto Rifiuti istituita presso la Direzione Scientifica e dal dott. Fabrizio Trapuzzano, sono stati raccolti ed elaborati i dati sulla produzione di Rifiuti Urbani e Raccolta Differenziata riferiti ai Comuni della Calabria, distinti per Categorie merceologiche secondo i Codici identificativi Cer.

A livello provinciale, Catanzaro è la città con la percentuale più alta della raccolta differenziata: 64,05%, seguita da Cosenza (57,81%), Vibo Valentia (56,15%), Crotone (35,83%) e Reggio Calabria (34,79%).

Con riferimento ai capoluoghi di provincia è da segnalare l’ottima performance del comune capoluogo di regione Catanzaro con il 70,04%; la Città di Cosenza incrementa la sua percentuale RD al 62,09% (+2,23%), Vibo Valentia con il 66,91% (+3,81%) e Crotone con il 17,64% (+5,66%), mentre si registra un decremento per la città di Reggio Calabria con il 29,21% (- 8,24%).

Per quanto riguarda la classifica dei primi 5 comuni calabresi si pone al primo posto il comune di Gimigliano (89,81%), a seguire Frascineto (86,70%) e Tiriolo (85,89) che si conferma al terzo posto. Subentra al quarto e quinto posto rispettivamente Jacurso (85,02) e Parenti (82,09).

L’importante traguardo raggiunto da Vibo Valentia è sicuramente frutto di un importante lavoro svolto dalla Giunta guidata dal sindaco, Maria Limardo che, al centro della sua politica, ha messo come priorità proprio la lotta contro i rifiuti. Per questo è stato approvato il progetto Una raccolta differenziata di qualità di premia, volto proprio a premiare e a incentivare chi effettua una corretta raccolta differenziata e, soprattutto, chi smaltisce secondo le regole l’indifferenziato.

«Puntare forte sulla tutela ambientale e trasformare il rifiuto in una risorsa – ha spiegato il sindaco Limardo – è un punto qualificante del programma di questa amministrazione. Un punto che stiamo cogliendo con i fatti, certificati dagli indicatori che attestano la crescita esponenziale sul fronte della differenziata. Tutto ciò è certamente frutto di un gioco di squadra e di una sinergia tra l’istituzione e il cittadino, ma non dobbiamo fermarci, abbiamo il dovere di migliorare sempre di più».

L’assessore all’Ambiente, Vincenzo Bruni, ha evidenziato come «i cittadini hanno dimostrato grande senso civico che, unito ai controlli del territorio da parte del Dec, ad una migliore organizzazione del servizio da parte della ditta Ecocar ed al lavoro degli operatori, ci ha permesso un miglioramento complessivo dell’intero servizio di raccolta del rifiuto urbano».

«L’avvio a gennaio 2022 del Centro di raccolta comunale di Vibo Valentia – ha spiegato – ha garantito la possibilità alle utenze cittadine del conferimento di tutte le tipologie di rifiuto non previste nella raccolta porta a porta settimanale garantendo livelli di qualità della raccolta differenziata. Inoltre, è di prossima apertura il Crc di Bivona, e l’utilizzo nei due Crc di pesa e bilancia per la pesatura del rifiuto ci permette di promuovere le prime sperimentazioni che ci avvicineranno alla Tariffa puntuale».

 Da sottolineare anche, se piccolo, il miglioramento della città di Crotone. Il suo sindaco, Vincenzo Voce, si è davvero rimboccato le maniche per liberare la sua città dal problema dei rifiuti. Lo scorso 14 dicembre, il Comune ha aderito ad Arrical – Autorità Rifiuti e Risorse Idriche Calabria, per l’esercizio associato delle funzioni pubbliche relative al servizio idrico integrato e al servizio di gestione dei rifiuti urbani previste dal Decreto Legislativo 3 aprile 2006 n. 152.

Per Reggio, invece, non ci siamo proprio. È la città che ha registrato il trend peggiore. La città dello Stretto, purtroppo, è tristemente nota per il perenne e ormai atavico problema dei rifiuti. Un problema che sembra non trovare soluzione anzi, che è diventato una vera e propria emergenza. Le strade, i quartieri e Rioni sono letteralmente invasi dai rifiuti. Eppure, secondo i dati di Cittadinanzattiva, Reggio è una delle città con la Tari più alta: è pari a 443 euro. Una beffa, considerando la situazione di degrado ambientale che sta ingiustamente vivendo la città. (rrm)