SALINE JONICHE E LA COSTA DI METROCITY
QUANTE OCCASIONI MANCATE DI SVILUPPO

di EMILIO ERRIGO – In Italia siamo ricchi di acronimi, sinonimi e contrari. Quello che ancora credo che manchi, sia la buona volontà di fare il minimo indispensabile per garantire la produttività delle aree pubbliche espropriate, in parte pure infrastrutturate, con opere marittime, ferroviarie e industriali, poi inspiegabilmente e ingiustificatamente, abbandonate alle intemperie.

Opere Pubbliche pure consistenti e di buona fattura architettonica, lasciate deperire nel degrado più assoluto, in assenza delle necessarie manutenzioni ordinarie, straordinarie, riqualificazioni e bonifiche ambientali, come se tutta quella enormità di potenziale occupazionale, creato con ingentissimi finanziamenti pubblici non fossero serviti a quasi nulla, come si dice in tecnicismo giuridico contabile, una spesa o perdita passiva.

Ci sarebbe da ragionare e agire, in primis dovrebbero pensare cosa e come fare, i Manager in carica ben retribuiti, a capo degli Enti Pubblici Nazionali e Regionali, economici e non, i Presidenti delle Autorità di Sistema Portuale, il Commissario-Presidente del Comitato di Indirizzo della Zes Calabria, (ancora da riperimetrare e adeguare aree funzionali alla Zona Economica Speciale della Calabria), gli Alti Dirigenti Generali, delle Società Pubbliche Partecipate dal Mef (c.d . Aziende di Stato), poi a seguire il Corap, il Consorzio Regionale per le Attività Produttive, costituito con legge regionale in Calabria.

Mi viene da pensare che saranno in tanti coloro i quali, assolvendo o avendo assolto rilevanti incarichi amministrativi di alta responsabilità pubblica, si dovranno pur inventare qualcosa di credibile, quando e ci auguriamo che arrivi molto presto in Calabria, il Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, on. Giorgia Meloni. Il Presidente del Consiglio dei Ministri, siamo certi e speriamo di cuore, che in Calabria, arrivi senza preavviso, a sorpresa come un regalo tanto atteso da donare a persone care, venga in visita conoscitiva ed esplorativa, in assenza di alluvioni, dissesti idrogeologici o terremoti, senza alcuna fretta, solo per guardare negli occhi la popolazione residente nei Comuni della Costa Jonica della dimenticata Città Metropolitana di Reggio Calabria, iniziando dalle degradate periferie nord, est e sud, di: Arghillà, Rione Modena, San Gregorio-Mortara e San Leo.

Per una volta se lo ritiene possibile e sicuro questo itinerario, può dedicare un po’ di meno prezioso e sicuramente limitatissimo suo tempo, alle formalità istituzionali e si immerga con la sua nota concretezza d’azione, nei reali bisogni pubblici, chieda di visitare Signora Presidente del Consiglio, le aree mercatali e industriali di San Gregorio, iniziando il tour conoscitivo ed esplorativo, dalla visione dello stato dei luoghi e delle opere pubbliche incompiute, dall’Approdo Mezzi Navali Veloci e Stazione FS Aeroporto, della ex Fabbrica Arenella e di quello che fu il Consorzio del Bergamotto, c.d. Oro di Reggio Calabria.

Prosegua velocemente verso la vicinissima area ex Zona Industriale di San Gregorio, e poi chieda con determinazione al Capo Scorta di dirigere verso il nuovo Mercato Ortofrutticolo di Mortara-San Gregorio, dopo questa immagine di profondo degrado capirà tutto e potrebbe consapevolmente ritornare a Roma, col primo aereo disponibile.

Il suo sangue nobile tipico della forte e cara gente di Sardegna e di Sicilia, sangue arterioso e venoso da madre siciliana di messinese e padre sardo, le pulserà e la produzione di adrenalina benefica non riuscirà a contenerla. Arrivi fino al Porto di Saline Joniche e aree della ex Liquichimica, ex Grandi Officine Riparazioni delle Ferrovie dello Stato, accompagnata da un elicottero delle Forze di Polizia, avrà modo di osservare molto meglio e bene dall’alto, ciò che non è tecnicamente possibile vedere recandosi via terra o mare.

Via terra le aree sono allo stato impraticabili e irraggiungibili, se non con molti pericoli ambientali da scarsa o inesistente manutenzione, da Mare, impossibile accedere al Porto perché da moltissimi anni , la bocca di entrata dentro lo specchio acqueo portuale è ostruita da tonnellate di metri cubi di sabbia bianca balneabile, in attesa di essere rimossa e di migliore destinazione e traslazione, per il ripascimento di quei tratti di litorali sabbiosi erosi dal mare.

Ritornando a Reggio Calabria per una breve pausa rigenerante e riossigenante, sono certo che durante i previsti incontri con le Istituzioni Regionali e locali, il caro Signor Prefetto, le consegnerà brevi manu, una compiuta nota informativa dei beni pubblici e infrastrutture ancora da completare a beneficio dei Cittadini dei 97 Comuni, della Comunità territoriale provinciale della Città Metropolitana di Reggio Calabria.

L’attendiamo fiduciosi in Calabria, Signor Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, noi “Cittadini Calabresi” crediamo molto nella Sua concreta azione di Governo a favore anche del Sud Italia Presidente! (ee)

[Emilio Errigo è nato a Reggio di Calabria, Docente universitario e Generale in riserva della G.di F.]

PIL, LA CALABRIA STA CRESCENDO: +4,5%
MA PERSISTONO I RITARDI E LE DEBOLEZZE

La Calabria sta crescendo, ma molto più lentamente rispetto alle altre regioni. È quanto è emerso dall’ultimo report dell’Istat sui conti territoriali economici, che rileva una crescita del Pil della nostra regione del +4,5%. Un dato che, tuttavia, conferma la debolezza strutturale e i ritardi della Calabria.

La nostra regione, infatti, è posizionata ultima per il Pil per abitante, con 17,6 mila euro. Anche il Mezzogiorno, nella classifica generale, si posiziona ultima nel Pil per abitante, «19,7mila euro (18,3mila nel 2020), incrementando le distanze con il Centro-nord: la differenza, che si era ridotta da 15,8mila euro a 14,5mila euro tra il 2019 ed il 2020, risale infatti a 15,7mila euro per abitante nel 2021».

Inoltre, «nel 2021 – si legge nel rapporto – in Italia la spesa per consumi finali delle famiglie per abitante, valutata a prezzi correnti, è stata di 17,5mila euro. I valori più elevati di spesa pro-capite si registrano nel Nord-ovest (20,1mila euro) e nel Nord-est (19,6mila euro); segue il Centro con 18,3mila euro, mentre il Mezzogiorno si conferma l’area in cui il livello di spesa è più basso (13,7mila euro)».

Dati che, come suggerisce l’Istituto «aumentano il divario tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno».

L’Istat, infatti, ha rilevato che nel 2021 «il Pil in volume è aumentato del 7,5% nel Nord-ovest, del 7,1% nel Nord-est, del 6% nel Mezzogiorno e del 5,9% nel Centro», mentre il Nord-Ovest mantiene il primo posto nella graduatoria del Pil pro-capite, con un valore in termini nominali di circa 38mila euro, mentre nel Mezzogiorno il livello risulta leggermente inferiore a 20mila euro annui».

Sempre nel 2021, l’Istituto ha evidenziato come «il reddito disponibile pro-capite delle famiglie del Mezzogiorno (15,1mila euro) si conferma il più basso del Paese, sebbene si riduca la distanza con quello del Centro-nord (22,1mila euro)». Due, poi, i dati importanti: la crescita del reddito delle famiglie al Sud, sostenuto anche dalle prestazioni sociali, che segna un +4,1% e la crescita degli occupati nel Mezzogiorno, che è a +1,3%.

Rimanendo sul Pil, l’Istat ha rilevato un incremento «leggermente più accentuato rispetto al Centro (5,9%) si registra nel Mezzogiorno, dove il Pil è cresciuto del 6% rispetto al 2020, trainato prevalentemente dal settore delle Costruzioni (+26,1%), con un contributo positivo alla crescita fornito anche dall’agricoltura, settore che risulta invece in flessione in tutte le altre ripartizioni territoriali».

«All’espansione dell’attività produttiva – si legge – si è accompagnato, nel 2021, una crescita in volume dei consumi finali delle famiglie del 5,3% a livello nazionale. Anche in questo caso il Nord-ovest ha mostrato l’incremento più consistente (+5,6%), il Mezzogiorno quello più contenuto (+4,8%). Nel 2021, il reddito disponibile delle famiglie è cresciuto del 3,7% a livello nazionale, come sintesi di un aumento superiore alla media nazionale al Mezzogiorno (+4,1%) e al Centro (+3,9%), e inferiore al Nord (+3,6% nel Nord-ovest e +3,4% nel Nord-est)».

Per quanto riguarda l’occupazione, a livello nazionale, l’input di lavoro complessivo, misurato in termini di numero di occupati, nel 2021 è aumentato dello 0,6%. Andando più nel dettaglio, «la ripartizione più dinamica in termini di crescita occupazionale è il Mezzogiorno, dove il numero degli occupati è aumentato dell’1,3%, mentre il Nord-Ovest e Centro hanno mostrato incrementi più contenuti, pari rispettivamente allo 0,4% e allo 0,3%, mentre nel Nord-est il numero degli occupati è rimasto pressoché stabile (+0,1% rispetto al 2020)».

«Nel Mezzogiorno – si legge – la crescita occupazionale è legata soprattutto all’andamento del settore delle Costruzioni che, in quest’area, ha registrato l’aumento più consistente (+10,7%). Da segnalare inoltre l’andamento del settore dei Servizi, che ha fatto registrare un aumento dello 0,7%, più elevato delle altre ripartizioni, mentre l’Industria è l’unico comparto a mostrare una leggera flessione (-0,1%)».

È stato rilevato, poi, come nel Mezzogiorno ci sia l’incidenza più elevata dell’economia non osservata (la somma della componente sommersa e di quella illegale), il cui peso è di 16,8% del complesso del valore aggiunto, seguito dal Centro (12%). Sensibilmente più limitata, e inferiore alla media nazionale, è l’incidenza nel Nord-est (9,8%) e nel Nord-ovest (9,2%).

La nostra regione, purtroppo, è quella che a livello regionale presenta il peso massimo, ossia il 18,8% del valore aggiunto complessivo. Primo posto, purtroppo, anche per il peso del sommerso dovuto all’impiego di input di lavoro irregolare è particolarmente elevato in Calabria (8,3% del valore aggiunto) e «l’economia illegale e le altre componenti dell’economia non osservata – scrive l’Istat – presentano infine un’incidenza che varia tra il 3,6% del valore aggiunto complessivo in Calabria e l’1,5% della Lombardia».

Per quanto riguarda il valore aggiunto pro-capite, nella nostra regione Cosenza e Vibo Valentia sono le città con i valori più bassi (rispettivamente 13,7 mila euro Cosenza e 13,9 mila euro Vibo Valentia), precedute solo da Agrigento con un valore di 13,5 mila euro.

Crotone presenta il valore più basso sul valore aggiunto per  per abitante nei segmenti produttivi: 3,3 mila euro; Reggio Calabria ha un valore aggiunto pro-capite nell’industria che arriva a poco più di 800 euro.

Nonostante questi dati sconfortanti, l’Istat ha rilevato, nel reddito disponibile delle famiglie, una crescita nel 2021 del +3,6%. Eppure, «la graduatoria del reddito disponibile per abitante – si legge – conferma sostanzialmente la situazione del 2020: in testa si pone la Provincia autonoma di Bolzano-Bozen, con 26,3mila euro correnti (25,7mila euro nel 2020), seguita da Lombardia (23,9mila euro) ed Emilia-Romagna (23,3mila euro). La Calabria chiude la graduatoria con 14,1mila euro (13,5 nel 2020), preceduta da Campania e Sicilia (rispettivamente 14,5mila euro e 14,8mila euro)». (rrm)

COL REDDITO DI CITTADINANZA, RIDOTTA
L’EMIGRAZIONE: SERVE MA VA MODIFICATO

di MASSIMO MASTRUZZO – Con la Legge di Bilancio 2023, per tutti gli “occupabili“, si sopprime la parola “congrua”, tanto che, di fatto, si potrà perdere il Reddito rifiutando qualunque offerta di lavoro, qualunque essa sia, ovunque sia. La cancellazione della cosiddetta “offerta congrua”, costringerà difatti i beneficiari ad accettare qualunque lavoro e su tutto il territorio nazionale, pena la decadenza dal beneficio. 

Lo sblocco dell’emigrazione. 

Questo sembra essere il reale motivo di tale astio verso il RdC, uno strumento che volente o nolente, con tutti le auspicabili e necessarie correzioni, dalla sua comparsa ha comunque dato la possibilità di una scelta: restare (o per meglio dire resistere) o emigrare. Opzione che i cittadini del Sud-Italia, stante i milioni di emigrati, non hanno mai avuto. Il RdC, al momento, sta rallentando proprio l’emigrazione.  

E questo poco velato tentativo di “(ri)sblocco dell’emigrazione” è avvalorato dalla vicenda che ha visto il coinvolgimento della Intel, l’azienda americana che costruisce microchip, prevedeva un importante investimento in una località (anche) in Sicilia, nello specifico a Catania, dove oltre alla presenza di un centro importante, attorno alla St Microelectronics, che poteva rappresentare un nucleo di attrazione, si sarebbe potuto usufruire del valore aggiunto della locale facoltà di Ingegneria dell’Università che si è specializzata e attrezzata per fornire specialisti apprezzati in tutto il mondo.

Senza contare che Catania è all’interno di una Zes, e che queste sono state create proprio attrarre investimenti dall’esterno dell’area e visto che Catania ha un aeroporto internazionale a pochi chilometri dalla zona industriale, e poteva fornire dei vantaggi fiscali rispetto al costo del lavoro, oltre che dei vantaggi per quanto attiene agli utili che si sarebbero eventualmente prodotti, così come prevedono le Zone economiche speciali, sembrava la candidata perfetta, la ciliegina sulla torta di un serio progetto alternativo al Reddito di Cittadinanza: se il reddito di cittadinanza viene percepito nella aree dove la disoccupazione è maggiore, non serve un luminare per capire che la contromisura sia banalmente rappresentata da proposte reali e “congrue” di occupazione.

Offerte di lavoro dove congruo significa in scala 1 a 1: al cittadino residente nella provincia x viene sostituto il RdC con un posto di lavoro entro i confini della propria provincia di residenza (ed evito di sottolinea che in un Mezzogiorno senza le adeguate infrastrutture per la mobilità, bisognerebbe che il concetto di congruo tenesse conto anche della disponibilità di trasporto pubblico). Perché se la proposta di lavoro è a 1200 km più a nord, l’odore del marcio dietro all’eliminazione della “offerta congrua” è nauseante. 

Detto fatto, dopo la visita ministro leghista dello sviluppo Giancarlo Giorgetti, che da Ministro (leghista) di tutti gli italiani è andato personalmente ad incontrare i dirigenti della società americana negli Stati Uniti, il colosso statunitense sorgerà a Vigasio, una cittadina in provincia di Verona.

Si parla di un investimento da circa 4,5 miliardi che dovrebbe portare 1.500 assunzioni dirette e 3.500 posti di indotto e con governo italiano che sarebbe pronto a contribuire al 40% con fondi pubblici (pubblici, quindi anche dei cittadini siciliani) dell’investimento totale di Intel in Italia, o meglio nel Veneto.

Ennesimo esempio di disomogeneità di Stato rispetto a quanto previsto dall’art. 3 della costituzione: che logica ha l’aver creato le ZES proprio per attrarre investimenti, se alla prima occasione in barba al concetto stesso di coesione sociale si cofinanziano investimenti in un’area già satura di imprese e lavoro.

Ora fronte di una fabbrica che avrebbe portato 4.000 posti di lavoro, potenzialmente raddoppiabili, in una realtà, il territorio del Mezzogiorno d’Italia, con 20 milioni di abitanti, che per la sua condizione di minor reddito pro-capite e maggior disoccupazione tra gli altri territori degli stati membri dell’UE, ha dato il maggiore contributo negativo affinché all’Italia venisse assegnato la fetta più grande del PNRR, fabbrica e posti di lavoro che avrebbero  certamente contributo alla sottrazione del reddito di cittadinanza a tanti che ne usufruiscono perché non hanno opportunità lavorative, quante migliaia di meridionali dovranno trasferirsi nel Veronese per lavorare magari proprio in quella fabbrica? 

Che senso ha tutto ciò se non l’alimentazione della disomogeneità territoriale. 

Negli ultimi 15 anni quasi due milioni di meridionali si sono spostati al Centro Nord Italia (Dati Svimez). In sostanza, sono di più i meridionali che emigrano dal Sud per andare a lavorare o studiare al Centro Nord che gli stranieri immigrati regolari che arrivano in Italia. 

Gli emigrati dal Sud tra il 2002 e il 2017 sono stati oltre 2 milioni, di cui 132.187 nel solo 2017. Di questi ultimi 66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33% laureati). Il saldo migratorio interno, al netto dei rientri, è negativo per 852 mila unità. Nel solo 2017, si legge, sono andati via “132 mila meridionali, con un saldo negativo di circa 70 mila unità. Il gap occupazionale del Sud rispetto al Centro-Nord nel 2018 “è stato pari a 2 milioni 918 mila persone. 

L’indebolimento delle politiche pubbliche nel Sud, poi, incide significativamente sulla qualità dei servizi erogati ai cittadini. Il divario nei servizi è dovuto soprattutto ad una minore quantità e qualità delle infrastrutture sociali e riguarda diritti fondamentali di cittadinanza. Drammatici sono poi i dati che riguardano l’edilizia scolastica. 

A fronte di una media oscillante attorno al 50% dei plessi scolastici al Nord che hanno il certificato di agibilità o di abitabilità, al Sud sono appena il 28,4%. Inoltre, mentre nelle scuole primarie del Centro-Nord il tempo pieno per gli alunni è una costante nel 48,1% dei casi, al Sud si precipita al 15,9%. Rispetto a questi dati, e in totale assenza di offerte concrete per i diritti dei cittadini del Mezzogiorno d’Italia, la battaglia al Reddito di Cittadinanza condotta dal neoeletto governo, che dovrebbe governare tutta l’Italia, appare come il tentativo, peraltro  irrispettoso di quanto previsto dall’art 3 della Costituzione, di voler mantenere lo status quo di un sistema Italia duale, o peggio ancora coloniale.

Offrire le stesse opportunità, e soprattutto lo stesso diritto di accesso al lavoro in tutta Italia, sarebbe l’unica proposta politica seria da fare come alternativa al RdC… invece siamo al cospetto della genialata cancellazione della cosiddetta “offerta congrua”… (mm)

[Massimo Mastruzzo è del direttivo nazionale Movimento per l’Equità territoriale]

SOLE E VENTO E CON LA RIGASSIFICAZIONE
MEZZOGIORNO PIATTAFORMA ENERGETICA

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Una visione sistemica quella che traspare dal discorso che Giorgia Meloni ha fatto nell’ambito della XV Conferenza delle Ambasciatrici e degli Ambasciatori d’Italia nel mondo.  Che merita un apprezzamento per la visione, vista l’abitudine a sentire i nostri politici più pronti  a guardare agli interessi del back garden di ciascuno, soprattutto da quando rappresentanti di movimenti territoriali si sono impadroniti di parte del potere. 

Non deve stupire troppo questa posizione, considerato che  Giorgia Meloni prima di essere Presidente del Consiglio è leader del partito Fratelli d’Italia, che ha una vocazione unitaria e nazionalista. 

Ma va bene sentire che la vocazione del Paese è quella di essere centrale rispetto ad una visione di una Eurabia, fondamentale per gli assetti dell’Europa, considerato che l’allargamento ad Est, pur se necessario, sta provocando danni consistenti agli equilibri internazionali. 

Questa è la visione giusta, quella che vede, finalmente, la localizzazione geografica di uno stivale proteso verso il NordAfrica, quasi a toccarlo, che guarda il canale di Suez, via d’acqua fondamentale per unire l’Estremo Oriente alla Mittel Europa. 

In una visione che non sia quella estrattiva ma di collaborazione utile e opportuna, anche per evitare che la povertà di alcuni popoli porti a forme di emigrazione epocali che poi mettono in discussione gli equilibri sociali anche dei Paesi europei. 

Bene ha fatto  il Presidente del Consiglio a mettere in evidenza come l’Italia possa diventare la piattaforma energetica di tutta l’Europa, bene ha fatto a dire che un investimento in energie rinnovabili fatte nel Mezzogiorno ha un rendimento di oltre il 30% in più rispetto a quello fatto in altre parti d’Europa. 

E il Mezzogiorno è disponibile a mettere a disposizione le sue dotazioni  di sole e  di vento, nonché la sua vicinanza ai territori del Nord Africa per riuscire a contribuire allo sviluppo economico dell’Italia e dell’Europa.

Non è per una forma di egoismo però che il Mezzogiorno pretende che oltre all’osso, rappresentato dall’essere piattaforma energetica e dall’ospitare impianti di rigassificazione, solari, idraulici,  voglia anche quella carne rappresentata dalla valorizzazione della sua posizione geografica che lo vede frontaliero di Suez. 

Per questo saremo  grati alla Meloni se insieme alla  puntualizzazione della vocazione  ad essere batteria europea aggiunga anche quella di essere il punto di arrivo di una parte delle merci, che oggi, inopinatamente, attraversano tutto il Mediterraneo e parte dell’Atlantico,  per arrivare nei porti di Rotterdam, Aversa, Amburgo, lasciando in essi l’attività manifatturiera che serve per trasformare i semilavorati che arrivano dall’Estremo Oriente.

Augusta, Catania, Gela, Licata, Palermo, Trapani, Gioia Tauro, Napoli, Bari, Taranto, Brindisi, Reggio Calabria, Messina, devono diventare punti di arrivo delle merci provenienti da tutta l’area del Medioriente,  piuttosto che da quella cinese e indiana.

Questi territori sono vocati a ricevere le merci molto più di quanto non lo siano Genova e Trieste,  oltre che ovviamente Rotterdam, perché oggi è impensabile che grandi navi max porta container continuino a girare, inquinando con le emissioni di CO2 l’atmosfera, quando potrebbe la merce viaggiare  su treni veloci di alta capacità ferroviaria se solo il nostro Paese avesse la determinazione e il  coraggio, oltreché una visione sistemica, per collegare Augusta con il ponte sullo stretto costruito e l’alta velocità capacità ferroviaria alla rete nazionale esistente, per poter fare arrivare in tempi brevi e senza inquinamento le merci a Berlino o invece  a Colonia piuttosto che a Parigi. 

Ma non solo il Paese deve capire finalmente che, essendo frontalieri di un’Africa che vediamo ad occhio nudo, possiamo anche essere punto di riferimento per una sanità di eccellenza per la loro classe media, piuttosto che per la formazione dei loro quadri direttivi, che non devono per forza arrivare alla London School of Economics o alla meno prestigiosa Bocconi di Milano, ma che possono tranquillamente studiare, favoriti da un clima molto simile al loro, presso Atenei prestigiosi meridionali. 

Roma è stata centrale nelle dinamiche di potere solo quando si estendeva verso il Nord Africa, ma diventa periferica e  marginale se la proiezione è verso il Nord/Est  europeo. Ciò è avvenuto  grazie all’atteggiamento colposo anche di Romano Prodi, sotto la cui Presidenza della Commissione si attuò quell’allargamento ad Est, tanto desiderato dai cugini tedeschi per motivi molto comprensibili, ma senza un adeguato potenziamento delle risorse dedicate al Nord Africa per consentire la pacificazione e la crescita di quei territori. 

Mentre il nostro Paese dovrà smetterla di concentrare tutti gli organismi internazionali, come ha fatto anche con la richiesta fallita di Ema, l’agenzia del farmaco,  nella parte nord del Paese, nella quale peraltro vi è una carenza di risorse umane perché  si va verso il pieno impiego, con una  disoccupazione frizionale assolutamente non più diminuibile. 

La visione di Giorgia Meloni, che guarda il Paese nella sua interezza, è quella che serve e certo non può essere portata avanti se si continua  a giocare con i desideri repressi  di Calderoli, Zaia e Fontana o di Bonaccini.    

È necessario che prevalga finalmente una visione sistemica che guardi al futuro del nostro Paese, che non può certamente prevedere che il 33% del degli italiani e il 40% del territorio rimangano a fare da colonia rispetto a tutta l’altra parte.

Che abbiano come progetto di futuro quello dell’emigrazione di massa, come alcuni vorrebbero o quello dell’assistenzialismo diffuso come altri accarezzano. 

Questo Paese ha bisogno di più capitali. Non ne può avere una sola che si chiama Milano, perché, oltre a quella naturale che tutti ci rappresenta, ce n’è un’altra che si chiama Napoli certamente,  ed è un Paese di tanti campanili,  nel quale Bologna, Firenze, Palermo,  Bari, Catania, Torino sono altrettanti centri culturali e di attrazione che devono essere valorizzati. 

Per fare questo abbiamo bisogno di statisti non certo di giocatori che contemporaneamente vogliono fare gli arbitri, in una visione che non sia ferma e permeata da vecchi pregiudizi di appartenenze politiche, che hanno dimostrato nella loro azione tutta la loro inconsistenza. (pmb)

(courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia)

NATALE, VOLO MILANO-REGGIO A 500 EURO
LE SCANDALOSE TARIFFE CONTRO IL SUD

Come si fa a non indignarsi di fronte alle tariffe aeree che penalizzano – a Natale e Pasqua – i calabresi che vorrebbero tornare in Calabria a trascorrere le feste in famiglia? Si è arrivati a biglietti Milano-Reggio Calabria venduti a 550 euro (ma in qualche caso sono stati anche proposti in una simulazione fatta in redazione a oltre 1000 euro).

Milano-Reggio: 1045 euro

Ma in regione, presidente Occhiuto, qualcuno gliene ha mai parlato? Come si può tollerare questa discriminazione che penalizza – guarda caso – l’aeroporto di Reggio, già destinato a un futuro diversamente opaco (roseo secondo Sacal, grigio secondo i reggini)? Nonostante gli interventi già programmati in base alle risorse finanziarie (25 milioni) del famoso emendamento Cannizzaro, lo scalo di Reggio che dovrebbe servire (ma non è così) la dirimpettaia Messina continua a essere una delusione costante per gli abitanti della città metropolitana e di Reggio stessa. Intanto, i collegamenti con i centri della ex provincia non ci sono (malgrado le somme stanziate la scorsa estate per creare navette turistiche) e lo scalo di Lamezia risulta una scelta obbligata per chi non vive a Reggio. Ma non sono solo le tariffe dei trasporti aerei a dover essere messe in discussione: è mai possibile che l’attraversamento dello Stretto (3 km) debba costare 42 euro?

Il biglietto della Caronte: 42 euro

Sicilia e Sardegna hanno adottato quella che si chiama continuità territoriale, ovvero quella norma che consente a chi abita in zone disagiate dal punto di vista dei trasporti di poter usufruire di particolari tariffe. In Calabria se ne parla, sempre e tanto, ma non si è mai applicata. E lo scandalo continua, anche se l’Antitrust, finalmente, ha deciso di perseguire questi comportamenti scorretti delle compagnie aeree e forse qualche risultato verrà fuori. Ma una colossale (speriamo) multa dell’antitrust non rimborserà il costo assurdo del biglietto aereo pagato a Natale per andare da Milano a Reggio (a momenti costa meno andare a New York). Poi, per combinazione, lo stesso volo per Lamezia costa anche meno di 100 euro.

Volo Milano-Reggio 511 euro

Le tariffe aeree, si sa, sono inspiegabili, frutto di macchinosi calcoli che qualche algoritmo, nemico dei reggini, riesce ogni volta a elaborare in occasione delle feste comandate, ma la Regione dovrebbe farsi vigile e intervenire penalizzando questi comportamenti che di fatto costringono molti calabresi a rinunciare al viaggio.

Biglietto aereo Milano-Reggio

Lo stesso discorso vale per i biglietti del treno: i collegamenti sono diventati veloci, ma la spesa, quando è familiare, diventa a volte non affrontabile. La Regione Calabria, accanto agli incentivi previsti per le compagnie aeree che decideranno di fare scalo a Reggio la prossima primavera, cominci a pensare a una sorta di integrazione biglietto da offrire ai calabresi che vivono fuori della regione e vogliono passare le feste in famiglia. La sola idea di dover pagare 550 euro un viaggio di sola andata Milano-Reggio fa saltare i nervi anche a chi non ha problemi di denaro. È una presa in giro, prima che una vera e propria rapina autorizzata. I calabresi sono abituati ad essere depredati e “rapinati”: adesso è il momento di dire basta. Se c’è un buongoverno della Regione quale migliore occasione per dimostrarlo? (s)

EMERGENZA RIFIUTI: LA CALABRIA È SOLA
A FRONTEGGIARE IL DEGRADO AMBIENTALE

di ANTONIETTA MARIA STRATI – La Calabria è unica, ma troppo spesso è lasciata da sola a fronteggiare le emergenze, per questo va sostenuta e aiutata a fronte delle troppe criticità che non investono solo il campo sanitario. Soprattutto, va preservata sul piano ambientale e aiutata a combattere contro i rifiuti che invadono strade, borghi e spiagge.

Nella nostra regione, purtroppo, quella dei rifiuti è un’emergenza spesso ricorrente contro cui cittadini e Comuni devono far fronte. E non bastano gli appelli lanciati dalle istituzioni o le campagne e iniziative di Associazioni per pulire la Calabria. Serve un’azione concreta, un vero e proprio Piano Marshall contro i rifiuti, per porre fine a una vera e propria emergenza di cui non si vede la fine.

Proprio pochi giorni fa, il sindaco di Cariati, Filomena Greco, denunciava come la città fosse invasa dai rifiuti, e che «tutte le soluzioni tampone adottate non servono ad altro se non a complicare la situazione, ad alimentare il disagio e il malcontento dei cittadini».

Mentre proprio nella giornata di giovedì 22 dicembre, a Tropea un esercito di 700 studenti, al grido di «Lavoriamo per noi», hanno raccolto i mozziconi di sigaretta che invadevano il borgo. Una iniziativa del Circolo di Legambiente di Ricadi, che ha permesso di ripulire, completamente, la città dai rifiuti lasciati dagli incivili.

Quella contro i mozziconi di sigaretta, tra l’altro, non è la prima battaglia: FederAnziani Calabria e Federcentri Coordinamento Regionale, da diverso tempo, ha lanciato una importante progetto dal titolo Non esiste un Pianeta B, dedicato proprio alla raccolta dei mozziconi.

Secondo quanto riferito da Diego Tommasi, ex assessore regionale all’Ambiente, «il 26% dei calabresi fuma con una media di 15 sigarette al giorno, per un totale annuo di 2.750.000.000; si stima che il 60% dei fumatori non smaltisca correttamente i mozziconi di sigarette, così una gran quantità di esse invade fiumi, coste e spiagge finendo in mare. Quindi 1 miliardo di mozziconi di sigarette, pari a 300 tonnellate di rifiuto speciale, provocano danni enormi al sistema ambientale calabrese».

«Le cattive abitudini dei fumatori, sono anche associate alla mancanza di strumenti per disfarsi correttamente dei mozziconi eppure una Legge dello Stato, la n° 221 del 28/12/2015, disciplina questa materia, la legge di che trattasi prevede l’installazione nelle strade, nei parchi e nei luoghi ad alta aggregazione sociale di appositi raccoglitori. La legge prevede, inoltre, la possibilità di sanzionare i trasgressori con multe che variano dai 25 a 300 euro», ha spiegato Maria Brunella Stancato, presidente di FederAnziani.

Il progetto, partito da Scalea e che ha permesso la raccolta di ben 22 kg di sigarette. Numeri che non dovrebbero stupire, considerando che, nell’ultima rilevazione di Legambiente, i mozziconi di sigaretta sono al secondo posto dei rifiuti trovati nelle spiagge, ossia l’8,5%. In testa, oggetti e frammenti di plastica (14,7%).

Anche quella della plastica, nella nostra regione, rappresenta una piaga. Su questo fronte, sono tantissime le Associazioni che sono scese in campo per proteggere l’Ambiente. Basti pensare a Plastic Free che organizza, molto spesso, campagne di raccolta della plastica nelle spiagge calabresi. Proprio il 26 dicembre, ne è in programma una a Roccella Jonica, al Largo Colonne Rita Levi Montalcini.

«La Calabria ha, purtroppo, ancora grandi problemi nella gestione del ciclo dei rifiuti che dovrà essere migliorata – ha dichiarato la presidente di Legambiente Calabria, Anna Parretta – puntando su un deciso incremento non solo della raccolta differenziata in termini percentuali ma soprattutto in termini di qualità della raccolta, per raggiungere nel minor tempo possibile l’obiettivo europeo del 65% di riciclo netto di materiali e per evitare l’avvio di procedure di infrazione a livello comunitario».

«La priorità calabrese – ha proseguito – è quella di programmare e realizzare gli impianti necessari al recupero e riciclo delle frazioni di rifiuto più importanti e strategiche massimizzando il riciclo ed il riuso dei materiali e riducendo al minimo i materiali indifferenziabili. Si tratta di una strada obbligata per uscire, finalmente, da quella logica delle discariche e dei termovalorizzatori ancora così viva nella nostra Regione ma assolutamente contraria ai principi dell’economia circolare e dello sviluppo ecosostenibili».

Che cosa è stato fatto, dunque, dalla Regione? Intanto, è stato approvato il nuovo Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti. Un documento «estremamente importante  con il quale vogliamo da una parte rafforzare l’economia circolare – con la riconversione dell’impiantistica di trattamento già esistente sul territorio -, dall’altra prepararci a fronteggiare le emergenze e rendere la Calabria completamente autonoma», ha detto il presidente Occhiuto, nel mese di marzo 2022.

Da allora, ad oggi, sono state fatte tante cose in tema rifiuti. Lo ha spiegato lo stesso Occhiuto nella conferenza di fine anno, ricordando che «abbiamo fatto i salti mortali per evitare di spedire rifiuti all’estero, pagando 320 euro a tonnellata come avveniva in passato».

«Ci siamo riusciti, ma sono pochi gli impianti perché il sistema delle autonomie locali non ha individuato gli impianti per il trattamento dei rifiuti. Per migliorare tutto il sistema – ha concluso – stiamo procedendo per il raddoppio del termovalorizzatore».

Una infrastruttura che è sempre stata definita dal Governatore come un’opera strategica, ma che sta trovando non pochi ostacoli lungo la via. Nonostante ciò, il Governo guidato da Giorgia Meloni ha riconosciuto l’importanza dell’infrastruttura e, adesso, si è solo in attesa che il presidente del Consiglio dei ministri «prenda in mano il dossier», come ha auspicato Occhiuto. (rrm)

 

NATALE, IN CALABRIA LA SPESA È DI 705 MLN
E L’ARTIGIANATO È TRA LE PRIME SCELTE

In Calabria, le spese legale alle festività ammontano a 705 milioni di euro, ossia il 3,1% del totale di 22.733 milioni di euro in Italia. È quanto ha riferito Confartigianato Imprese Calabria, evidenziando come, tuttavia, per il mese di dicembre la maggiore spesa prevista, sostenuta dal pagamento delle tredicesime, viene in parte spiazzata dal caro bollette.

«Le festività legate al Natale – spiega una nota di Confartigianato – modificano notevolmente le abitudini di spesa dei consumatori registrando nel mese di dicembre un valore delle vendite al dettaglio superiore del 25,5% rispetto alla media annuale. La distribuzione delle famiglie e della spesa media mensile familiare sul territorio calabrese permette di stimare una spesa in prodotti e servizi regalabili a natale a dicembre che supera i 100 milioni di euro a: Cosenza (266 milioni di euro), Catanzaro (130 milioni di euro) e Reggio Calabria (192 milioni di euro)».

«8.241 sono le imprese artigiane calabresi che realizzano prodotti alimentari – viene spiegato – bevande e servizi che possono essere regalati per il Natale. Parliamo del 36,5% delle imprese dell’artigianato regionale (superiore al 30,6% Italia). Imprese che danno lavoro a 17.881 addetti, cioè al 36,9% degli addetti dell’artigianato regionale, superiore a 34,8% Italia. A livello provinciale, l’artigianato operante nei settori interessati dai regali natalizi conta 3.136 imprese con 6348 addetti in provincia di Cosenza, 2426 imprese con 5752 addetti a Reggio Calabria, 1470 imprese con 3005 addetti a Catanzaro, 609 imprese con 1520 addetti a Vibo valentia e 601 imprese con 1260 addetti a Crotone. Tra le province italiane più specializzate nei prodotti e nei servizi artigianali più venduti a Natale, Reggio Calabria è al 15° posto».

Numeri, che fanno comprendere quanto sia importante il settore dell’artigianato che, in Calabria, rappresenta, dopo l’agricoltura, il secondo comparto produttivo più importante che impiega decine di migliaia di lavoratori.

Nella nostra regione, infatti, l’artigianato attivo nei settori di offerta di prodotti e servizi tipici del Natale vede come primo ambito l’Alimentare, bevande e ristorazione che conta 2.842 imprese artigiane attive con 8.482 addetti. L’ambito rappresenta poco meno di un terzo delle imprese artigiane attive nei settori di offerta di prodotti e servizi tipici del Natale ed il 12,2% dell’artigianato regionale mentre i suoi addetti sono il 47,2% degli addetti dell’artigianato attivo nei settori di offerta di prodotti e servizi tipici del Natale ed il 17,4% degli addetti dell’artigianato calabrese.

Sostenere il settore, dunque, diventa fondamentale. Per questo Confartigianato Imprese Calabria ha lanciato la campagna ComprArtigiano: per i regali di natale acquistiamo locale, sosteniamo l’economia locale, scegliendo dei doni frutto del lavoro dei maestri artigiani.

«Sostenere le imprese artigiane acquistando prodotti e servizi di qualità soprattutto in questo periodo dell’anno significa sostenere le storie e le realtà individuali che ci sono dietro il brand: persone che inventano il proprio lavoro, con difficoltà e sacrifici – afferma il presidente di Confartigianato Imprese Calabria, Roberto Matragrano –. Comprare presso le botteghe artigiane significa sostenere non solo l’imprenditore, i suoi dipendenti e le rispettive famiglie, ma anche contribuire alla trasmissione della cultura cristallizzata nel sapere artigiano nonché al benessere della comunità».

«Gli artigiani sono spesso sul territorio con botteghe e negozi che contribuiscono a qualificare la propria via – ha concluso – la propria zona; comprare locale vuol dire contribuire all’economia della città e aiutare un’intera comunità. Il valore dell’artigianato per un regalo di Natale è questo, e molto altro». (rrm)

DARE A CORIGLIANO-ROSSANO E CROTONE
IL RUOLO DI GUIDA DELL’ARCO JONICO

di DOMENICO MAZZA – Correvano gli anni ’70. La Calabria si apprestava ad attendere i frutti che sarebbero arrivati dalla istituzionalizzazione della Regione.

Gli strascichi dei Moti di Reggio avevano portato i tre Capoluoghi calabresi ad iniziare una battaglia fratricida, per contendersi i benefici derivanti dalla nascita dell’Ente. Tutto ciò senza neppure immaginare che, a distanza di 50 anni, si sarebbe palesato uno dei regionalismi più deviati d’Italia.

E nel mentre Reggio e Catanzaro impostavano la contesa, sostanzialmente, sul pennacchio (Consiglio alla prima, Giunta e tutta la grassa burocrazia alla seconda), a Cosenza veniva concessa la più grande azienda a partecipazione statale che la Calabria avesse mai ricevuto: l’Università.

Certo, come contropartita per Reggio si immaginò la nascita del quinto centro siderurgico d’Italia. Tuttavia, a ricordo di quello che avrebbe dovuto essere il miracolo industriale reggino, oggi resta qualche dismesso capannone. Tra l’altro, mai utilizzato allo scopo se non per qualche improvvisato veglione di capodanno. Qualche anno più tardi, a ripiego, l’idea di un genovese di realizzare – nell’area pensata per l’industria pesante – quello che in seguito sarebbe diventato il più grande porto di transhipment del Mediterraneo.

Ad ogni modo risultò chiaro, fin dal principio, che la visione di questa Regione fu basata su tre teste.

A poco valse, nei primi anni ’90, la nascita delle due nuove Province gemmate da Catanzaro. Seppur, in un primo momento, forse presi dall’euforia (specie i Crotonesi), pensarono d’aver fatto terno al lotto. Tuttavia, ben presto, compresero quanto ampiezza territoriale e dimensione demografica rappresentino i parametri inveranti qualità dei servizi offerti e peso politico nella dimensione regionale ed extraregionale.

Nel merito, Vibo si ritrovò Capoluogo, grazie al certosino lavorio del Senatore Murmura. Il progetto di decentramento vibonese, iniziato nel lontano ’68 con un disegno di legge, tirò lo sgambetto alla più titolata Lamezia. Giammai, del resto, Catanzaro avrebbe ceduto la sua succursale base logistica ad altra sigla. In più, con ogni probabilità, molti, al tempo, ignorarono che la Politica cosentina ebbe un ruolo preponderante nella partita. In effetti, quando sarebbe più ricapitata la ghiotta opportunità di infilzare nel fianco Catanzaro. Cosenza, quindi, si prodigò per oleare il processo di recisione del territorio catanzarese. E lo fece impegnandosi nella generazione di due piccoli territori (VV e KR) inconsistenti a se stessi, ma vitali a deformare, smagrendo, la grande Provincia madre centralista.

Poi il processo di destatalizzazione. La Del Rio, le Unioni e Fusioni di Comuni. Ancora, le Aree Vaste e le Città Metropolitane (che sono cosa ben diversa dalle Aree Metropolitane), quindi una sostanziale restaurazione di quanto ex ante ’92. Pertanto, pur lasciando le piccole Province, queste furono trasformate, insegne a parte, in scatole vuote. Ergo, una sostanziale restaurazione: mantenimento delle piccole Province, ma con centralizzazione dei servizi su base vasta (almeno 350mila ab. e 2500km² per ambito).

Proprio in questi ultimi mesi, non a caso, si è proceduto a riunificare le direzioni sindacali e le camere di commercio per Aree Vaste: CS, CZ, RC. Operazione, tra l’altro, già sperimentata con le Aziende Ospedaliere. Dissennate perimetrazioni che, nel caso calabrese, non hanno tenuto minimamente conto delle affinità e dei rapporti di contiguità tra ambiti sottoposti ad assemblaggio.

La storia, però, ci ha insegnato che la geografia politica è mutevole. È soggetta a dinamismo. E può capitare che anche una terra appiattita ed avvitata su se stessa come la Calabria possa cambiare, sconvolgendo cristallizzate storture territoriali. E così può accadere che due impalpabili città dell’Arco Jonico, al secolo Corigliano e Rossano, abbiano deciso di fondersi per dar vita a qualcosa di più concreto del semplicistico concetto di sommatoria demografica dei precedenti nuclei urbani. Qualcosa che non fosse foriero d’interessi per la sola Sibaritide, ma che invitasse a miglioria anche la dirimpettaia area Crotonese. Una meravigliosa opportunità per aprirsi, insieme, ai contesti rivieraschi lucani e pugliesi, immaginando percorsi d’amalgama metropolitana interregionali. Non già improbabili o impensabili, ma concreti. Empirici e fattuali.

Questo è quanto dovrebbero aver chiaro la politica, la società civile e la classe dirigente della Comunità. Questo è lo spirito con il quale bisognerebbe approcciarsi alla fusione di Corigliano-Rossano.

E andrebbero spese energie per cambiare la scriteriata visione a tre teste di questa Regione. Magari immaginandone una quarta che tenga conto, nella sua definizione territoriale e demografica, di quanto dichiarato in parentesi nel precedente capoverso. Non già per aggiungere burocrazia o ulteriori centralismi, ma per riequilibrare un territorio variegato e profondamente diverso nei suoi ambiti. Amalgamando le aree per interessi comuni e su basi statutarie policentriche.

La fusione tra Corigliano e Rossano (incalliti restauratori a parte) ha dimostrato che possono convivere due o più centri all’interno della medesima Città. Parimenti possono coesistere due o più Capoluoghi nella stessa Area Vasta, come la mappatura geografica italiana insegna.

Allora, se davvero si vuole rilanciare il dibattito sulla fusione tra Corigliano e Rossano, così come fra tutti i processi similari in atto in questa Regione, lo si faccia con una visione e guardando oltre l’orizzonte. Si mobilitino le intelligenze e si pensi in grande. Si disegni un ruolo guida per la Città e, insieme a Crotone, le si attribuisca il coordinamento e la gestione di tutto l’Arco Jonico del nord est calabrese. Si lavori immaginando nel medio e lungo periodo una condizione emancipativa da estendere a qualcosa che vada oltre le Città, oltre gli ambiti ed oltre i macroterritori. In caso contrario, sentimenti malinconici e stantii aleggeranno sempre negli animi dei nostalgici di sciarpe e pennacchi. Con il rischio concreto di trasformare dibattiti di alta caratura politica, in argomenti da stadio ed ippodromi. (dm)

[Domenico Mazza è del Comitato Magna Graecia]

 

LA CALABRIA DICE NO AL CIBO SINTETICO
E ABBRACCIA LA CAMPAGNA DI COLDIRETTI

di ANTONIETTA MARIA STRATI – In Calabria cresce il fronte del “no” contro il cibo sintetico. Una battaglia lanciata da Coldiretti e che, nelle ultime settimane, sta raccogliendo sempre più adesioni da parte delle istituzioni, dei cittadini e delle Associazioni.

Una battaglia «sacrosanta a favore della qualità e della sicurezza dei prodotti» e contro un «cibo Frankestein», come l’ha definito Coldiretti, che mette a «rischio il futuro dei nostri allevamenti e dell’intera filiera del cibo Made in Italy», come ha ribadito il presidente di Coldiretti Calabria, Franco Aceto.

La petizione, infatti, vuole promuovere una legge che vieti la produzione, l’uso e la commercializzazione del cibo sintetico in Italia, dalla carne prodotta in laboratorio al latte “senza mucche” fino al pesce senza mari, laghi e fiumi. Prodotti che potrebbero presto inondare il mercato europeo sulla spinta delle multinazionali e dei colossi dell’hi tech – ha scritto Coldiretti in una nota –. Già ad inizio 2023 potrebbero essere, infatti, introdotte a livello Ue le prime richieste di autorizzazione all’immissione in commercio che coinvolgono Efsa e Commissione Ue, mentre entro il primo semestre 2023 negli Usa potrebbero entrare in commercio i primi prodotti sintetici. Una pericolosa deriva degli alimenti creati in laboratorio iniziata con la finta carne della società americana Beyond Meat e sostenuta da importanti campagne di marketing che tendono a nascondere i colossali interessi commerciali e speculativi in ballo per esaltare invece il mito della maggior sostenibilità rispetto alle tradizionali attività di allevamento e pesca».

A firmare la petizione, l’arcivescovo di Catanzaro, mons. Claudio Maniago, sottolineando che «senza agricoltura non c’è né turismo né tutela dell’ambiente».

Dello stesso parere anche il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, che ha sottoscritto la petizione «per promuovere una legge che vieti la produzione, l’uso e la commercializzazione del cibo sintetico in Italia. Una sacrosanta battaglia, al fianco dei nostri agricoltori, a favore del cibo naturale e del made in Italy».

Anche il sindaco di Catanzaro, Nicola Fiorita, ha messo la sua firma nella petizione.

«Il cibo sintetico – ha detto il primo cittadino – rappresenta una minaccia concreta per la salute e per l’economia di un territorio già fragile come Catanzaro e la Calabria, costretto a subire l’avanzata delle multinazionali anche in questo settore. Al contrario, la nostra filiera agroalimentare può garantire prodotti di qualità che si innestano perfettamente nel tessuto sociale e culturale della terra che abitiamo e che dobbiamo rispettare. Crediamo fortemente nell’idea che l’imprenditoria agricola e la biodiversità siano beni preziosi che, come amministrazione comunale, dobbiamo difendere e promuovere».

«Sosteniamo il made in Italy ed il made in Calabria difendendo il nostro immenso patrimonio agroalimentare, la nostra invidiabile biodiversità, il nostro territorio unico», ha detto il consigliere comunale di Catanzaro, Vincenzo Capellupo, anche lui firmatario della petizione.

«Si tratta di un enorme patrimonio che, negli ultimi anni – ha aggiunto – tanti giovani italiani e calabresi hanno deciso di valorizzare con investimenti, innovazione e passione. Questa è la strada giusta da percorrere insieme ad i consumatori che devono continuare a scegliere nelle loro case e nelle attività commerciali prodotti con queste caratteristiche. Grazie a Coldiretti per la capacità di tenere sempre alta l’attenzione su queste tematiche con azioni ed iniziative concrete».

Anche l’Amministrazione comunale di Cropani ha aderito alla petizione, con una delibera approvata dalla Giunta comunale e portata dagli uffici di Coldiretti dall’assessore Maria Borrelli.

«Un’ulteriore testimonianza – ha dichiarato il direttore interprovinciale Pietro Bozzo – della grande condivisione su questa nostra battaglia da parte delle Istituzioni locali ma anche del mondo accademico e della scuola, cittadini, rappresentanti delle Istituzioni nazionali e regionali, rappresentanti del mondo delle imprese e della Chiesa e altre categorie».

«La consegna della delibera “brevi manu” da parte dell’assessora Maria Borrelli – ha continuato – assume un significato importante; lei stessa insieme alla famiglia sono testimonial autorevoli e diretti poiché  conducono un’azienda agricola con annesso spaccio aziendale di carni genuine da loro prodotte e commercializzate oltre a gestire in un’ottica multifunzionale, una fattoria didattica che ospita tanti ragazzi e ragazze delle scuole ai quali fanno toccare con mano i valori e le esperienze agricole».

Tra gli ultimi firmatari, il Comune di Tropea, guidato dal sindaco Giovanni Macrì. La Giunta, infatti, con apposita delibera ha aderito alla petizione lanciata dalla Coldiretti e finalizzata a combattere il dilagare del cibo artificiale.

«Combattere la diffusione del cibo sintetico significa non solo tutelare l’ambiente, ma anche salvaguardare il patrimonio di conoscenze e saperi alla base delle produzioni agroalimentari d’eccellenza, vere e proprie icone del Made in Italy e del Made in Calabria – ha detto Macrì –. Significa difendere le specificità territoriali e tradizionali legate alla biodiversità, la salute e l’agricoltura. Su questo percorso e su questo impegno che è di responsabilità nei confronti dello sviluppo delle nostre comunità, l’Amministrazione Comunale a partire dal 2023, per rafforzare la percezione esperienziale ed emozionale di Tropea come destinazione anche del turismo enogastronomico, metterà in campo iniziative finalizzate a promuovere innanzitutto nella ristorazione locale il valore della filiera corta, il recupero in chiave moderna dei piatti della memoria e l’esaltazione della biodiversità agroalimentare della nostra terra, attraverso l’innovazione e la sperimentazione di cui si stanno già facendo interpreti, con successo, i giovani chef stellati calabresi».

«Il cibo sintetico – sono le motivazioni condivise dalla Giunta – è prodotto in bioreattori; non salvaguarda l’ambiente perché comporta un maggiore consumo di acqua ed energia rispetto agli allevamenti tradizionali e soprattutto è meno efficiente di quelli oggi più performanti. Limita la libertà dei consumatori e omologa le scelte sul cibo; favorisce gli interessi di pochi operatori, monopolizzando l’offerta di cibo nel mondo; spezza lo straordinario legame che unisce cibo e natura; non tutela la salute non essendoci garanzia che i prodotti chimici usati siano sicuri per il consumo alimentare e l’esperienza maturata è ancora troppo limitata per giungere a conclusioni differenti; non aiuta a perseguire gli obiettivi di giustizia sociale, in quanto prodotto sulla base di brevetti e tecnologie con alti costi di ingresso e sviluppo, nelle mani di pochi grandi investitori multinazionali».

Il cibo sintetico «può avere impatti socio-economici molto pericolosi, in quanto frutto di una fascinazione ecologica che non ha finora consentito riflessioni ben più approfondite; atteso che il raffronto con i sistemi più avanzati e sostenibili per la produzione del cibo, propri dell’agroalimentare italiano, consente di valutare correttamente gli esiti pregiudizievoli per l’ambiente del cibo sintetico fabbricato a mezzo di bioreattori».

«Per tutte queste ragioni non possiamo che essere a sostegno della campagna nazionale di Coldiretti – ha concluso Macrì – nella consapevolezza che non frenare l’avanzare di queste alternative al cibo naturale, equivale a distruggere progressivamente lo stesso appeal identitario distintivo delle nostre destinazioni turistiche». (ams)

 

ECOMAFIE, IL TRISTE PRIMATO CALABRESE
È QUARTA IN ITALIA E CONSENZA È SECONDA

La Calabria continua a essere maglia nera per gli ecoreati. Secondo il report Ecomafia di Legambiente, la nostra regione si posiziona quarta nella classifica nazionale e, Cosenza, a livello Provinciale, è al secondo posto dopo Roma.

«È desolante continuare a vedere, nel corso degli anni, la Calabria sempre ai primi posti nella classifica nazionale degli ecoreati – ha dichiarato Anna Parretta, presidente Legambiente Calabria –. Particolarmente gravi i dati relativi al ciclo illegale del cemento che portano la nostra Regione al secondo posto ed evidenziano la necessità di azioni reali ed incisive contro l’abusivismo edilizio e la cementificazione del territorio e delle coste. Non è più tempo di proclami e perenni promesse inadempiute: servono azioni concrete contro i grandi e piccoli ecomostri calabresi. Ed è essenziale, oltre al ripristino ed alla cura della nostra bellissima terra, consolidare la cultura della legalità in particolare sui temi ambientali».

Un quadro preoccupante, dunque, quello tracciato da Legambiente nel suo report, in cui viene evidenziato come «Campania, Puglia, Calabria e Sicilia sono le quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa che subiscono il maggiore impatto di ecocriminalità e corruzione. Qui si concentra il 43,8% dei reati accertati dalle forze dell’ordine e dalle Capitanerie di porto, il 33,2% degli illeciti amministrativi e il 51,3% delle inchieste per corruzione ambientale sul totale nazionale».

Ma, se andiamo a vedere a livello regionale, la situazione è davvero preoccupante: Nella classifica delle illegalità ambientale 2021, infatti, la Calabria è al quarto posto con 2680 reati, di questi 1060 solo nella provincia di Cosenza, territorio che si classifica al secondo posto per numero di reati tra le province di Italia, dopo Roma. In tutta la regione, sono state 2469 le persone denunciate, 21 arresti , 1009 sequestri, 3407 illeciti amministrativi e 3298 sanzioni amministrative. 

Nel ciclo illegale del cemento la Calabria è al secondo posto con 1086 reati. Anche in questa classifica troviamo la provincia di Cosenza al secondo posto nella classifica nazionale con 373 reati, seguita al terzo posto da Reggio Calabria con 249 reati. 

Nel ciclo illegale dei rifiuti la Calabria è al quinto posto con 509 reati di cui 172 nella provincia di Cosenza e 146 nella provincia di Reggio che nella classifica delle provincie italiane si collocano rispettivamente al settimo ed ottavo posto. 

Sono state 557 le inchieste sull’art. 452 quaterdecies C.P, attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti da febbraio 2002 al 19 luglio 2022. 

Nella classifica sugli incendi negli impianti di trattamento, smaltimento, recupero dei rifiuti, la regione Calabria è all’ottavo posto per numero di reati con 91 incendi ad impianti dall’1 gennaio del 2013 al 31 luglio 2022. In Italia, nello stesso periodo di riferimento, sono stati in tutto 1388.

Nella classifica delle illegalità contro la fauna, la Calabria è al settimo posto con 364 reati. Undicesimo posto tra le province italiane per Reggio Calabria con 137 reati, 126 persone denunciate, un arresto e 196 sequestri.

Infine anche alcuni dati sull’arte rubata nel 2021, la Calabria è al quindicesimo posto con 8 reati, 78 persone denunciate, una persona arrestata, 4 sequestri, 19 illeciti amministrativi e 19 sanzioni amministrative. 

Che fare, dunque? L’Associazione non ci sta e, per questo, avanza dieci proposte «per rendere più efficace l’azione dello Stato, partendo dall’approvazione di quelle riforme che ancora mancano all’appello, anche in vista della nuova direttiva europea sui crimini ambientali».

Approvare anche nella XIX legislatura la costituzione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati (la cosiddetta Commissione  Ecomafia) – è la prima proposta, seguita poi dalla richiesta di inserire, con il primo provvedimento utile, i delitti ambientali previsti dal Titolo VI-bis del Codice penale e il delitto di incendio boschivo (423-bis), considerata la loro gravità e complessità, tra quelli per cui non scatta alcun automatismo in materia di improcedibilità.

Chiesto, poi, di approvare il disegno di legge contro le agromafie, che introduce i nuovi delitti a tutela del patrimonio agroalimentare del nostro Paese, del vero “made in Italy” e della salute delle persone, già varato dal governo, durante la scorsa legislatura, nell’aprile del 2020 ma mai votato in Parlamento. Per Legambiente, poi, serve introdurre nel titolo VI-bis del Codice penale sanzioni adeguate ed efficaci nei confronti di chi commette crimini contro gli animali (fino a 6 anni di reclusione e 150.000 euro di multa).

Istituire uno specifico “Fondo nazionale per la prevenzione e la tutela degli animali oggetto di maltrattamento, abbandono, sequestro, confisca o selvatici feriti”, chiede l’Associazione, oltre che «ripristinare, se necessario con una modifica legislativa, la corretta attuazione da parte delle prefetture di quanto previsto dall’art. 10-bis della legge 120/2020, che ne stabilisce il potere sostitutivo in tutti i casi, anche antecedenti all’approvazione della norma, di mancata esecuzione da parte dei Comuni delle ordinanze di demolizione di immobili abusivi».

«Emanare, da parte del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica i decreti attuativi della legge 132 del 2016 – si legge tra le proposte – che ha istituito il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (ancora non pubblicati al momento di scrivere questo Rapporto) e prevedere incrementi di organico per il Sistema nell’ambito del reclutamento di nuovo personale a cui affidare i controlli sulle opere da realizzare con il Piano nazionale di ripresa e resilienza».

Sarebbe importante, poi, «rimuovere la clausola dell’invarianza dei costi per la spesa pubblica prevista sia nella legge 68/2015 che in quella che ha istituito il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente» chiede ancora Legambiente, sottolineando la necessità di «inasprire le sanzioni per il delitto di traffico organizzato di rifiuti, ai sensi dell’art. 452-quaterdecies, innalzando le pene reclusive da 3 a 8 anni (10 nel caso di rifiuti radioattivi) e introdurre nuove e più stringenti sanzioni in materia di smaltimento illecito».

Infine, viene chiesto di «garantire l’accesso gratuito alla giustizia da parte delle associazioni, come Legambiente, iscritte nel registro unico nazionale del Terzo settore e impegnate di fronte a qualsiasi autorità giudiziaria in qualsiasi grado di giudizio nel perseguimento dei propri fini statutari». (rrm)