SANITÀ CALABRIA, PER LA CORTE DEI CONTI
NON È CHIARO L’UTILIZZO DELLE RISORSE

di GIACINTO NANCI – La sezione Corte dei Conti della regione Calabria nella seduta del 01 dicembre 2022 ha messo in evidenza le gravi criticità della sanità calabrese evidenziate sia dal suo ultimo posto nella graduatoria nazionale nell’applicazione dei Lea (Livelli Assistenziali di Assistenza) con miseri 125 punti ed anche  in regressione rispetto all’anno precedente, sia per la mancata approvazione del documento contabile che non pone alcuna certezza in ordine alla modalità di impiego delle risorse e sia per la stratosferica spesa di 242 milioni di euro per le cure dei calabresi fuori regione.

Ma come è possibile che possa accadere una cosa simile visto che la sanità calabrese è sotto piano di rientro dal 2009 e commissariata dal 2010 e visto che la regione Calabria da circa 4 anni ha commissariate sia tutte e 5 le sue aziende sanitarie che i tre più grandi ospedali regionali?

L’applicazione del piano di rientro sanitario e tutti gli altri commissariamenti sono stati imposti alla regione Calabria per un presunto deficit della sua spesa sanitaria causata dalla presunta cattiva amministrazione degli amministratori calabresi. Ma se dopo tredici anni di piano di rientro e di un totale commissariamento della sua sanità la Corte dei Conti registra l’ulteriore peggioramento dei Lea, l’ulteriore aumento della spesa sanitaria dei calabresi fuori regione e la mancanza di un documento contabile dobbiamo allora pensare che la causa di tutto ciò non sono stati ne i “cattivi” amministratori calabresi e neanche il fatto che siano stati mandati, dai governi nazionali, in Calabria in questi 13 anni dei commissari tutti incapaci, ma qualcos’altro.

Ed in effetti il vero problema del presunto deficit sanitario, dei Lea in caduta e della disastrosa situazione della sanità calabrese sta nel fatto che da più di 20 anni a questa parte alla Calabria vengono assegnati in assoluto, in confronto con le altre regioni,  meno fondi per la sua sanità nonostante la necessità di una maggiore sua spesa sanitaria per i molti malati cronici in più rispetto alla media nazionale per come è stato certificato perfino dal commissario al piano di rientro Scura già nel lontano 30/09/2015 con il dca N. 103 vidimato, per come prevede il piano di rientro, prima dal Ministero dell’Economia e poi da quello della Salute.

Quindi dal governo in giù tutti sanno che la Calabria riceve meno fondi pro capite in assoluto per la sua sanità nonostante abbia tra i suoi residenti moltissimi malati cronici in più (circa 300.000 per come è facile conteggiarli dalle dettagliate tabelle del Dca n. 103 del commissario Scura) e tutti sanno che è proprio questa la vera causa di quanto denunciato dalla Corte dei Conti. Anche un bambino sa che i pochi fondi arrivati in Calabria non hanno permesso che i suoi molti malati cronici si potessero curare bene e un malato cronico che non si cura peggiora e poi per potersi curare costa molto di più e peggiora a tal punto che poi per curarsi deve recarsi nei costosissimi centri di eccellenza fuori regione con ulteriore peggioramento della spesa sanitaria e del presunto deficit.

Ed è proprio ciò che è accaduto in Calabria, ed è per questo che 13 anni di piano di rientro e quattro di totale commissariamento hanno portato ad un ulteriore peggioramento dei livelli di assistenza e dei conti sanitari della Calabria. Allora si può perfino perseverare con il piano di rientro e i commissariamenti, nonostante che siano essi stessi a far peggiorare la sanità calabrese, ma bisogna assolutamente modificare il criterio di riparto dei fondi sanitari alle regioni basandolo sulla presenza della numerosità dei malati cronici che è il vero indicatore dei reali bisogni delle sanità regionali.

L’ultima conferenza delle regioni ha posto le basi per una modifica del riparto dei fondi per il prossimo anno basato sulla mortalità sotto i 75 anni e sulla “deprivazione” e ciò configura sicuramente  una prima presa di coscienza del problema di un corretto riparto, ma che sicuramente è poca cosa perché questa modifica di riparto dei fondi porta una variazione di pochissime decine di milioni di euro mentre con il criterio della differente numerosità delle malattie croniche nelle  varie regioni la modifica del riparto è dell’ordine di centinaia di milioni di euro. Ed è questa l’unica e vera soluzione per un corretto riparto dei fondi sanitari alle regioni.

Una ultima considerazione che denuncia l’aberrazione del piano di rientro sanitario è il fatto che, a causa di esso è stato imposto dal governo alla Calabria un prestito forzoso ed usuraio di 424 milioni euro per il quale noi calabresi restituiremo ben 924 milioni in 30 anni dal 2011. Stiamo pagando ben 30.7 milioni di euro all’anno invece di 16 perché su quel prestito forzoso ci è stato applicato dal governo un tasso quasi usuraio del 5.89% (tasso usuraio per le anticipazioni di cassa è del 6,3%).

Quindi ci è stato imposto non solo un ingiusto piano di rientro che ha ulteriormente ridotto gli insufficienti fondi alla sanità calabrese ma anche un altrettanto prestito usuraio e come se tutto ciò non bastasse noi calabresi stiamo pagando, sempre a causa del piano di rientro, più tasse degli altri italiani. Infatti per ripagare il presunto deficit sanitario un lavoratore calabrese con un imponibile di 20.000 euro paga da ormai 12 anni a questa parte ben 406 euro in piu’ di Irpef di ogni altro lavoratore italiano ( e lo dovrà continuare a farlo per i prossimi 28 anni) e un imprenditore calabrese con un imponibile di un milione di euro paga ben 10.700 euro in più di Irap degli altri imprenditori italiani così il piano di rientro oltre a far peggiorare la salute dei calabresi mette in rovina anche la sua economia.

Allora per porre fine alle ingiustizie verso i malati calabresi e la Calabria tutta: 1) fine del piano di rientro, 2) fine dei commissariamenti, 3) riparto dei fondi sanitari alle regioni basato sulla numerosità delle malattie presenti, 4) fine della super tassazione e 5) restituzione dei soldi sottratti con il prestito usuraio. (gn)

[Scritto insieme ai medici dell’Associazione Mediass – Medici di Famiglia Catanzaro, Fabiano Esterina, dott.ssa Greco Antonietta, dott. Muscolo Andrea e dott. Rossi Carmelo]

SEMPRE ULTIME LE PROVINCE CALABRESI
A CHI SERVE LA CLASSIFICA DI VIVIBILITÀ

di FRANCESCO RAO – Nei giorni scorsi, per l’ennesima volta, un prestigioso quotidiano nazionale, tramite i dati emersi da una ricerca condotta annualmente sulla qualità della vita, ha collocato la provincia di Crotone all’ultimo posto della classifica, mentre all’area Metropolitana di Reggio Calabria, perdendo una posizione rispetto alla precedente edizione, è stato assegnato il sest’ultimo posto. 

Niente di nuovo sotto il sole potremmo affermare. Invece no. C’è bisogno di fermarsi, riflettere e comprendere fino in fondo il peso di quei dati, pesanti come macigni e posti come un enorme muro lungo la strada della crescita che la Calabria e in particolare gli abitanti delle due province evidenziate, hanno il diritto di percorrere senza tenere il cappello in mano. 

Per intenderci, non stiamo parlando di due aree desertiche nelle quali qualsiasi attività potrebbe apparire inutile. Seppur fosse così, prendendo in prestito l’esperienza di quei popoli che hanno saputo sopravvivere anche al deserto, avremmo già da tempo potuto fare la differenza superando gli ostacoli e promuovendo percorsi virtuosi. 

Professionalmente, per più anni, sono stato impegnato nel mondo della scuola delle due aree interessate. Quindi, ciò che scrivo è frutto di una constatazione diretta appresa dal quotidiano confronto avuto con docenti, discenti, genitori e dirigenti scolastici. Tali circostanze, oltre a consentirmi di poter rilevare le preoccupanti carenze strutturali, ben evidenziate nello studio annuale dell’organo di stampa di Confindustria, mi ha permesso di toccare con mano altri indicatori che incidono ancora più profondamente sulla vita delle persone. Primo fra tutti vi è il fortissimo impatto della disoccupazione che rende ancora oggi impossibile agli abitanti di quei territori di poter pensare ad un futuro migliore. A seguire, e in modo inedito a qualsiasi ricerca circolante, si aggiunge il fenomeno vissuto in pari condizione sia da chi ha una bassa scolarità, sia da quanti, pur avendo elevati titoli di studio, non riescono a spenderli nel rispettivo territorio ritrovandosi sempre più spesso costretti a lavorare subendo il peso di una forte instabilità e tante volte anche quella di una retribuzione al di sotto del dovuto. 

Mi chiedo: come si può condurre un’analisi di tale importanza senza considerare la totale differenza insita nei rispettivi indicatori, letteralmente inapplicabili ai diversi contesti presi in esame a seguito di una elevata esposizione ai fenomeni di povertà largamente diffusi? 

Insomma, se tra gli indicatori della prestigiosa ricerca vi fossero la salubrità dell’aria o la possibilità di trascorrere tempo passeggiando sulle spiagge, con i nostri 750 chilometri di costa e tutto l’ossigeno liberato da tre Parchi nazionali, saremmo ancora ultimi? 

Da un punto di vista metodologico, seppur la ricerca abbia previsto ben novanta indicatori, suddivisi in sei gruppi, come potremo mai competere in tema di ricchezza e consumi con quelle realtà nelle quali la propensione al lavoro, il reddito, gli affari e il lavoro, l’ambiente e i servizi, la salute, la giustizia e la sicurezza, la cultura e il tempo libero sono posti specularmente all’opposto delle nostre possibilità? Sia ben chiaro, la stesura della classifica della qualità della vita, pubblicata dall’autorevole quotidiano preso in esame, sin da quando ero studente universitario ha rappresentato per me una fonte inesauribile di informazioni che nel tempo mi hanno consentito di studiare gli ambiti più impensabili delle aree complesse nelle quali ho avuto modo di lavorare, partendo sempre dalla realtà del territorio e considerando un vecchio detto particolarmente funzionale: “ognuno accende il fuoco con la legna che ha”. 

Volendo essere curioso, dopo aver letto il rapporto del 2022, guardando un po’ più lontano del solito ho pensato: in una ipotetica attenzione riposta per queste aree da imprenditori o da multinazionali, intenzionati a investire in queste aree, leggendo i dati quali aspettative verranno fuori? Chissà, in assenza di riferimenti, come sarà considerata l’area della Città Metropolitana di Reggio Calabria nella quale si trova Gioia Tauro, con uno dei Porti più importanti delle Mediterraneo e con una ZES che prima o poi dovrà pur manifestare tutte le potenzialità riservate alle zone economiche speciali? Ci sarà una minima attenzione nei confronti di quel tessuto socioeconomico nel quale vige ancora la preziosità della conoscenza e la bontà impiegata in ogni singolo lavoro, svolto ancora con la passione degli artigiani i quali, riponendo nella soddisfazione dei rispettivi clienti, hanno da sempre alimentato la fiducia quale sentimento indispensabile al prosieguo delle rispettive attività? Per quanto riguarda Crotone, sempre brevemente e con l’intento di fare qualche piccolo esempio: saranno considerate tutte le peculiarità storiche ed imprenditoriali vissute da una popolazione che ha vissuto l’illusione di poter diventare polo industriale, subendo i danni di un terribile inquinamento prodotto da una società che aveva scelto quell’area per produrre e, forse, lasciarci i rifiuti, senza minimamente preoccuparsi della salute delle persone? 

Eppure, il Crotonese ha compiuto enormi passi in avanti. Ha saputo rialzare la testa producendo vini di pregevole qualità, avviando numerose attività turistiche con villaggi che non soffrono minimamente il sentimento di inferiorità, rispetto ad una concorrenza situata in altre regioni d’Italia e del mondo, divenendo anno dopo anno meta prediletta anche da tour operator stranieri. 

Forse aveva ragione Domenico Modugno quando ha scritto una tra le sue più bellissime canzoni (Meraviglioso): “ma guarda intorno a te che doni ti hanno fatto: ti hanno inventato il mare! Tu dici non ho niente, ti sembra niente il sole”. 

Sino a quando il nostro agire confermerà la visione che gli altri hanno della Calabria, noi non saremo autenticamente Calabresi, ma rappresenteremo l’immagine che abbiamo consentito agli altri di utilizzare per descrivere e narrare un racconto utile soltanto a farci rimanere l’ultimo vagone di un treno destinato a rimanere fermo nella stazione. Perciò, prendendo in considerazione i dati pubblicati, i quali rappresentano una autentica verità, iniziamo a preoccuparci di veicolare la bellezza e la capacità di guardare avanti, attivando una virtuosa web reputation e facendo di tutto per chiedere alle Istituzioni di voler provvedere ed intensificare la repressione del crimine, mediante un sistema giudiziario capace di garantire pene certe ed evitare quella mediatica esposizione di presunti colpevoli, sino a quando non ci sarà una Sentenza passata in giudicato. Con una comune visione e con la capacità di creare un marketing territoriale, capace di far veicolare il meglio della nostra terra, sono certo che strutturalmente anche la malavita avrà strada corta. 

Forse è difficile volerlo ammettere: stiamo giocando la partita che stabilirà il futuro dei prossimi cento anni nonché la dinamica demografica della Calabria.  (fr)

(Francesco Rao è Presidente del Dipartimento Calabria ANS Sociologi)

 

I DATI DELL’INPS: IL 13% DEI CALABRESI
PERCEPISCE IL REDDITO DI CITTADINANZA

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Reddito di Cittadinanza e calo demografico sono due questioni importanti con cui la Calabria deve fare i conti. La prima, la misura voluta dal M5S di Giuseppe Conte, è ampiamente diffusa nella nostra regione; la seconda, un triste dato di fatto.

Secondo i dati del Bilancio sociale di Inps Calabria, presentato nei giorni scorsi, «il 13 per cento della popolazione in Calabria è percettore di reddito (di cittadinanza) con una media di 563 euro a persona». Un dato che conferma quelli forniti a novembre da Open Calabria, in cui veniva evidenziato un record nazionale della nostra regione: stando ai dati di settembre 2022, i percettori del Reddito di cittadinanza sono 99mila (contro i 103 mila del 2021) e che le persone coinvolte sono 224 mila contro i 240 mila nel 2021.

Si tratta di dati che, per il presidente del Comitato Regionale Inps Gianfranco Trotta, fanno comprendere come il Reddito di Cittadinanza «vada riformato, vada rivisto ma non eliminato senza alternative, altrimenti una parte della popolazione sarebbe in povertà assoluta».

Dello stesso parere il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, che ha partecipato all’evento e ha sottolineato l’esigenza di una rapida riforma del provvedimento di cui evidentemente non si può fare a meno, salvo a far crescere situazioni di disagio nei nuclei familiari senza reddito.

Ma non è solo il tema del Reddito di Cittadinanza a destare preoccupazione. C’è anche il dato che conferma la Calabria come una regione che conta sempre più anziani. I pensionati «rappresentano il 62,08% (738.337 in aumento rispetto al 2020 che erano 735.699) rispetto alla popolazione attiva 14-64 anni (1.189.374 in diminuzione si registra, infatti, – 37.139 rispetto all’anno 2020) – si legge nei dati Inps –. Le pensioni erogate dall’Istituto in Calabria sono 738.337 di cui 620.415 relative alla gestione privata con un importo medio mensile di € 628.07; per la gestione pubblica, invece, le pensioni erogate sono 117.922 il cui importo medio è pari a € 1.884.37. Le pensioni destinate alle donne, esclusa la gestione dipendenti pubblici, risultano con un assegno medio di € 541.04 pari al 48.38% dell’intero ammontare delle pensioni liquidate anche se rappresentano il 56% dei percettori di pensioni».

«Questo dato conferma, ancora una volta – viene evidenziato – la disparità di trattamento economico e di carriere tra uomini e donne nel percorso lavorativo. I pensionati gestione privata titolari di un reddito pensionistico lordo inferiore a 1000€ sono circa l’87,68%». 

Nel corso della presentazione del Bilancio, a cui hanno preso parte il presidente Civ nazionale Inps, Roberto Ghiselli, il direttore Inps Calabria Giuseppe Greco e il presidente Trotta, è stato evidenziato come «le performance dell’Inps calabrese vedono l’istituto tra quelli con le prestazioni migliori in ambito sociale».

«I dati rappresentati dimostrano una ripresa rispetto all’anno tragico del 2020 – ha commentato il direttore Inps Calabria, Giuseppe Greco – . Evidentemente non poteva che essere così, però si traccia un trend che fa anche ben sperare e auspichiamo in una corsa nel 2023. Questo anche grazie all’impegno delle nostre lavoratrici e dei lavoratori dell’Inps che sono però in numero sempre più risicato. I risultati in termini di performance sono frutto anche di un rapporto assolutamente consolidato e ben funzionante con i cosiddetti stakeholders e i patronati senza i quali indubbiamente l’istituto non potrebbe vantare dati di questo livello».

Il presidente Trotta, poi, ha snocciolato i dati, presentando una novità del bilancio, ossia i ricorsi per rapporti di lavoro disconosciuti. Un ambito, ha affermato Trotta, nel quale «c’è un esercizio vario della fantasia che davvero alcune volte ci lascia interdetti». Il ricorso ad assunzioni fittizie per “accaparrarsi” le misure di sostegno al reddito, oppure per “aggiungere” punti ad una graduatoria, ha aggiunto Trotta «mortificano le migliaia di lavoratrici e lavoratori che con molti sacrifici si recano al lavoro ogni giorno e che, loro malgrado, sono costretti a fare ricorso agli ammortizzatori sociali perché licenziati oppure per le sospensioni del lavoro stesso. Oltre al lavoro nero, al lavoro precario e sottopagato esiste una nuova o vecchia categoria che è il lavoro fittizio finalizzato ad attingere dai sussidi statali».

Secondo la campagna di Customer Experience,  l’attività dell’Inps Calabria ha avuto una valutazione partecipativa 2021 con un punteggio di soddisfazione pari a 3,81 in linea con la media nazionale di 3,94. Diminuisce inesorabilmente il personale, una costante degli ultimi anni, ma che nel 2021 ha toccato la quota di 80 unità in meno rispetto all’anno precedente. 

Le lavoratrici e i lavoratori dipendenti nella nostra Regione nell’anno 2021 sono 495.185 in aumento rispetto al 2020, aumentano i lavoratori del settore privato del 6.8% per un totale di 263.563 e diminuiscono i lavoratori del settore pubblico dell’1.8%, infatti, si attestano a 109.255, unica categoria che diminuisce mentre sono in aumento i lavoratori autonomi dell’1.2%, così come aumentano anche i lavoratori parasubordinati del 5.5%, arrivando, quindi, a 13.834.

Rispetto al 2020 aumenta l’occupazione femminile in tutti i settori. Continua inesorabilmente il drammatico calo demografico, così come diminuisce la popolazione residente soprattutto nelle aree interne. Altro dato preoccupante si conferma il saldo negativo dei processi migratori con un -8.568 di iscrizioni nonostante un saldo positivo dei processi migratori con l’estero di + 1.247.

Nel 2021 le prestazioni di sostegno al reddito per cessazione di lavoro accolte sono state 147.686 in aumento + 3.2% (NASpI, anticipazione NASpI, DISCOLL, D.S. Agricola) con una forte diminuzione delle DIS-COLL pari al 14,62 ed un aumento delle NASpI del 4% circa e delle Anticipazioni NASpI del 26.27 in aumento anche la D.S. Agricola del 2.86% rispetto al 2020.

Per quanto riguarda le misure relative alle sospensioni del rapporto di lavoro nel 2021 le ore autorizzate sono state 40.630.639 concentrate soprattutto nei Fondi Solidarietà F.I.S. 38%, Cassa Integrazione Guadagni in Deroga 34.3%, nel 2020 le ore autorizzate furono 51.297.872.

I sussidi erogati nell’anno 2021 di competenza della Regione Calabria ed erogati dall’INPS sulla base di apposite convenzioni per interventi di politiche attive per il lavoro e tirocini hanno riguardato 6.203 beneficiari, per una spesa totale di 18.375.000 euro. 

Le indennità Covid-19 previste nei vari decreti-legge sono state erogate, le domande definite 241.298 recuperando anche la giacenza relativa al 2020. 

Per quanto riguarda l’Invalidità Civile anche nel 2021 è proseguita l’attività in convenzione con la Regione Calabria con l’affidamento all’Istituto delle funzioni relative all’accertamento dei requisiti per l’ottenimento della pensione che ha, nei fatti, accorciato notevolmente i tempi di attesa e di erogazione della prestazione. Si conferma il trend negativo degli scorsi anni rispetto alle pensioni di invalidità erogate. 

Quelli presentati dall’Inps, dunque, sono dati che – come ha evidenziato Occhiuto – «dovrebbero essere alla base delle decisioni politiche». (ams)

«TROPPI MURI E MAI ABBASTANZA PONTI»
STRETTO: IL PROBLEMA NON SONO I SOLDI

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Per il Mose di Venezia, nel bilancio del Consorzio Venezia Nuova (concessionario dell’opera), sono stati iscritti lavori per un costo di quasi 7 miliardi di euro. Si stima poi che la manutenzione del Mose costerà 100 milioni di euro per ognuno dei 100 anni in cui dovrebbe restare in funzione.  E sono più di 800mila euro i costi di quattro giorni di funzionamento per salvare la città dall’acqua alta.  

Il costo della Tav si avvicina a 12 miliardi, solo nella parte italiana. Ma due studiosi Foietta ed Esposito hanno stimato che, se la Torino-Lione fosse costruita tutta insieme e quindi non per “fasi funzionali” avrebbe un costo totale di 24,7 miliardi di euro. Terna sta costruendo un elettrodotto che costa circa 4 miliardi per portare l’energia dal Marocco alla Sardegna, alla Campania e alla Sicilia. Considerata la rilevanza strategica del Tyrrhenian Link, uno dei principali interventi infrastrutturali del Paese, fondamentale per lo sviluppo e la sicurezza del sistema elettrico nazionale, l’iter autorizzativo dell’opera si è concluso in tempi record: sono infatti trascorsi 11 mesi tra l’avvio del procedimento e l’approvazione del progetto definitivo da parte del MiTE.

La Toto Holding Renexia vuole costruire un maxi parco eolico al largo delle isole Egadi, con un progetto da 9 miliardi. Vale 1 miliardo e 100 milioni di euro il bando di gara pubblicato da Rete Ferroviaria Italiana (Gruppo Fs Italiane) in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea per la realizzazione del passante e della stazione AV del nodo di Firenze. Un’opera, riporta un comunicato, considerata «strategica» per il Gruppo Fs e Rfi.

Bene perché questo elenco di opere pubbliche  e private con ordini di grandezza di parecchi miliardi, spesso superiori al costo previsto per il ponte sullo stretto? Perché si vuole dimostrare che il problema che è sorto con quest’opera pubblica non è quello del suo costo, considerato che opere con importi molto più elevati sono state decise da pochi amministratori talvolta e sono state portate avanti in tempi estremamente brevi.      Chiedersi allora perché vi è tanta attenzione su questa opera pubblica, tanto da  fare  annullare un bando di assegnazione, mettendo in discussione la credibilità dell’intero Paese e andando incontro alla possibilità che lo Stato sia condannato ad un maxi risarcimento di 700 milioni, considerato che è ancora in corso un procedimento da parte della società vincitrice, può essere molto interessante.  

Qualcuno sostiene che la motivazione principale sia stata quella che l’opera se l’è intestata Silvio Berlusconi, qualcuno la definì il suo mausoleo e per questo non doveva essere costruita. Se questa spiegazione fosse corretta stiamo facendo un errore analogo, in quanto adesso se la sta intestando Matteo Salvini,  con il rischio che si ripeta il percorso già compiuto.

A me pare che questa spiegazione non sia convincente, come non lo è quella del benaltrismo per cui con quelle risorse si potrebbero fare tante altre cose. A mio parere il motivo principale per cui l’opera continua ad avere grandi difficoltà ad essere realizzata, malgrado si è dimostrato addirittura che il suo costo verrebbe pagato in un anno dai risparmi che ne avrebbe l’economia siciliana, sono altre. Verrebbe pagata in un anno non per il parere di qualche buontempone, ma per le evidenze di uno studio non solo della Regione siciliana, ma fatto in collaborazione con Prometea, la cui credibilità scientifica nessuno mette in discussione. 

Ed allora  la spiegazione deve essere probabilmente più ampia e deve guardare alla geopolitica di quest’area del mondo. Se è vero che il 20% del traffico mondiale passa attraverso il Mediterraneo, se è vero che nella graduatoria dei mezzi trasporto più inquinanti dopo l’aereo, viene l’auto e dopo la nave e infine il treno, allora il ponte sullo stretto ed il corridoio che da Hong Kong, attraverso il Canale di Suez ed il porto di Augusta potrebbe portare le merci a Berlino sposterebbe interessi consistenti da una parte all’altra  dell’Europa.  Per avere dimensione ricordo che il solo porto di Rotterdam  occupa direttamente 1.100 persone e 384.500 posti di lavoro dipendono in qualche modo dal porto.

Genera un fatturato annuo di 707,2 milioni di euro con un valore aggiunto (diretto e indiretto) di oltre 45,6 miliardi di euro. É peraltro evidente che prima o  poi la stessa Unione, in presenza di un corridoio che evitasse di far attraversare le maxi navi porta container tutto il Mediterraneo, costeggiando l’Egitto, la Libia, la Tunisia, l’Algeria, passando lo stretto di Gibilterra, per poi risalire per le coste del Portogallo, della Spagna, della Francia, attraversare Calais, e poi costeggiare il Belgio per arrivare finalmente ai Paesi Bassi ed entrare nel porto di Rotterdam, potrebbe proibire o scoraggiare tale circumnavigazione fonte di tante emissioni di CO2. 

Se si pensa che è bastato collegare Gioia Tauro con “un’idea” di ferrovia per farla diventare il primo porto merci italiano si capiscono gli interessi in campo. E come molti porti, compresi Trieste e Venezia, avrebbero da temere la concorrenza di nuove vie. Allora forse tante cose si spiegano anche il costo, attribuito al progetto di 1,2 miliardi dal pezzo scritto da Milena Gabanelli sul Corriere della Sera, che commette già l’errore nel titolo stesso, visto che non è costato 1,2 miliardi ma molto meno addirittura un quarto o la fiction The Bud Guy che, con una tempistica eccezionale arriva su Amazon Prime, raccontando il  crollo catastrofico, proprio quando si rimette in funzione la società ponte sullo stretto. 

Può essere poi che fare il ponte obbligherebbe il sistema Italia a collegare con l’alta velocità ferroviaria tutto il Sud del Paese, con costi evidentemente importanti, che non possono incidere sulle altre opere pubbliche che potrebbero non trovare i finanziamenti necessari soprattutto al Nord? 

Alla favola del blocco perché ci sono i “no ponte”, o perché il progetto non è adeguato, o perché la faglia sismica tra le due coste si allontana, o perché le balene potrebbero soffrire dell’ombra dei piloni o gli uccelli potrebbero andare a sbattere contro essi, consentitemi, non ci crede più nessuno. 

Adesso è l’ora di fare i conti e capire se finalmente il Paese vuole sfruttare quel dono che la natura gli ha dato ponendolo al centro del Mediterraneo, oppure in una visione eurocentrica vuole dimenticare la sua vocazione mediterranea. (pmb)

(Courtesy Il Quotidiano del Sud / L’Altravoce dell’Italia)

UNIVERSITÀ CALABRIA, PERCHÈ SARÀ UTILE
UN’ALTRA FACOLTÀ DI MEDICINA A RC O A CS

di MIMMO NUNNARI – Le prime Università in Italia nacquero nel Medioevo prevalentemente con lo scopo di formare il futuro clero; poi, col tempo furono ammessi anche studenti laici e si cominciò con lo studio di Lingua latina o Grammatica, Retorica e Dialettica e Aritmetica, Geometria, Astronomia e Musica.

Stiamo parlando di un periodo a cavallo tra l’XI e il XII secolo, quando nacquero Bologna (1088) – cui spetta anche il primato di Università più antica dell’Europa – Padova (1222) e Napoli, fondata nel 1224 da Federico II di Svevia, imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Sicilia, che ha invece il primato di primo ateneo statale.

Se allarghiamo lo sguardo al mondo scopriamo che il primo centro di produzione e diffusione del sapere nasce in Africa nell’859, con l’ateneo di Al Qarawiynn, che si trova in Marocco, nella città imperiale di Fès, cui segue l’Università Al Azhar del Cairo, fondata nel 975. Facciamo questo tuffo nella storia delle Università per sottolineare quanto importanti queste istituzioni siano state nel gettare le basi per lo sviluppo, lavorando a pianificare e costruire il futuro e consentendo a territori e comunità di agganciare più facilmente il trend della crescita e del progresso.

Oggi, in una concezione moderna, le Università sono viste come depositarie di una sorta di “responsabilità morale”: istituti in grado anche di promuovere pratiche sostenibili, capaci di fornire alle generazioni future gli strumenti necessari per affrontare e gestire un mondo sempre più eco-sostenibile e solidale. In Italia, anche in questo settore del sapere, da sempre si sono fatti due pesi e due misure.

Nel Sud più periferico – Calabria e Basilicata, per fare un esempio – gli atenei sono stati istituiti soltanto molto secoli dopo le altre. Nel 1972 è nata Cosenza e nel 1982 Potenza, università regionali che sono arrivate non solo in ritardo ma con enormi difficoltà dopo umilianti attese, dinieghi, ostacoli, cavilli burocratici, diritti negati.

Per fortuna, pur dopo secoli, il gap nord sud in questo campo è stato in qualche modo colmato e adesso in Calabria ci sono tre Università statali: l’Unical di Cosenza, la Mediterranea di Reggio, la Magna Grecia di Catanzaro, atenei che hanno dato (e danno) tanto alla regione, formando laureati e ricercatori in grado di competere con chiunque, a livello nazionale e internazionale.  L’Unical – che è stata la prima – continua a macinare risultati, ed è sul podio, tra altri grandi atenei italiani.

La Mediterranea si è guadagnata riconoscimenti importanti per gli studi di Architettura, Ingegneria e Agraria e la Magna Grecia ha una sua collaudata esperienza per le facoltà di Giurisprudenza e Medicina. Se questi tre Atenei riuscissero a mettere insieme le enormi potenzialità la Calabria ne trarrebbe sicuramente vantaggio. Accade tutto questo? A chi guarda dall’esterno sembra di no. Salvo rare, occasionali collaborazioni, gli atenei calabresi appaiono più in conflitto, anziché in armonia, tra loro. Sembra abbiano ereditato il vecchio vizio della politica calabrese, che vive di municipalismi, rancori, provincialismi, senza capire che le differenze, se messe insieme, sono ricchezza.

Domanda: serviva creare tre facoltà di Giurisprudenza in regione (Catanzaro, Cosenza, Reggio), cui si può aggiungere Messina, che sta lì, ad un braccio di mare? Tutto ciò in un territorio che conta un numero di avvocate e avvocati che lo rende il più densamente popolato di professionisti: con quasi sette avvocati ogni mille abitanti. Altra domanda: serve un’altra facoltà di Medicina, oltre Catanzaro? In questo caso la risposta è sì: per una serie di ragioni, locali e nazionali, come carenza di medici generici, di specialisti, di strutture sanitarie che assicurino a tutti il sacrosanto diritto alla salute.

Tuttavia, già la sola ipotesi che possa nascere una nuova Medicina (all’Unical) ha scatenato istituzioni, politica, opinione pubblica e vertici dell’ateneo catanzarese. Sono stati fatti pure cortei (funerali) di protesta, portando in processione bare; cose di pessimo gusto. Addirittura si chiama in causa il Consiglio comunale per evitare gli “scippi” e il rettore della Magna Grecia Giovambattista De Sarro dice un no, chiaro e deciso, a un’altra facoltà di Medicina: “Non aiuterebbe”, rivendicando che Catanzaro ha 40 anni di storia e ammonendo: “Nessuno può improvvisare di fare il docente a Medicina, ci vuole una conoscenza delle problematiche che non si inventa in due giorni o in due anni”.

Un ragionamento sbagliato, nella regione con la sanità più massacrata d’Italia, senza contare che una sana competizione aiuterebbe Catanzaro, anziché danneggiarla: quantomeno servirebbe alla facoltà catanzarese a scalare la graduatoria dei migliori e dei peggiori corsi medicina in Italia (fonte Censis) che trova in testa Pavia (108 punti) mentre Catanzaro è al terz’ultimo posto (71,5 punti), poco prima di Chieti-Pescara, che è l’ultima. (mnu)

  

QUALITÀ DELLA VITA, CROTONE È ULTIMA
SERVE UN PIANO MARSHALL PER LA CITTÀ

di SERGIO DRAGONE – Ma com’è possibile che per tre anni di seguito Crotone sia classificata dal Sole 24 Ore ultima provincia italiana come qualità della vita? E che questo brutto primato venga replicato anche dalle indagini di Italia Oggi? Com’è possibile che la terra di Pitagora e di Milone, della potente colonia magnogreca di Kroton, della più avanzata scuola di medicina dell’antichità, sia oggi ridotta al ruolo di maglia nera d’Italia?

Tutto ciò nell’indifferenza generale della politica regionale che sembra girarsi dall’altra parte davanti a tanta devastazione. Se oggi esiste un “caso” sociale, economico e culturale in Calabria, questo si chiama Crotone.

Il quadro tracciato dalle inchieste dei quotidiani economici – quello del Sole è di appena due giorni fa – è impietoso e desolante. È una sconfitta bruciante perché poche aree della Calabria possono vantare un patrimonio storico, artistico, culturale, naturalistico, enogastronomico come la provincia di Crotone. 

Se non si riesce ad alzare la qualità della vita in una terra simile, baciata da una storia millenaria e da autentici giacimenti naturali, vuole dire che tutte le classi dirigenti locali e regionali hanno clamorosamente fallito. Se non si riesce a capitalizzare lo straordinario valore degli insediamenti archeologici e degli scenari naturalistici, vuole dire che l’incapacità e la mancanza di visione dei governanti è stata tale da generare i poco invidiabili primati negativi.

I sindaci, i presidenti di Provincia, i consiglieri regionali, i deputati e i senatori espressi da Crotone in questi ultimi decenni ci risparmino le loro caritatevoli giustificazioni. E non usino frasi di circostanza come: si tratta solo di indagini statistiche, la realtà è un’altra, i quotidiani economici ci vogliono screditare, etc.

Lo stato della provincia di Crotone grida vendetta. Perché parliamo della terra dove otto secoli prima di Cristo s’insediò una delle più potenti e floride città della Magna Graecia, con i suoi straordinari atleti e guerrieri, i suoi celebri medici, i suoi filosofi e matematici tra cui spicca la figura di Pitagora.

Le tracce dell’antichità sono ancora presenti nell’area archeologica di Capo Colonna dove la solitaria colonna superstite del tempio di Hera Lacinia continua da secoli a guardare il mare.

È la terra dei castelli, il più celebre dei quali è quello di Le Castella, da sempre il simbolo della bellezza calabra, stupenda sintesi tra storia e natura. Ma non meno interessanti sono i manieri di Crotone, Santa Severina, Caccuri.

È la terra del mare pulito, con la sua riserva naturalistica di isola Capo Rizzuto, vero e proprio paradiso per gli appassionati dei fondali marini.

È la terra di uno dei vini italiani più conosciuti al mondo, il Cirò, con le sue straordinarie cantine.

Ma è anche la terra della più importante scuola orafa della Calabria, con i maestri Gerardo Sacco e Michele Affidato.

L’elenco delle potenzialità della provincia di Crotone potrebbe continuare a lungo perché ogni borgo, ogni centro piccolo o medio, nasconde incredibili elementi di attrazione.

Tutto questo ben di Dio avrebbe dovuto portare ad un ripensamento del modello economico della città di Pitagora e della sua provincia che – lo ricordiamo – per decenni è stata il principale polo industriale della regione con le storiche fabbriche della Pertusola e della Montedison che davano lavoro a centinaia di famiglie. Una condizione economica, quella della Crotone industrializzata, che si rifletteva direttamente sullo scenario politico locale. L’esercito di “tute blu” riversava i suoi consensi sul Partito Comunista al punto che Crotone venne battezzata a lungo la “Stalingrado della Calabria”.

Saltato quel modello, la città di Pitagora avrebbe dovuto ripensare e ridisegnare il suo futuro, puntando appunto sulle sue enormi risorse e potenzialità, legate all’ambiente, alla cultura, al turismo. Niente di tutto questo, se non iniziative sporadiche, a volte pregevoli, ma che non hanno innescato alcun meccanismo virtuoso.

Eppure non possiamo nemmeno invocare una presunta instabilità politica perché negli ultimi 25 anni si sono registrati i lunghi “regni” di Pasquale Senatore (centrodestra, 8 anni) e di Peppino Vallone (DS/PD, 10 anni), sindaci che avrebbero potuto lasciare un segno ben più incisivo.

Oggi l’instabilità mina l’esperienza singolare di Vincenzo Voce, l’indipendente ambientalista che due anni fa sbaragliò a sorpresa le due corazzate del centrodestra e del centrosinistra.

Un dato è certo. Crotone deve ripartire perché la Calabria, già in affanno, non può permettersi di avere un’area che resta più indietro delle altre. C’è bisogno di un Piano Marshall per Crotone che, ne siamo certi, farebbe bene a tutta la regione. Ci aveva provato Mario Oliverio durante la sua presidenza, varando il Cantiere Crotone, un pacchetto di investimenti che puntava al rafforzamento delle infrastrutture e alla valorizzazione turistico-culturale del comprensorio. Ovviamente, come sempre accade in Calabria, ad un avvio pirotecnico del progetto, seguì un lungo periodo di torpore. Poi Oliverio, incappato ingiustamente in vicende giudiziarie, non venne ricandidato.

Già le infrastrutture. Qui si apre un discorso cruciale, che io da molti anni indico come fondamentale per Crotone: rompere l’isolamento. Con un aeroporto che funziona a singhiozzo, con una linea ferrata degna del Far West, un sistema stradale antiquato e pericoloso, un porto ancora lontano dall’esprimere le sue grandi potenzialità, l’area crotonese risulta inesorabilmente isolata rispetto alle altre province calabresi, figuriamoci rispetto al resto dell’Italia.

E allora la politica si svegli e assuma Crotone come l’obiettivo primario dello sviluppo e della rinascita della Calabria. Si doti quest’area così ricca delle infrastrutture che merita, si punti sulla sua offerta culturale e storica per farne un pilastro del turismo esperenziale, si localizzino a Crotone attività innovative e sperimentali nel campo della produzione di energie alternative.

Solo creando lavoro e ricchezza, si potrà alzare la qualità della vita. Ma si faccia presto perché Crotone rischia di essere maglia nera a vita. E non ce lo possiamo permettere. (sd)

 

LA MANOVRA SI È DIMENTICATA DEL SUD
NO DELLA CALABRIA A LEGGE DI BILANCIO

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Quella presentata dal Governo è una manovra che «trascura strumenti importanti per le Pmi» e, soprattutto, dimentica il Sud. Un fatto che è stato più e più volte denunciato dalle Associazioni di categoria, tanto da aver portato Cgil e Uil Calabria in piazza contro «una manovra che manovra contro il Sud».

Una manovra «che discrimina le donne, i giovani e dimentica il Sud. Solo con il confronto si possono superare le diseguaglianze e colmare i ritardi di un territorio che è stato sempre illuso e abbandonato. Per questo scendere in piazza è un diritto, è un dovere per bloccare la manovra anticostituzionale di un manovratore secessionista», ha detto il segretario di Uil Calabria, Santo Biondo, dal palco di Piazza Prefettura a Catanzaro.

«Questa manovra di bilancio è contro il Sud. E quelli del Sud, dovrebbero saperlo bene», ha detto Angelo Sposato, segretario generale di Cgil Calabria,  sottolineando che «la Calabria e il Sud  hanno più ragioni per scioperare, perché questa manovra, di fatto, cancella il Sud e alcune misure importanti rispetto ai temi del lavoro».

I problemi sono tanti, troppi, e questa manovra ne aggiunge altri: «Reintrodurre i voucher significa precarizzare il lavoro in una regione come la nostra che purtroppo ha tanto lavoro nero, precariato e sfruttamento. Nella legge non si fa una lotta all’evasione e si premiano gli evasori. Non c’è nulla sull’alta velocità e ci sono solo interventi timidi sulla Statale 106. Si tolgono risorse alla salute e all’istruzione», ha spiegato Biondo.

E, allora, che fare? «Sostegno agli investimenti», ha suggerito Giovanni Cugliari, presidente Cna Calabria, appellandosi ai parlamentari calabresi.  La preoccupazione è una: che «il divario con il Nord del Paese aumenterà» e che «il Mezzogiorno e la Calabria, in particolare, non aggancerà più la crescita».

Un allarme che si aggancia a quello lanciato dalla Svimez che, nel suo rapporto annuale, ha denunciato come nel 2023 il Sud sarà in recessione a -0,4%. La Calabria arriverà a -0,9%.

«Va data continuità agli incentivi per investimenti e innovazione – ha detto Cugliardi – proprio in ragione delle difficoltà contingenti, non può essere questo il momento di allentare gli strumenti a sostegno delle imprese. Il cosiddetto pacchetto Impresa 4.0 ha dimostrato di essere in grado di supportare processi di investimento e percorsi di crescita delle imprese, e le modifiche apportate al Piano con l’ultima legge di bilancio hanno delineato correttamente una proiezione temporale conferito linearità e coerenza agli interventi, in linea con le esigenze di programmazione delle imprese, ma mancano dal 1° gennaio 2023 il cosiddetto superammortamento “generalista” e il credito d’imposta Formazione 4.0, mentre è stata prevista una progressiva diminuzione delle aliquote per tutte le altre misure, che rappresenterebbe un freno significativo per le imprese che hanno esigenze di riqualificazione innovativa».

«Serve, a nostro avviso, un potenziamento delle aliquote agevolative – ha proseguito – e uno sforzo ulteriore per sostenere le misure più trasversali, quali l’ex superammortamento, così come occorre garantire continuità ad un’altra misura più trasversale, come la Nuova Sabatini, funzionale ad un coinvolgimento a più ampio spettro del nostro sistema produttivo».

«Ravvisiamo, inoltre – ha detto – l’opportunità di rifinanziare la misura Voucher per consulenza in innovazione, un intervento che, in coerenza con il Piano nazionale “Impresa 4.0”, sostiene i processi di trasformazione tecnologica e digitale delle PMI e delle reti di impresa di tutto il territorio nazionale attraverso l’introduzione in azienda di figure manageriali in grado di implementare le tecnologie abilitanti previste dal Piano Nazionale Impresa 4.0, nonché di ammodernare gli assetti gestionali e organizzativi dell’impresa, compreso l’accesso ai mercati finanziari e dei capitali».

«In merito all’intensità delle misure stesse – ha spiegato Cugliari – vorremmo venisse perseguita la differenziazione tra micro, piccola e media impresa, volta a potenziare maggiormente l’aiuto alle imprese di più piccole dimensioni, per le quali più forte deve essere lo stimolo ad intraprendere progetti di sviluppo, se si intende favorirne la crescita. Segnaliamo altresì l’esigenza di una riforma degli incentivi alle imprese, il sistema delle agevolazioni, dai contributi a fondo perduto ai bonus di diversa natura, è un labirinto: difficile conoscere cosa si nasconde, qual è la strada da seguire, come si arriva all’uscita».

«Le innumerevoli possibilità per le aziende si traducono in un volume di agevolazioni ancora troppo basso – ha continuato – barriere comunicative e difficoltà di gestione sono due dei principali ostacoli su cui sarà necessario intervenire».

Accesso al credito

«Le dinamiche del credito negli ultimi 2 anni e mezzo – ha spiegato Cugliari – sono state influenzate dalle misure straordinarie messe in campo per attenuare gli effetti della pandemia e da ultimo per mitigare gli effetti della guerra. Negli ultimi mesi si sta riproponendo però la stessa dinamica già evidente prima della pandemia, ovvero maggiore difficoltà di accesso al credito per le imprese di minori dimensioni, che sappiamo peraltro essere l’ossatura del nostro tessuto economico».

«Questo aspetto va monitorato, al pari del costante innalzamento dei tassi di interesse – ha detto – al fine di evitare difficoltà ulteriori per soggetti già fortemente provati da questo triennio difficilissimo. È oltremodo difficile fare previsioni anche solo a medio termine, ma è evidente la necessità di sostenere nell’immediato le esigenze dei soggetti più colpiti dall’aumento dei costi energetici attraverso contributi diretti ed utilizzare al meglio gli spazi consentiti dalla recente proroga del Quadro degli Aiuti di Stato (Temporary Framework)».

«Sarebbe opportuno individuare qualche criterio selettivo – ha detto – per evitare di appostare in modo non efficiente le risorse disponibili, e riproporre il tema di una positiva integrazione tra gli strumenti di garanzia pubblica e privata, rinvigorendo così un’esperienza peculiare in Europa e nel mondo, quella dei Confidi».

«Confidi che hanno peraltro avviato un percorso positivo – ha ricordato Cugliari – impegnandosi direttamente, nell’erogazione di piccolo credito a micro e piccole imprese. Un’esperienza che andrebbe valorizzata e sostenuta, e che potrebbe affiancare l’attività svolta dalle banche, analogamente all’esperienza maturata in passato dalle piccole banche territoriali. Al contempo, permane la necessità di mitigare le rigidità della regolamentazione bancaria, che, partendo dal presupposto di salvaguardare pur legittimamente i patrimoni delle banche, finiscono col rendere ancora più selettivo l’accesso al credito per le imprese, specie per quelle di minori dimensioni».

Mezzogiorno

«Non vi sono riferimenti ad interventi a sostegno dello sviluppo del Mezzogiorno – ha spiegato – a partire dalla mancata conferma del credito d’imposta per gli investimenti. Potrebbe indurre a non ritenere prioritaria una azione di sostegno efficace a questa area del Paese. In generale, i dati sul mercato del lavoro, Pil pro-capite e consumi, registrano il progressivo peggioramento del divario Nord – Sud, la cui conseguenza naturale è l’incremento dell’emigrazione, in particolare dei giovani».

«Il rilancio del Sud – ha concluso Cugliari – deve essere vissuto come una priorità per l’intero Paese, non possiamo assistere inermi a questo processo di costante e preoccupante divaricazione tra nord e sud del Paese, una distanza che va recuperata, per il bene del Paese nel suo complesso, il mediterraneo diventa strategico nella nuova geopolitica mondiale quindi bisogna creare le condizioni di una piena integrazione con il resto d’Europa». (ams) 

 

PONTE: SOLO LA SICILIA RISPARMIEREBBE
6,5 MLD L’ANNO (QUANTO COSTA L’OPERA)

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – La canea si è scatenata come per nessun altra grande opera che si è immaginata per il nostro Paese. Parlo del grande progetto del ponte sullo stretto di Messina, che evidentemente colpisce molto l’immaginario  collettivo e fa intervenire dal grande studioso, all’esperto ingegnere, fino al pescivendolo. 

Non è nemmeno per il costo che non è distante da qualunque altra grande opera se si pensa che il Mose di Venezia è costato 6 miliardi, che la Tav si avvicina ai 12 solo nella parte italiana, che Terni sta costruendo un elettrodotto che costa circa 4 miliardi per portare l’energia dal Marocco alla Sardegna alla Campania, e alla Sicilia, che il maxi parco eolico al largo delle isole Egadi é un progetto da 9 miliardi della Toto Holding. 

Che un solo chilometro di alta velocità costa 50 milioni e che Rete Ferroviaria Italiana ha aggiudicato,  per l’importo complessivo di oltre 1 miliardo di euro, la realizzazione del passante e della stazione AV del nodo di Firenze. 

Le motivazioni di tanto interesse quindi non possono essere trovate nel costo dell’opera, ma  invece probabilmente nella sfida che 3,300 km di campata unica pongono a ciascuno di noi e nella localizzazione di essa nel profondo Sud. 

Non rendendosi conto in molti che non si tratta di fare un ponticello per consentire ai fidanzatini di Messina e Reggio Calabria di vedersi più spesso e più facilmente, quanto di collegare Hong Kong a Berlino. Per questo l’interesse dell’Unione Europea che si costruisca e l’inserimento di esso nella Reti Trans European Network nel 2005. 

Ma i tanti commentatori, improvvisati esperti, ambientalisti della domenica, non si rendono conto di quanto il Paese possa essere destinato ad essere superato da altri corridoi,  rimanendo marginale e periferico se non ci sbrighiamo ad utilizzare il territorio, che  è una piattaforma logistica naturale, come avamposto per attrarre i traffici che vengono dal Medio ed Estremo oriente, considerato che il Canale di Suez raddoppiato ormai è diventato  un passaggio obbligato per oltre il 20% del traffico mondiale e che stiamo facendo la figura degli utili idioti che stanno a guardare un fiume d’oro che passa davanti, trasportato dalle maxi navi porta container, che stanno inquinando il Mediterraneo e l’Atlantico, dovendo fare un giro enorme per raggiungere i porti di Anversa, Rotterdam e Amburgo. 

Sappiamo tutti però che al di là delle affermazioni della Gabanelli, che dice che già per il progetto si sono spesi oltre 1 miliardo senza aver fatto nulla, prendendo uno svarione che é molto strano per una attenta giornalista come lei è, ve ne sono tanti altri che propalano stupidaggini simili. 

Mettere  nel costo, come Ercole Incalza nel giornale di ieri (8 dicembre ndr) ha documentato, una eventuale penale che si dovrebbe pagare per l’incauto blocco voluto dal nordista Mario Monti, con una visione economicistica molto ristretta, é da incauti o da gente in malafede. 

Dimenticare poi  che è logico che un progetto di tal genere abbia un costo proporzionato all’importo del progetto stesso e che quindi 300 milioni spesi per la sua realizzazione siano  assolutamente normali è da ignoranti. 

In Italia poi quando si vuole affossare un’opera si chiede un analisi costi benefici. Dietro questa richiesta vi può essere di tutto perché come sanno bene gli economisti a seconda che nei costi e  nei ricavi inserisci alcune voci o altre il risultato può essere il più diverso possibile. 

Vi è una valutazione  del traffico previsto nei prossimi anni che può essere un elemento che varia totalmente il calcolo, della durata della vita prevista del manufatto, dei costi di manutenzione ed a seconda di come tutti questi dati vengono raccolti il calcolo cambia.

Per il ponte vi é un calcolo su tutti che già renderebbe l’opera assolutamente conveniente ed è quello fatto dalla Regione Siciliana che, in collaborazione con Prometeia, ha calcolato in 6 miliardi e mezzo annui il costo dell’insularità. Per dirla in modo molto semplice l’affermazione degli studiosi prestigiosi che lavorano per Prometeia è che se il ponte venisse costruito la Sicilia, quindi l’Italia, risparmierebbe  6 miliardi e mezzo ogni anno. 

Cioè quest’opera si pagherebbe in un solo anno, fatto assolutamente impensabile per un’opera pubblica di questo tipo  che in genere ha bisogno di un ammortamento di trent’anni, perlomeno.

Ma se questa idea sembra pazzesca, se la Sicilia con l’opera costruita avesse già un incremento dell’1% di Pil, cosa probabile perché l’attenzione del Governo per il Mezzogiorno, statuito coll’inizio di quest’opera, porterebbe probabilmente anche gli investitori internazionali a credere che sul Sud il Paese vuole investire seriamente e quindi l’attrazione di investimenti dall’esterno dell’area potrebbe diventare qualcosa di serio, così come il flusso turistico potrebbe ovviamente aumentare, avremmo già un ricavo di 800 milioni, che porterebbe il ponte ad essere ammortizzato, senza contare i costi dell’insularità in 10 anni. 

Per cui anche se è meritorio il passaggio che vede la società stretto di Messina ritornare in vita, non si capisce perché, visto che  molti tecnici sostengono che il progetto sia pronto, non si debbano iniziare i lavori nei sei mesi necessari ma nei due anni annunciati da Salvini.

Spiegare tutto questo al gruppo famelico degli opinionisti nazionali che si lanciano su un argomento che offre le sue carni deboli alla loro famelica voglia di un argomento da cannibalizzare è un pio desiderio.

Così come pretendere dai giornaloni nazionali, qualche volta pilotati dagli interessi dei loro proprietari, di non chiedere che le risorse si impieghino per la quarta corsia  di un autostrada che colleghi Milano a Cremona, con la soddisfazione di Cottarelli. 

Come disse Franceschini in un suo recente intervento, contraddetto in modo plateale da Francesco Boccia in un incontro da Paolo Vespa, con un benaltrismo da manuale, si tratta soltanto di superare 3 km di mare. Se si toglie quest’aura che avvolge quest’opera da quando Berlusconi la dichiarò importante e fece cominciare i lavori e non si porta adesso a medaglia per Salvini, ripetendo l’errore fatto precedentemente, forse si potranno cominciare i lavori insieme a tutte le altre opere che riguardano il Mezzogiorno e che dovrebbero infrastrutture, finalmente, quest’area. (pmb)

A GUARIRE L’ANTICO MALESSERE DI REGGIO
BASTERÀ LA CURA DEL MEDICO LAMBERTI?

di SANTO STRATI – Il grande malessere di Reggio ha radici antiche, almeno dalla nascita delle regioni, più di 50 anni fa, con la breve parentesi della Primavera di Italo Falcomatà. La città è malata (non “morta” come sostenuto nei cartelli di una affollata manifestazione dello scorso sabato), richiede quindi una terapia drastica, ma può guarire. Basterà un medico?

Il noto e apprezzato professionista reggino Eduardo Lamberti Castronuovo ha annunciato la sua disponibilità a candidarsi a futuro sindaco: mancano tre anni, ma un sussulto di dignità da parte degli attuali amministratori potrebbe portare a nuove elezioni. E allora Lamberti Castronuovo, l’editore di Reggio Tv, stimato reumatologo e direttore di uno dei più avveniristici istituti di diagnostica medica del Mezzogiorno, rompe gli indugi, con largo anticipo, e fa sapere di essere pronto a mettersi in gioco e a candidarsi per Palazzo San Giorgio.

«Offro ai miei concittadini – ha detto – la possibilità di approfittare della mia esperienza, della mia passione, per tentare di restituire alla città quanto le hanno tolto. Compresa la dignità». 

Lamberti Castronuovo, in un’intervista a Piero Gaeta della Gazzetta del Sud, ha esposto la sua amareggiata riflessione: «C’è bisogno di un nuovo Umanesimo, che pensi alla qualità della vita dei cittadini. La nuova compagine amministrativa dovrà avere ciò che la manifestazione di sabato ha gridato: una città viva, persone valide e disinteressate a prebende personali, scevra da vicinanze discutibili e disposta a rinunciare a ogni compenso. La politica è passione e impone la gratuità del servizio. Ma è la città nel suo insieme che deve scegliere da chi vuole essere am-ministrata liberamente, senza condizionamenti o peggio, imposizioni».

Con ammirevole umiltà, il dott. Lamberti precisa che «non significa che farò il sindaco» ma sottolinea che in tantissimi chiedono il suo coinvolgimento: «mi sono giunte oltre 23mila mail negli ultimi due anni». Il che, sia ben chiaro, non equivale a 23mila voti certi, è semmai il segnale che una parte della città condivide la sua amarezza e la voglia di riscatto.

Il problema è appunto la città: Reggio ha bisogno di un sindaco forte, autorevole, capace, indipendente, svincolato da logiche partitiche, non condizionabile dalle lusinghe del potere, di sani principi e, soprattutto, di specchiata moralità (detto meglio, incorruttibile). Senza voler sembrare parteggiare per Lamberti Castronuovo, per onestà intellettuale occorre dire che è un profilo che si attaglia perfettamente al medico reggino. Il suo amore per la città è smisurato, Lamberti Castronuovo è ricco di suo (e non ha bisogno di arricchirsi  con i classici compromessi che, per fortuna, mandano spesso in galera amministratori poco onesti) e ha, inoltre, mostrato con le sue attività di sapere come si amministra un’azienda. Non è uno sprovveduto dal punto di vista dell’esperienza manageriale (e Reggio ha bisogno di un sindaco manager), ha una vasta e invidiabilissima cultura e lo si è visto negli anni in cui alla Provincia faceva l’assessore proprio alla Cultura e non gli mancano né competenza né capacità. Bene, fosse così semplice, andrebbe eletto per acclamazione, con la città in festa per aver trovato il sindaco giusto. Ma, purtroppo le complicazioni ci sono e sono tante.

Le elezioni amministrative prossime venture non cambiano pelle: non è una questione di rituale politico-partitico da rispettare, bensì il risultato è la somma di uno o più compromessi, è bene dirlo, checché  sia indigeribile.

Non basta il consenso popolare (che comunque porta voti), serve che venga messo in moto l’apparato politico di ogni elezione, con la conta dei probabili (e sperabili) consensi, secondo il classico schema destra-sinistra-centro. Uno schema, che, in realtà, non esiste più, perché è desueta la classificazione destra-sinistra, almeno se la si guarda dal punto di vista ideologico-partitico, e gli schieramenti sono sempre da costruire. Si guardi a cosa è successo a Catanzaro per l’elezione del sindaco, con l’imprevedibile vittoria di Fiorita (sinistra) contro il presunto supervincente Donato (area centro-destra).

Così la prima domanda che bisogna porsi è dove si colloca Lamberti Castronuovo? Non a sinistra, né a destra, né a centro (secondo il vecchio schema di cui sopra): è un civico atipico che raccoglie il malcontento dei cittadini e se ne fa portavoce, con idee e programmi (merce rara nelle passate amministrazioni) e ha buone probabilità di consenso. Ma gli mancano i numeri.

Già, perché mezza città (per invidia e gelosia) non lo ama e non lo voterà mai, salvo che non sia “costretta” da indicazioni di area politica-partitica. E ritorniamo alla casella del via: da solo Lamberti Castronuovo, pur con la simpatia e gli apprezzamenti dell’alta metà della città che non gli è contro (sempre per gelosia e invidia sociale), non ce la può fare. Gli servono i voti, che l’apparato (di destra o di sinistra) è in grado di gestire (nel senso più democratico e onesto del termine).

Lamberti Castronuovo ha l’entusiasmo (sogna di fare il sindaco da quando aveva i calzoni corti) e le capacità, ma non ha la macchina che raccoglie i voti, cosa che solo i partiti (pur nella loro evanescenza) riescono ancora a raggranellare per far eleggere i propri fidi rappresentanti. 

Chi appoggerebbe Lamberti Castronuovo? Francesco Cannizzaro, deputato di Forza Italia, che alle passate elezioni per il sindaco gli aveva promesso mari e monti per poi cedere alle logiche (suicide) imposte da Salvini? Abbiamo qualche dubbio. Il simpatico parlamentare reggino cova da tempo l’idea di candidarsi direttamente a sindaco di Reggio, ma non è sufficientemente convinto di lasciare Montecitorio. In assenza di un candidato forzista (e dove sta?) potrebbe, in buona sostanza avere un’illuminazione e schierare le sue truppe (e soprattutto l’apparato) a sostegno di Lamberti Castronuovo, sempre che Fratelli d’Italia non torni alla carica con l’ipotesi femminile (l’avv. Giovanna Cusumano sta affilando i coltelli contro eventuali concorrenti di genere), e lì sono dolori. Perché nemmeno la destra dei fratelli di Giorgia ha i numeri – da sola – per conquistare Palazzo San Giorgio (e, naturalmente la Città Metropolitana). 

Dalla sinistra, del resto, ci sono tiepide reazioni alla discesa in campo di Lamberti Castronuovo e pur in assenza di un candidato “forte” (non ce l’ha) la sinistra reggina ha piena coscienza che saranno elezioni a sconfitta piena.

E allora? Permetteteci un sogno. A Reggio serve un’intesa trasversale che vada oltre i simboli partitici e riesca a combinare una squadra di uomini e donne che abbiano un solo obiettivo, quello della rinascita della città e del bene comune. Una grosse koalition alla tedesca che superi gli steccati ideologici e lavori esclusivamente per riportare il sorriso sui volti dei reggini, risolvendo problemi antichi e trovando soluzioni adeguate alle tante opportunità che l’Europa (ancora per poco) continua a offrirci. 

Una coalizione che metta insieme persone perbene, anche di diversa estrazione partitica, e lavori con una guida autorevole e capace. Il regista non può essere un avventizio che prima faceva il datore di luci (scusate l’esempio banale, ma rende l’idea) né un consumato protagonista della politica, condizionabile per gli ovvi legami di partito o di area. 

Serve un personaggio al di sopra delle parti che abbia voglia (e capacità) di prendersi quest’ambascia. Lamberti Castronuovo sarebbe un ottimo sindaco, ma la sua campagna elettorale deve partire col piede giusto.

Servono risorse umane, prima di tutto per formare una squadra che i cittadini possano valutare per tempo come probabile giunta comunale), e serve organizzazione (con cospicuo investimento di denaro, non si scappa) con professionisti in grado di sezionare il territorio e far cambiare idea a quanti – per le su indicate ragioni, tipicamente reggine, di invidia – non amano Lamberti Castronuovo.

Le sue dichiarazioni sono ammirevoli e la sua visione di futuro dovrebbe essere guardata con ottimismo e fiducia dai reggini, ma il consenso a parole e l’impegno di voto non bastano. Torniamo sempre lì: servono i numeri e questo solo un’adeguata e super professionale organizzazione di management elettorale potrà essere in grado di produrle.

Fatte queste premesse, ci permettiamo qualche gratuito suggerimento a Lamberti Castronuovo: si rilegga Il Principe di Machiavelli e prenda atto che per “regnare” bene il principe ha bisogno di collaboratori capaci oltre che fedeli, quindi si deve circondare di una squadra di persone competenti che sappiano cosa fare: senza di loro il “regno” non funziona proprio. 

Non si fermi alla dichiarazione di disponibilità a candidarsi, riunisca le teste pensanti della città – indipendentemente dalla loro appartenenza politica – e proponga un’insolita coalizione trasversale, da presentare anzitempo alla città e registrare le reazioni. Ci sono personaggi di alto spessore mesi da parte che aspettano solo di poter offrire il loro contributo (disinteressato) alla città. Superi le antipatie personali (che, inevitabilmente, non mancheranno) e giochi d’anticipo sui tradizionali giochi di potere dei partiti che tenteranno di prendersi (o riprendersi) Reggio.

Questa città non è amministrata: basta guardarsi in giro e non è che proponendo 100 eventi natalizi si risolvono le criticità che sono sotto gli occhi di tutti. L’amministrazione attuale non è “facente funzione” (con tutto il rispetto per i sindaci Versace e Brunetti) è piuttosto – scusate il termine – fancazzista. E i risultati si vedono ogni giorno. Abbiano la dignità di andare tutti a casa: le dimissioni non si annunciano, si danno (a cominciare dal sindaco sospeso Falcomatà che da quest’orecchio non ci sente proprio) per il bene della città, se davvero la si ama. 

Purtroppo, aveva ragione il poeta dialettale reggino Nicola Giunta (molto apprezzato da Lamberti Castronuovo): «Nani su’ iddi e vonnu a tutti nani». Lamberti lo sa e la sua irriducibile battaglia sarà contro questi “nani”: non è impossibile castigarli e costringerli ad apprezzare chi è capace o chi sa cosa fare, ma non è facile. Tutt’altro e non basta solo auspicare che crepi l’invidia. (s)

CAMPAGNA MEDIATICA CONTRO IL PONTE
NUMERI FARLOCCHI, MENTRE L’UE ASPETTA

di ERCOLE INCALZA – Come sarebbe bello se, una volta tanto, avessimo il coraggio di leggere attentamente le dichiarazioni formulate da dei riferimenti al massimo livello sia della Unione Europea che delle nostre Istituzioni relativamente al Ponte sullo Stretto di Messina. 

In particolare la Commissaria ai Trasporti della Unione Europea Adina Vlean dopo aver incontrato il nostro Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini ha dichiarato: «Abbiamo discusso dei prossimi passi e ci siamo messi a disposizione. Aspettiamo un progetto solido per finanziare la prima fase di fattibilità e poi il progetto partirà». 

Ebbene, sia ieri che oggi leggiamo su molte testate giornalistiche che «la Unione Europea è disposta a supportare finanziariamente lo studio di fattibilità» oppure «L’Italia prepari bene il progetto, ci sarà una gara».

In realtà la Commissaria aspetta solo una proposta solida, cioè aspetta che in questi prossimi novanta giorni, a valle dell’approvazione dell’articolo 82 del Disegno di Legge di Stabilità 2023, si dia compiutezza alle parti del progetto già disponibile ed approvato sin dal luglio del 2011 ed a cui bisogna solo dare conclusione per alcune parti legate alla Valutazione di Incidenza Ambientale (Vinca), cioè legate ad una specifica procedura valutativa che ha lo scopo di tutelare la integrità dei siti naturali dagli effetti dell’opera dell’uomo (riguarda essenzialmente i possibili danni alla fauna).

Ma, sempre sui dati e sulle notizie legate ai costi già sostenuti finora per la fase progettuale ed autorizzativa, non posso non ricordare un’altra informazione che, a mio avviso, è completamente deviante; mi riferisco in particolare ai dati forniti dal documento prodotto da Milena Gabanelli e Massimo Sideri e pubblicato dal Corriere della Sera e oggetto di una apposita esposizione nel telegiornale della rete televisiva La Sette condotto dal Direttore Mentana. Abbiamo appreso cioè un dato che, purtroppo, trova origine in una banale interpretazione contabile. Infatti ho preso come riferimento il documento della Corte dei Conti (Sezione Centrale di controllo sulla gestione delle Amministrazioni dello Stato); in particolare ho letto attentamente il dossier dal titolo “La problematica chiusura della liquidazione di Stretto di Messina” (Delibera 29.10.2018 n.23/2018/G).

Erroneamente molti tra cui la Gabanelli ritengo abbia sommato queste quantità dimenticando che tali importi sono solo valori progressivi e quindi non vanno sommati; il ponte finora è costato, ripeto, circa 312 milioni di euro. È davvero strano che un Direttore come Mentana, molto attengo ai dati e alla correttezza delle notizie, sia cascato in un simile errore; né d’altra parte ha senso inserire nei costi anche le voci relative al contenzioso generato dalla scelta dello Stato di bloccare l’opera.

I costi della Società Stretto di Messina

 

Inoltre un’altra notizia ricorrente, sempre in questi giorni in cui si è praticamente riacceso l’interesse dello Stato a realizzare l’opera; una volontà non solo legata alle buone intenzioni ma supportata da un chiaro riferimento normativo, cioè, come detto prima l’articolo 82 del Disegno di Legge 2023, ma anche da una vero e misurabile lungo ed articolato processo progettuale; ricordo infatti, ancora una volta, per farlo capire specialmente a coloro che non vogliono convincersi che trattasi di dati veri e disponibili, che a valle di una decisone assunta nel 1968, in cui si chiedeva la fattibilità dell’opera, la Società Stretto di Messina ha studiato per 20 anni, concludendo nel luglio dell’anno 1986 con il “Rapporto di Fattibilità”, in 10 volumi, che la soluzione a campata unica era fattibile e da preferire alle altre soluzioni. 10 anni dopo il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, all’unanimità, ha espresso il parere n. 220 del 10 Ottobre 1997, ritenendo che il “… ponte sospeso sullo Stretto di Messina dalla luce centrale di 3.300 possa essere realizzabile in piena sicurezza conservando la completa affidabilità funzionale”. Dopo il 1997, è stato redatto il Progetto Preliminare ed infine il Progetto Definitivo, validato ed approvato da una delle maggiori società di Ingegneria del Mondo (Parsons); dal maggiore Ente validatore italiano (Rina) e da un Comitato Scientifico cui hanno partecipato i massimi esperti italiani. 

Ricordo infine che la condivisione della Unione Europea sulla realizzazione del Ponte non è un dato di oggi, non è la approvazione di una proposta approvata e accettata oggi, ma nella definizione delle Reti Trans European Network del 2005, tra le opere incluse formalmente compare proprio la realizzazione della continuità territoriale tra la Sicilia e la Calabria attraverso la realizzazione del ponte e che questa analisi sulla convenienza delle proposte inserite nelle Reti Ten – T aveva visto come organismo istruttore la Banca Europea degli Investimenti (Bei). Quindi ora la Unione Europea aspetta un quadro progettuale “solido” cioè comprensivo non tanto degli ulteriori aggiornamenti autorizzativi quanto supportato dall’azzeramento di tutti i vari contenziosi. 

Questa volta che, forse, siamo vicini ad una soluzione concreta di una scelta non solo del Paese ma della intera Unione Europea, evitiamo di ricorrere a gratuite masturbazioni mediatiche per deludere ancora una volta uno dei massimi beneficiari dell’opera: il Mezzogiorno. (ei)