Ita cancella il volo mattutino Reggio-Milano
ma Sacal e Regione stanno a guardare

di SANTO STRATI – Rimane sempre un mistero come e chi decide gli orari dei voli da e per Reggio Calabria: da lunedì 27 ottobre i reggini e i messinesi dovranno rinunciare al volo diretto delle 6.25 che permetteva, agevolmente, di avere una giornata piena per sbrigare faccende a Milano e rientrare in serata. La compagnia aerea Ita Airways (che ora fa capo a Lufthansa) ha deciso che il volo non si fa più. Una decisione annunciata con il nuovo orario invernale e quindi non improvvisa ma largamente prevista, ma, ad oggi, non risulta alcun intervento né di Sacal né della Regione che di Sacal è proprietaria al 100%. Con buona pace di tantissimi reggini e messinesi (professionisti, ma anche ammalati) che trovavano particolarmente adeguata la possibilità di evitare il pernottamento (e relativa cena a Milano) dopo aver assolto ai propri impegni nella stessa giornata.

Ebbene, siamo tornati all’era pre-RyanAir con gli orari folli per i passeggeri, quando cioè tutto sembrava fatto apposta per far disertare l’Aeroporto dello Stretto che di fatto era in stato comatoso.

Il colpo d’ala (è il caso di dirlo) del Presidente Occhiuto che ha convinto (a suon di milioni) il CEO di RyanAir Eddy Wilson a investire su Reggio e la Calabria, ha trasformato un aeroporto sonnacchioso e silente in uno scalo con le migliori performances a livello europeo. Soldi ben spesi – sia ben chiaro – ma se ai reggini (e ai passeggeri di tutta l’area dello Stretto) interessa andare in Europa a tariffe low-cost, c’è da dire che gli stessi passeggeri vorrebbero analoghe possibilità per volare a Milano e Roma a prezzi “onesti” e con orari “comodi”.

Di fatto, Reggio diventa l’unico scalo tra quelli serviti da Ita, a non avere il giornaliero mattina/sera per Milano Linate (che, peraltro aveva percentuali di riempimento ampiamente soddisfacenti).Bari, Brindisi, Catania, Palermo, Lamezia, Alghero, Napoli hanno tutti un volo che consente di andare e tornare in giornata da Milano, la capitale finanziaria d’Italia, ma anche centro importante per tanti imprenditori e professionisti senza dimenticare, purtroppo, anche i cosiddetti pendolari della salute, costretti a cercare cure al Nord per le note carenze che affliggono la sanità regionale. Con relativo aggravio delle casse regionali: costa 300 e passa milioni l’anno il “turismo sanitario” dalla Calabria agli ospedali del Nord (dove la lingua più diffusa e la cadenza sono inconfondibilmente calabresi).

Prima c’erano due voli per Linate e Ita decide di sopprimerne uno, ma elimina quello più comodo e vantaggioso per i passeggeri dello Stretto, favorendo di fatto il ricorso (scomodissimo) a Lamezia.

Se si considera che il Presidente Occhiuto ha annunciato che a dicembre Reggio avrà la sua nuova aerostazione, diventa maggiormente incomprensibile il silenzio di Sacal, la società di gestione dei tre aeroporti calabresi, e, soprattutto, dei parlamentari reggini. La data fatidica è ormai alle porte e niente è stato fatto per modificare la soppressione di un volo vitale per tutta l’area dello Stretto.

A pensar male si fa peccato, diceva Andreotti, ma spesso ci si azzecca: vuoi vedere che l’ “invidia” di Ita per le generose agevolazioni concesse dalla Regione a RyanAir (e negate alla ex compagnia di bandiera) stia all’origine di questa scelta a dir poco “scellerata”?. Se così fosse, ha ragione Ita a pretendere qualche incentivo da Occhiuto per operare al meglio in Calabria e soprattutto a Reggio. Forse basterebbe garantire il pagamento il soggiorno e il pernottamento degli equipaggi Ita per far cambiare idea…

Oppure, battere i pugni (Sacal e Regione) e pretendere di avere orari “dignitosi” e comodi, in grado, peraltro, di garantire la continuità di crescita che lo scalo reggino sta mostrando ormai da molti mesi.

Anche Lamezia sta per avere una nuova aerostazione e vive il suo momento magico di aeroporto internazionale, come è giusto che sia, ma le compagnie aeree non possono penalizzare reggini e messinesi e offrire l’alternativa di uno scalo che richiede almeno un’ora e mezza in più di viaggio.

L’aeroporto reggino è appena uscito da una profondissima crisi di cui non si vedeva soluzione: RyanAir (e ripetiamo benedetti i soldi spesi dalla Regione per incentivare la compagnia irlandese) ha rivitalizzato lo scalo, portando in città una massa di turisti stranieri fino ad oggi impensabile. Un volo low-cost attrae chi ama viaggiare e gli fa scoprire nuove mete: la Calabria ha cominciato a farsi scoprire da regioni d’Europa che non hanno mai mostrato grande interesse e questo non va sottovalutato. Anche se le criticità sul turismo nell’area dello Stretto sono ancora tutte in piedi, ma avremo modo di occuparcene un’altra volta.

Oggi parliamo del volo delle 6.25 che non ci sarà più e della prostrazione di chi dovrà fare scalo a Roma per proseguire verso Milano, sperando di poter incrociare il ritorno, sempre con scalo romano, nello stesso giorno.

Come si fa a convincere Ita a ripristinare la rotta mattutina per Linate? A questa domanda deve rispondere prima di tutto il Presidente Occhiuto e quindi la Sacal, perché quello della mobilità è un tema da non sottovalutare. Già, perché non si tratta solo del volo mattutino cancellato, ma ci sono sul tappeto anche altre criticità da risolvere.
Prima, fra tutte, la folle tariffazione applicata a chi parte da e per Reggio: la scorsa settimana, con Ita Airways il Roma-Reggio costava quasi 500 euro (solo andata): a momenti costa meno andare negli Stati Uniti…

Possibile che nessuno, fino ad oggi, abbia avuto il buonsenso di far applicare alla Calabria  il meccanismo della continuità territoriale che permette (vedi Sardegna e Sicilia) di agevolare le tariffe per i residenti. RyanAir non ha gli slot per operare su Fiumicino e Linate da Reggio, ma forse sarebbe il caso di insinuare la pur remota possibilità di ottenerli per risvegliare i vertici di Ita. I vari tentativi di collegare la Capitale con compagnie alternative, negli anni, si sono rivelati un disastro, eppure i numeri di riempimento per Roma da Reggio e da Roma per Reggio sarebbero più che sufficienti per giustificare la presenza di altri vettori che operano sulla Capitale (anche fosse Ciampino, è persino più vicino di Fiumicino alla città). E poi ci sono le inadempienze del Comune di Reggio che continua a non provvedere all’abbattimento del torrino sopravvissuto, ai margini della pista principale che limita di oltre 250 metri l’utilizzo della pista stessa. Prima erano due (forse entrambi abusivi): uno è stato abbattuto con risarcimento (dovuto) al proprietario, ma dell’altro sono anni che si parla della necessità di farlo scomparire, ma nessuno dell’Amministrazione comunale (che è competente) provvede. E lo stesso discorso vale per lo svincolo aeroportuale che necessita di altri interventi di manutenzione e ampliamento.

Reggio Città Metropolitana ha rischiato di perdere il suo Aeroporto e bisogna dare atto al Presidente Occhiuto e al deputato reggino Francesco Cannizzaro che, non solo si è evitata l’irreparabile chiusura, ma si è provveduto a rilanciare lo scalo e far diventare turisticamente appetibile una città per troppo tempo fuori dai circuiti di turismo internazionale. Ma ora i reggini, fiduciosi, attendono risposte. Presidente trovi i soldi e offra il pernottamento all’equipaggio del volo serale da Milano: sono spiccioli, nel bilancio regionale, ma possono risolvere rapidamente (?) il problema. Qualcuno vuole depotenziare lo scalo reggino? Escludiamo questa stupida ipotesi, ma non vorremmo scoprire che, come tutte le cose che si fanno a Reggio, vale la regola di due passi avanti e tre indietro. La futura amministrazione avrà un bel da fare, indipendentemente dal colore politico che avrà la poltrona di sindaco, ma intanto Falcomatà, prima di lasciare il Comune potrebbe fare le ultime cose importanti per l’Aeroporto dello Stretto: finché non sarà invitato e obbligato dalla Giunta delle elezioni a scegliere l’opzione sindaco o consigliere regionale, rimane primo cittadino a tutti gli effetti. Faccia un regalo ai reggini e ai cugini messinesi che non possono fare a meno dell’Aeroporto! (s)

Bergamotto di Reggio Calabria, la Dop in “sonno”. Ci sarà l’IGP

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Forse finisce la guerra del bergamotto di Reggio Calabria tra i sostenitori dell’IGP e quelli della Dop (Denominazione di Origine Protetta): con la pubblicazione del Disciplinare di produzione sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana (GURI) n. 241 di giovedì 16 ottobre 2025 si conclude l’iter di approvazione dell’Indicazione Geografica Protetta del “Principe degli agrumi”. La Regione aveva fatto opposizione all’Igp, sostenendo che la Dop sarebbe stata la soluzione migliore e che la procedura per tale riconoscimento sarebbe stata rapida da parte del Ministero. Sono passati mesi senza alcun riscontro e, intanto, i coltivatori riuniti nel Comitato per l’Igp hanno continuato nella loro iniziativa. In poche parole, se non saranno presentate eventuali opposizioni, come previsto dalla legge, allo scadere dei trenta giorni ovvero entro il 15 novembre, il Ministero dell’agricoltura potrà procedere alla trasmissione della registrazione del marchio di qualità alla Commissione europea per l’approvazione e la pubblicazione entro tre mesi sulla Gazzetta Ufficiale della Comunità Europea (Guce). C’è da sperare che i “frontisti” della Dop prendano atto che la procedura è ormai conclusa e sarebbe inutile, se non sciocco, continuare una “guerra” che finisce per danneggiare il territorio e chi coltiva il prezioso agrume.

È decisamente una svolta importante per la tutela del Bergamotto di Reggio Calabria. Lo stesso assessore regionale all’Agricoltura Gianluca Gallo, ha voluto sottolineare la portata istituzionale del riconoscimento: «Un riconoscimento importante per la Calabria e per Reggio. Come si sa, avremmo preferito la Dop per una valenza più identitaria, ma questa Igp è comunque una medaglia che la Regione può appuntarsi al petto grazie al lavoro di chi ha creduto in questo percorso. In futuro si potrà pensare a un rafforzamento anche attraverso la Dop, ma intanto celebriamo un grande risultato. È un segno di crescita per la Calabria che produce e crede nel proprio valore».

L’assegnazione definitiva dell’Igp segnerebbe, dunque, la fine di un lungo e travagliato percorso iniziato nel 2021 che ha visto lungaggini burocratiche e interruzioni di ogni tipo compreso i ricorsi al Tar Lazio da parte di chi non concorda con l’approvazione della tanto sospirata Igp, fortemente voluta dai bergamotticoltori. La pubblicazione del disciplinare è derivata dalla decisione del Tar che a marzo aveva riconosciuto il “silenzio-inadempimento” da parte del Ministero delle Politiche Agricole e quindi imposto la riattivazione dell’istruttoria da concludersi entro 90 giorni. Con la pubblicazione del disciplinare siamo praticamente a un passo dal riconoscimento ufficiale che dovrà poi essere ratificato da Bruxelles.

Mostra ampia soddisfazione l’agronomo Rosario Previtera, presidente del Comitato Promotore per l’Igp Bergamotto di Reggio Calabria: «Presentammo la richiesta di approvazione dell’Igp nella Giornata mondiale dell’ambiente il 5 giugno 2021 e, con nostra grande soddisfazione, la Gazzetta ufficiale pubblica il Disciplinare il 16 ottobre 2025 che è la Giornata mondiale dell’alimentazione e dell’agricoltura. È un bel segnale che ci incoraggia ulteriormente a conferma che siamo sulla strada giusta indicata dalla Ue rispetto all’importanza della cosiddetta “IG economy”: sostenibilità e qualità, multifunzionalità e turismo, sono i nuovi paradigmi delle produzioni a marchio e costituiscono gli obiettivi dei nuovi consorzi di tutela al passo coi tempi grazie al nuovo regolamento di settore. Mi auguro che chi finora ci ha fatto perdere tempo prezioso non prosegua con ulteriori opposizioni che danneggerebbero ulteriormente i bergamotticoltori, visto che si tratterebbe di argomentazioni senza fondamento alcuno in quanto inerenti all’eventuale dimostrazione di concorrenza tra una Dop per l’olio essenziale, di fatto mai esistita in quanto tale, e una IGP dalle grandissime potenzialità per il frutto fresco e i suoi derivati, così come auspicato per tutta l’ortofrutta da parte di Bruxelles».

Secondo il presidente di Copagri Calabria, Francesco Macrì, «è un risultato storico oltre che sofferto, raggiunto con grandi sacrifici e impegno da parte della filiera agricola, quella reale, e da parte delle poche associazioni datoriali che l’hanno grandemente supportata credendo fin dall’inizio al lavoro eccezionale del Comitato Promotore, a tutela di un prodotto identitario che sempre di più necessità di protezione».

Anche Anpa Calabria – Liberi Agricoltori, attraverso il suo Presidente Giuseppe Mangone, sostiene che «adesso bisogna andare spediti verso la definizione di quanto necessario per l’ottenimento del risultato finale a Bruxelles senza intoppi: ogni eventuale ulteriore boicottaggio da parte di chicchessia dimostrerebbe ancora una volta che vi sono interessi occulti da proteggere che non sono certamente quelli degli agricoltori».

Roberto Capobianco di Conflavoro PMI ha espresso il proprio consenso, affermando di accogliere con soddisfazione il nuovo step verso l’Igp del Bergamotto di Reggio Calabria. «È un’opportunità in più – ha detto Capobianco – per il territorio e la filiera che rafforza l’identità contro la concorrenza sleale. È un concreto strumento che gli agricoltori reggini chiedevano a gran voce e che darà maggiore valore a un prodotto di qualità e darà finalmente maggiore reddito al bergamotticoltore per come è giusto che sia».

Per Aurelio Monte di USB Lavoro Agricolo: «Abbiamo portato avanti una battaglia storica in quasi cinque anni di traversie ma siamo giunti al primo risultato definitivo in un momento in cui il prezzo del bergamotto è ai minimi storici. Nessuno fin’ora ha tutelato e tutela il prodotto e i produttori, nemmeno chi avrebbe dovuto farlo e invece si è schierato contro il progetto Igp e contro i bergamotticoltori. Con l’Igp inizierà un nuovo e importante corso per il nostro Bergamotto di Reggio Calabria».

Giuseppe Falcone del Comitato spontaneo dei Bergamotticoltori Reggini afferma che «le previsioni del prezzo del bergamotto mi conducono ad ipotizzare che avremo addirittura un valore purtroppo inferiore ai 30 centesimi al chilogrammo, ovvero meno di quanto è stato pagato l’anno scorso agli agricoltori. L’Igp avrebbe potuto invece già da due anni liberare i bergamotticoltori dal capestro del mercato oligopolistico dell’olio essenziale agevolando la disponibilità del grande mercato del prodotto fresco italiano ed europeo: già oggi vediamo le prime vendite di bergamotto fresco a 1,20 euro al chilogrammo; confidiamo che si possa bollinare Igp almeno nella seconda parte della campagna produttiva per ottenere un prezzo anche superiore. Chi si opporrà ancora all’Igp lo farà per mantenere basso il prezzo dell’agrume e continuare a speculare: ma sarà per l’ultima volta».

Lidia Chiriatti di Unci Calabria si dichiara soddisfatta della conclusione dell’iter: «L’ottenimento dell’Igp per il Bergamotto di Reggio Calabria dimostra come la cooperazione consenta di superare ostacoli grandissimi e dimostrerà di essere uno strumento fondamentale per lo sviluppo del territorio e per la crescita imprenditoriale delle nuove generazioni».

Anche Elena Albertini, coordinatrice del Comitato arance in seno all’Organizzazione interprofessionale nazionale Ortofrutta Italia, si dichiara entusiasta: «con il riconoscimento IGP del Bergamotto di Reggio Calabria, l’Italia si arricchisce di un altro agrume a marchio di qualità insieme alle varie arance, limoni, mandarini, clementine e cedro che già lo posseggono, confermando così un primato tutto italiano». (ams)

La sanità, una ferita che in Calabria non smette di bruciare

di ANGELO PALMIERIC’è una ferita che in Calabria non smette di bruciare: la sanità. Ogni anno oltre 300 milioni di euro lasciano la regione per pagare cure altrove. È la cosiddetta migrazione sanitaria, il più grande esodo silenzioso del Mezzogiorno. Madri e padri svendono i loro beni per accompagnare un figlio a Milano, bussano a una banca per un mutuo o si aggrappano alla Caritas come a un’ ancora di salvezza. Anziani già provati dalla malattia si trascinano in viaggi infiniti per una chemioterapia a Bologna, trasformando ogni chilometro in una prova di resistenza. Giovani senza reparti adeguati finiscono a Roma o Napoli. In Calabria curarsi non è un diritto garantito: è un lusso che può costare la vita.

Le opere che tardano a guarire

I presidi della Piana, di Vibo e della Sibaritide furono previsti dall’Accordo di programma del 2007. Dopo quasi vent’anni, tra rinvii e rifinanziamenti, i cronoprogrammi ufficiali parlano ancora di consegne a partire solo dal 2026. Le situazioni, però, non sono identiche. Il nuovo polo sanitario della Sibaritide è in costruzione: il cantiere è avanzato, con l’involucro esterno quasi completato e le opere strutturali ultimate. Mancano però finiture, attrezzature, infrastrutture e soprattutto personale. Una promessa che prende corpo ma resta incompiuta, sospesa tra progetti e realtà.

Il 14 luglio 2025 è stato ufficialmente avviato il cantiere per il nuovo ospedale della Piana, con la consegna delle aree e i primi interventi preliminari (recinzione, allacci, scavi). Resta incerto se le fasi successive – realizzazione della struttura, collaudi, attrezzature – rispetteranno il cronoprogramma che prevede la consegna entro il 2028. A Vibo Valentia, nonostante l’apertura di alcuni cantieri e le dichiarazioni pubbliche che indicano il 2027 come orizzonte di completamento, persistono incertezze tecniche, burocratiche e finanziarie. Le fonti giornalistiche parlano di una scadenza auspicata entro la fine del 2027, ma gli atti ufficiali mostrano che solo di recente è stato approvato il progetto esecutivo, per un importo complessivo di 239 milioni di euro. Ad oggi, tuttavia, non risultano clausole contrattuali che rendano vincolante tale termine: il 2027 appare più come una previsione di programmazione che come un obbligo giuridico.

Secondo alcuni esponenti del Partito Democratico, gli appalti restano parziali e il quadro dei finanziamenti non è ancora del tutto chiaro. Nel frattempo, il vecchio Jazzolino è spesso descritto dalla stampa come un ospedale in affanno: reparti sguarniti, carenze di personale, un pronto soccorso congestionato dove i pazienti attendono anche per giorni. 

Le visite effettuate da rappresentanti politici e sindacali segnalano inoltre liste d’attesa interminabili, scarsità di posti letto e criticità organizzative che aggravano la fragilità complessiva del sistema sanitario provinciale. Non si tratta soltanto di problemi ingegneristici: quelle opere raccontano la cronica distanza tra progetto e realtà, tra promessa e compimento. Anche i cantieri oggi in corso sono il segno di un tempo istituzionale che non coincide con il tempo della sofferenza dei cittadini.

Le mani sulla salute

Numerose inchieste giudiziarie hanno mostrato come il sistema sanitario regionale sia stato un terreno privilegiato di penetrazione delle cosche. L’indagine Onorata Sanità, nota come procedimento 1272/07 della DDA di Catanzaro, ricostruì relazioni sospette tra apparati pubblici, interessi politici e ‘ndrangheta nell’ambito di gare e assunzioni (procedimento 1272/07, Senato). Nel 2019 il Consiglio dei ministri sciolse l’ASP di Reggio Calabria per gravi anomalie amministrative e possibili interferenze criminali, con decreto del 11 marzo 2019 pubblicato in Gazzetta Ufficiale.  Nel 2021 l’operazione Inter Nos, coordinata dalla DDA di Reggio Calabria, portò all’arresto di 16 persone – 9 in carcere e 7 ai domiciliari – nell’ambito di un’inchiesta sugli appalti della sanificazione in campo sanitario. Vicende diverse, ma segnate da un copione ricorrente: forniture gonfiate, gare sempre agli stessi soggetti, contratti pilotati. Ne emerge un sistema esposto, dove la salute diventa occasione di profitto e leva di potere.

Il privato come terreno fertile

Come osservano magistrati e analisti, il settore privato prolifera dove il pubblico arretra. In Calabria lo squilibrio è netto: alcune cliniche rischiano di trasformarsi non solo in luoghi di cura, ma anche in possibili strumenti di riciclaggio. Non si tratta di accuse puntuali, ma di una vulnerabilità segnalata da più rapporti e monitoraggi antimafia. Lo Stato riversa miliardi nelle casse regionali, i cittadini si indebitano, ma i profitti evaporano nelle tasche sbagliate. Come denuncia l’ex commissario dell’Asp di Reggio Calabria Santo Gioffré, «sono riusciti a farsi pagare la stessa fattura anche quattro volte».

«Questa cosca – sottolinea spesso il medico – deve essere stata molto protetta negli ultimi vent’anni per riuscire a ottenere quattro pagamenti per la stessa prestazione: così siamo entrati nel Piano di rientro. Chi ha beneficiato di quel sistema? Proprietari di grandi strutture private e studi diagnostici, grossi studi di avvocati, alcune multinazionali del farmaco, istituti di factoring e banche».

Una denuncia che racconta meglio di ogni statistica il cortocircuito morale ed economico di una sanità che spende molto ma cura poco: dove i bilanci tornano, ma i pazienti restano in fila.

Una comunità divisa e in esodo

Il sistema di assistenza non genera solo malati: produce migranti. È un doppio flusso: pazienti che partono per farsi curare e medici che abbandonano la regione per carriere più stabili. Chi resta, rimane imprigionato in un sistema impoverito.

Si crea una stratificazione feroce: chi ha risorse parte, prende un treno o un aereo, affitta una stanza vicino a un grande ospedale del Nord; chi non le ha si arrangia con visite in nero, raccomandazioni, favori, e talvolta dorme in macchina, pur di non rinunciare a una cura. Il diritto alla salute si trasforma in privilegio per pochi: il cittadino si riduce a cliente di un meccanismo di favori e intermediazioni. I viaggi della speranza non sono soltanto vicende individuali, ma un rito collettivo al contrario: treni notturni pieni di famiglie, autobus organizzati, pensioni di periferia a Bologna, Roma o Milano trasformate in dormitori della diaspora sanitaria regionale. Una comunità che si ricompone lontano da casa, attorno alla malattia. Sociologicamente, è una cittadinanza dimezzata: quando un diritto universale diventa un lusso, lo Stato perde la sua funzione di garante e la legittimità sociale si sbriciola. In quel vuoto, la ’ndrangheta si insinua, offrendo scorciatoie, posti letto, contatti “utili”. Non solo potere economico, ma potere simbolico: decidere chi può curarsi e chi deve attendere.

Medici cubani, sintomo non soluzione

L’arrivo dei medici cubani, presentato come svolta, è in realtà il segnale di un sistema al collasso. Se una regione non trattiene i suoi giovani professionisti né rende attrattive le proprie strutture, il problema non è numerico, ma di credibilità.

Un appello: vigilanza reale

Non bastano protocolli di legalità o commissari straordinari a tempo.  Occorre una struttura di controllo permanente, autonoma e competente, capace di vigilare ex ante ed ex post su gare, convenzioni e affidamenti, pubblici e privati. È indispensabile un monitoraggio puntuale sull’uso dei fondi pubblici destinati al privato accreditato, per garantire che le risorse pubbliche finanzino davvero prestazioni erogate e non si disperdano in logiche speculative. Serve una rendicontazione economica e gestionale trasparente, con pubblicazione periodica dei dati di spesa, dei beneficiari e degli esiti sanitari: una vera accountability di sistema, non solo formale. Può sembrare difficile, quasi utopico, ma è ciò che occorre pretendere: un organismo terzo, capace di rompere la catena opaca degli affidamenti e di restituire fiducia ai cittadini. Non è una concessione: è un diritto democratico. Il sistema di cura calabrese è la cartina di tornasole del Paese. Qui si misura se lo Stato è più forte della mafia o se continua a cedere terreno. Non è una sfida di cifre, ma di dignità. Curarsi non è una gentile concessione del potere, è una prova della sua legittimità. E in questa terra quella prova lo Stato continua a non superarla. Finché la Calabria resterà ostaggio di clientele e interessi criminali, il prezzo continueranno a pagarlo i più fragili – malati, poveri, chi non ha voce. (ap)

[Courtesy OpenCalabria]

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Autonomia: dove eravamo rimasti?
E c’è anche chi si ostina a ripresentarla

di MASSIMO MASTRUZZO – L’Autonomia Differenziata è al centro di un dibattito che, tuttavia, non sembra affrontare in maniera adeguata le sue implicazioni economiche e sociali. Nessun dibattito pubblico, infatti, mette in evidenza i rischi che questa riforma potrebbe comportare per il futuro del Paese, in particolare per le regioni meridionali. I temi sollevati da esperti, come i mancati finanziamenti dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (Lep) e l’iniqua ripartizione dei fondi del Pnrr, dovrebbero essere al centro di una discussione seria, che purtroppo è sistematicamente evitata dai media nazionali.

La proposta di autonomia differenziata, voluta dal ministro Calderoli e sostenuta dal governo Meloni-Salvini-Tajani, non fa che consolidare il divario già esistente tra le regioni più ricche del Nord e quelle meno sviluppate del Sud. I rischi economici e sociali per le regioni meridionali sono evidenti, e vari studi lo confermano. Le ricerche condotte dal Cnr, dalla Svimez e dall’OCSE ci avvertono che l’autonomia fiscale potrebbe, sì, portare a un miglioramento per alcune regioni, ma con il pericolo di un’esacerbazione delle disuguaglianze. Le regioni più ricche potrebbero rafforzare la loro posizione, mentre quelle più povere potrebbero trovarsi a dover affrontare carenze di risorse, con un impatto devastante su servizi essenziali come sanità e istruzione.

Gli studi della Svimez parlano chiaro: l’autonomia differenziata potrebbe trasformarsi in una “secessione fiscale” che, se non accompagnata da adeguate politiche di redistribuzione e solidarietà, danneggerebbe irrimediabilmente il Sud. Le stesse previsioni Ocse confermano che una maggiore autonomia regionale rischia di rallentare la crescita complessiva del Paese, in quanto non tutte le regioni sarebbero in grado di sostenere finanziariamente politiche e infrastrutture adeguate.

Ma non si tratta solo di questioni economiche. Il rischio maggiore è che l’Italia, già oggi caratterizzata da disuguaglianze territoriali insostenibili, si avvii verso una divisione ancora più marcata. Un Paese che non riesce a garantire i Livelli Essenziali delle Prestazioni (Lep) a tutti i suoi cittadini, ma li fornisce solo ad una parte di essi, non è in grado di definirsi un “Paese Unito”. La Costituzione Italiana, che stabilisce l’uguaglianza di diritti e opportunità per tutti i cittadini, rischia di essere tradita.

«Un Paese, uno Stato, che garantisce i Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) solo ad una parte dei suoi cittadini, disattendendo di fatto la sua stessa Costituzione, come può essere definito tale. Uno Stato dove la disomogeneità territoriale è talmente ampia dall’aver condizionato inequivocabilmente i criteri di ripartizione dei Recovery Fund a proprio favore, ricevendo per questa condizione la quota maggiore salvo poi, in merito alla coesione sociale, agire in controtendenza rispetto alle indicazioni di Bruxelles, che prospettive positive può immaginare rispetto alla proposta sul disegno di legge (DDL) sull’autonomia differenziata, ideato da Calderoli?».

Il Movimento Equità Territoriale, con convinzione, ritiene che il progetto di Autonomia Differenziata sia una minaccia alla coesione sociale e alla tenuta economica delle regioni del Mezzogiorno. La proposta avanzata da Calderoli è inadeguata rispetto alle reali necessità del Paese è mette pericolosamente a rischio i diritti costituzionali, già debolmente garantiti, dei cittadini del Sud-Italia.

La disomogeneità territoriale è già così ampia da condizionare la distribuzione dei fondi europei a favore delle regioni più ricche, ma non basta: oggi si vuole legittimare una legge che rischia di rendere ancora più evidente la disparità tra Nord e Sud e condurrebbe a un ulteriore svuotamento della capacità del Sud di sostenere il proprio sviluppo.

Per queste ragioni, ci opponiamo fermamente al Disegno di Legge sull’Autonomia Differenziata. Se vogliamo davvero ridurre le disuguaglianze e promuovere la crescita delle regioni del Sud-Italia, è necessario garantire gli investimenti per tutte quelle infrastrutture carenti nelle regioni meridionali: gli investimenti in infrastrutture hanno un impatto economico diretto e documentato. Creano occupazione nel breve periodo, stimolano l’indotto e, nel lungo termine, rafforzano la competitività del Paese intero. Gli economisti parlano di “effetto moltiplicatore”: ogni euro speso in infrastrutture genera una crescita del PIL superiore al valore iniziale dell’investimento. E questo effetto è ancora più forte nei territori che partono da una situazione di carenza

Difatti dimostrare che un’autostrada o una ferrovia è più utile lì dove mancano – e non dove già abbondano – non dovrebbe essere un esercizio difficile.

Così come non lo dovrebbe essere garantire le risorse adeguate per i Lea, Lep, Leps e assicurare che il sistema fiscale e redistributivo italiano funzioni in modo equo per tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro provenienza geografica. (mma)

(Direttivo nazionale MET – Movimento Equità Territoriale)

La rivincita delle periferie riparte da Saverio Strati e Sant’Agata del Bianco

di SANTO STRATI  – Per due giorni il piccolo e incantevole borgo di S. Agata del Bianco, nel cuore dell’Aspromonte, è stato, culturalmente parlando, la Capitale della Calabria. Il successo, clamoroso, al di là di qualsiasi aspettativa, del convegno di chiusura delle celebrazioni del centenario della nascita dello scrittore Saverio Strati, dimostra che è possibile il riscatto delle periferie, la rigenerazione del territorio, la valorizzazione di un patrimonio culturale inestimabile, ma troppo spesso sottovalutato o, peggio, trascurato. 

La celebrazione del centenario chiuso da questa due giorni di incontri intensi e, molto spesso appassionati, nella città natale dello scrittore indica un percorso virtuoso che il futuro assessore alla Cultura della Regione, ma soprattutto il governatore appena rieletto Roberto Occhiuto, dovrebbero prendere a modello per modulare la “rivincita” culturale della Calabria, vera leva di sviluppo e unitamente di contrasto ai pregiudizi e ai preconcetti che per troppo tempo hanno pervaso questa terra. La nuova narrazione della Calabria passa anche per queste iniziative che valorizzano il territorio e i suoi figli più illustri, mostrando la dimensione culturale di una terra che ha un potenziale altissimo nell’ambito del patrimonio di cultura e tradizioni. Questo modello di Sant’Agata del Bianco, che, grazie alla felice intuizione del suo straordinario sindaco Domenico Stranieri, ha saputo “rinascere” scegliendo di valorizzare il suo cittadino più illustre. Una scelta che ha rigenerato il territorio puntando sulla cultura, coinvolgendo l’intera comunità, ma soprattutto giovani e donne che hanno potuto scegliere di restare e non partire. 

Sant’Agata del Bianco, non ha celebrato solo Saverio Strati, come scrittore orgoglioso delle sue origini calabresi, ma anche mostrato come la sia stato possibile realizzare un’impresa che poteva apparire impossibile: parlare della Calabria partendo da un borgo, mostrare al Paese quanto sia rilevante il contributo di questa terra alla storia della letteratura italiana del Novecento e come non sia difficile coinvolgere scuole, insegnanti e studenti, anche scolari delle elementari, in un progetto di rinascita urbana non soltanto culturale, ma di rivitalizzazione del l’intero territorio.

Sant’Agata con i suoi murales, le sue avvincenti sculture in ferro che ormai segnano l’intero centro storico, è diventato un paese che avvince e si fa amare a prima vista: conquista il visitatore e lo pervade di cultura, tradizione, misteri e curiosità del mondo contadino, rivelando un fascino irresistibile, che avvince i suoi ospiti e li rende parte integrante della comunità. Che è viva, accogliente e generosa.

Saverio Strati, un autentico autore moderno che ha saputo, attraverso la sua lettura del passato contadino e agreste, guardare al futuro, non ha avuto, da vivo, la fortuna e il successo che avrebbe meritato. Aveva conquistato il Premio Campiello ed era tra i protagonisti del Novecento letterario italiano, poi, improvvisamente, alla fine degli anni Novanta, si è trovato isolato, dimenticato e visti rifiutare i suoi nuovi libri dal suo editore storico, la Mondadori, mica una piccola editrice. Una discesa all’inferno, culminata nella accorata richiesta di applicazione della Legge Bacchelli per poter vivere e sopravvivere. Una proposta lanciata dall’allora direttore del Quotidiano della Calabria Matteo Cosenza, che venne subito accolta dopo una mobilitazione del mondo della cultura. Era quella manifesta conferma della sua fragilità del vivere quotidiano, che avrebbe dovuto suggerire la necessità di creare le condizioni per rivalutare e valorizzare il lavoro letterario di Saverio Strati, ma per anni, fino alla morte, su di lui è calata una vergognosa trascuranza. 

Dopo la sua scomparsa, l’editore Florindo Rubbettino ha ripreso il vecchio progetto del generoso e visionario padre Rosario, che vedeva nella cultura il perno principale dello sviluppo del territorio calabrese, ed è riuscito – acquisendo i diritti dal figlio Giampaolo – a ripubblicare quasi tutta l’opera edita di Saverio Strati, ma l’obiettivo è quello di recuperare le oltre 5.000 pagine tra diario e manoscritti inediti per continuare a proporre ai lettori l’opera di uno straordinario scrittore.

Il segnale che viene da Sant’Agata è dunque chiaro: attraverso la cultura si possono e si devono rigenerare i borghi per fermare lo spopolamento. E, mirabilmente, frenare la fuga con biglietto di sola andata di tanti giovani cervelli, laureati, ricercatori e diplomati) che non trovano speranze di futuro nella propria terra. Provate a immaginare di replicare il modello di Sant’Agata per i tanti paesi che hanno dato i natali ai protagonisti della cultura di origine calabrese (scrittori, poeti, giornalisti, operatori culturali): cosa potrebbe accadere? Vedremmo la rigenerazione di Palmi (Leonida Repaci), Bovalino (Mario La Cava), Maropati (Fortunato Seminara), Melicuccà (Lorenzo Calogero), Careri Francesco Perri), Bova (Pasquino Crupi) e tanti altri ancora, partendo da San Luca dove nacque Corrado Alvaro (di cui ricorrono un altr’anno i 70 anni della morte). Lo scrittore di Gente in Aspromonte pur essendo adeguatamente citato tra i protagonisti del Novecento letterario italiano meriterebbe attenzione maggiore, a partire dalla sua terra, che dovrebbe propore San Luca come Capitale della Cultura insieme con la Locride, terra di giganti della cultura, mai valorizzati, trascurati, di frequente dimenticati.

Il lavoro del Comitato “100 Strati” guidato da un instancabile Luigi Franco (direttore editoriale di Rubbettino) ha lavorato bene, pur avendo contro gli ostacoli di una burocrazia regionale insopportabile, ma il suo obiettivo di allargare l’interesse sulle opere di Saverio Strati anche al di fuori del territorio calabrese (che ugualmente continua a conoscerlo poco e quindi non lo può apprezzare in modo adeguato) non credo sia stato adeguatamente raggiunto: per il futuro occorrerà coinvolgere i media nazionali, ospitando inviati e giornalisti, per dare il giusto risalto a qualsiasi evento regionale di grande rilevanza. Purtroppo, anche in questo caso, il piano di comunicazione non ha avuto adeguata applicazione, eppure c’era una corposa dotazione finanziaria per le celebrazioni del centenario di Saverio Strati. 

Importante è stata la partecipazione al convegno dell’assessore regionale alla Cultura uscente Caterina Capponi che aveva “ereditato” dalla vicepresidente Giusi Princi il progetto 100Strati e che ha confermato quanto la Regione punti sulla Cultura per lo sviluppo del territorio, ma, allo stesso tempo, non si può non evidenziare l’assenza della Città Metropolitana, ingiustificabile e non accettabile. La MetroCity ha mancato un appuntamento importante che poteva essere l’occasione per valutare (e apprezzare) il modello qui proposto e rilanciarlo in tutto il territorio della provincia reggina, insieme a un auspicabile progetto regionale di valorizzazione delle risorse culturali passate, presenti e future.

Da ultimo, da direttore di Calabria.Live ma anche da componente del Comitato 100Strati, mi sono permesso di lanciare l’idea di fissare una giornata Stratiana da celebrarsi ogni anno a Sant’Agata del Bianco (magari nella ricorrenza della morte, 9 aprile) con il coinvolgimento delle scuole e l’istituzione di un Premio Letterario nazionale intitolato a Saverio Strati. Due iniziative che manterrebbero viva la figura dello scrittore e sarebbero la giusta prosecuzione di questi due giorni di celebrazione di cui i calabresi possono andare fieri. 

Ne prendano nota, in Regione, a cominciare dal Presidente Occhiuto.  

La Calabria e la fragilità persistente dell’occupazione

di MARIAELENA SENESESecondo i dati Istat l’incidenza complessiva della povertà assoluta tra le famiglie nel Mezzogiorno si attesta al 12,1%, marcando un divario sensibilissimo rispetto al Nord, dove i valori si aggirano attorno all’8‑9%. 

La UIL Calabria esprime forte preoccupazione anche alla luce dei dati emersi dalla presentazione del Rendiconto Sociale INPS Calabria 2024, che offrono una fotografia reale delle condizioni economiche e occupazionali della nostra Regione.

Nonostante il leggero incremento del Pil registrato nel triennio 2021-2023, la Calabria si conferma ultima in Italia per PIL pro-capite (21.000 euro contro i 59.800 della Provincia autonoma di Bolzano) e per reddito disponibile per abitante. Un divario strutturale che si riflette direttamente sul mondo del lavoro. Il 2024 ha registrato un saldo positivo tra assunzioni e cessazioni nel settore privato (161.640 contro 156.226), ma la qualità dell’occupazione resta estremamente fragile. Calano i contratti a tempo indeterminato, mentre crescono quelli a termine (da 82.678 a 87.032) e aumentano i contratti part-time, oggi pari al 44,2% dei lavoratori dipendenti, con un picco tra i 30 e i 50 anni (43,5%). Le retribuzioni giornaliere medie sono tra le più basse del Paese: 77,9 euro per gli uomini e appena 58 euro per le donne, contro una media nazionale rispettivamente di 107,5 e 79,8 euro.

Si tratta di lavoro povero, sottopagato e spesso privo di reali prospettive. Anche se si registra un lieve calo del tasso di disoccupazione giovanile (dal 35,5% al 31,4%), la Calabria resta maglia nera per i NEET, ovvero giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano: sono il 26,2%, quasi il doppio della media nazionale (15,2%). Un dato allarmante, che indica una generazione senza futuro.

Per quanto riguarda la flessibilità in uscita dal mondo del lavoro, calano rispetto agli anni precedenti i numeri, emblematico è la riduzione dell’anticipazione pensionistica “Opzione donna”. Dalle 523 domande del 2022 si è passati alle 90 domande del 2024, segnale evidente di una misura non più appetibile e rispondente alle esigenze di flessibilità in uscita delle lavoratrici donna. 

Sul fronte del welfare e degli ammortizzatori sociali, calano i beneficiari per sospensione del lavoro (da 13.342 a 12.134); aumentano le ore autorizzate di Cassa Integrazione Guadagni (da 2 a 2,34 milioni); crescono le domande di disoccupazione accolte (161.492).

L’Assegno di Inclusione ha raggiunto 59.377 famiglie. L’Assegno Unico 210.622 nuclei. Il Supporto per la Formazione e il Lavoro ha registrato 11.236 richieste accolte.

Sul piano della legalità, il rendiconto INPS evidenzia un’attività ispettiva intensa: 493 ispezioni effettuate; 10 milioni di euro di evasione contributiva accertata; 2.993 lavoratori irregolari scoperti. 

Alla luce dei dati emersi dal Rendiconto Sociale INPS, che confermano quanto la UIL sostiene da tempo, appare necessario intervenire con decisione per: Rafforzare e consolidare gli strumenti del PADEL, il programma regionale pensato per creare occupazione di qualità.  Il Padel deve favorire inserimento, reinserimento e formazione dei lavoratori, con un’attenzione particolare a giovani, NEET, donne e soggetti svantaggiati; Migliorare la capacità di welfare locale, soprattutto nelle aree interne, considerando non solo la dimensione economica ma anche infrastrutturale (servizi sociali, abitativi, educativi); Valutare incrementi significativi e mirati degli importi delle prestazioni sociali come l’ADI, specie per famiglie numerose, con carichi di cura o con componenti vulnerabili; Favorire politiche per ridurre il divario territoriale: investimenti infrastrutturali, incentivi per l’occupazione femminile, contrasto alla precarietà, al lavoro povero e al lavoro sommerso.

Continuiamo a dare e registrare numeri, ma occorre tradurre questi numeri in azioni concrete per invertire questa tendenza e puntare verso una crescita duratura e strutturale. È fondamentale capire cosa ha effettivamente trainato – o potrebbe trainare – l’economia regionale. Per promuovere una crescita economica solida e sostenibile in Calabria, è fondamentale adottare un approccio strategico che valorizzi i settori più vocati del territorio. La regione possiede potenzialità ancora inespresse che, se adeguatamente sfruttate, possono incidere significativamente sulla produttività, sull’occupazione e sul benessere collettivo.  È fondamentale promuovere investimenti mirati nel comparto industriale, favorendo la crescita di settori ad alto contenuto tecnologico e l’innovazione produttiva. Tale strategia consente di creare occupazione qualificata, capace di trattenere giovani talenti e professionalità nel territorio, e di attrarre nuovi investimenti nazionali e internazionali. In questo processo, è essenziale valorizzare le competenze e le attività di ricerca degli atenei calabresi nel campo dell’intelligenza artificiale, in modo da costruire un ecosistema integrato tra università, imprese e istituzioni, capace di generare sviluppo sostenibile e competitività. Concentrare risorse, politiche e investimenti nei settori a maggiore vocazione territoriale è la strada per attivare uno sviluppo duraturo in Calabria. Serve una visione strategica condivisa tra istituzioni, imprese, università e cittadini, basata sulla valorizzazione delle risorse locali, sull’innovazione e sulla sostenibilità. Solo così la Calabria potrà colmare i divari esistenti e diventare protagonista di un nuovo modello di crescita. (ms)

(Segretaria generale Uil Calabria)

La povertà, lo spopolamento e la figa dei cervelli dal Sud

di MICHELE CONIA – Dal report “La povertà in Italia” pubblicato ieri (14 ottobre ndr) dall’Istat emerge una situazione drammatica.  In Italia oltre 2,2 milioni sono le famiglie in condizione di povertà assoluta  per un totale di 5,7 milioni di persone. La condizione economica incide fortemente a seconda della famiglia in cui si nasce, e metà delle famiglie in povertà assoluta è in affitto. Aumento anche della povertà assoluta dei giovani in affitto dai 18 ai 34 anni per i quali il lavoro povero e precario produce redditi bassissimi. L’Istituto di statistica sottolinea che l’incidenza di povertà assoluta diminuisce al crescere del titolo di studio e il Sud è più colpito dove abitano la maggior parte delle famiglie con genitori single e quelle con basso livello di istruzione. Più nel dettaglio, l’incidenza è pari al 4,2% se  la persona  ha conseguito almeno il diploma di scuola secondaria superiore, mentre sale al 12,8% se possiede la licenza di scuola media. L’incidenza di povertà  raggiunge il 14,4% per le famiglie in cui la persona di riferimento ha conseguito al massimo la licenza di scuola elementare. Minori e stranieri sono le categorie più colpite. La povertà assoluta nelle famiglie con un migrante è al 30,5%, mentre le famiglie in povertà assoluta composte esclusivamente da migranti è al 35,2%. 1,3 milioni di bambini e ragazzi vivono in povertà assoluta passando dal 12,1% del Centro al 16,4% del Mezzogiorno, e salendo al 14,9% per i bambini di età compresa tra i 7 e i 13 anni.

Le famiglie in povertà assoluta in cui sono presenti minori sono quasi 734mila, corrispondente al 12,3% del totale, raggiungendo il 40,5% per quelle composte unicamente da stranieri mentre si ferma al 33,6% nel caso nella famiglia con minori composte da membri sia italiani sia stranieri. Questi dati si incrociano con il XV Atlante dell’Infanzia (dati del 2023) di Save the Children, che denuncia che, in Italia, 200 mila bambini sotto i 5 anni vivono in condizione di povertà alimentare (cioè in famiglie che non riescono a garantire loro almeno un pasto proteico ogni due giorni) mentre quasi uno su dieci, nella stessa fascia d’età, ha sperimentato la povertà energetica (cioè ha vissuto in una casa che in inverno non era riscaldata in modo adeguato).

A peggiorare le cose sono  inflazione e carovita, i cui effetti si ripercuotono soprattutto sulle migliaia di famiglie con minori a carico che vivono in povertà assoluta. Più in dettaglio, la spesa per latte e pappe è salita del 19,1%, mentre dal 2021 al 2024 i prezzi  per i pannolini sono aumentati dell’11% per i modelli più economici. Questi fattori  economici sono nocivi alla salute e al benessere dei bambini e delle bambine, che continueranno ad avere un impatto negativo anche nelle fasi successive della vita. Infatti, la difficoltà economica vissuta da bambini o da ragazzi, spesso, avrà ripercussioni anche sul resto della vita provocando emarginazione  ed esclusione sociale. Ma la vera emorragia da contenere è la “fuga di cervelli”.

Oltre un milione di italiane e italiani nel decennio dal 2014 al 2024 si sono trasferiti all’estero e, di questi, quasi 150 mila possedevano una laurea al momento della partenza.

Tra il 2008 e il 2022 circa 525.000 giovani italiani sono emigrati all’estero e solo un terzo di essi è tornato in Italia. Le cause principali dell’esodo sono le migliori opportunità lavorative, di studio e di formazione, salari più elevati e la ricerca di una qualità della vita superiore. A ciò si aggiungono la carenza di servizi pubblici, come asili nido e infrastrutture primarie, la difficoltà di conciliare lavoro e vita familiare, la scarsa flessibilità sul lavoro. Occorre intraprendere iniziative per contrastare l’esodo, creare le condizioni per una qualità della vita che contempi servizi pubblici e diritti di cittadinanza, con pari opportunità per tutte e tutti i nostri giovani. Lavoro da tempo contro lo spopolamento e per trattenere i nostri giovani. Durante la mia Amministrazione, sono stati finanziati numerosi progetti per la  valorizzazione  e rigenerazione urbana del nostro territorio, l’arricchimento dell’offerta formativa dei nostri istituti superiori, la presenza di una scuola di Alta Specializzazione Tecnica, la Casa di comunità, un centro antiviolenza. Ma non basta. Per invertire la tendenza occorrono politiche di accompagnamento sociale, come l’adeguamento dei salari all’inflazione, contrasto al lavoro povero, politiche abitative mirate, parità di genere per contrastare la denatalità, congedi parentali, asili nido e misure a supporto della genitorialità e inclusione degli immigrati. (mc)

(Michele Conìa, avvocato, sindaco di Cinquefrondi (RC) e consigliere metropolitano della città metropolitana di Reggio Calabria, delegato ai Beni Confiscati, Periferie, Politiche giovanili e Immigrazione e Politiche di pace)

Il quarto aeroporto un’idea “sballata”

di DOMENICO MAZZA – Paradossale che, negli ultimi tempi, si parli di un quarto scalo in Calabria. Una Regione, per giunta, che manca di una infrastrutturazione basilare e avulsa da un benché minimo concetto di intermodalità.

Con una demografia, oltretutto, che già oggi non giustificherebbe neppure i tre scali presenti. Si potrebbe additare, la proposta proveniente da Amministratori dell’alto Jonio cosentino e suffragata da novelli consiglieri regionali cosentini, come la classica boutade da campagna elettorale. Ma la maratona è finita da una settimana.

A quanto pare, però, la sciocca propaganda persiste nel tempo. Non trovo altre parole per descrivere un Establishment incapace di guardare oltre. Evidentemente, la povertà di idee, induce la politica a proporre, all’alternarsi delle fasi lunari, ammuffite idee superate dal tempo e dai fatti. D’altronde, se per giustificare un’aviosuperficie a Sibari si auspica un tracollo dello scalo crotonese o si arriva ad azzardare un termine di paragone tra uno Stato federato come la Florida (22Ml di abitanti e una crescita demografica di 1.6 punti di percentuale annui) e la Calabria (meno di 2Ml abitanti e una perdita netta di oltre 150mila abitanti negli ultimi 25 anni), significa che siamo arrivati a un punto di non ritorno della visione politica ed effettuale. Ma tant’è.

Un sistema demografico che non giustifica la presenza di un eventuale quarto scalo in Calabria

Partiamo dal presupposto che oggi la Calabria si presenta con una popolazione di poco superiore a 1,8mln d’abitanti. La Regione, da oltre 20 anni, attraversa una condizione di drammatico esodo demografico. Se i parametri dovessero mantenersi ai valori attuali, ma è molto probabile che peggiorino, possiamo stimare, entro i prossimi 10 anni, una perdita di ulteriori 100mila persone. Gran parte di questa cifra riguarderà proprio le aree joniche del Crotonese e della Sibaritide. Quelle aree che – reputati i ritardi infrastrutturali rispetto altri contesti regionali, causati da ataviche sottomissioni a politiche di tipo centralista –, possono essere considerate, senza ombra di smentita alcuna, come Altra Calabria. I numeri illustrati ci dicono che il sistema calabrese, oggi, non potrebbe sostenere neppure i tre aeroporti presenti. 

L’impietoso confronto con le altre Regioni del Mezzogiorno.

La vicina Campania, pur avendo una popolazione che surclassa di circa tre volte quella calabrese, da poco più di un anno ha deciso di aprire i battenti del Costa d’Amalfi. Tuttavia, fino a poco tempo fa, ha gestito tutto il traffico aeroportuale regionale, più quello di buona parte delle Province di Potenza, Isernia e Campobasso, da Capodichino.

La Puglia, invece, dove risiedono circa 4Ml di abitanti, serve la sua popolazione con gli scali di Bari e Brindisi e parzialmente con quello di Foggia. Tre aeroporti operativi, più Taranto pronto all’uso. Tuttavia, nell’ultimo caso, nonostante l’Arlotta abbia già in dote la 5° pista più lunga d’Italia e che potrebbe servire tutta la dorsale del nord-est calabrese, almeno fino a Sibari, si preferisce lasciarlo in balia di sé stesso.

E veniamo alla Basilicata. L’apertura del Costa d’Amalfi ha riversato l’area ovest della Provincia di Potenza da Napoli a Salerno. Il Vulture-Melfese è afferente all‘area della Capitanata e ha il suo scalo di riferimento nel Gino Lisa di Foggia. Matera e hinterland rappresentano, geograficamente e politicamente, una costola di Bari. Il loro scalo aeroportuale di riferimento rimane Palese. Resterebbe la linea di costa compresa tra Nova Siri e Metaponto: un’area rivierasca che lambisce 80 mila abitanti. Tuttavia, anche quest’ultima porzione demografica lucana, qualora dovesse essere aperto al traffico civile Taranto-Grottaglie (e ci sono ottime probabilità in merito), avrebbe tutte le convenienze a raggiungerlo. Senza considerare la presenza dell’Aviosuperficie di Pisticci per cui la Lucania sta facendo pressioni al Governo centrale al fine di ottenerne la messa in esercizio.

Questo breve excursus per ridimensionare le spocchiose esternazioni a mezzo stampa e su canali social che hanno caratterizzato le vicende del nord-est calabrese negli ultimi giorni. Un territorio, la Sibaritide, che, nella mente di qualche stravagante Amministratore, pensa di essere il centro del Mondo. Non basta essere una delle aree più produttive di tutto il Mezzogiorno d’Italia per immaginare un quarto aeroporto in una delle Regioni a più alto inverno demografico d’Europa. Prima di qualunque cosa ci vogliono i numeri. Da questo punto di vista, gli ambiti costituenti l’area dell’Arco Jonico calabrese (Sibaritide e Crotoniate), analizzati singolarmente, arrancano notevolmente. Vieppiù, i requisiti, non solo per la questione aeroporto, potrebbero averli solo se avviassero processi di governance sinergici e unitari. La Politica nostrana, tuttavia, sembra essere riluttante a ragionamenti di spessore. Spesso, infatti, preferisce rintanarsi in atteggiamenti di pancia, preferendo argomenti vuoti al solo fine di aizzare le folle. Pur nella consapevolezza, comunque, che le richiamate sortite, al massimo, suscitano ilarità in quel briciolo di opinione rimasta in Calabria.

I numeri (che non ci sono) alla base di un rapporto costi-benefici per un aeroporto a Sibari

Enac (Ente nazionale aviazione civile) stabilisce come alveo di servizio per un aeroporto una base di almeno 400mila abitanti. Da più parti, nell’articolare la richiesta di un quarto scalo a Sibari, si fa riferimento a un ambito interregionale che attingerebbe a tutta la Provincia di Cosenza e a parte della Basilicata. Sulla carta, potrebbe anche essere; nella realtà, però, le cose sono molto diverse. La Provincia di Cosenza è scesa sotto i 670mila abitanti. I numeri che la vedevano superare i 750mila residenti, ormai, appartengono alla storia. Dei richiamati 670mila, circa 250mila gravitano tra il Pollino e il nord-est, inteso come alto e basso Jonio cosentino. Circa 140mila persone, invece, vivono lungo la striscia tirrenica. Ancora, 250mila risiedono in un raggio di appena 15km dal Capoluogo: la cosiddetta Area Urbana. Poco più di 30mila, infine, nel contesto del Savuto. Come sarà semplice comprendere, il grasso demografico è contenuto tra l’Area Urbana brettia e l’ambito della Sibaritide. Tuttavia, non deve indurci in errore il fatto che il numero di presenze nei due contesti sia pressoché simile. A differire, infatti, è la densità demografica: decisamente più alta nell’area cosentina, essendo molto più contenuta territorialmente. È bene, altresì, ricordare che è in fase d’appalto la velocizzazione della A2 tra gli svincoli di Cosenza e Altilia. Tale opera consentirà una riduzione dei tempi di percorrenza, dagli attuali 45’ a poco meno di 1/2 ora, tra la valle del Crati e lo scalo lamentino. Già oggi, invece, la tratta Cosenza-Sibari, nonostante un percorso a 4 corsie, si compie in non meno di 45/50 minuti. E Sant’Eufemia resta pur sempre lo scalo regionale di riferimento con un’offerta volativa che giammai potrebbe essere inficiata da qualsiasi altro scalo.

Necessari investimenti su opere di ricucitura territoriale e non sulla duplicazione delle infrastrutture esistenti

Se la Calabria, come il resto delle Regioni italiane, avesse avuto un solido sistema infrastrutturale ferro-carrabile, avrebbe potuto soddisfare le esigenze di tutti i territori con il solo aeroporto di Lamezia Terme. Si provi a immaginare cosa avrebbe significato avere due direttrici perpendicolari a 4 corsie lungo le linee di costa, raccordate da una serie di diagonali est-ovest dal Pollino allo Stretto. Inoltre, con un sistema ferroviario a doppio binario lungo tutto il perimetro, intersecato da adeguate trasversali, probabilmente, il capitolo aeroporti non avrebbe affascinato nessuno.

Sarebbe il caso, quindi, di premere su altri tipi di infrastrutture. Probabilmente, i nostri Referenti istituzionali dovrebbero chiarire il loro tergiversare sull’attuazione dei treni shuttle di tipo metropolitano tra Sibari, Crotone e Sant’Anna. Dunque, il motivo per cui per la prevista variante alla galleria di Cutro (che avrebbe dovuto lambire il Pitagora) sia finita nel dimenticatoio. Ergo, perché la bretella di Thurio sia stata sostituita da una modesta lunetta di Sibari, anch’essa sparita dai radar. Invero, alle nostre latitudini, buona parte degli Establishment risultano talmente poveri di idee che, al massimo, riescono a partorire pensieri rabberciati dopo aver letto qualche scritto di cui neppure comprendono appieno il senso. Chiaramente, ritengono più conveniente studiare strategie tese alla permanenza dello status quo. Tutto sommato, bontà loro, è pur sempre meglio garantirsi poltrone rimanendo proni ai diktat del centralismo di turno, piuttosto che elaborare pensieri e sviluppare azioni degne di una mente come quella dell’uomo. (dm)

(Comitato Magna Graecia)

Povertà minorile: è emergenza in Calabria
colpisce il 36% delle famiglie

di ERNESTO MASTROIANNI – L’Italia del 2025 è un Paese stanco, fragile, attraversato da una povertà che non sempre si vede ma si sente ovunque. È nelle file sempre più lunghe davanti ai centri Caritas, nelle case fredde di chi non può più permettersi di accendere il riscaldamento, negli ambulatori vuoti dove si rinuncia a curarsi. È una povertà che non è solo mancanza di denaro, ma perdita quotidiana di diritti fondamentali: casa, salute, istruzione, lavoro.

Il Rapporto Caritas Italiana 2025 restituisce l’immagine di un’Italia divisa e ferita. Oltre 6 milioni di persone vivono in povertà assoluta — il 10,7% della popolazione, e più di 2,1 milioni di famiglie non riescono a garantire un livello di vita dignitoso. Aumentano i “nuovi poveri”: uomini e donne che fino a poco tempo fa avevano un reddito stabile, una casa, un progetto, e che oggi si ritrovano per la prima volta a chiedere aiuto.

Il divario tra Nord e Sud resta profondo, quasi incolmabile. Mentre alcune regioni settentrionali mostrano segnali di tenuta, il Mezzogiorno sprofonda. Calabria, Sicilia e Campania sono in testa alle classifiche della povertà assoluta, che in alcune aree supera il 15%, con punte drammatiche nelle zone interne e nei piccoli comuni.

In Calabria, la situazione è tra le più gravi d’Italia. Oltre una famiglia su cinque vive in condizione di grave deprivazione economica, mentre la povertà minorile tocca il 32%, il dato più alto del Paese. Più del 40% dei giovani sotto i 35 anni vive ancora con i genitori, spesso senza un lavoro stabile, e l’assistenza Caritas è cresciuta del 18% in un solo anno: 1.300 centri di ascolto attivi e quasi 60 mila persone aiutate.

Dietro i numeri ci sono volti, storie, rinunce. In Calabria aumenta chi chiede aiuto per pagare affitti, bollette, perfino il cibo quotidiano. Giovani laureati costretti a partire, famiglie che sopravvivono con lavoretti saltuari, anziani che scelgono tra medicine e spesa. Chi resta, spesso, vive in territori abbandonati, dove l’unica cosa che cresce è la disuguaglianza.

La Caritas parla senza mezzi termini di un’Italia in cui la povertà è diventata “un sistema di esclusione”. Il 26% dei poveri ha rinunciato a curarsi per motivi economici, il 22% vive in condizioni abitative precarie, il 38% non ha un’occupazione stabile. Le famiglie monoreddito e quelle con figli piccoli sono le più esposte, ma cresce anche la fascia degli anziani soli, che non riescono più a sostenere i costi della vita quotidiana.

La Caritas chiede una nuova stagione di politiche sociali, fondate non solo sull’assistenza ma sulla dignità e l’autonomia delle persone. «Dietro ogni numero c’è una persona» e ogni persona rappresenta una sfida collettiva: quella di un Paese che deve tornare a riconoscersi come comunità, prima che la povertà diventi ingestibile. 

[Courtesy LaCNews24]

Tanto giovani in piazza per l’impegno civile
ma poi a votare vanno veramente in pochi

di GIULIA MELISSARI – Delle elezioni regionali appena concluse si è detto e scritto molto. Un aspetto che non è stato molto approfondito è quello relativo al rapporto giovani/elezioni.

In attesa di analisi puntuali sul grado di partecipazione dei giovani al momento elettorale, qualche riflessione merita farla.

Partiamo dal dato che, ancora una volta, definire allarmante è poco.
L’affluenza alle urne in Calabria si è fermata al 43,14%. Tradotto: poco più di un calabrese su due non è andato a votare. I politici ed i partiti che hanno vinto fanno finta di niente e sorvolano sull’argomento, quelli che hanno perso lo utilizzano per parlare d’altro e non fare fino in fondo i conti con gli evidenti limiti della loro proposta politica.

Pur mettendo nel conto che il dato dell’affluenza è condizionato dai tanti che per motivi di studio o di lavoro si trovano per lunghi periodi fuori dalla Calabria ( a quando una legge che consenta di votare a distanza?), quarantatré è un numero che parla da sé, e che segnala – ancora una volta – una crescente disaffezione dei cittadini, in particolare dei giovani, nei confronti delle istituzioni politiche.

La crisi della rappresentanza

La crisi della rappresentanza non è solo una questione di numeri: è una crisi di fiducia, di partecipazione e di identità politica.
I giovani calabresi sono tra i più colpiti da questa distanza. Se si chiede loro cosa pensino dei partiti, la risposta è spesso diretta: “non mi rappresentano”, “non credo ai partiti”, “sono tutti uguali”.
Molti non si riconoscono più nelle forme tradizionali della politica, che percepiscono come lontane, opache, autoreferenziali.
Eppure, lo vediamo ogni giorno: le piazze sono piene, ma le urne restano vuote.

Non si può però dire che manchi la consapevolezza. Anzi, le nuove generazioni esprimono un impegno reale e profondo: lo vediamo nei laboratori di idee, nelle esperienze come Reggio 2031, nel volontariato, nel terzo settore, in chi si mette in gioco per la comunità.
Sono tutte forme di partecipazione autentica, ma che raramente vengono riconosciute come “politiche”. Eppure lo sono, eccome.

Tra delega e disaffezione alla politica

La polarizzazione e la sfiducia hanno prodotto una paura diffusa: quella di “fare politica”, quasi fosse una cosa sporca, dimenticando che politica significa semplicemente “prendersi cura della città”, della comunità, del bene comune.

Fino a pochi decenni fa – lo ricordano bene “i più grandi” – la politica era una vera palestra di cittadinanza: circoli, sezioni di partito, movimenti studenteschi e associazioni erano luoghi in cui si imparava a discutere, mediare, costruire insieme soluzioni condivise.
Oggi, come disse don Italo Calabrò agli studenti del liceo Vinci, prevale una “delega costante” a chi ci rappresenta, senza sentirsi parte di un processo collettivo. Ed è proprio qui che si consuma una delle fratture più profonde: viaggiamo a due velocità differenti.

Da un lato c’è la politica che decide, spesso chiusa in sé stessa, con i suoi tempi e linguaggi; dall’altro, i cittadini che delegano, rassegnati e disillusi, perché non credono più che la loro voce possa davvero incidere.

Tra questi due binari corre la distanza che svuota la democrazia di significato e riduce la partecipazione a un gesto episodico. La militanza è stata sostituita da una semplice appartenenza, spesso più legata al favore o alla convenienza che alla competenza o all’ideale.

Il risveglio dei giovani riscriverà la politica?

La politica ha smesso di formare cittadini, e i cittadini hanno smesso di pretendere politica.

Nel vuoto che si è creato, il dissenso si sfoga sui social o in proteste occasionali, ma raramente si traduce in partecipazione strutturata, duratura, trasformativa.

E tuttavia, il recente risveglio della partecipazione di tanti giovani nelle piazze d’Italia può costituire un punto di svolta per restituire dignità alla politica come pratica quotidiana. Ciò sarà possibile se i giovani acquisiranno la consapevolezza che fare politica non vuol dire iscriversi al partito X o Y: bensì leggere il potere, riconoscere i diritti, esercitare la responsabilità civica, farsi portatori di istanze e proposte.

Essere politici e non partitici significa comprendere che la democrazia non si esaurisce nel voto, ma vive in una cura costante delle relazioni, delle decisioni collettive e, soprattutto, della comunità.

Forse proprio dai giovani – da chi riempie oggi le piazze e sogna un domani diverso – può arrivare la spinta più forte a riscrivere la politica come spazio di libertà, competenza e coraggio. Ed allora sì che le urne potranno tornare a riempirsi. (gme)

(Courtesy NEM NessunoEsclusoMai.it)