Slogan, fatti e responsabilità
e il tempo delle elezioni regionali

di DOMENICO TALIA – Se si considera con la giusta attenzione lo stato della Calabria negli ultimi cinquant’anni, incluso il periodo attuale, non mi pare ci siano molte ragioni per essere orgogliosi nel rivendicare, da parte dei politici di maggioranza attuali e passati e anche da parte di alcuni esponenti che oggi sono all’opposizione, quello che finora è stato realizzato dai governi e dalle assemblee regionali per la Calabria e per i calabresi.

In questa prospettiva, ad esempio, lo slogan del presidente uscente (“In 4 anni di più che in 40”), appare come un atto di hybris che vorrebbe seppellire con uno slogan quanto fatto nel passato dai governi regionali in una buona parte dello stesso suo schieramento politico. Una enfatizzazione oltre misura dell’azione quadriennale di governo che si è conclusa anzitempo per cause che originano più all’interno della maggioranza che negli uffici della procura del capoluogo.

L’aspetto preoccupante dello stato delle cose calabresi risiede nel fatto che la mancanza o l’inadeguatezza dell’agire politico regionale non appartiene soltanto alle maggioranze che hanno governato l’ente regionale, ma anche all’inefficacia delle opposizioni che si sono susseguite, fino a quella dell’ultima legislatura che si è distinta per una sorta di “silenzio assenso” – pure all’interno della limitata attività del Consiglio – che non fa onore ai suoi rappresentanti.

Questo stato di cose non è evidentemente frutto di un unico fattore, ma da una combinazione di elementi, tra i quali la mediocrità delle classi politiche regionali che si sono succedute, la complessità della ‘Questione calabrese’ e forse anche le responsabilità dei cittadini elettori che nel tempo non pare siano stati in grado di fare scelte di voto di grande qualità. Dunque, la storia politica della regione Calabria si caratterizza per una diffusa, e per nulla efficace, stagnazione delle iniziative di governo che, se si esclude qualche azione sporadica, non hanno inciso in modo organico sul progresso della comunità regionale. Una comunità e un territorio che continuano a frequentare le ultime posizioni in molte graduatorie nazionali ed europee su molti versanti: economico, sanitario, sociale e infrastrutturale.

Purtroppo, nessuno degli storici elementi di progresso in Calabria sono state determinati dai governi regionali (l’Autostrada, l’Università della Calabria, il Porto di Gioia Tauro), mentre spesso l’ente regionale è causa di enormi ritardi burocratici e decisionali nella realizzazione di opere fondamentali per la Calabria e nell’erogazione di servizi ai cittadini. Questa mancata incisività non è ovviamente slegata dalle alte vette di astensione dal voto che la maggioranza del calabresi ha contribuito a raggiungere.

Allora sarebbe opportuno che il dibattito elettorale abbandonasse alcuni toni trionfalistici che si notato nelle dichiarazioni e nei brevi video social di chi ha governato nel recente e anche in qualche lontano passato e ogni schieramento si dedichi a delineare un’idea di futuro concreta e realmente innovativa per la Calabria. Un’idea di futuro che sia praticabile considerando l’interesse di tutti i calabresi e non soltanto della propria parte, o peggio ancora delle conventicole improduttive o dei feudi che da elettorali, dopo le elezioni spesso si trasformano in feudi fondati su finanziamenti pubblici.

Questa volta, dopo diverse tornate elettorali confuse, abbiamo i due candidati principali che sono realmente concorrenti con due chiari schieramenti contrapposti. Bene, allora i calabresi possono e devono pretendere che la competizione si svolga sul piano di programmi realistici e realizzabili, rifiutando i facili slogan che servono soltanto ad accontentare i propri sodali ma che lasceranno la Calabria ultima in tante classifiche e prima in quella dei non votanti.

I candidati, soprattutto quelli che hanno la possibilità di essere eletti, dovrebbero pensare a cosa serve e a cosa potranno fare per l’intera regione e non soltanto per la loro parte politica. Se riescono, i candidati presidenti e i candidati consiglieri, ci dicano come vogliono sostenere la Calabria sulla via dell’innovazione, del lavoro e della salute pubblica. Ci spieghino con elementi oggettivi e mostrando una vera cultura politica (si può ancora usare questo termine?) come pensano di superare le grandi distanze dalle regioni più efficienti in Italia e in Europa.

Dimostrino la consapevolezza politica di dover governare una regione in difficoltà, con una popolazione che continua a diminuire e con molti giovani costretti ad andare via. Certamente le opportunità esistono per ‘scollare’ la Calabria dai suoi problemi, ma chi la guiderà eviti di farci credere che basti la nduja, la tarantella e qualche inaugurazione, per cambiare il destino di questa terra bellissima e sofferente.

A noi cittadini elettori rimane la responsabilità di valutare le proposte e non gli slogan e di sostenere quelli che hanno buone idee e capacità di fare. Rifiutando di votare per i diversi ciarlatani, dovunque essi si annidino, che ad ogni elezione si affrettano a riempire le liste sperando soltanto di averne un beneficio personale o di casta.

Il sud si svuota e la Calabria guida la fuga degli Under35

di MARIAELENA SENESELa Calabria continua a perdere i suoi giovani a un ritmo allarmante. Secondo le ultime elaborazioni basate su dati Istat, negli ultimi vent’anni la regione ha perso circa 162.000 giovani tra i 18 e i 34 anni, pari a un calo del 32,4% in questa fascia cruciale per lo sviluppo economico e sociale. Un trend che, se non invertito, rischia di compromettere in modo irreversibile il futuro demografico e produttivo del territorio.

Dietro tutti questi numeri ci sono storie di  ragazzi e ragazze che fanno le valigie per costruire un progetto di vita lontano dalla propria terra. Per la Uil la vera sfida, oggi,  è non solo far rientrare i giovani che sono andati via, ma fermare questa continua emorragia. Da tempo la Uil propone  l’istituzione di un Fondo Regionale dedicato, con l’obiettivo di   creare le condizioni per un rientro stabile e duraturo, attraverso un pacchetto integrato di misure economiche, fiscali e sociali.

Proposte concrete che possono contribuire ad arginare un fenomeno che oggi è strutturale, partendo dalle potenzialità di questa terra che,  se opportunamente valorizzate, possono contribuire a creare sviluppo e occupazione stabile.

Tra gli interventi previsti: Voucher “Torno in Calabria”: fino a 30.000 euro per chi rientra per lavorare, avviare un’attività o una start-up; Aiuti per l’affitto con opzione di acquisto affinché i giovani possano vivere in abitazioni a prezzo protetto, che potranno eventualmente acquistare successivamente. Il denaro versato come canone sarà conteggiato come anticipo sull’acquisto futuro; Fondo “Start-Up Rientro”: contributi a fondo perduto fino al 70% per imprese innovative fondate da calabresi tornati dall’estero o da altre regioni; Borse di ricerca “Ricerca a Sud”: incentivi per ricercatori che rientrano a lavorare in atenei, enti pubblici o privati calabresi; Credito d’imposta per le imprese: sgravi fiscali per chi assume professionisti rientrati.

E, ancora, Piano “Calabria Smart Work”: creazione di hub digitali e spazi di co-working nelle aree interne per attrarre lavoratori da remoto; Portale “Talenti di Ritorno”: un database regionale per facilitare il matching tra domanda e offerta e sostenere chi vuole tornare.

Non sono proposte astratte, ma realizzabili utilizzando le risorse europee.

Sebbene il Programma Regionale Calabria Fesr-Fse+ 2021-2027 non preveda esplicitamente il finanziamento diretto per l’acquisto della prima casa, la misura potrà essere strategicamente integrata nell’ambito dell’Obiettivo di Policy OP4 – “Una Calabria più sociale e inclusiva”, e in particolare attraverso l’Obiettivo Specifico 4.3.1, che dispone di oltre 56 milioni di euro destinati a interventi abitativi e di housing sociale.

La nostra proposta non si limita ad  incentivare il rientro, ma ha un obiettivo ancora più ambizioso: trasformare il ritorno in permanenza produttiva, legata ad un nuovo modello di sviluppo che valorizzi le risorse locali, puntando su settori strategici come l’agroindustria, l’energia rinnovabile, il turismo sostenibile, la blue economy, la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale, l’healthcare. Non un libro dei sogni, ma una visione  pienamente coerente con l’Obiettivo di Policy OP1 – “Una Calabria più competitiva e intelligente”, in particolare con l’Azione 1.1.2, che promuove: la creazione e il consolidamento di start-up innovative, spin-off universitari e PMI ad alto contenuto tecnologico; programmi integrati di formazione, orientamento, tutoraggio e incentivazione; investimenti iniziali e di espansione e la realizzazione di hub e acceleratori d’impresa.

A queste misure si aggiungono le opportunità offerte dal Piano Regionale nell’ambito dell’OP4, tra cui:

L’Azione 4.a.1 (oltre 31 milioni di euro) per il miglioramento dell’accesso al lavoro e la promozione dell’occupazione giovanile;

L’Azione 4.a.2 (quasi 11 milioni di euro) per il lavoro autonomo e lo sviluppo dell’economia sociale.Il progetto prevede lo sviluppo di percorsi formativi avanzati, in collaborazione con università, centri di ricerca e imprese locali, per formare professionisti altamente qualificati, capaci di guidare la transizione ecologica e digitale e attrarre nuovi investimenti.

Non si può parlare di sviluppo e rilancio del territorio se non c’è un deciso investimento nel capitale umano.

“Ritorno dei Cervelli” non è solo un piano tecnico, ma è la volontà concreta di trasformare una terra di partenze in un laboratorio di innovazione e crescita sostenibile. 

I giovani non sono solo il futuro: sono il presente che dobbiamo sostenere. L’impegno di tutti deve essere quello di dare una casa, un lavoro, un progetto di vita a chi vuole tornare.

I fondi europei disponibili – Fse+, Fesr e Fsc, oltre a risorse Pnrr ancora attivabili – rappresentano un’opportunità concreta per attuare questo piano.

Non si tratta di assistenzialismo, ma di un investimento sul futuro. Altre regioni e Paesi europei ci dimostrano che riportare a casa i talenti è possibile, se c’è una visione chiara e il coraggio di agire. Ma alla fine  la vera domanda non è se possiamo farli tornare. La vera domanda è: quanto siamo disposti a cambiare per meritare il loro ritorno? (ms)

(Segretaria generale Uil Calabria)

I vescovi calabresi: L’appello a non disertare le urne

La democrazia è un bene fragile e prezioso, che non si conserva da sola ma chiede di essere vissuta e rigenerata ogni giorno. In occasione delle prossime elezioni regionali, sentiamo il dovere di rivolgere un appello forte e chiaro alle comunità ecclesiali e civili della Calabria: la partecipazione non è un accessorio, ma un compito che interpella la coscienza di ciascuno, non è un rito stanco, ma un atto di rigenerazione collettiva.

Il recente cammino della nostra Chiesa regionale ci ha sollecitati a riscoprire alcune priorità decisive: l’impegno di tutti per la trasformazione della società, l’attenzione a chi resta ai margini, la costruzione di una cittadinanza solidale, la centralità del bene comune come criterio di giudizio. È questo il cuore di una visione che spinge a costruire, insieme, la città degli uomini e delle donne di buona volontà, nella logica di un umanesimo integrale, capace di tenere insieme sviluppo e giustizia, libertà e responsabilità, diritti e doveri. La democrazia non è mai neutra: o si rinnova come spazio di giustizia o diventa terreno fertile per clientele e rendite di posizione.

Alle Settimane Sociali di Trieste (2024), Papa Francesco ha usato un’immagine potente: la crisi della democrazia come un cuore ferito. Un cuore che soffre quando prevalgono corruzione e illegalità, quando la politica diventa autoreferenziale, incapace di ascolto e di servizio. Un cuore che si ammala quando cresce la cultura dello scarto e intere fasce di popolazione – poveri, giovani, anziani, persone fragili – vengono emarginate. Ogni volta che qualcuno è escluso, tutto il corpo sociale ne porta la ferita. L’apatia civica non è solo un fatto individuale, ma il sintomo di un tessuto sociale indebolito, che rischia di trasformare i cittadini in spettatori di un copione scritto da altri.

In quella stessa occasione, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha posto domande che ci toccano da vicino: «Si può pensare di contentarsi che una democrazia sia imperfetta? Di contentarsi di una democrazia a bassa intensità? Si può pensare di arrendersi al crescere di un assenteismo dei cittadini dalla cosa pubblica? Può esistere una democrazia senza il consistente esercizio del ruolo degli elettori?» E ha ammonito a non confondere il parteggiare con il partecipare, ricordando che «al cuore della democrazia vi sono le persone, le relazioni, le comunità».

Queste parole illuminano la nostra responsabilità come cittadini e come cristiani. L’astensione e l’indifferenza non sono mai neutrali: finiscono sempre per gravare sui più deboli e consegnano il futuro nelle mani di pochi. Partecipare, invece, significa prendersi cura del cuore della nostra terra, contribuendo con il proprio voto alla costruzione di una Calabria più giusta, solidale e fraterna.

Per questo, invitiamo tutti a vivere le elezioni regionali non come un adempimento formale, ma come un’occasione concreta di libertà e di scelta responsabile. La democrazia si alimenta della voce di ciascuno: scegliere significa incidere sul presente e aprire possibilità di futuro. Non c’è libertà senza scelta, non c’è bene comune senza partecipazione. Chi rinuncia a scegliere rinuncia a costruire il proprio futuro: è un lusso che la nostra terra, già solcata da diseguaglianze e migrazioni forzate, non può in alcun modo permettersi. (cec)

La corsa per le elezioni,
ma nessuno parla di scuola…

di GUIDO LEONE – Siamo in piena campagna elettorale e, finora, non si è sentito parlare quasi per niente di scuola nella stragrande maggioranza dei dibattiti politici, come se il mondo dei ragazzi e dei giovani non esistesse e come se l’istruzione e la cultura, con la promessa di cittadinanza alle nuove generazioni, sia di un mondo alieno. Mai come in questa tornata elettorale la politica sembra – anzi è – distante dalla vita vera. Quella che incontri al mercato, davanti alla scuola, tra la gente di strada insomma. Vai a sapere che cosa pensano i candidati allo scranno dell’assise regionale della scuola,  al di là delle parole d’ordine, della scuola viva, che sta in trincea nei paesi collinari e montani, nelle periferie urbane della Calabria, dei risultati che hanno prodotto trenta anni di politiche scolastiche nefaste condotte in modo bipartisan dai vari ministri.

La scuola di Reggio e della Calabria, intesa come strumento strategico di crescita del capitale umano in funzione dello sviluppo del territorio, non ha mai avuto complessivamente su di sé l’attenzione della rappresentanza politica.

Mentre i vari indicatori sulla qualità del nostro sistema scolastico ci restituiscono severi aspetti di criticità riassumibili in: una crisi nei risultati scolastici che si manifesta già nella scuola dell’obbligo e che sembra prefigurare successivi scacchi formativi; una stratificazione sociale nelle scelte tra i diversi indirizzi della scuola secondaria superiore, che si ripercuote nei livelli di apprendimento; l’emergere di un disagio sottile, di una difficoltà a coinvolgere fino in fondo gli allievi nella loro esperienza scolastica,testimoniato dal fenomeno dei debiti scolastici, che, comunque, indica un rapporto non positivo con gli apprendimenti scolastici (matematica, italiano, lingua straniera,ecc.); tendenza alla licealizzazione del sistema scolastico.

La nostra regione, poi, esibisce i dati più sconfortanti in materia di sicurezza e di adeguamento degli edifici scolastici. A ciò si aggiunge la permanenza di squilibri territoriali: è stato più volte rimarcato che molti comprensori delle aree interne della Calabria sono tagliati fuori da una offerta formativa extra-curricolare per la mancanza dei servizi, trasporti in particolare, che penalizzano la partecipazione degli studenti alle attività pomeridiane che le istituzioni scolastiche pongono in essere per il completamento del percorso educativo. Questo stato di cose non assicura equità e qualità. Non garantisce il diritto allo studio per tutti.

Discutibili i processi di dimensionamento che in questi anni non hanno  tenuto conto delle peculiarità territoriali, dei bisogni formativo/educativi di determinate aree a rischio della regione, che non hanno razionalizzato i processi di accorpamento delle singole scuole in termini di moderna consortilità intercomunale, come avviene per altro genere indispensabile di servizi alla comunità.

È sul territorio che si misura la capacità della politica ad affrontare i nodi strutturali di un sistema scolastico come il nostro che manifesta delle criticità ormai consolidate che vanno dal gap nei livelli di apprendimento tra i nostri studenti e il resto del Paese alla qualità dei nostri edifici scolastici.

L’autonomia differenziata, poi, sancirà gli squilibri che già esistono e li renderà definitivi e insuperabili. Il gap di servizi, nella scuola, nella sanità, nel sostegno alla disabilità e alla integrazione, negli asili, nella dotazione di verde, di parchi, di attrezzature sportive, di risorse di sostegno all’apparato produttivo, etc., diventerà “legittimo”, un privilegio etnico-territoriale immodificabile. Insomma chi, all’interno della stessa nazione, abita in territori particolari e benestanti ha più diritti di chi invece ha avuto la ventura di abitare in territori disgraziati.

Ma non ci si sofferma mai però a fare una attenta analisi sul perché di tali risultati per poi avviare una seria ricostruzione della scuola con investimenti seri e reali, anche in termini di risorse umane, ancorché necessari in un territorio che denuncia severi tassi di dispersione e di abbandono, di analfabetismo primario e di ritorno e dove la cultura della illegalità è peraltro molto diffusa.

La verità è che la nostra classe politica non ha molta  dimestichezza con le aule, non ha mai visto cosa significa lavorare negli istituti di frontiera, non ha mai visto cosa vuol dire stare a contatto con i ragazzi difficili nelle classi, non ha mai visto come molti insegnanti lavorano con passione e impegno veramente encomiabili.

Entrate nelle scuole, cari politici, parlate nel corso di questa campagna elettorale con i docenti, i dirigenti, le famiglie, e vi renderete conto come la scuola reggina e calabrese merita molto di più di come è conciata ora.

Ma, calandoci nel nostro territorio perché quello che ci interessa di più è sapere cosa farà la Regione per i prossimi cinque anni, gradiremmo sapere cosa ne pensano del sistema scolastico e universitario ai fini dello sviluppo della nostra regione. Magari diciamo noi cosa ci attendiamo dal futuro ente Regione.

Mondo della scuola e pianeta del governo regionale, nelle sue varie declinazioni, non hanno mai realizzato un dialogo in questi termini. Eppure, è assodato che maggiori possibilità occupazionali vengono garantite da quelle scuole che sono inserite in una filiera formativa che metta insieme distretti industriali, ricerca delle imprese e buoni istituti tecnici e professionali. Mare, montagna, turismo,  agricoltura, nuove fonti di energia, solo per citare alcuni dei settori strategici di sviluppo della nostra regione. La strategia d’intervento che qui si vuole evidenziare è basata, in primo luogo, su una attenta conoscenza del contesto territoriale e socio culturale e l’adozione di strumenti differenziati a seconda degli ambiti e dei destinatari.

Non abbiamo visto per esempio, particolari politiche incentivanti per gli istituti professionali alberghieri e turistici o per gli istituti artistici. Intendo sottolineare che c’è una vocazione specifica di determinati ambiti del territorio regionale che va individuata e stimolata. Cioè, se un territorio è naturalmente vocato per uno sviluppo turistico o agricolo, la strategia politico-amministrativa deve agevolare tale crescita lungo tutta la filiera che parte dalla formazione e fino all’inserimento nel locale mercato del lavoro.

Politiche scolastiche, politiche culturali, politiche sociali e del lavoro devono essere assolutamente integrate. Non possono essere scollegate come è stato fino ad oggi.

Penso che la nuova Amministrazione regionale calabrese che verrà fuori dalla prossime elezioni debba interpretare questa fase in termini di grande responsabilità e grande lungimiranza ed assumere questo tema non per le implicazioni di potere, per i posizionamenti o  per le interferenze possibili, ma come fattore fondamentale per conseguire risultati importanti sul piano dello sviluppo e della civiltà.

Noi riteniamo, altresì, che sia indispensabile riscrivere una nuova legge quadro per un sistema regionale di istruzione e formazione professionale che preveda l’istituzione: di una Autorità regionale per l’orientamento continuo, a garanzia del diritto all’orientamento; di una Scuola regionale per l’Orientamento, che si occupi di fornire percorsi di aggiornamento e formazione sulle tematiche specifiche destinati al personale della pubblica amministrazione impegnato in funzioni di orientamento; di un Osservatorio Regionale delle professioni, finalizzato a promuovere la costituzione di una banca dati delle figure professionali; della Conferenza annuale dei servizi sull’educazione, di concerto con l’Ufficio Scolastico Regionale, partecipata da tutti i soggetti che in Calabria concorrono al sistema educativo, e finalizzata al confronto sulle strategie formative funzionali allo sviluppo sociale, culturale ed economico della nostra regione (esperienza mai realizzata finora); degli Stati Generali per la Scuola, finalizzati ad assicurare un raccordo efficace tra la Scuola ed il mondo del lavoro.

Allora, la Regione Calabria ha oggi sicuramente l’obiettivo di recuperare un protagonismo forte in questo campo, di esprimere una politica per l’istruzione nel rispetto delle autonomie.

I tempi sono maturi  per un serio nuovo confronto politico – istituzionale, atteso che in questi ultimi decenni non si è nemmeno realizzata una conferenza interistituzionale  sui temi della scuola e dell’istruzione e delle linee di sviluppo socio-economico della regione verso cui orientare magari nuovi  profili formativi in uscita dal sistema scolastico e universitario degli studenti calabresi. Mi auguro che con l’avvio della prossima consiliatura regionale, gli indispensabili  tavoli interistituzionali che dovranno essere attivati unitamente all’ Ufficio scolastico Regionale operino con una visione innovativa. Certo, ad oggi, l’Ufficio scolastico regionale per la Calabria ci ha messo anche del suo con la scarsità delle iniziative sul territorio calabrese. Il nostro pianeta scuola è sfilacciato da un bel po’, ogni scuola va a ruota libera e di direttive, oltre che di presenze istituzionali strategiche sul territorio, se ne vedono ben poche e finalizzate ad atti prevalentemente burocratici. Abbiamo avuto tempi migliori!

(Già dirigente tecnico U.S.R. Calabria)

Quale visione del territorio?
Dai candidati parole & parole

di DOMENICO MAZZA e SANDRO FULLONEChiusa la fase di formazione delle alleanze e quella dei candidati a presidente è necessaria una riflessione su come essa sia stata gestita. Questa premessa serve a capire come gli elettori si approcceranno al voto. Quindi, se la campagna elettorale possa ancora avvenire nelle forme storiche in cui le abbiamo conosciute oppure se paleserà cambiamenti profondi rispetto al passato. Un dato è certo: anche questa volta, la storia si ripete. La Calabria resta vittima del gioco al massacro imbastito da comitati elettorali sempre più camuffati dai simboli di partito. Trasversalismi, atteggiamenti camaleontici e riproposizione dei soliti noti certificano che lo sbandierato cambiamento è, in realtà, un concetto talmente inflazionato da non poter essere considerato credibile. Il contesto politico in cui si esplica la nuova campagna elettorale presenta ombre preoccupanti di fronte a un fattore ormai endemico di un sistema politico nazionale, e locale soprattutto, in forte crisi identitaria. È necessaria, altresì, un’analisi oggettiva e spietata della crisi che impatta la democrazia rappresentativa. Alle ultime elezioni politiche, l’astensionismo ha sfondato il muro del 30%. In ragione di quanto descritto, i programmi non possono limitarsi a elencare una sommatoria di problemi. Vieppiù, sapendo che negli ultimi sondaggi in circolazione, meno di un italiano su cinque si fida dei partiti. E, allo stesso tempo, le persone non credono che andare al voto cambi qualcosa nel funzionamento del Paese. Ancora, bisogna fare i conti con il 41% delle persone che si astengono, ritenendo le elezioni un modo come un altro per ingannare il popolo. Quanto elencato è lo specchio di tornasole di un malessere diffuso nella popolazione. La domanda che rivolgiamo ai giocatori in campo è la seguente: come il sistema politico calabrese ha gestito la fase propedeutica alla campagna elettorale? La nostra impressione è che, anche stavolta, il tutto sia stato impostato sulla spasmodica ricerca di un posto al sole. Riteniamo, invero, che i giochi si siano svolti a briglia sciolte e in assenza di un ragionamento politico-culturale. È mancata, altresì, una discussione sul futuro della Calabria e su un nuovo modello di sviluppo imposto dai profondi cambiamenti che investono il Mondo intero.

La mediocrità, la Politica mutata in casta e lo spettro dell’astensionismo

Quando l’agone politico si trasforma sempre più in un circolo elitario che coinvolge quasi esclusivamente gli stessi soggetti, il rischio dell’astensionismo massivo è elevato. Disertare le urne non è certamente un fenomeno nuovo. Anzi, è tendenza diffusa e radicata che, da tempo, agisce corrodendo le fondamenta stesse della partecipazione democratica. Un elemento da non sottovalutare, quindi, quello del non voto. Ben lontano dall’essere ridotto a normale fattore fisiologico e che diventa argomento di dibattito acceso soltanto nelle ore immediatamente successive allo spoglio. Salvo poi essere metabolizzato nei periodi successivi alle tornate elettorali. Negli ultimi anni, in verità, da quando si è scelta la scellerata via di abrogare il finanziamento pubblico ai partiti, le campagne elettorali sono sempre più palcoscenico di “Politici di professione” e sponsor imprenditoriali che decidono su quale figura investire. L’abolizione del finanziamento pubblico ha avuto un effetto devastante sulla democrazia: i partiti hanno perso le radici territoriali, le sezioni, i circoli. Fare politica è diventato un lusso per chi non dispone di mezzi propri o non gode di appoggi significativi. La Politica si è impoverita di intelligenze, ha smesso di formare persone ed è rimasta nelle mani di pochi mestieranti. Non serviva, pertanto, cancellare il finanziamento pubblico. Bastava renderlo trasparente e controllato; possibilmente non dalla Politica stessa. Abbiamo concesso alla mediocrità di prevalere sulla ragione. E la mediocrità non arriva mai per caso. È il risultato di scelte ripetute, di strategie consapevoli o inconsapevoli che mirano al consenso rapido e indolore. La logica è semplice: dare alla gente ciò che vuole, non ciò di cui ha realmente bisogno. Tale andazzo ha generato un’offerta che evita fatiche intellettuali. L’insignificanza programmatica è diventata modello. Adeguarsi alle masse, d’altronde, non richiede sforzi, non turba, non mette in discussione. Al punto da arrivare a una degenerazione partitica che candida chiunque possa vantare un drappello di voti. Utili, quest’ultimi, il più delle volte, a far eleggere i soliti noti.

Denatalità, esodo demografico e invecchiamento della popolazione. La politica chiamata a fornire soluzioni e non palliativi

Il ruolo della Politica in Calabria non può limitarsi a scrivere qualche buon proposito su improbabili programmi elettorali. Serve una visione complessiva e organica che abbracci tutta una serie di questioni costruendo una sintesi schematica per un rilancio sistemico dell’Ente. Servono idee concrete e vincenti. Non basta riportare qualche slogan che, di volta in volta, viene riproposto all’elettorato, stante lo stagnamento generalizzato di idee e soluzioni. Ci chiediamo quale sia il fine di deviare il discorso politico dalle problematiche preminenti, promettendo bonus o aperture di cantieri? Probabilmente, a ingannare un elettorato del quale, ahinoi, la Politica dimostra di non avere particolare stima. Se non si interverrà con soluzioni ottimali, atte a frenare l’emorragia demografica dei giovani, nessuna grande opera o azione assistenzialistica potrà fermare l’involuzione a cui questa Regione appare inesorabilmente condannata. Serve creare lavoro. Senza lavoro non può esistere dignità. E senza dignità, i calabresi non saranno mai popolo, ma solo un insieme di sudditi. La Calabria non può permettersi altre stagioni di promesse illusorie. È necessario un progetto che apra a una governance autentica, originale e innovativa. Che non si basi sulla ricerca del consenso, ma rappresenti un’assunzione di responsabilità. In caso contrario, quella appena iniziata sarà la campagna elettorale in cui si resterà comodamente seduti sul divano di casa. In attesa non del reddito, ma di un’agognata dignità.

Riforme, sanità, grandi opere e rivoluzione digitale: non basta la stesura di un programma. Serve consapevolezza e visione capillare del territorio

Già dall’ultima settimana del mese scorso circolano i santini dei vari Candidati. Gli slogan proposti sono quasi sempre una raffazzonata riproduzione di quanto presentato nelle precedenti campagne elettorali. Tuttavia, adesso, il claim più ricorrente è il richiamo al territorio d’appartenenza. Quanto dichiarato, richiede un’accurata riflessione. Intanto bisognerebbe capire cosa i Candidati intendano con il termine territorio. Perché, nel caso di specie, il contesto nel quale si andrà a operare non è tecnicamente il proprio giardino di casa. È la Calabria, il territorio! Non parti di essa. Un Consigliere regionale che si rispetti, certamente dovrà essere espressione dell’ambito di riferimento, ma, ancor prima e ancor più, dovrà conoscere e quindi rappresentare ogni singolo angolo della Regione: dal Pollino allo Stretto, da levante a ponente. L’insana pratica di mettere davanti a tutto il proprio ambiente geografico di riferimento, rispetto la visione più ampia, è alla base dei ritardi che alcuni ambiti scontano rispetto ad altri. Indugi che, poi, sfociano nella creazione di contesti marginalizzati e resi lande periferiche dai rispettivi sistemi centralisti. Non è chiaro quale sia, nell’imminente circostanza elettorale, il senso di vantare una candidatura sibarita o crotoniate o della locride, atteso che i richiamati contesti ricadono in un perimetro elettorale che giocoforza li vede soccombenti. Non è un mistero, infatti, che i fulcri elettorali della Regione corrispondano agli ambiti prossimi dei tre Capoluoghi storici. È nelle tre Città (Cosenza, Catanzaro e Reggio) che si decidono i giochi, non altrove. Forse, mettere mano a una revisione dei perimetri elettorali, al fine di aggregare aree a interesse comune, sarebbe il modo migliore per potersi ergere a Rappresentanti dei rispettivi ambiti territoriali. Al contrario, continueremo ad avere aree sature di rappresentatività e aree che agiranno da serbatoi elettorali per altri contesti.

In tema di sanità, resta inutile pensare alla realizzazione di grandi ospedali se prima non si pianificherà quella che dovrà essere la destinazione d’uso dei nuovi presidi. È impensabile che una Regione di circa un 1800000 abitanti possa concentrare l’offerta sanitaria di secondo livello sui soli ospedali di CS, CZ e RC. Serve, necessariamente, un quarto ospedale che sia inquadrato come Hub. E, anche un bambino capirebbe che l’area più lontana da una sanità che possa definirsi accettabile è quella cornice geografica che abbraccia l’alto Crotonese e tutta la Sibaritide.

In tema di infrastrutture, è necessario, lungo la jonica, un asse longitudinale (parallelo all’A2) con caratteristiche autostradali. Il descritto sistema di mobilità dovrà essere intersecato da trasversali est-ovest che congiungano punti intermodali. Non servono inutili traverse per facilitare l’arrampicamento verso qualche qualche Centro diroccato. Bisogna sdoganare il concetto di Aree Interne rendendole funzionali agli attraversamenti stabili e collegandole con entrambe le linee di costa regionali. Servirà agevolare un processo di snellimento della macchina amministrativa favorendo evoluzioni di unione e fusione degli apparati amministrativi. Non è pensabile che una terra con meno della metà degli abitanti della sola Area metropolitana partenopea possa essere parcellizzata in 404 Comunità.

Infine, andrà avviato un lavoro di rigenerazione delle aree industriali dismesse e, contestualmente, un processo di innovazione digitale per snellire la burocrazia e favorire la nascita di nuovi posti di lavoro.

Solo così facendo, la Politica, oggi logorata dalla sfiducia e dai personalismi, potrà rilanciare l’idea che contino più i territori dei leader. È necessario invertire la rotta. Ma ciò richiede passione, studio, conoscenza e coraggio.1.000 euro per i docenti meridionali che si trasferiscono al Nord è solo l’ultimo esempio. Una misura pensata per “aiutare” chi parte, senza interrogarsi sul perché non si possa insegnare, lavorare o vivere nel proprio territorio.

A fine 2024 il governo  all’interno della Manovra Finanziaria 2025, ha previsto un fringe benefit fino a 5.000 euro per i neoassunti che trasferiscono la residenza oltre 100 km dal luogo di lavoro, si tratta di uno dei temi centrali del Piano Casa, nato dal confronto del governo con Confindustria, studiato per favorire il trasferimento dei lavoratori, o per meglio dire un sottinteso incentivo ad emigrare, a lasciare il Sud:

il Governo anziché incrementare le opportunità di occupazione nel Mezzogiorno, contribuisce incredibilmente con un bonus, fino 5000 euro, per convincere anche i più riluttanti a fare le valigie e andare al Nord.

A completare il quadro, il progetto di autonomia differenziata, se approvato in forma attuale, rischia di cristallizzare le disuguaglianze. Le regioni ricche avranno più risorse e competenze, mentre quelle più povere resteranno ancora più indietro. È una rottura del patto nazionale, una forma di secessione mascherata.

Quando un territorio serve solo come bacino di manodopera, riserva elettorale e mercato passivo, senza ricevere gli investimenti necessari per crescere, si può parlare di colonialismo interno. È quello che accade al Sud da oltre un secolo, ma con particolare evidenza nell’Italia repubblicana.

Non è un problema del Sud, è una ferita per l’Italia intera

La questione meridionale non riguarda solo i meridionali. Riguarda la tenuta democratica del Paese, il rispetto della Costituzione, la coesione sociale. Un’Italia che abbandona il Sud è un’Italia che si indebolisce, economicamente e moralmente.

Non bastano bonus e pacche sulle spalle. Serve: un grande piano di investimenti strutturali pubblici per il Sud; incentivi al rientro dei giovani emigrati (non solo laureati); potenziamento reale della sanità, dell’istruzione, della mobilità; decentramento amministrativo con poteri veri agli enti locali, ma con risorse certe e uguali; una politica nazionale che non consideri il Sud un “peso”, ma una parte strategica del Paese; cambiare rotta, o accettare la morte lenta.

Continuare a ignorare l’emigrazione meridionale significa accettare che una parte d’Italia si spenga lentamente. Ma non si può essere uniti a metà. Il futuro dell’Italia passa anche e soprattutto da una rinascita vera del Sud, non a parole, ma nei fatti. (dm/sf)

(Comitato Magna Graecia)

Una campagna elettorale da zero in condotta

di SANTO STRATI  – Il partito degli astensionisti, con buona probabilità, sarà, purtroppo, ancora una volta il vincitore morale (?) delle prossime elezioni regionali. I calabresi sono avviliti, delusi, incazzati e preferiscono disertare le urne.

È frutto, certamente, anche di una campagna elettorale avvelenata e feroce, dove i due sfidanti principali (il “disturbatore” Toscano col suo probabile zerovirgola non fa testo) si affrontano (non si confrontano) a suon di insulti e botta e risposta che non servono a nulla.

Se ci è concesso, questa è una campagna da zero in condotta. Anziché andare a testa alta mostrando i muscoli (il programma) sembra di assistere a una sfida tipo Ok Corral, ovvero un “duello” non una competizione elettorale, con elementari scaramucce verbali che non riscaldano o accendono gli elettori, anzi, semmai, li convincono di essere di fronte al nulla vestito di niente.

Poteva essere una campagna con molto fair play dove ogni candidato presidente, ignorando debolezze o superiorità dell’altro, giocasse il ruolo non da imbonitore di piazze, ma da politico con una visione di futuro da presentare ed esporre agli elettori. Non passa, invece, giorno, che gli attacchi frontali continuano ad arrivare ai media, ma soprattutto trovano terreno fertile nel social, dove – evidentemente – la nuova classe politica immagina di poter parlare direttamente al proprio elettorato – senza intermediazione giornalistica. Il risultato è una sorta di litigio da scuola elementare, dove alla maestra (gli elettori) si fanno notare i dispetti del compagno di classe, l’uno contro l’altro. In una diatriba che, onestamente, non appassiona proprio nessuno.

Manca il fair play, i candidati trattano l’avversario non come tale, ma come un nemico da abbattere con le parole: chi più ne ha più ne metta, indipendentemente dalla solidità delle argomentazioni.

E, poi, risulta evidente che entrambi i contendenti hanno sbagliato strategia, seguendo improbabili consiglieri che, ahimé, sembrano proprio digiuni di politica.

Il Presidente uscente ha puntato su uno slogan che gli è rimbalzato contro: «abbiamo fatto più noi in 4 anni che gli altri governi regionali in 40». Bella frase a effetto, peccato che per quasi vent’anni il governo regionale sia stato gestito dal centrodestra: hanno dunque fatto male non solo gli avversari, ma anche gli alleati? Bastava pensarci un attimo: a sconfessare il lavoro (buono o cattivo che sia stato) dei compagni di partito non aiuta certo ad accalorare gli elettori, semmai disegna una figura di “uomo solo al comando” che quasi sempre porta disastri. Occhiuto ha puntato, va comunque detto, su lavoro e sviluppo, ma la sua visione di futuro non viene comunicata in modo giusto. La giusta aspirazione di arrivare primo non dovrebbe scadere nella tracotanza o, peggio, nell’arroganza: gli elettori vogliono concretezza, certezze sul futuro, non insulti all’avversario.

Stessa cosa si può dire per Pasquale Tridico che, sulla scia della tradizione pentastellata, insiste a mettere in evidenza difetti e debolezze dell’avversario, tracimando spesso nella noia. Tridico aveva un’opportunità di parlare ai calabresi di futuro, guardando a sanità, sviluppo e crescita del territorio. È partito in quarta con le nobili intenzioni dell’inclusione sociale, offrendo (non si sa con quali risorse finanziarie) 500 euro di “reddito di dignità”. Un modo furbino di sperare di raccogliere i  voti dei “disperati” e degli orfani del reddito di cittadinanza, ma ha provocato reazioni contrarie in buona parte del popolo della sinistra. Già, perché i calabresi sono stufi di assistenzialismo e sussidi (che in diversi casi aiutano, per la verità, una famiglia fragile a sopravvivere), ma vogliono sentir parlare di crescita, di sviluppo, di occupazione.

In questo caso i 100 punti del programma di Tridico sono una bella esposizione di buone intenzioni, ma mancano del presupposto essenziale, ovvero, come si può cambiare una regione che ha vissuto per anni di lavoro nero, parassitismo e progetti avviati e finiti nel nulla?

Non si tratta di avere la bacchetta magica e di essere il Mandrake della situazione: i calabresi non vanno incantati o ipnotizzati a parole, servono fatti e serve concretezza.

Il confronto serio e leale tra due avversari, dove auspicabilmente ci sarebbe stato posto anche a un po’ di ironia, avrebbe sicuramente ammorbidito i toni e stimolato il dibattito tra i tanti che non hanno alcuna voglia di recarsi alle urne. Ma non si è visto e mancano giusto due settimane al voto: pensate che si possa cambiare in corsa? Abbiamo seri dubbi.

Avevamo pronosticato, con grande amarezza, che sarebbe stata una campagna elettorale aspra, ma non pensavamo di dover vedere ogni giorno i rintuzzi dell’una e dell’altra parte su cavolate immense, prive di qualsiasi valore. Un lapsus verbale (le “tre” province di Tridico diventa il pretesto per irridere l’avversario), e lo stesso vale per le “scivolate” di Occhiuto. Vogliamo smetterla con queste sbertucciate, che non fanno nemmeno sorridere, e cominciare il confronto delle idee su come trasformare il territorio, su come rilanciare le aree interne sempre più inaridite da un inarrestabile spopolamento, e discutere di sanità chiamando  a proprio sostegno chi vive (e soffre) di sanità: medici, specialisti, ricercatori, infermieri? Vogliamo pensare a una task force trasversale che possa indicare il percorso più idoneo a uscire dalla crisi della sanità calabrese? Certo, prima di tutto andrebbe azzerato il debito (lo abbiamo già scritto altre volte, azzerato non cancellato) al fine di poter utilizzare tutte le risorse disponibili: gran parte dei fondi viene utilizzata per pagare il debito, quindi mancano i soldi per aggiornare macchinari, pagare nuovi medici e infermieri, etc. A questo proposito, entrambi gli aspiranti governatori dovrebbero tenere in massima considerazione il documento proposto da Comunità competente (il cui portavoce Rubens Curia sarebbe un ottimo assessore alla Sanità) per “rivoluzionare” il sistema sanitario calabrese.

I delusi e gli avviliti della politica vorrebbero sentire proposte e idee risolutive, non chiacchiere da cortile e forse la percentuali degli astenuti potrebbe diminuire sensibilmente. Ma, attenzione, l’astensionismo non è fatto solo di chi è stufo della politica, di questa politica, ma – stimiamo – per un quarto è rappresentato da chi non viene (attenzione: viene) a votare, perché studia o lavora fuori regione e non può permettersi i costi del viaggio elettorale. A spanne saranno 200/250mila voti che mancano al conteggio e che vengono fatti rientrare tra gli “astenuti”.

Il Collettivo Valarioti anni fa si era fatto promotore di un’iniziativa per il voto a distanza (sfociata anche in una proposta di legge), ma è finito tutto nel dimenticatoio. Sarebbe ora di pensarci seriamente: il voto a distanza (ormai con ampi margini di affidabilità e sicurezza grazie alla tecnologia) potrebbe anche cambiare gli scenari delle elezioni: a chi fa paura? (s)

Il Sud che scompare nell’indifferenza della politica

di MASSIMO MASTRUZZO – Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge” — Art. 3 della Costituzione italiana.

Ma a leggere i numeri dell’emigrazione dal Sud, viene da chiedersi se questa uguaglianza non sia ormai solo sulla carta.

Il Sud che scompare: una crisi nazionale mascherata da problema locale

In Calabria si vive sempre più a lungo, ma sempre più da soli. I giovani partono, le culle si svuotano, le scuole chiudono e i borghi diventano silenziosi. La regione ha oggi meno abitanti della sola città metropolitana di Milano: circa 1,8 milioni contro oltre 3,3 milioni nella capitale economica del Paese. Un dato simbolico, ma devastante, che riflette una desertificazione demografica strutturale che riguarda anche la Basilicata, il Molise, parti della Sicilia, della Sardegna e della Campania interna.

Non è solo un cambiamento demografico, ma una vera e propria diaspora, che si consuma nell’indifferenza del potere centrale. Un’emorragia che dura da oltre un secolo, ma che negli ultimi anni ha assunto le dimensioni di una crisi democratica e costituzionale.

L’emigrazione dal Sud non è un fenomeno recente. Dal secondo Ottocento ai primi del Novecento, milioni di meridionali lasciarono le loro terre per le Americhe. Dopo la Seconda guerra mondiale fu la volta delle grandi migrazioni interne verso Torino, Milano, Genova e le fabbriche del “miracolo economico”. Oggi, oltre alla manodopera per le fabbriche del nord Italia, partono gli universitari, i laureati, i professionisti. Una nuova “fuga di cervelli” alimentata non solo dalla mancanza di lavoro, ma da un Sud sempre più marginale nei diritti, nei servizi, nelle prospettive.

Le cause dell’esodo: mancanze strutturali e diseguaglianza costituzionale

Lavoro che non c’è:

Secondo ISTAT 2024, il tasso di disoccupazione giovanile in Calabria e Sicilia supera il 40%, contro il 12% del Nord. Il lavoro, quando c’è, è spesso precario, sottopagato, irregolare.

Sanità negata: Le regioni meridionali spendono in media 600-700 euro pro capite in meno in sanità rispetto a quelle del Nord. Questo si traduce in carenza di strutture, liste d’attesa infinite, migrazione sanitaria verso Nord che costa ai cittadini del Sud circa 4 miliardi di euro l’anno.

Infrastrutture a due velocità:

In Sicilia e Calabria ci sono ancora linee ferroviarie a binario unico non elettrificate. Gli investimenti in trasporti e mobilità sono sproporzionatamente inferiori rispetto al Nord. Il treno ad alta velocità si ferma a Salerno. L’autostrada A3, simbolo dell’abbandono infrastrutturale, è un cantiere infinito da decenni.

Una Costituzione ignorata: L’art. 3 della Costituzione impone alla Repubblica di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che impediscono la piena uguaglianza tra i cittadini. Lo Stato non solo non li rimuove, ma li alimenta con politiche miopi e centraliste. Anche l’art. 5 (autonomia e decentramento), l’art. 34 (diritto allo studio) e l’art. 32 (diritto alla salute) vengono disattesi sistematicamente al Sud.

Il paradosso è che negli ultimi anni alcuni provvedimenti del governo non hanno invertito la rotta, ma l’hanno istituzionalizzata.

Il recente bonus affitto di 1.000 euro per i docenti meridionali che si trasferiscono al Nord è solo l’ultimo esempio. Una misura pensata per “aiutare” chi parte, senza interrogarsi sul perché non si possa insegnare, lavorare o vivere nel proprio territorio.

A fine 2024 il governo  all’interno della Manovra Finanziaria 2025, ha previsto un fringe benefit fino a 5.000 euro per i neoassunti che trasferiscono la residenza oltre 100 km dal luogo di lavoro, si tratta di uno dei temi centrali del Piano Casa, nato dal confronto del governo con Confindustria, studiato per favorire il trasferimento dei lavoratori, o per meglio dire un sottinteso incentivo ad emigrare, a lasciare il Sud:

il Governo anziché incrementare le opportunità di occupazione nel Mezzogiorno, contribuisce incredibilmente con un bonus, fino 5000 euro, per convincere anche i più riluttanti a fare le valigie e andare al Nord.

A completare il quadro, il progetto di autonomia differenziata, se approvato in forma attuale, rischia di cristallizzare le disuguaglianze. Le regioni ricche avranno più risorse e competenze, mentre quelle più povere resteranno ancora più indietro. È una rottura del patto nazionale, una forma di secessione mascherata.

Quando un territorio serve solo come bacino di manodopera, riserva elettorale e mercato passivo, senza ricevere gli investimenti necessari per crescere, si può parlare di colonialismo interno. È quello che accade al Sud da oltre un secolo, ma con particolare evidenza nell’Italia repubblicana.

Non è un problema del Sud, è una ferita per l’Italia intera

La questione meridionale non riguarda solo i meridionali. Riguarda la tenuta democratica del Paese, il rispetto della Costituzione, la coesione sociale. Un’Italia che abbandona il Sud è un’Italia che si indebolisce, economicamente e moralmente.

Non bastano bonus e pacche sulle spalle. Serve: un grande piano di investimenti strutturali pubblici per il Sud; incentivi al rientro dei giovani emigrati (non solo laureati); potenziamento reale della sanità, dell’istruzione, della mobilità; decentramento amministrativo con poteri veri agli enti locali, ma con risorse certe e uguali; una politica nazionale che non consideri il Sud un “peso”, ma una parte strategica del Paese; cambiare rotta, o accettare la morte lenta.

Continuare a ignorare l’emigrazione meridionale significa accettare che una parte d’Italia si spenga lentamente. Ma non si può essere uniti a metà. Il futuro dell’Italia passa anche e soprattutto da una rinascita vera del Sud, non a parole, ma nei fatti. (mm)

(Direttivo nazionale MET  – Movimento Equità Territoriale)

Calabria da liberare dai ricatti, dalle paure e dalle clientele

di CARMELO ANTONIO COMI – La Calabria è una terra antica, baciata dal sole, lambita da due mari, culla di civiltà millenarie e di storie che hanno forgiato l’identità dell’intero Mezzogiorno. È terra di filosofi, santi, martiri, scrittori, scienziati. Una regione che ha donato molto all’Italia e al mondo, e che ancora oggi, nonostante tutto, pulsa di cultura, intelligenza e umanità.

Ma la Calabria è anche — e soprattutto — una terra di contraddizioni.

Nel cuore di questa regione si consuma ogni giorno una lotta silenziosa tra ciò che potrebbe essere e ciò che è. Il progresso bussa alle porte, ma non entra. L’industrializzazione resta una chimera. Lo sviluppo turistico, pur potenzialmente illimitato, viene sacrificato sull’altare dell’improvvisazione, dell’abusivismo, dell’assenza di visione politica duratura. Il rilancio economico è continuamente rimandato, soffocato da interessi opachi, da burocrazie paralizzanti, da poteri che si alimentano proprio del mancato sviluppo.

Ma c’è di più.

La Calabria è anche terra di ricchezze naturali: giacimenti di gas e petrolio, sfruttati da decenni da colossi come Eni, identificata come impresa strategica di Stato. Eppure, paradossalmente, proprio qui — dove l’energia si estrae — il costo di quella stessa energia ci dissangua: gas alle stelle, tasse alle stelle, mentre intere comunità muoiono lentamente, avvelenate, tra silenzi, omissioni e complicità.

Da oltre 70 anni, si estrae e si inquina. Si promettono bonifiche che non arrivano mai. E quando si osa chiedere giustizia ambientale, bonifica dei territori, investimenti in salute pubblica… si finisce per giocare con lo stesso assassino, da decenni.

A Crotone, l’idea di un super polo oncologico — atto dovuto in una terra martoriata dai veleni industriali — viene trattata come una fantasia irrealizzabile. Si muore di tumori ambientali nell’impunità totale, ma si continua a pagare — e a pagare caro — per sopravvivere.

La Calabria è terra di “padri padroni”, di feudalesimo politico e culturale, dove spesso chi osa pensare, proporre, cambiare, viene isolato, zittito, ignorato.

È terra di “anti-sviluppo”, dove le lobby mafiose e le lobby di potere si alternano o si alleano per mantenere il controllo, tenendo una popolazione intera in uno stato di dipendenza, marginalità, rassegnazione. Una regione usata come serbatoio di voti, svuotata di senso civico, dove troppo spesso si confonde l’aiuto col favore e il diritto con la concessione.

Eppure, la Calabria è anche la terra delle grandi menti. Di giovani brillanti costretti a emigrare. Di uomini e donne che lottano ogni giorno, in silenzio, per costruire qualcosa. Di imprenditori coraggiosi, di amministratori onesti, di intellettuali che non si piegano. Di comunità che resistono e che sognano.

È una Calabria bellissima, ma che fa male. Una terra che, come una persona in conflitto con sé stessa, combatte contro la propria intelligenza, il proprio futuro, il proprio riscatto.

Il nostro compito, oggi, è spezzare queste catene. Non con slogan vuoti, ma con la verità dei fatti. Non con promesse elettorali, ma con coscienza civica e progettualità concreta. Non con assistenzialismo, ma con educazione, merito, coraggio.

La Calabria non ha bisogno di essere “aiutata”: ha bisogno di essere liberata.

Liberata dai ricatti, dalle paure, dalle clientele. Liberata dall’idea che “nulla può cambiare”. Perché tutto può cambiare, se cambia la mentalità.

Noi non smetteremo mai di credere in una Calabria diversa. Una Calabria che torni a camminare con la schiena dritta, guidata da valori autentici, da una Democrazia Cristiana rinnovata, pulita, radicata nel territorio, vicina ai più deboli ma dura con chi tradisce il bene comune.

Il riscatto della Calabria è possibile. Ma deve iniziare oggi. Con verità. Con coraggio. Con coscienza.

(Vice Commissario

Regionale Democrazia)

L’ADDIO / Franco Arillotta, studioso e punto di riferimento della cultura reggina

Cordoglio, a Reggio, per la scomparsa di Franco Arillotta, storico e studioso reggino e presidente dell’Associazione Amici del Museo.

«Con la scomparsa di Franco Arillotta – scrive Stefano Iorfida, Presidente dell’Associazione Anassilaos – muore l’ultimo grande storico di Reggio Calabria e si conclude una stagione ricca di ricerche e approfondimenti dedicati alla Città che lo hanno visto protagonista insieme ad altri (penso ad Agazio Trombetta) sia pure nei diversi periodi storici esaminati da entrambi. Lettore attento degli antichi storici reggini e di quel che resta di essi, acuto ricercatore dei documenti custoditi negli archivi cittadini, documenti inerti che soltanto l’acume dello storico illumina, interpreta e trae dall’oblio, nel corso degli anni ha approfondito, analizzato e discusso fatti ed eventi piccoli e grandi che hanno interessato la Città dall’antichità all’era moderna e contemporanea, dalla toponomastica  alla Reggio spagnola, dalle ricerche su San Giorgio a quelle dedicate a taluni palazzi reggini (Provincia)».

«Il frutto copioso di queste ricerche – continua Iorfida – è confluito in opere che restano e costituiscono a loro volta documenti imprescindibili per tutti coloro che, reggini e non reggini, vogliano conoscere la storia di Reggio Calabria. Accanto all’impegno dello storico da sottolineare anche il suo lavoro all’interno di talune prestigiose associazioni (Gli Amici del Museo di cui era tuttora Presidente) e la disponibilità, fino agli ultimi giorni, di collaborare con altre associazioni in un’opera sinergica volta sempre a favorire, soprattutto tra le più giovani generazioni, la conoscenza del passato della propria Comunità».

«Egli lascia un vuoto incolmabile – e lo diciamo con dolore – perché intorno a noi non riusciamo a “cogliere” nelle più giovani generazioni di ricercatori il medesimo impegno unito al desiderio di spendersi per la Comunità», ha concluso Iorfida.

«Franco Arillotta era il decano degli storici reggini: della storia della nostra città si è occupato da oltre mezzo secolo mediante saggi e monografie che hanno rappresentato fondamentali contributi storiografici», ha ricordato Giuseppe Caridi, presidente di Deputazione di Storia Patria della Calabria.

«Ho conosciuto Franco 45 anni fa – ha ricordato Caridi – quando ha pubblicato per l’editore reggino Gangemi il ponderoso volume”Reggio nel Seicento. Storia di una città scomparsa”, frutto di anni di appassionata e accurata ricerca presso il locale Archivio di Stato, lavoro che mi è stato molto utile per gli studi storici che ho cominciato a intraprendere proprio in quegli anni. Alla città calabrese dello Stretto ha poi dedicato altri saggi, sempre efficacemente documentati. Ha partecipato a  innumerevoli convegni recando sempre apporti originali».

«Il suo più recente volume, edito pochi mesi fa – ha proseguito – ha avuto per oggetto i momenti salienti della storia di Reggio, prosecuzione di un volume precedente del quale, su sua richiesta, avevo scritto una breve prefazione».

«Franco era uno studioso serio  e preparato – ha concluso – un esponente di primo piano della Deputazione di Storia Patria per la Calabria, che ha onorato con i suoi scritti e con il comportamento signorile che lo contraddistingueva».

«La morte del professore Franco Arillotta mi rattrista profondamente ed addolora l’intera comunità che perde una risorsa inestimabile nel panorama culturale cittadino. Troveremo il modo per ricordarlo ad imperitura memoria perché lo merita. Adesso è il tempo del dolore». Lo ha detto il sindaco Giuseppe Falcomatà che, in una nota stampa, esprime «il cordoglio personale e quello dell’amministrazione comunale per la scomparsa di uno dei più grandi conoscitori della storia di Reggio Calabria e dei suoi cittadini».

«Storico appassionato, intellettuale raffinato e instancabile studioso – ha detto il sindaco – Franco Arillotta è stato un Professore, con la P maiuscola, che ha dedicato la sua vita alla conoscenza, alla valorizzazione e alla divulgazione della storia trimillenaria della nostra città. Le sue ricerche, le sue opere e il suo costante impegno civile hanno rappresentato, per generazioni di reggini, un punto di riferimento imprescindibile per comprendere le radici e l’identità della nostra comunità».

«La sua perdita – ha proseguito Falcomatà – lascia un vuoto incolmabile nel mondo della cultura e nella vita pubblica locale che lo ha sempre e costantemente riconosciuto come una voce lucida, critica e indiscutibilmente innamorata del nostro territorio».
«Giungano – ha concluso il sindaco – le più sentite condoglianze alla famiglia, agli amici, a quanti lo hanno conosciuto e stimato e che, per sempre, manterranno vivo il lascito di un’esistenza passata con la mente ed il cuore rigonfio d’amore per Reggio Calabria».

L’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra (ANMIG), Sezione di Reggio Calabria, esprime profondo cordoglio per la scomparsa del prof. Franco Arillotta, storico, intellettuale e grande amico dell’ANMIG.
Figura di riferimento per la cultura reggina, Arillotta ha dedicato la sua vita allo studio e alla valorizzazione della storia locale, distinguendosi per la sua passione, il rigore scientifico e l’instancabile impegno civile. Attraverso le sue pubblicazioni, le conferenze e il suo costante lavoro sul territorio, ha contribuito in modo determinante a preservare e tramandare la memoria storica della città di Reggio Calabria.
Nel corso degli anni, il prof. Arillotta ha collaborato più volte con l’ANMIG, partecipando con entusiasmo a iniziative e incontri dedicati al ricordo dei caduti, dei reduci e dei valori fondanti della Repubblica. La sua vicinanza all’Associazione è sempre stata autentica e profonda, nel segno di una comune attenzione alla memoria e alla storia condivisa.
Il Presidente, il Consiglio Direttivo e tutti i soci dell’ANMIG di Reggio Calabria si stringono con affetto alla famiglia Arillotta, ricordando Franco non solo come uno studioso apprezzato, ma come un amico sincero e un uomo di grande umanità. (rcc)

Non una scatola dei desideri, ma politiche di sviluppo per la Calabria

di FRANCESCO AIELLO – La Calabria si muove con un passo più corto e più lento del resto del Paese. Non è un problema congiunturale, ma strutturale: quando l’Italia cresce, la regione guadagna poco; quando arrivano gli shock negativi, arretra più degli altri. La distanza dal Centro-Nord non si è ridotta. In alcuni ambiti è addirittura aumentata. Per capire perché, serve uno sguardo che tenga insieme demografia, struttura produttiva e qualità delle istituzioni.

Il primo segnale è la tenuta fragile del reddito: oggi il PIL pro capite calabrese vale meno della metà di quello del Centro-Nord. Ma il punto non è solo quanto si produce; è come si produce e con chi. La regione si è ristretta: in dieci anni ha perso oltre 162 mila residenti, soprattutto nei piccoli comuni sia delle aree interne sia di quelli meno periferici. La base demografica che dovrebbe alimentare la crescita si assottiglia, e con essa l’offerta di lavoro qualificata. Questa realtà si riflette, evidentemente, nel mercato del lavoro. Nel 2024, quasi la metà della popolazione in età lavorativa è inattiva; il tasso di occupazione resta 17 punti percentuali sotto la media nazionale; la disoccupazione è ancora doppia rispetto all’Italia. Non è un episodio: da decenni la base occupazionale è troppo debole: il sintomo di un sistema di imprese che assorbe pochi occupati.

Questa debolezza del lavoro riflette una struttura produttiva poco esposta ai mercati esterni e a bassa produttività. La Calabria è sbilanciata su comparti a bassa produttività e scarsa esposizione ai mercati esterni; il manifatturiero in senso stretto contribuisce poco nella formazione del valore aggiunto (nel 2022 solo 3,8%), il terziario avanzato impiega meno del 4% degli addetti totali. L’apertura internazionale è minima: l’export regionale vale appena lo 0,1% del totale nazionale e le imprese industriali esportatrici medio-grandi sono meno di 150. In più, gli investimenti privati in R&S sono 0,09% del PIL e gli addetti alla ricerca 0,3%: troppo poco per alimentare salti tecnologici e organizzativi.

Questa fotografia economica ne nasconde un’altra, istituzionale. In una regione piccola e fragile, la spesa pubblica conta molto più che altrove. Eppure, quando autorizzazioni e procedure sono lente, discrezionali e opache, quando la pubblica amministrazione non dispone del capitale umano altamente qualificato e fortemente motivato, quando manca una valutazione sistematica degli interventi, la spesa smette di essere leva e diventa cristallo: frammenta, congela, non trasforma. Non è (solo) un problema di risorse scarse: è un problema di come vengono progettate, selezionate, attuate e verificate le politiche. È necessario che in Calabria (e in Italia…) la spesa torni a essere un mezzo e non un fine, selezionando pochi progetti coerenti con una visione, misurandone gli effetti, correggendo la rotta. Se l’obiettivo diventa “spendere tutto”, l’esito sono micro-interventi privi di massa critica, opere incompiute, incentivi senza impatto, prebende politiche.

Per uscire dalla trappola serve, prima del “come”, un “che cosa” chiaro e condiviso. Il calendario aiuta a capirlo: il 5 e 6 ottobre si vota per Presidente e Consiglio regionale. È l’occasione per impegnare la prossima legislatura su una visione di lungo periodo, centrata sui nodi strutturali qui richiamati.

Da qui discende la priorità: non la sopravvivenza dell’esistente, ma la trasformazione dell’economia calabrese. Questo richiede un afflusso stabile di capitali qualificati – esteri e nazionali – in grado di attivare modernizzazione e integrazione nelle catene globali del valore. La leva decisiva è l’attrattività territoriale, che non si esaurisce negli incentivi fiscali: le decisioni di localizzazione dipendono dalla qualità complessiva del contesto – accessibilità, tempi certi e prevedibilità delle autorizzazioni, certezza del diritto, disponibilità di capitale umano adeguato, infrastrutture logistiche e digitali, un sistema educativo e sanitario affidabili, reputazione istituzionale e fiducia sociale. In assenza di questi elementi, nessuna agevolazione compensa il deficit di credibilità del territorio. Questi fattori sono invece imprescindibili per rendere la Calabria un luogo conveniente in cui investire e trattenere talenti, capace di sostenere ecosistemi in settori ad alta produttività e di generare esternalità durevoli. Ne consegue anche che la politica industriale non può essere “a pioggia”: deve scegliere settori e territori dove esistono vocazioni e potenziale (manifattura evoluta, servizi digitali, bioeconomia, agritech), costruendo ecosistemi e filiere. Una leva trasversale è la logistica avanzata, snodo tra manifattura e mercati esterni.

Questa traiettoria ha due condizioni abilitanti. La prima è la certezza istituzionale: l’instabilità politico-amministrativa impedisce di fatto qualsiasi percorso di sviluppo, perché interrompe le strategie, frammenta i fondi, aumenta il rischio di disimpegno e logora la reputazione necessaria ad attrarre capitali e talenti. La seconda è il capitale sociale: legalità, trasparenza, contrasto alle infiltrazioni criminali, fiducia nelle istituzioni e rispetto delle regole non sono variabili irrilevanti, ma irrinunciabili pre-condizioni dello sviluppo. Senza tali basi, l’attrazione di nuovi investimenti resta fragile e la sostenibilità di quelli esistenti rimane incerta.

Accanto a istituzioni e capitale sociale, un ulteriore aspetto cruciale riguarda il welfare sociale e le politiche dei sussidi. È legittimo e necessario sostenere i più fragili, ma gli strumenti redistributivi devono essere temporanei e accompagnati da politiche attive e servizi territoriali efficaci: senza una strategia orientata alla crescita, diventano assistenzialismo e producono distorsioni. Lo stesso vale per l’apparato dei sussidi alle imprese: trasferimenti “a pioggia” e/o in settori a bassa produttività, aiuti al mantenimento di imprese improduttive, non solo non trasformano la struttura produttiva, ma cristallizzano inefficienze e sottraggono risorse a interventi ad alto impatto. La redistribuzione – alle famiglie come alle imprese – deve, quindi, compensare i costi delle transizioni (occupazionali, tecnologiche, ambientali), non sostituire la trasformazione: condizionalità chiare, obiettivi misurabili, monitoraggio indipendente e clausole di scadenze automatiche sono indispensabili per evitare derive assistenziali e per orientare le risorse verso crescita e qualità del lavoro.

In questo quadro, il nodo cruciale riguarda la Regione stessa. Sin dalla nascita delle autonomie regionali, l’azione dell’ente è stata troppo spesso frammentata, clientelare, episodica, orientata alla gestione dell’emergenza più che alla definizione di strategie di lungo periodo. Il vero cambiamento di paradigma non consiste nell’aggiungere nuovi strumenti, ma nel ripensare radicalmente il ruolo della Regione come regia dello sviluppo, capace di guidare i processi, selezionare le priorità e garantire continuità istituzionale.

In altre parole, oggi la Calabria non ha bisogno di un catalogo di desideri, ma di una scelta: adottare politiche economiche selettive, non più orizzontali – cioè diffuse e indifferenziate tra settori e territori – ma verticali concentrate su comparti e aree in grado di generare ricchezza. È un cambio di passo culturale: significa accettare che non tutto può essere finanziato, che non tutte le aree crescono allo stesso modo e che la priorità è spendere bene per modernizzare il sistema economico e territoriale nel suo complesso, rafforzandone la competitività.

Queste trasformazioni sono tuttavia difficili per due ragioni. Anzitutto, le condizioni sociali di partenza sono radicate: una diffusa rassegnazione culturale, la ricerca sistematica di sussidi e una prospettiva di benessere più privato che collettivo indeboliscono la domanda sociale di sviluppo e alimentano la dipendenza economica dal settore pubblico. Inoltre, le riforme selettive e le politiche orientate alla produttività producono effetti nel lungo periodo, mentre i decisori politici tendono a privilegiare interventi immediatamente visibili, funzionali alla rielezione. Ne deriva un circolo vizioso: se la domanda di sviluppo è bassa, anche l’offerta di politiche sarà accomodante e di breve respiro; in assenza di classi dirigenti lungimiranti prevalgono soluzioni emergenziali e orizzontali, coerenti con la logica elettorale ma contrarie alla trasformazione. Il bivio è chiaro: o si cambia metodo, o si consolida il declino.

Se questa rivoluzione di metodo prende corpo, entrando nell’agenda della politica regionale e nell’agire delle istituzioni e degli individui e se si compie, la regione può diventare un luogo conveniente in cui investire e vivere, capace di trattenere competenze e di entrare stabilmente nelle catene globali del valore. Se non si compie, i numeri continueranno a raccontare la stessa storia: una Calabria che diventerà ancora più piccola, più povera e più assistita. (fa)

Prof. Ordinario di Politica Economica, DESF “Giovanni Anania”, Unical, Presidente di OpenCalabria)