Povertà minorile: è emergenza in Calabria
colpisce il 36% delle famiglie

di ERNESTO MASTROIANNI – L’Italia del 2025 è un Paese stanco, fragile, attraversato da una povertà che non sempre si vede ma si sente ovunque. È nelle file sempre più lunghe davanti ai centri Caritas, nelle case fredde di chi non può più permettersi di accendere il riscaldamento, negli ambulatori vuoti dove si rinuncia a curarsi. È una povertà che non è solo mancanza di denaro, ma perdita quotidiana di diritti fondamentali: casa, salute, istruzione, lavoro.

Il Rapporto Caritas Italiana 2025 restituisce l’immagine di un’Italia divisa e ferita. Oltre 6 milioni di persone vivono in povertà assoluta — il 10,7% della popolazione, e più di 2,1 milioni di famiglie non riescono a garantire un livello di vita dignitoso. Aumentano i “nuovi poveri”: uomini e donne che fino a poco tempo fa avevano un reddito stabile, una casa, un progetto, e che oggi si ritrovano per la prima volta a chiedere aiuto.

Il divario tra Nord e Sud resta profondo, quasi incolmabile. Mentre alcune regioni settentrionali mostrano segnali di tenuta, il Mezzogiorno sprofonda. Calabria, Sicilia e Campania sono in testa alle classifiche della povertà assoluta, che in alcune aree supera il 15%, con punte drammatiche nelle zone interne e nei piccoli comuni.

In Calabria, la situazione è tra le più gravi d’Italia. Oltre una famiglia su cinque vive in condizione di grave deprivazione economica, mentre la povertà minorile tocca il 32%, il dato più alto del Paese. Più del 40% dei giovani sotto i 35 anni vive ancora con i genitori, spesso senza un lavoro stabile, e l’assistenza Caritas è cresciuta del 18% in un solo anno: 1.300 centri di ascolto attivi e quasi 60 mila persone aiutate.

Dietro i numeri ci sono volti, storie, rinunce. In Calabria aumenta chi chiede aiuto per pagare affitti, bollette, perfino il cibo quotidiano. Giovani laureati costretti a partire, famiglie che sopravvivono con lavoretti saltuari, anziani che scelgono tra medicine e spesa. Chi resta, spesso, vive in territori abbandonati, dove l’unica cosa che cresce è la disuguaglianza.

La Caritas parla senza mezzi termini di un’Italia in cui la povertà è diventata “un sistema di esclusione”. Il 26% dei poveri ha rinunciato a curarsi per motivi economici, il 22% vive in condizioni abitative precarie, il 38% non ha un’occupazione stabile. Le famiglie monoreddito e quelle con figli piccoli sono le più esposte, ma cresce anche la fascia degli anziani soli, che non riescono più a sostenere i costi della vita quotidiana.

La Caritas chiede una nuova stagione di politiche sociali, fondate non solo sull’assistenza ma sulla dignità e l’autonomia delle persone. «Dietro ogni numero c’è una persona» e ogni persona rappresenta una sfida collettiva: quella di un Paese che deve tornare a riconoscersi come comunità, prima che la povertà diventi ingestibile. 

[Courtesy LaCNews24]

Tanto giovani in piazza per l’impegno civile
ma poi a votare vanno veramente in pochi

di GIULIA MELISSARI – Delle elezioni regionali appena concluse si è detto e scritto molto. Un aspetto che non è stato molto approfondito è quello relativo al rapporto giovani/elezioni.

In attesa di analisi puntuali sul grado di partecipazione dei giovani al momento elettorale, qualche riflessione merita farla.

Partiamo dal dato che, ancora una volta, definire allarmante è poco.
L’affluenza alle urne in Calabria si è fermata al 43,14%. Tradotto: poco più di un calabrese su due non è andato a votare. I politici ed i partiti che hanno vinto fanno finta di niente e sorvolano sull’argomento, quelli che hanno perso lo utilizzano per parlare d’altro e non fare fino in fondo i conti con gli evidenti limiti della loro proposta politica.

Pur mettendo nel conto che il dato dell’affluenza è condizionato dai tanti che per motivi di studio o di lavoro si trovano per lunghi periodi fuori dalla Calabria ( a quando una legge che consenta di votare a distanza?), quarantatré è un numero che parla da sé, e che segnala – ancora una volta – una crescente disaffezione dei cittadini, in particolare dei giovani, nei confronti delle istituzioni politiche.

La crisi della rappresentanza

La crisi della rappresentanza non è solo una questione di numeri: è una crisi di fiducia, di partecipazione e di identità politica.
I giovani calabresi sono tra i più colpiti da questa distanza. Se si chiede loro cosa pensino dei partiti, la risposta è spesso diretta: “non mi rappresentano”, “non credo ai partiti”, “sono tutti uguali”.
Molti non si riconoscono più nelle forme tradizionali della politica, che percepiscono come lontane, opache, autoreferenziali.
Eppure, lo vediamo ogni giorno: le piazze sono piene, ma le urne restano vuote.

Non si può però dire che manchi la consapevolezza. Anzi, le nuove generazioni esprimono un impegno reale e profondo: lo vediamo nei laboratori di idee, nelle esperienze come Reggio 2031, nel volontariato, nel terzo settore, in chi si mette in gioco per la comunità.
Sono tutte forme di partecipazione autentica, ma che raramente vengono riconosciute come “politiche”. Eppure lo sono, eccome.

Tra delega e disaffezione alla politica

La polarizzazione e la sfiducia hanno prodotto una paura diffusa: quella di “fare politica”, quasi fosse una cosa sporca, dimenticando che politica significa semplicemente “prendersi cura della città”, della comunità, del bene comune.

Fino a pochi decenni fa – lo ricordano bene “i più grandi” – la politica era una vera palestra di cittadinanza: circoli, sezioni di partito, movimenti studenteschi e associazioni erano luoghi in cui si imparava a discutere, mediare, costruire insieme soluzioni condivise.
Oggi, come disse don Italo Calabrò agli studenti del liceo Vinci, prevale una “delega costante” a chi ci rappresenta, senza sentirsi parte di un processo collettivo. Ed è proprio qui che si consuma una delle fratture più profonde: viaggiamo a due velocità differenti.

Da un lato c’è la politica che decide, spesso chiusa in sé stessa, con i suoi tempi e linguaggi; dall’altro, i cittadini che delegano, rassegnati e disillusi, perché non credono più che la loro voce possa davvero incidere.

Tra questi due binari corre la distanza che svuota la democrazia di significato e riduce la partecipazione a un gesto episodico. La militanza è stata sostituita da una semplice appartenenza, spesso più legata al favore o alla convenienza che alla competenza o all’ideale.

Il risveglio dei giovani riscriverà la politica?

La politica ha smesso di formare cittadini, e i cittadini hanno smesso di pretendere politica.

Nel vuoto che si è creato, il dissenso si sfoga sui social o in proteste occasionali, ma raramente si traduce in partecipazione strutturata, duratura, trasformativa.

E tuttavia, il recente risveglio della partecipazione di tanti giovani nelle piazze d’Italia può costituire un punto di svolta per restituire dignità alla politica come pratica quotidiana. Ciò sarà possibile se i giovani acquisiranno la consapevolezza che fare politica non vuol dire iscriversi al partito X o Y: bensì leggere il potere, riconoscere i diritti, esercitare la responsabilità civica, farsi portatori di istanze e proposte.

Essere politici e non partitici significa comprendere che la democrazia non si esaurisce nel voto, ma vive in una cura costante delle relazioni, delle decisioni collettive e, soprattutto, della comunità.

Forse proprio dai giovani – da chi riempie oggi le piazze e sogna un domani diverso – può arrivare la spinta più forte a riscrivere la politica come spazio di libertà, competenza e coraggio. Ed allora sì che le urne potranno tornare a riempirsi. (gme)

(Courtesy NEM NessunoEsclusoMai.it)

Sanità: le Case di Comunità sono una sfida da affrontare per la Regione Calabria

di ANGELO PALMIERI – In Calabria parlare di sanità territoriale significa affrontare una sfida innanzitutto sociale. Le Case della Comunità non sono semplici edifici sanitari: rappresentano un cambio di paradigma che scalfisce il primato dell’ospedale come unico presidio di cura e restituisce al territorio la dignità di luogo terapeutico e relazionale.  La salute non è solo atto clinico: è relazione, intreccio di capitale sociale, appartenenze e memorie collettive. La CdC diventa così un’infrastruttura di legami, una piazza sanitaria dove la cura smette di essere gesto tecnico e diventa pratica di cittadinanza. Qui confluiscono fragilità individuali e responsabilità collettive, prossimità dei professionisti e autonomia dei cittadini.

Fratture storiche e nuove diseguaglianze

La Calabria vive da decenni forti squilibri tra costa e montagna, centri urbani e aree interne. Oltre il 30% della popolazione risiede in comuni sotto i 5.000 abitanti, spesso in zone montane o collinari, con viabilità fragile, trasporti intermittenti e una rete digitale discontinua. Queste condizioni creano una “doppia distanza”: fisica – perché i servizi sono lontani – e simbolica, perché chi vive nei piccoli centri sviluppa una percezione di esclusione e sfiducia verso le istituzioni. Il risultato è un ricorso massiccio alla mobilità sanitaria: nel 2022 la spesa per cure fuori regione ha raggiunto 304,8 milioni di euro, un esborso che non è più una libera scelta ma necessità imposta da carenze strutturali. In queste comunità un banale controllo medico può trasformarsi in un viaggio di ore, mentre per un anziano solo o una famiglia senza mezzi adeguati il diritto alla salute diventa un percorso a ostacoli. Qui le Case della Comunità devono nascere come presidi permanenti, non solo per garantire servizi di base ma per ricostruire fiducia e capitale sociale.

La cura che coinvolge

Il cuore del modello è la presa in carico proattiva: intercettare i bisogni prima che esplodano in emergenza. Il Punto Unico di Accesso (PUA) e l’Unità di Valutazione Multidimensionale (UVM) non sono sportelli burocratici, ma porte civiche della salute, dove la biografia della persona – clinica, economica e relazionale – viene ascoltata nella sua interezza. Da questo ascolto nasce il Piano Assistenziale Individualizzato (PAI) digitale, un patto di corresponsabilità che unisce istituzioni, operatori e cittadini. Così la cura diventa progetto di vita e il welfare si trasforma in pratica di co-produzione del benessere, rafforzando fiducia e legami di comunità.

Governance e partecipazione

In un territorio segnato da frammentazioni istituzionali, la Direzione di Distretto diventa cabina di regia per sanità e sociale, mentre il Comitato di Comunità apre le decisioni a cittadini, operatori e Terzo Settore.  La misurazione tramite indicatori pubblici – dalle ospedalizzazioni evitabili alla soddisfazione degli utenti – non è burocrazia: è atto di democrazia sanitaria, perché rende la comunità co-valutatrice delle politiche e riduce gli spazi di opacità.

Digital divide e nuove cittadinanze

Il potenziale della telemedicina e del PAI elettronico è enorme, ma rischia di restare privilegio urbano se non si interviene sul digital divide. In molte zone interne la connessione è instabile, le competenze digitali scarse, i dispositivi costosi. Servono quindi facilitatori di comunità e programmi di alfabetizzazione tecnologica, perché l’innovazione diventi infrastruttura di cittadinanza, capace di abbattere barriere e portare il sapere clinico fin dentro i borghi più remoti.

Oltre l’emergenza: salute mentale e minori

Fra le sfide più urgenti spicca la salute mentale, soprattutto quella giovanile. Dopo la pandemia disturbi d’ansia, depressione e dipendenze hanno conosciuto un incremento allarmante. Le Case della Comunità possono diventare centri di prevenzione e resilienza, ospitando neuropsichiatria infantile, servizi per le dipendenze (SERD) e centri di salute mentale (CSM). Portare questi servizi vicino alle famiglie significa intercettare precocemente il disagio, ridurre l’abbandono scolastico e rafforzare la capacità delle comunità di sostenere i più giovani. Significa anche promuovere programmi di alfabetizzazione emotiva e gruppi di sostegno a genitori e insegnanti, trasformando la cura in educazione civica e capitale sociale. La telepsichiatria, se ben integrata, può raggiungere le aree più isolate, riducendo lo stigma e le barriere geografiche. In questo senso la salute mentale non è un capitolo marginale: è fondamento di sviluppo comunitario, perché una regione che custodisce l’equilibrio emotivo delle nuove generazioni costruisce coesione e futuro.

Una sfida culturale e politica

Costruire una sanità di prossimità in Calabria significa riconoscere il territorio come risorsa e non come problema.

Le Case della Comunità possono diventare luoghi di ricomposizione delle disuguaglianze e di costruzione di capitale sociale, dando concretezza all’articolo 32 della Costituzione. Perché questa rivoluzione silenziosa si compia occorrono tre condizioni imprescindibili: presidi permanenti nelle aree interne, investimenti seri in infrastrutture materiali e digitali e una governance trasparente che metta al centro la partecipazione civica.

E qui il discorso si fa inevitabilmente politico. Il presidente della Regione non può limitarsi a enunciare buone intenzioni o a rincorrere slogan elettorali.

Le Case della Comunità richiedono visione, programmazione e capacità di misurare risultati, non annunci ad effetto. E occorre dirlo con chiarezza: gli interessi consolidati di alcune potenti famiglie calabresi che da anni prosperano sulla sanità privata, alimentando un “out of pocket” studiato a tavolino con complicità silenziose, continuano a drenare risorse e a indebolire il servizio pubblico. Senza un contrasto netto a queste logiche speculative, ogni piano di riforma rischia di restare lettera morta. Su questo terreno, quello della sanità territoriale e della giustizia sociale, si misurerà la credibilità della prossima guida regionale. La Calabria non ha bisogno di promesse, ma di scelte coraggiose: portare la cura dove oggi ci sono solo distanze, costruire fiducia dove oggi regna sfiducia, trasformare il Pnrr da occasione finanziaria a patto civico con le comunità.

Chi siede a Palazzo Campanella dovrà dimostrare che la salute non è merce elettorale ma diritto vivo e misurabile, capace di trasformare le aree interne da periferia dimenticata a cuore pulsante della rinascita calabrese.

[Courtesy OpenCalabria]

Quali nuovi scenari per la Calabria e il Paese
dopo la vittoria di Roberto Occhiuto

di DOMENICO NUNNARI – Occhiuto ha vinto, anzi ha trionfato (e con lui Forza Italia) e il Pd (con campo largo e sinistra woke) può portare i libri in Tribunale: sezione fallimentare. Vince il centro, in Calabria, perde la sinistra “woke” (Elly Schlein e i suoi smarriti compagni ) che scambia i diritti sociali con quelli civili, che, parlando di priorità, è un po’ come quando a Maria Antonietta dissero “maestà non c’è più pane” e lei rispose “mangino brioche”.

Perdono anche i 5 Stelle, che sperano di rifarsi a Napoli con Fico, l’ex presidente della Camera, che il giorno dell’elezione prese l’autobus per andare al lavoro, si fece un selfie, e poi non lo prese più.

In Calabria, mancano pane e lavoro, infrastrutture e servizi, e i 5 Stelle in campagna elettorale avevano promesso di abolire il bollo dell’auto. Mah. Occhiuto, forte di quattro anni di lavoro apprezzabile (quantomeno se paragonato ai disastri fatti prima di lui) ha promesso di finire il lavoro della legislatura da lui stesso interrotta, ed è stato creduto. L’errore da evitare, tuttavia, nell’after day elettorale calabrese – che ha una sua proiezione nazionale – è esaltare oltre il dovuto la cavalcata del riconfermato presidente; e sparare sulla “coalizione per addizione”: Pd, 5 Stelle, Avs, denominata campo largo. Sarebbe facile ma esagerato celebrare più di tanto Occhiuto, che ha avuto coraggio e fatto una mossa astuta, da politico navigato, e sarebbe ingiusto sparare a pallettoni sull’aggregazione guidata da Pasquale Tridico, l’uomo dei 5 Stelle, economista sociale, uomo perbene, ma vittima sacrificale della disfatta dell’Armata che non aveva  le munizioni per vincere la battaglia, e lo sapeva.  Un’armata senza idee e senza leader, formata da sudditi acquattati alle corti romane. Sarebbe come sparare sulla Croce Rossa, meglio evitare. Rischieremmo di sentirci rimproverare con quella celebre frase “Vile, tu uccidi un uomo morto!», pronunciata dal mercante fiorentino Ferrucci, quando Maramaldo si avvicinò per ucciderlo. Ma queste cose accaddero nel 1527, a Firenze, quando un tumulto repubblicano abbatte la Signoria de’ Medici. Noi, adesso, dobbiamo ragionare sul futuro della Calabria, parlandone in Calabria, sui nostri giornali, nelle nostre università, nei circoli giovanili, nelle associazioni culturali, nelle parrocchie, tra la gente e con la gente; quella che si alza all’alba e fatica e fa girare il motore del mondo. Dobbiamo anche tapparci le orecchie, per non sentire i giudizi bizzarri che arrivano da fuori, dai talk show televisivi che, più che a bar dello sport assomigliano alle vecchie cantine, dove saliva l’odore acre e pungente del vino andato a male. Posti – i talk show – dove qualcuno, l’altra sera, per commentare il voto calabrese, se n’è uscito così: «Beh, la Calabria è bella, ma si sa che è una regione particolare».

Particolare? Che significa? Nessuno, nello studio televisivo, ha chiesto spiegazioni al giornalista pop, che ha pronunciato quell’aggettivo “particolare”; forse hanno condiviso, o loro hanno capito quel giudizio enigmatico. Ci sarebbe voluto il Carlo Verdone del dialogo esilarante con la Sora Lella, di Bianco, Rosso e Verdone, per chiedere: «Che vor dì?».  E poi dare la risposta: «Che te la piji inderculo». Scusate, ma pure il vecchio cronista, non ne può più, di pregiudizi stupidi sulla Calabria, di ignoranza grassa, nei confronti di questa regione, e può perdere l’aplomb che molti – immeritatamente – da sempre gli riconoscono. Non si è capito, invece, che questo voto calabrese è una lezione esemplare, che viene da una Calabria stanca, avvilita, ma democratica, e in fondo anche speranzosa. Una lezione, che dovrebbe far riflettere l’opinione pubblica nazionale e la sinistra woke, che conosce la Calabria molto meno degli scrittori viaggiatori del Gran Tour, sui quali la regione più povera d’Europa esercitava una certa attrattiva. La straordinaria performance del Centro (Forza Italia di Occhiuto) è anche una lezione all’Italia smarrita, confusa, obbligata a tenersi stretta – in mancanza di alternative credibili – la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, politica di lungo corso, le cui radici affondano nella destra postfascista italiana. Lei stessa, ha rivendicato con orgoglio il suo ruolo antico nel Fronte della Gioventù, che era il movimento giovanile dell’Msi. A Meloni, evitando di cadere negli stereotipi preconfezionati, va riconosciuto di essere capace ed abile, e di essere riuscita –  facendo a volte quel che dovrebbe fare la sinistra – ad attrarre un elettorato sfiduciato e senza casa; un elettorato che, senza magari aver mai letto l’Ernest Hemingway de “Il vecchio e il mare”, si ritrova a condividere alcune parole di quel romanzo: «Ora non è il momento di pensare a quello che non hai. Pensa a quello che puoi fare, con quello che hai»; che è lo stesso consiglio che Theodore Roosevelt, presidente degli Stati Uniti negli anni ‘40, diede ai suoi connazionali: «Fai quello che puoi con quello che hai, nel posto in cui sei». Meloni, è quel che passa il convento. In mancanza di alternative si resta a casa, ed è quello che fa ormai in tutte le elezioni la maggioranza degli elettori italiani. Non sempre, ci si può pur  turare il naso, e andare a votare, come consigliava Indro Montanelli. Ma allora si parlava della Democrazia Cristiana, da accettare turandosi il naso, non della sinistra woke, che è destra, ma non lo sa. Forse, tra opinionismo folkloristico, e sparate preconcette, di giornalisti pop, la sintesi più azzeccata del voto in Calabria, l’ha fatta “Dagospia”, sito online cliccatissimo di Roberto D’Agostino: “La vittoria di Occhiuto in Calabria straccia ogni alibi al Campo largo…”. Dagospia, più veloce di tutti, ha dato al voto calabrese la dignità di test nazionale. Seguito da Marcello Sorgi, che su “La Stampa”, pur ragionando sul voto regionale, ha ammesso che gli effetti del voto calabrese sono deleteri [per la sinistra], oltre i confini calabresi: «Sono tali da uscirne tramortiti». L’interpretazione più approfondita, più avanti – se non saranno distratti – toccherà ad analisti e politologi, dato che questa virata al “Centro” in Calabria apre scenari, a destra e sinistra, finora non ipotizzati.

Pur premettendo, che le elezioni regionali, come le elezioni europee, sono altra cosa, rispetto alle elezioni politiche, Angelo Panebianco, sul “Corriere della Sera”, ha preso spunto dalle elezioni calabresi per spiegare perché la sinistra ha perso: «L’attenzione era tutta concentrata sui leader (Schlein, Conte, Landini, eccetera) e su ciò che fanno o non fanno. Come se gli elettori non esistessero. Come se gli elettori fossero pacchi, spostabili di qua o di là a seconda di ciò che decidono i leader. Ma gli elettori non sono pacchi, hanno le loro idee, i loro interessi, i loro tic, le loro abitudini. E i leader devono tenerne conto».

Anche in Calabria, la coalizione di sinistra, ha considerato gli elettori come i pacchi di Panebianco, con un atteggiamento anche di stampo coloniale. Come giudicare la candidatura della filosofa Donatella Di Cesare (che non ce l’ha fatta), candidata per Alleanza Verdi, Sinistra? Si è detto che ha origini calabresi, e va bene, ma null’altro giustificava questa candidatura, se non sfiducia evidente verso gli esponenti calabresi di Avs, ritenuti non meritevoli di essere candidati. Si è fatto come quando in nazionale si convocano gli oriundi, per inadeguatezza dei calciatori italiani. Ma adesso lasciamo queste riflessioni, apparentemente superficiali, che  hanno però il loro valore, e proviamo a spoilerare il dopo vittoria di Occhiuto, leader di Forza Italia – un “democristiano 2.0.” – cresciuto nella Cosenza dei giganti politici Mancini e Misasi: l’uno socialista, l’altro democristiano, due leader che hanno lasciato, nel tessuto socio-culturale della città bruzia, la scia del loro profilo umano e politico alto; un piccolo tesoro, a cui ognuno, che entrando in politica abbia buone intenzioni e passione, può attingere sempre. Il maggiore successo di Occhiuto, è aver spostato la Calabria politica al “Centro”, con notevole ridimensionamento delle ambizioni di FdI, lasciando inchiodato ai suoi numeri piccoli la Lega, nonostante gli aiutini dell’ex presidente della Regione Giuseppe Scopelliti (storico leader della destra), a Reggio Calabria. L’ha intuito Antonio Tajani – successore di Berlusconi in Forza Italia – il significato della vittoria di Occhiuto, e si è affrettato a lanciare un’opa, offerta pubblica di spazi, per gli ex partiti di centro: «Il compito di Forza Italia è quello di coprire lo spazio che era della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista».  Un avvertimento, anzi una notifica, non solo ai suoi alleati, ma anche al Pd di Schlein – partito in origine plurale – che il centro va cercando, dopo averlo allontanato, diventando sinistra woke, che – come dice Susan Neiman, filosofa di origine ebraica nel libro “La sinistra non è woke” – significa che la sinistra è diventata come la destra, «ma, poverina, nemmeno lo sa».

C’è, infine, un altro aspetto [positivo] da cogliere, nell’elezione calabrese, e riguarda il fair play finale del confronto tra gli sfidanti, culminato nella telefonata dello sconfitto Tridico al vincitore Occhiuto: «Ho chiamato Occhiuto e gli ho fatto i complimenti. È stata una battaglia intensa, vera, difficile». Ottenendo, come risposta, a stretto giro: «A Tridico, ho rivolto due inviti: collaborare con me in qualsiasi ruolo decida di farlo e lavorare per pacificare questa regione». È un finale incoraggiante, questo che viene dai titoli di coda, del film delle elezioni. La parola pacificazione, è una bella parola, come riconciliazione. Ne abbiamo bisogno, tutti. Per uscire dal tunnel buio, in cui da decenni la Calabria si è cacciata, non si può, senza unire le forze vive e le lucide intelligenze della società democratica e della politica. Occhiuto, ha il dovere di provarci, a unire la Calabria, a pacificarla, riconciliarla e Tridico – da posizioni diverse, anche nel caso torni a Bruxelles, cosa legittima e forse anche utile alla Calabria – deve saper tendere la mano. (mn)

Ponte sullo Stretto: perché si può costruire
nell’area metropolitana più innovativa del mondo

di ERCOLE INCALZA – Ritengo sia utile di tanto in tanto riaccendere la nostra memoria storica e rileggere quanto sia stato rilevante l’impegno dello Stato nell’infrastrutturare l’Italia nell’arco degli ultimi quaranta anni. Molti, soprattutto i più giovani, si chiederanno perché negli ultimi quaranta anni e la risposta è immediata: perché nel 1986 fu approvato il primo Piano generale dei trasporti del Paese. Il Piano non elencava opere, non indicava un quadro finanziario di investimenti ma disegnava precisi obiettivi quali: Una pianificazione dei trasporti su scala comunitaria (il famoso master plan europeo divenuto poi la base delle reti Trans European Network); Una riforma degli organi preposti alla gestione del sistema infrastrutturale e quindi la unificazione in un unico dicastero, quello delle Infrastrutture e dei Trasporti, di ben quattro ministeri (Marina mercantile, Trasporti, Lavori pubblici e Aree urbane); Il rilancio della offerta ferroviaria attraverso la realizzazione di un sistema ad alta velocità; un obiettivo essenziale per rilanciare una modalità che aveva raggiunto soglie bassissime nell’utilizzo di persone e di merci (18% 7% rispettivamente); La trasformazione degli organismi preposti alla gestione della offerta ferroviaria e stradale (Ferrovie dello Stato e Anas) da Aziende di Stato in Società di interesse pubblico – economico e poi in Società per azioni; La esigenza di fluidità nei collegamenti tra l’Italia e l’Europa attraverso la creazione di quattro nuovi valichi ferroviari e l’adeguamento di uno già esistente; La necessità di rivedere la nostra offerta portuale attraverso il passaggio a soli sette sistemi portuali; La creazione di una offerta, quaranta anni fa completamente sconosciuta, relativa alla interportualità attraverso la identificazione di sette interporti. Nasceva, così, il primo riferimento strategico della “logistica integrata”.

Con questo riferimento strategico, apprezzato unanimemente e condiviso da tutte le Forze politiche, negli anni ’90 presero corpo una serie di azioni, in particolare e si avviarono gli atti progettuali e contrattuali del sistema ferroviario ad ala velocità.

Tuttavia, il vero motore attuativo delle scelte e delle indicazioni del Piano generale dei trasporti lo troviamo con due leggi: la 443 del 2001 (Legge Obiettivo) e la 166 del 2002 (che supportava finanziariamente le scelte della Legge Obiettivo). Dal 2001, con il primo ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Pietro Lunardi, sono diventate realtà o lo stanno diventando alcuni interventi che spesso dimentichiamo e che ritengo utile ricordare: Il Modulo sperimentale elettromeccanico (Mo.se) a Venezia, un’opera che ha praticamente salvato questo patrimonio della umanità. Quattro nuovi valichi ferroviari, tutti superiori ai 50

chilometri di lunghezza, tre in corso di avanzata realizzazione (Brennero, Torino-Lione e il Terzo valico dei Giovi, che consente il collegamento con il tunnel del Sempione) e uno, il San Gottardo, in funzione. Gli assi ferroviari ad alta velocità Torino-Milano-Brescia, Milano-Bologna-Firenze e Roma-Napoli, già realizzati, e Verona-Vicenza-Padova, Napoli- Bari, Salerno-Reggio Calabria, Palermo-Catania- Messina, in corso di realizzazione. La grande fluidificazione di due segmenti

autostradali chiave come il “Passante di Mestre” e la “Variante di Valico”. La realizzazione di assi autostradali come la Salerno-Reggio Calabria, la Catania-Siracusa, la Palermo-Messina. L’avvio della realizzazione di opere stradali come la Palermo-Agrigento, la Strada Statale 106 Jonica, la Telesina, la Olbia-Sassari, solo per citarne qualcuna. La realizzazione di reti metropolitane come quelle di Torino, Milano, Genova, Brescia, Roma, Napoli. Gli interventi nei porti di Genova, Savona, Livorno, Napoli, Palermo, Taranto e negli interporti di Verona, Torino, Nola-Marcianise e così via. Schemi idrici nel Mezzogiorno per un valore di circa 2,5 miliardi di euro. Perché ho voluto risvegliare questa memoria storica? Perché in occasione dell’approvazione del progetto del Ponte sullo Stretto di Messina le critiche quelle leggibili, non certo quelle del Movimento 5 Stelle, erano accomunate da una considerazione: “Il Ponte sì, ma prima vanno fatte tante altre opere essenziali”. Ebbene, se coloro che sostengono questa tesi leggessero il Programma delle infrastrutture strategiche approvato contestualmente con la Legge Obiettivo, scoprirebbero che la realizzazione del Ponte doveva essere legata alla realizzazione del quadro di opere prima riportate perché il Ponte stesso si motivava proprio con la organicità infrastrutturale del Paese. Sicuramente ci sono e ci saranno tante opere da programmare e da realizzare ma penso sia perdente, soprattutto oggi, a quaranta anni dal Piano generale dei trasporti e dopo 25 anni dalla Legge Obiettivo, invocare una graduatoria di opere da fare prima del Ponte perché tanto, anzi tantissimo in un Paese in cui pure è impossibile “fare”, si è fatto. (ei)

Il Ponte come motore dell’area Metropolitana più innovativa del mondo

I

l Ponte ha il potenziale di creare l’area metropolitana più innovativa del mondo, unendo due città separate dal mare, Reggio Calabria e Messina, in un unico sistema urbano, produttivo e infrastrutturale integrato. È quanto ha ribadito l’Associazione Amici del Ponte nello Stretto, guidata da Simone Veronese, nel corso dell’incontro con il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, durante la sua visita a Reggio Calabria.

Nel corso dell’incontro, l’Associazione ha ribadito quanto già espresso in precedenti comunicati: il Ponte sullo Stretto non è un’opera isolata, ma rappresenta l’asse portante di una nuova visione di sviluppo per il Sud Italia e per tutto il Mezzogiorno.

Per l’Associazione, infatti, «una realtà simile non esiste in nessun’altra parte del pianeta: due regioni, due territori, due sponde che si fondono in un’unica piattaforma di sviluppo, connessa all’Europa e al Mediterraneo. Questa visione non riguarda soltanto la mobilità, ma un nuovo modello di crescita per tutto il Sud: porti più forti, turismo integrato, intermodalità logistica e nuove opportunità occupazionali. Il Ponte sarà la chiave per valorizzare il Mezzogiorno come motore strategico dell’Italia, consentendo di rilanciare l’intero asse logistico e produttivo meridionale, a partire da Gioia Tauro, destinato a diventare un nodo centrale nel traffico merci euro-mediterraneo».

L’Associazione ha, inoltre, denunciato con fermezza «la miopia politica del Partito Democratico, a livello nazionale, regionale e comunale, che continua a ostacolare il Ponte non per motivi tecnici o ambientali, ma per pura ideologia. A Reggio Calabria, in particolare, il sindaco Giuseppe Falcomatà si è fatto portavoce di questa linea di retroguardia, trasformando una grande opportunità di sviluppo in una battaglia ideologica che penalizza la città e l’intera area dello Stretto».

«È grave – per l’Associazione – che chi amministra il territorio scelga di schierarsi contro un’opera capace di generare lavoro, infrastrutture, turismo e competitività per tutto il Sud. Questa posizione, dettata da logiche di partito e da interessi elettorali, mostra l’incapacità del PD di comprendere il valore strategico del Ponte e di immaginare un futuro in cui Calabria e Sicilia non siano più periferie, ma cuore pulsante dell’innovazione e dello sviluppo mediterraneo».

«Il Ponte sullo Stretto non è solo un’infrastruttura, ma il cuore dell’area metropolitana più innovativa del mondo. Uniremo Calabria e Sicilia, Reggio e Messina, per creare un sistema unico al mondo, un modello di integrazione tra trasporti, logistica e sviluppo locale. Andremo avanti con determinazione», ha detto Salvini.

L’Associazione ha espresso gratitudine al Ministro «per la sua determinazione nel difendere un progetto che può cambiare il destino del Mezzogiorno d’Italia».

Per il Prof. Veronese, il Ponte sullo Stretto non è un’opera da fermare, ma da completare e valorizzare: «è il simbolo del riscatto del Sud, un’opera che unisce, crea lavoro, promuove turismo e competitività. Un ponte che collega due regioni, ma anche due visioni: quella di chi vuole crescere e quella di chi vuole restare fermo».

L’Associazione Amici del Ponte Nello Stretto continuerà, con decisione, a sostenere il progetto e a contrastare ogni tentativo politico o ideologico di sabotaggio che voglia lasciare il Mezzogiorno nell’isolamento e nella marginalità. (rr)

Che distanza siderale tra la Calabria reale
e quella narrata e quella immaginata

di DOMENICO MAZZAPer quanto inaspettata e, certamente, non programmata, la campagna elettorale appena decorsa, avrebbe dovuto essere il palcoscenico del riscatto di una terra a lungo dimenticata.

In verità, da un’analisi attenta e dalle tematiche sviscerate dagli attori in campo, la partita si è ridotta al solito teatrino di burattini e burattinai. Uno spettacolo scadente, ormai, a cui l’elettorato attivo di questa Regione è avvezzo da tempo. Le argomentazioni trattate, il più delle volte, sono state esplicate in modo confuso e, soprattutto, elencate a mò di lista della spesa.

Nessun filo conduttore. Nessuna visione di sintesi. Sparita dai radar una prospettiva realistica di crescita e sviluppo sostenibile. A proposte da missione impossibile sono stati contrapposti impegni improbabili. Ciò che, tuttavia, lascia basiti sono gli atteggiamenti che hanno caratterizzato buona parte degli interpreti del dibattito. Tra alternanza di gaffe grossolane e atteggiamenti irrispettosi della dignità umana, ancor prima che della dialettica politica, chi esce malconcio da questo teatro dell’assurdo non sono gli attori di scena, ma è la Calabria. 

Al confronto di piazza, quello vero e sentito, quello non filtrato, sono stati preferiti preconfezionati contenuti social. La comunicazione delle tematiche ha ceduto il passo agli slogan, artatamente costruiti da videomaker professionisti. Tuttavia, tali strumenti, non hanno fatto altro che palesare un vuoto di contenuti e una visione raffazzonata della realtà. E, mentre aspiranti consiglieri animavano i salotti televisivi (talvolta rendendoli simili a pollai), la Calabria continuava a scivolare in una spirale involutiva. Dubito, in tutta franchezza, che le ricette politiche messe in campo, tra la fine dell’estate e questi primi scampoli d’autunno, possano risollevare questa terra dal baratro in cui è sprofondata. Ma tant’è. 

Aspiranti consiglieri alla ricerca di un’identità: i novelli personaggi pirandelliani 

Per status, i consiglieri regionali sono chiamati a legiferare e programmare in materie stabilite dalla Costituzione e dalle normative di Stato. È sui richiamati campi che gli aspiranti agli scranni dell’Assise regionale devono misurarsi. Non sul terreno di roboanti dichiarazioni, ma sul piano concreto delle politiche attuabili. Un consigliere regionale non è un Ministro, né un Parlamentare. Invero, non deve svolgere neppure mansioni d’Amministratore. È un legislatore regionale e, come tale, deve proporre leggi, piani, strategie su quelle competenze che il diritto gli attribuisce. Chi si candida a rappresentare una Regione non dovrebbe essere alla ricerca di un applauso facile. Dovrebbe, altresì, aspirare al confronto con i cittadini su tematiche dirimenti: ambiente, cultura, welfare, trasporti, sanità, energia e, soprattutto, lavoro. È sulle elencate argomentazioni che si gioca la credibilità di coloro che aspirano a rappresentare i territori in seno all’Assise regionale. In Calabria, invece, molti di loro, si sono dilettati nella stesura di vuote note stampa mirate a colpire l’avversario piuttosto che a fornire soluzioni atte a nutrire di nuova linfa un elettorato ormai disincantato. D’altronde, quando si arranca vistosamente sui temi da trattare o si brancola nel buio, attaccare gli altri diventa l’unico modo per mettersi in luce. Per certi versi, la campagna elettorale ha ricordato molto gli interpreti del teatro pirandelliano.

I “Sei personaggi” del drammaturgo siciliano sono stati fedelmente sostituiti da concorrenti Consiglieri in cerca d’autore (e di idee). I trenta giorni appena trascorsi avrebbero dovuto servire a fare chiarezza su come intervenire per invertire la rotta della Calabria. Dettagliare linee guida credibili e mettere sul tavolo i problemi reali della Regione, avrebbero dovuto essere l’imperativo categorico. Vieppiù, fornendo idee utili per la risoluzione delle questioni in chiave interdisciplinare. Si è preferito, invece, narrare una terra fatta da suggestioni: piena di promesse, ma infarcita d’illusioni. 

La moralizzazione pubblica: una reclame elettorale 

Non sono mancate, in campagna elettorale, le figure dei moralizzatori politici a orologeria. Personaggi che promettono di spazzare via nequizia e corruzione riportando l’etica dove ha regnato, a loro dire, solo il malaffare. Salvo poi, una volta eletti, scivolare nelle stesse dinamiche che avevano denunciato. È un gioco delle parti. È un sistema che non cambia. E se le persone che aspirano a rappresentare un Popolo non studiano e non si aggiornano sui cambiamenti della società e sulle mutazioni dei territori, non saranno mai in grado di offrire una prospettiva diversa. Alla fine, giocoforza, cadranno negli stessi errori di cui, dai palchi, accusavano i loro predecessori. La moralità, quella vera, non si grida per le piazze: si dimostra con i fatti e con la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. Il popolo calabrese ha bisogno di risposte, visione e progetti per costruire un orizzonte di crescita reale e credibile. Non ha alcuna necessità di altre parole vuote e decontestualizzate dalla realtà effettuale. La Calabria merita un futuro concreto, mappato con intelligenza e realizzato con determinazione e per obiettivi. Non servono artate scale di merito per dimostrare un’effimera superiorità degli attori del presente rispetto a quelli del passato. Necessita un’ottica credibile e declinata in maniera chiara su quelle che dovranno essere le progettualità da mettere in campo per uscire dal baratro. Altrimenti, resterà ben poco che possa delineare questa terra come una della 20 Regioni che compongono il mosaico istituzionale del Paese.

Sanità, mobilità, agricoltura, ambiente, turismo, industria: quali pianificazioni? 

Si è parlato di sanità, ma lo si è fatto con lo stesso approccio degli ultimi decenni. Non si costruisce una sanità migliore recriminando sulle chiusure dei Presidi o accusando i Commissari precedenti. Si potrà disegnare una sanità credibile, se la medicina territoriale sarà scorporata da quella ospedaliera; se verrà avviata, tanto nelle Asp (Aziende sanitarie provinciali) quanto nelle AO (Aziende ospedaliere), una riforma sistemica tendente a revisionare la geografia dei perimetri sanitari, omogeneizzando ambiti affini.

Non ci sarà alcuna miglioria alle difficoltà di mobilità dei calabresi se non si affronterà, con cognizione di causa, il tema della intermodalità. Limitarci a chiacchierare di mancata attuazione delle trasversali, senza indagare sul perché i progetti delle stesse siano stati snaturati, non cambierà le difficoltà di raggiungimento dei Centri diroccati. Quanto detto vale sia per l’arrampicamento dalle linee di costa che dalle aree vallive. Se il comparto agroalimentare continuerà a essere a gestione familiare, i nostri prodotti d’eccellenza non avranno mai il riconoscimento che meritano. Continueranno, invero, a essere surclassati, sui mercati internazionali, dai prodotti di altri Paesi. 

La forestazione dovrà essere, certamente, un settore su cui avviare massicci investimenti. Non bastano smart working o finanziamenti a fondo perduto per ristrutturare immobili a invogliare i giovani a ripopolare le Aree Interne. Tuttavia, pensare che la Calabria di oggi sia quella degli anni ‘70 sarebbe un grave errore. Al tempo, le esigenze erano diverse. Oggi i giovani hanno necessità di servizi. Servizi, talvolta, neppure garantiti nelle aree urbane e totalmente assenti nei contesti decentrati.

Serve una visione turistica che ricostruisca destinazioni d’ambito per gli avventori. È necessario un processo di marketing territoriale da avviare nelle principali aree metropolitane europee e negli aeroporti internazionali. Vanno realizzate filiere turistiche che escano fuori dai confini regionali e abbraccino aree delle Regioni contermini e a interesse comune. Non possiamo continuare a definire turismo le vacanze di ritorno dei calabresi che occupano, prevalentemente, seconde case sui litorali. 

Andranno avviate politiche di rilancio industriale. Non è pensabile che questa Regione, fatto salvo i 50 anni di industria a Crotone, abbia totalmente abbandonato il settore. Certamente, i processi industriali sui quali bisognerà investire dovranno essere a basso impatto e collegati agli altri settori produttivi. Tuttavia, smettiamola di illuderci che si possa vivere soltanto di turismo e agricoltura. Regioni come la Lombardia, il Veneto, l’Emilia Romagna sono riuscite a far coesistere e implementare tutti i settori produttivi. Dobbiamo farlo anche noi.

Soprattutto, non possiamo più permetterci di ragionare per compartimenti stagni. I richiamati settori, combinando le esperienze, potranno concorrere efficacemente a generare nuovi posti di lavoro. Al bando soluzioni isolate: dobbiamo coniugare le nostre eccellenze per creare valore aggiunto. Solo così la Calabria potrà risalire. E la politica dovrà avere le competenze per impostare un piano strategico affinché questa Regione sia l’appendice euro-mediterranea e non già un’enclave europea del Corno d’Africa. (dma)

(Comitato Magna Graecia)

L’affluenza alle urne e il partito del “non voto”
Occorre ricontare gli aventi diritti al voto:
troppi i “residenti” che vivono altrove

di GIUSEPPE DE BARTOLO – È inevitabile che ad ogni elezione i commentatori si soffermino sulla bassa percentuale dei votanti, dato ormai strutturale delle consultazioni elettorali, per sottolineare la necessità di una riflessione sul “partito del non voto”, che rappresenterebbe una manifestazione di forte sfiducia nella classe politica. Questa affermazione vera in generale, come ho già avuto modo di sottolineare in altra occasione, va temperata e di non poco se si guarda più da vicino alle componenti che determinano la percentuale dell’affluenza o, in altre parole, se si tenta di andare oltre le apparenze, per citare Edgar Allan Poe. Noi, anche per questa tornata elettorale, cercheremo di andare oltre le apparenze delle percentuali ufficiali.

Come sappiamo il dato ufficiale dei votanti si è assestato sul 43,2%, in calo rispetto al corrispondete dato delle elezioni regionali del 2021 che, come si ricorderà, era stato del 44,4%. Ricordiamo che non tutti sono a conoscenza che le liste elettorali dei Comuni comprendono non solo gli elettori residenti ma anche gli iscritti all’Aire del Comune, ovvero all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero che è stata istituita con legge 27 ottobre 1988 e che contiene i dati dei cittadini italiani che risiedono all’estero per un periodo superiore a dodici mesi. Questa Anagrafe è gestita dal Comuni sulla base dei dati e delle informazioni provenienti dalle rappresentanze consolari all’estero. Tale circostanza fa sì che, per esempio, il numero degli elettori calabresi oggi di 1.888.368 elettori sia addirittura superiore alla popolazione residente che al 1/1/2025 è risultata di 1.832.147.

Ricordiamo ancora che l’iscrizione all’Aire è un diritto-dovere del cittadino e costituisce il presupposto per usufruire di una serie di servizi forniti dalle Rappresentanze consolari all’estero, nonché per l’esercizio di importanti diritti, come la possibilità di esercitare il voto in tutte le elezioni che si svolgono in Italia, ma con modalità diverse a seconda del tipo di elezione.

Per esempio, nel caso delle elezioni europee possono votare nello Stato in cui risiedono presso i seggi appositamente costituiti (non è previsto il voto per corrispondenza), oppure votare in Italia (in tal caso occorre presentare una apposita domanda); i cittadini che risiedono in uno Stato estero che non fa parte dell’Unione Europea invece possono votare solo tornando in Italia.

Nel caso delle elezioni regionali e amministrative non è prevista nessuna forma di voto all’estero e questi cittadini possono votare solo tornando in Italia. È dunque evidente che nel caso di elezioni regionali e comunali tali cittadini di fatto sono esclusi dall’esercizio del diritto di voto, perché difficilmente affronteranno un viaggio dall’estero per esercitarlo.

Di conseguenza, le percentuali ufficiali che vengono calcolate forniscono una visione distorta della reale affluenza alle urne e dunque sul “partito del non voto”, ancora di più nel caso della Calabria che, per l’intensa emigrazione del passato, ha oggi una popolazione di calabresi residenti all’estero iscritti all’Aire di 463.730 persone, pari a poco più di un quarto della popolazione residente.

Tenendo conto di ciò l’affluenza effettiva alle urne per la Calabria intera salirebbe al 55,2% (12 punti percentuale in più rispetto al dato ufficiale del 43,2%), per la provincia di Cosenza al 55,8% (13,6 punti percentuali in più), per la provincia di Crotone al 50.3% (9,2 punti percentuali in più), per la provincia di Catanzaro al 56,1% (10,5 punti percentuali in più), per la provincia di Vibo Valentia al 54,8% (15,9 punti percentuali in più), per la provincia di Reggio Calabria al 55,6% (10,6 punti percentuali in più).

Se poi si riuscisse a valutare il numero dei molti calabresi che vivono fuori regione, i quali non sono rientrati nel Comune di residenza per votare non per disaffezione ma per motivi di lavoro e di studio, allora le percentuali dell’affluenza su cui basare qualsivoglia considerazione sul “non voto” aumenterebbero di altri e non pochi punti percentuali.

(Ex docente di Demografia all’Unical)

Dopo le elezioni: la sinistra è sorda
e la destra giustamente sorride
I calabresi nel mondo aspettano la Consulta

di  SANTO STRATI La conclusione dello spoglio, a notte inoltrata (ma perché tutto questo tempo?) ha affievolito la distanza tra la cocente sconfitta di Pasquale Tridico e la formidabile vittoria-rinvincita di Roberto Occhiuto. Restano, però, sempre circa 16 punti di distacco: un abisso, in politica, che il cosiddetto “campo larghissimo” vuole minimizzare a tutti i costi. Se ci fate attenzione, dalla segreteria nazionale c’è una sorta di cupio dissolvi, come di una fastidiosa incombenza di cui ci si è liberati e si sfregano le mani pensando già all’appuntamento toscano di domenica prossima. La “rossa” Toscana – pensano e dicono al Nazareno – farà dimenticare il 2-0 subito e ci rimetterà in pole position per conquistare anche Puglia e Campania.

Questa auto-assoluzione è una grave offesa ai calabresi di sinistra che non hanno alcuna intenzione di restare a guardare un partito (una coalizione?) avviato inesorabilmente a una rapida estinzione, o quasi. Il popolo della sinistra guarda non soltanto il disastroso risultato delle urne, ma vuole capire cosa porterà il futuro  e, soprattutto, se l’opposizione in Consiglio regionale mutuerà gli stessi atteggiamenti mantenuti durante la passata legislatura di rifiuto totale al dialogo e a qualunque possibilità di convergenza trasversale sulle grandi criticità di questa terra.

Un dato è certo, l’unico reggino presente in Consiglio regionale, Giuseppe Falcomatà, sindaco prossimo dimissionario del Comune e della Metrocity di Reggio, farà certamente il diavolo in quattro finché la “Regione straniera” non consegnerà le deleghe alla Città Metropolitana. Una colpevole dimenticanza che non si può rubricare come involontaria distrazione. Neanche quando è stato Presidente il compagno di partito Mario Oliverio, Falcomatà è riuscito a farsi dare le deleghe che servono per costruire, in autonomia, il futuro della città. Quindi, c’è – evidentemente – qualcosa che non va. E ricordo agli smemorati che Occhiuto affidò alla VicePresidente Giusi Princi una delega (al pari di un assessorato speciale) sulla Città Metropolitana, ma si è guardato bene dal consegnare le deleghe di spettanza alla Metrocity. Vedremo, dunque, cosa succederà nei prossimi mesi.

Ma se la Destra, giustamente, sorride e prosegue diritta facendo numeri inaspettati (ma non certo imbarazzanti), la Sinistra calabrese è sorda agli appelli, alle aspettative, alle richieste dei suoi iscritti. L’alibi del poco tempo per la campagna andatelo a raccontare altrove: i calabresi non hanno l’anello al naso e anche i ragazzini sanno che le campagne elettorali non si improvvisano bensì si preparano il giorno dopo la pubblicazione dei risultati elettorali. I numeri servono a far riflettere vincitori e vinti. Ma qualcuno sa spiegare perché si è rinunciato alle Primarie che buona parte degli iscritti avrebbe auspicato per poter esprimere i desiderata della base? La risposta non è nel vento – come canta Bob Dylan – ma nella amara constatazione che a questa sinistra (che, ricordiamolo, in Calabria vanta una lunga e gloriosa storia) non interessa nulla della cosiddetta base. Il territorio è il laboratorio dove sperimentare (dall’alto della terrazza romana del PD) improbabili percorsi di crescita (elettorale) e di sviluppo di altrettanto improponibili alleanze, i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Occhiuto ha fatto un buon lavoro in questi quattro anni di legislatura (pur con tante lacune da sanare) ma ha trascurato troppi aspetti della “nuova” Calabria. Fra i tanti, non si può fare a meno di segnalare l’assoluta indifferenza nei confronti del calabresi nel mondo: un capitale umano straordinariamente attivo, vero (e gratuito) testimonial di una terra che vuole crescere e non dimenticare i suoi figli lontani: la Consulta dei Calabresi nominata con molto ritardo rispetto all’insediamento, è rimasta inattiva perché non si è potuto/voluto nominare il vicepresidente cui spettano le deleghe operative. Eppure, la Santelli, la compianta Presidente Jole, aveva in animo di fare molto per la Consulta e per i calabresi. Che farà Occhiuto, in questo secondo mandato? Fingerà di dimenticarsi nuovamente dei calabresi nel mondo o attiverà finalmente uno strumento di promozione e propaganda che può diventare un volano di attrazione sia per il turismo delle radici sia per investimenti sul territorio? In questo modo, a sorridere non sarebbe più solo la “Destra” ma ogni calabrese che sogna il riscatto della sua terra, in qualunque parte del mondo esso si trovi. (s)

La super vittoria di Roberto Occhiuto: 57%
Tridico: Non mi aspettavo un risultato così

di SANTO STRATIÈ un risultato che va al di là di ogni ragionevole aspettativa: Roberto Occhiuto e la sua squadra non volevamo vincere, ma stravincere. In pochi ci credevano, eppure il sorprendente dato che emerge dalle urne (57% contro 41%, punto più, punto meno, non importa) non solo premia un centrodestra coeso e unito, ma segna il fallimento totale del campo largo. Un’invenzione che non è servita a raccogliere consensi, ma soprattutto a spingere al voto i cosiddetti astenuti, i delusi della politica, gli avviliti, i protagonisti di un dissenso palpabile che si manifestacon la diserzione dalle urne.

Intendiamoci, il 43,14% di affluenza è fasullo, giacché si basa sul numero degli aventi diritto al voto (dove figurano diverse centinaia di migliaia di calabresi iscritti all’Aire, cioè residenti all’estero, ma titolari del diritto di voto. Che possono esercitare – alle elezioni politiche – mediante la preferenza espressa a distanza, per corrispondenza, ma che sono esclusi dal voto se non vanno a votare nella sezione dove figurano iscritti. E a questi vanno aggiunti almeno altri 250mila calabresi che, pur mantenendo la residenza in Calabria, vivono fuori: studenti, lavoratori, insegnanti, etc. Per loro la mancanza del voto a distanza (una pratica di facilissima applicazione se solo la politica lo volesse) si traduce in un astensionismo non voluto, forzato da ragioni soprattutto economiche: un viaggio per votare, pur se scontato significa qualche centinaio di euro, che sono soldi per la stragrande maggioranza di chi vive, studia o lavora fuori. Quindi sarebbe opportuno che si ripescassero i disegni di legge per il voto a distanza (partiti dalla lodevole iniziativa del Collettivo Peppe Valarioti, “Voto sano da lontano”, del 2020), bocciati dal Parlamento.

Ma anche applicando i valori percentuali dell’affluenza su un realistico numero di effettivi votanti (1.200.00 rispetto al milione e 888mila dell’Istat) avremmo comunque un’affluenza più o meno del 50%. Il che equivale, comunque al segnale più evidente di una irreversibile disaffezione per la politica.

Ma non è l’affluenza (un punto in percentuale in meno rispetto al 2021) l’elemento che domina questa tornata elettorale. È il distacco tra i due candidati che certifica, senza bisogno di notai indipendenti, la clamorosa sconfitta del centrosinistra e del campo “larghissimo” che doveva sbaragliare Occhiuto e centrodestra.

Sbagliata la strategia politica, sbagliata la strategia elettorale, sbagliata la comunicazione: Tridico, che può vantare un curriculum di stimatissimo accademico di lungo corso, si è fidato di Giuseppe Conte e dei compagni del PD, mostrando un dilettantismo spaventoso nella gestione della campagna elettorale. Ha combattuto contro l’avversario come fosse un nemico da battere, in un duello da Ok Corral, dimenticandosi che come insegna Sergio Leone «quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile, è un uomo morto».

Sarebbe bastato un po’ di buon senso e qualche consigliere esperto a suggerire pacatezza e controllo nelle promesse e nelle dichiarazioni d’intenti. Il suo bel programma ai più è apparso il solito libro dei sogni, ma i calabresi ne hanno piene le tasche di promesse e suggestioni da campagna elettorale. Non ci sono cascati. Ed è prevalsa la logica dell’usato sicuro (con tutto il rispetto per il bis-Presidente), ovvero hanno preferito ridare fiducia al governatore uscente piuttosto che affrontare la via dell’incognito.

Tutto questo richiederà un serio esame a livello nazionale: la sinistra deve decidere se completare il lento suicidio o darsi una svolta. Le lezioni (e le “bastonate”) servono anche a questo. (s)