La Calabria oggi avrà il suo nuovo Presidente. Si può votare dalle 7 alle 15. Affluenza ore 23: 29,08%

di SANTO STRATI – Con molte buone probabilità, entro stasera la Calabria conoscerà il nome del suo nuovo Presidente, il 21° da quando sono state istituite le Regioni nel 1970 (18 presidenti e 2 vice f.f.).

I pronostici danno quasi per scontato il bis di Roberto Occhiuto, il Presidente uscente che il 31 luglio ha rassegnato le dimissioni, ricandidandosi subito dopo. Un segnale agli alleati, una sfida al fuoco “amico” e una provocazione, tattica, diretta all’opposizione che così avrebbe avuto pochissimo tempo per organizzare la campagna elettorale, a cominciare dalla scelta del candidato. Ma qualcuno ha anche letto la ricandidatura come una sfida alla magistratura: “vediamo cosa pensa di me il popolo calabrese”, una mossa azzardata e pericolosa che certamente avrà provocato qualche irritazione nei magistrati che lo avevano messo sotto inchiesta. Un’indagine che non ha, per fortuna, intorbidito la campagna elettorale, ma di cui è prevedibile a breve qualche sviluppo a sorpresa.

Comunque, un Presidente indagato porta su di sé un pesante e fastidioso sospetto e c’è chi, dalla parte avversaria, ha pensato di giocare la carta dell’impresentabilità per un fatto etico, dimenticando, colpevolmente, che anche il candidato di sinistra delle Marche Matteo Ricci si era presentato pur avendo ricevuto anche lui un avviso di garanzia. Che non può essere contrabbandato – a tempi alternati, a seconda delle convenienze, come marchio d’infamia che condanna a priori il malcapitato di turno.

Tutto ciò, ragionevolmente, è rimasto fuori della campagna elettorale, fatta salva la caduta di stile l’ultimo giorno di campagna da parte di Pasquale Tridico che ha domandato a Occhiuto se gli fosse arrivato un altro avviso di garanzia.

È stata quest’ultima, insensata, battuta a far perdere ulteriori voti all’ex Presidente dell’INPS. Non si può essere garantisti a corrente alternata, né si può, ingenuamente, pensare di raccattare voti tentando di screditare l’avversario sul piano giudiziario.

Al di là dei pronostici (che si basano soprattutto sui numeri e la composizione delle liste), Tridico avrebbe potuto essere un serio e temibile avversario se solo avesse scelto di fare il capitano di squadra, senza le spinte e i suggerimenti di un discutibile allenatore (Giuseppe Conte) mica tanto occulto. L’assenza di una strategia convincente che puntasse alla vittoria lascia trapelare il sospetto di una campagna elettorale giocata con l’idea di non vincere. E rendere Tridico un “perdente di successo” con ripercussioni difficilmente sanabili sull’idea di “campo largo”.

Ma dalle urne c’è da aspettarsi di tutto e potrebbe persino capitare che Tridico, al di là di qualsiasi sfavorevole pronostico, vinca le elezioni, gettando nello sconforto gli avversari. Ma è uno scenario da periodo ipotetico di quarto tipo: impossibile. Salvo che gli appelli del campo largo e del prof. di Scala Coeli diretti a chi non va a votare (per disgusto della politica o per manifestare il proprio dissenso nei confronti di tutti i candidati) non abbiano prodotto un miracolo. C’è anche chi ci crede…

Siamo osservatori neutrali e non tifiamo né per l’uno né per l’altro, ma chiunque vinca le elezioni dovrà tenere a mente che questa terra non può più attendere: serve un piano di sviluppo che guardi al territorio e al capitale umano disponibile. I nostri ragazzi, laureati, freschi di master, o anche solamente diplomati, hanno una richiesta precisa che non si può ignorare: lavoro e serie opportunità di occupazione che valorizzino capacità e competenze, che devono essere messe a profitto per la crescita della Calabria e vanno utilizzate, appunto, in Calabria. Dove vivere tra gli affetti familiari, l’amore del compagno o della compagna, e solide amicizie maturate negli anni dell’adolescenza e spesso interrotti da un viaggio con un biglietto di sola andata al Nord. Tutto questo deve finire!

Urne aperte da stamattina alle 7 fino alle 23.
E domani dalle 7 alle 15.
E allora tutti a votare!

di SANTO STRATI – A parte le schiere di supporter, addetti ai lavori e pochi intrepidi nel cui cuore batte ancora un briciolo di passione politica, si ha la netta impressione che sia scarsa la palpitazione dei calabresi per questa competizione elettorale.

Frutto anche di una campagna elettorale sguaiata e irrimediabilmente infettata da un ingiustificato livore, dall’una e dall’altra parte. Una campagna elettorale che non è riuscita a scuotere gli animi, che non ha acceso la miccia di una qualsiasi “rivoluzione” gentile finendo allo scontro armato (di buone intenzioni e improbabili promesse) tra due “nemici” piuttosto che avversari politici.

Non è piaciuta per niente questa campagna elettorale ai calabresi, costretti a subire il carosello continuo di slogan logori e deprivati di qualsiasi appeal che l’uno e l’altro, Occhiuto e Tridico, si sono recitati a vicenda (il terzo “incomodo” – Francesco Toscano – col suo candido zerovirgola è un gran simpatico ma non fa testo), ripetendo all’infinito improbabili disvalori (l’uno dell’altro) come se fosse questo l’elemento in grado di spostare voti da una parte o dall’altra.

I calabresi, diciamo la verità, hanno rimpianto le vecchie tribune politiche alla Jader Jacobelli, dove prevaleva il rispetto tra gli avversari, con un immancabile filo di ironia che induceva più al sorriso che al ghigno. Complici anche il tempo troppo ridotto e la fin troppo evidente impreparazione di un centrosinistra, incredibilmente “unito” in un campo largo destinato a produrre un “perdente di successo”, questa volta sono prevalsi tra gli elettori l’indifferenza e un malcelato distacco dall’agone politico. Una battaglia senza eserciti che non assomiglia nemmeno vagamente a un risiko a tavolino, dove, comunque, serve un pizzico di strategia per sconfiggere gli avversari.

Qui la strategia è diventata merce rara, con Occhiuto che sembrava il protagonista de I pirati dei Caraibi e Tridico, il prof, impacciato come un novellino al primo colloquio per un posto di lavoro. Intendiamoci, Occhiuto in questa partita era cartaro e Tridico un giocatore poco esperto, ma queste sensazioni le hanno colte gli addetti ai lavori, gli specialisti della comunicazione, non certo la platea degli elettori, rimasta insensibile allo scambio reciproco di “insulti” basati sul “non fatto” dell’uno – governatore uscente – e sulle debolezze “stilistiche” dell’aspirante.

Ma chi ha curato la campagna elettorale di Tridico? Da quanto si è visto, probabilmente un dilettante, ovvero una squadra di dilettanti allo sbaraglio che non ne ha azzeccata una. Lasciamo perdere gli svarioni verbali, ma Tridico, a chiusura della campagna possiamo dirlo, ha fatto di tutto per offrire il fianco a poco divertenti prese in giro, non ultimo l’accostamento ad Antonio Albanese, alias Cetto LaQualunque, con la differenza che il comico attore faceva ridere (è il suo mestiere), ma Tridico ha fatto mettere le mani nei capelli su quanti lo avevano immaginato nell’angelo vendicatore della sinistra in declino. No, nulla di tutto questo. Da candidato Tridico poteva mettere il naso nella formazione di tutte le liste (ma non l’ha fatto), poteva sganciarsi (con eleganza) dal macigno del “vaffa” grillino (ma non l’ha fatto) mostrando di avere gli attributi giusti, poteva raccontare una storia diversa, vincente della sua idea di Calabria. E invece si è perso a inseguire i “guasti” nella sanità provocati dall’avversario (dimenticando, purtroppo per lui, che i commissari “disastrosi” della Sanità li ha nominati il Governo Conte), si è fatto prendere la mano a rintuzzare l’avversario, al posto di ignorarlo: doveva – a nostro modesto avviso – dire solamente “signori, si cambia” e snocciolare idee e proposte, che avessero basi di concretezza (e disponibilità dei fondi necessari). Poteva tralasciare di ripetere che il Ponte è “una sciagura”, guardando allo sviluppo del territorio e alle infrastrutture che – senza il Ponte – difficilmente saranno realizzate. Invece ha giocato “a perdere”, ma probabilmente nessuno glielo ha fatto notare.

L’ex presidente dell’Inps ha perduto un’opportunità grande quanto una casa e quando gli ricapita? Certo, le urne si aprono stamattina e tutto può ancora succedere (in politica è quasi normale, ricordatevi cosa è successo per il Comune di Catanzaro con l’inaspettato successo di Fiorita…) ma è evidente che Tridico ha giocato male, malissimo, la sua partita: un bel programma di buone intenzioni (e poca concretezza) non è sufficiente a smuovere l’elettorato silente, quello che volontariamente diserta le urne perché stanco, avvilito, a volte disgustato da una politica fatta di nulla ricoperto di niente.

Quella fascia di elettorato che il centrosinistra unito (?) avrebbe potuto-dovuto intercettare non con la promessa di un improbabile reddito di dignità da 500 euro al mese, ma con un serio e articolato progetto di crescita e sviluppo del territorio. Così Tridico s’è trovato a recitare la parte del pifferaio magico, senza sapere che i “topi” se n’erano già andati via da soli, sconfortati e delusi dall’impolitica, e scoprendo tardi che non c’erano nemmeno “bambini” da irretire per punire il borgomastro cattivo. Scusate la metafora, ma ci sta tutta: Tridico doveva attuare una campagna di comunicazione fatta non di deboli promesse (tipiche di chiunque si candidi per qualsiasi ruolo, in politica) ma di programmi – davvero realizzabili – non da libro dei sogni.

La Calabria è una terra difficile da governare, lo sanno i 18 presidenti e i due vice facenti funzione che hanno segnato 55 anni di regionalismo. Qualcuno dirà “ma erano altri tempi” e, in parte è vero, ma oggi esistono condizioni forse più favorevoli per capovolgere la narrazione di una Calabria che va a pietire aiuti e sussidi al Governo centrale.

Certo bisogna battere i pugni, ma soprattutto avere la capacità di saperli battere: i calabresi non sono mai stato un popolo rassegnato, sfiduciato e avvilito sì. Eppure dal Nord, che insiste per bocca di Calderoli sull’autonomia differenziata (senza possibilità di successo), vengono chiare e non equivoche indicazioni che la vera locomotiva del Paese è il Mezzogiorno. Ma per farla camminare serve un vero Piano per il Sud che preveda delocalizzazioni di aziende della parte ricca del Paese, che offra e garantisca incentivazioni per il South smart working, che preveda la defiscalizzazione dei contributi dei nuovi assunti al Sud. E ci sia una grande impegno di investimento per la formazione, con la massima attenzione alla scuola, sempre più fanalino di coda degli impegni di tutti i governi.

Occhiuto s’è lanciato anche lui in promesse in parte difficilmente realizzabili, ma può vantare il vantaggio di avere già governato (bene o male ce lo diranno i voti che prenderà).

Le polemiche a risultato definitivo non finiranno, ma sarebbe bello immaginare un impegno trasversale di tutti (maggioranza e opposizione) per il futuro dei nostri ragazzi.

E, naturalmente, andiamo tutti a votare. (s)

L’astensione di chi non torna a votare
Per le Regionali non è ammesso il voto a distanza

di SANTO STRATI – C’è il fondato timore che, ancora una volta, a vincere le elezioni sia il partito degli astensionisti. Non sappiamo quanto abbiano inciso su chi pensa di disertare le urne i discorsi, le promesse, le idee dei tre candidati. Per la verità, questa campagna elettorale è sembrata più un duello tra due più nemici che avversari, con colpi bassi e “insulti” gratuiti cavalcando le debolezze dell’uno e dell’altro e mettendo in piedi scenari”demolitori” del rispettivo competitor. Il buon Francesco Toscano, che – ci dispiace per lui – abbiamo soprannominato il candidato “zerovirgola”, non fa testo, semmai ha un ruolo di terzo incomodo, ma anche lui non ha rinunciato a lanciare qualche strale di cui, però, non si sono sentiti nemmeno scalfiti né Tridico né Occhiuto.

In verità, gli elettori avrebbero gradito sentire illustrare, con relativi riferimenti a dove trovare la dotazione finanziaria necessaria, un programma che non fosse – come al solito – un catalogo di buone intenzioni. E invece è prevalsa la logica dello scontro parolaio, a livello di scuola elementare, pur in assenza della referente: “maestra, mi ha detto che sono brutto», «maestra, non conosce la geografia», etc. Tutte cose che, in circostanze diverse, potrebbero persino indurre al sorriso, ma, invece, hanno provocato ulteriori reazioni di delusione, indifferenza, fastidio. Con queste premesse si può immaginare che qualcuno della vastissima, ahimè, platea di quelli che non vanno a votare abbia cambiato idea? Molto difficile…

D’altronde, c’è da osservare che entrambi i principali contendenti hanno perso una grande occasione. Occhiuto, per la verità, non aveva bisogno di convincere i delusi della politica a votare per lui, avendo già una solida base elettorale: chi è rimasto soddisfatto della sua gestione non avrà remore a confermargli la fiducia e, poi, c’è la grande schiera dei supporter che votano a occhi chiusi. Ma non avrebbe fatto comodo qualche voto recuperato dagli astenuti e dagli indecisi?

Per Tridico, incredibilmente, la sfida a scuotere dal letargo elettorale gli astenuti e gli indecisi era tutta in discesa: sarebbe bastato non usare con disincanto l’improbabile “golosità” del reddito di dignità (che – ha ammesso lui stesso – riguarderebbe solo 20-30mila soggetti) e invece illustrare le ragioni per sostenere un’idea di cambiamento. Ma, salvo le sorprese che le urne possono sempre offrire, i giochi sono fatti.

Tridico poteva pescare a piene mani tra gli indecisi tralasciando le schermaglie verbali con Occhiuto (e relative repliche piccate), puntando invece a un’idea di sviluppo e di crescita attraverso progetti e programmi con al centro il territorio e il capitale umano di questa terra. La gente è stanca di promesse e impegni e sa benissimo che le uniche cambialette elettorali dei candidati vengono onorate solo verso i portatori di voti, dimenticando spesso le vere esigenze della gente, soprattutto di quella che è andata a votare.

Ma non si può fare a meno di sottolineare che, in realtà, il vergognoso primato di astensionismo che affligge la Calabria, in un crescendo spaventoso, elezione dopo elezione (dal 81% del 1970 al 44& del 2021) nasconde un’altra verità. Almeno un quarto di chi non va a votare non si astiene per rifiuto ideologico o disgusto della politica, bensì – più mestamente – rinuncia ad affrontare una trasferta e spese di viaggio (anche se questa volta molto agevolate via ferrovia, bisogna dirlo) che, probabilmente non può permettersi.

Perché per le elezioni politiche gli italiani all’estero possono votare per corrispondenza, ma per tutte le altre elezioni, soprattutto quelle regionali e amministrative, non è ammesso il cosiddetto “voto a distanza”? Ci aveva provato il collettivo Valarioti con un’iniziativa sfociata in un paio di disegni di legge lasciati affossare dalla politica e, quindi, non se n’è fatto nulla. Eppure proviamo a immaginare come potrebbe cambiare lo scenario di un’elezione (regionale, nel nostro caso) dove gli astensionisti sono davvero quelli che per scelta non vanno a votare e non coloro che si privano – a malincuore –  del diritto di voto? Se la stima del 25% può sembrare alta, andate a guardare i numeri dell’emigrazione del Sud e, soprattutto, della Calabria degli ultimi dieci anni. È una cifra da paura che dovrebbe far morire di vergogna i nostri politici locali e nazionali, per la totale assenza di visione di futuro.

I nostri ragazzi, laureati, ricercatori, eccellenti dottori di ricerca, se ne vanno per mancanza di opportunità e occasioni di occupazione seria, all’altezza dei propri titoli e delle proprie capacità. E difatti dal Nord, dall’Europa, dal Mondo, se li contendono e li valorizzano. E con loro se ne vanno genitori, nonni, e amici. Quelli che poi figureranno, probabilmente, nella somma degli astenuti.

La politica, presumibilmente, teme il voto a distanza: non per paura di brogli (è più facile manipolare i conteggi alle urne), ma per l’incertezza del risultato. Sono voti che non si riesce a “controllare”, perché a distanza l’elettore è meno coinvolto e più attento ai programmi che alle chiacchiere. Serve la riforma dell’attuale legge elettorale (se mai il Parlamento vorrà farla), ma il primo passo per contrastare l’astensionismo sarebbe permettere il voto a distanza. (s)

Errata corrige
Nella prima edizione dello Speciale edizione, per un errore di trasmissione, nella Circoscrizione Sud, l’elenco dei candidati della Democrazia Cristiana – Unione di Centroo non è corretto (ripete quello della lista Nord chiama Sud). Si è provveduto a correggere l’errore con una nuova edizione, scaricabile da qui:

Digital Edition / 251004_Speciale Calabria.Live Elezioni regionali 2025

Ecco i candidati della Circoscrizione Sud, lista Democrazia Cristiana – Unione di Centro

Riccardo Occhipinti

Evelin Giada Monardi Trungadi detta Monardi

Manuela Barletta

Donatella Moscato

Pancrazio Melcore detto Walter

Luigi Marcianò

Antonino Francesco Latella

La Calabria tra spopolamento e rinascita:
un futuro possibile, da costruire

di UGO BIANCO – La Calabria è di fronte a una delle sue sfide più complesse: il progressivo spopolamento dei piccoli borghi e delle aree interne. Non si tratta di un problema marginale, né di una semplice questione demografica. È un fenomeno che coinvolge la vita quotidiana delle comunità, indebolisce l’economia locale, riduce i servizi essenziali e mina la stessa identità culturale della regione. Chi, come me, percorre oggi le strade della Calabria interna se ne accorge subito: case chiuse, piazze deserte, scuole con classi ridotte o accorpate, attività economiche costrette a chiudere per mancanza di clienti. È la fotografia di una realtà che rischia di diventare irreversibile se non si interviene con decisione. I numeri confermano l’emergenza. Nel 2024 le nascite sono state circa 12.700, in calo del 4,5% rispetto all’anno precedente. Il tasso di natalità si ferma al 6,9%, mentre quello di mortalità tocca l’11,3%. Il saldo naturale è negativo, pari a -4,4. A questo si aggiunge un altro dato allarmante: il numero medio di figli per donna è 1,25, ben lontano dalla soglia necessaria per garantire il ricambio generazionale. Dietro queste cifre ci sono storie concrete: giovani che lasciano la Calabria per studiare o lavorare altrove e raramente fanno ritorno; famiglie che, tra precarietà e incertezze, rinunciano ad avere figli. Anziani che restano soli in paesi sempre più vuoti. In alcune aree montane e collinari, negli ultimi vent’anni, la perdita di residenti ha raggiunto percentuali preoccupanti, con effetti a catena su tutto il tessuto sociale. Lo spopolamento non è soltanto la riduzione di abitanti. È la chiusura di botteghe storiche, il venir meno di tradizioni e saperi tramandati da generazioni, l’impoverimento culturale e umano dei territori. È la perdita di coesione sociale, di servizi, di vitalità. Eppure, la Calabria non è condannata a questo destino. Può invertire la rotta, a condizione di affrontare il problema con politiche mirate e coraggiose. Serve una strategia che metta al centro la pubblica utilità, intesa come visione di sviluppo che non si limiti al ritorno economico immediato, ma punti a migliorare la qualità della vita e ridare prospettiva ai cittadini. Il primo passo riguarda le infrastrutture. Strade e ferrovie efficienti sono essenziali per ridurre l’isolamento delle aree interne e rendere la regione competitiva. Viaggiare velocemente da un punto all’altro della Calabria deve diventare normale, non un ostacolo. Una mobilità moderna e integrata significa anche garantire accesso più facile a scuole, ospedali, luoghi di lavoro e attività culturali. Accanto alle infrastrutture, occorre rilanciare settori produttivi in grado di creare occupazione e rafforzare il legame con il territorio. L’artigianato, con il suo patrimonio di saperi e tecniche, può diventare un volano di sviluppo, soprattutto se integrato con il turismo culturale e di qualità. L’agricoltura, in particolare nella sua forma sociale, rappresenta un altro tassello decisivo: un modello capace di coniugare produzione sostenibile, inclusione di persone fragili, funzione terapeutica e valorizzazione ambientale. Un capitolo fondamentale di questa strategia riguarda il turismo.

La Calabria possiede un patrimonio storico, naturalistico e culturale straordinario, ancora troppo poco valorizzato. Investire in un turismo sostenibile e di qualità significa non solo attrarre visitatori, ma anche creare nuove economie legate all’accoglienza, alla ristorazione, alle produzioni locali e alla riscoperta dei mestieri tradizionali. In questo contesto, un’attenzione particolare va riservata al turismo delle radici, rivolto agli emigrati calabresi e ai loro discendenti sparsi nel mondo. Si tratta di un fenomeno in crescita, capace di generare ricadute economiche e sociali rilevanti. Riportare in Calabria chi ha origini in questi territori significa alimentare un legame affettivo, riscoprire tradizioni, rafforzare l’identità collettiva e trasformare i borghi in luoghi di memoria viva e di incontro tra generazioni e culture. Il turismo delle radici non è solo un’opportunità economica: è un ponte tra passato e futuro, in grado di contribuire alla rinascita dei paesi oggi più fragili. Fondamentale è anche il rafforzamento dei servizi pubblici. Sanità accessibile, istruzione di qualità, infrastrutture digitali e spazi culturali non devono essere considerati costi, ma investimenti indispensabili. Solo così si può costruire capitale sociale, attrarre giovani e stimolare nuove forme di imprenditorialità. La Calabria è a un bivio. Continuare a perdere abitanti, servizi e opportunità significherebbe scivolare sempre più verso la marginalità. Scegliere invece di investire in infrastrutture, servizi, agricoltura sociale e artigianato significa trasformare i borghi in luoghi vivi, attrattivi e resilienti. Al prossimo Presidente della Regione spetta una responsabilità storica: trasformare l’emergenza in occasione di rinascita. Non bastano annunci o promesse; servono azioni concrete, piani a lungo termine, investimenti mirati e una visione condivisa con le comunità locali. Lo spopolamento non è un destino inevitabile. È una sfida che, se affrontata con determinazione, può trasformarsi in opportunità. La Calabria può diventare un laboratorio di innovazione sociale, culturale ed economica, capace di restituire futuro ai borghi e dignità a chi vuole continuare a viverci.

(Presidente Associazione Nazionale Sociologi Calabria)

Violenza di genere, la Calabria ha numeri
che non permettono di restare indifferenti

di SIMONA CARACCIOLO – La violenza di genere non si manifesta soltanto attraverso atti fisici o psicologici diretti, ma anche nelle parole. Frasi, battute a sfondo sessuale, insinuazioni e commenti sessisti rappresentano forme di violenza verbale spesso sottovalutate. Questi comportamenti, radicati in una cultura discriminatoria, colpiscono soprattutto le donne e hanno un impatto devastante sul benessere psicologico, sulla dignità personale e sulla carriera professionale di chi li subisce. Secondo i più recenti rapporti nazionali ed europei, il luogo di lavoro è uno degli spazi in cui questa forma di violenza si esprime con maggiore frequenza. Il cosiddetto “molestie verbali a sfondo sessuale” rientrano a pieno titolo nelle condotte di molestia previste dal Codice delle pari opportunità (D.Lgs. 198/2006) e dal D.Lgs. 81/2008 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, che obbligano i datori a garantire ambienti sicuri e rispettosi. Non si tratta di “semplici battute” o di “ironia innocente”: commenti sul corpo di una collega, allusioni a rapporti sessuali, insinuazioni sul ruolo professionale legato al genere o alla vita privata costituiscono violenza. Questa violenza, anche se priva di contatto fisico, produce effetti tangibili: isolamento, ansia, perdita di autostima e, in molti casi, rinuncia al posto di lavoro. In Calabria, questa minaccia è ben presente, anche se spesso sommersa da silenzi, ignorata o ridotta a “rosicchiare di goccia in goccia”.

Una ricerca del 2019 dell’Osservatorio regionale sulla violenza di genere ha stimato che il 26,4% delle donne calabresi tra i 16 e i 70 anni ha subito nel corso della vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale; nello specifico il 16,5% violenza fisica, il 16,1% violenza sessuale, ed il 4,1% uno stupro o tentato stupro. 
La stessa indagine rilevava che solo l’11,7% di chi ha subito violenza ha sporto denuncia, e appena il 4,8% si è rivolta a un centro antiviolenza o servizio di supporto. Nel corso del 2024, nella sola provincia di Crotone, sono stati denunciati 157 casi di violenza di genere (nei primi dieci mesi), con un lieve aumento rispetto al 2023.

Sono aumentati in Calabria i “reati spia” della violenza di genere: stalking, maltrattamenti e violenze sessuali. Anche se i femminicidi hanno mostrato una leggera diminuzione, le modalità indirette di violenza, fra cui quelle verbali, permangono in crescita preoccupante.  Questi numeri mostrano che il fenomeno non è marginale: coinvolge una buona parte della popolazione femminile, con effetti spesso gravissimi anche quando la violenza non diventa fisica. Per poter reagire al fenomeno, in Calabria operano diverse istituzioni con competenze precise: Osservatorio regionale sulla violenza di genere: organismo che monitora i dati, produce rapporti, segnala le aree fragili, e propone interventi mirati; Osservatorio regionale contro le discriminazioni nei luoghi di lavoro: utile interlocutore quando la violenza verbale sessuale si manifesta come discriminazione nel contesto professionale; Comitato Unico di Garanzia (CUG) della Regione Calabria: presente nell’amministrazione regionale, con il compito di promuovere le pari opportunità, la tutela dai fenomeni discriminatori e lo sviluppo di ambienti di lavoro inclusivi. Il CUG può intervenire anche su politiche interne, formazione, regolamenti disciplinari; Altri organismi di garanzia regionali includono il Difensore civico, il Garante regionale della salute, il Garante per l’infanzia e l’adolescenza, il Garante per le vittime di reato, ecc. spesso con funzioni di tutela e accoglienza delle istanze dei cittadini.

Un aspetto cruciale riguarda il ruolo di chi occupa posizioni di responsabilità. Manager e dirigenti non solo sono chiamati a vigilare, ma rispondono anche personalmente qualora adottino comportamenti offensivi o omissivi. Le aziende, sempre più spesso, includono nei propri codici etici norme stringenti contro molestie e discriminazioni, con sanzioni disciplinari che vanno dal richiamo formale alla sospensione, fino al licenziamento. Inoltre, laddove la condotta assuma rilievo penale, si applicano le norme del Codice penale (art. 609-bis e seguenti in materia di violenza sessuale, anche “solo” verbale).

La giurisprudenza ha più volte sottolineato come l’abuso di posizione gerarchica aggravi la responsabilità del dirigente: il potere di valutazione, di carriera o di assegnazione dei compiti può infatti trasformarsi in una leva di ricatto o intimidazione.

La risposta normativa, pur fondamentale, non basta. Serve un cambiamento culturale: formazione obbligatoria, campagne di sensibilizzazione interne e sportelli di ascolto aziendali rappresentano strumenti indispensabili per contrastare il fenomeno. Le imprese che non si attrezzano non solo rischiano pesanti conseguenze legali ed economiche, ma tradiscono la fiducia dei propri dipendenti. La lotta contro la violenza di genere passa anche da qui: dal riconoscere il peso delle parole e dall’affermare che ogni lavoratore e lavoratrice ha diritto a un ambiente professionale fondato sul rispetto, sulla dignità e sull’uguaglianza. Il problema non è solo sensibilizzare: serve strutturare norme, procedure e sanzioni interne, e responsabilizzare chi detiene ruoli di comando. Si possono adottare buone prassi, specifiche per il livello aziendale/istituzionale, che coinvolgono manager, dirigenti e organismi interni: Manager e dirigenti dovrebbero partecipare a corsi che approfondiscono cos’è la violenza verbale a sfondo sessuale, come riconoscerla, come intervenire, come fare da deterrente. L’Osservatorio regionale potrebbe coordinare moduli formativi standard per le aziende e la pubblica amministrazione; Integrare clausole specifiche che vietano comportamenti di molestia verbale, prevedono procedure di segnalazione interne, definiscono sanzioni che possono andare da richiami fino al licenziamento per i casi più gravi; Spazi o uffici (anche virtuali) dove i dipendenti si sentano liberi di segnalare molestie verbali senza timori di ripercussioni. È fondamentale che queste procedure siano trasparenti, che ci sia tutela contro le ritorsioni, e che siano svolti accertamenti tempestivi; Questi organismi possono fungere da garanti esterni o interni, verificando che le politiche aziendali siano attuate, che le sanzioni vengano applicate, che esistano strategie preventive; Sanzioni chiare e proporzionate; Campagne interne, comunicazioni periodiche, diffusione di testimonianze, workshop, brainstorming con i dipendenti su ciò che è accettabile e ciò che non lo è: contribuire a cambiare le mentalità, fare emergere ciò che di solito resta nascosto.

Per agire in modo efficace, le istituzioni calabresi (Regione, Consiglio regionale, Osservatorio) potrebbero: approvare una legge regionale aggiornata e strutturata, con fondi adeguati, che stabilisca obblighi chiari per imprese pubbliche e private in termini di prevenzione, formazione e sanzioni; istituire un fondo unico regionale con risorse stabili per sostenere centri antiviolenza, case rifugio e servizi di supporto, con omogeneità su tutto il territorio; coordinare una campagna divulgativa regionale che informi i dipendenti pubblici e privati sui loro diritti, su come riconoscere la violenza verbale sessuale, su come e dove denunciare, coinvolgendo anche le scuole, i sindacati, le associazioni territoriali; fornire linee guida e regolazioni standard per le imprese (piccole, medie, grandi), che includano modelli di regolamento interno contro molestie verbali, codici comportamentali, procedure disciplinari.

La Calabria ha numeri che non permettono l’indifferenza: la percentuale significativa di donne che hanno subito violenza, il basso tasso di denuncia, l’aumento dei reati “spia”, la fragilità dei servizi e la disomogeneità territoriale sono segnali che richiedono risposte immediate e concrete. Nel mondo del lavoro, dove la gerarchia e il potere negoziale possono amplificare i danni, è essenziale che manager e dirigenti si assumano responsabilità non solo disciplinari ma anche morali e culturali. Solo così le parole, quando diventano offesa, potranno essere riconosciute per quello che sono — e fermate.

(Esperta in politiche contro

la violenza di genere)

La cooperazione può essere il motore
di sviluppo delle aree interne

In una Calabria che si avvicina alle elezioni regionali di ottobre, il tema dello sviluppo dei territori interni e costieri deve occupare il centro dell’agenda politica. Non è soltanto una questione di fondi o di programmazione europea: è una sfida di visione, di capacità di costruire comunità e di dare risposte concrete a bisogni che da troppo tempo restano inevasi. In questo contesto, la cooperazione si propone non come attore marginale, ma come forma d’impresa strategica per il futuro della regione, capace di coniugare crescita economica e inclusione sociale.

Le aree interne calabresi, individuate dalla Strategia Nazionale (SNAI) — Grecanica, Versante Ionico Serre, Sila e pre-Sila, Reventino-Savuto — vivono una condizione di fragilità estrema. Secondo l’ultimo rapporto Svimez, la Calabria ha perso circa 180 mila abitanti dal 2001 al 2023, con una dinamica demografica negativa che non accenna a fermarsi. In molti piccoli comuni il calo supera il 20 per cento, mentre in oltre 200 centri si profila un rischio concreto di estinzione sociale ed economica. L’indice di vecchiaia, che misura il rapporto tra anziani e giovani, ha superato quota 190 (ogni 100 giovani sotto i 15 anni ci sono quasi 200 over 65), uno dei valori più alti del Mezzogiorno. A questi dati drammatici la cooperazione risponde con modelli che hanno già dato risultati: cooperative sociali che garantiscono servizi laddove il pubblico arretra, cooperative agricole che valorizzano produzioni di qualità e prossimità, cooperative di comunità che trasformano borghi in laboratori di innovazione sociale.

Non si tratta di una promessa astratta. In Calabria il settore cooperativo ha già dimostrato la sua forza: gli addetti nelle cooperative sociali sono passati dal 42 per cento del totale nel 2012 a quasi il 50 per cento nel 2022, un dato che testimonia la centralità di questo modello nell’economia e nel tessuto sociale regionale. Ma le potenzialità restano enormi e ancora inespresse. Perché possano tradursi in occupazione giovanile e femminile, in welfare diffuso, in nuova impresa radicata nei territori, serve una scelta politica chiara.

Il problema economico si somma a quello demografico. Anche sul piano della ricchezza prodotta, la Calabria rimane fanalino di coda.

Il PIL pro capite nel 2023, sempre secondo Svimez, si è attestato intorno ai 19.300 euro, contro una media nazionale di circa 30.000 e una media europea che supera i 36.000. Ciò significa che un calabrese produce quasi il 40% in meno rispetto alla media italiana e quasi la metà rispetto alla media dell’Unione Europea.

È il segno di un sistema economico che non riesce a generare valore sufficiente e che proprio per questo ha bisogno di forme innovative e inclusive d’impresa come le cooperative, capaci di trattenere ricchezza nei territori e di redistribuirla in maniera equa.

Le questioni aperte non mancano. La legge regionale sulla cooperazione, ferma da 46 anni, è ormai del tutto anacronistica. La legge sulle cooperative di comunità è rimasta senza piano attuativo. Le Comunità Energetiche Rinnovabili, che potrebbero diventare il volano di una transizione sostenibile e condivisa, sono prive di linee guida operative che ne facilitino la nascita e la gestione. I beni confiscati alla criminalità, patrimonio straordinario da riconvertire in presidi di legalità e lavoro, restano per lo più inutilizzati per assenza di strategie e bandi strutturali. E il welfare, in profonda crisi, continua a marginalizzare proprio quelle cooperative sociali che garantiscono servizi fondamentali ai cittadini.

Le comunità energetiche, se gestite da cooperative di comunità, sono uno strumento straordinario di efficienza ed equità, perché mettono insieme cittadini, imprese e istituzioni in un modello partecipativo capace di redistribuire i benefici economici ed ambientali.

Alle forze politiche che si candidano a governare la Calabria Legacoop regionale chiede un impegno preciso: riconoscere e sostenere la cooperazione come leva strutturale di sviluppo regionale. Questo significa aggiornare e adeguare al contesto attuale le leggi, varare piani attuativi, aprire bandi mirati, garantire co-programmazione e co-progettazione tra istituzioni e mondo cooperativo, rendere effettivo l’accesso ai fondi europei e del Pnrr.

La cooperazione non è una nicchia, ma una forma d’impresa che in Calabria può rivelarsi particolarmente utile anche e soprattutto sul piano sociale. Può contrastare lo spopolamento offrendo opportunità di lavoro, può rigenerare comunità costruendo welfare e servizi, può rilanciare i borghi e le aree costiere con modelli sostenibili, può ridare dignità ai beni confiscati trasformandoli in risorse collettive. È questa la direzione da intraprendere se davvero si vuole un futuro diverso per la regione.

Le prossime elezioni sono dunque una prova di serietà. Tocca alla politica dimostrare se intende continuare a inseguire promesse di breve periodo o se è pronta a investire in un modello che tiene insieme economia e comunità, innovazione e coesione. La cooperazione è già pronta, con le sue esperienze e con la sua rete. Adesso serve il coraggio delle scelte. (rr)

Il Ponte e lo sviluppo della Calabria
Quando l’ideologia è contro la strategia

di ERCOLE INCALZA – La richiesta di chiarimenti avanzata dalla Corte dei Conti sulla Delibera di approvazione da parte del CIPES del progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, non solo la ritengo corretta ma a mio avviso rappresenta una giusta e corretta conclusione di un articolato e non facile iter autorizzativo di un’opera chiave per la crescita e lo sviluppo non di due realtà regionali, non di un Paese ma dell’intero assetto comunitario, un’opera che, come ho ricordato poche settimane fa proprio a valle della approvazione del CIPES, trova ampia motivazione nelle seguenti due considerazioni:

La prima considerazione è spiccatamente economica; l’ex Presidente della Regione Sicilia Musumeci volle dare incarico ad una primaria Società, specializzata in analisi tecnico – economiche, per conoscere quale fosse il danno annuale nella formazione del Prodotto Interno Lordo della Regione Sicilia causato dalla assenza della continuità territoriale. Il risultato disponibile e adeguatamente motivato fu di 6,4 miliardi di euro l’anno

La seconda considerazione invece e di natura più geo – economica:

Oggi esistono gli aeroporti di Catania, di Comiso, di Reggio Calabria, di Lamezia fra loro distanti chilometri ma soprattutto distanti in termini temporali, con il Ponte diventano un unico HUB aeroportuale, gestito da un unico soggetto

Oggi esistono le Università di Catania, Messina, Reggio Calabria distanti chilometri ma soprattutto distanti in termini temporali, con il Ponte diventano l’Università dello Stretto

Oggi esistono, a livello portuale ed interportuale tanti siti come quello di Catania, Messina, Reggio Calabria e Gioia Tauro, con il Ponte disporremo di uno degli HUB logistici più forti del Mediterraneo gestito da un unico soggetto

Non ho voluto ricordare che con il Ponte prende corpo una Città dello Stretto perché in proposito penso sia sufficiente la esperienza di Budapest, prima del Ponte delle Catene Buda e Pest erano due modeste realtà urbane

Però questo lungo e complesso itinerario istruttorio spero sia utile per chiarie e affrontare un altro tema quello legato al comportamento democratico nella attuazione delle scelte ampiamente motivate, ampiamente supportate da indiscutibili approfondimenti tecnico – economici.

Molti pensano che la scelta di realizzare il Ponte sullo Stretto sia una tipica scelta di valenza nazionale, molti pensano che la Unione Europea ed il Parlamento italiano siano stati estranei a questo interessante processo decisionale che ha portato alla approvazione del CIPES, io, solo per la mia età ormai avanzata, essendo stato testimone diretto ritengo opportuno ricordare una serie di passaggi che testimoniano la forza e la incisività del lungo itinerario decisionale.

Nel 2001 il Commissario Van Miert fu incaricato dalla Unione Europea di avviare i lavori di aggiornamento delle Reti Trans European Network (TEN – T), sì di quell’impianto strategico proposto dagli esperti del Piano Generale dei Trasporti italiano sin dal 1985 ed approvato dal Parlamento europeo il 1987. Ebbene, il Commissario Van Miert con un gruppo di delegati, indicati da parte di tutti gli Stati della Unione Europea, portò a termine, in circa 15 mesi, la definizione dei nuovi assi infrastrutturali e tra questi comparvero i due Corridoi fondamentali relativi all’asse Lisbona – Madrid – Lione – Torino Milano – Venezia – Trieste – Kiev e Berlino – Milano – Bologna – Roma – Napoli – Palermo. Nel Corridoio Berlino – Palermo era inserito e pienamente condiviso il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina; un progetto definito insieme ai quattro valichi alpini “il superamento di un anello mancante nel sistema infrastrutturale della Unione Europea.

Nel 2003 a Van Miert subentrò la Commissaria Loyola De Palacio che, con il coinvolgimento di tutti i delegati dei Paesi della Unione Europea (passati da 15 a 28), nel 2005 fece approvare il nuovo assetto delle Reti TEN – T ed anche in questo caso venne riconfermata la validità della continuità territoriale tra l’Europa e la Sicilia attraverso il Ponte sullo Stretto di Messina.

Questa base pianificatoria portò al varo della soluzione del 2011 caratterizzata da nove Corridoi portanti dell’intero assetto infrastrutturale (reti stradali, ferroviari, nodi portuali ed interportuali ed aree metropolitane). Un quadro strategico che identificava 9 Corridoi e di questi 9 Corridoi quattro coinvolgevano in modo diretto il nostro Paese e cioè:

Corridoio 1. Baltico – Adriatico (dal Mar Baltico al Mar Adriatico – Ravenna)

Corridoio 3. Mediterraneo (da Algeciras al confine ungherese ucraino)

Corridoio 5. Scandinavo – Mediterraneo (dal Baltico fino alla Sicilia e Malta)

Corridoio 6. Reno – Alpi (dai porti del Mare del Nord, da Rotterdam a Genova)

Nel Corridoio 5 Scandinavo – Mediterraneo compariva ancora una volta  la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina come opera strategica fondamentale.

Nel 2025 c’è stato l’ultimo aggiornamento che ha confermato ed in parte implementato i quattro Corridoi ribadendo per la ennesima volta, la validità strategica del Ponte sullo Stretto di Messina.

Avendo partecipato, su designazione del Governo italiano, ai lavori della redazione delle Reti TEN – T nel periodo 2002 – 2013 sono in grado di testimoniare la serietà e l’approfondimento sistematico dei lavori e ricordare che il gruppo di lavoro, coordinato sin dall’inizio da Commissari europei come Van Miert e De Palacio, ebbe come supporto economico un organismo come la Banca Europea degli Investimenti (BEI). Preciso anche che tutte le scelte, tutte le motivazioni strategiche sono state sempre avallate dai singoli Stati sia attraverso lunghe e capillari audizioni dei titolari dei Dicasteri competenti, sia attraverso motivazioni tecnico economiche prodotte da primarie società di consulenza.

Ora questa oggettiva documentazione non può, in alcun modo, essere oggetto di attacchi da parte di schieramenti tutti mirati a incrinare, a invalidare, a mettere in discussione una scelta che è, ripeto, supportata da decisioni che si caratterizzano, a tutti gli effetti, come veri invarianti decisionali. Qualcuno potrebbe dire che queste scelte non sono state supportate da un coinvolgimento diretto ed indiretto del territorio, cioè dei fruitori finali e quindi non sono il risultato di una democratica scelta. Devo precisare che queste scelte, sì quelle relative alle Reti TEN – T e quindi al Ponte, sono state esposte più volte nelle Commissioni parlamentari competenti dei singoli Paesi della Unione Europea e i vari Corridoi con i relativi progetti come in particolare i cinque anelli mancanti (4 nuovi valichi ferroviari lungo l’arco alpino ed il ponte sullo Stretto di Messina) sono stati sempre approvati o alla unanimità o con una vasta maggioranza all’interno delle singole Commissioni o da parte delle vaie Regioni attraversate.

Dire, ad esempio, di no al Ponte sullo Stretto di Messina perché in tal modo si aggrega il dissenso e si costruiscono le condizioni per dare vita ad un nuovo schieramento politico o si rafforza uno già esistente, significa incrinare quello che in più occasioni definiamo “impegno democratico”; tutto questo ritardando la realizzazione di una scelta strategica per colpa di una minoranza, per colpa di un limitato gruppo di soggetti pronto a diventare interlocutore determinante. E questo itinerario è sicuramente una testimonianza completamente opposta a qualsiasi linea democratica.

Questa mia denuncia in realtà dovrebbe trovare l’intero sistema parlamentare italiano non solo convinto della validità delle scelte supportate da simili fasi autorizzative avvenute a scala comunitaria e dovrebbe, al tempo stesso, difendere, in modo trasversale, tali scelte perché legate alla crescita ed allo sviluppo del Paese; inoltre proprio le forze della opposizione presenti all’interno del Parlamento dovrebbero temere quelle forme autonome di dissenso perché in grado di penalizzare pesantemente  la funzione ed il ruolo delle istituzioni democratiche. (ei)

Slogan, fatti e responsabilità
e il tempo delle elezioni regionali

di DOMENICO TALIA – Se si considera con la giusta attenzione lo stato della Calabria negli ultimi cinquant’anni, incluso il periodo attuale, non mi pare ci siano molte ragioni per essere orgogliosi nel rivendicare, da parte dei politici di maggioranza attuali e passati e anche da parte di alcuni esponenti che oggi sono all’opposizione, quello che finora è stato realizzato dai governi e dalle assemblee regionali per la Calabria e per i calabresi.

In questa prospettiva, ad esempio, lo slogan del presidente uscente (“In 4 anni di più che in 40”), appare come un atto di hybris che vorrebbe seppellire con uno slogan quanto fatto nel passato dai governi regionali in una buona parte dello stesso suo schieramento politico. Una enfatizzazione oltre misura dell’azione quadriennale di governo che si è conclusa anzitempo per cause che originano più all’interno della maggioranza che negli uffici della procura del capoluogo.

L’aspetto preoccupante dello stato delle cose calabresi risiede nel fatto che la mancanza o l’inadeguatezza dell’agire politico regionale non appartiene soltanto alle maggioranze che hanno governato l’ente regionale, ma anche all’inefficacia delle opposizioni che si sono susseguite, fino a quella dell’ultima legislatura che si è distinta per una sorta di “silenzio assenso” – pure all’interno della limitata attività del Consiglio – che non fa onore ai suoi rappresentanti.

Questo stato di cose non è evidentemente frutto di un unico fattore, ma da una combinazione di elementi, tra i quali la mediocrità delle classi politiche regionali che si sono succedute, la complessità della ‘Questione calabrese’ e forse anche le responsabilità dei cittadini elettori che nel tempo non pare siano stati in grado di fare scelte di voto di grande qualità. Dunque, la storia politica della regione Calabria si caratterizza per una diffusa, e per nulla efficace, stagnazione delle iniziative di governo che, se si esclude qualche azione sporadica, non hanno inciso in modo organico sul progresso della comunità regionale. Una comunità e un territorio che continuano a frequentare le ultime posizioni in molte graduatorie nazionali ed europee su molti versanti: economico, sanitario, sociale e infrastrutturale.

Purtroppo, nessuno degli storici elementi di progresso in Calabria sono state determinati dai governi regionali (l’Autostrada, l’Università della Calabria, il Porto di Gioia Tauro), mentre spesso l’ente regionale è causa di enormi ritardi burocratici e decisionali nella realizzazione di opere fondamentali per la Calabria e nell’erogazione di servizi ai cittadini. Questa mancata incisività non è ovviamente slegata dalle alte vette di astensione dal voto che la maggioranza del calabresi ha contribuito a raggiungere.

Allora sarebbe opportuno che il dibattito elettorale abbandonasse alcuni toni trionfalistici che si notato nelle dichiarazioni e nei brevi video social di chi ha governato nel recente e anche in qualche lontano passato e ogni schieramento si dedichi a delineare un’idea di futuro concreta e realmente innovativa per la Calabria. Un’idea di futuro che sia praticabile considerando l’interesse di tutti i calabresi e non soltanto della propria parte, o peggio ancora delle conventicole improduttive o dei feudi che da elettorali, dopo le elezioni spesso si trasformano in feudi fondati su finanziamenti pubblici.

Questa volta, dopo diverse tornate elettorali confuse, abbiamo i due candidati principali che sono realmente concorrenti con due chiari schieramenti contrapposti. Bene, allora i calabresi possono e devono pretendere che la competizione si svolga sul piano di programmi realistici e realizzabili, rifiutando i facili slogan che servono soltanto ad accontentare i propri sodali ma che lasceranno la Calabria ultima in tante classifiche e prima in quella dei non votanti.

I candidati, soprattutto quelli che hanno la possibilità di essere eletti, dovrebbero pensare a cosa serve e a cosa potranno fare per l’intera regione e non soltanto per la loro parte politica. Se riescono, i candidati presidenti e i candidati consiglieri, ci dicano come vogliono sostenere la Calabria sulla via dell’innovazione, del lavoro e della salute pubblica. Ci spieghino con elementi oggettivi e mostrando una vera cultura politica (si può ancora usare questo termine?) come pensano di superare le grandi distanze dalle regioni più efficienti in Italia e in Europa.

Dimostrino la consapevolezza politica di dover governare una regione in difficoltà, con una popolazione che continua a diminuire e con molti giovani costretti ad andare via. Certamente le opportunità esistono per ‘scollare’ la Calabria dai suoi problemi, ma chi la guiderà eviti di farci credere che basti la nduja, la tarantella e qualche inaugurazione, per cambiare il destino di questa terra bellissima e sofferente.

A noi cittadini elettori rimane la responsabilità di valutare le proposte e non gli slogan e di sostenere quelli che hanno buone idee e capacità di fare. Rifiutando di votare per i diversi ciarlatani, dovunque essi si annidino, che ad ogni elezione si affrettano a riempire le liste sperando soltanto di averne un beneficio personale o di casta.

Il sud si svuota e la Calabria guida la fuga degli Under35

di MARIAELENA SENESELa Calabria continua a perdere i suoi giovani a un ritmo allarmante. Secondo le ultime elaborazioni basate su dati Istat, negli ultimi vent’anni la regione ha perso circa 162.000 giovani tra i 18 e i 34 anni, pari a un calo del 32,4% in questa fascia cruciale per lo sviluppo economico e sociale. Un trend che, se non invertito, rischia di compromettere in modo irreversibile il futuro demografico e produttivo del territorio.

Dietro tutti questi numeri ci sono storie di  ragazzi e ragazze che fanno le valigie per costruire un progetto di vita lontano dalla propria terra. Per la Uil la vera sfida, oggi,  è non solo far rientrare i giovani che sono andati via, ma fermare questa continua emorragia. Da tempo la Uil propone  l’istituzione di un Fondo Regionale dedicato, con l’obiettivo di   creare le condizioni per un rientro stabile e duraturo, attraverso un pacchetto integrato di misure economiche, fiscali e sociali.

Proposte concrete che possono contribuire ad arginare un fenomeno che oggi è strutturale, partendo dalle potenzialità di questa terra che,  se opportunamente valorizzate, possono contribuire a creare sviluppo e occupazione stabile.

Tra gli interventi previsti: Voucher “Torno in Calabria”: fino a 30.000 euro per chi rientra per lavorare, avviare un’attività o una start-up; Aiuti per l’affitto con opzione di acquisto affinché i giovani possano vivere in abitazioni a prezzo protetto, che potranno eventualmente acquistare successivamente. Il denaro versato come canone sarà conteggiato come anticipo sull’acquisto futuro; Fondo “Start-Up Rientro”: contributi a fondo perduto fino al 70% per imprese innovative fondate da calabresi tornati dall’estero o da altre regioni; Borse di ricerca “Ricerca a Sud”: incentivi per ricercatori che rientrano a lavorare in atenei, enti pubblici o privati calabresi; Credito d’imposta per le imprese: sgravi fiscali per chi assume professionisti rientrati.

E, ancora, Piano “Calabria Smart Work”: creazione di hub digitali e spazi di co-working nelle aree interne per attrarre lavoratori da remoto; Portale “Talenti di Ritorno”: un database regionale per facilitare il matching tra domanda e offerta e sostenere chi vuole tornare.

Non sono proposte astratte, ma realizzabili utilizzando le risorse europee.

Sebbene il Programma Regionale Calabria Fesr-Fse+ 2021-2027 non preveda esplicitamente il finanziamento diretto per l’acquisto della prima casa, la misura potrà essere strategicamente integrata nell’ambito dell’Obiettivo di Policy OP4 – “Una Calabria più sociale e inclusiva”, e in particolare attraverso l’Obiettivo Specifico 4.3.1, che dispone di oltre 56 milioni di euro destinati a interventi abitativi e di housing sociale.

La nostra proposta non si limita ad  incentivare il rientro, ma ha un obiettivo ancora più ambizioso: trasformare il ritorno in permanenza produttiva, legata ad un nuovo modello di sviluppo che valorizzi le risorse locali, puntando su settori strategici come l’agroindustria, l’energia rinnovabile, il turismo sostenibile, la blue economy, la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale, l’healthcare. Non un libro dei sogni, ma una visione  pienamente coerente con l’Obiettivo di Policy OP1 – “Una Calabria più competitiva e intelligente”, in particolare con l’Azione 1.1.2, che promuove: la creazione e il consolidamento di start-up innovative, spin-off universitari e PMI ad alto contenuto tecnologico; programmi integrati di formazione, orientamento, tutoraggio e incentivazione; investimenti iniziali e di espansione e la realizzazione di hub e acceleratori d’impresa.

A queste misure si aggiungono le opportunità offerte dal Piano Regionale nell’ambito dell’OP4, tra cui:

L’Azione 4.a.1 (oltre 31 milioni di euro) per il miglioramento dell’accesso al lavoro e la promozione dell’occupazione giovanile;

L’Azione 4.a.2 (quasi 11 milioni di euro) per il lavoro autonomo e lo sviluppo dell’economia sociale.Il progetto prevede lo sviluppo di percorsi formativi avanzati, in collaborazione con università, centri di ricerca e imprese locali, per formare professionisti altamente qualificati, capaci di guidare la transizione ecologica e digitale e attrarre nuovi investimenti.

Non si può parlare di sviluppo e rilancio del territorio se non c’è un deciso investimento nel capitale umano.

“Ritorno dei Cervelli” non è solo un piano tecnico, ma è la volontà concreta di trasformare una terra di partenze in un laboratorio di innovazione e crescita sostenibile. 

I giovani non sono solo il futuro: sono il presente che dobbiamo sostenere. L’impegno di tutti deve essere quello di dare una casa, un lavoro, un progetto di vita a chi vuole tornare.

I fondi europei disponibili – Fse+, Fesr e Fsc, oltre a risorse Pnrr ancora attivabili – rappresentano un’opportunità concreta per attuare questo piano.

Non si tratta di assistenzialismo, ma di un investimento sul futuro. Altre regioni e Paesi europei ci dimostrano che riportare a casa i talenti è possibile, se c’è una visione chiara e il coraggio di agire. Ma alla fine  la vera domanda non è se possiamo farli tornare. La vera domanda è: quanto siamo disposti a cambiare per meritare il loro ritorno? (ms)

(Segretaria generale Uil Calabria)

I vescovi calabresi: L’appello a non disertare le urne

La democrazia è un bene fragile e prezioso, che non si conserva da sola ma chiede di essere vissuta e rigenerata ogni giorno. In occasione delle prossime elezioni regionali, sentiamo il dovere di rivolgere un appello forte e chiaro alle comunità ecclesiali e civili della Calabria: la partecipazione non è un accessorio, ma un compito che interpella la coscienza di ciascuno, non è un rito stanco, ma un atto di rigenerazione collettiva.

Il recente cammino della nostra Chiesa regionale ci ha sollecitati a riscoprire alcune priorità decisive: l’impegno di tutti per la trasformazione della società, l’attenzione a chi resta ai margini, la costruzione di una cittadinanza solidale, la centralità del bene comune come criterio di giudizio. È questo il cuore di una visione che spinge a costruire, insieme, la città degli uomini e delle donne di buona volontà, nella logica di un umanesimo integrale, capace di tenere insieme sviluppo e giustizia, libertà e responsabilità, diritti e doveri. La democrazia non è mai neutra: o si rinnova come spazio di giustizia o diventa terreno fertile per clientele e rendite di posizione.

Alle Settimane Sociali di Trieste (2024), Papa Francesco ha usato un’immagine potente: la crisi della democrazia come un cuore ferito. Un cuore che soffre quando prevalgono corruzione e illegalità, quando la politica diventa autoreferenziale, incapace di ascolto e di servizio. Un cuore che si ammala quando cresce la cultura dello scarto e intere fasce di popolazione – poveri, giovani, anziani, persone fragili – vengono emarginate. Ogni volta che qualcuno è escluso, tutto il corpo sociale ne porta la ferita. L’apatia civica non è solo un fatto individuale, ma il sintomo di un tessuto sociale indebolito, che rischia di trasformare i cittadini in spettatori di un copione scritto da altri.

In quella stessa occasione, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha posto domande che ci toccano da vicino: «Si può pensare di contentarsi che una democrazia sia imperfetta? Di contentarsi di una democrazia a bassa intensità? Si può pensare di arrendersi al crescere di un assenteismo dei cittadini dalla cosa pubblica? Può esistere una democrazia senza il consistente esercizio del ruolo degli elettori?» E ha ammonito a non confondere il parteggiare con il partecipare, ricordando che «al cuore della democrazia vi sono le persone, le relazioni, le comunità».

Queste parole illuminano la nostra responsabilità come cittadini e come cristiani. L’astensione e l’indifferenza non sono mai neutrali: finiscono sempre per gravare sui più deboli e consegnano il futuro nelle mani di pochi. Partecipare, invece, significa prendersi cura del cuore della nostra terra, contribuendo con il proprio voto alla costruzione di una Calabria più giusta, solidale e fraterna.

Per questo, invitiamo tutti a vivere le elezioni regionali non come un adempimento formale, ma come un’occasione concreta di libertà e di scelta responsabile. La democrazia si alimenta della voce di ciascuno: scegliere significa incidere sul presente e aprire possibilità di futuro. Non c’è libertà senza scelta, non c’è bene comune senza partecipazione. Chi rinuncia a scegliere rinuncia a costruire il proprio futuro: è un lusso che la nostra terra, già solcata da diseguaglianze e migrazioni forzate, non può in alcun modo permettersi. (cec)