La Calabria tra spopolamento e rinascita:
un futuro possibile, da costruire

di UGO BIANCO – La Calabria è di fronte a una delle sue sfide più complesse: il progressivo spopolamento dei piccoli borghi e delle aree interne. Non si tratta di un problema marginale, né di una semplice questione demografica. È un fenomeno che coinvolge la vita quotidiana delle comunità, indebolisce l’economia locale, riduce i servizi essenziali e mina la stessa identità culturale della regione. Chi, come me, percorre oggi le strade della Calabria interna se ne accorge subito: case chiuse, piazze deserte, scuole con classi ridotte o accorpate, attività economiche costrette a chiudere per mancanza di clienti. È la fotografia di una realtà che rischia di diventare irreversibile se non si interviene con decisione. I numeri confermano l’emergenza. Nel 2024 le nascite sono state circa 12.700, in calo del 4,5% rispetto all’anno precedente. Il tasso di natalità si ferma al 6,9%, mentre quello di mortalità tocca l’11,3%. Il saldo naturale è negativo, pari a -4,4. A questo si aggiunge un altro dato allarmante: il numero medio di figli per donna è 1,25, ben lontano dalla soglia necessaria per garantire il ricambio generazionale. Dietro queste cifre ci sono storie concrete: giovani che lasciano la Calabria per studiare o lavorare altrove e raramente fanno ritorno; famiglie che, tra precarietà e incertezze, rinunciano ad avere figli. Anziani che restano soli in paesi sempre più vuoti. In alcune aree montane e collinari, negli ultimi vent’anni, la perdita di residenti ha raggiunto percentuali preoccupanti, con effetti a catena su tutto il tessuto sociale. Lo spopolamento non è soltanto la riduzione di abitanti. È la chiusura di botteghe storiche, il venir meno di tradizioni e saperi tramandati da generazioni, l’impoverimento culturale e umano dei territori. È la perdita di coesione sociale, di servizi, di vitalità. Eppure, la Calabria non è condannata a questo destino. Può invertire la rotta, a condizione di affrontare il problema con politiche mirate e coraggiose. Serve una strategia che metta al centro la pubblica utilità, intesa come visione di sviluppo che non si limiti al ritorno economico immediato, ma punti a migliorare la qualità della vita e ridare prospettiva ai cittadini. Il primo passo riguarda le infrastrutture. Strade e ferrovie efficienti sono essenziali per ridurre l’isolamento delle aree interne e rendere la regione competitiva. Viaggiare velocemente da un punto all’altro della Calabria deve diventare normale, non un ostacolo. Una mobilità moderna e integrata significa anche garantire accesso più facile a scuole, ospedali, luoghi di lavoro e attività culturali. Accanto alle infrastrutture, occorre rilanciare settori produttivi in grado di creare occupazione e rafforzare il legame con il territorio. L’artigianato, con il suo patrimonio di saperi e tecniche, può diventare un volano di sviluppo, soprattutto se integrato con il turismo culturale e di qualità. L’agricoltura, in particolare nella sua forma sociale, rappresenta un altro tassello decisivo: un modello capace di coniugare produzione sostenibile, inclusione di persone fragili, funzione terapeutica e valorizzazione ambientale. Un capitolo fondamentale di questa strategia riguarda il turismo.

La Calabria possiede un patrimonio storico, naturalistico e culturale straordinario, ancora troppo poco valorizzato. Investire in un turismo sostenibile e di qualità significa non solo attrarre visitatori, ma anche creare nuove economie legate all’accoglienza, alla ristorazione, alle produzioni locali e alla riscoperta dei mestieri tradizionali. In questo contesto, un’attenzione particolare va riservata al turismo delle radici, rivolto agli emigrati calabresi e ai loro discendenti sparsi nel mondo. Si tratta di un fenomeno in crescita, capace di generare ricadute economiche e sociali rilevanti. Riportare in Calabria chi ha origini in questi territori significa alimentare un legame affettivo, riscoprire tradizioni, rafforzare l’identità collettiva e trasformare i borghi in luoghi di memoria viva e di incontro tra generazioni e culture. Il turismo delle radici non è solo un’opportunità economica: è un ponte tra passato e futuro, in grado di contribuire alla rinascita dei paesi oggi più fragili. Fondamentale è anche il rafforzamento dei servizi pubblici. Sanità accessibile, istruzione di qualità, infrastrutture digitali e spazi culturali non devono essere considerati costi, ma investimenti indispensabili. Solo così si può costruire capitale sociale, attrarre giovani e stimolare nuove forme di imprenditorialità. La Calabria è a un bivio. Continuare a perdere abitanti, servizi e opportunità significherebbe scivolare sempre più verso la marginalità. Scegliere invece di investire in infrastrutture, servizi, agricoltura sociale e artigianato significa trasformare i borghi in luoghi vivi, attrattivi e resilienti. Al prossimo Presidente della Regione spetta una responsabilità storica: trasformare l’emergenza in occasione di rinascita. Non bastano annunci o promesse; servono azioni concrete, piani a lungo termine, investimenti mirati e una visione condivisa con le comunità locali. Lo spopolamento non è un destino inevitabile. È una sfida che, se affrontata con determinazione, può trasformarsi in opportunità. La Calabria può diventare un laboratorio di innovazione sociale, culturale ed economica, capace di restituire futuro ai borghi e dignità a chi vuole continuare a viverci.

(Presidente Associazione Nazionale Sociologi Calabria)

Violenza di genere, la Calabria ha numeri
che non permettono di restare indifferenti

di SIMONA CARACCIOLO – La violenza di genere non si manifesta soltanto attraverso atti fisici o psicologici diretti, ma anche nelle parole. Frasi, battute a sfondo sessuale, insinuazioni e commenti sessisti rappresentano forme di violenza verbale spesso sottovalutate. Questi comportamenti, radicati in una cultura discriminatoria, colpiscono soprattutto le donne e hanno un impatto devastante sul benessere psicologico, sulla dignità personale e sulla carriera professionale di chi li subisce. Secondo i più recenti rapporti nazionali ed europei, il luogo di lavoro è uno degli spazi in cui questa forma di violenza si esprime con maggiore frequenza. Il cosiddetto “molestie verbali a sfondo sessuale” rientrano a pieno titolo nelle condotte di molestia previste dal Codice delle pari opportunità (D.Lgs. 198/2006) e dal D.Lgs. 81/2008 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, che obbligano i datori a garantire ambienti sicuri e rispettosi. Non si tratta di “semplici battute” o di “ironia innocente”: commenti sul corpo di una collega, allusioni a rapporti sessuali, insinuazioni sul ruolo professionale legato al genere o alla vita privata costituiscono violenza. Questa violenza, anche se priva di contatto fisico, produce effetti tangibili: isolamento, ansia, perdita di autostima e, in molti casi, rinuncia al posto di lavoro. In Calabria, questa minaccia è ben presente, anche se spesso sommersa da silenzi, ignorata o ridotta a “rosicchiare di goccia in goccia”.

Una ricerca del 2019 dell’Osservatorio regionale sulla violenza di genere ha stimato che il 26,4% delle donne calabresi tra i 16 e i 70 anni ha subito nel corso della vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale; nello specifico il 16,5% violenza fisica, il 16,1% violenza sessuale, ed il 4,1% uno stupro o tentato stupro. 
La stessa indagine rilevava che solo l’11,7% di chi ha subito violenza ha sporto denuncia, e appena il 4,8% si è rivolta a un centro antiviolenza o servizio di supporto. Nel corso del 2024, nella sola provincia di Crotone, sono stati denunciati 157 casi di violenza di genere (nei primi dieci mesi), con un lieve aumento rispetto al 2023.

Sono aumentati in Calabria i “reati spia” della violenza di genere: stalking, maltrattamenti e violenze sessuali. Anche se i femminicidi hanno mostrato una leggera diminuzione, le modalità indirette di violenza, fra cui quelle verbali, permangono in crescita preoccupante.  Questi numeri mostrano che il fenomeno non è marginale: coinvolge una buona parte della popolazione femminile, con effetti spesso gravissimi anche quando la violenza non diventa fisica. Per poter reagire al fenomeno, in Calabria operano diverse istituzioni con competenze precise: Osservatorio regionale sulla violenza di genere: organismo che monitora i dati, produce rapporti, segnala le aree fragili, e propone interventi mirati; Osservatorio regionale contro le discriminazioni nei luoghi di lavoro: utile interlocutore quando la violenza verbale sessuale si manifesta come discriminazione nel contesto professionale; Comitato Unico di Garanzia (CUG) della Regione Calabria: presente nell’amministrazione regionale, con il compito di promuovere le pari opportunità, la tutela dai fenomeni discriminatori e lo sviluppo di ambienti di lavoro inclusivi. Il CUG può intervenire anche su politiche interne, formazione, regolamenti disciplinari; Altri organismi di garanzia regionali includono il Difensore civico, il Garante regionale della salute, il Garante per l’infanzia e l’adolescenza, il Garante per le vittime di reato, ecc. spesso con funzioni di tutela e accoglienza delle istanze dei cittadini.

Un aspetto cruciale riguarda il ruolo di chi occupa posizioni di responsabilità. Manager e dirigenti non solo sono chiamati a vigilare, ma rispondono anche personalmente qualora adottino comportamenti offensivi o omissivi. Le aziende, sempre più spesso, includono nei propri codici etici norme stringenti contro molestie e discriminazioni, con sanzioni disciplinari che vanno dal richiamo formale alla sospensione, fino al licenziamento. Inoltre, laddove la condotta assuma rilievo penale, si applicano le norme del Codice penale (art. 609-bis e seguenti in materia di violenza sessuale, anche “solo” verbale).

La giurisprudenza ha più volte sottolineato come l’abuso di posizione gerarchica aggravi la responsabilità del dirigente: il potere di valutazione, di carriera o di assegnazione dei compiti può infatti trasformarsi in una leva di ricatto o intimidazione.

La risposta normativa, pur fondamentale, non basta. Serve un cambiamento culturale: formazione obbligatoria, campagne di sensibilizzazione interne e sportelli di ascolto aziendali rappresentano strumenti indispensabili per contrastare il fenomeno. Le imprese che non si attrezzano non solo rischiano pesanti conseguenze legali ed economiche, ma tradiscono la fiducia dei propri dipendenti. La lotta contro la violenza di genere passa anche da qui: dal riconoscere il peso delle parole e dall’affermare che ogni lavoratore e lavoratrice ha diritto a un ambiente professionale fondato sul rispetto, sulla dignità e sull’uguaglianza. Il problema non è solo sensibilizzare: serve strutturare norme, procedure e sanzioni interne, e responsabilizzare chi detiene ruoli di comando. Si possono adottare buone prassi, specifiche per il livello aziendale/istituzionale, che coinvolgono manager, dirigenti e organismi interni: Manager e dirigenti dovrebbero partecipare a corsi che approfondiscono cos’è la violenza verbale a sfondo sessuale, come riconoscerla, come intervenire, come fare da deterrente. L’Osservatorio regionale potrebbe coordinare moduli formativi standard per le aziende e la pubblica amministrazione; Integrare clausole specifiche che vietano comportamenti di molestia verbale, prevedono procedure di segnalazione interne, definiscono sanzioni che possono andare da richiami fino al licenziamento per i casi più gravi; Spazi o uffici (anche virtuali) dove i dipendenti si sentano liberi di segnalare molestie verbali senza timori di ripercussioni. È fondamentale che queste procedure siano trasparenti, che ci sia tutela contro le ritorsioni, e che siano svolti accertamenti tempestivi; Questi organismi possono fungere da garanti esterni o interni, verificando che le politiche aziendali siano attuate, che le sanzioni vengano applicate, che esistano strategie preventive; Sanzioni chiare e proporzionate; Campagne interne, comunicazioni periodiche, diffusione di testimonianze, workshop, brainstorming con i dipendenti su ciò che è accettabile e ciò che non lo è: contribuire a cambiare le mentalità, fare emergere ciò che di solito resta nascosto.

Per agire in modo efficace, le istituzioni calabresi (Regione, Consiglio regionale, Osservatorio) potrebbero: approvare una legge regionale aggiornata e strutturata, con fondi adeguati, che stabilisca obblighi chiari per imprese pubbliche e private in termini di prevenzione, formazione e sanzioni; istituire un fondo unico regionale con risorse stabili per sostenere centri antiviolenza, case rifugio e servizi di supporto, con omogeneità su tutto il territorio; coordinare una campagna divulgativa regionale che informi i dipendenti pubblici e privati sui loro diritti, su come riconoscere la violenza verbale sessuale, su come e dove denunciare, coinvolgendo anche le scuole, i sindacati, le associazioni territoriali; fornire linee guida e regolazioni standard per le imprese (piccole, medie, grandi), che includano modelli di regolamento interno contro molestie verbali, codici comportamentali, procedure disciplinari.

La Calabria ha numeri che non permettono l’indifferenza: la percentuale significativa di donne che hanno subito violenza, il basso tasso di denuncia, l’aumento dei reati “spia”, la fragilità dei servizi e la disomogeneità territoriale sono segnali che richiedono risposte immediate e concrete. Nel mondo del lavoro, dove la gerarchia e il potere negoziale possono amplificare i danni, è essenziale che manager e dirigenti si assumano responsabilità non solo disciplinari ma anche morali e culturali. Solo così le parole, quando diventano offesa, potranno essere riconosciute per quello che sono — e fermate.

(Esperta in politiche contro

la violenza di genere)

La cooperazione può essere il motore
di sviluppo delle aree interne

In una Calabria che si avvicina alle elezioni regionali di ottobre, il tema dello sviluppo dei territori interni e costieri deve occupare il centro dell’agenda politica. Non è soltanto una questione di fondi o di programmazione europea: è una sfida di visione, di capacità di costruire comunità e di dare risposte concrete a bisogni che da troppo tempo restano inevasi. In questo contesto, la cooperazione si propone non come attore marginale, ma come forma d’impresa strategica per il futuro della regione, capace di coniugare crescita economica e inclusione sociale.

Le aree interne calabresi, individuate dalla Strategia Nazionale (SNAI) — Grecanica, Versante Ionico Serre, Sila e pre-Sila, Reventino-Savuto — vivono una condizione di fragilità estrema. Secondo l’ultimo rapporto Svimez, la Calabria ha perso circa 180 mila abitanti dal 2001 al 2023, con una dinamica demografica negativa che non accenna a fermarsi. In molti piccoli comuni il calo supera il 20 per cento, mentre in oltre 200 centri si profila un rischio concreto di estinzione sociale ed economica. L’indice di vecchiaia, che misura il rapporto tra anziani e giovani, ha superato quota 190 (ogni 100 giovani sotto i 15 anni ci sono quasi 200 over 65), uno dei valori più alti del Mezzogiorno. A questi dati drammatici la cooperazione risponde con modelli che hanno già dato risultati: cooperative sociali che garantiscono servizi laddove il pubblico arretra, cooperative agricole che valorizzano produzioni di qualità e prossimità, cooperative di comunità che trasformano borghi in laboratori di innovazione sociale.

Non si tratta di una promessa astratta. In Calabria il settore cooperativo ha già dimostrato la sua forza: gli addetti nelle cooperative sociali sono passati dal 42 per cento del totale nel 2012 a quasi il 50 per cento nel 2022, un dato che testimonia la centralità di questo modello nell’economia e nel tessuto sociale regionale. Ma le potenzialità restano enormi e ancora inespresse. Perché possano tradursi in occupazione giovanile e femminile, in welfare diffuso, in nuova impresa radicata nei territori, serve una scelta politica chiara.

Il problema economico si somma a quello demografico. Anche sul piano della ricchezza prodotta, la Calabria rimane fanalino di coda.

Il PIL pro capite nel 2023, sempre secondo Svimez, si è attestato intorno ai 19.300 euro, contro una media nazionale di circa 30.000 e una media europea che supera i 36.000. Ciò significa che un calabrese produce quasi il 40% in meno rispetto alla media italiana e quasi la metà rispetto alla media dell’Unione Europea.

È il segno di un sistema economico che non riesce a generare valore sufficiente e che proprio per questo ha bisogno di forme innovative e inclusive d’impresa come le cooperative, capaci di trattenere ricchezza nei territori e di redistribuirla in maniera equa.

Le questioni aperte non mancano. La legge regionale sulla cooperazione, ferma da 46 anni, è ormai del tutto anacronistica. La legge sulle cooperative di comunità è rimasta senza piano attuativo. Le Comunità Energetiche Rinnovabili, che potrebbero diventare il volano di una transizione sostenibile e condivisa, sono prive di linee guida operative che ne facilitino la nascita e la gestione. I beni confiscati alla criminalità, patrimonio straordinario da riconvertire in presidi di legalità e lavoro, restano per lo più inutilizzati per assenza di strategie e bandi strutturali. E il welfare, in profonda crisi, continua a marginalizzare proprio quelle cooperative sociali che garantiscono servizi fondamentali ai cittadini.

Le comunità energetiche, se gestite da cooperative di comunità, sono uno strumento straordinario di efficienza ed equità, perché mettono insieme cittadini, imprese e istituzioni in un modello partecipativo capace di redistribuire i benefici economici ed ambientali.

Alle forze politiche che si candidano a governare la Calabria Legacoop regionale chiede un impegno preciso: riconoscere e sostenere la cooperazione come leva strutturale di sviluppo regionale. Questo significa aggiornare e adeguare al contesto attuale le leggi, varare piani attuativi, aprire bandi mirati, garantire co-programmazione e co-progettazione tra istituzioni e mondo cooperativo, rendere effettivo l’accesso ai fondi europei e del Pnrr.

La cooperazione non è una nicchia, ma una forma d’impresa che in Calabria può rivelarsi particolarmente utile anche e soprattutto sul piano sociale. Può contrastare lo spopolamento offrendo opportunità di lavoro, può rigenerare comunità costruendo welfare e servizi, può rilanciare i borghi e le aree costiere con modelli sostenibili, può ridare dignità ai beni confiscati trasformandoli in risorse collettive. È questa la direzione da intraprendere se davvero si vuole un futuro diverso per la regione.

Le prossime elezioni sono dunque una prova di serietà. Tocca alla politica dimostrare se intende continuare a inseguire promesse di breve periodo o se è pronta a investire in un modello che tiene insieme economia e comunità, innovazione e coesione. La cooperazione è già pronta, con le sue esperienze e con la sua rete. Adesso serve il coraggio delle scelte. (rr)

Il Ponte e lo sviluppo della Calabria
Quando l’ideologia è contro la strategia

di ERCOLE INCALZA – La richiesta di chiarimenti avanzata dalla Corte dei Conti sulla Delibera di approvazione da parte del CIPES del progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, non solo la ritengo corretta ma a mio avviso rappresenta una giusta e corretta conclusione di un articolato e non facile iter autorizzativo di un’opera chiave per la crescita e lo sviluppo non di due realtà regionali, non di un Paese ma dell’intero assetto comunitario, un’opera che, come ho ricordato poche settimane fa proprio a valle della approvazione del CIPES, trova ampia motivazione nelle seguenti due considerazioni:

La prima considerazione è spiccatamente economica; l’ex Presidente della Regione Sicilia Musumeci volle dare incarico ad una primaria Società, specializzata in analisi tecnico – economiche, per conoscere quale fosse il danno annuale nella formazione del Prodotto Interno Lordo della Regione Sicilia causato dalla assenza della continuità territoriale. Il risultato disponibile e adeguatamente motivato fu di 6,4 miliardi di euro l’anno

La seconda considerazione invece e di natura più geo – economica:

Oggi esistono gli aeroporti di Catania, di Comiso, di Reggio Calabria, di Lamezia fra loro distanti chilometri ma soprattutto distanti in termini temporali, con il Ponte diventano un unico HUB aeroportuale, gestito da un unico soggetto

Oggi esistono le Università di Catania, Messina, Reggio Calabria distanti chilometri ma soprattutto distanti in termini temporali, con il Ponte diventano l’Università dello Stretto

Oggi esistono, a livello portuale ed interportuale tanti siti come quello di Catania, Messina, Reggio Calabria e Gioia Tauro, con il Ponte disporremo di uno degli HUB logistici più forti del Mediterraneo gestito da un unico soggetto

Non ho voluto ricordare che con il Ponte prende corpo una Città dello Stretto perché in proposito penso sia sufficiente la esperienza di Budapest, prima del Ponte delle Catene Buda e Pest erano due modeste realtà urbane

Però questo lungo e complesso itinerario istruttorio spero sia utile per chiarie e affrontare un altro tema quello legato al comportamento democratico nella attuazione delle scelte ampiamente motivate, ampiamente supportate da indiscutibili approfondimenti tecnico – economici.

Molti pensano che la scelta di realizzare il Ponte sullo Stretto sia una tipica scelta di valenza nazionale, molti pensano che la Unione Europea ed il Parlamento italiano siano stati estranei a questo interessante processo decisionale che ha portato alla approvazione del CIPES, io, solo per la mia età ormai avanzata, essendo stato testimone diretto ritengo opportuno ricordare una serie di passaggi che testimoniano la forza e la incisività del lungo itinerario decisionale.

Nel 2001 il Commissario Van Miert fu incaricato dalla Unione Europea di avviare i lavori di aggiornamento delle Reti Trans European Network (TEN – T), sì di quell’impianto strategico proposto dagli esperti del Piano Generale dei Trasporti italiano sin dal 1985 ed approvato dal Parlamento europeo il 1987. Ebbene, il Commissario Van Miert con un gruppo di delegati, indicati da parte di tutti gli Stati della Unione Europea, portò a termine, in circa 15 mesi, la definizione dei nuovi assi infrastrutturali e tra questi comparvero i due Corridoi fondamentali relativi all’asse Lisbona – Madrid – Lione – Torino Milano – Venezia – Trieste – Kiev e Berlino – Milano – Bologna – Roma – Napoli – Palermo. Nel Corridoio Berlino – Palermo era inserito e pienamente condiviso il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina; un progetto definito insieme ai quattro valichi alpini “il superamento di un anello mancante nel sistema infrastrutturale della Unione Europea.

Nel 2003 a Van Miert subentrò la Commissaria Loyola De Palacio che, con il coinvolgimento di tutti i delegati dei Paesi della Unione Europea (passati da 15 a 28), nel 2005 fece approvare il nuovo assetto delle Reti TEN – T ed anche in questo caso venne riconfermata la validità della continuità territoriale tra l’Europa e la Sicilia attraverso il Ponte sullo Stretto di Messina.

Questa base pianificatoria portò al varo della soluzione del 2011 caratterizzata da nove Corridoi portanti dell’intero assetto infrastrutturale (reti stradali, ferroviari, nodi portuali ed interportuali ed aree metropolitane). Un quadro strategico che identificava 9 Corridoi e di questi 9 Corridoi quattro coinvolgevano in modo diretto il nostro Paese e cioè:

Corridoio 1. Baltico – Adriatico (dal Mar Baltico al Mar Adriatico – Ravenna)

Corridoio 3. Mediterraneo (da Algeciras al confine ungherese ucraino)

Corridoio 5. Scandinavo – Mediterraneo (dal Baltico fino alla Sicilia e Malta)

Corridoio 6. Reno – Alpi (dai porti del Mare del Nord, da Rotterdam a Genova)

Nel Corridoio 5 Scandinavo – Mediterraneo compariva ancora una volta  la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina come opera strategica fondamentale.

Nel 2025 c’è stato l’ultimo aggiornamento che ha confermato ed in parte implementato i quattro Corridoi ribadendo per la ennesima volta, la validità strategica del Ponte sullo Stretto di Messina.

Avendo partecipato, su designazione del Governo italiano, ai lavori della redazione delle Reti TEN – T nel periodo 2002 – 2013 sono in grado di testimoniare la serietà e l’approfondimento sistematico dei lavori e ricordare che il gruppo di lavoro, coordinato sin dall’inizio da Commissari europei come Van Miert e De Palacio, ebbe come supporto economico un organismo come la Banca Europea degli Investimenti (BEI). Preciso anche che tutte le scelte, tutte le motivazioni strategiche sono state sempre avallate dai singoli Stati sia attraverso lunghe e capillari audizioni dei titolari dei Dicasteri competenti, sia attraverso motivazioni tecnico economiche prodotte da primarie società di consulenza.

Ora questa oggettiva documentazione non può, in alcun modo, essere oggetto di attacchi da parte di schieramenti tutti mirati a incrinare, a invalidare, a mettere in discussione una scelta che è, ripeto, supportata da decisioni che si caratterizzano, a tutti gli effetti, come veri invarianti decisionali. Qualcuno potrebbe dire che queste scelte non sono state supportate da un coinvolgimento diretto ed indiretto del territorio, cioè dei fruitori finali e quindi non sono il risultato di una democratica scelta. Devo precisare che queste scelte, sì quelle relative alle Reti TEN – T e quindi al Ponte, sono state esposte più volte nelle Commissioni parlamentari competenti dei singoli Paesi della Unione Europea e i vari Corridoi con i relativi progetti come in particolare i cinque anelli mancanti (4 nuovi valichi ferroviari lungo l’arco alpino ed il ponte sullo Stretto di Messina) sono stati sempre approvati o alla unanimità o con una vasta maggioranza all’interno delle singole Commissioni o da parte delle vaie Regioni attraversate.

Dire, ad esempio, di no al Ponte sullo Stretto di Messina perché in tal modo si aggrega il dissenso e si costruiscono le condizioni per dare vita ad un nuovo schieramento politico o si rafforza uno già esistente, significa incrinare quello che in più occasioni definiamo “impegno democratico”; tutto questo ritardando la realizzazione di una scelta strategica per colpa di una minoranza, per colpa di un limitato gruppo di soggetti pronto a diventare interlocutore determinante. E questo itinerario è sicuramente una testimonianza completamente opposta a qualsiasi linea democratica.

Questa mia denuncia in realtà dovrebbe trovare l’intero sistema parlamentare italiano non solo convinto della validità delle scelte supportate da simili fasi autorizzative avvenute a scala comunitaria e dovrebbe, al tempo stesso, difendere, in modo trasversale, tali scelte perché legate alla crescita ed allo sviluppo del Paese; inoltre proprio le forze della opposizione presenti all’interno del Parlamento dovrebbero temere quelle forme autonome di dissenso perché in grado di penalizzare pesantemente  la funzione ed il ruolo delle istituzioni democratiche. (ei)

Slogan, fatti e responsabilità
e il tempo delle elezioni regionali

di DOMENICO TALIA – Se si considera con la giusta attenzione lo stato della Calabria negli ultimi cinquant’anni, incluso il periodo attuale, non mi pare ci siano molte ragioni per essere orgogliosi nel rivendicare, da parte dei politici di maggioranza attuali e passati e anche da parte di alcuni esponenti che oggi sono all’opposizione, quello che finora è stato realizzato dai governi e dalle assemblee regionali per la Calabria e per i calabresi.

In questa prospettiva, ad esempio, lo slogan del presidente uscente (“In 4 anni di più che in 40”), appare come un atto di hybris che vorrebbe seppellire con uno slogan quanto fatto nel passato dai governi regionali in una buona parte dello stesso suo schieramento politico. Una enfatizzazione oltre misura dell’azione quadriennale di governo che si è conclusa anzitempo per cause che originano più all’interno della maggioranza che negli uffici della procura del capoluogo.

L’aspetto preoccupante dello stato delle cose calabresi risiede nel fatto che la mancanza o l’inadeguatezza dell’agire politico regionale non appartiene soltanto alle maggioranze che hanno governato l’ente regionale, ma anche all’inefficacia delle opposizioni che si sono susseguite, fino a quella dell’ultima legislatura che si è distinta per una sorta di “silenzio assenso” – pure all’interno della limitata attività del Consiglio – che non fa onore ai suoi rappresentanti.

Questo stato di cose non è evidentemente frutto di un unico fattore, ma da una combinazione di elementi, tra i quali la mediocrità delle classi politiche regionali che si sono succedute, la complessità della ‘Questione calabrese’ e forse anche le responsabilità dei cittadini elettori che nel tempo non pare siano stati in grado di fare scelte di voto di grande qualità. Dunque, la storia politica della regione Calabria si caratterizza per una diffusa, e per nulla efficace, stagnazione delle iniziative di governo che, se si esclude qualche azione sporadica, non hanno inciso in modo organico sul progresso della comunità regionale. Una comunità e un territorio che continuano a frequentare le ultime posizioni in molte graduatorie nazionali ed europee su molti versanti: economico, sanitario, sociale e infrastrutturale.

Purtroppo, nessuno degli storici elementi di progresso in Calabria sono state determinati dai governi regionali (l’Autostrada, l’Università della Calabria, il Porto di Gioia Tauro), mentre spesso l’ente regionale è causa di enormi ritardi burocratici e decisionali nella realizzazione di opere fondamentali per la Calabria e nell’erogazione di servizi ai cittadini. Questa mancata incisività non è ovviamente slegata dalle alte vette di astensione dal voto che la maggioranza del calabresi ha contribuito a raggiungere.

Allora sarebbe opportuno che il dibattito elettorale abbandonasse alcuni toni trionfalistici che si notato nelle dichiarazioni e nei brevi video social di chi ha governato nel recente e anche in qualche lontano passato e ogni schieramento si dedichi a delineare un’idea di futuro concreta e realmente innovativa per la Calabria. Un’idea di futuro che sia praticabile considerando l’interesse di tutti i calabresi e non soltanto della propria parte, o peggio ancora delle conventicole improduttive o dei feudi che da elettorali, dopo le elezioni spesso si trasformano in feudi fondati su finanziamenti pubblici.

Questa volta, dopo diverse tornate elettorali confuse, abbiamo i due candidati principali che sono realmente concorrenti con due chiari schieramenti contrapposti. Bene, allora i calabresi possono e devono pretendere che la competizione si svolga sul piano di programmi realistici e realizzabili, rifiutando i facili slogan che servono soltanto ad accontentare i propri sodali ma che lasceranno la Calabria ultima in tante classifiche e prima in quella dei non votanti.

I candidati, soprattutto quelli che hanno la possibilità di essere eletti, dovrebbero pensare a cosa serve e a cosa potranno fare per l’intera regione e non soltanto per la loro parte politica. Se riescono, i candidati presidenti e i candidati consiglieri, ci dicano come vogliono sostenere la Calabria sulla via dell’innovazione, del lavoro e della salute pubblica. Ci spieghino con elementi oggettivi e mostrando una vera cultura politica (si può ancora usare questo termine?) come pensano di superare le grandi distanze dalle regioni più efficienti in Italia e in Europa.

Dimostrino la consapevolezza politica di dover governare una regione in difficoltà, con una popolazione che continua a diminuire e con molti giovani costretti ad andare via. Certamente le opportunità esistono per ‘scollare’ la Calabria dai suoi problemi, ma chi la guiderà eviti di farci credere che basti la nduja, la tarantella e qualche inaugurazione, per cambiare il destino di questa terra bellissima e sofferente.

A noi cittadini elettori rimane la responsabilità di valutare le proposte e non gli slogan e di sostenere quelli che hanno buone idee e capacità di fare. Rifiutando di votare per i diversi ciarlatani, dovunque essi si annidino, che ad ogni elezione si affrettano a riempire le liste sperando soltanto di averne un beneficio personale o di casta.

Il sud si svuota e la Calabria guida la fuga degli Under35

di MARIAELENA SENESELa Calabria continua a perdere i suoi giovani a un ritmo allarmante. Secondo le ultime elaborazioni basate su dati Istat, negli ultimi vent’anni la regione ha perso circa 162.000 giovani tra i 18 e i 34 anni, pari a un calo del 32,4% in questa fascia cruciale per lo sviluppo economico e sociale. Un trend che, se non invertito, rischia di compromettere in modo irreversibile il futuro demografico e produttivo del territorio.

Dietro tutti questi numeri ci sono storie di  ragazzi e ragazze che fanno le valigie per costruire un progetto di vita lontano dalla propria terra. Per la Uil la vera sfida, oggi,  è non solo far rientrare i giovani che sono andati via, ma fermare questa continua emorragia. Da tempo la Uil propone  l’istituzione di un Fondo Regionale dedicato, con l’obiettivo di   creare le condizioni per un rientro stabile e duraturo, attraverso un pacchetto integrato di misure economiche, fiscali e sociali.

Proposte concrete che possono contribuire ad arginare un fenomeno che oggi è strutturale, partendo dalle potenzialità di questa terra che,  se opportunamente valorizzate, possono contribuire a creare sviluppo e occupazione stabile.

Tra gli interventi previsti: Voucher “Torno in Calabria”: fino a 30.000 euro per chi rientra per lavorare, avviare un’attività o una start-up; Aiuti per l’affitto con opzione di acquisto affinché i giovani possano vivere in abitazioni a prezzo protetto, che potranno eventualmente acquistare successivamente. Il denaro versato come canone sarà conteggiato come anticipo sull’acquisto futuro; Fondo “Start-Up Rientro”: contributi a fondo perduto fino al 70% per imprese innovative fondate da calabresi tornati dall’estero o da altre regioni; Borse di ricerca “Ricerca a Sud”: incentivi per ricercatori che rientrano a lavorare in atenei, enti pubblici o privati calabresi; Credito d’imposta per le imprese: sgravi fiscali per chi assume professionisti rientrati.

E, ancora, Piano “Calabria Smart Work”: creazione di hub digitali e spazi di co-working nelle aree interne per attrarre lavoratori da remoto; Portale “Talenti di Ritorno”: un database regionale per facilitare il matching tra domanda e offerta e sostenere chi vuole tornare.

Non sono proposte astratte, ma realizzabili utilizzando le risorse europee.

Sebbene il Programma Regionale Calabria Fesr-Fse+ 2021-2027 non preveda esplicitamente il finanziamento diretto per l’acquisto della prima casa, la misura potrà essere strategicamente integrata nell’ambito dell’Obiettivo di Policy OP4 – “Una Calabria più sociale e inclusiva”, e in particolare attraverso l’Obiettivo Specifico 4.3.1, che dispone di oltre 56 milioni di euro destinati a interventi abitativi e di housing sociale.

La nostra proposta non si limita ad  incentivare il rientro, ma ha un obiettivo ancora più ambizioso: trasformare il ritorno in permanenza produttiva, legata ad un nuovo modello di sviluppo che valorizzi le risorse locali, puntando su settori strategici come l’agroindustria, l’energia rinnovabile, il turismo sostenibile, la blue economy, la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale, l’healthcare. Non un libro dei sogni, ma una visione  pienamente coerente con l’Obiettivo di Policy OP1 – “Una Calabria più competitiva e intelligente”, in particolare con l’Azione 1.1.2, che promuove: la creazione e il consolidamento di start-up innovative, spin-off universitari e PMI ad alto contenuto tecnologico; programmi integrati di formazione, orientamento, tutoraggio e incentivazione; investimenti iniziali e di espansione e la realizzazione di hub e acceleratori d’impresa.

A queste misure si aggiungono le opportunità offerte dal Piano Regionale nell’ambito dell’OP4, tra cui:

L’Azione 4.a.1 (oltre 31 milioni di euro) per il miglioramento dell’accesso al lavoro e la promozione dell’occupazione giovanile;

L’Azione 4.a.2 (quasi 11 milioni di euro) per il lavoro autonomo e lo sviluppo dell’economia sociale.Il progetto prevede lo sviluppo di percorsi formativi avanzati, in collaborazione con università, centri di ricerca e imprese locali, per formare professionisti altamente qualificati, capaci di guidare la transizione ecologica e digitale e attrarre nuovi investimenti.

Non si può parlare di sviluppo e rilancio del territorio se non c’è un deciso investimento nel capitale umano.

“Ritorno dei Cervelli” non è solo un piano tecnico, ma è la volontà concreta di trasformare una terra di partenze in un laboratorio di innovazione e crescita sostenibile. 

I giovani non sono solo il futuro: sono il presente che dobbiamo sostenere. L’impegno di tutti deve essere quello di dare una casa, un lavoro, un progetto di vita a chi vuole tornare.

I fondi europei disponibili – Fse+, Fesr e Fsc, oltre a risorse Pnrr ancora attivabili – rappresentano un’opportunità concreta per attuare questo piano.

Non si tratta di assistenzialismo, ma di un investimento sul futuro. Altre regioni e Paesi europei ci dimostrano che riportare a casa i talenti è possibile, se c’è una visione chiara e il coraggio di agire. Ma alla fine  la vera domanda non è se possiamo farli tornare. La vera domanda è: quanto siamo disposti a cambiare per meritare il loro ritorno? (ms)

(Segretaria generale Uil Calabria)

I vescovi calabresi: L’appello a non disertare le urne

La democrazia è un bene fragile e prezioso, che non si conserva da sola ma chiede di essere vissuta e rigenerata ogni giorno. In occasione delle prossime elezioni regionali, sentiamo il dovere di rivolgere un appello forte e chiaro alle comunità ecclesiali e civili della Calabria: la partecipazione non è un accessorio, ma un compito che interpella la coscienza di ciascuno, non è un rito stanco, ma un atto di rigenerazione collettiva.

Il recente cammino della nostra Chiesa regionale ci ha sollecitati a riscoprire alcune priorità decisive: l’impegno di tutti per la trasformazione della società, l’attenzione a chi resta ai margini, la costruzione di una cittadinanza solidale, la centralità del bene comune come criterio di giudizio. È questo il cuore di una visione che spinge a costruire, insieme, la città degli uomini e delle donne di buona volontà, nella logica di un umanesimo integrale, capace di tenere insieme sviluppo e giustizia, libertà e responsabilità, diritti e doveri. La democrazia non è mai neutra: o si rinnova come spazio di giustizia o diventa terreno fertile per clientele e rendite di posizione.

Alle Settimane Sociali di Trieste (2024), Papa Francesco ha usato un’immagine potente: la crisi della democrazia come un cuore ferito. Un cuore che soffre quando prevalgono corruzione e illegalità, quando la politica diventa autoreferenziale, incapace di ascolto e di servizio. Un cuore che si ammala quando cresce la cultura dello scarto e intere fasce di popolazione – poveri, giovani, anziani, persone fragili – vengono emarginate. Ogni volta che qualcuno è escluso, tutto il corpo sociale ne porta la ferita. L’apatia civica non è solo un fatto individuale, ma il sintomo di un tessuto sociale indebolito, che rischia di trasformare i cittadini in spettatori di un copione scritto da altri.

In quella stessa occasione, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha posto domande che ci toccano da vicino: «Si può pensare di contentarsi che una democrazia sia imperfetta? Di contentarsi di una democrazia a bassa intensità? Si può pensare di arrendersi al crescere di un assenteismo dei cittadini dalla cosa pubblica? Può esistere una democrazia senza il consistente esercizio del ruolo degli elettori?» E ha ammonito a non confondere il parteggiare con il partecipare, ricordando che «al cuore della democrazia vi sono le persone, le relazioni, le comunità».

Queste parole illuminano la nostra responsabilità come cittadini e come cristiani. L’astensione e l’indifferenza non sono mai neutrali: finiscono sempre per gravare sui più deboli e consegnano il futuro nelle mani di pochi. Partecipare, invece, significa prendersi cura del cuore della nostra terra, contribuendo con il proprio voto alla costruzione di una Calabria più giusta, solidale e fraterna.

Per questo, invitiamo tutti a vivere le elezioni regionali non come un adempimento formale, ma come un’occasione concreta di libertà e di scelta responsabile. La democrazia si alimenta della voce di ciascuno: scegliere significa incidere sul presente e aprire possibilità di futuro. Non c’è libertà senza scelta, non c’è bene comune senza partecipazione. Chi rinuncia a scegliere rinuncia a costruire il proprio futuro: è un lusso che la nostra terra, già solcata da diseguaglianze e migrazioni forzate, non può in alcun modo permettersi. (cec)

La corsa per le elezioni,
ma nessuno parla di scuola…

di GUIDO LEONE – Siamo in piena campagna elettorale e, finora, non si è sentito parlare quasi per niente di scuola nella stragrande maggioranza dei dibattiti politici, come se il mondo dei ragazzi e dei giovani non esistesse e come se l’istruzione e la cultura, con la promessa di cittadinanza alle nuove generazioni, sia di un mondo alieno. Mai come in questa tornata elettorale la politica sembra – anzi è – distante dalla vita vera. Quella che incontri al mercato, davanti alla scuola, tra la gente di strada insomma. Vai a sapere che cosa pensano i candidati allo scranno dell’assise regionale della scuola,  al di là delle parole d’ordine, della scuola viva, che sta in trincea nei paesi collinari e montani, nelle periferie urbane della Calabria, dei risultati che hanno prodotto trenta anni di politiche scolastiche nefaste condotte in modo bipartisan dai vari ministri.

La scuola di Reggio e della Calabria, intesa come strumento strategico di crescita del capitale umano in funzione dello sviluppo del territorio, non ha mai avuto complessivamente su di sé l’attenzione della rappresentanza politica.

Mentre i vari indicatori sulla qualità del nostro sistema scolastico ci restituiscono severi aspetti di criticità riassumibili in: una crisi nei risultati scolastici che si manifesta già nella scuola dell’obbligo e che sembra prefigurare successivi scacchi formativi; una stratificazione sociale nelle scelte tra i diversi indirizzi della scuola secondaria superiore, che si ripercuote nei livelli di apprendimento; l’emergere di un disagio sottile, di una difficoltà a coinvolgere fino in fondo gli allievi nella loro esperienza scolastica,testimoniato dal fenomeno dei debiti scolastici, che, comunque, indica un rapporto non positivo con gli apprendimenti scolastici (matematica, italiano, lingua straniera,ecc.); tendenza alla licealizzazione del sistema scolastico.

La nostra regione, poi, esibisce i dati più sconfortanti in materia di sicurezza e di adeguamento degli edifici scolastici. A ciò si aggiunge la permanenza di squilibri territoriali: è stato più volte rimarcato che molti comprensori delle aree interne della Calabria sono tagliati fuori da una offerta formativa extra-curricolare per la mancanza dei servizi, trasporti in particolare, che penalizzano la partecipazione degli studenti alle attività pomeridiane che le istituzioni scolastiche pongono in essere per il completamento del percorso educativo. Questo stato di cose non assicura equità e qualità. Non garantisce il diritto allo studio per tutti.

Discutibili i processi di dimensionamento che in questi anni non hanno  tenuto conto delle peculiarità territoriali, dei bisogni formativo/educativi di determinate aree a rischio della regione, che non hanno razionalizzato i processi di accorpamento delle singole scuole in termini di moderna consortilità intercomunale, come avviene per altro genere indispensabile di servizi alla comunità.

È sul territorio che si misura la capacità della politica ad affrontare i nodi strutturali di un sistema scolastico come il nostro che manifesta delle criticità ormai consolidate che vanno dal gap nei livelli di apprendimento tra i nostri studenti e il resto del Paese alla qualità dei nostri edifici scolastici.

L’autonomia differenziata, poi, sancirà gli squilibri che già esistono e li renderà definitivi e insuperabili. Il gap di servizi, nella scuola, nella sanità, nel sostegno alla disabilità e alla integrazione, negli asili, nella dotazione di verde, di parchi, di attrezzature sportive, di risorse di sostegno all’apparato produttivo, etc., diventerà “legittimo”, un privilegio etnico-territoriale immodificabile. Insomma chi, all’interno della stessa nazione, abita in territori particolari e benestanti ha più diritti di chi invece ha avuto la ventura di abitare in territori disgraziati.

Ma non ci si sofferma mai però a fare una attenta analisi sul perché di tali risultati per poi avviare una seria ricostruzione della scuola con investimenti seri e reali, anche in termini di risorse umane, ancorché necessari in un territorio che denuncia severi tassi di dispersione e di abbandono, di analfabetismo primario e di ritorno e dove la cultura della illegalità è peraltro molto diffusa.

La verità è che la nostra classe politica non ha molta  dimestichezza con le aule, non ha mai visto cosa significa lavorare negli istituti di frontiera, non ha mai visto cosa vuol dire stare a contatto con i ragazzi difficili nelle classi, non ha mai visto come molti insegnanti lavorano con passione e impegno veramente encomiabili.

Entrate nelle scuole, cari politici, parlate nel corso di questa campagna elettorale con i docenti, i dirigenti, le famiglie, e vi renderete conto come la scuola reggina e calabrese merita molto di più di come è conciata ora.

Ma, calandoci nel nostro territorio perché quello che ci interessa di più è sapere cosa farà la Regione per i prossimi cinque anni, gradiremmo sapere cosa ne pensano del sistema scolastico e universitario ai fini dello sviluppo della nostra regione. Magari diciamo noi cosa ci attendiamo dal futuro ente Regione.

Mondo della scuola e pianeta del governo regionale, nelle sue varie declinazioni, non hanno mai realizzato un dialogo in questi termini. Eppure, è assodato che maggiori possibilità occupazionali vengono garantite da quelle scuole che sono inserite in una filiera formativa che metta insieme distretti industriali, ricerca delle imprese e buoni istituti tecnici e professionali. Mare, montagna, turismo,  agricoltura, nuove fonti di energia, solo per citare alcuni dei settori strategici di sviluppo della nostra regione. La strategia d’intervento che qui si vuole evidenziare è basata, in primo luogo, su una attenta conoscenza del contesto territoriale e socio culturale e l’adozione di strumenti differenziati a seconda degli ambiti e dei destinatari.

Non abbiamo visto per esempio, particolari politiche incentivanti per gli istituti professionali alberghieri e turistici o per gli istituti artistici. Intendo sottolineare che c’è una vocazione specifica di determinati ambiti del territorio regionale che va individuata e stimolata. Cioè, se un territorio è naturalmente vocato per uno sviluppo turistico o agricolo, la strategia politico-amministrativa deve agevolare tale crescita lungo tutta la filiera che parte dalla formazione e fino all’inserimento nel locale mercato del lavoro.

Politiche scolastiche, politiche culturali, politiche sociali e del lavoro devono essere assolutamente integrate. Non possono essere scollegate come è stato fino ad oggi.

Penso che la nuova Amministrazione regionale calabrese che verrà fuori dalla prossime elezioni debba interpretare questa fase in termini di grande responsabilità e grande lungimiranza ed assumere questo tema non per le implicazioni di potere, per i posizionamenti o  per le interferenze possibili, ma come fattore fondamentale per conseguire risultati importanti sul piano dello sviluppo e della civiltà.

Noi riteniamo, altresì, che sia indispensabile riscrivere una nuova legge quadro per un sistema regionale di istruzione e formazione professionale che preveda l’istituzione: di una Autorità regionale per l’orientamento continuo, a garanzia del diritto all’orientamento; di una Scuola regionale per l’Orientamento, che si occupi di fornire percorsi di aggiornamento e formazione sulle tematiche specifiche destinati al personale della pubblica amministrazione impegnato in funzioni di orientamento; di un Osservatorio Regionale delle professioni, finalizzato a promuovere la costituzione di una banca dati delle figure professionali; della Conferenza annuale dei servizi sull’educazione, di concerto con l’Ufficio Scolastico Regionale, partecipata da tutti i soggetti che in Calabria concorrono al sistema educativo, e finalizzata al confronto sulle strategie formative funzionali allo sviluppo sociale, culturale ed economico della nostra regione (esperienza mai realizzata finora); degli Stati Generali per la Scuola, finalizzati ad assicurare un raccordo efficace tra la Scuola ed il mondo del lavoro.

Allora, la Regione Calabria ha oggi sicuramente l’obiettivo di recuperare un protagonismo forte in questo campo, di esprimere una politica per l’istruzione nel rispetto delle autonomie.

I tempi sono maturi  per un serio nuovo confronto politico – istituzionale, atteso che in questi ultimi decenni non si è nemmeno realizzata una conferenza interistituzionale  sui temi della scuola e dell’istruzione e delle linee di sviluppo socio-economico della regione verso cui orientare magari nuovi  profili formativi in uscita dal sistema scolastico e universitario degli studenti calabresi. Mi auguro che con l’avvio della prossima consiliatura regionale, gli indispensabili  tavoli interistituzionali che dovranno essere attivati unitamente all’ Ufficio scolastico Regionale operino con una visione innovativa. Certo, ad oggi, l’Ufficio scolastico regionale per la Calabria ci ha messo anche del suo con la scarsità delle iniziative sul territorio calabrese. Il nostro pianeta scuola è sfilacciato da un bel po’, ogni scuola va a ruota libera e di direttive, oltre che di presenze istituzionali strategiche sul territorio, se ne vedono ben poche e finalizzate ad atti prevalentemente burocratici. Abbiamo avuto tempi migliori!

(Già dirigente tecnico U.S.R. Calabria)

Quale visione del territorio?
Dai candidati parole & parole

di DOMENICO MAZZA e SANDRO FULLONEChiusa la fase di formazione delle alleanze e quella dei candidati a presidente è necessaria una riflessione su come essa sia stata gestita. Questa premessa serve a capire come gli elettori si approcceranno al voto. Quindi, se la campagna elettorale possa ancora avvenire nelle forme storiche in cui le abbiamo conosciute oppure se paleserà cambiamenti profondi rispetto al passato. Un dato è certo: anche questa volta, la storia si ripete. La Calabria resta vittima del gioco al massacro imbastito da comitati elettorali sempre più camuffati dai simboli di partito. Trasversalismi, atteggiamenti camaleontici e riproposizione dei soliti noti certificano che lo sbandierato cambiamento è, in realtà, un concetto talmente inflazionato da non poter essere considerato credibile. Il contesto politico in cui si esplica la nuova campagna elettorale presenta ombre preoccupanti di fronte a un fattore ormai endemico di un sistema politico nazionale, e locale soprattutto, in forte crisi identitaria. È necessaria, altresì, un’analisi oggettiva e spietata della crisi che impatta la democrazia rappresentativa. Alle ultime elezioni politiche, l’astensionismo ha sfondato il muro del 30%. In ragione di quanto descritto, i programmi non possono limitarsi a elencare una sommatoria di problemi. Vieppiù, sapendo che negli ultimi sondaggi in circolazione, meno di un italiano su cinque si fida dei partiti. E, allo stesso tempo, le persone non credono che andare al voto cambi qualcosa nel funzionamento del Paese. Ancora, bisogna fare i conti con il 41% delle persone che si astengono, ritenendo le elezioni un modo come un altro per ingannare il popolo. Quanto elencato è lo specchio di tornasole di un malessere diffuso nella popolazione. La domanda che rivolgiamo ai giocatori in campo è la seguente: come il sistema politico calabrese ha gestito la fase propedeutica alla campagna elettorale? La nostra impressione è che, anche stavolta, il tutto sia stato impostato sulla spasmodica ricerca di un posto al sole. Riteniamo, invero, che i giochi si siano svolti a briglia sciolte e in assenza di un ragionamento politico-culturale. È mancata, altresì, una discussione sul futuro della Calabria e su un nuovo modello di sviluppo imposto dai profondi cambiamenti che investono il Mondo intero.

La mediocrità, la Politica mutata in casta e lo spettro dell’astensionismo

Quando l’agone politico si trasforma sempre più in un circolo elitario che coinvolge quasi esclusivamente gli stessi soggetti, il rischio dell’astensionismo massivo è elevato. Disertare le urne non è certamente un fenomeno nuovo. Anzi, è tendenza diffusa e radicata che, da tempo, agisce corrodendo le fondamenta stesse della partecipazione democratica. Un elemento da non sottovalutare, quindi, quello del non voto. Ben lontano dall’essere ridotto a normale fattore fisiologico e che diventa argomento di dibattito acceso soltanto nelle ore immediatamente successive allo spoglio. Salvo poi essere metabolizzato nei periodi successivi alle tornate elettorali. Negli ultimi anni, in verità, da quando si è scelta la scellerata via di abrogare il finanziamento pubblico ai partiti, le campagne elettorali sono sempre più palcoscenico di “Politici di professione” e sponsor imprenditoriali che decidono su quale figura investire. L’abolizione del finanziamento pubblico ha avuto un effetto devastante sulla democrazia: i partiti hanno perso le radici territoriali, le sezioni, i circoli. Fare politica è diventato un lusso per chi non dispone di mezzi propri o non gode di appoggi significativi. La Politica si è impoverita di intelligenze, ha smesso di formare persone ed è rimasta nelle mani di pochi mestieranti. Non serviva, pertanto, cancellare il finanziamento pubblico. Bastava renderlo trasparente e controllato; possibilmente non dalla Politica stessa. Abbiamo concesso alla mediocrità di prevalere sulla ragione. E la mediocrità non arriva mai per caso. È il risultato di scelte ripetute, di strategie consapevoli o inconsapevoli che mirano al consenso rapido e indolore. La logica è semplice: dare alla gente ciò che vuole, non ciò di cui ha realmente bisogno. Tale andazzo ha generato un’offerta che evita fatiche intellettuali. L’insignificanza programmatica è diventata modello. Adeguarsi alle masse, d’altronde, non richiede sforzi, non turba, non mette in discussione. Al punto da arrivare a una degenerazione partitica che candida chiunque possa vantare un drappello di voti. Utili, quest’ultimi, il più delle volte, a far eleggere i soliti noti.

Denatalità, esodo demografico e invecchiamento della popolazione. La politica chiamata a fornire soluzioni e non palliativi

Il ruolo della Politica in Calabria non può limitarsi a scrivere qualche buon proposito su improbabili programmi elettorali. Serve una visione complessiva e organica che abbracci tutta una serie di questioni costruendo una sintesi schematica per un rilancio sistemico dell’Ente. Servono idee concrete e vincenti. Non basta riportare qualche slogan che, di volta in volta, viene riproposto all’elettorato, stante lo stagnamento generalizzato di idee e soluzioni. Ci chiediamo quale sia il fine di deviare il discorso politico dalle problematiche preminenti, promettendo bonus o aperture di cantieri? Probabilmente, a ingannare un elettorato del quale, ahinoi, la Politica dimostra di non avere particolare stima. Se non si interverrà con soluzioni ottimali, atte a frenare l’emorragia demografica dei giovani, nessuna grande opera o azione assistenzialistica potrà fermare l’involuzione a cui questa Regione appare inesorabilmente condannata. Serve creare lavoro. Senza lavoro non può esistere dignità. E senza dignità, i calabresi non saranno mai popolo, ma solo un insieme di sudditi. La Calabria non può permettersi altre stagioni di promesse illusorie. È necessario un progetto che apra a una governance autentica, originale e innovativa. Che non si basi sulla ricerca del consenso, ma rappresenti un’assunzione di responsabilità. In caso contrario, quella appena iniziata sarà la campagna elettorale in cui si resterà comodamente seduti sul divano di casa. In attesa non del reddito, ma di un’agognata dignità.

Riforme, sanità, grandi opere e rivoluzione digitale: non basta la stesura di un programma. Serve consapevolezza e visione capillare del territorio

Già dall’ultima settimana del mese scorso circolano i santini dei vari Candidati. Gli slogan proposti sono quasi sempre una raffazzonata riproduzione di quanto presentato nelle precedenti campagne elettorali. Tuttavia, adesso, il claim più ricorrente è il richiamo al territorio d’appartenenza. Quanto dichiarato, richiede un’accurata riflessione. Intanto bisognerebbe capire cosa i Candidati intendano con il termine territorio. Perché, nel caso di specie, il contesto nel quale si andrà a operare non è tecnicamente il proprio giardino di casa. È la Calabria, il territorio! Non parti di essa. Un Consigliere regionale che si rispetti, certamente dovrà essere espressione dell’ambito di riferimento, ma, ancor prima e ancor più, dovrà conoscere e quindi rappresentare ogni singolo angolo della Regione: dal Pollino allo Stretto, da levante a ponente. L’insana pratica di mettere davanti a tutto il proprio ambiente geografico di riferimento, rispetto la visione più ampia, è alla base dei ritardi che alcuni ambiti scontano rispetto ad altri. Indugi che, poi, sfociano nella creazione di contesti marginalizzati e resi lande periferiche dai rispettivi sistemi centralisti. Non è chiaro quale sia, nell’imminente circostanza elettorale, il senso di vantare una candidatura sibarita o crotoniate o della locride, atteso che i richiamati contesti ricadono in un perimetro elettorale che giocoforza li vede soccombenti. Non è un mistero, infatti, che i fulcri elettorali della Regione corrispondano agli ambiti prossimi dei tre Capoluoghi storici. È nelle tre Città (Cosenza, Catanzaro e Reggio) che si decidono i giochi, non altrove. Forse, mettere mano a una revisione dei perimetri elettorali, al fine di aggregare aree a interesse comune, sarebbe il modo migliore per potersi ergere a Rappresentanti dei rispettivi ambiti territoriali. Al contrario, continueremo ad avere aree sature di rappresentatività e aree che agiranno da serbatoi elettorali per altri contesti.

In tema di sanità, resta inutile pensare alla realizzazione di grandi ospedali se prima non si pianificherà quella che dovrà essere la destinazione d’uso dei nuovi presidi. È impensabile che una Regione di circa un 1800000 abitanti possa concentrare l’offerta sanitaria di secondo livello sui soli ospedali di CS, CZ e RC. Serve, necessariamente, un quarto ospedale che sia inquadrato come Hub. E, anche un bambino capirebbe che l’area più lontana da una sanità che possa definirsi accettabile è quella cornice geografica che abbraccia l’alto Crotonese e tutta la Sibaritide.

In tema di infrastrutture, è necessario, lungo la jonica, un asse longitudinale (parallelo all’A2) con caratteristiche autostradali. Il descritto sistema di mobilità dovrà essere intersecato da trasversali est-ovest che congiungano punti intermodali. Non servono inutili traverse per facilitare l’arrampicamento verso qualche qualche Centro diroccato. Bisogna sdoganare il concetto di Aree Interne rendendole funzionali agli attraversamenti stabili e collegandole con entrambe le linee di costa regionali. Servirà agevolare un processo di snellimento della macchina amministrativa favorendo evoluzioni di unione e fusione degli apparati amministrativi. Non è pensabile che una terra con meno della metà degli abitanti della sola Area metropolitana partenopea possa essere parcellizzata in 404 Comunità.

Infine, andrà avviato un lavoro di rigenerazione delle aree industriali dismesse e, contestualmente, un processo di innovazione digitale per snellire la burocrazia e favorire la nascita di nuovi posti di lavoro.

Solo così facendo, la Politica, oggi logorata dalla sfiducia e dai personalismi, potrà rilanciare l’idea che contino più i territori dei leader. È necessario invertire la rotta. Ma ciò richiede passione, studio, conoscenza e coraggio.1.000 euro per i docenti meridionali che si trasferiscono al Nord è solo l’ultimo esempio. Una misura pensata per “aiutare” chi parte, senza interrogarsi sul perché non si possa insegnare, lavorare o vivere nel proprio territorio.

A fine 2024 il governo  all’interno della Manovra Finanziaria 2025, ha previsto un fringe benefit fino a 5.000 euro per i neoassunti che trasferiscono la residenza oltre 100 km dal luogo di lavoro, si tratta di uno dei temi centrali del Piano Casa, nato dal confronto del governo con Confindustria, studiato per favorire il trasferimento dei lavoratori, o per meglio dire un sottinteso incentivo ad emigrare, a lasciare il Sud:

il Governo anziché incrementare le opportunità di occupazione nel Mezzogiorno, contribuisce incredibilmente con un bonus, fino 5000 euro, per convincere anche i più riluttanti a fare le valigie e andare al Nord.

A completare il quadro, il progetto di autonomia differenziata, se approvato in forma attuale, rischia di cristallizzare le disuguaglianze. Le regioni ricche avranno più risorse e competenze, mentre quelle più povere resteranno ancora più indietro. È una rottura del patto nazionale, una forma di secessione mascherata.

Quando un territorio serve solo come bacino di manodopera, riserva elettorale e mercato passivo, senza ricevere gli investimenti necessari per crescere, si può parlare di colonialismo interno. È quello che accade al Sud da oltre un secolo, ma con particolare evidenza nell’Italia repubblicana.

Non è un problema del Sud, è una ferita per l’Italia intera

La questione meridionale non riguarda solo i meridionali. Riguarda la tenuta democratica del Paese, il rispetto della Costituzione, la coesione sociale. Un’Italia che abbandona il Sud è un’Italia che si indebolisce, economicamente e moralmente.

Non bastano bonus e pacche sulle spalle. Serve: un grande piano di investimenti strutturali pubblici per il Sud; incentivi al rientro dei giovani emigrati (non solo laureati); potenziamento reale della sanità, dell’istruzione, della mobilità; decentramento amministrativo con poteri veri agli enti locali, ma con risorse certe e uguali; una politica nazionale che non consideri il Sud un “peso”, ma una parte strategica del Paese; cambiare rotta, o accettare la morte lenta.

Continuare a ignorare l’emigrazione meridionale significa accettare che una parte d’Italia si spenga lentamente. Ma non si può essere uniti a metà. Il futuro dell’Italia passa anche e soprattutto da una rinascita vera del Sud, non a parole, ma nei fatti. (dm/sf)

(Comitato Magna Graecia)

Una campagna elettorale da zero in condotta

di SANTO STRATI  – Il partito degli astensionisti, con buona probabilità, sarà, purtroppo, ancora una volta il vincitore morale (?) delle prossime elezioni regionali. I calabresi sono avviliti, delusi, incazzati e preferiscono disertare le urne.

È frutto, certamente, anche di una campagna elettorale avvelenata e feroce, dove i due sfidanti principali (il “disturbatore” Toscano col suo probabile zerovirgola non fa testo) si affrontano (non si confrontano) a suon di insulti e botta e risposta che non servono a nulla.

Se ci è concesso, questa è una campagna da zero in condotta. Anziché andare a testa alta mostrando i muscoli (il programma) sembra di assistere a una sfida tipo Ok Corral, ovvero un “duello” non una competizione elettorale, con elementari scaramucce verbali che non riscaldano o accendono gli elettori, anzi, semmai, li convincono di essere di fronte al nulla vestito di niente.

Poteva essere una campagna con molto fair play dove ogni candidato presidente, ignorando debolezze o superiorità dell’altro, giocasse il ruolo non da imbonitore di piazze, ma da politico con una visione di futuro da presentare ed esporre agli elettori. Non passa, invece, giorno, che gli attacchi frontali continuano ad arrivare ai media, ma soprattutto trovano terreno fertile nel social, dove – evidentemente – la nuova classe politica immagina di poter parlare direttamente al proprio elettorato – senza intermediazione giornalistica. Il risultato è una sorta di litigio da scuola elementare, dove alla maestra (gli elettori) si fanno notare i dispetti del compagno di classe, l’uno contro l’altro. In una diatriba che, onestamente, non appassiona proprio nessuno.

Manca il fair play, i candidati trattano l’avversario non come tale, ma come un nemico da abbattere con le parole: chi più ne ha più ne metta, indipendentemente dalla solidità delle argomentazioni.

E, poi, risulta evidente che entrambi i contendenti hanno sbagliato strategia, seguendo improbabili consiglieri che, ahimé, sembrano proprio digiuni di politica.

Il Presidente uscente ha puntato su uno slogan che gli è rimbalzato contro: «abbiamo fatto più noi in 4 anni che gli altri governi regionali in 40». Bella frase a effetto, peccato che per quasi vent’anni il governo regionale sia stato gestito dal centrodestra: hanno dunque fatto male non solo gli avversari, ma anche gli alleati? Bastava pensarci un attimo: a sconfessare il lavoro (buono o cattivo che sia stato) dei compagni di partito non aiuta certo ad accalorare gli elettori, semmai disegna una figura di “uomo solo al comando” che quasi sempre porta disastri. Occhiuto ha puntato, va comunque detto, su lavoro e sviluppo, ma la sua visione di futuro non viene comunicata in modo giusto. La giusta aspirazione di arrivare primo non dovrebbe scadere nella tracotanza o, peggio, nell’arroganza: gli elettori vogliono concretezza, certezze sul futuro, non insulti all’avversario.

Stessa cosa si può dire per Pasquale Tridico che, sulla scia della tradizione pentastellata, insiste a mettere in evidenza difetti e debolezze dell’avversario, tracimando spesso nella noia. Tridico aveva un’opportunità di parlare ai calabresi di futuro, guardando a sanità, sviluppo e crescita del territorio. È partito in quarta con le nobili intenzioni dell’inclusione sociale, offrendo (non si sa con quali risorse finanziarie) 500 euro di “reddito di dignità”. Un modo furbino di sperare di raccogliere i  voti dei “disperati” e degli orfani del reddito di cittadinanza, ma ha provocato reazioni contrarie in buona parte del popolo della sinistra. Già, perché i calabresi sono stufi di assistenzialismo e sussidi (che in diversi casi aiutano, per la verità, una famiglia fragile a sopravvivere), ma vogliono sentir parlare di crescita, di sviluppo, di occupazione.

In questo caso i 100 punti del programma di Tridico sono una bella esposizione di buone intenzioni, ma mancano del presupposto essenziale, ovvero, come si può cambiare una regione che ha vissuto per anni di lavoro nero, parassitismo e progetti avviati e finiti nel nulla?

Non si tratta di avere la bacchetta magica e di essere il Mandrake della situazione: i calabresi non vanno incantati o ipnotizzati a parole, servono fatti e serve concretezza.

Il confronto serio e leale tra due avversari, dove auspicabilmente ci sarebbe stato posto anche a un po’ di ironia, avrebbe sicuramente ammorbidito i toni e stimolato il dibattito tra i tanti che non hanno alcuna voglia di recarsi alle urne. Ma non si è visto e mancano giusto due settimane al voto: pensate che si possa cambiare in corsa? Abbiamo seri dubbi.

Avevamo pronosticato, con grande amarezza, che sarebbe stata una campagna elettorale aspra, ma non pensavamo di dover vedere ogni giorno i rintuzzi dell’una e dell’altra parte su cavolate immense, prive di qualsiasi valore. Un lapsus verbale (le “tre” province di Tridico diventa il pretesto per irridere l’avversario), e lo stesso vale per le “scivolate” di Occhiuto. Vogliamo smetterla con queste sbertucciate, che non fanno nemmeno sorridere, e cominciare il confronto delle idee su come trasformare il territorio, su come rilanciare le aree interne sempre più inaridite da un inarrestabile spopolamento, e discutere di sanità chiamando  a proprio sostegno chi vive (e soffre) di sanità: medici, specialisti, ricercatori, infermieri? Vogliamo pensare a una task force trasversale che possa indicare il percorso più idoneo a uscire dalla crisi della sanità calabrese? Certo, prima di tutto andrebbe azzerato il debito (lo abbiamo già scritto altre volte, azzerato non cancellato) al fine di poter utilizzare tutte le risorse disponibili: gran parte dei fondi viene utilizzata per pagare il debito, quindi mancano i soldi per aggiornare macchinari, pagare nuovi medici e infermieri, etc. A questo proposito, entrambi gli aspiranti governatori dovrebbero tenere in massima considerazione il documento proposto da Comunità competente (il cui portavoce Rubens Curia sarebbe un ottimo assessore alla Sanità) per “rivoluzionare” il sistema sanitario calabrese.

I delusi e gli avviliti della politica vorrebbero sentire proposte e idee risolutive, non chiacchiere da cortile e forse la percentuali degli astenuti potrebbe diminuire sensibilmente. Ma, attenzione, l’astensionismo non è fatto solo di chi è stufo della politica, di questa politica, ma – stimiamo – per un quarto è rappresentato da chi non viene (attenzione: viene) a votare, perché studia o lavora fuori regione e non può permettersi i costi del viaggio elettorale. A spanne saranno 200/250mila voti che mancano al conteggio e che vengono fatti rientrare tra gli “astenuti”.

Il Collettivo Valarioti anni fa si era fatto promotore di un’iniziativa per il voto a distanza (sfociata anche in una proposta di legge), ma è finito tutto nel dimenticatoio. Sarebbe ora di pensarci seriamente: il voto a distanza (ormai con ampi margini di affidabilità e sicurezza grazie alla tecnologia) potrebbe anche cambiare gli scenari delle elezioni: a chi fa paura? (s)