In Parlamento le pre-intese per l’autonomia differenziata. Il rischio di spezzare l’unità d’Italia

di ERNESTO MANCINI – Nei prossimi giorni le Commissioni parlamentari competenti saranno chiamate ad esprimersi, attraverso atti di indirizzo, sulle preintese raggiunte dal Governo con le Regioni del Nord (Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria) in materia di autonomia differenziata per settori importanti come sanità, protezione civile, professioni e previdenza integrativa.

Non fanno parte di tali preintese il Friuli-Venezia Giulia e la Valle d’Aosta perché regioni a statuto speciale. L’Emilia-Romagna, a seguito di un costante dibattito pubblico nel territorio ed una forte pressione popolare, ha revocato ogni precedente intesa preparatoria a suo tempo sottoscritta nel 2018.

È molto probabile che le pre-intese non verranno fermate dalle Commissioni nel prosieguo dell’iter legislativo. Il motivo è politico prima ancora che tecnico: il forte vincolo che lega la maggioranza parlamentare al Governo lascia prevedere un sostanziale via libera al Ministro Roberto Calderoli, dominus incontrastato sull’ autonomia perché ampiamente e formalmente delegato dalla Presidente del Consiglio. Egli potrà così proseguire il percorso fino alla stipula delle intese definitive, da approvare con legge ordinaria dello Stato, ai sensi dell’art. 2, commi 4 e 5, della legge n. 86/2024. 

Del resto, segnali in questa direzione, sono già evidenti. In sede di Conferenza unificata Stato-Regioni-Enti locali del 2 aprile scorso si è votato secondo schieramenti politici: le Regioni governate dalla destra hanno espresso parere favorevole, quelle guidate dalla sinistra parere contrario. Contrario è stato anche il parere dell’Anci che rappresenta i Comuni italiani. Ora il Parlamento dovrebbe svolgere un ruolo ben diverso: non ratificare decisioni già prese dal Governo ma indirizzare quest’ultimo a fermare il procedimento e ritirare le pre-intese. Sussistono infatti gravi profili di illegittimità costituzionale. 

1) Il caso dell’autonomia differenziata in sanità.

Per comprendere agevolmente tali profili di illegittimità, è sufficiente fare un esempio concreto: il settore sanitario.

Le intese prevedono, fra l’altro, che le regioni del Nord possano determinare autonomamente le tariffe e i criteri di remunerazione delle prestazioni sanitarie e cioè, in senso ampio, il valore delle prestazioni (ricoveri, prestazioni ambulatoriali, ecc.), senza essere vincolate, come invece continuerebbe a succedere per le altre regioni, ai parametri stabiliti a livello nazionale.

Una simile scelta è tutt’altro che neutra. Le tariffe sanitarie, infatti, non costituiscono un semplice prezzo tecnico, ma rappresentano uno degli strumenti centrali di gestione del Servizio sanitario pubblico. Esse incidono in modo diretto su molteplici profili: la gestione dei bilanci delle aziende sanitarie, la programmazione e il controllo della spesa pubblica, la determinazione del valore economico delle prestazioni, la comparabilità tra strutture e territori, nonché le analisi di costo/efficacia delle politiche sanitarie.

Le tariffe, perciò, non si limitano a remunerare le prestazioni, ma orientano le scelte del sistema sanitario, influenzando investimenti pubblici e privati nonché l’organizzazione dei servizi.

Proprio in ragione di tale funzione strategica, è necessario che la loro determinazione resti allo Stato, così da garantire uniformità nei livelli di assistenza, evitare diseguaglianze territoriali, contenere il rischio di squilibri e di competizione distorsiva tra Regioni, assicurare la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. L’opposto si verificherebbe se si accedesse alla autonomia differenziata alle regioni su tale funzione.

1) la violazione dei princìpi costituzionali

Da quanto precede discende, in primo luogo, la violazione del principio di sussidiarietà: la determinazione delle tariffe sanitarie incide sui livelli essenziali delle prestazioni (Lep) e sull’uniformità dei diritti fondamentali. Si tratta di ambiti che, per loro natura, richiedono una gestione unitaria a livello statale, come previsto dall’art. 118 della Costituzione e non, all’opposto, una gestione differenziata tra singole regioni o regioni del nord e regioni del centro sud.

In secondo luogo, è evidente la violazione del principio di specificità: la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 192/2024, ha chiarito che forme particolari di autonomia possono essere riconosciute solo in presenza di condizioni realmente differenzianti. Qui, invece, l’attribuzione del potere tariffario non è giustificata da alcuna peculiarità territoriale concreta.

Ancora. Si compromette l’unità dell’ordinamento: consentire sistemi tariffari regionali differenziati significa, di fatto, creare più sistemi sanitari distinti, in contrasto con l’unità giuridica ed economica della Repubblica sancita dall’art. 5 della Costituzione.

Non meno grave è la violazione del principio di solidarietà e del modello di regionalismo cooperativo: dare alle Regioni più forti la possibilità di fissare, a seconda della convenienza, tariffe maggiori o minori rispetto a quelle statali significa innescare una competizione tra sistemi sanitari, favorendo l’attrazione di investimenti e risorse, penalizzando, tra l’altro, le aree più deboli.

A cascata derivano ulteriori violazioni: violazione del principio di uguaglianza sostanziale (art. 3 Cost.), perché i cittadini riceverebbero trattamenti diversi in base al luogo di residenza;  violazione del diritto alla salute (art. 32 Cost.), che rischierebbe di diventare dipendente dalle risorse regionali; violazione del principio di coordinamento della finanza pubblica (art. 117, terzo comma), poiché lo Stato perderebbe strumenti essenziali per governare la spesa sanitaria e garantire l’equilibrio complessivo del sistema.

2) Oltre la sanità. Le altre funzioni strategiche 

L’autonomia differenziata non è una mera riforma organizzativa, ma è un passaggio forzato di poteri che confligge con i principi costituzionali e l’uniformità del servizio sanitario nazionale.

Peraltro, il tema delle tariffe regionali sganciate da quelle statali rappresenta soltanto uno dei tasselli di un più ampio disegno di differenziazione che il Governo intende riconoscere alle Regioni del Nord in ambito sanitario. A ciò si aggiungono, infatti, ulteriori e significativi svincoli dalla normativa statale: dalla disciplina dell’edilizia sanitaria, alla gestione dei fondi sanitari di natura assicurativa per i cittadini del Nord, fino all’autonomia nelle politiche di assunzione del personale e nell’impiego delle risorse finanziarie.

La sanità, peraltro, è solo una parte del progetto. Le richieste di autonomia differenziata investono infatti anche funzioni strategiche quali la protezione civile, le professioni e la previdenza complementare e integrativa. Ne risulta un quadro già di per sé profondamente incisivo sugli equilibri del sistema, capace di alterare in modo strutturale l’assetto unitario della Repubblica.

Ma l’aspetto, se possibile ancora più critico, risiede nell’effetto ulteriormente progressivo e accumulativo di tale disegno: sia il Governo sia le Regioni del Nord hanno infatti esplicitamente riservato la possibilità di estendere ulteriormente l’autonomia differenziata, una volta determinati i Lep, a tutte le restanti materie concorrenti Stato-Regione – ben diciotto – tra cui settori nevralgici come istruzione, trasporti, ricerca, governo del territorio, energia, ecc. All’interno centinaia di funzioni di cui molte strategiche.

In questa prospettiva l’autonomia differenziata non si configura più come un intervento circoscritto ed eccezionale bensì come un processo graduale di svuotamento delle competenze statali, destinato a tradursi, nel tempo, in un vero e proprio smantellamento dell’unità sostanziale dello Stato, con la conseguente frammentazione e differenziazione dei diritti e delle garanzie su base territoriale.

Si tratta dell’originario disegno secessionistico e disgregatore dello Stato nazionale.

Questi signori della maggioranza non si rendono conto di quello che fanno lasciando tutto in mano a Calderoli, secessionista della prima ora. Se, invece, se ne rendono conto, sono nemici della “patria” o della “nazione” come lorsignori amano chiamare lo Stato o il Paese traditi.

3) Conclusione

In conclusione, va chiarito che seguendo la prevalente dottrina costituzionale, chi scrive è a favore di un regionalismo avanzato per il quale va favorita ogni possibilità che lo Stato trattenga per sé soltanto funzioni irrinunciabili e davvero strategiche.

In presenza di situazioni sempre più complesse e di respiro internazionale lo Stato deve essere snello ed assolutamente capace di gestire le situazioni più complesse svincolandosi da strutture caratterizzate solo da pesante ed inutile burocrazia centralizzata. Un regionalismo avanzato, a ben guardare, rafforza lo Stato liberandolo da inutili burocrazie.

Ma ciò, sempre in linea con la dottrina prevalente, deve avvenire mediante il trasferimento di funzioni fondato sull’interesse generale e, comunque secondo criteri di parità e uniformità, escludendo assetti differenziati. È quanto avvenne negli anni Settanta quando, all’indomani dell’istituzione delle Regioni, furono trasferiti interi settori organici dell’amministrazione – quali l’urbanistica, l’assistenza sanitaria, l’agricoltura, il turismo e parte dei lavori pubblici – secondo una logica di omogeneità, parità e contestualità del trasferimento, ferma restando la posizione di sovra ordinazione legislativa e amministrativa dello Stato.

Il Parlamento ha oggi l’occasione di respingere, mediante un atto di indirizzo (mozione, ordine del giorno o risoluzione), questo illegittimo e, forse, anche illecito tentativo di autonomia differenziata.

Qualora, invece, si decidesse, come è probabile, di dare seguito all’iniziativa promossa da Calderoli col sostegno della maggioranza, la difesa dell’unità della Repubblica si sposterebbe inevitabilmente sul piano giurisdizionale e democratico e cioè davanti alla Corte Costituzionale, attraverso l’impugnazione della legge da parte delle regioni dissenzienti o mediante un giudizio incidentale di legittimità costituzionale, ovvero nelle piazze e nel  corpo elettorale referendario, mediante il referendum abrogativo.

Si tratta di strumenti che, alla luce della evidente abnormità giuridica e politica del progetto, presenterebbero elevate probabilità di successo. (em)

Comunali 2026 Reggio. Le prime proiezioni: oltre 20 punti di scarto tra Cannizzaro e Battaglia

Il nostro tradizionale studio sui flussi di voto offre le prime proiezioni sull’appuntamento elettorale più rilevante della Calabria: attenzione non è un sondaggio sulle intenzioni di voto, bensì l’analisi dei flussi elettorali dei partiti e delle liste fatta attraverso un algoritmo proprietario che ci ha permesso di anticipare, con un elevato margine di esattezza, il risultato delle precedenti consultazioni elettorali. (vedi le regionali del 2022, le politiche e le ultime regionali del 2025: ci siamo andati molto vicini!)
Cosa dovremo, dunque, aspettarci dalla contesa Cannizzaro-Battaglia per la conquista di Palazzo San Giorgio?

Euna partita il cui risultato sembra già scritto. L’analisi dei flussi elettorali dei partiti e delle liste– ripetiamo fino alla noia che non si tratta di un sondaggio, ma di uno studio sui dati reali disponibili – non lascia spazio a dubbi ed interpretazioni.

Salvo clamorosi colpi di scena, sempre possibili quando si parla di elezioni, la sfida per la fascia tricolore di Reggio Calabria sembra destinata a chiudersi al primo turno, a favore del candidato del centrodestra Francesco Cannizzaro.

L’analisi è stata condotta per conto di Calabria.Live sulla base dei risultati storici nelle ultime competizioni tenutesi negli scorsi cinque anni, vale a dire le comunali del 2020, le politiche del 2021, le europee del 2024, le più recenti regionali del 2025 e il referendum costituzionale del 2026, comparandoli anche con i sondaggi nazionali sulle principali forze politiche e con il numero e la composizione delle liste.

Mancando ancora tre settimane al voto, il margine di errore è ovviamente ampio, anche se tale metodo utilizzato nelle passate elezioni in Calabria è risultato piuttosto attendibile e vicino agli esiti finali, indicando comunque una tendenza dell’elettorato.

L’affluenza stimata al 60-62%

Cominciamo dal dato dell’affluenza che dovrebbe collocarsi tra il  60 e il 62%, portando al voto poco più di 85.000 elettori su circa 142.000 aventi diritto. Si tratta di una percentuale realistica, inferiore a quella del 2020, quando  su un totale di 147.063 aventi diritto votò il 66,86%, poco più di 98.000 elettori. Si consideri che alle regionali del 2025 la percentuale è stata del 52,54% con 74.575 votanti, mentre nel recentissimo referendum costituzionale sulla giustizia è stata del 53,54% con 71.047 votanti. La flessione di 4 punti potrebbe realizzarsi anche per il ridotto numero di liste e di candidati, 10 in meno rispetto alle comunali del settembre 2020, e quindi una minore mobilitazione dell’elettorato.

I numeri delle liste. Netto vantaggio di Cannizzaro sui competitor

Anche il numero delle liste e dei candidati è un elemento molto indicativo in una competizione come quella comunale dove sono proprio le liste e i candidati consigliere a trainare il risultato. Parliamo di elemento puramente indicativo perché non sono rari i casi in cui il candidato sindaco ottiene un numero di voti inferiore o superiore al suo stesso schieramento in virtù del meccanismo del voto disgiunto, al punto da ribaltare i pronostici.

Il candidato del centrodestra Cannizzaro schiera un “esercito”  nettamente superiore, quasi preponderante, rispetto ai suoi competitor. A suo sostegno ci sono ben 11 liste (erano 12, ma quella del consigliere regionale Giannetta è stata esclusa), contro le 6 di Domenico Battaglia, le 2 di Eduardo Lamberti Castronuovo e l’unica lista di Pazzano.

Più in dettaglio, i candidati a sostegno di Cannizzaro sono 349, mentre quelli di Battaglia 192, 60 quelli di Lamberti Castronuovo e 32 quelli di Pazzano.

L’analisi dei flussi elettorali.

Centrodestra al 54-60 %, Campo largo ai 30-34%, Terzo Polo di Lamberti 6-8%, La Strada di Pazzano 4-6%.

L’analisi dei flussi sulle coalizioni e sulle singole liste porta a questi risultati. Si ribadisce che si tratta di analisi sui risultati storici e altri elementi statistici e non di un sondaggio. Inoltre, lo studio è condotto rigorosamente sulle coalizioni e sulle liste e non sui candidati sindaco. Ciò perché il sistema del voto disgiunto porterà inevitabilmente ad uno scostamento tra il risultato delle coalizioni e quello dei candidati sindaci. Dipenderà dalla capacità dei candidati sindaco di penetrare nei campi avversi.

CENTRODESTRA 54-60 % 

PUNTO DI CADUTA 56%

Forza Italia 16-17 %

Forza Italia, che nelle regionali con le sue tre liste ha ottenuto quasi il 30%, necessariamente spalmerà il suo consenso non solo sulla lista ammiraglia, ma anche su quella del candidato sindaco e su almeno altre due liste civiche. Realisticamente, Forza Italia sarà il primo partito della coalizione, collocandosi sopra  l’11,10% delle comunali 2020 e molto vicino al 17,05% delle politiche 2021.

Fratelli d’Italia 10-11%

Fratelli d’Italia, che alle comunali del 2020 aveva realizzato il 7,75%, migliorerà certamente questo risultato, pur lontano dalle percentuali di camera 2021 (22,29%) e regionali 2025 (14,06%).

Reggio Futura 7-8%

Reggio Futura, la lista ispirata dall’ex sindaco ed ex presidente della Regione Giuseppe Scopelliti, parte  dai quasi 5mila voti raccolti dal candidato della Lega Sarica alle ultime regionali e potenzialmente può collocarsi come terza forza della coalizione di centrodestra.

Lega 5-6 %

La Lega, che a Reggio Calabria ha un consenso piuttosto modesto (4,69% alle ultime comunali, 3,89% alle politiche, 6,11% alle europee), ha realizzato un solo exploit alle regionali dello scorso ottobre (15,10%) grazie appunto alla performance della candidatura Sarica. È assai verosimile che si collochi su una percentuale leggermente più alta rispetto alle comunali 2020.

Alternativa Popolare 3- 3,5%

Alternativa Popolare appare, per la sua composizione, una delle liste civiche più attrezzate, peraltro testata anche dal recente sondaggio Swg (1,5%). Appare realistico che possa superare la soglia del 3%.

Azione 2-2,5 %

La lista di Calenda ha un consenso storico intorno al 4% (camera 2021, europee 2024) e viene testata da Swg al 2%.

Noi Moderati 1- 1,5%

La lista di Lupi vede un allineamento tra i dati storici (1,7% alle camera, 1,12% alle regionali) e il sondaggio Swg.

Dc-Udc  1- 1,5%

Per la lista Dc-Udc, testata Swg all’1,5%, l’unico dato disponibile è quello delle regionali 2025, l’1,3%.

Altre liste civiche 9%

Le restanti tre liste civiche a sostegno di Cannizzaro possono complessivamente vantare un bacino elettorale stimabile intorno al 9 %.

CAMPO LARGO  30-34%

PUNTO DI CADUTA 32%

Partito Democratico 11-13%

Il PD, sicuramente primo partito del Campo Largo, migliora il risultato delle comunali del 2021 (10,53%), ma cede probabilmente parte del consenso ottenuto alle regionali (18,32%) alle liste civiche ispirate dal candidato sindaco Battaglia e dall’ex sindaco Falcomatà.

AVS 4- 4,5%

La lista AVS, che parte dal 3,25% delle ultime regionali, può realisticamente drenare parte del consenso ottenuto sempre alle regionali dalle liste Cinque Stelle (3,25%) e Tridico Presidente (5,18%), anche se bisognerà capire le indicazioni ufficiali di queste formazioni.

Casa Riformista 2-2,5 %

Stesso discorso per Casa Riformista che, pur partendo dal deludente 0,5% delle regionali, ha le potenzialità per attingere al consenso disperso delle liste non presenti con il loro simbolo. Da Swg viene testata all’1,5%.

Altre liste civiche 12-14%

Le tre liste civiche vantano un bacino piuttosto ampio grazie all’assenza dei simboli e delle liste Cinque Stelle, Tridico Presidente e Democratici &Progressisti, i cui elettori potrebbero convergere su queste proposte localistiche di sinistra.

TERZO POLO LAMBERTI CASTRONUOVO  6-8%

PUNTO DI CADUTA 7%

Cultura e Legalità  3 – 4%

Reggio Normale  3 – 4 %

Le due liste che sostengono il candidato Lamberti Castronuovo, che gode di buona notorietà e grado di fiducia, appaiono attrezzate a contendere il consenso moderato alternativo ai due principali competitor del centrodestra e del Campo largo. La stima è molto approssimativa poiché non esistono particolari raffronti. La coalizione terzo Polo è stimata al 6% da Swg.

LA STRADA – PAZZANO 4 – 6%

PUNTO DI CADUTA 5%

La lista che sostiene Saverio Pazzano gode di un elettorato da “zoccolo duro” stimabile intorno al 4-5% (circa il 5% alle ultime comunali del 2020), ma potrebbe potenzialmente ampliarlo attraendo gli elettori di Cinquestelle, Tridico Presidente e Democratici e Progressisti, non rappresentati direttamente.

CONCLUSIONI

La possibilità di analizzare un dato molto fresco, le regionali del 5 ottobre 2025, quindi appena otto mesi fa, rende molto plausibile i risultati a cui si è giunti. Il centrodestra, in quell’occasione, si attestò al 61,02%, contro il 37,42% del campo largo, con circa 24 punti di distacco. Assai improbabile che in questo breve lasso di tempo ci possa essere uno stravolgimento. Peraltro anche il risultato del referendum sulla giustizia, con una prevalenza del SI in controtendenza con il dato nazionale, attesta una particolare forza del centrodestra nella città dello Stretto.

Naturalmente, essendo la materia elettorale molto delicata e qualche volta imprevedibile, non si può escludere a priori un assottigliamento del distacco calcolato dall’analisi in circa 24 punti percentuali.

Resta interessante capire le dinamiche del voto disgiunto, cioè l’andamento dei quattro candidati rispetto al voto dei rispettivi schieramenti. E questo dipende dall’attrattività, dalla notorietà, dalla capacità comunicativa di ciascun competitore.

Elezioni a Reggio. Il dilemma di Cannizzaro: vincere o stravincere?

di SANTO STRATI – Scorrendo le liste dei candidati depositate ieri entro mezzogiorno (termine ultimo consentito) e guardando i numeri della coalizione di centrodestra, viene naturale immaginare che non ci sia partita. Il centrodestra può fare tranquillamente gol a porta vuota. Dall’altra parte non ci sono antagonisti in grado di sbaragliare la facile vittoria del deputato azzurro Francesco Cannizzaro e l’unica alternativa seria, quella del Polo Civico, testardamente portata avanti dal dott. Eduardo Lamberti Castronuovo, medico, editore e tante altre buone cose ancora, non ha i numeri per fare scintille in grado di appiccare il sacro fuoco del cambiamento. Quello che i reggini con la testa sulle spalle sognano da anni, con l’intento di una rivoluzione gentile che smonti la politica usurata e di maniera che 12 anni di sindacatura Falcomatà ha offerto ai cittadini. Sempre presente per le photo opportunity di inaugurazioni, premi e cotillons, ma poco reattivo alle reali esigenze di cambiamento che una città in agonia chiedeva senza avere ascolto.

Scordiamoci il passato e guardiamo il futuro: questa città è in totale stato di abbandono, i cittadini pagano tasse comunali altissime in cambio di servizi inesistenti o inadeguati (leggi spazzatura, tanto per fare un esempio pratico), oltre a gabelle che premiano dirigenti e penalizzano gli abitanti che incorrono in qualche contenzioso con il Comune (una follia quest’ultima da sanare subito). È una città che vive di illusioni e di chimere, alimentate da ospiti illustri di passaggio, che però non vanno oltre i sogni del primo mattino: appena svegli scompare la memoria del sogno e ci si trova davanti alla drammatica realtà del quotidiano. Prezzi alle stelle, politiche del lavoro pressoché inesistenti, sanità affidata alla generosità e al buon cuore degli ottimi medici di famiglia o dei meravigliosi specialisti del Grande Ospedale Metropolitano (GOM) che sopperiscono con grande fatica all’improponibile realtà della sanità regionale che non riesce in alcun modo a venire incontro a chi ha bisogno di cure.

S-profondo Sud, verrebbe da dire, dove, tanto per fare un esempio, per fare un ponticello sul Calopinace (poche decine di metri) ci vogliono anni e ogni volta si scopre che sono sbagliate le misure. Dove per il Lido Comunale, in vergognoso degrado da anni, ci si ricorda dei lavori necessari puntualmente la settimana prima che si apra la stagione balneare. Dove lo sviluppo del territorio si basa sulla conoscenza del burocrate di turno che dà lo sprint a pratiche che rischiano di sonnecchiare per anni. E il cahier de doléances sarebbe lunghissimo.

Lo sa benissimo Francesco (Ciccio) Cannizzaro che, da consumato attore della politica nazionale, annusa e soppesa l’aria che tira reagendo di conseguenza. È certo di vincere, ma, astutamente, mostra l’umiltà necessaria per essere credibile anche con chi non lo ama molto.

La sua candidatura ha un solo dilemma: vincere o stravincere? Nel primo caso, una vittoria di maniera significa che, alla fine è prevalso il fuoco amico con l’ipocrisia di chi ha consumato le labbra in baci  affettuosi, una stra-vittoria indicherà che all’appello hanno risposto tutti. Ma questo significa che le cambialette elettorali da pagare si raddoppiano. Stravincere potrebbe diventare una complicanza con i tanti che pretenderanno riconoscenza, secondo una tradizionale e antica usanza mai venuta meno.

È allora, qui, che si capirà se l’ex-deputato e ora<ale – mostrare gli artigli e tenere a bada i questuanti, mantenendo gli impegni presi con i reggini. Ovvero, il cambiamento si può fare e la squadra scelta per amministrare dovrà lavorare di gomito, dimenticando qualsiasi altra attività.

Un impegno molto serio, a parole, difficile da mantenere se subentrerà e prevarrà l’arte del compromesso che sta alla base della politica. Sfidare la tradizione delle cambialette politiche da pagare sarebbe il primo vero gesto da sindaco che vuole davvero trasformare la Città.

Non ci dimentichiamo che Reggio nei prossimi anni, sia come Comune sia come Città Metropolitana, avrà da gestire una montagna di soldi per le opere pubbliche (anche se non si dovesse fare il Ponte) e le infrastrutture che la mobilità regionale non può più permettersi di rinviare. Una politica del fare (che peraltro è congeniale a “Ciccio”) significherà volere davvero il bene dei cittadini e della Città.

L’ipotesi del ballottaggio è estremamente remota, ma va comunque considerata: la destra, storicamente, al ballottaggio perde regolarmente. Non fosse mai, ma con questa sinistra inesistente i mali di Reggio non troverebbero rimedio. L’analisi del “non fatto” parla da sola e la disaffezione e lo scoramento che si coglie negli elettori di sinistra bastano a far capire non basterà cambiare area politica nell’amministrazione, ma occorreranno gli uomini e le donne capaci di portare a termine un progetto di rinnovamento.

Il Polo Civico si presenta con una lista di persone tutte per bene ma manifesta chiaramente la sua debolezza: non sono classici portatori di voti e la “rivoluzione gentile” dei civici dovrà essere ancora una volta rinviata.

A Cannizzaro, se eletto, toccherà lavorare 18 ore al giorno, rimboccandosi le maniche e mettendo insieme una squadra non solo di amministratori con gli attributi, ma anche di collaboratori efficaci ed efficienti in grado di supportare un’azione che potrebbe (e dovrebbe) essere davvero”rivoluzionaria”.

Auguri.

25 aprile, il presidente Occhiuto: «Celebriamo libertà e democrazia»

In occasione della festa della liberazione celebriamo una ricorrenza che appartiene al Paese intero, a ciascuno di noi: il giorno in cui l’Italia archiviò il nazifascismo, ritrovando la strada della libertà», ha detto il presidente della Regione, Roberto Occhiuto.
«Una festa che affonda le sue radici nei valori più alti della Costituzione repubblicana, nata dal sacrificio di donne e uomini che hanno dato la propria vita per restituire al Paese dignità, diritti e futuro. Il 25 aprile deve essere sempre più un momento di unità, mettendo da parte le divisioni. Una giornata in cui riconoscerci come comunità, nel rispetto della nostra storia e dei principi che ci tengono insieme. Ricordare significa custodire quella memoria, il modo più autentico per onorare chi ha lottato per consegnarci un’Italia libera, democratica e in pace», ha concluso.

«Il 25 Aprile è la radice della nostra libertà. È il giorno in cui l’Italia ritrova il senso più alto dell’unità e sceglie la strada della democrazia, nata dal coraggio di chi si oppose alla sopraffazione e consegnò al Paese i valori poi scolpiti nella Costituzione». Così il Presidente del Consiglio regionale della Calabria, Salvatore Cirillo, in occasione della Festa della Liberazione.
«Quest’anno – aggiunge – la memoria della Liberazione si intreccia con un anniversario particolarmente significativo: gli 80 anni della Repubblica e del voto alle donne. Nel 1946, con il referendum istituzionale e con la partecipazione femminile al voto, l’Italia compì un passo decisivo verso una democrazia più piena, fondata sulla partecipazione, sui diritti e sulla dignità di ogni persona».
«Non possiamo non ricordare, in questa data, anche il contributo della Calabria e del Mezzogiorno. Già con lo sbarco degli Alleati nel 1943, il Sud fu protagonista del primo atto concreto verso la Liberazione. A questo si aggiunge il sacrificio di tanti calabresi, molti dei quali giovanissimi, che servirono il Paese pagando spesso un prezzo altissimo per la libertà».
«L’auspicio – conclude il Presidente del Consiglio regionale – è che questa memoria continui a parlare soprattutto alle nuove generazioni, aiutandoci a custodire le istituzioni democratiche, il valore della libertà e il senso di una comunità fondata su partecipazione, rispetto e responsabilità».

«Il 25 aprile ci ricorda da che parte stare. È la Liberazione: una conquista di democrazia e libertà che, in un tempo segnato da guerre, nuove forme di odio e autoritarismi che tornano a minacciare la libertà, parla con ancora più forza». Così, sui suoi canali social, l’europarlamentare Giusi Princi.

«È il giorno in cui rivendichiamo – prosegue – il nostro impegno antifascista, democratico, europeo. In cui onoriamo il sacrificio di chi ha combattuto perché la dignità umana fosse rispettata ovunque e perché mai più si tornasse agli orrori del passato».

«Come europarlamentare del PPE – aggiunge l’On. Princi –, sono orgogliosa di portare questa voce al cuore delle istituzioni europee. L’UE nasce dai valori della Resistenza e della riconciliazione. Oggi quei valori non vanno solo celebrati: vanno difesi, con coraggio e con i fatti, davanti alle autocrazie, alla propaganda, all’odio. La memoria è un impegno. Buon 25 aprile”, conclude l’europarlamentare calabrese».

Piano regionale dei trasporti una “condanna” per l’Arco Jonico

di DOMENICO MAZZAIl nuovo Piano Regionale dei Trasporti non si configura come uno strumento di coesione, bensì come un manifesto di secessione infrastrutturale interna. L’Arco Jonico, area che per morfologia e collocazione dovrebbe fungere da cerniera vitale tra i flussi adriatici e la dorsale tirrenica, viene deliberatamente declassato a zona di risulta. La sistematica esclusione della Sibaritide e del Crotonese dalle grandi direttrici di mobilità europea non rappresenta un mero errore di calcolo. È la precisa volontà di disconoscere la valenza geografica di un territorio che ospita un quarto della popolazione regionale. Ignorare la funzione connettiva di quest’area significa amputare la Calabria della sua proiezione verso l’oriente, condannandola a una marginalità irreversibile.

​L’anacronismo della mobilità moderna: l’amputazione del nodo di Tarsia

​L’accantonamento del nodo ferroviario di Tarsia assurge a simbolo plastico dell’anacronismo politico calabrese. In un’epoca in cui la logistica moderna esige intermodalità e rapidità di innesto, recidere il legame naturale tra lo Jonio e la futura AV Sa-Rc è un atto di sabotaggio strategico. Questa scelta rivela l’ossessione di una Governance regionale arroccata sul feticcio del triangolo Cosenza-Istmo-Stretto: un sistema tripolare che fagocita risorse per auto-conservarsi. Vieppiù, incapace di concepire uno sviluppo coerente, reticolare ed euromediterraneo. Il deviatoio di Tarsia non sarebbe stata una semplice opera pubblica, ma la chiave di volta per un’integrazione reale. La sua negazione cristallizza il dualismo regionale, separando di fatto la Calabria produttiva da quella burocratica. Delinea, altresì, una Regione a due facce: da un lato quella veloce ed emancipata, dall’altro quella lenta e sottosviluppata.

​La crisi della rappresentanza: dall’egemonia numerica alla sudditanza politica

​Esiste una sproporzione inaccettabile tra la consistenza numerica della delegazione jonica nei palazzi regionali e l’irrilevanza dei risultati ottenuti per il territorio. La quantità degli eletti nell’Arco Jonico non si è tradotta in qualità dell’azione politica, rivelando una Classe Dirigente prostrata alle logiche del centralismo regionale. Questa subalternità istituzionale trasforma i rappresentanti locali in meri esecutori di direttive che favoriscono sistematicamente il versante ovest della Regione. La mancanza di una visione unitaria e di una massa critica jonica permette al baricentro politico di ignorare con disinvoltura le istanze di centri come Corigliano-Rossano e Crotone, riducendo la rappresentanza a un simulacro privo di reale potere negoziale.

​Dalla subalternità alla passività: il perverso gioco delle Istituzioni

​Alla subalternità dei Rappresentanti regionali si somma la passività di molti Governi cittadini dell’Arco Jonico. Dai grandi centri fino ai borghi più piccoli, si assiste a una gestione condominiale del potere. Molti Sindaci sembrano aver smarrito la funzione politica del loro ruolo, riducendosi a meri burocrati del presente. L’azione amministrativa si esaurisce nella firma di una delibera ordinaria per coprire buche e badare a sfalci e potature, scambiando la normale manutenzione per un traguardo di civiltà. Esiste una cronica incapacità di guardare oltre il confine del proprio campanile. Invece di fare massa critica e ragionare come un’unica metropoli lineare jonica, ci si accontenta di gestire il proprio piccolo orto, rinunciando a proiettare il territorio in un contesto extra-regionale o nazionale. La politica locale è passata dal progetto alla gestione, dal sogno alla sopravvivenza. Questa mancanza di ambizione trasforma i sindaci in guardiani di un declino amministrato, incapaci di opporsi al centralismo regionale perché privi di una visione alternativa e unitaria. Questa pigrizia amministrativa è forse l’ostacolo più grande: senza un Establishment locale pronto a battere i pugni e proporre progetti d’area vasta, i rappresentanti regionali avranno sempre gioco facile nel restare silenti e sottomessi.

​Verso il paradigma di un’enclave costiera: il diritto alla mobilità negato

​L’esito finale di questa pianificazione è la trasformazione dell’Arco Jonico in una paradossale enclave costiera: un territorio che – pur affacciato sul mare e dotato di potenzialità agroalimentari e turistiche d’eccellenza nonché di ecosistemi per la rigenerazione industriale – vive le condizioni di isolamento tipiche delle aree interne più depresse. Il disprezzo per il diritto alla mobilità dei cittadini jonici lede i principi fondamentali di uguaglianza territoriale sanciti dai trattati europei. Se il Piano dei Trasporti non verrà radicalmente emendato, l’Arco Jonico cesserà di essere il paradigma dello sviluppo calabrese per diventare il monumento permanente al fallimento della Regione. ùCon la consapevolezza che la Calabria – contrariamente a ogni logica di rispetto di tutte le aree geografiche componenti il mosaico sistemico regionale – ha scelto di viaggiare a due velocità, mutilando consapevolmente parte del proprio territorio e del proprio futuro. (dm)

(Comitato Magna Graecia)

La Calabria e la grande “fuga” dai libri: legge solo il 58%

di GUIDO LEONE – Studiare tutti e leggere tutti. Dal più anziano al più giovane. Dal Nord al Sud.

È quanto si auspica,ogni anno, dal 1996, per la Giornata mondiale Unesco del Libro e del diritto d’autore finalizzata a celebrare i molteplici ruoli del libro nella vita della società umana e per proporre una riflessione seria sulle politiche culturali, dove centrale resta l’educazione alla lettura e l’importanza delle biblioteche intese non solo come luogo di conservazione e di accumulazione, ma come centri vivi di rielaborazione e di produzione di cultura.

Per tradizione l’Italia è un paese dove si legge poco e finiamo in fondo alla classifica.

L’Italia si posiziona purtroppo agli ultimi posti in Europa per la lettura, con circa il 65% della popolazione sopra i 16 anni che nel corso del 2022 non ha letto nemmeno un libro all’anno. Ecco cosa rilevano i dati più aggiornati forniti dall’Ufficio statistico dell’Unione Europea, l’Eurostat.

Le cause di questa condizione sono diverse e vanno dalle scadenti competenze alfabetiche degli italiani, ovvero da quell’insieme di strumenti che consentono capacità autonome di lettura comprensione e interpretazione del testo alla concorrenza del web per i giovani, abituati ad un tipo di fruizione diversa e ad essere sempre connessi, il che non aiuta la concentrazione che richiede la lettura di un libro.

I bassi livelli di lettura sono dovuti anche ad un analfabetismo di ritorno.

Il libro, dunque, oggetto silenzioso ,insostituibile strumento di cultura, in Italia muore di freddo.

Ma quanti sono gli italiani che leggono?

Nel 2025, la percentuale di lettori in Italia è scesa al 56%. Si tratta di un calo considerevole rispetto al 2022, quando come detto la percentuale era del 65%.

In Italia nel 2025 sono cresciute del 4% le persone tra i 15 e i 74 anni che si dichiarano lettrici e lettori (almeno un libro letto anche in parte negli ultimi dodici mesi, compresi e-book e audiolibri), raggiungendo i 33,9 milioni: sono adesso il 76% della popolazione, contro il 73% dell’anno precedente. La crescita riguarda tutte le fasce d’età: tra i 15-17 anni i lettori sono cresciuti del 5% nell’ultimo anno e sono adesso l’89% della popolazione, nella fascia 18-34 anni sono cresciuti del 2% e sono ora l’82%, nella fascia 35-54 anni sono cresciuti del 3% e sono ora il 79%, nella fascia 55-74 anni sono cresciuti del 2% e sono ora il 68%. Calano, però, tempi e frequenza di lettura: la quota di chi apre un libro almeno una volta a settimana è passata dal 72% dei lettori del 2022 al 61% del 2025, mentre quella di chi legge solo qualche volta al mese è passata dal 26% al 38%.

Il quadro interno all’Italia mostra forti disuguaglianze geografiche. Un dato recente evidenzia che al Sud e nelle Isole solo il 62% degli over-15 dichiara di avere letto almeno ‘qualcosa’ nell’anno,contro il 77% del Centro-Nord, una differenza di 15 punti percentuali. Secondo l’Istat  questa disparità dipende da infrastrutture carenti: mancano librerie e biblioteche capillari, la distribuzione del mercato editoriale è meno penetrante e l’accesso al libro è ostacolato spesso in alcune aree. A ciò si aggiungono disparità sociali e demografiche: la lettura risulta mediamente più diffusa tra giovani, donne, persone con titolo di studio più elevato.

Quale la situazione nella nostra Regione?

Nel 2025, in Calabria, secondo l’AIE, circa il 58% della popolazione sopra i 15 anni ha dichiarato di aver letto almeno un libro, sia esso cartaceo, ebook o audiolibro, nei dodici mesi precedenti. Il dato evidenzia una significativa distanza, 15 punti percentuali in meno, rispetto alla media del Centro-Nord, che si attesta al 73%. 

La Calabria, perciò, si conferma tra le regioni con i tassi di lettura più bassi.

Il dato si inserisce in un quadro nazionale dove, nonostante la crescita della lettura nel 2025, permangono disuguaglianze geografiche.

I dati evidenziano, peraltro, una carenza infrastrutturale, con il 90% dei comuni calabresi privo di librerie.

In alcuni rapporti basati su tendenze precedenti, il tasso di lettura in Calabria risulta persino inferiore, posizionando la regione in fondo alle classifiche per consumo culturale.

Il dato del 58% è una stima che include chi ha letto anche solo in parte un volume, inclusi fumetti, libri di cucina o guide turistiche.

I libri cartacei, poi, nella nostra regione sono letti dal 24,3% di persone dai 6 anni in su, gli e-book dal 7,1%. Gli audiolibri sono usati appena dallo 0,9% delle persone.

La Calabria, poi, è la prima regione italiana ad avere la percentuale più bassa di famiglie che non ha libri in casa, il 17% ne possiede da uno a dieci, il 15% da undici a venticinque, il 4,5% più di quattrocento.

Anche questo dato è praticamente costante da quasi un ventennio.

Di fronte a questa evidenza, si pone il tema di garantire un’offerta pubblica adeguata, atteso che la non lettura è sempre più connotata come una condizione correlata al livello socioeconomico, culturale e geografico: le fasce più deboli(basso titolo di studio, basso livello tecnologico, area geografica di residenza, ecc,) e chi vive nel Sud legge sempre meno libri.

Squilibri che si sono accentuati anche con la recente pandemia.

A fronte, dunque, di quella che possiamo definire una vera e propria emergenza culturale, anche la scuola, dove manca spesso e volentieri l’abitudine al leggere, è chiamata a costruire un rapporto  tra il giovane allievo ed il libro come momento positivo e di crescita spirituale e culturale.

Non basta studiare testi, bisogna leggerli, commentarli, discuterli. I libri vanno “vissuti” nell’ambito scolastico, perché lettori si diventa. (gl)

(Già Dirigente tecnico U.S.R. Calabria)

Qualità delle acque in Calabria: una questione non più rinviabile

di MARIO PILEGGI – Continuare a sottovalutare le evidenze che emergono dalla Carta della Vulnerabilità Integrata dell’acquifero superficiale della Piana di Lamezia Terme non è più una scelta neutra. È una responsabilità che può tradursi in rischio concreto.

I dati disponibili restituiscono un quadro chiaro. Il territorio è sottoposto a pressioni ambientali significative e persistenti che, se non adeguatamente governate, possono evolvere in criticità diffuse e progressivamente più difficili da contenere.

Non si tratta, dunque, di scenari ipotetici, ma di condizioni già rilevate e documentate. Condizioni che richiedono un cambio di approccio: dalla semplice presa d’atto alla gestione consapevole del rischio. In questo senso, la conoscenza scientifica non è un elemento accessorio, ma il presupposto indispensabile per ogni scelta di pianificazione e tutela del territorio.

In questo contesto, anche interventi di rigenerazione sociale e urbana come il progetto “Intrecci – Abitiamo il Lametino”, che punta al superamento di situazioni insediative critiche come quella di Scordovillo attraverso l’abitare diffuso, assumono un valore strategico non solo sul piano sociale ma anche ambientale, contribuendo a ridurre pressioni e vulnerabilità nei territori più esposti.

La Piana di Sant’Eufemia rappresenta uno dei contesti territoriali più complessi e strategici della Calabria. Qui la ricchezza delle risorse naturali – in particolare quelle idriche – convive con una marcata fragilità ambientale. Questa esposizione deriva dalla combinazione tra caratteristiche geologiche favorevoli alla circolazione delle acque e un’elevata intensità di attività umane.

Il sottosuolo è costituito da estesi depositi alluvionali, prevalentemente sabbie e ghiaie, che conferiscono un’elevata permeabilità. La falda acquifera è spesso superficiale, soprattutto nella fascia costiera. Il risultato è evidente: l’acqua si infiltra rapidamente e, insieme ad essa, possono infiltrarsi anche gli inquinanti.

In termini idrogeologici, si tratta di un acquifero libero ad elevata permeabilità, con tempi di ricarica rapidi ma una ridotta capacità di attenuazione naturale dei contaminanti. Se da un lato queste condizioni rendono la Piana un sistema idrico di grande valore strategico, dall’altro ne aumentano sensibilmente l’esposizione ai fenomeni di contaminazione.

A rendere ancora più delicato questo equilibrio contribuisce la storia stessa del territorio. La Piana è infatti il risultato delle imponenti opere di bonifica realizzate nel corso del Novecento, che hanno trasformato un’area originariamente paludosa in uno spazio agricolo e infrastrutturale. Interventi fondamentali per lo sviluppo economico, ma che hanno profondamente modificato l’assetto idraulico e ambientale. Ne deriva un sistema fortemente antropizzato che richiede oggi una gestione continua, attenta e tecnicamente fondata per mantenere le condizioni di equilibrio raggiunte.

In questo quadro si inserisce la Carta della Vulnerabilità Integrata, adottata dalla Regione Calabria con Decreto Dirigenziale n. 12225/2018. Il provvedimento recepisce i risultati degli studi sui valori anomali di concentrazione degli inquinanti nelle acque di falda dell’area industriale lametina e ne dispone l’utilizzo nelle attività di pianificazione e controllo.

La Carta si configura come uno strumento conoscitivo, capace di integrare dati geologici, idrogeologici e territoriali per individuare le aree maggiormente esposte al rischio di contaminazione e supportare le politiche di prevenzione.

La vulnerabilità di un acquifero dipende dalla facilità con cui le sostanze inquinanti possono raggiungere e diffondersi nelle acque sotterranee. Nel caso della Piana di Sant’Eufemia, tale vulnerabilità risulta elevata per diverse ragioni.

In primo luogo, la permeabilità dei sedimenti favorisce una rapida infiltrazione delle acque meteoriche. Questo processo, naturale e necessario per la ricarica della falda, diventa critico quando l’acqua trasporta contaminanti.

In secondo luogo, la scarsa profondità della falda riduce i tempi di transito, aumentando la probabilità che le sostanze inquinanti raggiungano rapidamente il sistema acquifero.

Infine, la continuità idraulica dell’acquifero facilita la diffusione degli inquinanti lungo le direttrici di flusso, estendendo l’area interessata anche a partire da sorgenti localizzate.

Le principali fonti di rischio: dove nasce la contaminazione. In questo contesto naturale già sensibile si inserisce una forte pressione antropica. La Piana ospita numerose attività che possono costituire potenziali fonti di contaminazione, definite nella Carta come “centri di pericolo”.

Le attività industriali, concentrate nell’area produttiva di Lamezia Terme, utilizzano metalli pesanti, solventi e idrocarburi. In caso di dispersioni o perdite, queste sostanze possono contaminare suolo e falda. Le anomalie rilevate nelle acque sotterranee suggeriscono che tali fenomeni non siano soltanto teorici.

L’agricoltura intensiva rappresenta un’altra fonte significativa di pressione. L’uso di fertilizzanti azotati, pesticidi e reflui zootecnici può determinare il rilascio di nitrati e composti chimici che, soprattutto nei terreni più permeabili, raggiungono facilmente la falda.

Gli scarichi civili, in particolare nelle aree non completamente servite da reti fognarie efficienti, possono contribuire alla diffusione di sostanze organiche, batteri e detergenti attraverso sistemi di smaltimento non adeguati.

A queste si aggiungono discariche e aree di abbandono rifiuti, nonché infrastrutture di trasporto – aeroporto, rete ferroviaria e viabilità principale – dove il rischio è legato a sversamenti accidentali di carburanti e lubrificanti.

Tipologie di contaminanti e dinamiche di diffusione. La contaminazione delle falde nella Piana non è riconducibile a una singola sostanza, ma a un insieme complesso di composti chimici.

I metalli pesanti – come piombo, cadmio, mercurio e cromo – sono caratterizzati da elevata persistenza e tendenza al bioaccumulo. La loro presenza è spesso legata ad attività industriali e può avere effetti rilevanti sulla salute umana.

I composti inorganici, tra cui nitrati, nitriti, solfati e cloruri, derivano principalmente dall’agricoltura e dagli scarichi civili. La loro elevata solubilità li rende particolarmente mobili nelle acque sotterranee.

I composti organici di origine antropica – idrocarburi, solventi, pesticidi – presentano comportamenti diversificati: alcuni sono volatili, altri persistono nel suolo e rilasciano contaminanti nel tempo.

Nella maggior parte dei casi queste sostanze coesistono, dando origine a miscele complesse, i cosiddetti “cocktail chimici”, che rendono più difficile sia la valutazione del rischio sia la gestione degli interventi di bonifica.

Le vie di contaminazione sono molteplici: infiltrazione con le acque meteoriche, percolazione da impianti, trasporto lungo il flusso di falda e diffusione dai sedimenti. In un sistema permeabile come quello della Piana, questi processi risultano particolarmente rapidi ed efficaci.

La Carta della Vulnerabilità Integrata distingue tre classi principali: alta, moderata e bassa vulnerabilità.

Le aree ad alta vulnerabilità comprendono la fascia costiera, le zone industriali e i territori con falda superficiale. Qui il rischio di contaminazione è immediato e richiede monitoraggi frequenti e controlli rigorosi.

Le aree a vulnerabilità moderata includono gran parte dei comparti agricoli e delle aree urbanizzate. In questi contesti il rischio è più lento ma cumulativo, legato all’accumulo progressivo di contaminanti.

Le aree a bassa vulnerabilità, localizzate soprattutto nelle fasce pedemontane, presentano condizioni più favorevoli grazie alla minore permeabilità e alla maggiore profondità della falda.

Questa classificazione non ha solo valore descrittivo: serve a definire priorità e strategie. Dove il rischio è maggiore devono concentrarsi monitoraggi, controlli e limitazioni più stringenti.

La Carta della Vulnerabilità non è soltanto uno strumento tecnico. È una base operativa per orientare le scelte di gestione del territorio.

Nelle aree più esposte è necessario rafforzare i controlli e limitare le attività potenzialmente inquinanti. 

Nelle aree intermedie occorre ridurre le pressioni diffuse, promuovendo pratiche agricole sostenibili e migliorando le infrastrutture. 

Nelle aree meno vulnerabili la priorità è preservare le condizioni esistenti.

Un ruolo fondamentale è svolto anche dall’aggiornamento continuo dei dati e dalla loro condivisione.

La gestione del rischio ambientale richiede infatti una comunicazione chiara, trasparente e continua. Informare significa rendere i cittadini consapevoli e partecipi, rafforzando il rapporto tra istituzioni e comunità.

La Piana di Sant’Eufemia è un territorio di grande valore, ma anche estremamente delicato. La presenza di un acquifero superficiale in un contesto ad alta pressione antropica impone un approccio integrato alla gestione del rischio.

La Carta della Vulnerabilità Integrata offre oggi uno strumento concreto per trasformare la conoscenza in azione.

La tutela della falda e dell’ambiente si fonda su tre elementi chiave: monitoraggio continuo, pianificazione consapevole e partecipazione informata.

In gioco non c’è soltanto la qualità dell’ambiente, ma la sicurezza delle risorse idriche e, in ultima analisi, la qualità della vita delle comunità che in questo territorio vivono. (mp)

(Geologo del Consiglio Nazionale Amici della Terra)

Artigianato, oltre 9mila le imprese, ma manca manodopera

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Nel 2025 le imprese calabresi dei settori delle “4 A” –  Alimentare e bevande, Abbigliamento e moda, Arredo e legno, Automazione e meccanica – ricercano oltre 9mila lavoratori, ma il 46% delle figure risulta di difficile reperimento, una quota superiore alla media dell’economia regionale. È quanto emerso da una ricerca di Confartigianato Imprese Calabria, in occasione della Giornata nazionale del Made in Italy del 15 aprile, spiegando come le maggiori difficoltà si registrano nella metallurgia e nei prodotti in metallo, dove non si riesce a reperire il 69,6% delle figure richieste, seguite da ceramica e vetro (64,2%) e dal comparto legno e mobili (57,6%).

Nella nostra regione, infatti, operano complessivamente 9.513 imprese nei settori delle “4 A”, con 21.670 addetti, all’interno di un sistema produttivo in cui l’artigianato rappresenta una componente centrale con 5.637 imprese, pari al 59,3% del totale, e quasi 10mila addetti, il 44,6% dell’occupazione complessiva dei comparti considerati.

La distribuzione territoriale evidenzia una presenza diffusa e articolata: nella provincia di Cosenza si contano 3.419 imprese, di cui 1.950 artigiane, con 7.420 addetti e un’incidenza delle “4 A” pari al 3,2% sull’economia provinciale; a Catanzaro le imprese sono 1.577, di cui 882 artigiane, con 4.358 addetti e un’incidenza del 2,7%; a Reggio Calabria operano 2.740 imprese, di cui 1.739 artigiane, con 5.431 addetti e un’incidenza del 3,9%; a Crotone si registrano 978 imprese, di cui 538 artigiane, con 2.032 addetti e un’incidenza del 3%; mentre Vibo Valentia, con 799 imprese di cui 528 artigiane e 2.430 addetti, si distingue per una vocazione particolarmente marcata, con un’incidenza del 4,5%, tra le più elevate a livello nazionale .

Sul fronte dell’internazionalizzazione, i dati confermano la rilevanza di questi comparti: nel 2025 l’export regionale delle “4 A” ha raggiunto i 575 milioni di euro, pari al 57,9% delle esportazioni complessive e all’1,5% del PIL regionale. A trainare è il settore alimentare, che rappresenta il 68,4% del totale, seguito da automazione e meccanica con il 19,8%, abbigliamento e moda con l’8,5% e arredo e legno con il 3,3%.

Nel dettaglio territoriale, Reggio Calabria si attesta come la provincia con il maggior valore di esportazioni nei settori delle “4 A” con 265 milioni di euro, seguita da Cosenza con 104 milioni e Catanzaro con 97 milioni, dove emerge una forte incidenza dell’automazione e meccanica (45,1%) e della moda (32,4%); Vibo Valentia registra 67 milioni di euro con una significativa specializzazione nella meccanica (51,9%), mentre Crotone si attesta a 43 milioni con una forte prevalenza dell’alimentare (65,8%) . In alcune realtà, come Vibo Valentia e Crotone, l’export delle “4 A” supera l’82% del totale provinciale.

«I dati confermano con chiarezza che le “4 A” rappresentano un pilastro dell’economia calabrese, con una presenza diffusa su tutto il territorio e una forte capacità di generare valore, occupazione ed export – dichiara il presidente di Confartigianato Calabria, Salvatore Ascioti –. Dalla provincia di Cosenza a quella di Catanzaro, fino a Reggio Calabria, Crotone e Vibo Valentia, emerge un sistema produttivo articolato che tiene insieme tradizione manifatturiera e apertura ai mercati internazionali».

«Tuttavia – prosegue Ascioti – il vero nodo resta quello delle competenze: quasi un lavoratore su due è difficile da reperire. È indispensabile rafforzare il legame tra scuola, formazione e impresa, investire sui giovani e valorizzare i mestieri dell’artigianato come opportunità concreta di lavoro qualificato. Solo così potremo garantire continuità e futuro a un patrimonio produttivo che è anche identità del territorio».

In un contesto segnato da tensioni geopolitiche, aumento dei costi energetici e incertezze sui mercati internazionali, Confartigianato Calabria ribadisce come il Made in Italy, fondato su qualità, innovazione e filiere territoriali, rappresenti un fattore strategico da sostenere per garantire competitività e sviluppo duraturo. (ams)

Le aree interne calabresi tra declino demografico e possibilità di rigenerazione sociale

di FRANCESCO RAO – Le proiezioni Eurostat indicano una riduzione della popolazione e un marcato invecchiamento. In Calabria, tali dinamiche si amplificano, trasformando la questione demografica in una vera e propria questione sociale e territoriale. Il mutamento della struttura demografica europea rappresenta uno dei processi più rilevanti della contemporaneità. Le proiezioni di Eurostat, stimano una riduzione della popolazione dell’Unione Europea da 451,8 a 398,8 milioni entro il 2100 (-11,7%), non descrivono soltanto una dinamica quantitativa, ma configurano una trasformazione qualitativa delle società europee: una transizione demografica avanzata, caratterizzata da bassa natalità, elevata aspettativa di vita e progressiva senilizzazione della popolazione.

Trasposta nel contesto calabrese, questa traiettoria assume i contorni di un’iper-transizione, nella quale i processi di declino demografico e di invecchiamento si intrecciano con fattori strutturali di natura economica, sociale e territoriale, producendo effetti cumulativi particolarmente intensi, soprattutto nelle aree interne. La transizione demografica come fatto sociale totale. In termini sociologici, la dinamica in atto può essere letta attraverso la categoria di “fatto sociale totale”: la trasformazione demografica incide simultaneamente sulla struttura familiare, sul mercato del lavoro, sui sistemi di welfare, sui modelli culturali e sugli assetti territoriali. Non si tratta, dunque, di una semplice riduzione numerica della popolazione, ma di una riconfigurazione dei sistemi di relazione sociale. In Calabria, tale processo si manifesta attraverso tre direttrici principali. Il primo: la rarefazione della popolazione giovanile, con l’evidente riduzione della coorte 0–19 anni, che non è solo un indicatore di bassa natalità, ma segnala la crisi della funzione riproduttiva della famiglia, l’erosione delle aspettative di stabilità economica, la trasformazione dei modelli di vita e di progettualità individuale; il secondo: la contrazione della popolazione attiva, ossia la diminuzione della fascia 20–64 anni, che a sua volta comporta un indebolimento della base produttiva, una riduzione della capacità contributiva e una pressione crescente sui sistemi di protezione sociale; ed infine l’espansione della popolazione anziana, che rappresenta, oltre all’aumento degli over 65 e, soprattutto, degli over 80, l’introduzione di una nuova centralità afferente alla longevità come dimensione sociale, che a sua volta genera una crescente domanda di servizi sociosanitari, nuove forme di vulnerabilità e una ridefinizione dei rapporti intergenerazionali. In tal senso, senza una ridefinizione strategica, le aree interne diverranno un’emergenza sociale, in quanto l’assenza di apposite politiche per governare la degenerazione non renderà possibile il capovolgimento della realtà, facendo divenire il problema sociale un’opportunità di rilancio strutturale. Sull’argomento sono state affrontate in più occasioni le diverse ipotesi praticabili, considerando che le aree interne calabresi costituiscono un osservatorio privilegiato per comprendere l’intensità dei rispettivi fenomeni sociali, che potrebbero divenire causa di marginalità o avanguardia. In tali contesti, la transizione demografica si combina con dinamiche di lunga durata, quali marginalità geografica, debolezza infrastrutturale e limitata diversificazione economica. Si configura così un processo di periferizzazione progressiva, in cui il territorio perde centralità nei circuiti economici e sociali, alimentando ulteriormente l’esodo demografico. Attraverso una visione ponderata, praticabile in prima battuta dai decisori politici regionali, considerare le aree interne come spazi di marginalità rappresenterebbe una lettura parziale del fenomeno, evitando di collocarlo in una prospettiva sociologica più ampia. Ecco perché bisogna interpretare tali dinamiche come laboratori di innovazione sociale, contesti in cui sperimentare modelli alternativi di sviluppo e spazi di ricomposizione tra comunità, ambiente ed economia.

Lo spopolamento come processo selettivo va considerato come uno degli elementi più rilevanti, in quanto la natura selettiva dello spopolamento, oltre a determinare una perdita indistinta della popolazione, genera sia una fuoriuscita prevalente di giovani e capitale umano qualificato, sia una permanenza di popolazione anziana o a bassa mobilità. Questa dinamica produce un duplice effetto: l’impoverimento del capitale umano locale e l’invecchiamento accelerato della struttura sociale. Il risultato complessivo sarà una forma di dualismo demografico interno, in cui alcune aree urbane manterranno una relativa vitalità, mentre le aree interne si avviano verso una condizione di progressiva rarefazione. La conseguenza previsionale genererà impatti sistemici sull’economia, sul welfare e sulla coesione sociale. A questo punto, diviene chiaro come la trasformazione demografica incida in maniera trasversale sui principali sistemi sociali. Nello specifico, sull’economia, con la riduzione dell’offerta di lavoro, la difficoltà di ricambio generazionale nelle imprese e la contrazione della domanda interna; sul welfare, con l’aumento della spesa sanitaria e assistenziale e la necessità di modelli innovativi (assistenza domiciliare, comunità di cura), che genereranno inevitabilmente pressione sui bilanci degli enti locali, i quali non potranno reggere, visti i costanti tagli praticati; infine, sulla coesione sociale, che si riflette anche nella tenuta democratica delle istituzioni, in quanto l’indebolimento delle reti comunitarie, il rischio di isolamento sociale, soprattutto per gli anziani, e la ridefinizione dei legami intergenerazionali non saranno teoria, ma rappresenteranno una realtà da governare senza le opportune risorse. La soluzione più volte proposta risiede nelle risorse latenti, ovvero nel capitale territoriale attivabile attraverso il welfare generativo. Nonostante il quadro critico, la Calabria dispone di un insieme di risorse che, se opportunamente valorizzate, possono attivare percorsi di rigenerazione. Il capitale territoriale è rappresentato dal patrimonio ambientale e paesaggistico, dalle identità culturali e dalle tradizioni locali, nonché dalle potenzialità del turismo sostenibile. In tal senso, sarebbe opportuno intravedere nell’economia identitaria il ruolo delle filiere agroalimentari di qualità, delle produzioni artigianali e della valorizzazione delle tipicità. Mettere a sistema tali elementi, resi disponibili dalla natura del territorio calabrese, è la chiave per attivare un modello di welfare generativo integrato. Proprio nel contesto calabrese, tale modello assume una centralità praticabile attraverso il paradigma del welfare generativo, inteso come sistema capace di attivare le risorse della comunità, basato sulla co-progettazione tra enti pubblici e terzo settore, e strumento per trasformare i bisogni in opportunità di sviluppo. Percorrendo tale strada, la visione del futuro della Calabria potrà rappresentare anche l’occasione per attivare una nuova grammatica dello sviluppo, considerando la sfida demografica non più come qualcosa da subire, ma come un’opportunità da praticare per compiere un cambio di paradigma strutturale, guardando ai prossimi 50-70 anni. Non è più sufficiente inseguire modelli di crescita quantitativa. Occorre impegnarsi a costruire nuove strategie attraverso le quali un nuovo metodo di sviluppo territoriale possa essere fondato sulla sostenibilità demografica, sull’integrazione tra politiche economiche e sociali e sulla valorizzazione delle specificità locali. In questa prospettiva, infrastrutture strategiche come il retroporto di Gioia Tauro e le politiche legate alla ZES possono rappresentare leve fondamentali, a condizione che generino ricadute occupazionali e sociali nei territori circostanti. I decisori politici sono chiamati a governare il cambiamento, ponendosi al cospetto della grande trasformazione demografica in atto e dei mutamenti climatici sempre più evidenti. Per la Calabria, come per altre regioni del Mezzogiorno e per le Isole, ciò significa dover contrastare lo spopolamento attraverso politiche attive, investire sulle nuove generazioni, ripensare il rapporto tra centro e periferia e costruire modelli di sviluppo inclusivi e sostenibili. Le aree interne, da luoghi del declino, possono diventare spazi di innovazione e resilienza.

La posta in gioco non è soltanto demografica: è, più profondamente, la capacità di questi territori di continuare a essere comunità vive, capaci di generare futuro in un contesto europeo sempre più segnato dall’invecchiamento. (fr)

(Sociologo e docente a contratto Università “Tor Vergata” – Roma)

Il Cammino della Magna Graecia Crotoniate: La visione integrata che può rilanciare Crotone

di ROMANO PESAVENTO –  L’evoluzione dei mercati mondiali e i profondi cambiamenti intervenuti nelle teorie economiche hanno portato a una nuova centralità della dimensione spaziale nello sviluppo. Lo spazio non è più un semplice contenitore delle attività economiche, ma diventa una variabile fondamentale che incide sulla localizzazione produttiva e sull’organizzazione stessa dei sistemi economici. I modelli più recenti mettono in luce il ruolo dei rendimenti crescenti, dei costi di trasporto e dei processi cumulativi nel determinare fenomeni di concentrazione produttiva, con il rischio che la crescita si concentri in poche aree lasciando indietro i territori periferici.

In questo scenario, territori come quello crotonese si trovano a dover affrontare una duplice sfida: da un lato colmare un ritardo strutturale, dall’altro costruire un percorso di sviluppo autonomo e sostenibile. Il tessuto produttivo locale continua a essere caratterizzato da una forte frammentazione e da una scarsa integrazione tra imprese, con limitata circolazione di informazioni, innovazioni e relazioni economiche. Le aziende, spesso, operano in modo isolato, internalizzando molte fasi produttive e dipendendo dall’esterno per tecnologie e input strategici.

Tuttavia, questa condizione non esaurisce il quadro. Accanto alle criticità, emerge una diffusa capacità imprenditoriale, una tendenza alla diversificazione e una notevole resilienza. In molti casi, le imprese locali dimostrano di saper cogliere opportunità anche in contesti difficili, sviluppando attività complementari e adattandosi ai cambiamenti del mercato. Questo patrimonio di competenze, spesso informali e stratificate nel tempo, rappresenta una base fondamentale su cui costruire nuove traiettorie di sviluppo.

In questa prospettiva, il territorio stesso diventa un fattore produttivo. Non si tratta soltanto di valorizzare singoli settori, ma di costruire un sistema integrato in cui economia, cultura e paesaggio siano strettamente connessi. Il crotonese dispone infatti di un patrimonio unico, che unisce storia millenaria, risorse naturali e tradizioni produttive.

Dalla Magna Grecia, legata alla figura di Pitagora, fino ai borghi medievali e alle tradizioni religiose dell’entroterra, il territorio offre una continuità culturale rara. A questa eredità si aggiunge anche la tradizione sportiva dell’antica Kroton, che ha dato i natali ad atleti straordinari come Milone di Crotone, Astylos di Crotone, Faillo di Crotone e Daippo di Crotone, simboli di eccellenza e disciplina che contribuiscono a rafforzare l’identità storica del territorio.

Uno dei simboli più alti di questa eredità è il Santuario di Hera Lacinia, centro religioso di primaria importanza nella Magna Grecia, da cui proviene il celebre Diadema aureo (550–500 a.C.) rinvenuto nell’Edificio B, testimonianza della raffinatezza artistica e del livello culturale raggiunto dall’antica città.

È in questo contesto che prende forma il progetto del “Cammino della Magna Grecia Crotoniate”, concepito come una vera infrastruttura territoriale capace di connettere luoghi, produzioni e comunità. Il cammino non rappresenta soltanto un itinerario turistico, ma uno strumento di sviluppo, in grado di attivare processi economici e sociali lungo tutto il territorio.

L’itinerario si sviluppa lungo due direttrici principali. La prima segue la fascia ionica, entrando nel territorio crotonese scendendo dalla fascia ionica cosentina e incontrando dapprima Torretta di Crucoli, centro legato alle tradizioni marinare e alla trasformazione del pesce, per poi proseguire verso Cirò e Cirò Marina, cuore della produzione del Cirò Doc, dove il paesaggio vitivinicolo rappresenta uno degli elementi più distintivi del territorio. Successivamente il cammino attraversa Melissa, luogo simbolo della storia agricola e sociale calabrese, e continua verso Strongoli, antica Petelia, ricca di testimonianze della Magna Grecia.

Scendendo verso sud, il cammino raggiunge il Santuario di Hera Lacinia a Capo Colonna, nodo simbolico dell’intero percorso, e attraversa l’Area Marina Protetta Capo Rizzuto fino a Le Castella. La città di Crotone rappresenta un ulteriore punto di connessione, con il Castello di Carlo V e il suo patrimonio urbano.

La seconda direttrice conduce nell’entroterra, dove il paesaggio cambia e si arricchisce di borghi, tradizioni e ambienti naturali. Si incontrano Santa Severina e Caccuri, fino a Cerenzia. Il percorso prosegue verso Mesoraca, con il Santuario dell’Ecce Homo e la Riserva Naturale Regionale del Vergari, per poi estendersi verso Cotronei e Petilia Policastro.

Lungo tutto il cammino, la valorizzazione dei prodotti agroalimentari diventa elemento centrale. Il vino Cirò, i formaggi, la liquirizia, l’olio extravergine e le produzioni locali si integrano con l’esperienza turistica, trasformando ogni tappa in un momento di scoperta. L’enogastronomia diventa così un ponte tra economia e cultura, contribuendo a costruire un’identità territoriale forte.

In questo modello, lo sviluppo non è più legato a un singolo settore, ma nasce dall’interazione tra più elementi. Il cammino diventa uno strumento per favorire l’integrazione tra imprese, ridurre l’isolamento produttivo e creare nuove opportunità di mercato. Allo stesso tempo, l’utilizzo di nuove tecniche di commercializzazione, come le piattaforme digitali e lo storytelling territoriale, consente di raggiungere nuovi pubblici e nuovi mercati.

A ciò si aggiunge un ulteriore elemento strategico: la possibilità di attrarre un turismo lento, sostenibile e destagionalizzato, capace di generare flussi economici distribuiti durante tutto l’anno. I cammini rappresentano oggi uno dei segmenti più dinamici del turismo europeo e internazionale, e il crotonese, per le sue caratteristiche, può inserirsi in questo circuito con una proposta originale e competitiva.

La creazione di una rete di accoglienza diffusa, fatta di agriturismi, strutture ricettive, aziende agricole e piccoli borghi, può rafforzare ulteriormente questo processo, favorendo la nascita di nuove microeconomie locali. Allo stesso tempo, il coinvolgimento delle comunità diventa fondamentale per garantire autenticità e qualità dell’esperienza.

Un ruolo importante può essere svolto anche dalla formazione e dall’innovazione, con percorsi dedicati al turismo esperienziale, al marketing digitale e alla valorizzazione dei prodotti tipici. Investire sulle competenze significa creare le condizioni per uno sviluppo duraturo e non dipendente da fattori esterni.

Inoltre, il cammino può favorire la nascita di nuove forme di imprenditorialità giovanile, legate all’accoglienza, alla guida turistica, alla trasformazione dei prodotti e ai servizi digitali. Questo aspetto è particolarmente rilevante in un territorio che ha bisogno di trattenere e valorizzare le proprie risorse umane.

Un ulteriore elemento di forza è rappresentato dalla possibilità di creare connessioni con altri itinerari regionali e nazionali, inserendo il crotonese all’interno di reti più ampie di turismo lento. Ciò consentirebbe di aumentare la visibilità del territorio e di intercettare flussi già esistenti.

Il cammino può anche diventare uno strumento educativo e culturale, coinvolgendo scuole, associazioni e comunità locali in un processo di riscoperta e valorizzazione dell’identità territoriale. Questo contribuisce a rafforzare il senso di appartenenza e a creare una cultura diffusa dell’accoglienza.

Dal punto di vista economico, l’integrazione tra filiera agroalimentare e turismo può generare effetti moltiplicativi significativi, aumentando il valore aggiunto locale e favorendo la permanenza della ricchezza sul territorio. La trasformazione dei prodotti e la loro vendita diretta ai visitatori rappresentano un’opportunità concreta per le imprese locali.

Infine, la costruzione di un sistema territoriale integrato può contribuire a ridurre i costi di transazione, migliorare l’efficienza complessiva e rafforzare la competitività del crotonese nel contesto nazionale e internazionale.

In definitiva, il futuro del crotonese dipende dalla capacità di trasformare la frammentazione in connessione, valorizzando le risorse esistenti attraverso una visione integrata. Il “Cammino della Magna Grecia Crotoniate” rappresenta una possibile sintesi di questo percorso: un progetto capace di unire teoria e pratica, economia e cultura, locale e globale, aprendo la strada a uno sviluppo sostenibile e duraturo. (rp)