Ponte sullo Stretto: I continui rinvii dal 2011 a oggi sono già costati 50 miliardi alla collettività

di ERCOLE INCALZA – Nel 2011 avevamo completato il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina e stavamo sottoponendo al CIPE l’intera proposta con la indicazione dell’importo pari a circa 6,5 miliardi di euro. Qualora il CIPE lo avesse esaminato e approvato, avremmo potuto disporre dell’opera entro il 2019. I dati sulla doman<da di traporto ed i ricavi annui stimati generati dal flusso di traffico previsto di 25 milioni di veicoli e 36.000 treni ogni anno ammontavano a circa 600 milioni di euro. In realtà, dal 2019 ad oggi, in circa sette anni avremmo potuto contare su un valore di circa 4,2 miliardi di euro.

Ma a questa analisi, che ritengo senza dubbio oggettiva, va aggiunta quella relativa alla mancata crescita del Prodotto Interno Lordo della Regione Sicilia a causa della assenza della continuità territoriale: un valore stimato, da un Istituto di ricerca indipendente, pari a 6,4 miliardi di euro l’anno. In tal modo, il danno stimato in questi sette anni di non disponibilità dell’opera è prossimo a circa 50 miliardi di euro.

Questo dato sembra incredibile e ci si meraviglia che i Governi presieduti da Monti, Gentiloni, Renzi, Conte 1 e Conte 2, Draghi, non ne abbiamo tenuto conto e, in fondo, anche la lunga istruttoria effettuata al Ministero dell’Ambiente dell’attuale Governo testimonia la sottovalutazione del danno creato dalla mancata disponibilità dell’opera.

Ma al macro valore prima denunciato bisogna aggiungere anche quello legato a:

• Inquinamento atmosferico generato dalle attese ai terminali.

• Ritardi nella distribuzione dei prodotti, con particolare attenzione ai prodotti food.

• Difficoltà dei prodotti siciliani a raggiungere i mercati nazionali ed internazionali.

• Difficoltà nella creazione di servizi comuni ed integrati nelle due realtà urbane di Messina, di Reggio Calabria e Villa San Giovanni.

Ancora più preoccupante è la sottovalutazione della disponibilità della Unione Europea nel garantire un contributo comunitario comparabile a quello riconosciuto per gli altri anelli mancanti che caratterizzano l’intero sistema della Unione Europea (il tunnel sotto la Manica, il tunnel ferroviario sotto i Pirenei, il tunnel Lione – Torino, il Terzo Valico dei Giovi, il San Gottardo, il Brennero, il corridoio Malmö – Copenaghen) un contributo che si aggira su un valore pari al 40% dell’opera. Una disponibilità che potrebbe scomparire in presenza di emergenze congiunturali ormai sempre più possibili alla luce delle attuali crisi internazionali.

Un’ultima considerazione è invece legata alla misura delle convenienze generate dalla realizzazione di reti ferroviarie ad alta velocità nel tratto Salerno – Reggio Calabria, Palermo – Catania e Catania Messina; opere il cui costo globale supera i 38 miliardi di euro ed il cui vantaggio funzionale viene abbondantemente ridimensionato o addirittura annullato dalla assenza della continuità territoriale.
Nasce, quindi, un interrogativo: come mai in questi anni questa tensione e questa attenzione sulla rilevanza di questi dati e di queste denunce sia praticamente stata quasi inesistente e come mai ancora oggi si continui a rinviare nel tempo l’avvio dell’opera?

Senza dubbio condivido la scelta di tentare ancora una volta di soddisfare le richieste formulate dalla Corte dei Conti ed apprezzo la velocità con cui la Società dello Stretto di Messina stia garantendo il rispetto dei vari impegni entro il mese di luglio, mi meravigliano e mi preoccupano invece sia le richieste avanzate dall’ANAC o quelle che potranno venire a valle di questo ulteriore approfondimento in corso da parte della stessa Corte dei Conti.

Sono convinto che chi ritarda l’attuazione dell’opera è cosciente del danno ed è cosciente anche del valore e della dimensione del danno stesso; quindi un simile comportamento, a mio avviso, si inserisce all’interno della famiglia della “colpa grave” ed ha solo un fine: contrastare la volontà del Governo e del Parlamento e come tale si caratterizza anche come un atto antidemocratico.

Molti esponenti del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle continuano a dichiarare scandalosa e indifendibile la realizzazione del Ponte sullo Stretto dimenticando il folle danno di 50 miliardi di euro già accumulato a causa di questa assurda e irresponsabile melina.

(Courtesy Il Riformista)

Elezioni reggine: la grande incognita del voto giovanile, quello del referendum

di EMILIO ERRIGO – C’è un elemento che più di altri merita oggi un’analisi attenta e non superficiale: il rapporto tra giovani e partecipazione democratica nel Mezzogiorno, e in particolare nella Città Metropolitana di Reggio Calabria.

Non si tratta soltanto di leggere i risultati elettorali, ma di comprendere ciò che si muove sotto la superficie dei numeri, dentro una società che da troppo tempo viene descritta per le sue fragilità e troppo poco per le sue energie.

Il recente esito referendario nella provincia di Reggio Calabria ha visto prevalere il “Sì”, in controtendenza rispetto a molte altre aree del Paese. Un dato che non può essere ignorato e che merita di essere interpretato senza schematismi. Non è necessariamente il segnale di una distanza dei giovani dai valori costituzionali, né tantomeno una scelta uniforme e consapevole di tutte le fasce sociali. Piuttosto, riflette una complessità territoriale in cui incidono fattori molteplici: il livello di informazione, il rapporto con le istituzioni, la percezione della giustizia e, non da ultimo, il grado effettivo di partecipazione.

Ed è proprio qui che si innesta la questione centrale. Più che il risultato in sé, ciò che deve interrogare è il peso specifico della partecipazione giovanile. Nel Mezzogiorno, e in Calabria in particolare, il voto dei giovani non è ancora, in termini quantitativi, il fattore decisivo che invece potrebbe essere. Non perché manchi consapevolezza, ma perché troppo spesso manca il coinvolgimento reale, la percezione che quel gesto (una cabina chiusa e una matita su una scheda) possa incidere concretamente sul proprio destino.

Eppure, proprio in territori come Reggio Calabria, questa percezione potrebbe trasformarsi in una leva potente di cambiamento.

Qui, dove il mare dello Stretto si apre ogni giorno come un confine che unisce più che dividere, guardando verso la Sicilia, e dove l’Aspromonte veglia silenzioso alle spalle della città, la bellezza del paesaggio convive con una domanda profonda di riscatto sociale.

Sul lungomare, quello celebrato da Gabriele D’Annunzio come il chilometro più bello d’Italia, si incontrano generazioni (forse inconsapevoli) che portano con sé aspettative diverse ma una stessa esigenza: vivere in una comunità più equilibrata, giusta, più stabile, capace di offrire concrete opportunità.

Le prossime amministrative di maggio rappresentano, in questo contesto, un passaggio cruciale. Non tanto per decretare la vittoria dell’una o dell’altra parte politica, quanto per misurare la capacità del sistema democratico locale di riattivare la partecipazione, soprattutto tra i più giovani.

Se da quelle parti il dato referendario ha mostrato un orientamento preciso dell’elettorato attivo, resta aperta la domanda su quanti giovani abbiano effettivamente partecipato e, soprattutto, su quanti potrebbero farlo se adeguatamente coinvolti.

È qui che si gioca il vero equilibrio: non nella contrapposizione tra un “Sì” e un “No”, o tra “quel candidato” o “quell’altro candidato”, ma nella capacità di allargare la base democratica.

Lo stesso ragionamento si proietta inevitabilmente verso le elezioni politiche del 2027, quando una nuova generazione di neo-diciottenni entrerà nel corpo elettorale.

In quel momento, il tema non sarà soltanto quale scelta c.òompiranno, ma se e quanto sceglieranno di partecipare. La differenza, ancora una volta, non sarà determinata esclusivamente dagli orientamenti politici, ma dal numero di giovani che decideranno di esercitare il proprio diritto di voto.

Una matita tra le dita, in questo senso, diventa molto più di uno strumento: è il simbolo di una cittadinanza che si attiva, di una responsabilità che si assume, di una possibilità concreta di incidere sul proprio futuro.

Nella Città Metropolitana di Reggio Calabria, dove le contraddizioni sono evidenti ma è nascosta la vera forza delle comunità, l’auspicio è che proprio i giovani possano diventare il vero “piatto pieno della bilancia” della democrazia. Non tanto orientandola in una direzione precostituita, ma rafforzandola nella sua essenza più autentica: la partecipazione.

Un aumento esponenziale della presenza alle urne, soprattutto da parte delle nuove generazioni, rappresenterebbe di per sé un risultato straordinario, capace di restituire senso e vitalità al processo democratico.

In fondo, la democrazia non si misura soltanto nei risultati, ma nella qualità e nella quantità della partecipazione che riesce a generare.

Come ricordava Norberto Bobbio, “La democrazia è un insieme di regole, ma ha bisogno di cittadini che le prendano sul serio”.

Ma forse è proprio da una domanda, semplice solo in apparenza, che bisogna partire: quanti adulti sapranno davvero mettersi in ascolto, trovare parole sincere e uno sguardo autentico capace di incontrare quello dei giovani, entrando nel loro tempo senza giudicarlo, per accompagnarli con rispetto e fiducia a sentirsi parte viva di una comunità che ha ancora bisogno di loro?

(Emilio Errigo è nato a Reggio Calabria, ufficiale generale della Guardia di Finanza in riserva, docente universitario e attualmente insegna presso l’Università degli Studi della Tuscia, “Diritto Internazionale e del Mare” e “Management delle Attività Portuali”, al Corso di laurea magistrale di Economia Circolare)

Vacanze di Pasqua vietate: tornare in Calabria costa caro, per treni, aerei e bus tariffe esagerate

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Tornare in Calabria, per Pasqua, non è meno costoso, tutt’altro. Tra pochi biglietti a prezzi esagerati, tariffe più costose per gli effetti della guerra in Medio Oriente e voli che costano quasi 500 euro andata e ritorno, passare le festività con i propri cari è diventato un vero e proprio salasso.

Una situazione con cui dovranno fare i conti tutti coloro che decideranno di tornare a casa per passare le festività con la propria famiglia: si stima, infatti, che saranno 10,8 milioni gli italiani in viaggio. Secondo un’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca mUp Research il conflitto in Medio Oriente ha convinto 4 milioni di connazionali a cambiare i piani per queste festività. Quasi 2,9 milioni di italiani hanno rinunciato a partire, mentre circa 920mila hanno scelto una nuova destinazione, privilegiando soprattutto l’Italia o mete europee.

L’incertezza e l’aumento dei prezzi hanno spinto molti ad optare per viaggi più brevi e con destinazioni vicine al luogo di residenza: circa l’8% di chi ha cambiato destinazione lo ha fatto proprio per ragioni economiche.

E, in Calabria, la situazione non è affatto facile:

Rispetto alla Pasqua del 2025, si rilevano, per chi parte sabato 4 aprile, aumenti sino al 15% su alcuni voli (es. Milano Bergamo-Lamezia), rispetto allo stesso periodo di simulazione della prenotazione nell’ultima settimana di marzo; +10,12% su alcuni voli Roma – Lamezia Terme.

Da tutti gli altri aeroporti verso i tre scali regionali, con le diverse compagnie, si registrano offerte più vantaggiose rispetto al 2025, seppure con prezzi in significativo aumento sui giorni di aprile 2026 lontani dalle festività.

Migliora l’offerta per Crotone ma i prezzi in questo caso, e con 1 scalo, arrivano sino 480 euro per un Torino- Crotone.

Agli aumenti generalizzati emersi dal report nazionale dell’ONF del 47%, si aggiungono gli aumenti particolari registrati per raggiungere la Calabria.

Il costo dei biglietti ferroviari verso la nostra regione variano di giorno in giorno, sono esposti ad una variabilità che manda in pallone chi deve mettersi in viaggio ma è nella difficoltà di decidere in tempo il giorno della partenza.

Federconsumatori Calabria ha simulato la prenotazione in diversi giorni della settimana antecedente la Pasqua 2026: l’altalena di prezzi per gli stessi treni e la stessa classe è divenuta una variabile intollerabile.

Sono state comparate le offerte di Italo e Trenitalia senza cambi per rendere più efficace l’equiparazione del costo del viaggio.

Si continuano a rilevare le migliori offerte di viaggio di Italo che su tutte le tratte della costa tirrenica su cui fa scalo (Scalea, Paola, Lamezia T.C., Vibo-Pizzo, Rosarno, Villa S. Giovanni e Reggio Calabria Centrale), per le stesse fermate consente di risparmiare sino al 40% % rispetto alle offerte del maggior competitor Trenitalia.

Federconsumatori Calabria ha elaborato i dati relative alle principali destinazioni di Lamezia Terme e Reggio Calabria per rendere evidenti le differenze anche fra i diversi vettori.

Stessi incrementi si registrano però verso tutte le destinazioni prese in esame: Scalea, Paola, Cosenza, Lamezia T., Crotone, Vibo-Pizzo- Rosarno, Villa S. Giovanni e Reggio Calabria.

Il viaggio in autobus dal Nord alla Calabria costa meno del volo e del treno, ma anche questo ha subito dei rincari non indifferenti: Mediamente i biglietti monitorati aumentano del +72%, l’aumento più alto si registra sulla tratta Roma-Cosenza, che a Pasqua ha una tariffa più elevata del +112% rispetto a un weekend di marzo.

Sulla piattaforma checkmybus.it, che confronta le migliori offerte delle autolinee nazionali, viaggiare da Milano a Reggio Calabria venerdì 3 aprile costerà tra i 100 e i 165 euro.

In molti, probabilmente, sceglieranno di spostarsi in auto, spendendo però, rispetto a Pasqua 2025, circa il +4% per la benzina e il +26% per il diesel, nonostante il taglio delle accise completamente eroso da aumenti e fenomeni speculativi. Ma gli aumenti non mancano anche per chi sceglie di viaggiare diversamente: nel confronto con il 2025, a Pasqua, i costi dei voli per le tratte monitorate sono aumentati mediamente del 23%, con picchi di oltre l’80% (Milano – Londra) e del 73% (Milano – Parigi).

«Ogni anno denunciamo queste maggiorazioni spropositate e ingiustificate, ma ancora non si è deciso di porre dei limiti. A pagarne le conseguenze sono i cittadini, specialmente lavoratori e studenti che si trovano lontano da casa e che vorrebbero trascorrere le festività in famiglia», scrive Federconsumatori.

«Conoscendo queste dinamiche molti si sono organizzati da tempo, prenotando il biglietto con largo anticipo, per spuntare le tariffe migliori, ma non sempre è possibile! Per questo riteniamo che, in una fase di rincari come quella attuale, è arrivato il momento di porre un faro su questi sovrapprezzi, che spesso si accompagnano speso a ritardi e disservizi. Per questo Federconsumatori torna a «chiedere un intervento delle Autorità competenti per garantire un accesso equo alla mobilità e arginare la speculazione sui prezzi dei trasporti in occasione delle festività».

«È una storia che si ripete a danno di quanti scelgono di tornare nella nostra regione. Assistiamo di anno in anno a pratiche tariffarie poco trasparenti, dalle logiche intollerabili con rincari inaccettabili», ha commentato Mimma Iannello, presidente di Federconsumatori Calabria Aps.

«I calabresi di ritorno, che già pagano per il carovita diffuso – ha aggiunto – e dora per il caro carburante, non possono permettersi aumenti così esosi. È una vergogna che non ci stancheremo di denunciare e di portare all’attenzione dell’opinione pubblica».

«Le politiche tariffarie – ha concluso – non possono essere slegate da fattori di trasparenza e di sostenibilità sociale. Mettere la marcia al meccanismo della domanda è un gioco speculativo che come Federconsumatori continueremo a sottoporre all’attenzione delle Autorità dei Trasporti e della politica affinché assumano ogni azione dovuta».

L’Informazione in Calabria: parlare all’Unical ai giovani per renderli “complici” della legalità

di GIANFRANCO DONADIO  – Il silenzio dell’Aula Solano non è assenza. È un peso. È il respiro trattenuto di quattrocentocinquanta ragazzi che l’Unical ha radunato per un rito che non ha nulla di accademico, se per accademia intendiamo la polvere delle biblioteche. Davanti a questi sguardi che l’Unical ha messo in fila, il racconto della Calabria smette di essere un esercizio di stile per farsi in qualche modo autopsia.

Quando Giancarlo Costabile evoca la Pedagogia dell’Antimafia e il network LaC risponde con le voci di Franco Laratta, Pier Paolo Cambareri e Domenico Maduli, non assistiamo a una lezione. È un corpo a corpo. È la collisione tra chi la realtà la studia e chi, ogni mattina, deve decidere come titolare il disastro senza farsi mangiare dal mostro che descrive.
Raccontare la verità nella legalità sembra un binario parallelo, quasi rassicurante. Eppure, in questa terra complicata, è un paradosso sanguigno. La verità ha il vizio di essere asimmetrica, spigolosa, spesso fastidiosa persino per chi della legalità fa un vessillo formale. La verità rompe gli equilibri, mentre la legalità, a volte, si accontenta della procedura. Mettere insieme questi due mondi significa fare un giornalismo o un’editoria che non si limita a fotocopiare i verbali delle procure, ma che scava nel fango della zona grigia, lì dove il colletto bianco e il picciotto bevono allo stesso bancone. È una postura etica, nel senso che non basta che un fatto sia “legale” per essere giusto, e non basta che sia “vero” per essere dicibile senza conseguenze.

Franco Laratta e Domenico Maduli

Qui la libertà ha un prezzo che non si paga alle casse del supermercato. Si paga in solitudine, si paga in querele che arrivano come proiettili di carta, in quella sensazione di essere l’invitato sgradito alla festa del consenso. L’informazione, in questo contesto, smette di essere un bene di consumo e diventa un materiale da costruzione per le coscienze critiche. Se l’informazione non forma, è solo intrattenimento macabro. Se la formazione non informa, è solo accademia sterile. Questi due percorsi, che si incontrano tra i banchi dell’Unical, sono – a mio avviso – l’unica assicurazione sulla vita per la Calabria del futuro. Perché una coscienza critica è un radar che ti permette di vedere la trappola prima di caderci, di distinguere un leader da un padrone.

La comunicazione ha un compito quasi sciamamico: quello di rendere visibile l’invisibile. Non parliamo di fantasmi, ma di poteri, di quegli interessi che si muovono nel sottobosco della burocrazia, delle nomine sottobanco, del welfare gestito come elemosina. Portare le telecamere di LaC di un gruppo come Diemmecom dentro queste dinamiche significa rompere l’incantesimo del “si è sempre fatto così”. Significa dire che l’invisibile esiste, ha un nome, un cognome e una partita IVA. È un atto di prepotenza democratica: strappare il velo su ciò che molti preferirebbero rimanesse un segreto di Pulcinella, un rumore di fondo a cui fare l’abitudine.

Ma c’è un punto che scotta, un dato che nessun consulente marketing approverebbe. L’editoria in Calabria non conviene. Maduli lo ha detto senza mezzi termini. È un fallimento annunciato, se guardato con le lenti del cinismo imprenditoriale. Fare informazione libera in un mercato dove la pubblicità è spesso un guinzaglio e il lettore è un animale ferito dalla sfiducia, è una scelta che confina con la follia. Eppure, proprio in questa “sconvenienza” risiede l’unica dignità possibile. Se l’editore Domenico Maduli decide di investire sulla formazione dei giovani dell’Unical, non sta cercando clienti, ma sta cercando complici. Sta scommettendo su quella parte della Calabria che smetta di essere un bancomat per pochi e diventi un laboratorio per molti.

Il viaggio portato avanti in aula Solano non ha una destinazione turistica. È un’immersione nel magma di una regione che ha bisogno di essere raccontata da chi la abita, senza sconti e senza lirismi da cartolina. La verità è un muscolo che va allenato ogni giorno, altrimenti atrofizza. E quando quel muscolo smette di funzionare, la libertà diventa un lusso per pochi eletti. Resta, però, una domanda, pesante come il piombo: siamo pronti a pagare il prezzo di una verità che non fa sconti a nessuno, a partire da noi stessi? Forse la risposta non è in un articolo come questo, ma nel modo in cui quegli studenti, domani, decideranno di guardare il mondo fuori dal campus. (gd)

(Documentarista Unical)

[Courtesy LaCNews24]

La Calabria e il suo paradosso: essere ricca di risorse idriche ma incapace di gestirle e valorizzarle

di MARIO PILEGGILa Giornata Mondiale dell’Acqua (World Water Day), istituita dalle Nazioni Unite nell’ambito dell’Agenda 21 nata dalla Conferenza di Rio, si celebra ogni anno il 22 marzo. In tutto il mondo, eventi, convegni e iniziative accendono i riflettori sull’“oro blu”, richiamando l’attenzione sull’uso razionale di una risorsa indispensabile alla vita e tra le più preziose del pianeta.

Una necessità che continua a essere largamente sottovalutata, sia a livello nazionale sia regionale. E ciò vale non solo per le classi dirigenti del Paese, ma anche per quelle che governano una regione come la Calabria, straordinariamente ricca di acqua potabile, biodiversità e risorse naturali.

Anche nel 2026, la Calabria continua a non cogliere appieno l’occasione offerta da questa giornata, che potrebbe servire a: informare e coinvolgere i cittadini nella gestione e nella tutela delle risorse idriche; rafforzare la consapevolezza dell’acqua come bene vitale da usare in modo sostenibile; promuovere il ruolo dell’acqua nell’agricoltura e nella qualità dell’alimentazione; valorizzare suoli e acque che sostengono biodiversità ed eccellenze enogastronomiche riconosciute anche a livello internazionale.

Il vero paradosso è che, proprio in una regione che vanta tra le migliori acque d’Europa si continua a ignorare una tendenza ormai diffusa: nei ristoranti, accanto alla carta dei vini, compare sempre più spesso anche la carta delle acque.

Questa mancanza di attenzione impedisce ai calabresi di conoscere e difendere il valore delle proprie risorse idriche. E mentre le acque regionali risultano sempre più apprezzate fuori dai confini locali, i suoli vengono progressivamente degradati, tra abbandono delle aree interne e crescente cementificazione delle pianure.

Eppure, la Calabria possiede un patrimonio idrico straordinario.

Sono state censite: 4.598 sorgenti con portata superiore a 1 litro al secondo; 14.744 sorgenti oltre i 60 litri al minuto; una disponibilità complessiva pari a 43.243 litri al secondo, ovvero oltre 1,3 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno; a cui si aggiungono 10.442 sorgenti minori.

A queste si affiancano 211 sorgenti di acque calde e 5 sorgenti termali con temperature superiori ai 30°C.  Dati documentati da importanti studi, tra cui lo “Studio Organico delle Risorse Idriche della Calabria”.

Non solo quantità, ma anche qualità. Le acque potabili calabresi sono tra le migliori d’Italia e d’Europa. Ciò è dovuto alla composizione delle rocce nelle quali scorrono e si mineralizzano, oltre che alla purezza dell’aria. Le specificità degli assetti idro-geomorfologici e l’elevata piovosità rendono il territorio ricco di suoli fertilissimi e sorgenti di grande valore.

Suoli e acque ricchi di minerali alimentano una biodiversità straordinaria, con specie uniche in Europa come il bergamotto e il cedro, oltre a una varietà di prodotti agroalimentari di eccellenza.

Le peculiarità delle acque calabresi erano note già nell’antichità. Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, descriveva le differenze tra i fiumi Crati e Sibari, attribuendo loro effetti diversi persino sull’aspetto fisico di uomini e animali. Un racconto suggestivo che testimonia quanto queste risorse fossero considerate speciali già migliaia di anni fa.

Nonostante questa ricchezza, il mancato e irrazionale utilizzo delle risorse idriche produce effetti gravi. Non solo impedisce di soddisfare pienamente il fabbisogno nei diversi settori, ma contribuisce anche al dissesto idrogeologico, con conseguenze ambientali, economiche e sociali sempre più evidenti.

Le criticità sono sotto gli occhi di tutti: crisi idriche ricorrenti, desertificazione di alcune aree, calo della produttività agricola, inquinamento e disagi quotidiani per le popolazioni, spesso costrette a razionamenti idrici anche al di fuori dei mesi estivi.

Emblematica, in tal senso, è la Delibera del Consiglio dei Ministri del 28 agosto 2025, che ha prorogato lo stato di emergenza per deficit idrico in numerosi territori calabresi: “Proroga dello stato di emergenza in relazione alla situazione di deficit idrico in atto nel territorio della città metropolitana di Reggio Calabria, della provincia di Crotone e dei comuni di Calopezzati, di Caloveto, di Cariati, di Corigliano-Rossano, di Cropalati, di Crosia, di Longobucco, di Mandatoriccio, di Paludi, di Pietrapaola, di Scala Coeli, di Acri, di Bisignano, di Luzzi, di Rose, di San Cosmo Albanese, di San Demetrio Corone, di San Giorgio Albanese, di Santa Sofia d’Epiro, di Vaccarizzo Albanese, di Bocchigliero, di Campana e di Terravecchia, in provincia di Cosenza”. Pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 209 del 9 settembre 2025

Anche la Commissione Europea, attraverso le direttive quadro sulle acque (2000/60/CE) e sulle alluvioni (2007/60/CE), ha ribadito la necessità di accelerare gli interventi per la tutela delle risorse idriche e la gestione dei rischi legati ai cambiamenti climatici.

La Calabria, come molte regioni europee, è chiamata ad adeguarsi a queste indicazioni attraverso: la riduzione dell’inquinamento agricolo e urbano; il potenziamento e l’ammodernamento delle infrastrutture idriche per limitare le perdite; una gestione più efficace del rischio idrogeologico, con interventi di prevenzione contro frane e alluvioni.

L’adozione di queste misure è indispensabile per fermare il degrado ambientale e superare un paradosso sempre più evidente: quello di una regione ricca d’acqua ma spesso assetata.

Solo attraverso un uso responsabile e consapevole delle risorse idriche, la Calabria potrà tutelare il proprio patrimonio naturale e garantire un futuro più equo e sostenibile alle nuove generazioni. (mp)

(Geologo del Consiglio Nazionale Amici della Terra)

Referendum: l’Italia sceglie il NO. E anche in Calabria non vince il SI (tranne che a Reggio)

di SANTO STRATI Due milioni di voti in più e il No ha prevalso. È il dato netto di un referendum portato al parossismo  politico dalla Sinistra che ha mostrato di saper cavalcare l’«odio» contro il Governo Meloni e soprattutto nei confronti della Premier. Qualsiasi previsione, in partenza, partiva con serissime incognite e la valutazione apparentemente positiva per il SÌ provocata da un’affluenza corposa (e inaspettata) si è rivelata sbagliata. Ovvero la forte affluenza non ha penalizzato la Sinistra, anzi ha ribaltato il risultato che si dava per scontato.

Dunque, è necessaria una valutazione politica di questo risultato frutto più della radicalizzazione dello scontro politico che della convinzione personale degli elettori. Anzi, a mio avviso, è pesata nei confronti degli elettori, nella gran parte degli elettori, l’assenza di una estrema chiarezza sugli obiettivi del referendum.

La Schlein, Conte e AVS hanno giocato d’azzardo, stimolando gli istinti di hater della popolazione civile e trasformato la bocciatura (eventuale) della legge costituzionale di riforma della giustizia in una chiamata alle armi contro la premier e la sua coalizione. In politica si gioca sporco e ogni mossa è lecita – si sa – ma probabilmente  a Destra dovranno farsi molte domande su questa improvvisa disfatta che ha poche giustificazioni, se si valuta in chiave politica il voto del referendum.

Basti guardare la tabella sull’appartenenza partitica di chi ha votato, prodotta per il TG1 dal Consorzio Opinio Italia: risulta evidente che i partiti della coalizione non hanno votato compatti SÌ. Anzi risulta che hanno detto no l’11,2 % degli elettori di Fratelli d’Italia, il 17,9% gli elettori di Forza Italia-Noi Moderati-PPE e il 14% degli elettori della Lega, per un totale del 43% nella ripartizione dei voti del NO, che rapportato all’affluenza ha un significato di non poco conto, tenendo presente i voti mancati per raggiungere il traguardo.

C’è evidentemente, uno scollamento, un malessere, nella coalizione che, se prima serpeggiava in modo felpato e quasi impercettibile, con la vittoria del NO è emerso in tutta la sua reale dimensione. Il voto degli italiani che hanno detto NO non è – come sostiene l’ex presidente Giuseppe Conte – «un avviso di sfratto al Governo Meloni» però è una realtà pericolosa da affrontare in vista delle prossime politiche del 2027.

Non ci saranno dimissioni, come aveva anticipato la premier Meloni, ma andrà fatta una seria riflessione sulla tenuta della maggioranza e sulle prospettive future di una coalizione dove ognuno va – alla fine – per conto proprio. Se la Sinistra ha serrato le fila precettando i propri elettori e pescando tra gli astensionisti abituali con favole e baggianate che hanno incantato e motivato, la destra ha peccato di presunzione sottovalutando la reale portata del rischio, senza provvedere per tempo a rinforzare gli argini “deboli” della coalizione. In Calabria la situazione del voto rispecchia in gran parte quella nazionale e pone non pochi problemi sia a Occhiuto (scommettiamo che arriveranno immediate novità sul fronte dei suoi procedimenti penali in corso?) sia alla coalizione di centrodestra che sarà impegnata il 24 e 25 maggio nel rinnovo del Consiglio comunale di Reggio e di Crotone e di altri centri. La strada che appariva in discesa diventa pianeggiante e tutto può succedere, alla luce del risultato di ieri. Unica nota positiva è il rassicurante ritorno alle urne, con un’affluenza che indica il contrario della disaffezione alla politica che tutti paventavano. Non è vero che prevale la sfiducia e l’avvilimento verso la politica e i suoi protagonisti: serve un richiamo forte e motivato che, stavolta, la sinistra è stata abile e furba ad attivare. (s)

Referendum: l’affluenza sarà determinante per l’esito finale

di SANTO STRATI  – Mai come questa volta gli osservatori politici, gli analisti e gli strateghi del voto si sono trovati in grande imbarazzo nell’azzardare l’esito referendario. La politicizzazione (voluta dalla sinistra) del voto referendario come il NO equivalente alla “bocciatura” del Governo Meloni e non della sua proposta di riforma costituzionale ha sicuramente sparigliato le previsioni sui risultati.

E, soprattutto, ha messo in evidenza, senza il minimo dubbio, che sarà l’affluenza a determinare il successo del SÌ o del NO. Ovvero, facile immaginare che una bassa affluenza favorirà il centrosinistra e i fautori del NO, mentre il superamento psicologico del 50% dei votanti dovrebbe avvantaggiare il SÌ.

La spiegazione è abbastanza ovvia: la sinistra ha schierato i suoi elettori precettandoli come fosse una guerra di religione contro la Meloni e il suo Governo: l’elettore di sinistra è abituato ad accettare i “consigli” della sua coalizione (io direi gli ordini di partito) e votare non secondo coscienza, ma seguendo direttive rigide e non discutibili. L’elettore del centrodestra è più irrequieto e “farfallone” e non sempre accetta di ricevere “ordini di scuderia”, al contrario, se non  gli garbano le indicazioni del proprio partito, sceglie con molta nonchalance di disertare le urne, lasciando intendere che voterà come “suggerito” dalla sua coalizione.

In altre parole, in questa occasione, chi non va a votare è in gran parte orientato a destra, chi non diserta le urne è di sinistra. Può sembrare un’analisi molto da sociologia da marciapiedi, ma se ci pensate bene, le motivazioni (inesistenti) del NO si poggiano quasi esclusivamente sull’illusoria (ma mica tanto) vittoria che politicamente “boccerebbe” la destra di Governo.

E qui sarebbe opportuno notare che la premier Meloni ha atteso di scendere in campo solo l’ultima settimana per metterci la faccia, pur avendo dichiarato da subito che qualunque risultato non avrebbe prodotto alcun danno al suo Esecutivo, né men che meno provocato le sue dimissioni. Mi permetto di far notare che questa strategia (sbagliata) della non visibilità ha favorito la Schlein, Conte e AVS lasciando il campo libero al festival delle baggianate, nella graniitca certezza che gran parte degli italiani non avesse capito molto delle finalità referendarie.

L’errore del centrodestra è stato aver lasciato spazio e non aver avviato una campagna di comunicazione adeguata, mettendo subito in chiaro, che non si trattava un plebiscito a favore o contro il Governo, bensì di esercitare per i cittadini il diritto costituzionale di dare il via a una legge di revisione o bocciarla.

Il dato dell’affluenza delle ore  19 è stato del 38,90% (nel 2020 alla stessa ora al referendum voluto da Renzi aveva votato soltanto il 29,68%): è un dato da prendere con ottimismo soprattutto perché confermerebbe un risveglio di coscienza “politica” negli elettori che, da tempo, hanno scelto di disertare le urne.

La legge di riforma proposta dalla Meloni (ricordiamolo, senza accogliere richieste di modifica da parte del Parlamento, né dalla maggioranza né dall’opposizione) è semplicemente un piccolo passo verso un ormai non più rinviabile processo di rinnovamento dell’ordinamento giudiziario. La novità riguarda solo la separazione delle carriere tra pubblici ministeri (la pubblica accusa) e magistrati giudicanti e lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura, con l’istituzione di una Corte disciplinare per valutare  e giudicare eventuali irregolarità o reati penali commessi da magistrati.

Di tutto il resto, quello che la propaganda politica ha spacciato per “danni collaterali”, per la verità non c’è traccia nel quesito referendario che, lapidariamente, chiede di approvare o respingere la legge votata approvata in Parlamento e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2025.

In buona sostanza, votare SÌ significa approvare la legge costituzionale e consentirne la piena entrata in vigore. La riforma inizierà a produrre effetti sull’assetto della magistratura secondo quanto previsto dal testo ma per diventare esecutiva avrà bisogno delle successive leggi di attuazione che dovranno essere predisposte dal Parlamento.

Votare NO, viceversa, comporta il rigetto della riforma: la legge non diventerà operativa e rimarrà in vigore l’assetto costituzionale attuale.

Non si trascuri il fatto che il re-

ferendum non permette di scomporre la riforma in singoli punti. L’elettore si deve esprimere sull’intera architettura normativa, dalle norme sull’ordinamento giudiziario a quelle che istituiscono la Corte disciplinare. E allora bisogna dire che c’è stata scarsa e lacunosa informazione sulla vera valenza del referendum a proposito di una legge che non costituisce una riforma globale del sistema giudiziario italiano, ma traccia un primo percorso per una revisione totale del modo di amministrare la giustizia in Italia.

La vittoria del SÌ non è una promozione del Governo in carica, ma costituirebbe un preciso segnale a quei magistrati che disinvoltamente mandano in galera innocenti pur in assenza  di prove concrete e  inoppugnabili o, alla stessa maniera, scarcerano pericolosi pregiudicati, basandosi su fumose valutazioni che nessuno – fino a oggi – è mai riuscito a confutare.

Non è una battaglia contro uno sparuto gruppo di magistrati “irresponsabili”, ma è una riforma di civiltà giuridica. (s)

TUTTI A VOTARE. ma il referendum non è pro o contro il Governo

di SANTO STRATI – Oggi dalle 7 alle 23 e domani fino alle 15, gli italiani sono chiamati a esprimere un SÌ o un NO al quesito referendario sulla giustizia. È un referendum confermativo di una legge costituzionale e non richiede il quorum (al contrario di quelli abrogativi), quindi vince chi prende più voti.

È un referendum che la sinistra (sbagliando) ha trasformato in lotta politica: votare NO – sostengono la Schlein e compagnia di giro – significa bocciare il Governo Meloni. Governo guidato da una premier che è stata democraticamente eletta (con un mare di voti) e alla quale il Presidente della Repubblica ha conferito l’incarico. La lotta politica si fa in Parlamento, non a colpi di slogan divisivi che confondono l’elettorato che, a questo punto, – diciamoci la verità – già ha poca voglia di recarsi alle urne e sul tema referendario in questione ha le idee alquanto confuse. E poca voglia di partecipare a un plebiscito positivo o negativo sulla Meloni (come sostenuto dall’opposizione).

Allora, sarebbe opportuno spiegare qualche cosa in più sul referendum di oggi: ovvero, che non cambia molto sull’ordinamento giudiziario, salvo lo sdoppiamento del CSM e di un organo di valutazione aggiuntivo sulla condotta dei magistrati inquirenti o giudicanti che siano. Sono tutte fandonie le chiacchiere diffuse (ahimè, in gran parte da Pd, 5 Stelle e AVS) sulla “rivoluzione” che subirebbero i cittadini qualora prevalesse il SI. Per contro, bisogna, correttamente, osservare che la premier Meloni, soprattutto negli ultimi giorni, si è spesa per negare la valenza politica di questa consultazione popolare.

In buona sostanza, non cambia nulla, salvo la separazione delle carriere tra pm e giudici, ma certamente questo primo abbozzo di riforma  servirà – se venisse approvata dal popolo – ad avviare una seria revisione dell’ordinamento giudiziario.

La malagiustizia ha, purtroppo, un contenzioso molto alto nei confronti di centinaia (migliaia?) di cittadini ingiustamente detenuti senza prove concrete (la famosa “pistola fumante» (smoking gun) dell›ordinamento anglosassone e americano) che significa avere elementi probatori di incontrovertibile colpevolezza. Senza i quali nessuno dovrebbe venire sbattuto in prima pagina (spregevole abitudine della stampa italiana, dove l›avviso di garanzia è sinonimo di condanna, per via mediatica), con tutte le conseguenze del caso. Sono danni irreparabili che nessun risarcimento potrà mai lenire: vite distrutte, famiglie allo sfascio, minori sotto choc con padri (o madri) in manette in ore antelucane, quasi che si trattasse del mafioso più pericoloso del momento.

Attenzione, questo referendum non abolisce la malagiustizia ma lancia un severo monito alla magistratura, lasciando intravvedere un “demansionamento” del potere del magistrato inquirente o giudicante, che non significa assolutamente mettere in discussione il ruolo fondamentale (e costituzionalmente tutelato) della magistratura, che al 99,9% è terza e indipendente. È a quello zerovirgolauno che va questa sorta di avviso: questa riforma è solo il primo gradino di una sostanziale riscrittura dell’ordinamento giudiziario, proprio perché si possano evitare scarcerazioni facili o arresti e custodie cautelari immotivate, di cui, a partire da Enzo Tortora, si sono viste le catastrofiche conseguenze. Non che prima di Tortora non ci fossero “errori” giudiziari, ma l’accanimento dei giudici inquirenti (poi moltiplicato infinite altre volte e smentito quasi regolarmente  da una sentenza che dichiara “il fatto non sussiste”) in quel caso lì – a distanza di anni – sembra un assurdo giuridico, un mostro di non-giustizia che non può più essere tollerato.

Il cittadino (ove sia indagato) non deve dimostrare di essere innocente, ma tocca all’inquirente trovare gli elementi a sostegno dell’accusa che serviranno a determinare poi, in giudizio, la sentenza. Ma non è tollerabile che si arrivi a giudizio senza prove massicce e inconfutabili della commissione del reato.

Il referendum non risolve quest’aspetto, ma potrà dare il via a una riforma totale. Di fatto, il quesito referendario chiede al popolo di approvare o bocciare un testo di legge di modifica costituzionale. Se vince il NO significa che la legge è bocciata, se vince il SÌ occorrerà provvedere ai provvedimenti di attuazione che permettano la sua corretta esecuzione.

In altre parole, la modifica proposta, di per sé, non contiene le norme di attuazione, che andranno poi predisposte, in caso di approvazione da parte degli elettori. È semplicemente un primo passo di una riforma dell’ordinamento giuridico non più procrastinabile. Il referendum non è sulla malagiustizia o sull’azione di governo, ma implica una scelta dei cittadini su un progetto di riforma che parte proprio dalle modifiche costituzionali proposte.

Aver trasformato questo appuntamento elettorale in un’arma impropria per chi non ama il governo Meloni, è un grave errore politico della sinistra che sconfessa se stessa (alcune delle proposte dell’esecutivo, in passato, erano state avanzate da governi di centro-sinistra) e alimenta, ahimè, uno scontro maggioranza-opposizione di cui l’Italia, in questo momento, farebbe volentieri a meno.

Le ragioni del NO e del SÌ sono state stravolte con interpretazioni spesso fantasiose degli effetti del risultato e la conseguenza sarà, come si teme, una forte astensione di votanti. I delusi della politica hanno un pretesto in più per disertare le urne, l’opposizione, invece, farà una “chiamata alle armi” di portata storica per far prevalere il NO.

Ma  siamo sicuri che è questo che la maggioranza degli italiani veramente vuole?

L’alluvione in Calabria è solo l’epilogo dell’immobilismo politico

di DOMENICO MAZZAL’ennesima ferita al cuore dello Jonio conferma l’immobilismo istituzionale che da decenni grava su questo territorio. Non è il maltempo, né la retorica della “bomba d’acqua”, né tantomeno la categoria della fatalità a spiegare ciò che è accaduto. L’evento che ha travolto l’area compresa tra Mirto-Crosia e Corigliano-Rossano non rappresenta un’anomalia: è la riproposizione di un disastro ampiamente prevedibile. Un rito ciclico di un’area geografica lasciata al proprio destino.

Come già accaduto con l’esondazione del Crati, anche il ciclone Jolina diventa oggi testimone di una realtà inoppugnabile. In questo quadrante della Calabria, il fango è ormai l’unica evidenza tangibile di una gestione del territorio che non conosce la prevenzione. Solo la reazione tardiva. Solo l’affanno postumo.

La sedimentazione dell’incuria: alvei in regressione

Il problema non risiede nell’eccezionalità dell’evento meteorico, bensì in un processo di incuria stratificato per decenni. Gli alvei fluviali – che dovrebbero garantire il regolare deflusso idraulico verso il mare – sono stati lasciati evolvere in giungle impenetrabili, trasformati in ricettacoli di inerzia amministrativa. La mancata manutenzione non è una semplice omissione tecnica: è una linea di condotta. Una scelta reiterata che ha prodotto l’abbandono sistemico del territorio.

L’esondazione dei corsi d’acqua è il frame finale di una pellicola già vista. Un trailer di ciò che accadrà ancora se non si interviene sulla “geografia invertita”: un paradosso geomorfologico in cui il letto dei fiumi ha superato le quote dei terreni circostanti. Tale innalzamento, causato da sedimenti mai rimossi, ha mutato la natura stessa delle aste fluviali. I fiumi non scorrono più protetti nel ventre della terra: incombono su di essa come entità pensili, sospesi tra argini che non difendono più. Quando la capacità di ricezione si esaurisce, la legge di gravità compie il resto. La massa d’acqua e detriti si riversa sulle case, sulle aziende, sulle comunità: le utilizza come vasche d’espansione. Non è caso. Non è ineluttabilità. È la sintesi rigorosa e spietata di un’implacabile conseguenza meccanica: l’esito fisico dell’incuria sedimentata.

Analisi di un fallimento: tra inerzia e frammentazione

Le classi dirigenti hanno subordinato la sicurezza idrogeologica alla logica dell’emergenza, preferendo la gestione del danno alla sua evitabilità. La ritualità della “conta dei danni” e le passerelle istituzionali post-evento non possono più sostituire la pianificazione ordinaria e strutturale. Il dissesto idrogeologico resta un capitolo evocato nei programmi, ma inattuato nei fatti. Si dissolve nei corridoi di una burocrazia che percepisce lo Jonio come terra di confine; come un lembo remoto. Quasi un’appendice trascurabile e – pertanto – sacrificabile senza rimorsi. A ciò si aggiunge un rimbalzo di competenze tra Enti locali, Consorzi di bonifica e Regione che ha prodotto un vuoto decisionale profondo. In questo vuoto – cancellando differenze e confini – il fango è diventato l’unico elemento unificatore dell’Arco Jonico.

Non è solo una crisi ambientale: è una decrescita forzata che compromette l’economia dell’intero comprensorio e ne mortifica le prospettive di sviluppo. La civiltà jonica merita una risposta tecnica definitiva, capace di superare – una volta per tutte – questo paradigma del pantano.

L’imperativo del riscatto: oltre la rassegnazione del fango

Siamo giunti a un punto di non ritorno che impone il superamento della pura testimonianza. Non è più tollerabile che il destino della Sibaritide e dell’intera area jonica resti ostaggio di una negligenza che ha i tratti dell’omissione sistematica. Reclamare la messa in sicurezza dei bacini idrici non è una richiesta di assistenza: è un atto di cittadinanza. Un diritto elementare per un territorio che ha già pagato un tributo altissimo all’indifferenza.

La popolazione jonica non può e non deve rassegnarsi a essere sommersa dal fango dell’incuria. Serve una mobilitazione delle coscienze che costringa le Istituzioni a invertire la rotta. La terra non perdona il vuoto della Politica, e il fango di oggi è il sedimento di una responsabilità non esercitata.

È tempo di riappropriarci della nostra geografia, prima che la prossima onda di piena o l’intensa attività pluviometrica cancellino definitivamente il futuro di questa terra. (dm)

(Comitato Magna Graecia)

Crotone, da periferia marittima a snodo strategico del Mediterraneo ionico

di ROMANO PESAVENTO – Nel 2026 parlare di sviluppo per una città portuale non significa più soltanto discutere di banchine, dragaggi e traffici commerciali. Significa leggere la geopolitica. Il Mediterraneo è tornato a essere un mare strategico, ma anche fragile: la crisi del Mar Rosso ha già ridotto drasticamente i transiti a Suez e nello stesso tempo il conflitto in Medio Oriente ha spostato l’attenzione sullo Stretto di Hormuz, uno dei principali punti di passaggio del commercio energetico mondiale. In questo contesto la stabilità delle rotte commerciali non è più scontata e la vulnerabilità dei grandi chokepoint marittimi produce effetti diretti sulle economie portuali del Mediterraneo.

In questo quadro, Crotone non può essere letta con le categorie del passato. Non sarà il grande hub container del Mediterraneo e non avrebbe senso immaginarla come una copia minore di Gioia Tauro. Ma proprio per questo la sua prospettiva è interessante: Crotone può diventare uno snodo specializzato dell’economia del mare, una piattaforma ionica per servizi logistici, filiere energetiche, manutenzione navale, short sea shipping, cantieristica leggera, crociere di fascia medio-alta e gestione digitale delle catene di approvvigionamento. È qui che la geografia incontra la strategia.

La premessa è semplice. L’economia del mare rappresenta oggi uno dei settori più dinamici del sistema economico italiano. Secondo i rapporti più recenti di Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne, l’economia del mare genera oltre 76 miliardi di euro di valore aggiunto diretto in Italia e oltre 200 miliardi considerando l’effetto moltiplicatore sull’intero sistema produttivo nazionale. Gli occupati collegati alle attività marittime superano il milione di unità. Questo significa che investire nel mare non produce soltanto traffico portuale, ma attiva manifattura, turismo, servizi, innovazione tecnologica e occupazione qualificata.

Per Crotone il punto di partenza esiste già. Il porto si trova sulla costa orientale della Calabria, lungo la rotta naturale che collega Adriatico e Tirreno e di fronte alla Grecia. Il porto nuovo dispone di circa 1.900 metri di banchine operative, fondali medi compresi tra 8 e 10 metri e ampi piazzali retroportuali. L’area industriale retrostante è inclusa nelle zone economiche speciali del Mezzogiorno e offre spazi significativi per nuovi insediamenti produttivi. Non sono dimensioni che consentono di competere con i grandi hub container del Mediterraneo, ma sono perfettamente compatibili con uno sviluppo portuale selettivo e ad alta specializzazione.

Il vero cambio di paradigma nasce però dalla trasformazione geopolitica in atto. Quando i grandi corridoi commerciali diventano instabili, le imprese non cercano soltanto nuove rotte: cercano ridondanza, sicurezza e nodi logistici alternativi. L’interruzione o la riduzione dei traffici in aree strategiche come il Mar Rosso o lo Stretto di Hormuz dimostra quanto il sistema commerciale globale sia vulnerabile. In questi scenari i porti secondari e medi possono acquisire una funzione strategica come punti di appoggio logistico, piattaforme di servizio e nodi di distribuzione regionale.

Crotone può ritagliarsi un ruolo preciso proprio in questa nuova geografia commerciale. La sua posizione sullo Ionio la colloca al centro di un arco marittimo che collega Grecia, Adriatico, Balcani, Mediterraneo orientale e Italia meridionale. Non si tratta di competere con i grandi porti hub, ma di costruire una funzione complementare basata su traffici feeder, collegamenti ro-ro e ro-pax, logistica regionale e servizi marittimi specializzati.

Un secondo ambito di sviluppo riguarda le filiere energetiche e industriali legate al mare. Le tensioni nello Stretto di Hormuz e nel Medio Oriente non producono soltanto oscillazioni dei prezzi energetici, ma mettono sotto pressione l’intero sistema logistico globale. Petrolio, gas naturale liquefatto, fertilizzanti e materie prime strategiche transitano in larga misura attraverso quell’area. In una situazione di instabilità prolungata, il Mediterraneo potrebbe rafforzare il proprio ruolo come spazio di trasformazione, stoccaggio e ridistribuzione delle risorse energetiche e industriali.

In questo contesto anche porti di dimensioni intermedie possono diventare piattaforme di supporto per servizi tecnici alle navi, cantieristica, manutenzione, stoccaggi specializzati e logistica industriale. Crotone, grazie alla presenza di un’area industriale retroportuale e di spazi disponibili per nuovi insediamenti, potrebbe sviluppare attività legate alla filiera energetica e ai servizi marittimi avanzati.

Un ulteriore ambito di crescita riguarda il turismo marittimo. La città possiede un patrimonio storico e archeologico di grande rilievo, legato alla tradizione magnogreca e al sito di Capo Colonna. Negli ultimi anni la crocieristica ha iniziato a mostrare segnali di crescita e potrebbe diventare un elemento strutturale dell’economia urbana. In un Mediterraneo segnato da tensioni geopolitiche, le compagnie crocieristiche tendono spesso a valorizzare scali più piccoli, sicuri e ricchi di identità culturale. Crotone può inserirsi in questa tendenza offrendo un modello di porto-città capace di integrare turismo, cultura e servizi marittimi.

Tuttavia il vero fattore competitivo del futuro non sarà soltanto infrastrutturale. Sarà digitale. I porti più efficienti del mondo stanno diventando piattaforme informatiche integrate in grado di gestire dati, traffici, documenti e flussi logistici in tempo reale. La digitalizzazione dei sistemi portuali rappresenta una delle principali direttrici di innovazione nel settore marittimo globale.

In questo campo Crotone potrebbe sviluppare un sistema informatico portuale avanzato integrato con le piattaforme logistiche nazionali ed europee. Un moderno Port Community System consentirebbe di collegare operatori portuali, autorità marittime, imprese logistiche, dogane e compagnie di navigazione in un unico ecosistema digitale. La gestione informatizzata dei flussi documentali, delle operazioni di attracco, delle procedure doganali e della sicurezza portuale ridurrebbe tempi e costi logistici aumentando l’attrattività dello scalo.

A questo si potrebbe affiancare lo sviluppo di un digital twin del porto e dell’area retroportuale, una piattaforma digitale capace di simulare traffici, condizioni meteo-marine, consumi energetici e flussi logistici. In uno scenario di crescente complessità geopolitica e commerciale, la capacità di analizzare e prevedere i flussi logistici diventa un elemento strategico per la competitività portuale.

Un’altra prospettiva riguarda la cybersecurity marittima e industriale. Con l’aumento della digitalizzazione dei porti cresce anche la necessità di proteggere sistemi informatici, dati logistici e infrastrutture critiche. Un polo tecnologico specializzato nella sicurezza informatica applicata al settore marittimo potrebbe rappresentare un nuovo ambito di sviluppo per il territorio, collegando università, imprese tecnologiche e operatori logistici.

Naturalmente il percorso di sviluppo di Crotone deve confrontarsi anche con alcune criticità strutturali. La più rilevante riguarda il processo di bonifica delle aree industriali e portuali incluse nel sito di interesse nazionale. Il completamento delle attività di caratterizzazione e risanamento ambientale rappresenta una condizione essenziale per attrarre investimenti e rafforzare la credibilità del territorio.

Un secondo limite riguarda la connettività infrastrutturale. L’efficienza di un porto dipende in larga misura dalla qualità dei collegamenti con il suo hinterland. Strade, ferrovie e collegamenti aeroportuali devono essere pienamente integrati con l’infrastruttura portuale. Senza un miglioramento significativo delle connessioni logistiche, qualsiasi strategia di sviluppo marittimo rischierebbe di rimanere incompleta.

La prospettiva più realistica per Crotone non è dunque quella di diventare un grande hub container, ma quella di affermarsi come piattaforma ionica specializzata nell’economia del mare. Un porto flessibile, integrato con il territorio, capace di offrire servizi logistici, industriali e digitali in una regione del Mediterraneo sempre più rilevante dal punto di vista geopolitico.

Le tensioni che attraversano il Medio Oriente e le rotte commerciali globali non rappresentano di per sé un’opportunità. Sono piuttosto un segnale di trasformazione del sistema economico internazionale. In questo scenario i territori che sapranno interpretare per tempo i cambiamenti della geografia commerciale avranno maggiori possibilità di sviluppo.

Crotone possiede una posizione geografica strategica, un porto con margini di crescita e un territorio che può integrarsi con le nuove filiere della blue economy. Se queste risorse verranno accompagnate da investimenti infrastrutturali, innovazione digitale e politiche di sviluppo coerenti, la città potrà trasformarsi da periferia marittima a nodo strategico del Mediterraneo ionico. (rp)