A Reggio i 10 anni di Calabria.Live con il Rhegium Julii: il commento dell’eurodeputata Giusi Princi

Una volta tanto, parliamo di noi. Una magnifica serata a Reggio, al Circolo del Tennis “Rocco Polimeni” promossa dalla Fondazione Rhegium Julii per i Caffè Letterari d’estate per celebrare i 10 anni del quotidiano Calabria.Live, con la partecipazione dell’eurodeputata Giusi Princi, la quale ha voluto sottolineare l’impegno del nostro giornale per la crescita della Calabria. All’evento hanno preso parte anche il Presidente del Rhegium Julii Giuseppe Bova, Igino Postorino, Presidente emerito del Circolo Polimeni, e Santo Strati, giornalista, scrittore e direttore di Calabria.Live, che ha dialogato con Mario Musolino, Natale Pace e Arturo Cafarelli.

“Lo sviluppo della Calabria – ha detto l’On. Princi – passa anche attraverso il grande lavoro di chi ne narra, con autenticità, il suo potenziale. Perché raccontare una regione non significa soltanto riferire ciò che accade, ma vuol dire conoscerla, interpretarla, restituirne la complessità e dare voce alle professionalità, ai talenti e alle tante energie positive che ogni giorno la animano”.

“È stato per me motivo di orgoglio – ha proseguito l’On. Princi – partecipare all’incontro organizzato in occasione del decimo anniversario di Calabria.Live: dieci anni di competenza e impegno quotidiano che il suo Direttore, l’amico Santo Strati, ha trasformato in una vera e propria missione editoriale, raccontando la Calabria nella sua identità più profonda e contribuendo a costruire fiducia, senso di appartenenza e consapevolezza del valore della nostra terra”.

“In questi dieci anni – ha evidenziato l’europarlamentare calabrese – il Direttore Strati e tutta la redazione hanno dato vita a una realtà editoriale autorevole, divenuta un punto di riferimento culturale capace di accompagnare la crescita delle nostre comunità e di mantenere vivo il legame con i tanti calabresi che vivono lontano dalla loro terra”.

“Un’informazione libera e autorevole – ha continuato l’On. Princi – rappresenta, infatti, un presidio fondamentale della vita democratica. È, insieme alla cultura, un motore di crescita delle comunità. Occorre, quindi, tutelare questa libertà, oggi più che mai, in un tempo segnato dalla diffusione della disinformazione, dalla crescente polarizzazione del dibattito pubblico e dalle profonde trasformazioni che stanno investendo il settore dell’informazione. Difendere il pluralismo, la qualità del giornalismo e l’indipendenza editoriale significa preservare uno spazio pubblico fondato su responsabilità, credibilità e partecipazione consapevole. Un principio – prosegue – che trova pieno riconoscimento anche a livello europeo, nella Carta dei diritti fondamentali dell’UE e nel Regolamento europeo sulla libertà dei media. Una visione che porto avanti anche nel mio lavoro in Commissione Cultura e Istruzione del Parlamento europeo”.

“Cultura e informazione, dunque, non sono realtà distinte, ma costituiscono leve strategiche per rafforzare la crescita democratica delle comunità, favorirne la partecipazione e valorizzarne l’identità. Calabria Live – ha affermato – interpreta concretamente questa visione europea, perché in questi dieci anni è andata oltre la cronaca, raccontando la Calabria autentica attraverso il suo patrimonio culturale, le sue eccellenze, il mondo della ricerca e le realtà che ogni giorno contribuiscono alla crescita e all’innovazione del territorio”.

“Desidero rivolgere i miei complimenti – aggiunge l’On. Giusi Princi – al Direttore Santo Strati e a tutta la redazione, con l’augurio di continuare a raccontare la nostra terra con competenza, entusiasmo e rigore, dando voce alle sue energie migliori e contribuendo a costruire una regione sempre più consapevole del proprio valore, protagonista del proprio futuro e sempre più capace di affermare il proprio ruolo anche nel contesto europeo. Ringrazio – ha proseguito l’europarlamentare calabrese – il Presidente Giuseppe Bova, per aver promosso questo momento di confronto e riflessione di alto profilo culturale e per la costante spinta propulsiva che da decenni Rhegium Julii imprime al settore culturale della nostra terra, contribuendo in modo significativo alla sua crescita e valorizzazione. Un sentito ringraziamento anche a Igino Postorino, già Presidente del Circolo Polimeni, e a tutti gli intervenuti, che con la loro presenza e il loro contributo hanno arricchito un’occasione di dialogo e condivisione di particolare valore”, ha concluso l’On. Giusi Princi. (rrc)

Piana di Sibari: l’isolamento e l’esclusione dalle mete turistiche sono frutto di scelte sbagliate

di DOMENICO MAZZA – Siamo davvero sicuri che lo Jonio sia difficile da raggiungere? La domanda merita una risposta distinta a seconda del contesto, perché non tutto l’Arco Jonico condivide lo stesso grado di isolamento. Il Crotonese, questo sì, sconta una difficoltà oggettiva. Oltre Sibari la viabilità si fa precaria e la ferrovia resta ferma a un tracciato che somiglia a un refuso d’epoca borbonica. Per la Sibaritide, invece, questa difficoltà non esiste. Non esiste perché, paradossalmente, la Sibaritide è oggi il contesto turistico più facilmente raggiungibile della Calabria. E vale tanto dal versante adriatico, quanto da quello tirrenico.

I dati ISTAT sulla mobilità turistica confermano la cornice entro cui va letto questo paradosso. Quasi il settanta per cento dei viaggi turistici degli italiani si compie in automobile. Il restante si divide tra treno e aereo. Ma rappresentano, insieme, quote minoritarie rispetto alla strada.

Su questo punto, però, conviene essere precisi.

I flussi diretti verso la Calabria provengono, nella loro quasi totalità, da nord. Per pura geografia, dunque, chi viaggia in automobile da nord incontra la Sibaritide prima di qualunque altra destinazione jonica o tirrenica calabrese.

È proprio la questione infrastrutturale, oggi, a confermare la geografia. La quattro corsie arriva già fino a Sibari: dallo svincolo di Firmo, dieci minuti d’auto bastano per raggiungerla. Con il completamento del terzo megalotto sul versante jonico, l’anello si chiuderà anche dal lato pugliese. In prospettiva, quindi, pure chi arriverà dalla dorsale adriatica troverà una strada veloce fino a Sibari. Ma il megalotto facilita il transito. Non impone la sosta. La Sibaritide, anche a opera completata, rischia di restare una zona di attraversamento. A meno che non affronti, nel frattempo, tutto ciò che la rende una terra da superare e non una terra dove fermarsi.

Oggi chi viaggia dal versante adriatico si ferma in Puglia, senza proseguire oltre. E i numeri lo confermano. La Puglia ha superato perfino la Sardegna per affluenza turistica. Se quei flussi non raggiungono la Calabria, la ragione è semplice: restano già dove trovano un’offerta a trattenerli. Chi viaggia dal versante tirrenico, salvo chi esca a Lagonegro per raggiungere la Riviera dei Cedri, arriva a Firmo e oltrepassa lo svincolo. Prosegue verso Pizzo, Tropea, la Costa degli Dei, la Costa degli Aranci, la Costa Viola.

La Sibaritide resta la meta più vicina e la più raggiungibile.

Resta, insieme, la meta meno scelta.

Ci siamo mai chiesti realmente il perché di tutto questo?

 

Non l’isolamento, ma il conto delle scelte sbagliate

Un paradosso numerico smaschera l’ipocrisia della narrazione locale. Corigliano-Rossano e Sibari (Cassano) figurano sulla carta come il secondo e il terzo comune della Calabria per presenze turistiche, subito dopo Ricadi. Eppure quei numeri non si riversano sui lungomare. Non animano le marine. Non generano l’economia serale che si respira altrove. Il Codex, il Castello Ducale, i centri storici in generale restano patrimoni reali, ma isolati. Lungo lo Jonio i borghi antichi distano chilometri dalla costa, mentre sul versante tirrenico centro storico e marina formano un tutt’uno naturale.

Una pianura costiera, di per sé, rischia l’anonimato paesaggistico.

Se a questa neutralità geografica non si contrappone un’armatura urbanistica di prim’ordine, il territorio resta trasparente agli occhi di chi cerca una vacanza. Usare la carenza di trasporti come alibi universale copre soltanto le responsabilità di una classe dirigente che, a sud di Sibari, non ha mai preteso con fermezza la vera priorità: garantire un’effettiva continuità territoriale.

Nessuna pista d’atterraggio sostituisce un binario elettrificato.

Nessun comunicato stampa sostituisce una strada sicura.

Inseguire la chimera di uno scalo RAM significa ignorare le dinamiche economiche più elementari. I costi d’esercizio spaventosi, la capienza ridotta dei velivoli, l’incapacità strutturale di generare volumi credibili di passeggeri o merci trasformano l’aviosuperficie in un contenitore vuoto. Diventa un involucro inutile. Vive soltanto nei comunicati elettorali.

Il vero delitto, semmai, è ciò che abbiamo costruito dove si sarebbe dovuta progettare l’accoglienza.

Solo a Corigliano-Rossano, intere porzioni di litorale sono state e continuano a essere soffocate sotto seconde e terze case. Sono abitazioni spacciate un tempo per residenze esclusive. Si sono rivelate, alla prova dei fatti, desolati agglomerati che ricordano più delle RSA diffuse che architetture di pregio. Due soli alberghi, in decine di chilometri di riviera, sorgono direttamente sul mare.

I resort di livello vivono come isole felici, ma raffigurano cattedrali nel deserto. Enclavi turistiche da cui l’avventore non ha ragione di uscire. Perché fuori non trova passeggio. Non trova servizi. Non trova un’identità ricettiva. Trova solo cemento privato e decontestualizzato.

Il vero problema non è mai stato l’isolamento. Il vero problema siamo noi.

 

La svolta possibile: dati, rete e visione di sistema

La Sibaritide deve compiere un’operazione verità prima ancora che un’operazione infrastrutturale.

Manchiamo di bellezza, di pacchetti attraenti, di un appeal capace di spingere il visitatore a scegliere questo pezzo di Calabria rispetto a un altro. E nessuna aviosuperficie o aeroporto internazionale potrà mai correggere un deficit estetico e ricettivo.

Questo bagno di lucidità deve cominciare dagli attori del territorio, prima ancora che dai piani regolatori. Chi amministra, chi investe, chi progetta la Sibaritide deve viaggiare e scoprire cosa offrono territori simili. Bisogna conoscere ciò che accade oltre i propri confini. Smettere di trattare questa terra come un’isola dentro un mondo che isola non è.

Copiare, in sé, non costituisce una colpa. Costituisce un metodo, a condizione che si copi ciò che è davvero trasferibile. Si possono ricalcare modelli ricettivi, prodotti, servizi pensati per territori dalle caratteristiche geografiche affini. Non servono format nati altrove e qui semplicemente calati.

Proporre nell’Arco Jonico soluzioni pensate per la Costiera Amalfitana o per la Costa degli Dei significa ripetere l’errore opposto e speculare. Significa ignorare la pianura, la viabilità e la morfologia costiera che caratterizzano questo territorio. Significa sostituire l’incapacità di guardare fuori con quella di realizzare dentro.

Il territorio compreso tra Sibari e Crotone, per svegliarsi dal proprio coma, deve abbandonare la politica dei piccoli orticelli e la cultura dell’annuncio. Deve abbracciare, al contrario, quella dei dati e della pianificazione integrata.

Servono piani industriali per la ricettività alberghiera costiera.

È necessaria una riqualificazione estetica radicale dei litorali.

Bisogna avviare una regia di rete capace di collegare Sibari a Crotone come un unico prodotto turistico, non come due periferie concorrenti.

Serve, prima di tutto, la pretesa collettiva delle opere prioritarie: la vera Statale 106, la ferrovia elettrificata, i collegamenti intermodali veloci.

Continuare a vendere il brutto spacciandolo per eccellenza, non cambierà le cose. Continuare a incolpare l’assenza dell’aeroporto sotto casa: ecco la vera condanna.

Alla Sibaritide non serve chi guardi ovunque. Le serve chi sappia guardare a ciò che le somiglia. (dm)

[Comitato Magna Grecia]

Reggio ha il suo nuovo Ponte (sul Calopinace): per il sindaco Cannizzaro è il preludio dei più bei 5 km d’Italia. Chiamiamolo Ibico

di SANTO STRATI – Da monumento ai ritardi e oggetto di (legittime) prese in giro per l’incapacità di realizzare un ponticello di poche decine di metri, il nuovo Ponte sul Calopinace da domani si avvia a diventare realtà. Lo ha annunciato – con meritata soddisfazione – il sindaco Francesco Cannizzaoro in un’affollatissima conferenza stampa al Comune di Reggio, dando anche la data di inaugurazione: il 9 ottobre. La Città è invitata a festeggiare questo nuovo passo verso la realizzazione di un waterfront (ma chiamiamolo lungomare, è più bello) lungo ben 5 km: e chi ce l’ha in Europa (non solo in Italia) un fronte-mare così ampio e con una panoramica mozzafiato (con l’Etna che fa da sfondo) in un mare azzurro che affascina? Il mare del mito, il mare di una città che vuole diventare “di mare” e non restare “sul mare”, con tutte le ricadute positive in termini di immagine e di attrazione turistica.

Questo piccolo ponticello su cui da ben 7 anni si sono spese più barzellette e battute che sacchi di cemento armato e blocchi in ferro saldato è in realtà l’abbattimento di quel microscopico (ma insuperabile) ostacolo che divide la via Marina di Reggio Calabria dal cosiddetto Parco Lineare Sud. Un’area che non solo porterà a compimento il sogno di un lungomare di ben 5 chilometri (andrà ovviamente aggiornata la frase falsamente attribuita a D’Annunzio sul “più bel chilometro d’Italia”) ma trasformerà radicalmente la zona sud della città. Un’area operosa e attivissima, con un mare stupendo (ma fino a oggi praticamente devastato e brutalizzato da vandali incapaci di avere un cuore urbano) e una passeggiata lungo la costa che tutto il mondo – statene certi – ci invidierà.

Intanto, a Cannizzaro va ascritto un altro record: alle sue conferenze stampa arrivano fin troppi giornalisti, come non se ne vedevano ai tempi della Reggina in serie A. È un ottimo comunicatore il sindaco e riesce a captare l’attenzione della stampa, abituata a sonnecchiose e malinconiche relazioni del primo cittadino o di qualche assessore coinvolto. Anche qui l’aria è cambiata e bisogna darne atto: Francesco “Ciccio” Cannizzaro è un fiume in piena, allegramente felice di poter annunciare fatti e risultati e non soltanto promesse. Questa del Calopinace era una ferita che la Città non poteva più sopportare. E invece in 58 giorni (inclusa la sospensione feriale del Ferragosto) i reggini (e i forestieri) potranno godersi una passeggiata sicuramente suggestiva. È brutto Calopinace – ha chiosato il Sindaco – bisognerà trovargli un nome. Aspettiamo suggerimenti anche dai cittadini. Calabria.Live suggerisce subito Ibico (il poeta reggino quasi misconosciuto ai suoi concittadini, cantore della bellezza di Reggio). E Cannizzaro forse non ricorda che proprio alla foce del Calopinace – secondo la leggenda – venne fondata la Città ed eretto un tempio maestoso (che i marosi hanno distrutto), seguendo l’oracolo di Delfi che indicava dove sfociava il fiume Apsias (oggi il torrente Calopinace, ombra di una fiumara pressoché rinsecchita) il luogo dove far nascere la città voluta da Giocasto (figlio del dio Eolo) e da Eracle. Che riparta proprio dal Calopinace la “rinascita” di Reggio è decisamente molto suggestivo ed è un buon auspicio per la realizzazione del Parco Lineare Sud di cui il ponticello rappresenta il primo concreto tassello.

Cannizzaro ha spiegato come si è arrivati a un vero e proprio sovvertimento del progetto iniziale: «Una importante e ritrovata sinergia ha creato le condizioni per questa accelerazione, senza costi aggiuntivi. Si lavora sulle rampe, finora senza progettazione esecutiva, per arrivare al completamento». È il caso di dire che nella progettazione mancavano le rampe do accesso: sarebbe stato un monumento alla superficialità!

Forse Reggio riuscirà a dimenticare la telenovela del ponte impossibile (sono appena 30 metri): sarà largo 1 2metri, e avrà un’altezza di 2 metri dal letto dell’omonimo torrente: per la cronaca la delibera originaria è del 2026 e i lavori erano stati assegnati nel 2020. In 58 giorni Cannizzaro dimostrerà che, con passione, competenza e amore per la città, tutto è possibile. Adesso e non domani. (s)

Autonomia differenziata: il caso in Calabria di tariffe e retribuzioni nella Sanità

di ERNESTO MANCINI  – Il principio di sussidiarietà, in base al quale si attribuiscono i poteri pubblici ai vari livelli di governo (Comuni, Province, Città Metropolitane, Regione, Stato, Europa), è stato spiegato molto bene dalla Corte costituzionale nella motivazione della sentenza sulla legge Calderoli che conteneva numerose ed evidenti incostituzionalità in materia di autonomia differenziata (sentenza n. 192 del 2024).

Senza indulgere al linguaggio leguleio – che, in una sentenza della Corte costituzionale, è talvolta quasi inevitabile – il Giudice delle Leggi ha chiarito che ogni potere pubblico (cioè ogni “funzione”, come può anche dirsi a seconda della prospettazione) deve collocarsi nel livello istituzionale più appropriato, seguendo la metafora dell’ascensore.

Partendo dal basso verso l’alto – Comuni, Province, Città Metropolitane, Regioni, Stato, Europa – ma anche nel senso inverso, il potere, proprio come un ascensore, deve fermarsi al piano giusto, cioè deve essere attribuito al livello di governo che, secondo criteri di buon andamento e ragionevolezza, sia in grado di esercitarlo nel modo migliore per l’interesse generale.

Con questa semplice metafora dell’ascensore è facile comprendere perché il tentativo del ministro Calderoli e del Governo di attribuire in modo differenziato importanti poteri alle regioni del Nord sia palesemente incostituzionale.

Si pensi, ad esempio, alla possibilità di consentire alle regioni del Nord di determinare autonomamente le tariffe delle prestazioni sanitarie (ospedaliere, ambulatoriali, di laboratorio, ecc.), svincolandosi dai livelli fissati dallo Stato per l’intero territorio nazionale. Ciò, a parte la condizione di privilegio per i bilanci delle aziende sanitarie e ospedaliere nei quali le tariffe concorrono a determinare sia le entrate sia le uscite, permetterebbe a tali regioni di attrarre investimenti privati nella sanità offrendo remunerazioni più elevate rispetto ad altre aree del Paese. Lo stesso discorso vale per le retribuzioni dei medici che sarebbero attratti da trattamenti economici più elevati rispetto a quelli delle altre regioni che, invece, resterebbero vincolate alla contrattazione collettiva nazionale.

La Presidente del Consiglio e l’allegra compagnia di Calderoli & co. (i governatori Stefani, Fontana, Cirio, Bucci ma anche l’ex Zaia, Occhiuto e altri governatori, pure del Sud, ligi ai patti di governo) pretendono di eludere questa critica sostenendo che gli stessi poteri possono essere attribuiti anche alle altre regioni che ne faranno richiesta. In questo modo, però, si finge di ignorare che ciò darebbe vita a un sistema regionale concorrenziale e caotico, con tutte le regioni l’una contro l’altra armata e con un inevitabile vantaggio per quelle più ricche, a discapito di quelle con minori risorse e più limitate capacità di manovra finanziaria sulle tariffe e sulle retribuzioni.

Insomma, da una parte i poteri sulle tariffe o sulle retribuzioni non possono essere assegnati alle regioni del Nord perché ciò, a tacer d’altro, creerebbe una situazione di vantaggio per esse e di svantaggio per le regioni del Sud. Dall’altra parte, questi stessi poteri non possono essere assegnati a tutte le regioni paritariamente, perché ciò accentuerebbe una situazione di competitività e di caos finanziario contraria al sistema regionale cooperativo voluto dalle Madri e dai Padri Costituenti, e tutt’altro che smentito dal nuovo Titolo V del 2001.

Dunque, questi poteri non possono essere rinunciati da parte dello Stato né per un sistema regionale differenziato né per un sistema regionale paritario.

In questi casi, perciò, l’ascensore che reca la funzione (tariffe, retribuzioni, ecc.) non può che fermarsi al piano dello Stato, che è l’unico livello istituzionale in grado di garantire un ordinato svolgimento delle competenze regionali, assicurando uniformità di poteri tra le regioni su tariffe e retribuzioni e, di conseguenza, condizioni di uguaglianza per tutti i cittadini, indipendentemente dal luogo in cui risiedono.

Diversamente opinando, e limitandosi ai casi in esame, si scardinerebbe il Servizio sanitario nazionale, perché lo Stato non avrebbe più alcuna leva per intervenire sui prezzi delle prestazioni; e si scardinerebbe anche la contrattazione collettiva che potrebbe essere derogata in modo significativo sia in un sistema differenziato sia in un sistema paritario. Il Servizio Sanitario Nazionale e la contrattazione collettiva, si badi bene, sono due conquiste di civiltà del Novecento repubblicano che vanno implementate e non certo smantellate.

È questo, in fondo, il significato autentico del principio di sussidiarietà: non distribuire il potere secondo convenienze politiche o interessi territoriali, ma collocarlo là dove può essere meglio esercitato nell’interesse dell’intera collettività.

Quando l’ascensore viene forzato a fermarsi al piano sbagliato, non si realizza una maggiore autonomia, ma si producono disuguaglianze, si frammenta l’unità della Repubblica e si mette in discussione quel principio di solidarietà che la Costituzione pone a fondamento della convivenza nazionale.

Tutto ciò, beninteso, non esclude una sana e legittima competizione tra le regioni, ma essa deve svolgersi a parità di poteri e di funzioni “d e c e n t r a b i l i” come avvenne negli anni Settanta all’indomani della istituzione delle Regioni. Saranno allora la capacità organizzativa e il management delle singole amministrazioni regionali a fare le legittime differenze al netto di tutte le anomalie (es.: finanziamento col criterio della spesa storica che cristallizza le ingiuste differenze fra nord e sud) la cui rimozione, quella sì, è urgente.

N.B.: Quello della sussidiarietà è soltanto uno dei numerosi princìpi costituzionali che, secondo la giurisprudenza della Corte costituzionale, delimitano l’attuazione dell’autonomia differenziata; basti pensare ai princìpi di uguaglianza, di unità e indivisibilità della Repubblica, di buon andamento e imparzialità, nonché al criterio di specificità delle funzioni elaborato dalla stessa Corte.

Analogamente, le competenze in materia di tariffe e retribuzioni rappresentano soltanto due delle numerose funzioni (oltre 400) suscettibili di essere trasferite secondo il progetto di autonomia differenziata promosso dalla Lega col Ministro Calderoli e appoggiato dall’attuale Governo.

Per illustrare tutte le anomalie o, se si preferisce, le abnormità di questo progetto non basterebbe l’intera edizione del giornale che ci ospita. (em)

La cultura calabrese in festa per gli 80 anni di Pino Bova, Presidente del Rhegium Julii

Non tutti i traguardi sono uguali, e non tutti lo sono allo stesso modo per gli uomini. Per alcuni, uomini o donne, un traguardo è solo una ripartenza; questo avviene quando, riuscendo ad ingannare il tempo, alcuni di loro riescono a vivere più vite. La loro anima esonda dall’angusto spazio del loro petto, per rinascere in modo dannunzianamente continuo.

Tra questi vi è Pino Bova, anche Presidente della Fondazione Rhegium Julii, che oggi, 1° agosto, riparte dai suoi 80 anni vissuti con un’anima sempre nuova. Scrittore, poeta tradotto finanche in Vietnam e Giappone, manager di aziende pubbliche e enti culturali, Sovrintendente teatrale, politico, ma soprattutto sognatore.

Quando 58 anni fa, guidati dallo storico, visionario Presidente Giuseppe Casile, un gruppo di giovani si mise in testa di mostrare al Paese l’altro volto della Calabria, Pino Bova era in prima linea, a sognare un’impresa che molti avrebbero ritenuto velleitaria, e che invece dura ancora oggi.

Ma il merito più grande di quel gruppo di giovani è stato di non aver mai fatto spegnere quella luce che hanno trasferito alle nuove generazioni, allevandole in una famiglia che ha posto il libro e la lettura al centro dell’attività di un’associazione, il Rhegium, che nel suo motto “l’arte di leggere, il vizio di scrivere” ha una dichiarazione di intenti.

Nel momento più difficile, dopo la scomparsa di Casile, Pino Bova è riuscito, con un mix di vecchi e nuovi soci a salvare, con sacrificio e incredibile dedizione, un circolo divenuto punto di riferimento non solo a livello nazionale.

I Premi Nazionali e Internazionali, i Nobel accolti a Reggio Calabria, la gratificazione di essere ricevuti da 4 Presidenti della Repubblica, in attesa dell’attuale, sono stati rinvigoriti dal costante e rinnovato impegno che ha portato alla nascita della Fondazione, strumento donato alla sua amata città, per sognare di competere sui palcoscenici più prestigiosi da Istituzione tra le istituzioni.

In questa diversità, sta il segreto custodito per tanti anni e tramandato ai giovani, da una guida che ha saputo essere amico, fratello, e a volte anche padre di chi ancora oggi lo affianca.

Consapevoli che la sua età anagrafica, corrisponde in realtà a quella del Rhegium Julii , il grazie,  di tutti gli amici e soci del Rhegium, dell’intera città, è rivolto non solo al tanto che ha fatto, ma al moltissimo che ancora lo aspetta.

(I soci e gli amici della Fondazione Rhegium Julii)

La Calabria, una regione che “vive” di turismo e cultura solo due mesi l’anno

di LEO BERENOVIC – C’è un momento, ogni anno, in cui la Calabria sembra svegliarsi da un lungo sonno. Succede tra fine giugno e l’inizio di luglio, quando le prime luci dei palchi cominciano a spuntare nelle piazze, quando le Pro Loco tirano fuori i tavoli di legno, quando i comuni pubblicano i cartelloni estivi con la stessa enfasi con cui altrove si annunciano le stagioni teatrali. È il preludio dell’epopea delle sagre: un fenomeno che non è solo gastronomico, non è solo folklorico, non è solo turistico. È un fenomeno politico, economico, antropologico. È la fotografia di una regione che ha scelto di vivere due mesi l’anno e di sopravvivere negli altri dieci. La Calabria è una regione a fisarmonica: si apre a luglio, esplode ad agosto, si richiude a settembre. Il resto dell’anno è un lungo inverno culturale, anche quando il clima non lo sarebbe. È un paradosso che si ripete da decenni: una terra che potrebbe vivere di cultura dodici mesi l’anno, ma che concentra tutto, sagre, concerti, premi letterari, festival, rassegne, in un’unica stagione, come se il tempo stesso fosse un bene scarso, come se la cultura fosse un frutto che matura solo d’estate.

Eppure, i numeri raccontano un’altra storia. I numeri degli aeroporti, soprattutto. Perché gli indicatori veri non sono le presenze ISTAT, spesso incomplete, ma gli arrivi aeroportuali: persone reali che entrano in Calabria. Lamezia Terme, il vero hub della regione, registra ogni anno tra i tre e i tre milioni e mezzo di passeggeri. E la distribuzione stagionale è chiarissima: giugno circa trecentomila arrivi, luglio quattrocentomila, agosto mezzo milione, settembre ancora trecentomila. Trecentomila arrivi in un mese che la Calabria considera “di coda”, “di chiusura”, “di rientro”. Trecentomila persone che arrivano quando i comuni hanno già smontato i palchi, quando le sagre sono finite, quando i premi letterari hanno già consegnato le targhe, quando la cultura torna a dormire. Reggio Calabria, l’altro aeroporto, è più piccolo: nel 2025 ha raggiunto il milione di passeggeri. Picco ad agosto, ma settembre e ottobre con ottime performance. L’autunno non è una stagione morta. Due dei tre mesi, vivi, pieni, attraversati da flussi costanti. Eppure, culturalmente, è un deserto.

Per capire perché, bisogna guardare alla struttura profonda della regione. La Calabria ha una caratteristica che nessun’altra regione italiana possiede: l’ottantacinque per cento delle presenze turistiche si concentra tra giugno e settembre. Non perché il resto dell’anno sia impossibile da vivere, ma perché la regione ha costruito un modello culturale basato sulla stagionalità estrema. È un modello che si autoalimenta: più eventi d’estate, più pubblico d’estate; più pubblico d’estate, più fondi d’estate; più fondi d’estate, più politica d’estate. È un ciclo che si ripete, che si rafforza, che diventa identità.

La politica del consenso gioca un ruolo decisivo. Un concerto porta voti. Una biblioteca no. Una sagra porta foto, folla, applausi. Un laboratorio linguistico grecanico porta quaranta persone motivate, ma zero ritorno mediatico. La cultura è stata sostituita dall’intrattenimento. La programmazione è stata sostituita dal cartellone estivo. La continuità è stata sostituita dalla stagionalità. Reggio Calabria è il caso più emblematico. Ogni estate investe tra trecentomila e un milione di euro in concerti, intrattenimento, palchi, service, artisti. La cultura strutturale — musei, biblioteche, teatri — riceve briciole. È la città che preferisce un concerto da ventimila persone a un progetto culturale annuale da duecento persone. È la città che ha trasformato il Lungomare in un palcoscenico politico. È la città che ha rinunciato a una programmazione culturale per inseguire la folla. È la città che ha scelto la quantità al posto della qualità, il rumore al posto della profondità, la visibilità al posto della costruzione.

Ma l’epopea delle sagre non è solo urbana. È anche dei borghi. Bova, Roghudi, Gallicianò, Palizzi, Condofuri: luoghi che potrebbero essere laboratori culturali europei. Luoghi che custodiscono una lingua antichissima, un patrimonio antropologico unico, una identità che non esiste altrove. E invece, d’estate, diventano un mosaico di sagre: della porchetta, del pane, del vino, della pasta fatta in casa. Sagre che costano tra i cinquemila e i venticinquemila euro, spesso finanziate da contributi regionali fino a cinquantamila euro, con sponsor privati da duemila a cinquemila euro, con Pro Loco che mettono volontariato e fondi propri.

La lingua greca di Calabria, patrimonio unico, viene celebrata in eventi estivi, non in progetti annuali. La cultura grecanica diventa folklore stagionale. Diventa un costume, non una struttura. Diventa un evento, non un percorso. Diventa un ricordo, non un futuro.

E poi ci sono i comuni turistici: Scilla, Roccella, Siderno, Locri. Comuni che hanno un potenziale enorme, ma che lo usano solo d’estate. Scilla organizza eventi tra quaranta e centoventimila euro, tutti concentrati ad agosto. Roccella ha un Jazz Festival che è un gioiello, ma è sempre estivo, con un budget tra duecento e quattrocentomila euro. Siderno investe tra trenta e ottantamila euro in sagre e concerti. Locri tra cinquanta e centocinquantamila euro. L’archeologia, che potrebbe essere un motore culturale annuale, è relegata a iniziative sporadiche, occasionali, marginali.

Anche i premi letterari sono stagionali. Premio Tropea, Rhegium Julii, Premio Palmi, premi grecanici, festival di poesia: tutti concentrati tra luglio e agosto. Perché d’inverno non c’è pubblico. Perché i fondi regionali finanziano solo eventi turistici. Perché la politica vuole la folla. Perché la cultura è trattata come intrattenimento. La letteratura diventa un accessorio del turismo. Diventa una parentesi, non una struttura. Diventa un evento, non un percorso.

Eppure, la Calabria potrebbe avere una stagione culturale lunga otto mesi. Potrebbe vivere di cultura da settembre a giugno. Potrebbe costruire una rete di comuni che collaborano, una strategia culturale regionale, una professionalizzazione degli operatori culturali. Potrebbe vivere di archeologia, di lingue minoritarie, di borghi, di trekking culturale, di festival letterari, di musica da camera, di teatro, di residenze artistiche, di scuole di scrittura, di laboratori permanenti.

Perché potrebbe? Perché il clima è mite fino a novembre. Perché la scuola inizia tardi. Perché il turismo lento è in crescita. Perché la diaspora rientra più volte l’anno. Perché i borghi sono vivi tutto l’anno. Perché i costi sono più bassi fuori stagione. Perché settembre ha trecentomila arrivi a Lamezia. Perché ottobre è ancora vivibile. Perché dicembre è un mese forte. Perché la cultura dice che la Calabria potrebbe essere molto di più. Ma non lo fa. Non lo fa perché mancano fondi per cultura annuale e strategie culturali. Non lo fa perché mancano reti tra comuni e spesso manca professionalizzazione. Non lo fa perché manca volontà politica e la cultura è stata sostituita dall’intrattenimento. Non lo fa perché la programmazione è stata sostituita dal cartellone estivo e perché la continuità è stata sostituita dalla stagionalità.

L’epopea delle sagre è un racconto affascinante. È un racconto che parla di comunità, di identità, di convivialità. È un racconto che parla di tavolate, di musica, di piazze piene, di estate che sembra non finire mai. Ma è anche un racconto incompleto. È un racconto che nasconde una fragilità profonda. È un racconto che mostra una regione che vive due mesi l’anno e sopravvive negli altri dieci. È un racconto che mostra una cultura che si accende e si spegne, che si apre e si chiude, che si mostra e si nasconde.

La Calabria potrebbe scrivere un’altra storia. Potrebbe scrivere una storia di cultura permanente, di identità strutturale, di continuità. Potrebbe scrivere una storia che non dipende dal clima, dai fondi, dalla politica del consenso. Potrebbe scrivere una storia che non vive solo d’estate. Potrebbe scrivere una storia che vive tutto l’anno. Ma per farlo deve scegliere se vuole essere una regione a fisarmonica o una regione a respiro lungo, se vuole vivere due o dodici mesi. Deve scegliere se vuole l’epopea delle sagre o l’epopea della cultura. Per ora, ha scelto le sagre. Ha scelto i palchi. Ha scelto i concerti. Ha scelto le piazze piene. Ha scelto la folla. Ha scelto la visibilità. Ha scelto l’estate. Ma la storia non è finita. La storia può cambiare. La storia può essere riscritta. La storia può essere allargata. La storia può essere approfondita. La storia può essere trasformata.

La Calabria può ancora scegliere. E forse, un giorno, lo farà. Io, intanto, da turista ottobrino, mi arrangerò, durante il fine settimana, nei giorni feriali tanti interessanti incontri, poco altro.

Non c’è troppo cemento in Calabria. è soltanto mal distribuito

di DOMENICO MAZZAProgettare il futuro di un territorio fragile come quello calabrese non significa imboccare la via della decrescita. Non significa rinunciare alle opere necessarie a rompere l’isolamento storico delle nostre comunità. Il progresso ha bisogno di infrastrutture moderne, sicure, efficienti. Negarlo sarebbe pura ipocrisia.

Ma la Calabria non soffre di un eccesso di cemento in senso assoluto.

Soffre di un cemento mal distribuito.

Piazzali che nessuno usa convivono con strade dissestate che tutti maledicono. Rotatorie sovradimensionate sorgono dove basterebbe un incrocio, mentre un ponte necessario resta un progetto sulla carta da vent’anni.

Il problema non è costruire. Il problema è costruire nel posto sbagliato, e non realizzare in quello giusto.

È qui che entra in gioco il depaving. Un principio che sta guadagnando credito in diversi contesti europei. Una visione di sistema che si inserisce a pieno titolo nei processi di rigenerazione urbano-naturalistica.

Leuven, in Belgio, ne è l’esempio più maturo: la rimozione sistematica dell’asfalto è parte integrante della sua strategia climatica urbana. Anche Genova lo ha inserito nel proprio piano urbanistico comunale.

Si tratta della rimozione fisica dell’asfalto e del cemento non più utili. Si restituisce così il suolo alla sua funzione originaria: assorbire l’acqua, produrre, respirare. Non è un concetto astratto importato da altri luoghi. È una pratica che sta prendendo piede per contrastare il dissesto idrogeologico e recuperare terreno produttivo.

Lo sviluppo non può più essere una colonizzazione a senso unico, dove ogni opera nuova si somma alla precedente senza che nulla venga mai tolto. La vera svolta culturale sta nel principio di reciprocità. Dove nasce il nuovo, il vecchio deve tornare alla terra.

Il depaving non frena chi costruisce. Corregge chi ha costruito male.

Non è un limite al fare. È il completamento del fare.

Strade doppie, piazze balena, pianure scivolo: lo stesso vizio ovunque

Il settore della viabilità offre l’esempio più immediato, e riguarda da vicino tutti gli enti competenti. Il depaving, del resto, trova nelle aree urbanizzate il suo terreno d’elezione. E in Calabria di aree urbane ce ne sono: centri costieri, collinari. Contesti contenuti nelle dimensioni, ma reali.

Negli ultimi decenni queste aree si sono chiuse nel cemento. Hanno perso l’equilibrio tra le strade e le aiuole, tra i marciapiedi e gli alberi.

È qui che si gioca la partita più delicata. Quando un ente pianifica una nuova strada, quel progetto dovrebbe rispondere a una sola domanda: quali sono le esigenze reali di quel tratto, di quei quartieri, di quei flussi di traffico? Se bastano due corsie per servire l’area, costruirne quattro è un doppio errore.

Un’opera sovradimensionata non restituisce grandezza. Al contrario, costa il doppio. Resta sottoutilizzata. Richiede più manutenzione nel tempo. E soprattutto sottrae suolo, verde, terra che in quel punto non andava tolta.

Quando nasce un tracciato moderno, poi, la vecchia carreggiata dovrebbe sparire. Troppo spesso non accade. Resta al suo posto, abbandonata al degrado: una ferita che non si rimargina mai. Una cicatrice impermeabile che il territorio si porta addosso.

Lo stesso vizio, nelle città, cambia forma.

Piazza Bilotti a Cosenza non è sbagliata perché è nuova. È sbagliata perché è stata pensata come una distesa di mattoni. Quasi una colata di cemento a simboleggiare una balena spiaggiata al centro della città.

Non è un caso isolato, sia chiaro.

Sulla falsariga, in diversi comuni calabresi, sono sorte altre piazze. Ma il disegno è stato sempre identico: il cemento ha preso il posto del verde senza alcun compromesso. Ovunque lo schema si ripeta, l’effetto è lo stesso: una fonte di calore impressionante. Un isolante che respinge ogni logica di mitigazione climatica.

Il problema, ancora una volta, non è costruire. È costruire senza lasciare che la terra respiri.

Il cemento assorbe calore, ma non restituisce ossigeno. Solo il suolo vivo lo fa.

Stesso registro si riscontra fuori dalle città. Qui, addirittura, si allarga fino a diventare sistema. Lungo il Crati, nelle piane alluvionali dello Jonio, nel Gioiese e nel Lametino, si sommano piazze di cemento, capannoni industriali mai decollati, strade secondarie che nessuno percorre. Insieme formano un unico, gigantesco scivolo. I drammatici eventi alluvionali degli ultimi vent’anni lo confermano. Quando le piogge si fanno violente, l’acqua non trova più la spugna naturale del terreno. Diventa un’onda, alimentata da ogni metro quadro di suolo sigillato senza motivo.

Pianificazione circolare: prendere, restituire, mettere in sicurezza

Rompere la catena delle emergenze richiede una pianificazione circolare, urbanistica e infrastrutturale insieme. Non basta, però, che i Comuni sappiano intercettare i fondi. Il problema è a monte. 

Ma lo strumento per uscire dall’impasse esiste già. L’Europa lo prevede da tempo: alcune Regioni, come l’Emilia-Romagna, lo hanno già colto. Anche la Calabria deve adeguarsi, se vuole davvero tutelare il proprio territorio.

Il PNRR, d’altronde, lo dimostra. In molti Comuni calabresi le risorse sono arrivate, anche in misura consistente. Ma la scelta è ricaduta spesso su opere che l’Europa finanzia, senza che venga richiesta alcuna restituzione alla terra. Piazze, riqualificazioni urbane, arredo urbano: interventi utili, forse, ma quasi mai accompagnati da un principio di compensazione coerente. 

Si somma cemento. Si restituisce poco, raramente abbastanza.

Bisogna cambiare prospettiva. Il depaving va generalizzato a tutti i bandi di riqualificazione urbana. Il cambiamento deve riguardare la regola del finanziamento, non un generico appello di principio. Ogni nuova opera pubblica, ogni ammodernamento infrastrutturale, deve contenere per obbligo un piano di compensazione tramite depaving.

Non deve restare un’eccezione. Deve diventare la regola.

Bisogna cancellare, smantellare, ridimensionare il cemento inutile. E rigenerare gli spazi in aree di laminazione naturale, in corridoi ecologici veri.

L’uomo prende, ma deve anche restituire! Non con un principio astratto: con bandi che impongano la restituzione. Con opere che creino equilibrio oltre che sicurezza. Con progetti che lascino respirare la terra invece di sigillarla.

Solo così la Calabria smetterà di rincorrere il fango dopo ogni pioggia.

Solo così comincerà, finalmente, a governare il proprio futuro invece di subirlo.

Prendere e restituire. Fare bene, o non fare.

Non c’è futuro senza pareggiare i conti con la terra.

(Comitato Magna Graecia)

Mariagrazia Arena è la nuova vicesindaca di Reggio

Vi svelo chi sarà a ricoprire il ruolo di vicesindaco al Comune di Reggio Calabria: Mariagrazia Arena. È uno dei magistrati di maggiore esperienza del distretto giudiziario di Reggio Calabria, dove ha ricoperto i principali incarichi direttivi degli uffici giudiziari». È quanto ha detto il sindaco di Reggio, Francesco Cannizzaro, rivelando sui social il nome del suo vice.

E non una persona qualsiasi: «Una donna delle istituzioni, apprezzata per il rigore istituzionale, le capacità organizzative e l’impegno nel miglioramento dell’efficienza degli uffici, con una costante attenzione ai procedimenti nell’ambito del contrasto alla criminalità organizzata», ha spiegato Cannizzaro, sottolineando come si tratti del primo vicesindaco donna nella storia di Reggio.

«È stata una proposta del tutto inaspettata, che mi ha colta alla sprovvista – dichiara Maria Grazia Arena – ma alla quale ho scelto di rispondere positivamente con profondo senso di responsabilità e gratitudine per la fiducia accordatami dal nuovo sindaco di Reggio Calabria. Ho sempre vissuto il mio percorso professionale con l’idea che il lavoro sia, prima di tutto, un servizio alla cittadinanza; con questo stesso spirito affronterò il ruolo che mi è stato proposto».

Il neo vicesindaco guarda alla nuova fase amministrativa che si apre per la città dello Stretto come a un momento di particolare importanza. «Siamo davanti a una fase nuova e stimolante per Reggio e, pur non essendo legata ad alcun partito, condivido pienamente l’entusiasmo, la visione e la volontà di cambiamento dell’onorevole Francesco Cannizzaro».

 

Arena ha poi voluto chiarire le motivazioni che l’hanno spinta ad accettare l’incarico, evidenziando come la decisione non sia stata influenzata da interessi personali o da ambizioni di carattere politico. «Alla luce dei diversi ruoli che ho ricoperto nel corso della mia esperienza professionale, è noto che non ho bisogno né di visibilità né di alcun vantaggio economico. Ciò che mi ha spinta ad accettare la proposta e ad assumere l’incarico di vicesindaco è esclusivamente la volontà di mettere le mie competenze e la mia energia al servizio della comunità a cui appartengo».

Parole che delineano l’approccio con cui Arena intende affrontare il nuovo ruolo all’interno dell’amministrazione comunale guidata da Cannizzaro, ponendo l’accento sul contributo che potrà offrire alla città. «Non ho accettato questo incarico per ciò che può dare a me – conclude Arena – ma per ciò che, mi auguro, potrò dare io alla mia città».

Il suo curriculum parla da solo, culminato nel 2016, quando il Consiglio Superiore della Magistratura l’ha nominata Presidente del Tribunale di Reggio Calabria.

Nel suo mandato decennale, tra le mura del Palazzo del Ce.DiR, Arena ha affrontato con il suo ufficio sfide cruciali, dalle croniche carenze di organico alla digitalizzazione dei servizi. Un ruolo che si è concluso a maggio 2026, con il formale passaggio di consegne al successore, il dottor Giuseppe Campagna, sigillando così una pagina storica per la giustizia reggina scritta all’insegna dell’autorevolezza e dell’indipendenza.

Ma facciamo un passo indietro: il percorso della dott.ssa Arena inizia nel 1981, anno del superamento del concorso in magistratura. I primi quattordici anni di carriera si sviluppano interamente sul campo, tra le trincee giudiziarie della provincia reggina. 

Tra il 1981 e il 1985 riveste le funzioni di Giudice presso il Tribunale di Locri, per poi trasferirsi fino al 1989 al Tribunale di Palmi. Il ritorno nella città dello Stretto avviene nel 1989, anno in cui assume l’incarico presso la Pretura Circondariale di Reggio Calabria, dove presterà servizio fino al 1995 consolidando una profonda conoscenza del tessuto sociale e criminale della regione.

Il 1995 segna il passaggio alle funzioni di secondo grado. Mariagrazia Arena fa il suo ingresso come Consigliere presso la Corte d’Appello di Reggio Calabria. All’interno degli uffici di Piazza Castello, il magistrato si distingue per rigore decisionale e capacità organizzative, doti che la porteranno, negli anni successivi, a ricevere la nomina di Presidente di Sezione nello stesso ufficio di secondo grado, un ruolo di grande responsabilità nella gestione dei delicati processi d’appello del distretto.

Tra i riconoscimenti, il Premio Kairos consegnatole nel 2023 per i suoi meriti «di rappresentante di una giustizia altamente professionale ed equa».

 

Il turismo internazionale resta il punto debole della Calabria

di FRANCESCO AIELLO E MICHELE MERCURIIl tema è particolarmente rilevante, poiché il turismo internazionale rappresenta il principale motore di crescita dei sistemi turistici nazionali ed europei. In molti territori italiani la domanda estera costituisce ormai la componente prevalente dei flussi turistici e contribuisce in misura decisiva alla destagionalizzazione, all’allungamento della permanenza media e alla crescita della spesa turistica. La Calabria continua, invece, a mostrare una forte dipendenza dalla domanda nazionale.

Alcuni dati consentono di collocare con precisione la Calabria nel panorama turistico italiano. Nel 2024 l’Italia ha registrato oltre 466 milioni di presenze, mentre la Calabria si è fermata a poco più di 8,1 milioni, pari all’1,75% del totale nazionale. Sul fronte del turismo internazionale, il divario appare ancora più marcato: in Italia il 54,5% delle presenze è generato da turisti stranieri, contro appena il 19,7% della Calabria.

Questa differenza emerge con ancora maggiore evidenza confrontando il peso della regione sul turismo complessivo con quello esercitato sul solo turismo internazionale. Pur rappresentando l’1,75% delle presenze turistiche nazionali, la Calabria intercetta appena lo 0,63% delle presenze straniere registrate in Italia. In altre parole, la regione partecipa ai flussi turistici internazionali in misura significativamente inferiore rispetto al suo già modesto peso nel turismo nazionale, segnalando una capacità di attrazione verso i mercati esteri ancora limitata.

La geografia dei turisti stranieri che scelgono la Calabria aiuta a comprendere meglio questa situazione. La Figura  mostra come il principale mercato estero sia la Germania, con oltre 500 mila presenze e una quota pari al 32,6% del totale straniero regionale. Seguono Repubblica Ceca (142 mila presenze), Polonia (102 mila), Regno Unito (98 mila), Svizzera (96 mila) e Austria (81 mila). Complessivamente, questi sei paesi generano oltre il 65% delle presenze straniere registrate nella regione.

Si tratta prevalentemente di mercati dell’Europa centrale e centro-orientale, fortemente orientati al turismo balneare e ai soggiorni nei villaggi e resort costieri. La composizione geografica della domanda estera appare quindi molto diversa da quella osservata nelle principali regioni turistiche italiane, dove assumono un ruolo più rilevante i mercati nordamericani, asiatici e dell’Europa occidentale.

Tuttavia, i valori assoluti non sono sufficienti per valutare la reale capacità attrattiva di una destinazione. Un mercato può infatti generare un elevato numero di presenze semplicemente per la sua dimensione.  Per questo motivo il rapporto introduce un indicatore particolarmente interessante: l’indice di specializzazione illustrato nella Figura 2 .

La Figura 2 consente di andare oltre i valori assoluti e di valutare la reale capacità della Calabria di attrarre i diversi mercati esteri. L’indice confronta il peso della regione nelle presenze italiane di ciascun paese con il peso medio della Calabria nel turismo nazionale. Valori superiori all’unità indicano una capacità di attrazione relativamente elevata; valori inferiori all’unità segnalano invece una presenza più debole di quanto ci si potrebbe attendere sulla base del peso complessivo della regione nel turismo italiano.

A una prima lettura il risultato appare netto: tra i principali mercati esteri soltanto la Repubblica Ceca presenta un indice superiore all’unità (1,65). Ciò significa che i turisti cechi scelgono la Calabria con una frequenza significativamente maggiore rispetto alla media dei visitatori che arrivano in Italia. Si tratta di un risultato coerente con la consolidata presenza dei flussi provenienti dall’Europa centro-orientale nelle principali località balneari della regione.

La distanza che separa la Repubblica Ceca dagli altri mercati è significativa. Nessun altro paese raggiunge infatti valori prossimi all’unità. Canada (0,68), Polonia (0,62), Ucraina (0,54) e Argentina (0,53) costituiscono il gruppo relativamente più favorevole, ma evidenziano comunque una capacità di attrazione inferiore alla media nazionale. La Calabria appare pertanto sovra-rappresentata in un solo mercato estero e sotto-rappresentata in tutti gli altri principali bacini di provenienza.

Più complessa appare invece la situazione dei grandi mercati europei. La Germania, pur rappresentando il principale mercato estero della Calabria in termini assoluti con oltre 500 mila presenze, registra un indice pari a 0,44. È probabilmente questo il dato più significativo dell’intera analisi. In altre parole, i turisti tedeschi arrivano numerosi in Calabria, ma in misura molto inferiore rispetto a quanto avviene nelle principali destinazioni italiane concorrenti. Una considerazione analoga vale per il Regno Unito (0,38) e soprattutto per la Francia (0,24), che evidenziano una capacità di attrazione relativamente modesta.

È proprio questa apparente contraddizione a rendere interessante la lettura dei dati. La Calabria non è assente dai principali mercati internazionali: tedeschi, britannici, francesi, svizzeri e austriaci sono presenti e contribuiscono in misura significativa ai flussi turistici regionali. Tuttavia, la loro incidenza risulta sistematicamente inferiore a quella osservata nel resto del Paese. Il problema, dunque, non sembra essere l’assenza di relazioni con i mercati internazionali, quanto piuttosto la limitata capacità della regione di intercettarne una quota più consistente.

Nel complesso, la Figura 2 restituisce l’immagine di una destinazione che mostra punti di forza in alcuni mercati specifici, ma che fatica ancora a consolidare una presenza competitiva nei principali bacini turistici internazionali. Più che una debolezza generalizzata, emerge una struttura della domanda estera fortemente selettiva, concentrata in pochi paesi e ancora poco diversificata rispetto a quella delle regioni italiane maggiormente inserite nei circuiti internazionali del turismo.

Questo risultato assume particolare rilevanza se si considera che la ripresa del turismo successiva alla pandemia è stata trainata soprattutto dalla componente internazionale. Mentre molte regioni italiane hanno beneficiato della crescita dei flussi provenienti dall’estero, la Calabria continua a dipendere in larga misura dal mercato nazionale e da un numero relativamente ristretto di paesi europei.

Naturalmente, questi dati non implicano che la regione sia priva di attrattività internazionale. Al contrario, esistono territori che mostrano una significativa capacità di attrazione verso la domanda estera. La provincia di Vibo Valentia, ad esempio, registra una quota di stranieri pari al 37,5%, quasi il doppio della media regionale, grazie soprattutto alla notorietà internazionale della Costa degli Dei. Tropea e Ricadi presentano quote di visitatori stranieri particolarmente elevate. Si tratta però di risultati concentrati in un unico sistema turistico locale, che non sembrano ancora tradursi in una più ampia internazionalizzazione dell’intero comparto regionale.

Se il primo limite strutturale del turismo calabrese è rappresentato dalla sua forte concentrazione territoriale, il secondo riguarda dunque la limitata capacità di attrarre domanda internazionale. La Calabria continua a partecipare solo marginalmente ai grandi flussi esteri diretti verso l’Italia e la sua presenza nei mercati internazionali appare ancora confinata a pochi segmenti specifici.

Comprendere le ragioni di questa debolezza è fondamentale per interpretare le prospettive future del settore. Prima di attribuirla esclusivamente a fattori di competitività, tuttavia, è opportuno distinguere tra diverse tipologie di turismo internazionale. Non tutti gli stranieri che arrivano in Calabria sono infatti turisti nel senso tradizionale del termine. Una parte dei flussi potrebbe essere collegata alla presenza delle comunità di origine calabrese residenti all’estero e ai fenomeni di ritorno nei luoghi delle proprie radici familiari.   Comprendere il peso effettivo di questi flussi è essenziale per valutare correttamente il grado di internazionalizzazione del turismo calabrese. Proprio questo tema sarà al centro del prossimo approfondimento. (fa e mm)

[Courtesy OpenCalabria)

Le madri sole, una povertà che richiede risposte urgenti

di GIUSY NURI Sappiamo da tempo che la povertà ha tanti volti, e uno di questi, pressoché sconosciuto, è quello delle cosiddette madri sole: nuclei monogenitoriali composti da donne con figli minori, tutte con storie diverse ma accomunate dalla condizione difficile di dover crescere un figlio senza avere un compagno accanto. Secondo i dati Istat, sono in forte ascesa – circa un milione e duecentomila in Italia, trentamila in Calabria.

Sono storie diverse: donne vittime di violenza che hanno denunciato il partner, donne separate o divorziate, vedove, ragazze madri che hanno detto no all’aborto accettando una maternità difficile. Volti che raccontano una povertà ancora nascosta e invisibile, soprattutto nelle regioni meridionali. Save the Children, nel dossier Le equilibriste. La maternità in Italia, ha raccontato gli ostacoli che queste donne affrontano per raggiungere autonomia economica e sociale, in quanto “single”, segmento particolarmente vulnerabile dell’universo femminile.

Nonostante la consapevolezza crescente, le madri sole restano invisibili agli occhi delle politiche pubbliche. Mancano interventi mirati, soprattutto sul piano fiscale, e chi affronta condizioni di ulteriore svantaggio – come la disabilità di un figlio o la condizione migrante – vive una doppia fragilità.

Proprio per dare una risposta concreta a questo grido di aiuto, il Centro Comunitario Agape favorì la nascita della Cooperativa Sociale Soleinsieme, con l’obiettivo di offrire alle donne un percorso di autonomia lavorativa e sociale, ma anche uno spazio di accoglienza e sostegno. Grazie alla Provincia di Reggio Calabria, guidata allora da Giuseppe Raffa, fu assegnato un bene confiscato in una zona centrale della città, dove nacque la Sartoria Sociale Soleinsieme: un progetto che unì istituzioni e realtà sociali, coinvolgendo anche i detenuti della Casa Circondariale di Arghillà in un percorso di giustizia riparativa per la ristrutturazione del bene.

Negli anni, la sartoria è cresciuta e si è trasformata: da semplice attività produttiva è diventata un luogo di incontro, ascolto e aggregazione, un punto di riferimento per le donne del territorio. Da questa evoluzione è nato lo Spazio Donna, un ambiente accogliente dove si intrecciano creatività, diritti, salute, benessere e orientamento. Qui le donne trovano percorsi personalizzati, laboratori esperienziali e momenti di confronto che favoriscono la crescita personale e la costruzione di nuove opportunità.

Lo Spazio Donna rappresenta oggi la naturale evoluzione della storia di Soleinsieme: dalla stoffa alle storie, dal lavoro alla cura, dalla manualità alla relazione. È un modello di welfare comunitario che continua a rispondere ai bisogni di lavoro, ascolto e sostegno psicologico, con attenzione alle nuove fragilità dell’infanzia e dell’adolescenza.

Nel 2015, su impulso della Comunità Agape, fu presentato un progetto di legge per il sostegno delle famiglie monogenitoriali in difficoltà, approvato all’unanimità dalla Commissione Politiche Sociali ma poi naufragato per mancanza di copertura finanziaria. Sarebbe un segnale importante se quella iniziativa venisse ripresa dall’attuale governo regionale, per costruire alleanze tra istituzioni e terzo settore e favorire politiche di inclusione e autonomia per queste madri coraggio, che hanno diritto a essere ascoltate e a non essere lasciate sole.

(Presidente Cooperativa

Soleinsieme)