Contro il caporalato l’operazione nella Sibaritide è l’inizio di una giusta battaglia

Il contrasto al caporalato e allo sfruttamento del lavoro passa anche attraverso importanti operazioni come quella condotta nella Piana di Sibari, alla quale hanno lavorato con grande efficacia la Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro e l’Arma dei Carabinieri». È quanto ha detto il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, in merito all’operazione nella Piana di Sibari eseguita dai carabinieri su delega della Dda di Catanzaro,  che ha portato a 20 fermi.

I reati contestati sono associazione per delinquere finalizzata all’intermediazione illecita e allo sfruttamento del lavoro, riduzione in schiavitù, estorsione, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

L’attività investigativa, avviata nel 2020, avrebbe fatto luce sull’esistenza di due distinte associazioni per delinquere, “interconnesse sul piano operativo” – spiegano gli inquirenti – nella Piana di Sibari. In particolare il primo sodalizio, guidato da cittadini stranieri, avrebbe esercitato un vero e proprio controllo monopolistico sulla manodopera agricola dell’intera area, riducendo i braccianti in uno stato di soggezione e servitù. I lavoratori venivano costretti a coabitare, fino a 20 persone contemporaneamente, in alloggi fatiscenti, degradati, privi di riscaldamento, luce e gas nel centro storico di un Comune locale, per i quali l’organizzazione tratteneva forzosamente dai salari quote di 50-60 euro al mese.

La seconda associazione a delinquere – hanno ricostruito gli inquirenti – sarebbe stata “promossa, organizzata e composta da soggetti italiani” ed era “finalizzata in via esclusiva al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina” tramite “il sistematico aggiramento delle procedure governative connesse al decreto Flussi e al decreto Rilancio.

Un lavoro, quello condotto dal Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro e dei reparti territoriali, che ha permesso «di assestare un colpo durissimo a un sistema criminale fondato sullo sfruttamento», ha sottolineato Occhiuto, aggiungendo come «le condotte emerse dall’indagine, che spaziano dalla riduzione in schiavitù al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, delineano un quadro di grave illegalità che le istituzioni non possono tollerare».
«Condizioni di vita e di lavoro così degradate ledono i diritti fondamentali della persona e danneggiano l’intera comunità. Fenomeni di questo tipo calpestano la dignità dei lavoratori, alterano le regole del mercato, e penalizzando le tantissime aziende agricole che nel nostro territorio operano nella legalità.
La lotta allo sfruttamento del lavoro è una battaglia di civiltà che dobbiamo portare avanti insieme, tutelando i lavoratori e sostenendo le imprese che rispettano le regole», ha concluso.

«L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, cui va il nostro apprezzamento per il lavoro svolto insieme all’Arma dei Carabinieri, porta alla luce un quadro in parte già noto, ma che conferma l’esistenza di una piaga rispetto alla quale è necessario l’impegno di tutte le istituzioni per ripristinare condizioni di dignità e legalità in agricoltura e negli altri settori portanti dell’economia calabrese», ha detto l’assessore regionale all’Agricoltura, Gianluca Gallo.

«Quanto emerso dalle indagini – ha aggiunto Gallo – restituisce una realtà estremamente preoccupante, rispetto alla quale da tempo anche la Regione è impegnata in azioni di contrasto e prevenzione, in collaborazione con le organizzazioni sindacali e con le rappresentanze del mondo produttivo. È un terreno sul quale occorre lavorare con sempre maggiore determinazione, per garantire i più elementari principi di civiltà, dignità e uguaglianza e, allo stesso tempo, per liberare l’economia regionale da forme di illegalità e condizionamenti che ne frenano e ne compromettono lo sviluppo».

«Adesso – prosegue l’assessore – è necessario fare piena luce anche su ulteriori livelli e responsabilità, la cui possibile esistenza sembra emergere dalla stessa inchiesta, a partire dagli eventuali collegamenti tra i fenomeni evidenziati dalle indagini dei Carabinieri e la criminalità organizzata. Siamo fiduciosi che anche su questi aspetti sarà fatta chiarezza. La Regione non esiterà a fare fino in fondo la propria parte affinché l’agricoltura calabrese e, più in generale, l’intera economia regionale siano libere da ogni forma di sfruttamento e di condizionamento illegale».

«Insieme al presidente Occhiuto e alla Giunta regionale – ha concluso Gallo – valuteremo inoltre, nei tempi e nelle sedi opportune, la costituzione di parte civile della Regione Calabria nel procedimento penale che scaturirà dall’inchiesta in corso».

Il sindaco di Cassano All’Ionio, Gianpaolo Iacobini, esprime apprezzamento alla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro e ai Carabinieri per la Tutela del Lavoro per l’Operazione “Master”, condotta nella Piana di Sibari per debellare la piaga del caporalato.

«Ancor più dopo i tragici fatti dei mesi scorsi – dichiara Iacobini – si tratta di un’iniziativa investigativa e giudiziaria che conferma quanto sia fondamentale mantenere alta l’attenzione su una piaga del genere. La fiducia nelle Forze dell’Ordine e nella Magistratura è massima ed è altrettanto importante che le indagini consentano di fare piena luce su tutti i rapporti e sulle eventuali responsabilità emerse, oltre ai collegamenti con ambienti riconducibili alle cosche operanti sul territorio».

Nel rivolgere anche un riconoscimento alla Guardia di Finanza di Sibari, impegnata costantemente nel contrasto al caporalato e alle diverse forme di illegalità che incidono sul tessuto economico e produttivo della Sibaritide, Iacobini conclude: «Come Comune continueremo a fare la nostra parte, collaborando con tutte le istituzioni competenti per difendere la legalità, la dignità del lavoro e lo sviluppo sano della nostra terra».

«L’inchiesta sul caporalato nella Piana di Sibari dà un quadro inquietante, sul quale la magistratura farà luce. Le condizioni di lavoro ricostruite dagli investigatori sono intollerabili in una società civile e impongono alle istituzioni una risposta forte, continua e coordinata». Lo afferma il Pd Calabria a proposito dell’operazione condotta dai Carabinieri per la Tutela del lavoro, su delega della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, che ha portato al recente fermo di 20 persone. Le accuse contestate a vario titolo comprendono associazione per delinquere finalizzata all’intermediazione illecita e allo sfruttamento del lavoro, riduzione in schiavitù, estorsione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

«Esprimiamo apprezzamento per il lavoro della magistratura e dei Carabinieri – prosegue il Pd Calabria – e per l’attività di quanti operano nella rete antitratta a sostegno delle vittime. Dalle indagini emerge l’ipotesi di un sistema in cui persone in condizioni di estrema fragilità sarebbero state reclutate, sottopagate, costrette a turni pesantissimi e private delle più elementari tutele. Colpiscono inoltre i presunti collegamenti con ambienti della ’ndrangheta e il possibile utilizzo fraudolento delle procedure previste per l’ingresso regolare dei lavoratori stranieri».

«Se il quadro investigativo sarà confermato – ha dichiarato il segretario regionale del Pd Calabria, Nicola Irto – ci troveremmo davanti a una forma di sfruttamento feroce della persona e del lavoro. La Calabria non può tollerare che una parte della propria economia agricola venga contaminata da sistemi criminali costruiti sulla disperazione delle persone che giungono nel nostro Paese in cerca di un futuro. La lotta al caporalato riguarda la dignità dei lavoratori, la legalità e anche la tutela delle tante imprese agricole calabresi che rispettano le regole e garantiscono occupazione regolare».

«C’è bisogno di controlli costanti, di una presenza sempre forte dello Stato, della protezione delle vittime e di strumenti che favoriscano l’emersione del lavoro irregolare. Occorre colpire l’intera catena dello sfruttamento, comprese eventuali complicità professionali, imprenditoriali e – ha concluso Irto – criminali». (rrm)

Perché lo stop all’edizione quotidiana mattutina (in pdf) di Calabria.Live: l’indifferenza di istituzioni e imprese

di SANTO STRATI  – Si ferma l’edizione mattutina (in pdf) del nostro quotidiano digitale, quella  che i nostri affezionati lettori aspettavano ogni mattina, puntuale alle ore 7, una sveglia – quella di Calabria.Live – ormai diventata abitudine. Mi sono augurato fino all’ultimo di non dover fare questa comunicazione: l’editore ha deciso di sospendere – provvisoriamente? – l’edizione quotidiana digitale in formato pdf mantenendo comunque inalterate le caratteristiche dell’informazione giornaliera della Calabria via web (http://calabria.live) e tenendo l’altissima qualità degli approfondimenti attraverso l’apprezzatissimo supplemento settimanale Calabria.Domenica.

È una decisione non irrevocabile, dettata dall’insostenibilità finanziaria del progetto quotidiano gratuito diffuso via mail e via whatsapp: sono venute a mancare le condizioni economiche in grado di supportare il nuovo programma editoriale che avevo predisposto, ovvero un quotidiano ancora più ricco, con inchieste e servizi esclusivi, con l’obiettivo di far conoscere la Calabria migliore, quella positiva, contro la pessima reputazione costruita negli anni da chi non ama questa terra e il Sud in generale.  Un giornale indipendente, come dal primo giorno, che parla ai calabresi di tutto il mondo, ne tutela diritti, tradizioni, costumi, e difende la memoria storica che rischia di diventare sempre più labile: innovativo ma ricco dell’esperienza del passato, della nostra storia e fiero di raccontare, in modo originale e diverso, una Calabria che guarda al proprio futuro.

In attesa di un auspicato ritorno della “sveglia delle 7” continueremo con le pagine del quotidiano online: vi ricordo che siamo forse gli unici sul web a non ospitare i fastidiosissimi pop up che non permettono di leggere un articolo senza continue interruzioni. e poi continueremo gli approfondimenti e le nostre storie, tra passato e futuro, sul nostro supplemento settimanale Calabria.Domenica, sempre più ricco e con una foliazione di ben 80 pagine a numero.

Certo, l’idea del quotidiano “recapitato” sul telefono è cosa diversa dall’andare a cercare sul web le notizie, ma – evidentemente – il progetto dev’essere sembrato troppo “rivoluzionario” alle tantissime aziende (ma anche Comuni, enti, associazioni) che hanno snobbato per anni il nostro giornale mai offrendo un minimo di pubblicità (commerciale, istituzionale, etc) o una sponsorizzazione che permettesse di continuare a far arrivare gratuitamente il quotidiano in pdf Calabria.Live ogni mattina in tutto il mondo (ultima diffusione certificata: 1.500.000 copie ogni giorno. Ma la domanda che ci affligge è semplice: se questi enti, questi imprenditori, etc. non considerano la testata perché a noi mandano i comunicati e chiedono con insistenza la pubblicazione, riservando invece le inserzioni a pagamento agli altri quotidiani regionali? La risposta non c’è o è meglio non darla… Manca certamente la cultura d’impresa per cui le aziende (ricche) pagano fior di tasse ma non spendono un centesimo in pubblicità (che sarebbe interamente deducibile fiscalmente), ma è assente anche una certa sensibilità che, invece, hanno dimostrato tanti pensionati che hanno mandato un sostegno sottratto alla loro non entusiasmante pensione perché “grati” a Calabria.Live per il modo nuovo di fare informazione.

Abbiamo comunque rivoluzionato il modo di raccontare la Calabria e il nostro imprinting ha dato il via su altri media (grazie per l’emulazione) a una narrazione diversa di questa terra, mostrando i suoi tantissimi aspetti positivi, la sua gente produttiva e operosa e non parlando solo di mafia e delinquenza (che sono dovunque, non solo in Calabria).

Attenzione, però, il giornale non chiude, perde solo una parte di cui vado orgoglioso, che ha mostrato che si può fare informazione senza sensazionalismi e fake news, con il rigore della notizia controllata e verificata e l’obbligo morale di servire ogni giorno l’unico padrone che conosciamo: il lettore. Continuate a seguirci sul web e con il domenicale. Grazie a tutti per l’affetto e l’attenzione che vorrete ancora riservarci. (s)

Province: la mini-riforma è solo l’inizio di un lungo percorso non più rinviabile

di MICHELE DROSI – Il 7 agosto è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto legge 144 sulla funzionalità della Pubblica amministrazione e degli enti territoriali, che prevede il riallineamento della durata dei mandati dei consiglieri provinciali  a quella dei presidenti. L’intervento normativo supera  una delle tante anomalie della legge Delrio e risolve un problema contingente ma, come ha opportunamente sottolineato il sindaco di Catanzaro, Nicola Fiorita, lascia aperte tutte le contraddizioni irrisolte di una delle riforme più fallimentari della storia repubblicana.

Le vecchie  Province, che hanno rappresentato per oltre un secolo e mezzo l’anello di congiunzione funzionale tra Stato e territorio, infatti, sono state spinte sull’orlo del baratro dalla legge 56 del 2014, che ha dato luogo a un sistema elettorale di secondo grado che prevede come elettori i Sindaci e i consiglieri comunali del territorio, con un voto ponderato in base alla popolazione che rappresentano.

Per cui le “nuove” Province non rappresentano più direttamente la volontà dei cittadini-elettori, ma si pongono a metà strada per mediare tra la volontà dei consiglieri-grandi elettori e le Regioni.

Insomma, una vera e propria torsione intrisa di demagogia e populismo, che, purtroppo, da qualche tempo, sono il tratto distintivo di buona parte del dibattito politico nel Paese.

Con l’aggravante di aver innescato tagli inesorabili. Con ventimila dipendenti in meno su 48.000 totali, pur in presenza delle competenze che sono rimaste sempre le stesse: la manutenzione di 135 mila chilometri di strade (la nervatura carrozzabile del Paese) e la gestione di 6000 scuole.

Manutenzione e gestione messe a dura prova a causa dell’assurda e inspiegabile soppressione di cospicui finanziamenti messa in atto dal governo centrale (650 milioni tagliati nel 2015, un miliardo e 300 milioni svaniti nel 2016 e così via).

Da qualche tempo le Province sono tornate a farsi sentire per sollecitare un  giusto ritorno all’elezione diretta dei consigli provinciali da parte dei cittadini.

In questa direzione si è dato da fare innanzitutto l’UPI (Unione Province Italiane) che nella trentacinquesima Assemblea congressuale, che si è svolta alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha posto la necessità di riformare le Province, riattribuendo loro il ruolo sancito dalla Costituzione di collante tra territori e le comunità locali, di garante di coesione sociale. Assicurando certezza normativa, funzioni fondamentali chiare che prevedano l’adeguata copertura finanziaria, personale, una nuova fiscalità dell’Ente, la previsione dell’elezione a suffragio universale e diretto di Presidente e Consiglio, la reintroduzione della Giunta.

E anche forze politiche come la Lega, alcune Regioni come il Friuli e la Sardegna, il gruppo consiliare del PD della Regione Piemonte e tanti altri hanno assunto iniziative di vario segno tendenti a ripristinare l’elezione diretta che comporterebbe una previsione di spesa di 223 milioni di euro. Ma, ad oggi, senza alcun esito.

Ogni sincero proposito di riforme merita certamente l’auspicio e l’augurio di conseguire un risultato positivo. Ma l’esperienza pluriennale di tentativi falliti, alcuni anche all’ultimo miglio, induce, se non al pessimismo, almeno alla cautela.

 

Tuttavia, se prima di avviare il cantiere delle grandi riforme, che si è rivelato un impegno sempre molto faticoso e complicato, si riuscisse a fare insieme alcune cose, più piccole benchè significative, sarebbe il modo migliore per creare quel clima giusto e necessario per realizzare successi più ambiziosi e rilevanti.

La riforma per tornare alle vecchie  Province sarebbe una di quelle piccole cose da fare subito con un pò di buon senso e tenendo conto di bisogni e criticità largamente emersi ed evidenziati dalla crisi della democrazia negli ultimi decenni.

In questi anni le Province sono sopravvissute mantenendo quasi per intero le loro funzioni ma con mezzi del tutto inadeguati. E’ importante, quindi, ridare a questi Enti i mezzi e gli strumenti che servono a esercitare quelle funzioni a cui sono chiamati.

Altrimenti il ruolo di collegamento che è venuto a mancare tra i Comuni e la Regione rischia di ripercuotersi, come è già avvenuto, da un lato, sul senso di solitudine istituzionale dei Comuni, e dall’altro sulla impossibilità delle Regioni di ottenere la collaborazione dei Comuni in rapporto alla riuscita delle politiche pubbliche organizzate per ambiti territoriali o per ambiti tematici.

In conclusione è necessario evitare che, nel mettere mano alle riforme relative all’articolazione istituzionale del Paese, prevalga, come spesso è avvenuto, una certa schizofrenia che ha provocato confusione, sovrapposizioni, contraddizioni e ritardi.

Mentre, invece, c’è assoluto bisogno di delineare un quadro chiaro, razionale, lineare e più efficiente per poter erogare nel migliore modo possibile i servizi essenziali ai territori e alle comunità.

Ecco perché decidere definitivamente come deve funzionare questa istituzione, smettendola una volta per tutte con le toppe normative, è la vera riforma da compiere.

Agguato a Lauropoli, mons. Savino: «La nostra terra non è maledetta. È una terra ferita»

di MONS. FRANCESCO SAVINO – Cari fratelli e sorelle,

Vi scrivo mentre il sole tramonta sulla nostra terra, lo stesso sole che da secoli scalda le pietre delle nostre chiese e il volto della nostra gente. Oggi, però, quel sole sembra faticare a illuminare i nostri cuori. Un omicidio ha squarciato il silenzio di Lauropoli, portando con sé lo sgomento, le domande senza risposta e il tormento di una comunità che si sente stretta in una morsa di dolore e di rabbia.

Quindi cosa state passando. So che in queste ore c’è chi non riesce a dormire, chi guarda fuori dalla finestra con diffidenza, chi si sente tradito dalla propria terra. E vi capisco. A volte, guardando le cronache e le ferite che si aprono sotto i nostri occhi, il pensiero corre a pagine antiche e terribili. Qualcuno, con amarezza, potrebbe persino mormorare paragonando la nostra terra a Sodoma e Gomorra, terre vilipese dal male.

Ma io, oggi, voglio dirvi una cosa diversa, e dirla con la forza che mi viene dalla fede: la nostra terra non è Sodoma. Se c’è un’ombra di quelle città, è solo nel cuore arido di chi ha dimenticato come si ama il prossimo. Ma ricordate la Scrittura? Quando il giudizio sembrava incombere, Dio disse che avrebbe risparmiato l’intera città per il pianto e la preghiera di pochi giusti. E io, guardandovi, guardando le vostre famiglie, i vostri anziani, i vostri giovani, vi dico: qui i giusti sono la stragrande maggioranza. La nostra terra non è maledetta. È una terra ferita. E le ferite, fratelli miei, si curano. Non si subiscono.

In questo tempo di prova, non siamo orfani e non siamo soli. Voglio esprimere la mia gratitudine più profonda e il mio assoluto rispetto per le Forze dell’Ordine e per gli investigatori che stanno lavorando senza sosta. Loro sono i custodi della nostra sicurezza notturna. Tengono la tela della verità nel silenzio, con competenza e dedizione. A loro va il nostro grazie, la nostra collaborazione e la nostra fiducia incrollabile: non ci lasceranno soli, e noi non dobbiamo mai ostacolarli con chiacchiere da piazza, ma sostenerli con la nostra lealtà. La giustizia umana farà il suo corso, e sarà giusto che sia così.

Ma c’è un’altra giustizia che dobbiamo fare noi, oggi, come popolo. La criminalità che ha colpito ancora, con la sua spietatezza, non vuole solo predare i nostri beni o le nostre attività. Vuole predare la nostra anima. Vuole rubare il sonno ai vostri figli e ipotecare il futuro di Lauropoli e di Cassano. Vuole che la paura vi divida.

Non concedetegli questa vittoria.

Vi chiedo, con le lacrime agli occhi ma con la voce ferma: siate unità. Siate Chiesa viva. Siate popolo. In questo momento, più che mai, dobbiamo stare vicini. Chi si chiude in casa e si isola regala una vittoria al male. Chi scende in piazza, chi saluta il vicino, chi partecipa alla vita della comunità, sta costruendo la diga contro l’alluvione della criminalità. La nostra risposta alla spietatezza non può essere la paura, ma una solidarietà feroce, tenace, indistruttibile.

E permettetemi, ora, una parola che non viene da me, ma che sento salire come un grido profetico dal profondo di questa terra martoriata. Una parola sferzante per chi crede di comandare con il sangue, e rassicurante per voi, popolo cassanese:

A voi che credete di poter decidere chi deve vivere e chi deve morire con un colpo di pistola, a voi che pensate di poter piegare questa comunità con la prepotenza, dico: la vostra è una vittoria di cartone. Costruite imperi sulla sabbia e sul sangue, ma la sabbia crolla e il sangue grida. Avete le armi, ma non avete il futuro. La vostra notte è lunga, ma l’alba è già scritta, e sarà la vostra fine.

E a te, popolo di Lauropoli e di Cassano, a te che porti i segni di questa terra aspra e bellissima, dico: rialzate la fronte. Non abbassare lo sguardo. Siete figli di una storia di sacrificio, di mare, di sudore e di fede. Il male fa molto rumore, ma è il bene che fa la storia. Voi siete la radice che spacca l’asfalto. Voi siete la luce che nessuna tenebra potrà mai spegnere.

Non abbiate paura. La paura è l’ombra che il male proietta, ma voi siete figli della luce.

Il vostro pastore è con voi. Non sono un osservatore distante, non sono una voce che arriva da lontano. Sono qui, con le scarpe impolverate delle vostre stesse strade, con il cuore che batte al ritmo del vostro. Condivido il vostro pianto, ma insieme a voi voglio condividere la speranza. (fs)

[Vescovo Cassano allo Ionio e Vicepresidente della CEI]

Il progetto da “ex” di Mimmo Giannetta e le illusioni perdute del “futurista” Vannacci

di SANTO STRATI – Ci mancava solo “Vincere e Vinceremo! al messaggio video del gen. Vannacci alla presentazione ufficiale alla stampa della candidatura dell’ex capogruppo di Forza Italia Domenico (Mimmo) Giannetta passato a Futuro Nazionale. È in corsa per il seggio lasciato libero dal sindaco Francesco Cannizzaro.

Una sala gremitissima di fans, all’Hotel Excelsior e di rappresentanti di stampa e tv (locali, anche se il “caso Giannetta” ha catapultato l’attenzione nazionale su questa infinitesimale tornata elettorale. Attenzione, mica tanto infinitesimale: qui si giocano posizioni forti e si rischia di delineare i futuri scenari della politica italiana in un verso o nell’altro.

Partiamo dalla cosa più semplice, Giannetta. 24 anni dedicati a Forza Italia, una devozione assoluta alla compianta Jole Santelli, un seggio al Parlamento rinunciato a favore della Regione e, infine, dopo le ultime elezioni regionali volute dal governatore Occhiuto, la nomina a capogruppo degli azzurri. Una cosa mica da niente, ma evidentemente il fuoco che covava sotto la cenere, ben prima delle elezioni, è esploso all’improvviso (mica vero, c’erano segnali evidenti di un certo malpancismo in Forza Italia, ma gli indiziati di eventuali tradimenti erano altri non Giannetta. Lui, invece, con grande freddezza politica, ha pilotato il suo clamoroso abbandono e l’abbraccio a Vannacci tenendo stretta la sua posizione di capogruppo fino all’ultimo giorno, prima dell’annuncio dell’addio a FI.

Liberissimo di “divorziare”, liberissimo di andare con chiunque secondo coscienza e scelte politiche personali, ma stupisce non poco che un “animale politico” così consumato e accorto si sia lasciato incantare dal generalone Vannacci, la cui caratteristica principale risulta essere il suo status di “ex”, a capo di altri “ex”. Di transfughi (o meglio definirli con corretto termine di voltagabbana) è piena la storia del Parlamento italiano. La Costituzione difende il vincolo di mandato ma non impedisce di cambiare bandiera in corsa. Ti ha eletto il popolo di destra? Nulla quaestio se passi a sinistra. Idem, la cosa inversa. Nulla da obiettare sul piano della legittimità, ma molto da dire su quello etico. Non si può calpestare la volontà dell’elettore che ti premia in quanto appartenente a un gruppo o a una coalizione e poi ti vede passare da un’altra parte.

Giannetta dichiara candidamente che passa convintamente con Vannacci, ma resterà un “moderato”, quindi sa già che le truppe vannacciane (in grande spolvero negli ultime mesi) hanno un discutibile marchio di sovranismo assoluto e di autoritarismo che gli italiani – crediamo – stentano ad accettare. Eppure Vannacci attrae come il miele per le mosche, riscuote consensi inaspettati e cambi di casacca (come quello di Giannetta) che diventano alquanto inspiegabili.

Giannetta ha parlato di una scelta ponderata per dare uno scossone a un partito (Forza Italia) troppo ingessato e dirigistico. Due uomini soli al comando (in Calabria) Occhiuto e Cannizzaro, una conduzione – a detta di Giannetta – insopportabile in quanto non modificabile.

Per carità, massimo rispetto per le decisioni dell’ex capogruppo, ma la scelta di passare con un personaggio da cui nessuno – sano di mente – comprerebbe un’auto usata, suscita molti interrogativi e soprattutto apre scenari pre-elettorali (2027) che non si preannunciano rosei per il Governo uscente.

L’unica fortuna di Giorgia Meloni è che non ha un vero competitor in grado di controbattere la sua “offerta” politica. A sinistra stanno a litigare sulle primarie e sul candidato “unico” tra Schlein e Conte, mentre la Salis (l’attuale sindaca di Genova) si mette lo smalto sulle unghie e si ripassa un filo di trucco in attesa dell’entrata a sorpresa sul palcoscenico nazionale. In questo siparietto d’intrattenimento irrompe Vannacci a far da guastatore, come a pilotare uno dei siluri della X Mas destinato a far affondare qualche nave ammiraglia. Vannacci non usa mezzi termini, si è fatto traghettare da Salvini in Europa e da lì ha iniziato la sua fortunosa carriera di ex, in cerca di nuovi ex.

L’appuntamento elettorale reggino, per questa ragione, assume un’importanza vitale per il generalone: se dovesse perdere (e le probabilità sono alte) il suo siluro diretto al Parlamento rischia di affondare malamente prima di giungere all’obiettivo. I transfughi vannacciani convinti di non avere più poltrone disponibili nei propri partiti e illusi di trovare spazi nelle liste vannacciane dovranno rivedere le rosee e ottimistiche previsioni in cui si stanno cullando.

Diversamente (cosa abbastanza improbabile) se Vannacci conquista il seggio uninominale di Reggio significa che è riuscito a ubriacare tutti, anche le persone perbene, quelli con ancora un po’ di cervello che usano la regola “se lo conosci, lo eviti”.

Perché è poco probabile la vittoria di Giannetta? Per una serie di motivi: la campagna elettorale è stata centrata – già alla presentazione stampa – sul “papa straniero” che Reggio non accetterà mai e non sul “programma politico di Vannacci” le cui linee lasciano alquanto basiti i sinceri fautori delle libertà individuale che la Costituzione garantisce. Tra sovranismo e rigore autoritario si fa un brutto tuffo nel passato che nessun italiano potrebbe digerire, salvo qualche nostalgico del braccio teso.

Giannetta dice di avere una dote di 10mila e 500 voti: ottimo, ma andrà pure considerato che quei voti avevano l’imprinting di Forza Italia (oltre alla stima e il consenso per il medico di Oppido Mamertina). Quanti di questi elettori hanno “digerito” il cambio di casacca (e che casacca!) e confermeranno il voto a Giannetta? Con buone probabilità, metà degli elettori di Giannetta pur condividendo – magari – il dissenso nei confronti dei vertici azzurri, non crediamo siano disponibili a sostenere Vannacci. In Calabria, la “moderazione” ostentata da Giannetta diventa un ossimoro se unita ai “principi” futuristi vannacciani. E i calabresi  non sono tonti, anche se qualcuno continua a pensare che abbiamo l’anello al naso.

Questo significa che l’azzardo di Giannetta diventa ancora più difficoltoso e la raccolta del consenso non si può certo misurare con una sala d’hotel stracolma di fans. Il corpo elettorale ha mutato atteggiamento, cambia idea fin davanti al seggio elettorale e non lo racconta in giro. Di sicuro, quello calabrese, magari non va a votare, ma non si lascia irretire da un po’ di frasi ad effetto. Del resto, lo scopriremo solo vivendo e il 27 -28 ottobre sono davvero molto vicini…

Altro che Jova party: Con “Oltre il palco” raccontiamo Catanzaro. la Calabria e le sue migliori energie

di ANTONIETTA MARIA STRATIPerché non organizzare un grande evento dedicato alle persone e alle realtà che, attraverso il proprio lavoro, la propria creatività e il proprio impegno, danno lustro a Catanzaro e ne portano in giro un’immagine positiva?». È questa la proposta avanzata da Sergio Gaglianese, Presidente de La Tazzina della Legalità in una lettera aperta all’assessora alla Cultura di Catanzaro, Donatella Monteverdi, dopo il Jova Summer Party, svoltosi lo scorso 22 agosto. Una festa che ha fatto ballare, cantare e commuovere il Capoluogo, e che ha portato la Monteverdi a scrivere a Jovanotti. Gaglianese ha le idee chiare: “Oltre il palco – Catanzaro racconta Catanzaro”. Un appuntamento annuale dedicato ai talenti della città e della Calabria, pensato – come scrive Gaglianese – e per raccontare un’altra Catanzaro: quella che forse troppo spesso rimane lontana dai riflettori. Una Catanzaro che non è soltanto capace di ospitare grandi artisti, ma che produce talento, cultura, creatività, impresa, innovazione, ricerca, professionalità e bellezza».

«Un grande evento dedicato alle persone e alle realtà che, attraverso il proprio lavoro, la propria creatività e il proprio impegno, danno lustro alla città e ne portano in giro un’immagine positiva?», scrive Gaglianese, ricordando come «il Jova Summer Party – scrive nella lettera – è stato, senza dubbio, un momento importante per Catanzaro. La città ha ballato, cantato e, per una sera, è stata al centro dell’attenzione nazionale. Ora, però, passata la grande festa, credo che potremmo provare a fare un passo ulteriore e utilizzare quella straordinaria attenzione per raccontare un’altra Catanzaro: quella che forse troppo spesso rimane lontana dai riflettori. Una Catanzaro che non è soltanto capace di ospitare grandi artisti, ma che produce talento, cultura, creatività, impresa, innovazione, ricerca, professionalità e bellezza».

E parlando dei talenti, «penso, solo per citarne alcuni e senza alcuna pretesa di esaustività, ad Antonio Pascuzzo, Massimo Sirelli, Nadia Paone, Daniela Rabia, Luca Marino, Orlando Genovese, Nuccio Loreti, Carlo Diana, Stefano Caccavari, Raffaele Donato, Claudio Cordova, Olimpio Talarico, Antonio Affidato, alla Scuderia Ferrari e a tanti altri professionisti, artisti, imprenditori, ricercatori, sportivi, comunicatori e operatori del sociale che rappresentano energie importanti della nostra comunità. E mi fermo volutamente qui, perché l’elenco sarebbe lunghissimo e rischierei inevitabilmente di dimenticare qualcuno».

«Ma credo – ha spiegato – che la proposta potrebbe avere un respiro ancora più ampio, aprendosi anche a quelle eccellenze calabresi che, pur non essendo necessariamente nate o residenti a Catanzaro, hanno con la nostra città un rapporto professionale, culturale, imprenditoriale o umano, contribuendo in qualche modo alla sua crescita e alla sua reputazione. Penso ai calabresi che hanno scelto Catanzaro come luogo di lavoro, di studio, di impresa, di cultura, di ricerca o di impegno sociale; a coloro che qui hanno costruito progetti, avviato attività, sviluppato idee, creato occupazione, prodotto cultura o contribuito, attraverso il proprio talento, a far crescere la città. Perché Catanzaro non deve essere soltanto raccontata dai catanzaresi, ma anche da tutti coloro che, da calabresi, hanno scelto di interagire con questa città e di contribuire al suo percorso di crescita».

«Potremmo, così – ha spiegato – trasformare “Catanzaro racconta Catanzaro” in qualcosa di ancora più ambizioso: un crocevia delle migliori energie della Calabria, con Catanzaro nel ruolo di città capace di aggregare, valorizzare e mettere in rete talenti, competenze e storie positive. Non immagino una semplice cerimonia celebrativa e nemmeno l’ennesima passerella».

«Immagino una vera vetrina delle energie migliori, capace di mettere insieme generazioni, professioni e mondi differenti: cultura, arte, musica, comunicazione, impresa, artigianato, ricerca, innovazione, sport e sociale. Un appuntamento nel quale, per una volta, non siano soltanto i cittadini a guardare un palco, ma siano le persone a salire sul palco per raccontare ciò che hanno costruito, le difficoltà che hanno superato e ciò che possono ancora costruire», spiega ancora Gaglianese, dicendo che «potrebbe essere anche un modo concreto per parlare ai nostri giovani.

Negli ultimi anni abbiamo parlato molto di restanza e di ritornanza: restare in Calabria, oppure tornare dopo aver fatto esperienze altrove. Forse, oggi, abbiamo bisogno anche di una terza parola: Ridestanza. La ridestanza è il risveglio della consapevolezza, dell’orgoglio e della dignità di una comunità che torna a credere nelle proprie capacità; è la scelta di non rassegnarsi all’idea che per realizzarsi sia necessariamente indispensabile andare via».

«È il momento – ha evidenziato – in cui una terra smette semplicemente di chiedere ai propri giovani di restare o di tornare e comincia, finalmente, a creare le condizioni perché possano scegliere liberamente di farlo. E forse Oltre il palco potrebbe essere anche questo: un piccolo esercizio di Ridestanza, attraverso il racconto di una Catanzaro e di una Calabria che non chiedono compassione, ma riconoscimento; non assistenzialismo, ma opportunità; non passerelle, ma protagonismo».

«Perché – ha  aggiunto –se vogliamo convincere i nostri giovani che vale la pena restare, dobbiamo anche riuscire a raccontare loro una Calabria diversa da quella della sola partenza. Dobbiamo mostrare che questa terra può essere anche luogo di opportunità, di realizzazione personale e professionale, di innovazione e di successo. Il messaggio potrebbe essere semplice, ma potente: non devi necessariamente andare via per riuscire. Puoi partire, se vuoi, ma puoi anche restare e costruire qui il tuo futuro.

E forse potremmo andare ancora oltre».

«Un’iniziativa di questo tipo – ha spiegato – potrebbe diventare un appuntamento annuale, capace di crescere nel tempo e di costruire una vera e propria rete delle eccellenze, valorizzando anche chi oggi vive fuori dalla Calabria ma continua a portare nel mondo il nome, la cultura e l’identità della nostra terra».

«Potrebbe diventare un momento nel quale raccontare non soltanto chi ce l’ha fatta, ma anche chi sta provando a farcela, offrendo ai giovani la possibilità di incontrare modelli positivi, professionisti, imprenditori, artisti e persone che hanno trasformato una passione in un percorso di vita.

Jovanotti ci ha regalato una notte bellissima.

Adesso proviamo a trasformare quella notte in un’energia che duri tutto l’anno. Per questo mi permetto di rivolgerLe una domanda, più che una proposta già confezionata:

perché non partiamo da qui?», chiede Gaglianese, spiegando come «sarebbe bello poter contribuire, insieme all’Amministrazione comunale, alle realtà culturali, associative, imprenditoriali e sociali della città e a tutti coloro che vorranno condividere questa idea, a costruire un’iniziativa capace di far emergere ciò che Catanzaro e la Calabria hanno di più prezioso: le persone».

«Perché, in fondo, una città non è fatta soltanto dalle sue piazze, dai suoi palazzi, dai suoi eventi o dalle sue infrastrutture.

Una città è fatta soprattutto dalle persone che la abitano, da quelle che la scelgono e da quelle che, attraverso il proprio talento, contribuiscono a farla conoscere e crescere.

E forse questo è proprio il momento giusto per iniziare a raccontarle – ha concluso –. Con stima e con lo spirito di chi crede che Catanzaro abbia bisogno non soltanto di essere vista, ma soprattutto di essere raccontata attraverso le sue energie migliori». (ams)

 

Foto: Jova Summer Party

Cannizzaro spiega la scelta di Roscioli per le suppletive: non un “papa straniero” ma un “alias” del sindaco di grande utilità per Reggio

di SANTO STRATI – Il sindaco di Reggio Francesco Cannizzaro per le suppletive che andranno a colmare il seggio lasciato vacante proprio da lui ci mette la faccia e spiega ai reggini la scelta di Fabio Roscioli, un “papa straniero” rispetto a un qualsiasi candidato locale (“e ce ne sono anche troppi”– chiosa Cannizzaro): Roscioli, candidato a Reggio alla Camera dei deputati non è uno qualunque, è l’amministratore di Forza Italia, il tesoriere, quello che firma le candidature e governa la cassa del partito. Quale motivo avrebbe di mettersi in gioco per sei-otto mesi di legislatura? Nessuno, ma ha accettato l’invito di Cannizzaro a venire coinvolto nelle cose calabresi. Il discorso è semplice – dice il sindaco Cannizzaro – a Reggio in questo momento serve un mio “alias”, ovvero qualcuno introdotto nei palazzi a cui fare riferimento per tutti i progetti che abbiamo in mente.

«È stata un’idea mia – dice, illustrando la strategia della scelta di Roscioli. Non c’è stata alcuna imposizione dall’alto (leggi famiglia Berlusconi) semmai il gradimento per un’ipotesi di candidatura che è diventata subito realtà: si voterà prima della scadenza naturale – sottolinea Cannizzaro – quindi è un mandato a termine che sia io, sia il Presidente Occhiuto intendiamo “sfruttare” al massimo. Là dove c’ero io, nei Palazzi, a spingere per Reggio e la Calabria, ci sarà un mio “sostituto” di piena fiducia (che non è una diminutio di importanza, al contrario) ma rappresenta la soluzione di continuità di un processo di crescita e sviluppo che come azzurri abbiamo avviato da tempo. Poteva dire di no, non aveva certo bisogno della candidatura reggina se avesse voluto varcare il portone di Montecitorio, ma sono riuscito a convincerlo, sicuro che il suo contributo e la sua attività politica metteranno Reggio al centro del dibattito nazionale. L’obiettivo – ha spiegato  Cannizzaro – è rendere sempre più concreta la realtà di Reggio come laboratorio politico nazionale: qui devono guardare gli occhi di chi governa, degli investitori, di chi intende puntare su un territorio che aspetta solo di essere valorizzato e utilizzato al meglio. Per questa ragione, non abbiamo scelto un candidato “locale”, abbiamo cercato il top della gamma, chiarendo da subito la caducità del mandato. In questi mesi che ci attendono prima delle elezioni politiche è findamentale avere una sponda romana autorevole e amichevolmente coinvolta a costruire il futuro dei reggini e dei calabresi. Ma quando si voterà per el Politiche – lo posso assicurare – ci saranno solo donne e uomini della Calabria da mandare in Parlamento.

Lo capiranno i reggini che già mugugnavano sul chiacchiericcio (sbagliato)  una scelta “imposta” dall’alto: a ben vedere quanto afferma Cannizzaro è corretto e non fa una grinza. La strategia dell’alias o del sostituto (chiamatela come vi pare) è decisamente arguta e sottilmente acuta. La continuità dell’azione politica a favore della Calabria non può essere affidata  a un politico locale (che non frequenta il Palazzo) o a un professionista serio quanto vuoi che però è digiuno di politica romana. Serviva, serve un deus ex machina (Roscioli) autorevole e introdottissimo ovunque, sia ai ministeri che ai dipartimenti, che – è questa la cosa importante – ha accettato di occuparsi. lui romano, di cose calabresi. Sicuramente, nei prosssimi giorni, quando verrà a Reggio per essere presentato alla città, Fabio Roscioli non potrà non subire il fascino della Calabria, se ne innamorerà in fretta, e, da subito, metterà a disposizione competenza e capacità operative. In buona sostanza, serve un interlocutore valido e capace di “eseguire” le richieste (troppe e pressanti e spesso inascoltate) che Reggio tenta di mandare al governo centrale. Roma – ricordiamolo – è la città più grande della Calabria (almeno 600mila i calabresi che vi dimorano stabilmente) ma soffre di una certa freddezza dimostrata proprio dai parlamentari calabresi nei confronti di iniziative a favore di Reggio e della Calabria.
In pratica ci voleva un Cannizzaro-bis, un clone, un alias in grado di dare continuità all’irruenza (non solo politica) del nuovo sindaco reggino che – non dimentichiamolo, pur all’opposizione, spuntò 25 milioni per l’Aeroporto dello Stretto da una finanziaria abbastanza “stretta”): Cannizzaro vuole continuità nell’azione politica a livello centrale e una garanzia di questo genere la può dare solo una figura autorevole e introdotta nel meccanismo romano della politica.

La parte più difficile di un’impresa che, all’apparenza, sembra facile, è convincere i reggini che si tratta di una tappa mirata, frutto di una geniale strategia propositiva del nuovo sindaco: Cannizzaro ha avuto un record di preferenze in  città, segno che ha saputo cogliere e raccogliere consenso ben oltre ogni aspettativa. E Forza Italia in Calabria rappresenta una realtà politica (Cannizzaro è segretario regionale e responsabile del Sud per gli azzurri) che dovrebbe confermare con grandi numeri questa scelta che – vista con gli occhi giusti – non è sicuramente impopolare. Non è un papa straniero il candidato di Cannizzaro, ma un futuro “amico” della Città: non sarà certo uno dei tanti che hanno raccolto i voti in Calabria (provenendo da altri collegi: vedi Rosy Bindi, vedi De Raho, Spampinato, etc) e si sono immediatamente dopo l’insediamento a Montecitorio dimenticati degli elettori calabresi che li hanno mandati in Parlamento.

DI sicuro, il “tradimento” di Giannetta (che pesa visto che era capogruppo alla Regione) e le intemerate aggressioni verbali del generale Vannacci accenderanno di passione questa mini tornata elettorale: il centrosinistra schiera un serio e stimato professionista (a parte l’inciampo delle ingessature con il cartone di qualche anno fa, quando era commissario all’Asp voluto da Oliverio) ma dentro cova troppi rancori e tanta divisività che sarà difficile reprimere. La coalizione non rischia gli assalti di Giannetta (e di Vannacci) perché gioca in un territorio che ha creduto in Cannizzaro e gli sta mantenendo un’apertura di credito straordinaria. L’entusiasmo del sindaco dovrebbe quietare i rancorosi di turno e dare una scossa agli indecisi che non andranno a votare per protesta. Attenzione è un’elezione a tempo determinato: se la Calabria – e soprattutto Reggio – la saprà utilizzare (ovvero “sfruttare” al meglio) ci saranno solo opportunità e vantaggi. Con un risultato che già lascia immaginare lo scenario futuro: in questi giorni Reggio è su tutti i media nazionali, le tv, i magazine di attualità. È un centro di attenzione su cui sono puntati i fari dei media: è quanto serve per ripartire e rinascere. Essere protagonisti non in modo occasionale ed episodico, ma costante e continuo. L’opzione Fabio Roscioli, decisamente, può diventare, a questo punto, determinante. (s)

Mini-terremoto in Forza Italia: Giannetta lascia il gruppo e si candida alle suppletive della Camera con Vannacci

Come il pifferaio magico dei fratelli Grimm, il generale Vannacci riesce a “catturare” i topi, ops i parlamentari di destra delusi da Salvini, Meloni e Tajani: la sua truppa cresce ogni giorno e nessuno dei politologi più accorti riesce a capire questa fascinazione che colpisce inesorabilmente tutta la coalizione e porta via anche personaggi che non ti aspetti. L’ultimo, in ordine di arrivo, è Mimmo Giannetta, consigliere regionale, già capogruppo fino a giovedì sera di Forza Italia in Regione. Giovedì sera l’abbiamo incontrato a Bianco, alla festa per il Maestro orafo Michele Affidato, e ha portato il saluto degli azzurri, nella qualità di capogruppo. Nessuna emozione che facesse intuire il “tradimento” evidentemente già prossimo. È un segnale non proprio positivo, che ha provocato da parte di tutta la coalizione un coro di insulti ben definito.

Giannetta che – come si ricorderà – anni addietro subentrato alla Camera rinunciò al seggio per restare consigliere regionale azzurro, ci riprova alle suppletive del 26-27 settembre di Reggio per il seggio lasciato dall’attuale sindaco di Reggio Francesco Cannizzaro. Sarà lui il candidato di Vannacci con scarse possibilità di vittoria, ma l’indubbio risultato di sparigliare una coalizione che in Regione ha – sottosotto – qualche attacco d’asma.

Giannetta ha rilasciato una dichiarazione che spiega le ragioni del suo “tradimento”: «Ho servito Forza Italia per oltre vent’anni con orgoglio e lealtà. Non rinnego nulla di quel percorso. Ho avuto un padre politico indimenticabile, Silvio Berlusconi, e ho avuto l’opportunità di lavorare accanto a Jole Santelli e a un presidente della Regione che considero un fuoriclasse, Roberto Occhiuto.  A ciascuno riconosco ciò che hanno rappresentato nella mia formazione politica e istituzionale. Ma oggi, in Calabria, Forza Italia non è più la mia casa politica».

Dice Giannetta: «La mia candidatura alla Camera dei Deputati rappresenta una scelta di evoluzione del mio percorso politico. Approdo a Futuro Nazionale, il movimento guidato da Roberto Vannacci, con la volontà di rappresentare in Parlamento la Calabria e i cittadini calabresi. Lo faccio con l’entusiasmo di chi intraprende un nuovo progetto e, allo stesso tempo, con la maturità di chi ha alle spalle oltre vent’anni di esperienza politica, istituzionale e amministrativa, un forte radicamento e un rapporto quotidiano con il territorio. Sono e resto me stesso. Le persone mi conoscono e mi stimano. Non cambio identità, cambio la piattaforma politica attraverso la quale continuare a rappresentare la Calabria. È certamente una scelta di cambiamento dal passato. Ma non con i valori e con la storia che ho vissuto».

Giannetta dice di sentire «la necessità di aprire una nuova fase. È con questo spirito che entro in Futuro Nazionale, portando con me la mia cultura moderata, liberale e profondamente legata ai valori della Calabria. Mi sposto più a destra rispetto al passato, ma lo faccio senza rinunciare alla mia identità. Resto un moderato, aperto al dialogo, al confronto e alla mediazione».

Duro l’attacco del Presidente della Regione Roberto Occhiuto: «Il mio governo regionale non ha nulla a che spartire con chi sceglie Vannacci. Da questo momento Domenico Giannetta è fuori dalla maggioranza di centrodestra della Regione Calabria. Quanto al generale, gli consiglierei di non fare troppo il gradasso. Vedremo la sera del 28 settembre quale sarà il partito vincitore e quale quello rancido».

E di uguale tenore la nota diramata dai consiglieri regionali dio Forza Italia: «“Il comportamento di Domenico Giannetta è assolutamente vergognoso e rappresenta un vero e proprio insulto nei confronti degli elettori calabresi che lo hanno eletto consigliere regionale nelle file di Forza Italia. Giannetta è tornato in Consiglio regionale grazie all’appartenenza al nostro movimento e al sostegno che tutto il partito regionale gli ha garantito. Siamo, dunque, davvero sconcertati da questa sua scellerata decisione. Siamo pienamente d’accordo con quanto affermato dal presidente Roberto Occhiuto. Per questo manifestiamo esplicitamente la nostra sfiducia nei confronti di Domenico Giannetta: non è più il nostro capogruppo e non fa più parte della maggioranza di centrodestra della Regione Calabria. Chi viene eletto grazie a un partito e alla fiducia dei suoi elettori ha il dovere di rispettare quella scelta e quella comunità politica. Giannetta, con la sua decisione, ha scelto di venir meno a questo impegno, scegliendo addirittura di presentarsi subito, tra qualche settimana, contro il suo ex partito. Davvero incommentabile».

Anche il sindaco di Reggio Francesco Cannizzaro ha stigmatizzato il passaggio di Giannetta dagli azzurri a Vannacci: «Scegliere di aderire ad un altro partito e, contestualmente, candidarsi alle suppletive di Reggio Calabria contro quello che fino a ieri era il suo partito, non rispecchia i valori di Forza Italia e il nostro modo di essere e di fare politica. Pertanto, mi sento di dire che non siamo noi ad aver perso qualcosa, ma semmai il contrario. Anche perché, oltre ad aver tradito noi, ha soprattutto tradito gli elettori calabresi che appena undici mesi fa lo hanno eletto al Consiglio regionale votando Forza Italia. Lui ha ricambiato questa fiducia cambiando partito e tenendo nascosta una trattativa che mi pare ovvio andasse avanti da tempo, avallando il comportamento del re dei voltagabbana, il generale Vannacci. Ma sono certo che la migliore risposta la daranno i reggini che tra un mese andranno al voto, esprimendo il loro disgusto politico per chi ancora pensa di fare politica con questi metodi. Mi viene da dire, a questo punto, certi soggetti è meglio perderli che trovarli». (s)

Suppletive Camera per il seggio lasciato da Cannizzaro: le incertezze e i dubbi del centrosinistra cercano aiuto a Roma

di GIUSEPPE MAZZAFERRO – A pochi giorni dalla scadenza per la presentazione delle candidature, la fotografia delle elezioni suppletive nel collegio uninominale di Reggio Calabria restituisce due situazioni profondamente diverse. Da una parte un centrodestra che sembra avere individuato la strada, dall’altra un centrosinistra ancora alla ricerca di una sintesi, alle prese con nomi che entrano ed escono dalla partita nel giro di poche ore.

Il centrodestra ha infatti orientato la propria scelta su Fabio Roscioli, tesoriere nazionale di Forza Italia e avvocato di Fininvest, professionista che gode della fiducia della famiglia Berlusconi. Una candidatura che porta con sé anche un elemento destinato inevitabilmente ad alimentare il dibattito politico: Roscioli è un nome di peso nazionale, ma non espressione diretta del territorio chiamato alle urne.

Nel centrosinistra, invece, il problema sembra essere esattamente opposto: i nomi non sono mancati, ma è mancata finora la capacità di trasformarne uno nel candidato dell’intera coalizione.

La vicenda di Carmine Fotia è probabilmente l’esempio più evidente. Il giornalista reggino ha accettato pubblicamente l’invito alla candidatura proveniente da un gruppo di intellettuali, sindacalisti, professionisti e militanti dell’area progressista. Ma il segretario metropolitano del PD, Peppe Panetta, aveva già chiarito a Telemia che Fotia non era né il candidato del Partito Democratico né quello della coalizione.

Una candidatura, dunque, partita dal basso – o, secondo la lettura più critica, una vera e propria autocandidatura – che invece di chiudere la discussione ha finito per complicarla ulteriormente.

Accantonato almeno temporaneamente Fotia, nelle ultime ore l’attenzione si sarebbe concentrata sul dottor Frank Benedetto, primario di Cardiologia del Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria, presentato come possibile espressione della società civile. Una definizione che, tuttavia, racconta soltanto una parte della sua storia politica: Benedetto ha infatti già avuto un’esperienza elettorale nell’area del Partito Democratico ed è stato consigliere comunale. Più che un volto completamente esterno alla politica, quindi, rappresenterebbe una figura civica con un passato politico ben riconoscibile.

Sul suo nome si sarebbe registrata una convergenza importante, con il sostegno anche di Alleanza Verdi e Sinistra e dell’area rappresentata da Pignataro. Ma proprio quando la candidatura sembrava poter diventare il punto di caduta della coalizione sarebbero emerse nuove perplessità nell’area centrista e riformista.

E così il centrosinistra è tornato al punto di partenza.

In questo continuo gioco di candidature proposte, ritirate, rilanciate e congelate è finito anche Vittorio Zito, sindaco di Roccella Ionica e componente dell’Assemblea nazionale del PD. Una parte dei democratici aveva indicato proprio Zito come possibile alternativa a candidature percepite come calate dall’alto. Lo stesso sindaco, però, ha chiarito di non avere chiesto alcuna candidatura e di non avere ricevuto dal partito alcuna richiesta ufficiale di disponibilità.

Ed è proprio il caso Zito a mettere in evidenza uno dei paradossi di questa vicenda. Un amministratore del territorio viene evocato come possibile candidato, entra nel dibattito politico per qualche giorno e poi scompare dal tavolo senza che sia mai esistita una vera proposta ufficiale.

Resta allora una domanda politica: perché?

Una possibile lettura è che nel Partito Democratico e nel campo largo nessuno voglia intestarsi fino in fondo una candidatura di partito in un collegio che sulla carta parte in salita. Se questa interpretazione fosse corretta, la ricerca insistente di una personalità civica assumerebbe un significato molto preciso: allargare il consenso, certamente, ma anche evitare che un’eventuale sconfitta possa essere caricata direttamente sulle spalle di una singola componente della coalizione.

Ed è qui che la questione diventa politica prima ancora che elettorale.

Perché il centrosinistra non deve soltanto trovare qualcuno disposto a candidarsi. Deve spiegare agli elettori quale progetto politico vuole rappresentare in questo collegio e con quale identità intende affrontare una competizione che si annuncia difficile.

L’incontro tra gli alleati previsto per questa mattina non avrebbe prodotto la riunione decisiva attesa. Il confronto si sarebbe così trasferito sul tavolo nazionale, dove nelle prossime ore potrebbe arrivare quella sintesi che il territorio non è riuscito finora a costruire.

E a questo punto nessuna ipotesi può essere considerata definitivamente tramontata. Persino Carmine Fotia potrebbe tornare nella partita, dopo essere stato prima indicato, poi frenato e infine apparentemente superato.

È il segno di una coalizione che continua a cercare il proprio punto di equilibrio mentre il tempo corre.

Il contrasto con il centrodestra appare evidente. Forza Italia si prepara a difendere il seggio lasciato vacante da Francesco Cannizzaro puntando su Roscioli, mentre il campo largo continua a discutere su chi debba rappresentarlo. Le elezioni sono fissate per il 27 e 28 settembre, dopo la dichiarazione di vacanza del seggio alla Camera conseguente alle dimissioni di Cannizzaro, eletto sindaco di Reggio Calabria.

Naturalmente scegliere più tardi non significa necessariamente scegliere peggio. Una candidatura capace realmente di unire PD, Movimento 5 Stelle, AVS e le altre anime progressiste potrebbe ancora cambiare il quadro. Ma il ritardo politico ormai esiste, ed è difficile nasconderlo.

Perché mentre da una parte si è già cominciato a ragionare su come affrontare la campagna elettorale, dall’altra si continua ancora a discutere su chi dovrà farla.

Fotia, Benedetto, Zito. Nomi diversi, profili differenti, candidature lanciate e poi raffreddate. Sullo sfondo rimane soprattutto l’impressione di una coalizione che, anziché costruire una candidatura partendo dal territorio, rischia adesso di attendere che sia Roma a sciogliere un nodo che Reggio Calabria non è riuscita a sciogliere.

E forse è proprio questo il dato politicamente più significativo.

Il centrosinistra si prepara a chiedere agli elettori di Reggio Calabria e della Locride la fiducia per rappresentare il territorio in Parlamento, ma a poche ore dalla chiusura della partita delle candidature non è ancora riuscito a decidere chi debba rappresentarlo.

Il candidato arriverà, inevitabilmente. La vera questione sarà capire se arriverà come il risultato di una scelta politica condivisa o semplicemente come l’ultimo nome rimasto sul tavolo.

E, soprattutto, quanto peseranno queste giornate di incertezza quando finalmente comincerà la campagna elettorale vera. (gma)

Il tormentone estivo della Calabria: ma servono o no i Sottosegretari voluti da Roberto Occhiuto?

di MICHELE DROSI  – Da qualche tempo in Calabria non si parla d’altro – è diventato un vero tormentone – che dei Sottosegretari che il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, potrebbe nominare in seguito a una modifica dello Statuto approvata dal Consiglio regionale in seconda lettura a gennaio di quest’anno.

Le opposizioni hanno immediatamente gridato allo scandalo al punto che qualcuno, molto esperto di strutture e sottostrutture dei vari meandri del sottobosco regionale per averle abbondantemente frequentate, ha definito incautamente quella approvata “una legge porcheria”.

Una protesta così scomposta nei toni e nella sostanza è l’ennesima concessione, da parte di alcune forze politiche che dovrebbero, per poter costruire una possibile alternativa, ispirare la loro azione a una cultura di governo, al populismo e alla demagogia. E mette in evidenza un deficit di cultura politica, purtroppo largamente presente nella stagione che stiamo vivendo. Mentre, invece, da parte di tutti bisognerebbe tenere in grande conto, almeno in determinate circostanze, l’art. 2 della Costituzione-troppe volte evocata ipocritamente-laddove considera “inderogabili” i doveri di “solidarietà politica” e non i colpi bassi che stanno facendo evaporare sempre di più il sistema politico.

L’introduzione dei Sottosegretari, tra l’altro, è una prassi ormai abbastanza consolidata nelle differenti esperienze regionali come la Lombardia, l’Emilia Romagna, l’Abruzzo, il Veneto, il Molise, la Toscana, il Piemonte. E anche in Calabria, sotto la presidenza di Giuseppe Chiaravalloti, la Commissione per le Riforme, presieduta da Paolo Naccarato, influente collaboratore del Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, licenziava, nel 2014, il nuovo Statuto della Regione che al comma 10 dell’art.35 introduceva la figura dei Sottosegretari.

La nuova normativa, abrogata poi nel 2012, venne utilizzata dal presidente Agazio Loiero, che nel corso del quinquennio ne nominò dapprima tre, Giuseppe Nola, Vincenzo Falcone, Paolo Naccarato e successivamente anche un quarto, Ottavio Bruni, già presidente della Provincia di Vibo Valentia; e anche dal presidente Giuseppe Scopelliti che indicò Giovanni Dima, Alberto Sarra e Franco Torchia. Non c’è traccia nei polverosi archivi dell’informazione regionale di proteste, di anatemi, di richieste di referendum per le nomine di questi Sottosegretari.

Nei giorni scorsi il presidente Occhiuto con un decreto ha indetto un referendum popolare, su richiesta di sette consiglieri dell’opposizione che contestano le modifiche allo Statuto relative all’introduzione della figura dei sottosegretari. La Regione Calabria ha presentato ricorso al TAR di Catanzaro che ha fissato per il 2 settembre l’udienza per esaminare nel merito le argomentazioni avanzate dalla maggioranza che sostiene che, secondo la legge regionale, per le modifiche parziali non può essere previsto il referendum.

Nei primi giorni di settembre, quindi, sapremo quale sarà l’esito di questa “querelle”. Se resterà in vigore la legge n.9 del 2026 che consente nuovamente di nominare fino a due Sottosegretari o se si resterà in balia, in caso di bocciatura, del risultato della consultazione referendaria, il cui svolgimento avrà un costo rilevante-ben 7 milioni di euro, che la Regione ha già stanziato.

Una cifra enorme che potrebbe essere utilizzata per risolvere tanti problemi che riguardano la vita quotidiana  dei calabresi e che supera abbondantemente la previsione di spesa riferita ai Sottosegretari.

Ecco perché sono davvero prive di qualsiasi efficacia e credibilità le argomentazioni dei tanti moralisti in casa d’altri che non perdono l’occasione di esercitarsi sull’aumento dei costi della politica. Aumento chiamato in causa a sproposito e in maniera del tutto strumentale se sganciato da un discorso complessivo relativo agli assetti generali delle strutture dei Gruppi consiliari, dei consiglieri regionali, degli assessori, dei dipartimenti e quant’altro e che meriterebbe una presa di coscienza collettiva per una ridefinizione più efficace e più efficiente dell’apparato organizzativo e istituzionale della Regione.

Anche perché l’aumento dei costi della democrazia, se non si riduce esclusivamente a mera compensazione degli equilibri politici- una pratica che tutti, senza alcuna eccezione, nel corso degli anni hanno utilizzato-e viene indirizzato per elevare il confronto, la partecipazione e la competenza, la riflessione, l’approfondimento e la ponderazione al fine di compiere le scelte giuste, opportune e necessarie, diventa un costo utile e positivo per tutta la comunità.

Naturalmente tutto sta a esercitare il potere con misura e a non abusarne. E affinché non si possa abusarne, come ci insegna Montesquieu con la sua celebre opera “L’esprit des lois” del 1748, “occorre che il potere stesso arresti il potere”.

Insomma è ora di finirla con l’antipolitica permanente, causa non secondaria della crisi – speriamo non irreversibile – del sistema politico del nostro Paese. (md)