«Non ho paura» dice il Papa. E nemmeno noi

di DON MIMMO BATTAGLIA – Non ho paura». Tre parole. Le ha dette in volo, ai giornalisti, mentre l’aereo lo portava verso l’Africa, verso i poveri, i dimenticati, gli scartati, verso quella parte del mondo che il potere impara presto a non guardare. Semplici. Serene. Senza alzare la voce.

Mi sono fermato su quelle parole. A lungo.

Sull’Air Force One di ritorno dalla Florida, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha aperto il telefono e ha scritto parole di fuoco contro di lui. Lo ha chiamato «debole», «pessimo». Ha detto che senza la Casa Bianca quel Papa non sarebbe in Vaticano.

Due aerei in volo. Due direzioni. Due parole sul mondo.

Eppure c’è una domanda che brucia: perché il presidente più potente della terra ha sentito il bisogno di attaccare un uomo che non ha eserciti, non ha mercati, non ha bombe? Leone XIV ha chiesto la fine della guerra. Ha detto che troppe persone muoiono. Troppi innocenti. Ha detto: qualcuno deve alzarsi e dire che c’è un’altra strada. È questo il crimine?

Il Vangelo dà fastidio. Da sempre. Non perché sia sovversivo, in senso politico non lo è mai stato. Perchè non sta al suo posto, mette al centro chi il potere sposta ai margini: il fragile, il ferito, il bambino sotto le macerie, il migrante che nessuno vuole.

Non parla la lingua della forza, non conosce la grammatica del profitto, non si lascia ridurre a una bandiera o a un’ideologia. E chi ha costruito tutto sul potere, ogni volta che sente quella voce si trova davanti a qualcosa che non riesce a dominare. Non sa combatterla. Non sa ignorarla. Non sa comprarla.

E forse è proprio questo che inquieta di più. Non la forza di quella parola, ma la sua libertà. Il fatto che non abbia bisogno di vincere per essere vera, che non cerchi spazio e tuttavia lo trova. Che non si imponga, eppure resta. Come qualcosa che torna, anche quando provi a metterlo da parte. Come una domanda che non smette di aspettarti.

Leone non ha fatto politica estera. Ha pregato. Ha chiesto pace. Senza aggiunte, senza strategie. Pace. Ha parlato l’unica lingua che conosce: quella del Vangelo. Una lingua che non si lascia addomesticare, che non cambia accento a seconda di chi governa o comanda.

È una parola libera. E per questo inquieta. Una parola che non resta dove la metti: ti scavalca, ti precede, ti espone. E alla fine capisci che non sei tu a guidarla. Sei tu che devi lasciarti cambiare da lei.

La Chiesa non è un partito. Non nasce per contare, ma per custodire. Non occupa spazi, non si impone con la forza. Sta, piuttosto, lì dove la vita si spezza e chiede di essere raccolta. Lì dove qualcuno rischia di non essere più visto. Eppure una parola ce l’ha. Sobria, ma tenace. Antica, ma viva. È una parola che resta accanto al sangue versato senza abituarsi, che riconosce il volto di chi attraversa confini senza ridurlo a numero, che chiama la pace per nome, sapendo che costa, che chiede, che espone.

Non è una parola di parte. È una parola affidata. Appartiene al Vangelo. E il Vangelo non si trattiene per prudenza, non si adegua per convenienza. Accade. E quando accade, trova sempre il modo di farsi sentire.

Quelle tre parole – «Non ho paura» – non sono una risposta a Trump. Sono qualcosa di più profondo. Sono la libertà di chi sa da dove viene e dove va.

Leone non si rivolge al presidente americano. Non è il suo interlocutore. Il suo interlocutore è il povero che muore. Il migrante respinto, il bambino che non ha più casa. È lì che la sua parola si posa, è lì che prende forma, perché è a loro che, in fondo, deve rispondere.

Il potere sa gestire i nemici. Li riconosce, li studia, li affronta. E, se può, li neutralizza. Ha strumenti per questo. Sa come muoversi quando il gioco è chiaro. Ma resta spiazzato davanti a chi non si pone come nemico, davanti a chi non chiede nulla, non cerca consenso, non tratta, non ha bisogno di essere approvato. Una voce così non si lascia collocare. E proprio per questo disarma. Lascia il potere senza linguaggio, senza schema. E allora, quasi per riflesso, attacca.

Ma quell’attacco non è segno di forza. È il contrario, è il punto in cui emerge un limite. Perché ciò che non si può controllare, spesso, si prova a screditare. E tuttavia resta un’evidenza semplice: se Leone fosse davvero irrilevante, nessuno sentirebbe il bisogno di parlare di lui.

I vescovi americani lo hanno detto subito: Leone non è un rivale politico. Non gioca quella partita. È un pastore e parla da lì: dal Vangelo, dalla cura delle persone, da quella responsabilità silenziosa che passa attraverso le vite, non attraverso il potere.

Anche i vescovi italiani hanno rinnovato la loro piena comunione, non per semplice obbedienza, ma per riconoscimento, perché certe voci non si impongono, si riconoscono. Le riconosci da come si avvicinano, da ciò che tengono vivo, da chi non lasciano indietro.

E quella di Leone – scomoda, libera, disarmata – resta. Resta quando altre parole si consumano, resta come una presenza, resta quando il rumore si spegne e il silenzio dice la verità.

L’8 maggio Leone XIV verrà a Napoli. Camminerà con noi. E lo accoglieremo facendo nostre quelle tre parole: «Non ho paura».”

Nemmeno noi. (mb)

(Arcivescovo Metropolita  di Napoli)

Il contributo dei giovani per la rinascita di Reggio e della Calabria

di MARIO NASONE – La città di Reggio si stava preparando alla nuova tornata elettorale senza grandi entusiasmi, scandita dai vecchi riti della politica, del toto sindaco e delle curiosità sui candidati delle varie liste, quando la scena cittadina ha visto l’irrompere di una novità che si è presa la scena. Una nuova rete giovanile, il Forum delle idee 2013, ha convocato in piazza Italia, l’agorà cittadina, istituzioni e cittadini per presentare, dopo un anno di lavoro, una serie di proposte elaborate da otto tavoli tematici per dire la loro sulla Reggio del futuro che volevano, in grado di dare risposte alle attese dei giovani. Un movimento nato dal basso, composto da circa duecento giovani, senza padrini politici e senza sponsor, con un filo rosso che ha messo insieme giovani che hanno scelto di rimanere nonostante tutto, altri che devono decidere se restare, con uno sguardo anche a coloro che potrebbero ritornare. Un programma ambizioso ma corroborato da un serio lavoro di ricerca, sintetizzato in venticinque proposte su lavoro, ambiente, trasporti, cultura, welfare, ecc. Azioni possibili già sperimentate in altre città.

L’altra novità politica è stata quella del metodo che hanno scelto. Scartato il classico incontro con i candidati a sindaco con la proposta di sottoscrizione del loro dossier (che in genere tutti i candidati firmano tranquillamente), hanno illustrato le loro proposte ai quattro candidati a sindaco, i quali hanno semplicemente ascoltato diligentemente senza intervenire. Al di là delle proposte il messaggio che è stato lanciato, in un momento storico in cui prevalgono i segnali di rassegnazione o peggio i cattivi esempi da parte degli adulti, è stato l’invito a mettersi in discussione a chiedersi cosa significa fare spazio ai giovani, come evitare di strumentalizzarli o blandirli con promesse elettorali e renderli invece protagonisti?

Il primo passo che coinvolge tutti è il vero ascolto, da utilizzare in tutte le occasioni per facilitare la loro partecipazione attiva in famiglia, nella scuola, nella chiesa e per questo servono adulti che si mettano in connessione e li aiutino a fare uscire fuori i loro bisogni e soprattutto  i loro sogni.

Una Reggio nuova può nascere solo se si riuscirà a stipulare  un patto intergenerazionale tra adulti e giovani che decidono di camminare insieme abbandonando la logica del lamento per costruire percorsi di cambiamento iniziando dalle piccole cose. Educandosi a vicenda e proponendo la bellezza della partecipazione, dell’assunzione di responsabilità. Anche sul tema del lavoro formandosi e scegliendo quando possibile di fare impresa senza aspettare che arrivino opportunità. Su questo tante proposte interessanti e concrete contenute nel dossier per incentivare la scelta della restanza.                                               Prendendosi cura della città, dell’ambiente, riscoprendo la bellezza dei nostri territori, delle relazioni sociali, sperimentando l’esperienza dell’associazionismo sportivo, culturale, ambientale, religioso, di volontariato. Vivendo luoghi alternativi al mondo digitale dove  si possono coltivare amicizie reali e non virtuali

Il messaggio centrale del Forum dei giovani è quello del protagonismo, come se avessero raccolto l’invito di don Italo Calabrò da grande educatore che  invitava i giovani a non delegare la propria vita. Proprio due mesi di morire al liceo Vinci diceva agli studenti, la città è vostra, invitava a lottare con la non violenza per i propri diritti al lavoro, ad una scuola adeguata, all’impegno per gli ultimi.

In tutto questo centrale è il rapporto con la politica e con i consessi elettivi dove si decide la qualità della vita dei cittadini. I dati sull’astensionismo che riguardano soprattutto i giovani,  sono frutto di disinteresse, lontananza, sfiducia verso una classe dirigente di destra e di sinistra che ha fallito,  al di là della credibilità e dell’impegno di singole personalità. Prevale la logica dei favoritismi, della lottizzazione, dell’amichettismo come si dice oggi a scapito del merito e delle competenze di cui i vari schieramenti politici si accusano a vicenda e che utilizzano quando governano a piene mani.

Se questo è il modello di politica che si pratica come può attrarre i giovani? Peggio ancora quando tende a coinvolgerli attraverso promesse di favori e opportunità ad esempio di lavoro e di altre prebende, in un contesto sociale debole e esposto al ricatto del voto di scambio. Anche le nuove indennità previste per assessori e soprattutto per i consiglieri comunali rischiano di fare diventare posti di lavoro quelli che dovrebbero essere funzioni di servizio.

Il problema, quindi, non sono i giovani ma una classe politica che, se non li vuole definitivamente perdere, deve avviare una vera e propria rivoluzione mettendo al centro il bene Comune anche sacrificando le appartenenze, aprendo le porte del palazzo ai giovani e a tutti coloro disponibile senza chiedere contropartite, a dare un contributo, comitati di quartiere, associazioni, parrocchie, scuole

I candidati a sindaco sono disposti a fare questo? Ad esempio, con i giovani dopo avere ascoltato le loro proposte e a prendere impegni concreti? Iniziando con alcune scelte a costo zero, come la previsione di un assessorato alle politiche giovanili, la costituzione delle consulte con l’impegno a chiedere il loro parere obbligatorio sulle delibere che li riguardano come avviene ad esempio nel comune di Parma. Se vogliamo, come diceva Italo Falcomatà, fare innamorare i reggini e soprattutto i giovani della loro città, serve una bella politica che la aiuti a rialzarsi, che abbandoni lamenti, malgoverno, collusioni con la criminalità, logiche di potere e di interessi e non mendichi con la regione e il governo nazionale   quelli che sono invece diritti e rispetto. Con il  tema della disuguaglianza che l’autonomia differenziata farà aumentare e che dovrebbe diventare un impegno trasversale  per contrastarla della classe nostra classe politica. Per i giovani del Forum la sfida è doppia, riuscire intanto a continuare nel tempo  salvando  unità ed autonomia e cercare di coinvolgere più giovani possibili. 

La sera di sabato tornando a casa da piazza Italia vedevo altri giovani, che  mentre i loro coetanei animavano piazza Italia affollavano i locali della movida reggina. Riuscire a coinvolgerli in questi percorsi di protagonismo potrebbe dare a loro ad al movimento una  ulteriore occasione di crescita. (mn)

Tra geopolitica e declino del territorio la Calabria alle prese con la “modernità sociale”

di FRANCESCO RAO –I  recenti scenari di tensione internazionale, in particolare quelli che coinvolgono gli Stati Uniti e l’Iran, pur geograficamente distanti, producono effetti immediati anche nei contesti territoriali periferici. La Calabria, per caratteristiche strutturali e fragilità sistemiche, rappresenta un osservatorio privilegiato per comprendere come le dinamiche globali si traducano in impatti locali, incidendo su economia, coesione sociale e prospettive di sviluppo. Secondo i più recenti dati dell’Istat e della Svimez, il Mezzogiorno continua a registrare livelli critici in termini di occupazione, produttività e dinamica demografica. In Calabria, tali indicatori risultano ulteriormente aggravati da una progressiva riduzione della popolazione residente e da un costante incremento dell’età media. In questo contesto, il paradosso energetico regionale appare emblematico: pur essendo esportatrice netta di energia elettrica, la Calabria rimane fortemente dipendente dai derivati del petrolio e dal gas naturale. Tale dipendenza espone il territorio agli shock dei mercati internazionali, come dimostrato dalla recente impennata dei prezzi dei carburanti, che in alcune aree del Mezzogiorno hanno superato la media nazionale. Le conseguenze sono immediate e tangibili: l’aumento dei costi energetici incide sulla filiera agricola e agroalimentare, riducendone la competitività e generando effetti inflattivi che colpiscono soprattutto le fasce più vulnerabili della popolazione. In territori nei quali la spesa pensionistica rappresenta una delle principali fonti di circolazione economica, la contrazione del potere d’acquisto rischia di innescare un effetto recessivo diffuso. A ciò si aggiunge una trasformazione demografica profonda.

Le proiezioni dell’Istat indicano una significativa contrazione della popolazione entro il 2050, accompagnata da un progressivo invecchiamento. Il fenomeno migratorio, inoltre, assume caratteristiche sempre più articolate: non riguarda soltanto i giovani, ma coinvolge interi nuclei familiari e, in misura crescente, anche persone in età pensionabile. Parallelamente, la Calabria perde attrattività anche nei confronti dei flussi migratori extracomunitari, che tendono a orientarsi verso Paesi con maggiori opportunità occupazionali. Nonostante tali criticità, il territorio dispone di risorse strategiche rilevanti. L’elevato numero di ore di irraggiamento solare rappresenta un vantaggio competitivo significativo per lo sviluppo delle energie rinnovabili. Tuttavia, la diffusione delle comunità energetiche resta ancora limitata, evidenziando un ritardo che non è soltanto tecnologico, ma anche culturale e politico. In questo scenario, il welfare generativo si configura come una possibile risposta strutturale. Superando la logica assistenziale, esso mira a produrre valore attraverso l’attivazione delle comunità locali, favorendo processi di inclusione, partecipazione e sviluppo sostenibile. Tuttavia, la sua piena attuazione richiede una chiara visione politica e un cambiamento profondo nei modelli di governance. Accanto alle politiche sociali, assume un ruolo decisivo la dimensione infrastrutturale.

La Zes Unica rappresenta un’opportunità concreta per attrarre investimenti e rafforzare il tessuto produttivo, a condizione che venga integrata in una strategia logistica efficiente. In tale prospettiva, il Porto di Gioia Tauro si configura come un asset di rilevanza internazionale, potenzialmente in grado di connettere il Mediterraneo ai principali corridoi commerciali globali.

Il confronto con modelli come Tanger Med evidenzia come la competitività territoriale dipenda dalla capacità di integrare infrastrutture, innovazione e capitale umano. Proprio quest’ultimo rappresenta il nodo centrale: la continua perdita di giovani qualificati riduce il potenziale di sviluppo e limita le possibilità di rigenerazione del sistema socioeconomico regionale. Iniziative come il reddito di merito costituiscono segnali positivi, ma non sufficienti se non inseriti in una strategia organica capace di creare opportunità concrete e durature. Senza un cambio di paradigma, il rischio è quello di perpetuare modelli del passato, inadeguati ad affrontare le sfide contemporanee.

La Calabria si trova oggi di fronte a una scelta cruciale: continuare a subire le dinamiche globali oppure costruire una propria traiettoria di sviluppo.

In questa prospettiva, la “nuova modernità sociale” rappresenta una possibile chiave interpretativa e operativa: un modello fondato sull’integrazione tra sostenibilità ambientale, innovazione tecnologica e coesione sociale.

Solo attraverso una visione di lungo periodo, capace di superare le logiche emergenziali e di investire sul capitale umano e sulle infrastrutture, sarà possibile invertire la tendenza e restituire centralità a un territorio che, oggi più che mai, ha bisogno di futuro.

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SANITÀ: È ARRIVATA LA FINE DEL COMMISSARIAMENTO IN CALABRIA

di FRANCO CACCIA – La notizia era nell’aria da tempo, ma ora ha i crismi dell’ufficialità: con la delibera del Consiglio dei Ministri del 9 aprile, il Governo Meloni ha sancito la fine del commissariamento della sanità in Calabria. Dopo diciassette lunghi anni di gestione straordinaria, le funzioni di programmazione ed organizzazione dei servizi sanitari tornano finalmente nelle mani della politica regionale. Si chiude così una stagione complessa per un settore vitale che incide direttamente sulla qualità della vita di ogni cittadino.

Dal rigore dei bilanci alla centralità della persona

Il bilancio di quasi un ventennio di commissariamento è, agli occhi dei calabresi, segnato da ombre profonde. Al netto di rare e lodevoli eccezioni, la sequela di commissari che si sono alternati verrà ricordata per gestioni spesso opache, talvolta imbarazzanti, e soprattutto per una sistematica chiusura di presidi territoriali.

Senza l’attivazione di servizi alternativi, queste scelte hanno di fatto eroso l’esercizio del diritto costituzionale alla salute. Per troppi anni, il dibattito si è ridotto a una serie di slogan punitivi: tagliare le spese, abbattere i costi, bloccare le assunzioni.

Sebbene il risanamento finanziario fosse una tappa obbligata e necessaria, la logica del risparmio non avrebbe mai dovuto trasformarsi in una barriera all’accesso alle cure.

La centralità di una visione

Le chiusure di ospedali e presìdi sanitari del territorio, in teoria, avrebbero dovuto rappresentare lo strumento per una riorganizzazione efficiente, volta a eliminare gli sprechi ed a potenziare i servizi. Tuttavia, la realtà è stata diversa. I calabresi non contestano il rigore in sé, spesso opportuno per bonificare il sistema, ma la totale assenza di una visione organizzativa complessiva. È mancata infatti una strategia capace di ricordare che la missione ultima della sanità non è far quadrare i conti, ma garantire la salute pubblica attraverso una gestione efficiente del sistema organizzativo, ospedaliero e territoriale.

Ripartire dalle risorse umane

Qualsiasi progetto, volto a ri-organizzare il sistema sanitario regionale, non può prescindere dalla valorizzazione del suo bene più prezioso: il capitale umano. Non esiste innovazione tecnologica o risanamento economico che possa funzionare senza il coinvolgimento attivo di chi, ogni giorno, opera in prima linea. È prioritario, dunque, avviare un’azione profonda per ri-motivare le professionalità che operano nelle aziende sanitarie e ospedaliere. Se si fosse data voce a chi lavora nelle trincee del sistema sanitario, molti miglioramenti sarebbero già realtà.

Dalla telefonata di supporto per la prenotazione di una visita/prestazione sanitaria, alla gestione dell’accoglienza nei servizi, fino alla fruizione della prestazione attesa, gli operatori maturano conoscenze preziose per elevare la qualità dei servizi e migliorare il livello delle cure per i cittadini.

Oggi, la vera sfida della nuova gestione è trasformare questo patrimonio di esperienze nel pilastro su cui costruire moderne politiche della salute.

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Nuova leadership per la salute di comunità

La fine del commissariamento non è un traguardo, ma un punto di partenza che impone alla politica regionale l’assunzione di responsabilità senza precedenti.

In questo scenario, la decisione più urgente e significativa riguarda la nomina dei Direttori Generali per le Aziende Sanitarie e Ospedaliere ancora prive di una guida stabile. Non è più il tempo delle nomine basate su equilibri di parte o logiche di appartenenza.

Per vincere la sfida del futuro, la Calabria ha bisogno di manager competenti e motivati, capaci di interpretare il mandato non come una gestione burocratica, ma come una vera e propria missione di rinascita.

La scelta dovrebbe essere altresì indirizzata, in via prioritaria, verso persone attente allo sviluppo del pensiero creativo. Le organizzazioni complesse, come il caso delle aziende sanitarie, sono infatti chiamate ad affrontare sfide continue che possono essere gestite con successo solo attraverso l’uso di approcci organizzativi moderni e partecipati.

Si pensi all’imminente apertura delle Case della Comunità, in Calabria ne sono previste ben 63, pilastri di una riforma che mira a rivoluzionare l’assistenza sul territorio e che richiede la partecipazione attiva dei comuni e del sistema degli enti del Terzo settore.

Questi nuovi presidi non sono semplici strutture fisiche a cui apporre una nuova etichetta per continuare a fare quanto si è fatto finora.  Sono invece servizi innovativi pensati per realizzare una sanità di prossimità, con cui rispondere ai bisogni dei cittadini direttamente nel loro ambiente di vita e coinvolgendoli attivamente per la promozione e la tutela della salute quale bene comune.

Siamo quindi ad una fase di transizione in cui è possibile fare della salute il principale fattore di coesione territoriale e di promozione della qualità della vita dei calabresi.

Quello che serve è avere nuovi leader all’altezza del compito, persone orgogliose del loro ruolo che accettino la sfida di accompagnare la Calabria nel cammino necessario per farla diventare, con merito, regione di eccellenza nel campo delle moderne politiche della salute.  (fc)

SANITÀ, LA CALABRIA FINALMENTE FUORI DAL COMMISSARIAMENTO

È davvero un evento storico: la Calabria, dopo 17 anni, esce dal commissariamento della Sanità. Occhiuto su Instagram, davanti a Palazzo Chigi, rivendica il risultato di un lungo lavoro. Il Consiglio dei Ministri, su proposta del ministro per gli Affari regionali, Roberto Calderoli, e con parere favorevole dei ministri dell’Economia Giancarlo Giorgetti e della Salute Orazio Schillaci, ha deliberato la revoca del commissariamento per la sanità della Regione Calabria.

«Siamo finalmente liberi da questa camicia di forza” ha detto il Presidente Occhiuto nel breve video postato su Instagram. (rrm)

Ponte sullo Stretto: I continui rinvii dal 2011 a oggi sono già costati 50 miliardi alla collettività

di ERCOLE INCALZA – Nel 2011 avevamo completato il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina e stavamo sottoponendo al CIPE l’intera proposta con la indicazione dell’importo pari a circa 6,5 miliardi di euro. Qualora il CIPE lo avesse esaminato e approvato, avremmo potuto disporre dell’opera entro il 2019. I dati sulla doman<da di traporto ed i ricavi annui stimati generati dal flusso di traffico previsto di 25 milioni di veicoli e 36.000 treni ogni anno ammontavano a circa 600 milioni di euro. In realtà, dal 2019 ad oggi, in circa sette anni avremmo potuto contare su un valore di circa 4,2 miliardi di euro.

Ma a questa analisi, che ritengo senza dubbio oggettiva, va aggiunta quella relativa alla mancata crescita del Prodotto Interno Lordo della Regione Sicilia a causa della assenza della continuità territoriale: un valore stimato, da un Istituto di ricerca indipendente, pari a 6,4 miliardi di euro l’anno. In tal modo, il danno stimato in questi sette anni di non disponibilità dell’opera è prossimo a circa 50 miliardi di euro.

Questo dato sembra incredibile e ci si meraviglia che i Governi presieduti da Monti, Gentiloni, Renzi, Conte 1 e Conte 2, Draghi, non ne abbiamo tenuto conto e, in fondo, anche la lunga istruttoria effettuata al Ministero dell’Ambiente dell’attuale Governo testimonia la sottovalutazione del danno creato dalla mancata disponibilità dell’opera.

Ma al macro valore prima denunciato bisogna aggiungere anche quello legato a:

• Inquinamento atmosferico generato dalle attese ai terminali.

• Ritardi nella distribuzione dei prodotti, con particolare attenzione ai prodotti food.

• Difficoltà dei prodotti siciliani a raggiungere i mercati nazionali ed internazionali.

• Difficoltà nella creazione di servizi comuni ed integrati nelle due realtà urbane di Messina, di Reggio Calabria e Villa San Giovanni.

Ancora più preoccupante è la sottovalutazione della disponibilità della Unione Europea nel garantire un contributo comunitario comparabile a quello riconosciuto per gli altri anelli mancanti che caratterizzano l’intero sistema della Unione Europea (il tunnel sotto la Manica, il tunnel ferroviario sotto i Pirenei, il tunnel Lione – Torino, il Terzo Valico dei Giovi, il San Gottardo, il Brennero, il corridoio Malmö – Copenaghen) un contributo che si aggira su un valore pari al 40% dell’opera. Una disponibilità che potrebbe scomparire in presenza di emergenze congiunturali ormai sempre più possibili alla luce delle attuali crisi internazionali.

Un’ultima considerazione è invece legata alla misura delle convenienze generate dalla realizzazione di reti ferroviarie ad alta velocità nel tratto Salerno – Reggio Calabria, Palermo – Catania e Catania Messina; opere il cui costo globale supera i 38 miliardi di euro ed il cui vantaggio funzionale viene abbondantemente ridimensionato o addirittura annullato dalla assenza della continuità territoriale.
Nasce, quindi, un interrogativo: come mai in questi anni questa tensione e questa attenzione sulla rilevanza di questi dati e di queste denunce sia praticamente stata quasi inesistente e come mai ancora oggi si continui a rinviare nel tempo l’avvio dell’opera?

Senza dubbio condivido la scelta di tentare ancora una volta di soddisfare le richieste formulate dalla Corte dei Conti ed apprezzo la velocità con cui la Società dello Stretto di Messina stia garantendo il rispetto dei vari impegni entro il mese di luglio, mi meravigliano e mi preoccupano invece sia le richieste avanzate dall’ANAC o quelle che potranno venire a valle di questo ulteriore approfondimento in corso da parte della stessa Corte dei Conti.

Sono convinto che chi ritarda l’attuazione dell’opera è cosciente del danno ed è cosciente anche del valore e della dimensione del danno stesso; quindi un simile comportamento, a mio avviso, si inserisce all’interno della famiglia della “colpa grave” ed ha solo un fine: contrastare la volontà del Governo e del Parlamento e come tale si caratterizza anche come un atto antidemocratico.

Molti esponenti del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle continuano a dichiarare scandalosa e indifendibile la realizzazione del Ponte sullo Stretto dimenticando il folle danno di 50 miliardi di euro già accumulato a causa di questa assurda e irresponsabile melina.

(Courtesy Il Riformista)

Elezioni reggine: la grande incognita del voto giovanile, quello del referendum

di EMILIO ERRIGO – C’è un elemento che più di altri merita oggi un’analisi attenta e non superficiale: il rapporto tra giovani e partecipazione democratica nel Mezzogiorno, e in particolare nella Città Metropolitana di Reggio Calabria.

Non si tratta soltanto di leggere i risultati elettorali, ma di comprendere ciò che si muove sotto la superficie dei numeri, dentro una società che da troppo tempo viene descritta per le sue fragilità e troppo poco per le sue energie.

Il recente esito referendario nella provincia di Reggio Calabria ha visto prevalere il “Sì”, in controtendenza rispetto a molte altre aree del Paese. Un dato che non può essere ignorato e che merita di essere interpretato senza schematismi. Non è necessariamente il segnale di una distanza dei giovani dai valori costituzionali, né tantomeno una scelta uniforme e consapevole di tutte le fasce sociali. Piuttosto, riflette una complessità territoriale in cui incidono fattori molteplici: il livello di informazione, il rapporto con le istituzioni, la percezione della giustizia e, non da ultimo, il grado effettivo di partecipazione.

Ed è proprio qui che si innesta la questione centrale. Più che il risultato in sé, ciò che deve interrogare è il peso specifico della partecipazione giovanile. Nel Mezzogiorno, e in Calabria in particolare, il voto dei giovani non è ancora, in termini quantitativi, il fattore decisivo che invece potrebbe essere. Non perché manchi consapevolezza, ma perché troppo spesso manca il coinvolgimento reale, la percezione che quel gesto (una cabina chiusa e una matita su una scheda) possa incidere concretamente sul proprio destino.

Eppure, proprio in territori come Reggio Calabria, questa percezione potrebbe trasformarsi in una leva potente di cambiamento.

Qui, dove il mare dello Stretto si apre ogni giorno come un confine che unisce più che dividere, guardando verso la Sicilia, e dove l’Aspromonte veglia silenzioso alle spalle della città, la bellezza del paesaggio convive con una domanda profonda di riscatto sociale.

Sul lungomare, quello celebrato da Gabriele D’Annunzio come il chilometro più bello d’Italia, si incontrano generazioni (forse inconsapevoli) che portano con sé aspettative diverse ma una stessa esigenza: vivere in una comunità più equilibrata, giusta, più stabile, capace di offrire concrete opportunità.

Le prossime amministrative di maggio rappresentano, in questo contesto, un passaggio cruciale. Non tanto per decretare la vittoria dell’una o dell’altra parte politica, quanto per misurare la capacità del sistema democratico locale di riattivare la partecipazione, soprattutto tra i più giovani.

Se da quelle parti il dato referendario ha mostrato un orientamento preciso dell’elettorato attivo, resta aperta la domanda su quanti giovani abbiano effettivamente partecipato e, soprattutto, su quanti potrebbero farlo se adeguatamente coinvolti.

È qui che si gioca il vero equilibrio: non nella contrapposizione tra un “Sì” e un “No”, o tra “quel candidato” o “quell’altro candidato”, ma nella capacità di allargare la base democratica.

Lo stesso ragionamento si proietta inevitabilmente verso le elezioni politiche del 2027, quando una nuova generazione di neo-diciottenni entrerà nel corpo elettorale.

In quel momento, il tema non sarà soltanto quale scelta c.òompiranno, ma se e quanto sceglieranno di partecipare. La differenza, ancora una volta, non sarà determinata esclusivamente dagli orientamenti politici, ma dal numero di giovani che decideranno di esercitare il proprio diritto di voto.

Una matita tra le dita, in questo senso, diventa molto più di uno strumento: è il simbolo di una cittadinanza che si attiva, di una responsabilità che si assume, di una possibilità concreta di incidere sul proprio futuro.

Nella Città Metropolitana di Reggio Calabria, dove le contraddizioni sono evidenti ma è nascosta la vera forza delle comunità, l’auspicio è che proprio i giovani possano diventare il vero “piatto pieno della bilancia” della democrazia. Non tanto orientandola in una direzione precostituita, ma rafforzandola nella sua essenza più autentica: la partecipazione.

Un aumento esponenziale della presenza alle urne, soprattutto da parte delle nuove generazioni, rappresenterebbe di per sé un risultato straordinario, capace di restituire senso e vitalità al processo democratico.

In fondo, la democrazia non si misura soltanto nei risultati, ma nella qualità e nella quantità della partecipazione che riesce a generare.

Come ricordava Norberto Bobbio, “La democrazia è un insieme di regole, ma ha bisogno di cittadini che le prendano sul serio”.

Ma forse è proprio da una domanda, semplice solo in apparenza, che bisogna partire: quanti adulti sapranno davvero mettersi in ascolto, trovare parole sincere e uno sguardo autentico capace di incontrare quello dei giovani, entrando nel loro tempo senza giudicarlo, per accompagnarli con rispetto e fiducia a sentirsi parte viva di una comunità che ha ancora bisogno di loro?

(Emilio Errigo è nato a Reggio Calabria, ufficiale generale della Guardia di Finanza in riserva, docente universitario e attualmente insegna presso l’Università degli Studi della Tuscia, “Diritto Internazionale e del Mare” e “Management delle Attività Portuali”, al Corso di laurea magistrale di Economia Circolare)

Vacanze di Pasqua vietate: tornare in Calabria costa caro, per treni, aerei e bus tariffe esagerate

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Tornare in Calabria, per Pasqua, non è meno costoso, tutt’altro. Tra pochi biglietti a prezzi esagerati, tariffe più costose per gli effetti della guerra in Medio Oriente e voli che costano quasi 500 euro andata e ritorno, passare le festività con i propri cari è diventato un vero e proprio salasso.

Una situazione con cui dovranno fare i conti tutti coloro che decideranno di tornare a casa per passare le festività con la propria famiglia: si stima, infatti, che saranno 10,8 milioni gli italiani in viaggio. Secondo un’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca mUp Research il conflitto in Medio Oriente ha convinto 4 milioni di connazionali a cambiare i piani per queste festività. Quasi 2,9 milioni di italiani hanno rinunciato a partire, mentre circa 920mila hanno scelto una nuova destinazione, privilegiando soprattutto l’Italia o mete europee.

L’incertezza e l’aumento dei prezzi hanno spinto molti ad optare per viaggi più brevi e con destinazioni vicine al luogo di residenza: circa l’8% di chi ha cambiato destinazione lo ha fatto proprio per ragioni economiche.

E, in Calabria, la situazione non è affatto facile:

Rispetto alla Pasqua del 2025, si rilevano, per chi parte sabato 4 aprile, aumenti sino al 15% su alcuni voli (es. Milano Bergamo-Lamezia), rispetto allo stesso periodo di simulazione della prenotazione nell’ultima settimana di marzo; +10,12% su alcuni voli Roma – Lamezia Terme.

Da tutti gli altri aeroporti verso i tre scali regionali, con le diverse compagnie, si registrano offerte più vantaggiose rispetto al 2025, seppure con prezzi in significativo aumento sui giorni di aprile 2026 lontani dalle festività.

Migliora l’offerta per Crotone ma i prezzi in questo caso, e con 1 scalo, arrivano sino 480 euro per un Torino- Crotone.

Agli aumenti generalizzati emersi dal report nazionale dell’ONF del 47%, si aggiungono gli aumenti particolari registrati per raggiungere la Calabria.

Il costo dei biglietti ferroviari verso la nostra regione variano di giorno in giorno, sono esposti ad una variabilità che manda in pallone chi deve mettersi in viaggio ma è nella difficoltà di decidere in tempo il giorno della partenza.

Federconsumatori Calabria ha simulato la prenotazione in diversi giorni della settimana antecedente la Pasqua 2026: l’altalena di prezzi per gli stessi treni e la stessa classe è divenuta una variabile intollerabile.

Sono state comparate le offerte di Italo e Trenitalia senza cambi per rendere più efficace l’equiparazione del costo del viaggio.

Si continuano a rilevare le migliori offerte di viaggio di Italo che su tutte le tratte della costa tirrenica su cui fa scalo (Scalea, Paola, Lamezia T.C., Vibo-Pizzo, Rosarno, Villa S. Giovanni e Reggio Calabria Centrale), per le stesse fermate consente di risparmiare sino al 40% % rispetto alle offerte del maggior competitor Trenitalia.

Federconsumatori Calabria ha elaborato i dati relative alle principali destinazioni di Lamezia Terme e Reggio Calabria per rendere evidenti le differenze anche fra i diversi vettori.

Stessi incrementi si registrano però verso tutte le destinazioni prese in esame: Scalea, Paola, Cosenza, Lamezia T., Crotone, Vibo-Pizzo- Rosarno, Villa S. Giovanni e Reggio Calabria.

Il viaggio in autobus dal Nord alla Calabria costa meno del volo e del treno, ma anche questo ha subito dei rincari non indifferenti: Mediamente i biglietti monitorati aumentano del +72%, l’aumento più alto si registra sulla tratta Roma-Cosenza, che a Pasqua ha una tariffa più elevata del +112% rispetto a un weekend di marzo.

Sulla piattaforma checkmybus.it, che confronta le migliori offerte delle autolinee nazionali, viaggiare da Milano a Reggio Calabria venerdì 3 aprile costerà tra i 100 e i 165 euro.

In molti, probabilmente, sceglieranno di spostarsi in auto, spendendo però, rispetto a Pasqua 2025, circa il +4% per la benzina e il +26% per il diesel, nonostante il taglio delle accise completamente eroso da aumenti e fenomeni speculativi. Ma gli aumenti non mancano anche per chi sceglie di viaggiare diversamente: nel confronto con il 2025, a Pasqua, i costi dei voli per le tratte monitorate sono aumentati mediamente del 23%, con picchi di oltre l’80% (Milano – Londra) e del 73% (Milano – Parigi).

«Ogni anno denunciamo queste maggiorazioni spropositate e ingiustificate, ma ancora non si è deciso di porre dei limiti. A pagarne le conseguenze sono i cittadini, specialmente lavoratori e studenti che si trovano lontano da casa e che vorrebbero trascorrere le festività in famiglia», scrive Federconsumatori.

«Conoscendo queste dinamiche molti si sono organizzati da tempo, prenotando il biglietto con largo anticipo, per spuntare le tariffe migliori, ma non sempre è possibile! Per questo riteniamo che, in una fase di rincari come quella attuale, è arrivato il momento di porre un faro su questi sovrapprezzi, che spesso si accompagnano speso a ritardi e disservizi. Per questo Federconsumatori torna a «chiedere un intervento delle Autorità competenti per garantire un accesso equo alla mobilità e arginare la speculazione sui prezzi dei trasporti in occasione delle festività».

«È una storia che si ripete a danno di quanti scelgono di tornare nella nostra regione. Assistiamo di anno in anno a pratiche tariffarie poco trasparenti, dalle logiche intollerabili con rincari inaccettabili», ha commentato Mimma Iannello, presidente di Federconsumatori Calabria Aps.

«I calabresi di ritorno, che già pagano per il carovita diffuso – ha aggiunto – e dora per il caro carburante, non possono permettersi aumenti così esosi. È una vergogna che non ci stancheremo di denunciare e di portare all’attenzione dell’opinione pubblica».

«Le politiche tariffarie – ha concluso – non possono essere slegate da fattori di trasparenza e di sostenibilità sociale. Mettere la marcia al meccanismo della domanda è un gioco speculativo che come Federconsumatori continueremo a sottoporre all’attenzione delle Autorità dei Trasporti e della politica affinché assumano ogni azione dovuta».

L’Informazione in Calabria: parlare all’Unical ai giovani per renderli “complici” della legalità

di GIANFRANCO DONADIO  – Il silenzio dell’Aula Solano non è assenza. È un peso. È il respiro trattenuto di quattrocentocinquanta ragazzi che l’Unical ha radunato per un rito che non ha nulla di accademico, se per accademia intendiamo la polvere delle biblioteche. Davanti a questi sguardi che l’Unical ha messo in fila, il racconto della Calabria smette di essere un esercizio di stile per farsi in qualche modo autopsia.

Quando Giancarlo Costabile evoca la Pedagogia dell’Antimafia e il network LaC risponde con le voci di Franco Laratta, Pier Paolo Cambareri e Domenico Maduli, non assistiamo a una lezione. È un corpo a corpo. È la collisione tra chi la realtà la studia e chi, ogni mattina, deve decidere come titolare il disastro senza farsi mangiare dal mostro che descrive.
Raccontare la verità nella legalità sembra un binario parallelo, quasi rassicurante. Eppure, in questa terra complicata, è un paradosso sanguigno. La verità ha il vizio di essere asimmetrica, spigolosa, spesso fastidiosa persino per chi della legalità fa un vessillo formale. La verità rompe gli equilibri, mentre la legalità, a volte, si accontenta della procedura. Mettere insieme questi due mondi significa fare un giornalismo o un’editoria che non si limita a fotocopiare i verbali delle procure, ma che scava nel fango della zona grigia, lì dove il colletto bianco e il picciotto bevono allo stesso bancone. È una postura etica, nel senso che non basta che un fatto sia “legale” per essere giusto, e non basta che sia “vero” per essere dicibile senza conseguenze.

Franco Laratta e Domenico Maduli

Qui la libertà ha un prezzo che non si paga alle casse del supermercato. Si paga in solitudine, si paga in querele che arrivano come proiettili di carta, in quella sensazione di essere l’invitato sgradito alla festa del consenso. L’informazione, in questo contesto, smette di essere un bene di consumo e diventa un materiale da costruzione per le coscienze critiche. Se l’informazione non forma, è solo intrattenimento macabro. Se la formazione non informa, è solo accademia sterile. Questi due percorsi, che si incontrano tra i banchi dell’Unical, sono – a mio avviso – l’unica assicurazione sulla vita per la Calabria del futuro. Perché una coscienza critica è un radar che ti permette di vedere la trappola prima di caderci, di distinguere un leader da un padrone.

La comunicazione ha un compito quasi sciamamico: quello di rendere visibile l’invisibile. Non parliamo di fantasmi, ma di poteri, di quegli interessi che si muovono nel sottobosco della burocrazia, delle nomine sottobanco, del welfare gestito come elemosina. Portare le telecamere di LaC di un gruppo come Diemmecom dentro queste dinamiche significa rompere l’incantesimo del “si è sempre fatto così”. Significa dire che l’invisibile esiste, ha un nome, un cognome e una partita IVA. È un atto di prepotenza democratica: strappare il velo su ciò che molti preferirebbero rimanesse un segreto di Pulcinella, un rumore di fondo a cui fare l’abitudine.

Ma c’è un punto che scotta, un dato che nessun consulente marketing approverebbe. L’editoria in Calabria non conviene. Maduli lo ha detto senza mezzi termini. È un fallimento annunciato, se guardato con le lenti del cinismo imprenditoriale. Fare informazione libera in un mercato dove la pubblicità è spesso un guinzaglio e il lettore è un animale ferito dalla sfiducia, è una scelta che confina con la follia. Eppure, proprio in questa “sconvenienza” risiede l’unica dignità possibile. Se l’editore Domenico Maduli decide di investire sulla formazione dei giovani dell’Unical, non sta cercando clienti, ma sta cercando complici. Sta scommettendo su quella parte della Calabria che smetta di essere un bancomat per pochi e diventi un laboratorio per molti.

Il viaggio portato avanti in aula Solano non ha una destinazione turistica. È un’immersione nel magma di una regione che ha bisogno di essere raccontata da chi la abita, senza sconti e senza lirismi da cartolina. La verità è un muscolo che va allenato ogni giorno, altrimenti atrofizza. E quando quel muscolo smette di funzionare, la libertà diventa un lusso per pochi eletti. Resta, però, una domanda, pesante come il piombo: siamo pronti a pagare il prezzo di una verità che non fa sconti a nessuno, a partire da noi stessi? Forse la risposta non è in un articolo come questo, ma nel modo in cui quegli studenti, domani, decideranno di guardare il mondo fuori dal campus. (gd)

(Documentarista Unical)

[Courtesy LaCNews24]

La Calabria e il suo paradosso: essere ricca di risorse idriche ma incapace di gestirle e valorizzarle

di MARIO PILEGGILa Giornata Mondiale dell’Acqua (World Water Day), istituita dalle Nazioni Unite nell’ambito dell’Agenda 21 nata dalla Conferenza di Rio, si celebra ogni anno il 22 marzo. In tutto il mondo, eventi, convegni e iniziative accendono i riflettori sull’“oro blu”, richiamando l’attenzione sull’uso razionale di una risorsa indispensabile alla vita e tra le più preziose del pianeta.

Una necessità che continua a essere largamente sottovalutata, sia a livello nazionale sia regionale. E ciò vale non solo per le classi dirigenti del Paese, ma anche per quelle che governano una regione come la Calabria, straordinariamente ricca di acqua potabile, biodiversità e risorse naturali.

Anche nel 2026, la Calabria continua a non cogliere appieno l’occasione offerta da questa giornata, che potrebbe servire a: informare e coinvolgere i cittadini nella gestione e nella tutela delle risorse idriche; rafforzare la consapevolezza dell’acqua come bene vitale da usare in modo sostenibile; promuovere il ruolo dell’acqua nell’agricoltura e nella qualità dell’alimentazione; valorizzare suoli e acque che sostengono biodiversità ed eccellenze enogastronomiche riconosciute anche a livello internazionale.

Il vero paradosso è che, proprio in una regione che vanta tra le migliori acque d’Europa si continua a ignorare una tendenza ormai diffusa: nei ristoranti, accanto alla carta dei vini, compare sempre più spesso anche la carta delle acque.

Questa mancanza di attenzione impedisce ai calabresi di conoscere e difendere il valore delle proprie risorse idriche. E mentre le acque regionali risultano sempre più apprezzate fuori dai confini locali, i suoli vengono progressivamente degradati, tra abbandono delle aree interne e crescente cementificazione delle pianure.

Eppure, la Calabria possiede un patrimonio idrico straordinario.

Sono state censite: 4.598 sorgenti con portata superiore a 1 litro al secondo; 14.744 sorgenti oltre i 60 litri al minuto; una disponibilità complessiva pari a 43.243 litri al secondo, ovvero oltre 1,3 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno; a cui si aggiungono 10.442 sorgenti minori.

A queste si affiancano 211 sorgenti di acque calde e 5 sorgenti termali con temperature superiori ai 30°C.  Dati documentati da importanti studi, tra cui lo “Studio Organico delle Risorse Idriche della Calabria”.

Non solo quantità, ma anche qualità. Le acque potabili calabresi sono tra le migliori d’Italia e d’Europa. Ciò è dovuto alla composizione delle rocce nelle quali scorrono e si mineralizzano, oltre che alla purezza dell’aria. Le specificità degli assetti idro-geomorfologici e l’elevata piovosità rendono il territorio ricco di suoli fertilissimi e sorgenti di grande valore.

Suoli e acque ricchi di minerali alimentano una biodiversità straordinaria, con specie uniche in Europa come il bergamotto e il cedro, oltre a una varietà di prodotti agroalimentari di eccellenza.

Le peculiarità delle acque calabresi erano note già nell’antichità. Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, descriveva le differenze tra i fiumi Crati e Sibari, attribuendo loro effetti diversi persino sull’aspetto fisico di uomini e animali. Un racconto suggestivo che testimonia quanto queste risorse fossero considerate speciali già migliaia di anni fa.

Nonostante questa ricchezza, il mancato e irrazionale utilizzo delle risorse idriche produce effetti gravi. Non solo impedisce di soddisfare pienamente il fabbisogno nei diversi settori, ma contribuisce anche al dissesto idrogeologico, con conseguenze ambientali, economiche e sociali sempre più evidenti.

Le criticità sono sotto gli occhi di tutti: crisi idriche ricorrenti, desertificazione di alcune aree, calo della produttività agricola, inquinamento e disagi quotidiani per le popolazioni, spesso costrette a razionamenti idrici anche al di fuori dei mesi estivi.

Emblematica, in tal senso, è la Delibera del Consiglio dei Ministri del 28 agosto 2025, che ha prorogato lo stato di emergenza per deficit idrico in numerosi territori calabresi: “Proroga dello stato di emergenza in relazione alla situazione di deficit idrico in atto nel territorio della città metropolitana di Reggio Calabria, della provincia di Crotone e dei comuni di Calopezzati, di Caloveto, di Cariati, di Corigliano-Rossano, di Cropalati, di Crosia, di Longobucco, di Mandatoriccio, di Paludi, di Pietrapaola, di Scala Coeli, di Acri, di Bisignano, di Luzzi, di Rose, di San Cosmo Albanese, di San Demetrio Corone, di San Giorgio Albanese, di Santa Sofia d’Epiro, di Vaccarizzo Albanese, di Bocchigliero, di Campana e di Terravecchia, in provincia di Cosenza”. Pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 209 del 9 settembre 2025

Anche la Commissione Europea, attraverso le direttive quadro sulle acque (2000/60/CE) e sulle alluvioni (2007/60/CE), ha ribadito la necessità di accelerare gli interventi per la tutela delle risorse idriche e la gestione dei rischi legati ai cambiamenti climatici.

La Calabria, come molte regioni europee, è chiamata ad adeguarsi a queste indicazioni attraverso: la riduzione dell’inquinamento agricolo e urbano; il potenziamento e l’ammodernamento delle infrastrutture idriche per limitare le perdite; una gestione più efficace del rischio idrogeologico, con interventi di prevenzione contro frane e alluvioni.

L’adozione di queste misure è indispensabile per fermare il degrado ambientale e superare un paradosso sempre più evidente: quello di una regione ricca d’acqua ma spesso assetata.

Solo attraverso un uso responsabile e consapevole delle risorse idriche, la Calabria potrà tutelare il proprio patrimonio naturale e garantire un futuro più equo e sostenibile alle nuove generazioni. (mp)

(Geologo del Consiglio Nazionale Amici della Terra)