Il turismo internazionale resta il punto debole della Calabria

di FRANCESCO AIELLO E MICHELE MERCURIIl tema è particolarmente rilevante, poiché il turismo internazionale rappresenta il principale motore di crescita dei sistemi turistici nazionali ed europei. In molti territori italiani la domanda estera costituisce ormai la componente prevalente dei flussi turistici e contribuisce in misura decisiva alla destagionalizzazione, all’allungamento della permanenza media e alla crescita della spesa turistica. La Calabria continua, invece, a mostrare una forte dipendenza dalla domanda nazionale.

Alcuni dati consentono di collocare con precisione la Calabria nel panorama turistico italiano. Nel 2024 l’Italia ha registrato oltre 466 milioni di presenze, mentre la Calabria si è fermata a poco più di 8,1 milioni, pari all’1,75% del totale nazionale. Sul fronte del turismo internazionale, il divario appare ancora più marcato: in Italia il 54,5% delle presenze è generato da turisti stranieri, contro appena il 19,7% della Calabria.

Questa differenza emerge con ancora maggiore evidenza confrontando il peso della regione sul turismo complessivo con quello esercitato sul solo turismo internazionale. Pur rappresentando l’1,75% delle presenze turistiche nazionali, la Calabria intercetta appena lo 0,63% delle presenze straniere registrate in Italia. In altre parole, la regione partecipa ai flussi turistici internazionali in misura significativamente inferiore rispetto al suo già modesto peso nel turismo nazionale, segnalando una capacità di attrazione verso i mercati esteri ancora limitata.

La geografia dei turisti stranieri che scelgono la Calabria aiuta a comprendere meglio questa situazione. La Figura  mostra come il principale mercato estero sia la Germania, con oltre 500 mila presenze e una quota pari al 32,6% del totale straniero regionale. Seguono Repubblica Ceca (142 mila presenze), Polonia (102 mila), Regno Unito (98 mila), Svizzera (96 mila) e Austria (81 mila). Complessivamente, questi sei paesi generano oltre il 65% delle presenze straniere registrate nella regione.

Si tratta prevalentemente di mercati dell’Europa centrale e centro-orientale, fortemente orientati al turismo balneare e ai soggiorni nei villaggi e resort costieri. La composizione geografica della domanda estera appare quindi molto diversa da quella osservata nelle principali regioni turistiche italiane, dove assumono un ruolo più rilevante i mercati nordamericani, asiatici e dell’Europa occidentale.

Tuttavia, i valori assoluti non sono sufficienti per valutare la reale capacità attrattiva di una destinazione. Un mercato può infatti generare un elevato numero di presenze semplicemente per la sua dimensione.  Per questo motivo il rapporto introduce un indicatore particolarmente interessante: l’indice di specializzazione illustrato nella Figura 2 .

La Figura 2 consente di andare oltre i valori assoluti e di valutare la reale capacità della Calabria di attrarre i diversi mercati esteri. L’indice confronta il peso della regione nelle presenze italiane di ciascun paese con il peso medio della Calabria nel turismo nazionale. Valori superiori all’unità indicano una capacità di attrazione relativamente elevata; valori inferiori all’unità segnalano invece una presenza più debole di quanto ci si potrebbe attendere sulla base del peso complessivo della regione nel turismo italiano.

A una prima lettura il risultato appare netto: tra i principali mercati esteri soltanto la Repubblica Ceca presenta un indice superiore all’unità (1,65). Ciò significa che i turisti cechi scelgono la Calabria con una frequenza significativamente maggiore rispetto alla media dei visitatori che arrivano in Italia. Si tratta di un risultato coerente con la consolidata presenza dei flussi provenienti dall’Europa centro-orientale nelle principali località balneari della regione.

La distanza che separa la Repubblica Ceca dagli altri mercati è significativa. Nessun altro paese raggiunge infatti valori prossimi all’unità. Canada (0,68), Polonia (0,62), Ucraina (0,54) e Argentina (0,53) costituiscono il gruppo relativamente più favorevole, ma evidenziano comunque una capacità di attrazione inferiore alla media nazionale. La Calabria appare pertanto sovra-rappresentata in un solo mercato estero e sotto-rappresentata in tutti gli altri principali bacini di provenienza.

Più complessa appare invece la situazione dei grandi mercati europei. La Germania, pur rappresentando il principale mercato estero della Calabria in termini assoluti con oltre 500 mila presenze, registra un indice pari a 0,44. È probabilmente questo il dato più significativo dell’intera analisi. In altre parole, i turisti tedeschi arrivano numerosi in Calabria, ma in misura molto inferiore rispetto a quanto avviene nelle principali destinazioni italiane concorrenti. Una considerazione analoga vale per il Regno Unito (0,38) e soprattutto per la Francia (0,24), che evidenziano una capacità di attrazione relativamente modesta.

È proprio questa apparente contraddizione a rendere interessante la lettura dei dati. La Calabria non è assente dai principali mercati internazionali: tedeschi, britannici, francesi, svizzeri e austriaci sono presenti e contribuiscono in misura significativa ai flussi turistici regionali. Tuttavia, la loro incidenza risulta sistematicamente inferiore a quella osservata nel resto del Paese. Il problema, dunque, non sembra essere l’assenza di relazioni con i mercati internazionali, quanto piuttosto la limitata capacità della regione di intercettarne una quota più consistente.

Nel complesso, la Figura 2 restituisce l’immagine di una destinazione che mostra punti di forza in alcuni mercati specifici, ma che fatica ancora a consolidare una presenza competitiva nei principali bacini turistici internazionali. Più che una debolezza generalizzata, emerge una struttura della domanda estera fortemente selettiva, concentrata in pochi paesi e ancora poco diversificata rispetto a quella delle regioni italiane maggiormente inserite nei circuiti internazionali del turismo.

Questo risultato assume particolare rilevanza se si considera che la ripresa del turismo successiva alla pandemia è stata trainata soprattutto dalla componente internazionale. Mentre molte regioni italiane hanno beneficiato della crescita dei flussi provenienti dall’estero, la Calabria continua a dipendere in larga misura dal mercato nazionale e da un numero relativamente ristretto di paesi europei.

Naturalmente, questi dati non implicano che la regione sia priva di attrattività internazionale. Al contrario, esistono territori che mostrano una significativa capacità di attrazione verso la domanda estera. La provincia di Vibo Valentia, ad esempio, registra una quota di stranieri pari al 37,5%, quasi il doppio della media regionale, grazie soprattutto alla notorietà internazionale della Costa degli Dei. Tropea e Ricadi presentano quote di visitatori stranieri particolarmente elevate. Si tratta però di risultati concentrati in un unico sistema turistico locale, che non sembrano ancora tradursi in una più ampia internazionalizzazione dell’intero comparto regionale.

Se il primo limite strutturale del turismo calabrese è rappresentato dalla sua forte concentrazione territoriale, il secondo riguarda dunque la limitata capacità di attrarre domanda internazionale. La Calabria continua a partecipare solo marginalmente ai grandi flussi esteri diretti verso l’Italia e la sua presenza nei mercati internazionali appare ancora confinata a pochi segmenti specifici.

Comprendere le ragioni di questa debolezza è fondamentale per interpretare le prospettive future del settore. Prima di attribuirla esclusivamente a fattori di competitività, tuttavia, è opportuno distinguere tra diverse tipologie di turismo internazionale. Non tutti gli stranieri che arrivano in Calabria sono infatti turisti nel senso tradizionale del termine. Una parte dei flussi potrebbe essere collegata alla presenza delle comunità di origine calabrese residenti all’estero e ai fenomeni di ritorno nei luoghi delle proprie radici familiari.   Comprendere il peso effettivo di questi flussi è essenziale per valutare correttamente il grado di internazionalizzazione del turismo calabrese. Proprio questo tema sarà al centro del prossimo approfondimento. (fa e mm)

[Courtesy OpenCalabria)

Le madri sole, una povertà che richiede risposte urgenti

di GIUSY NURI Sappiamo da tempo che la povertà ha tanti volti, e uno di questi, pressoché sconosciuto, è quello delle cosiddette madri sole: nuclei monogenitoriali composti da donne con figli minori, tutte con storie diverse ma accomunate dalla condizione difficile di dover crescere un figlio senza avere un compagno accanto. Secondo i dati Istat, sono in forte ascesa – circa un milione e duecentomila in Italia, trentamila in Calabria.

Sono storie diverse: donne vittime di violenza che hanno denunciato il partner, donne separate o divorziate, vedove, ragazze madri che hanno detto no all’aborto accettando una maternità difficile. Volti che raccontano una povertà ancora nascosta e invisibile, soprattutto nelle regioni meridionali. Save the Children, nel dossier Le equilibriste. La maternità in Italia, ha raccontato gli ostacoli che queste donne affrontano per raggiungere autonomia economica e sociale, in quanto “single”, segmento particolarmente vulnerabile dell’universo femminile.

Nonostante la consapevolezza crescente, le madri sole restano invisibili agli occhi delle politiche pubbliche. Mancano interventi mirati, soprattutto sul piano fiscale, e chi affronta condizioni di ulteriore svantaggio – come la disabilità di un figlio o la condizione migrante – vive una doppia fragilità.

Proprio per dare una risposta concreta a questo grido di aiuto, il Centro Comunitario Agape favorì la nascita della Cooperativa Sociale Soleinsieme, con l’obiettivo di offrire alle donne un percorso di autonomia lavorativa e sociale, ma anche uno spazio di accoglienza e sostegno. Grazie alla Provincia di Reggio Calabria, guidata allora da Giuseppe Raffa, fu assegnato un bene confiscato in una zona centrale della città, dove nacque la Sartoria Sociale Soleinsieme: un progetto che unì istituzioni e realtà sociali, coinvolgendo anche i detenuti della Casa Circondariale di Arghillà in un percorso di giustizia riparativa per la ristrutturazione del bene.

Negli anni, la sartoria è cresciuta e si è trasformata: da semplice attività produttiva è diventata un luogo di incontro, ascolto e aggregazione, un punto di riferimento per le donne del territorio. Da questa evoluzione è nato lo Spazio Donna, un ambiente accogliente dove si intrecciano creatività, diritti, salute, benessere e orientamento. Qui le donne trovano percorsi personalizzati, laboratori esperienziali e momenti di confronto che favoriscono la crescita personale e la costruzione di nuove opportunità.

Lo Spazio Donna rappresenta oggi la naturale evoluzione della storia di Soleinsieme: dalla stoffa alle storie, dal lavoro alla cura, dalla manualità alla relazione. È un modello di welfare comunitario che continua a rispondere ai bisogni di lavoro, ascolto e sostegno psicologico, con attenzione alle nuove fragilità dell’infanzia e dell’adolescenza.

Nel 2015, su impulso della Comunità Agape, fu presentato un progetto di legge per il sostegno delle famiglie monogenitoriali in difficoltà, approvato all’unanimità dalla Commissione Politiche Sociali ma poi naufragato per mancanza di copertura finanziaria. Sarebbe un segnale importante se quella iniziativa venisse ripresa dall’attuale governo regionale, per costruire alleanze tra istituzioni e terzo settore e favorire politiche di inclusione e autonomia per queste madri coraggio, che hanno diritto a essere ascoltate e a non essere lasciate sole.

(Presidente Cooperativa

Soleinsieme)

Rapporto Bankitalia, Nel 2025 il Pil della Calabria 1,1%: È il più alto del Sud e del Paese

di ANTONIETTA MARIA STRATINel 2025 il Pil della Calabria è il più alto del Sud e dell’Italia. È quanto emerso dal rapporto annuale L’Economia della Calabria di Bankitalia, che rileva come nella nostra regione il Prodotto Interno Lordo sia aumentato dell’1,1%, un valore superiore a quello osservato nel Mezzogiorno e nel Paese. Dati che si aggiungono a quelli appena rilasciati dalla Svimez, che certificano come «per il quarto anno consecutivo il Sud è cresciuto più della media italiana. I dati a consuntivo del 2025 registrano un PIL delle regioni meridionali aumentato dello 0,7%, rispetto allo 0,5% del centro-nord, con un tasso di crescita, però, inferiore al 2024 quando raggiunse l’1%».

«Non avveniva da molti anni – scrive la Svimez – dal periodo del boom economico del dopoguerra. Preoccupa, però, il dato del divario di crescita dell’Italia rispetto all’Unione europea. Se nel 2025 il Pil nazionale è cresciuto di mezzo punto percentuale, al di sotto anche dello 0,8% del 2024, resta stabilmente inferiore alla media Ue a 27, +1,5%. La Spagna prosegue la sua significativa espansione +2,8%, la Francia si attesta allo 0,8%, la Germania, invece, dopo la recessione del biennio precedente, è ferma a un modesto 0,2%», mentre Bankitalia rileva come «le aspettative per il 2026 risentono degli effetti derivanti dal conflitto in Medio Oriente, che ha già determinato un deterioramento della fiducia delle famiglie e delle imprese».

Nell’industria in senso stretto – si legge nel rapporto di Bankitalia – le vendite sono aumentate in misura moderata; l’attività di investimento si è mantenuta sui livelli dell’anno precedente, ancora favorita dall’ampio ricorso agli incentivi fiscali, tra i quali quelli legati alla Zona economica speciale per il Mezzogiorno (Zes unica). Gli scambi con l’estero hanno continuato ad espandersi per il quinto anno consecutivo, superando il miliardo di euro; l’incidenza sul Pil, seppur in crescita, rimane contenuta. Il settore delle costruzioni ha evidenziato un miglioramento, beneficiando dell’avanzamento dei lavori pubblici, in parte connesso alla prosecuzione degli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

«Nel triennio 2022-25 gli investimenti in opere pubbliche sono quasi raddoppiati – scrive la Svimez – in entrambe le aree del Paese: +88,3% al Sud e +87,8% al Centro-nord. Si registra, inoltre, una certa variabilità tra le singole regioni ma comunque in un contesto di crescita che per tutte, ad eccezione di Trentino Alto-Adige (regione a statuto speciale) e Abruzzo (dove la componente privata ha “corso”), è stato superiore al 60%. Le regioni che hanno fatto segnare gli incrementi più rilevanti sono il Friuli – Venezia Giulia , la Valle d’Aosta, il Lazio, la Toscana, la Puglia e la Calabria».

Le compravendite di abitazioni – scrive invece Bankitalia – sono tornate a crescere; i prezzi sono saliti, proseguendo la tendenza in atto negli anni più recenti. Anche nel terziario l’attività è aumentata. Le presenze turistiche sono cresciute sensibilmente, principalmente nella componente straniera. Gli aeroporti regionali hanno superato i 4 milioni di passeggeri, grazie all’incremento dei voli, che restano maggiormente concentrati nella stagione estiva, soprattutto quelli internazionali. I traffici di container presso il porto di Gioia Tauro – fortemente specializzato nel transhipment – hanno raggiunto un nuovo picco storico».

Lo scalo, infatti, segna un nuovo record con una movimentazione container, nel 2025, di circa 4,5 milioni di Teu, in aumento del 14% sull’anno precedente. Si tratta – evidenzia il rapporto – di circa un terzo del totale del trasporto di container in Italia.

La redditività è rimasta positiva per la maggior parte delle imprese, favorendo un ulteriore incremento della liquidità aziendale, che si collocava già su livelli storicamente elevati. Il settore produttivo regionale, pur avendo registrato negli ultimi anni un lieve rafforzamento della dimensione media delle imprese, resta ancora fortemente polarizzato su realtà di piccola scala. La capacità innovativa e l’intensità brevettuale regionale continuano ad essere tra le più basse del Paese.

Prendendo in prestito i dati dalla Svimez, si può notare come «nel Sud spicca il dato dell’Abruzzo +1,9%, grazie al traino dell’industria e, in particolare, delle costruzioni. Anche la Campania registra un buon risultato con una crescita dello 0,9%, la Calabria fa meglio della media nazionale con uno 0,8%».

Nel 2025 – scrive Bankitalia – l’occupazione in Calabria è cresciuta più intensamente che nel Mezzogiorno e nella media nazionale, con un aumento sia dei lavoratori dipendenti sia, in misura più marcata, degli autonomi. Il miglioramento si colloca in un contesto caratterizzato da una dinamica salariale di lungo periodo meno favorevole rispetto al resto del Paese, anche legata alla perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni accumulata nel biennio 2022-23 e non ancora pienamente recuperata. La crescita dell’occupazione si è accompagnata a una riduzione delle persone in cerca di lavoro, a fronte di una quota di soggetti inattivi rimasta stabile su livelli elevati nel confronto con la media nazionale.

Il reddito reale delle famiglie calabresi ha continuato a crescere, sostenuto dall’espansione dell’occupazione. Pur in presenza di una lieve ripresa dell’inflazione, i consumi hanno mostrato una dinamica positiva, in miglioramento rispetto al biennio precedente, beneficiando anche dell’incremento dei flussi turistici; è rimasto ampio il ricorso al credito al consumo.

La dinamica dei prestiti al settore privato non finanziario si è rafforzata, sospinta dall’intensificarsi della crescita del credito alle aziende di medie e grandi dimensioni e dalla ripresa dei mutui abitativi alle famiglie. Il costo dei finanziamenti si è ridotto per le imprese, mentre è rimasto pressoché stabile per le famiglie. Il tasso di deterioramento del credito è diminuito per le imprese, collocandosi su un livello prossimo al valore medio nazionale e inferiore a quello del Mezzogiorno; per le famiglie consumatrici l’indicatore è rimasto stabile. L’espansione dei depositi bancari si è intensificata, soprattutto per il settore produttivo; il valore di mercato dei titoli in custodia ha continuato a crescere, anche se a un ritmo meno intenso dell’anno precedente. La rete degli sportelli bancari presenti sul territorio regionale si è ulteriormente ridimensionata.

Bankitalia, poi, ha rilevato come «la situazione di bilancio è migliorata per la Regione, che ha conseguito il pieno rientro dal disavanzo; per le Province e i Comuni permane invece una condizione meno favorevole rispetto al complesso degli enti locali a livello nazionale. Nel triennio 2022-24 è proseguito il processo di digitalizzazione dei Comuni calabresi, favorito anche dall’aumento della spesa per investimenti in nuove tecnologie; nel confronto nazionale persistono tuttavia ritardi nell’erogazione dei servizi online».

Rilevante, poi, il contributo del turismo per l’economia regionale: rispetto alla media nazionale, la spesa turistica incide in misura più elevata sui consumi interni e il settore dell’ospitalità assorbe una quota maggiore di occupazione, soprattutto nei mesi estivi; tuttavia, anche per l’ampio ricorso a forme contrattuali flessibili, i livelli retributivi risultano inferiori a quelli medi degli altri settori.

«Il comparto turistico in regione – si legge – presenta ancora ampi margini di crescita. L’intensità turistica – misurata dal rapporto tra presenze e popolazione residente – è inferiore al dato nazionale; nell’ultimo decennio le presenze sono aumentate ma meno della media del Paese, risentendo di un recupero più lento nella fase post-pandemica. Il settore si caratterizza ancora per una forte concentrazione sulle aree costiere, un’elevata stagionalità e una minore incidenza delle presenze straniere».

La dotazione di posti letto relativamente più ampia in rapporto agli abitanti si associa a un più basso grado di utilizzo delle strutture alberghiere, che si allinea ai valori nazionali solo nei mesi di luglio e agosto. La qualità delle strutture risulta in miglioramento, anche se resta più contenuto in regione il peso di quelle di fascia più alta. L’offerta ricettiva presenta una dimensione media più elevata, in riduzione negli ultimi anni anche per l’ingresso sul mercato di piccoli operatori del comparto extra alberghiero. L’incidenza degli affitti brevi risulta inferiore rispetto alla media nazionale, nonostante una maggiore disponibilità di abitazioni non occupate (vuote o utilizzate da non residenti). «I dati diffusi dalla Banca d’Italia rappresentano una positiva notizia per la Calabria e confermano che la nostra regione sta cambiando passo». È quanto afferma il Presidente del Consiglio regionale della Calabria, Salvatore Cirillo.

«La crescita del Pil dell’1,1%, superiore alla media del Mezzogiorno e dell’Italia, l’aumento dell’occupazione del 3,8%, il calo della disoccupazione, l’export cresciuto del 10,8% e il nuovo record del porto di Gioia Tauro raccontano una Calabria più dinamica, più competitiva e più fiduciosa».

«Questi dati vanno letti dentro il percorso avviato in questi anni dal governo regionale guidato da Roberto Occhiuto. Un’azione seria, concreta e determinata, che sta producendo effetti misurabili sull’economia, sul lavoro, sulle infrastrutture e sulla capacità della Calabria di attrarre investimenti e opportunità».

«Non si tratta di un punto di arrivo, ma di una solida base da cui ripartire per costruire il futuro della nostra terra. La strada intrapresa è quella giusta. Come Consiglio regionale, in piena sintonia con l’esecutivo, continueremo a sostenere ogni iniziativa utile a consolidare questa crescita, creare nuova occupazione e valorizzare i territori, per fare della Calabria una protagonista centrale e propositiva nel contesto del Mezzogiorno e dell’intero Paese», conclude Cirillo.

«Il rapporto annuale della Banca d’Italia certifica in maniera autorevole la solidità dell’azione di governo portata avanti dalla Regione Calabria sotto la guida del presidente Roberto Occhiuto e della maggioranza di centrodestra». È quanto afferma il vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria, Giacomo Crinò, commentando i dati contenuti nell’ultimo rapporto sull’economia regionale.

«Conti in ordine, crescita dell’export del 10,8%, aumento degli investimenti e dell’occupazione delineano una Calabria che ha cambiato passo. Sono risultati che premiano una visione politica chiara, una gestione responsabile delle risorse pubbliche e un lavoro quotidiano che continua a produrre effetti concreti sul territorio. La sfida adesso è consolidare questi traguardi e proseguire con determinazione lungo il percorso di crescita e sviluppo intrapreso». (ams)

Tre km di mare e decenni di distanza: Il dibattito che manca allo Stretto

di MASSIMO MASTRUZZO – Negli ultimi mesi il progetto del collegamento stabile tra Sicilia e continente è tornato al centro del dibattito pubblico nazionale. Come spesso accade in Italia quando si parla di grandi opere, il confronto si è rapidamente trasformato in uno scontro ideologico: favorevoli contro contrari, sostenitori dello sviluppo contro difensori dello status quo, visioni politiche contrapposte che finiscono per oscurare la questione più importante.

Perché il vero tema non è il Ponte.

Il vero tema è il rapporto che l’Italia ha avuto con il proprio Mezzogiorno negli ultimi decenni e la difficoltà di affrontare con onestà intellettuale il problema del divario infrastrutturale che continua a separare una parte del Paese dal resto della nazione.

È difficile negare che il Centro-Nord abbia beneficiato della gran parte degli investimenti destinati all’Alta Velocità ferroviaria. La dorsale Torino-Milano-Bologna-Firenze-Roma-Napoli rappresenta una delle più importanti opere infrastrutturali realizzate in Italia e ha contribuito in modo decisivo alla crescita della mobilità, della competitività e dell’integrazione economica di vaste aree del Paese.

Allo stesso tempo, però, è altrettanto difficile ignorare che gran parte del Mezzogiorno sia rimasta esclusa da questo processo.

Oggi la rete ferroviaria italiana ad Alta Velocità, quella progettata per velocità comprese tra 250 e 300 km/h, si interrompe sostanzialmente a Salerno. Calabria, Basilicata, Molise e Sicilia non dispongono di infrastrutture comparabili a quelle presenti lungo l’asse principale del Paese. La Sicilia, in particolare, non possiede alcuna linea AV nel senso tecnico del termine e persino i grandi investimenti in corso sulla direttrice Palermo-Catania-Messina prevedono prestazioni inferiori rispetto alle linee storiche del Centro-Nord.

Si tratta di una realtà oggettiva che raramente occupa il centro del dibattito pubblico nazionale.

Eppure, mentre si discute del costo del collegamento stabile sullo Stretto, spesso si dimentica che l’Italia ha già investito e continua a investire decine di miliardi di euro in altre infrastrutture ferroviarie strategiche.

La sola direttrice Milano-Venezia, con particolare riferimento alla tratta Brescia-Verona-Padova, comporta investimenti che raggiungono valori per chilometro superiori a quelli delle prime linee AV italiane. Il Terzo Valico dei Giovi, le opere di accesso al Brennero, la Torino-Lione e i grandi nodi ferroviari di Bologna, Firenze e Roma hanno assorbito e assorbiranno complessivamente decine di miliardi di euro.

Nessuno mette seriamente in discussione la loro funzione strategica. Ed è giusto che sia così.

Le infrastrutture servono a creare sviluppo, ridurre le distanze, aumentare la competitività e migliorare la qualità della vita dei cittadini.

La domanda che molti si pongono è dunque un’altra: perché quando si investe nel Nord si parla quasi esclusivamente di opportunità, mentre quando si investe nel Sud il dibattito sembra concentrarsi soprattutto sui costi?

Naturalmente il collegamento stabile sullo Stretto può e deve essere sottoposto a valutazioni rigorose. È legittimo interrogarsi sulla sostenibilità economica dell’opera, sui tempi di realizzazione, sugli aspetti ambientali e sulle priorità della spesa pubblica.

Ma un confronto serio dovrebbe analizzare anche ciò che questa infrastruttura potrebbe produrre in termini di benefici economici, logistici e territoriali.

Oggi l’attraversamento dello Stretto rappresenta uno dei principali colli di bottiglia della mobilità italiana. I treni che collegano Sicilia e continente devono ancora affrontare procedure di traghettamento che comportano tempi di attesa e operazioni incompatibili con una moderna rete ferroviaria ad alte prestazioni.

Non si tratta di una questione simbolica o ideologica.

Si tratta di un limite infrastrutturale reale che interrompe la continuità della rete nazionale.

Il fattore tempo: la vera infrastruttura del XXI secolo

Nel dibattito sul Ponte si parla molto di denaro e troppo poco di tempo.

Eppure tutte le grandi rivoluzioni infrastrutturali degli ultimi decenni sono nate da un obiettivo preciso: ridurre il tempo necessario per spostare persone e merci.

La storia dell’Alta Velocità italiana ne è la dimostrazione più evidente.

Quando Milano e Roma sono state collegate da una rete ferroviaria moderna, i tempi di percorrenza si sono ridotti drasticamente. Quel cambiamento non ha semplicemente migliorato il trasporto ferroviario: ha modificato il modo in cui le due principali aree economiche del Paese si relazionano tra loro.

Ridurre i tempi significa avvicinare territori, ampliare i mercati del lavoro, favorire gli investimenti, attrarre imprese, incrementare il turismo e rendere più efficiente l’intero sistema economico.

Oggi, invece, una parte significativa del Mezzogiorno continua a trovarsi in una condizione di distanza temporale dal resto del Paese che appare sempre meno compatibile con le esigenze di una moderna economia europea.

Raggiungere Palermo da Roma in treno richiede ancora circa undici o dodici ore. Per Catania si sfiorano frequentemente le dieci ore. Anche i collegamenti con la Calabria rimangono significativamente più lenti rispetto agli standard delle principali direttrici nazionali.

Il completamento della linea AV/AC Salerno-Reggio Calabria, insieme al collegamento stabile sullo Stretto e agli interventi di ammodernamento ferroviario in Sicilia, potrebbe modificare radicalmente questo scenario.

Le stime oggi disponibili indicano una significativa riduzione dei tempi di percorrenza tra il Centro Italia e l’estremo Sud della penisola. Roma e Reggio Calabria potrebbero essere collegate in poco più di tre ore e mezza. Roma e Messina potrebbero avvicinarsi alle quattro ore. Palermo e Catania diverrebbero sensibilmente più accessibili rispetto alla situazione attuale.

Naturalmente questi risultati non dipenderebbero esclusivamente dal collegamento stabile sullo Stretto. Sarebbero il frutto di un sistema infrastrutturale integrato composto da nuove linee ferroviarie, tecnologie più moderne e collegamenti più efficienti.

Tuttavia è difficile immaginare una piena continuità ferroviaria tra Sicilia e continente senza il superamento dell’attuale interruzione rappresentata dallo Stretto.

Ed è proprio questo il punto.

Nel XXI secolo la competitività di un territorio si misura sempre più in ore e minuti.

Le regioni che restano lontane dalle grandi reti di trasporto rischiano inevitabilmente di perdere attrattività, investimenti e opportunità di crescita. Al contrario, quelle che vengono integrate nei principali corridoi logistici e ferroviari europei acquisiscono nuove possibilità di sviluppo.

La riduzione delle distanze temporali non è un lusso.

È una condizione essenziale per garantire pari opportunità economiche e sociali ai cittadini.

Il Mezzogiorno lontano da se stesso

Esiste poi un aspetto del dibattito infrastrutturale che raramente trova spazio nel confronto pubblico nazionale.

Quando si parla di divario tra Nord e Sud, l’attenzione si concentra quasi sempre sui collegamenti verso Roma, Milano o Torino. Eppure una delle principali criticità del Mezzogiorno riguarda i collegamenti interni tra le stesse regioni meridionali.

Paradossalmente, il Sud non è soltanto lontano dal Nord. In molti casi è lontano da sé stesso.

Spostarsi tra due città del Mezzogiorno può richiedere tempi incompatibili con le esigenze di una moderna economia europea. Collegamenti che in linea d’aria separano territori relativamente vicini diventano viaggi lunghi, complessi e spesso poco competitivi.

Basta osservare alcuni esempi concreti. Raggiungere Vibo Valentia partendo da Lecce può richiedere tempi di viaggio superiori a quelli necessari per attraversare alcune nazioni europee. Situazioni analoghe si riscontrano nei collegamenti tra Calabria e Puglia, tra Basilicata e Calabria, tra Molise e Puglia o tra Sicilia e resto del Sud.

Questa frammentazione infrastrutturale produce conseguenze economiche rilevanti.

Le imprese incontrano maggiori difficoltà nel costruire filiere produttive integrate. I lavoratori vedono ridursi le opportunità di mobilità professionale. Gli studenti universitari affrontano spostamenti più lunghi e costosi. Il turismo stesso risente della difficoltà di creare itinerari rapidi e competitivi tra territori che potrebbero invece rappresentare un unico grande sistema economico e culturale.

Per questo motivo il tema delle infrastrutture nel Mezzogiorno non può essere affrontato esclusivamente come una questione di collegamento con il Nord Italia.

La vera sfida consiste nel costruire una rete capace di connettere efficacemente il Sud con il resto del Paese ma anche il Sud con sé stesso.

In questa prospettiva, opere come la Napoli-Bari, la Salerno-Reggio Calabria, il potenziamento della Palermo-Catania-Messina e il collegamento stabile sullo Stretto non rappresentano interventi isolati, ma parti di un unico disegno infrastrutturale destinato a ridurre le distanze interne del Mezzogiorno e a trasformare territori oggi separati in un sistema maggiormente integrato.

Un’opera che riguarda l’Italia, non soltanto Sicilia e Calabria

Non è un caso che l’Unione Europea consideri il collegamento stabile dello Stretto uno degli elementi strategici del corridoio Scandinavia-Mediterraneo, una delle principali direttrici della rete TEN-T destinata a collegare il Nord Europa al Mediterraneo.

L’opera non viene considerata rilevante perché rappresenta un simbolo politico.

Viene considerata rilevante perché costituisce l’anello mancante di una catena infrastrutturale che dovrebbe garantire continuità ai flussi ferroviari e logistici lungo uno degli assi più importanti del continente.

Per questo motivo ridurre il dibattito a una semplice contrapposizione tra favorevoli e contrari rischia di essere un errore.

La vera domanda non è se il collegamento stabile sullo Stretto sia una grande opera.

Lo è. Così come lo sono state la Milano-Bologna, il Terzo Valico, il Brennero o la Torino-Lione.

La vera domanda è se l’Italia intenda affrontare finalmente il tema dell’integrazione infrastrutturale del Mezzogiorno con lo stesso approccio utilizzato per altre aree del Paese.

Per decenni il Sud ha accumulato ritardi infrastrutturali che continuano a pesare sulla competitività delle imprese, sulla mobilità dei cittadini e sulla capacità di attrarre investimenti.

Discutere il progetto è legittimo. Criticarlo è legittimo. Persino respingerlo, se studi e valutazioni dimostrassero che esistono soluzioni migliori, sarebbe legittimo.

Ciò che appare sempre meno accettabile è che il confronto si sviluppi quasi esclusivamente sul terreno dell’appartenenza politica e dell’ideologia.

Perché un’opera di questa portata non dovrebbe essere valutata in base a chi la propone o a chi la contesta.

Dovrebbe essere valutata in base a una domanda molto più semplice: quale Italia vogliamo costruire nei prossimi cinquant’anni?

Un’Italia in cui una parte del territorio continua a rimanere strutturalmente più distante dal resto del Paese oppure un’Italia che prova finalmente a completare la propria rete infrastrutturale e a garantire a tutti i cittadini le stesse opportunità di mobilità, sviluppo e crescita.Perché, in fondo, il collegamento stabile tra Sicilia e continente non riguarda soltanto l’attraversamento di tre chilometri di mare.

Riguarda il modo in cui una nazione decide di connettere le proprie comunità, di distribuire opportunità e di costruire il proprio futuro.

Per decenni l’Italia ha investito per accorciare le distanze tra le aree più sviluppate del Paese.

Oggi la vera sfida è capire se intenda fare lo stesso con quelle che sono rimaste più lontane.

Il dibattito dovrebbe partire da qui. Non dalla domanda su chi sia favorevole o contrario.

Ma dalla domanda se sia accettabile che milioni di cittadini continuino a vivere in territori che impiegano il doppio del tempo per raggiungere il resto del Paese, che dispongono di collegamenti meno efficienti e che restano ai margini delle principali reti europee di trasporto. Perché la velocità non è soltanto una questione ferroviaria.

È una questione di diritti, opportunità e competitività. Ed è su questo terreno che dovrebbe misurarsi il confronto pubblico, se davvero si vuole discutere del futuro del Mezzogiorno e dell’Italia intera. (mm)

(Direttivo Nazionale MET – Movimento Equità Territoriale)

La clamorosa inchiesta della Procura di Roma: un terremoto giudiziario non farà crollare il Ponte

di SANTO STRATI  – La Procura di Roma ha fatto sapere attraverso una nota di aver aperto un’indagine per “corruzione e rivelazione del segreto d’ufficio” contro l’ex Presidente aggiunto della Corte  dei Conti, Tommaso Miele, l’ex componente del Consiglio di Amministrazione della Società Stretto di Messina, avv. Giacomo Francesco Saccomanno, e l’imprenditore reggino, residente a Roma, Vincenzo Virgiglio.  La Procura romana ha incaricato i carabinieri del Ros a eseguire un decreto di perquisizione a carico dei tre indagati: sono stati sequestrati cellulari e altri dispositivi elettronici e documenti che – secondo quanto riferisce la nota della Procura – “verranno sottoposti a specifiche valutazioni e analisi per appurarne la valenza probatoria in relazione alle ipotesi di reato contestate”.

Le indagini, come spiega la nota della Procura di Roma, “hanno documentato le condotte dei tre – indagati, in concorso tra loro, per corruzione per l’esercizio della funzione, corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione attiva da parte di pubblico ufficiale e rivelazione ed utilizzazione di segreti d’ufficio – tese a condizionare l’esame di legittimità della Corte dei Conti sull’approvazione del progetto definitivo per la realizzazione dell’opera pubblica ‘Ponte sullo Stretto di Messina’”.

Un vero e proprio terremoto giudiziario “contro” il Ponte, che arriva a poche settimane dalla prevista consegna delle risposte della Società Stretto di Messina ai rilievi mossi dalla Corte dei Conti con la sentenza del 29 ottobre scorso che ha bocciato la delibera del Cipess che dava il via alla costruzione dell’Opera sullo Stretto. Non sarà questo, comunque a bloccare l’iter del progetto che, com’è noto, si trova ad avere numerosi “avversari” più per pura ideologia che per concrete valutazioni di carattere scientifico.                      

Il Ponte, non è un mistero, non piace alla Sinistra perché è un progetto di “destra” (anche se piaceva a Prodi e a molti esponenti dell’Ulivo prima che Monti ne decretasse nel 2011 la fine) e questo ha fatto sì che il confronto si sia spostato dal piano scientifico (se soltanto si facessero parlare gli scienziati e solo chi ha la competenza per farlo) a quello ideologico. Un progetto faraonico che l’Europa ci chiede e che non collega due sponde, bensì l’Europa al Mediterraneo, ipotizzando un hub di sviluppo del territorio calabro e siculo senza precedenti. E con le conseguenti positività derivanti dalla costruzione dell’Opera: ovvero l’alta Velocità ferroviaria e la nuova Statale 106. Senza queste due infrastrutture il Ponte non avrebbe senso, quindi è facile immaginare che la costruzione del Ponte sarebbe condizionata alla realizzazione della vera Alta Velocità (Roma-Reggio in tre ore non è un sogno irrealizzabile) e di tutte le altre opere stradali di collegamento che darebbero vita a una seria “rivoluzione” nella mobilità calabrese e siciliana. E non dimentichiamo il ruolo strategico del Porto di Gioia Tauro in questo disegno grandioso che è avversato da chi non ama il Mezzogiorno.

Con questo sia chiaro che a nessuno è permessa alcuna allusione a “inchieste a orologeria”, perché il lavoro delle Procure merita il massimo rispetto e la legalità è l’unico baluardo a difesa della democrazia. Certo, se l’inchiesta dovesse diventare – secondo uno standard ormai consolidata – molto lunga, non aiuterà a snellire l’iter procedurale che dovra condurre a una nuova deliberazione del Cipess e a un nuovo esame della Corte dei Conti.

Secondo la nota della Procura, “L’avvocato e l’imprenditore, al fine di condizionare l’esame della Corte dei Conti in favore della società ‘Stretto di Messina Spa’, avrebbero avvicinato il giudice contabile promettendogli il loro appoggio per ricoprire cariche in enti di diritto pubblico dopo il suo pensionamento, subordinandolo alla sua fattiva azione per il concretizzarsi dell’esigenza citata. I due avrebbero anche tentato di avvicinare altri magistrati ritenuti utili agli interessi del gruppo per la realizzazione dell’opera infrastrutturale e rivelato, a soggetti terzi, notizie coperte da segreto, acquisite dal giudice della Corte dei Conti indagato. Quest’ultimo, dal canto suo, secondo l’accusa, avrebbe offerto la propria disponibilità, fornendo costanti aggiornamenti sull’andamento della procedura condotta dalla Corte Contabile, rivelando informazioni riservate sugli orientamenti dei colleghi magistrati contabili e sullo sviluppo della relativa Camera di Consiglio in adunanza plenaria della Corte stessa”.

Sono accuse molto pesanti che gettano molte ombre sull’intera vicenda del Ponte che ha sempre seguito i massimi criteri di trasparenza. Sono accuse che – ci auguriamo – dovrebbero essere supportate da una montagna di documenti inoppugnabili: perché ci sia corruzione ci deve essere un “corruttore” e un “corrotto”. Falcone diceva “seguite i soldi”: la Procura ha trovato la “pistola fumante” con un giro di denato sospetto?
Perché, intanto, è stata messa sotto le scarpe la reputazione di tre persone che – fino a quando una sentenza non dichiarerà il contrario – sono persone per bene, inserite nella società.

Quali benefici personali sarebbero derivati da queste presunte azioni corruttive e dalla rivelazione di segreti che tali non potrebbero non essere, visto che la sentenza della Corte dei Conti è pubblica e non “riservata”. E quali vantaggi ne sarebbero derivati alla Società Stretto di Messina che si è vista bocciare il progetto da una sentenza sfavorevole, perdendo praticamente un anno nell’iter realizzativo?

A queste domande ci saranno risposte, ci auguriamo, rapide, perché diversamente si sarà costretti a pensare che, ancora una volta, la cultura del sospetto e l’inosservanza del dettato costituzionale sulla presunzione d’innocenza possono distruggere carriere onorate e vite private.

Esempi di malagiustizia ce ne sono fin troppi. Si chiede solo una giustizia rapida che dia risposte.

Ne hanno diritto i tre indagati, su cui il fango mediatico è già partito e sarà impossibile da ripulire, ove dovessero risultare “non colpevoli”.

Ma, intanto, ancora una volta un avviso di garanzia non tutela l’indagato, ma legittima una “condanna” mediatica irreversibile e non oppugnabile.

La Calabria vola, ma solo a metà: troppe criticità negli aeroporti

di LEO BERENOVIC – C’è un’immagine che continua a tornarmi in mente: l’aereo per Bruxelles che parte pieno, e la città che resta vuota. È un’immagine semplice, quasi banale, ma racconta tutto. Racconta una Calabria che vola, sì, ma vola solo a metà. Perché questo volo, che pure ha registrato un riempimento dell’83% – un numero dignitoso, persino buono per una rotta stagionale – non porta nessuno dentro. Porta via i calabresi, riporta chi vive fuori, ma non introduce nessuno alla regione. È un flusso monodirezionale, come monodirezionale è diventata la vita economica e sociale di Reggio Calabria.

E la cosa più evidente, quando sali su quell’aereo, è l’età media. Sui voli per la Spagna – Alicante, Malaga, Palma, Ibiza, Valencia – vedi famiglie con bambini, passeggini, giovani coppie, gruppi di amici, nonni che viaggiano con i nipoti. L’età media è tra i venticinque e i quarantacinque anni. È un’umanità che si muove per piacere, per scoprire, per vivere il Mediterraneo. Sull’aereo per Reggio, invece, siamo quasi tutti over cinquanta. Over sessanta. Pensionati. Emigrati di ritorno. Figli e nipoti che tornano a casa. È un volo di ritorno, non di scoperta. Un volo che porta via, non che porta dentro.

Eppure, quando parlo della Calabria Grecanica, succede qualcosa che mi sorprende ogni volta. Le persone si accendono. Mi dicono che è da anni che vogliono venire in Calabria. E non è una frase di cortesia: è reale. Perché ormai hanno già fatto tutto. Hanno visto la Sardegna, la Toscana, la Sicilia, il Lago di Garda, le Cinque Terre, le Dolomiti, le Alpi, Napoli, la Puglia. La Calabria è l’ultimo grande “non visto” d’Italia, l’ultima frontiera autentica del Mediterraneo. È il luogo che tutti desiderano, ma che nessuno sa come affrontare.

E qui arriva la parte che mi pesa di più: sono costretto a dire la verità. Dopo aver esaltato la Calabria in tutti i modi possibili, arriva inevitabile la domanda: “Come ci si arriva? Come ci si muove? Dove si dorme? Quanto ci vuole?”. E lì non posso mentire. Devo parlare delle strade, dei servizi, dei trasporti, della frammentazione, dell’assenza di un sistema. Devo dire che la bellezza non basta, che la potenzialità non diventa mai realtà.

C’è un numero che spiega tutto meglio di qualsiasi discorso: le presenze turistiche per abitante. È un indicatore semplice, quasi brutale, che misura quanto un territorio sia realmente attrattivo. La Calabria è ferma a 2,5 presenze per abitante. La Puglia è a otto. La Toscana a quindici. Il Trentino a venticinque. L’Algarve a trenta. Le Canarie a quaranta. Malta a cinquanta. Non è una differenza: è un abisso. E dentro quell’abisso ci sono le strade, i servizi, i trasporti, la comunicazione, l’organizzazione, la visione.

La Calabria sopravvive nei numeri grazie a cinque località turistiche. Tropea arriva a venticinque presenze per abitante, Praia a Mare supera le venti, Scalea si muove tra quindici e venti, Diamante tra dodici e quindici, Soverato intorno alle dieci. Il resto della regione è un deserto statistico, non di bellezza. La Calabria Grecanica, per esempio, ha meno di una presenza per abitante. Alcuni comuni arrivano al tristemente noto, zero virgola. Non perché non siano belli – anzi, sono tra i più affascinanti d’Europa – ma perché non sono raggiungibili, non sono organizzati, non sono raccontati.

E quando guardi cosa succede fuori, capisci ancora meglio il quadro. Dal Belgio, oggi, partono mediamente una quindicina di voli per il mare della Spagna, e in estate diventano una trentina. Dall’Olanda ne partono una media di trenta, in estate tra i quaranta e i cinquanta. Dalla Danimarca una quindicina, dalla Norvegia quasi una ventina. Per la Calabria, invece, dal Belgio partono due voli: uno per Reggio, uno per Lamezia. Dall’Olanda uno. Dalla Danimarca zero. Dalla Norvegia zero. La Spagna domina ovunque. Il Sud Italia regge. La Calabria non esiste.

E tutto questo ti torna in mente proprio quando arrivi a Reggio. L’aereo atterra, scendi, e dall’esterno la nuova aerostazione è bella, moderna, luminosa. Un biglietto da visita che altrove sarebbe la normalità, ma qui sembra quasi un miracolo. La guardi e pensi: “Ecco, forse qualcosa si muove”. Poi però ti ricordi che molti dei voli internazionali verranno sospesi nella stagione invernale, e quella facciata nuova diventa subito un simbolo fragile, un futuro che non riesce a diventare presente.

E appena metti piede fuori dall’aeroporto, la Calabria ti riprende per mano e ti riporta alla verità. Per andare a ritirare l’auto a noleggio devi camminare per centocinquanta metri. Niente di male, il problema non è la distanza: è dove e come la percorri. Esci dall’area aeroportuale vera e propria, quella dove per parcheggiare si paga, e ti ritrovi davanti a una rotonda completamente invasa dalle auto. Non un centimetro libero. Nessun marciapiede. Nessun percorso pedonale. Nessuna striscia. Cammini in mezzo alla rotonda con il trolley, sperando che chi arriva ti veda. Attraversi come puoi, senza un’indicazione, senza un segnale, senza un’idea di ordine.

Sbrigata la parte amministrativa del noleggio, vai a prendere l’auto. È parcheggiata a pochi metri, ma quei pochi metri sono un concentrato di tutto ciò che la Calabria non riesce a nascondere: spazzatura per strada, parcheggio selvaggio, buche nell’asfalto, segnaletica scolorita o assente. È come se la città ti dicesse: “Benvenuto. Questa è la verità. Prendila così com’è”. E tu la prendi. Perché la ami. Ma la vedi. E la racconti.

E allora il volo per Bruxelles diventa un simbolo ancora più chiaro. Non della marginalità, ma dell’occasione mancata. Una rotta che potrebbe essere annuale, stabile, strategica, e che invece resta appesa alla stagionalità come tutto il resto. Una rotta che funziona solo perché i calabresi all’estero non smettono di tornare, mentre chi dovrebbe arrivare per la prima volta non trova un motivo per farlo. Reggio continua a vivere in questa sospensione: abbastanza viva da non morire, troppo immobile per rinascere.

La Calabria è desiderata, ma non è pronta. È amata a distanza, ma non rassicura da vicino. È raccontata con entusiasmo, ma vissuta con fatica. È un luogo che incanta e poi disorienta. È un territorio che ha tutto, tranne ciò che serve per trasformare quel tutto in un sistema. (lb)

Ripartire dalla Calabria per rilanciare tutto il Paese: è un interesse nazionale

di DOMENICO NUNNARI – Oggi l’Italia  – ha scritto Walter Veltroni qualche settimana fa sul Corriere della Sera –: è un Paese fermo, immobile: crescita demografica sotto lo zero, stipendi fermi a prima del 1990, crescita del Pil che negli ultimi anni è stata tra le più basse del mondo, collocandoci al 182° posto su 196. Un Paese paralizzato da una politica incapace di trovare regole di funzionamento nitide che rendano efficiente, trasparente, razionale il rapporto tra esecutivo e parlamento, in un equilibrio che garantisca una stabilità autentica e una alternanza tra schieramenti ugualmente legittimi perché ancorati ai valori democratici e antifascisti della nostra Costituzione». Questa di Veltroni è la fotografia di un’Italia immobile come una statua di sale, drammaticamente stretta tra un Governo (Meloni) con grosso deficit di competenza che tira a campare e un’opposizione (Pd in prima fila) che ha una visione di futuro uguale a quella di un amministratore di condominio. Veltroni, saggista e narratore, è stato politico di primo piano, vice di Prodi a Palazzo Chigi, finito, in buona compagnia, ai margini della politica nella stagione grigia della strategia suicida dei partiti, che puntano ad escludere, non a includere, come accadeva nel tempo ormai lontano della politica pre-Tangentopoli.

Ma questo oggi passa il convento: ministri dai quali non compreremmo un’auto usata e politici dell’opposizione “buoni a nulla, ma capaci di tutto”, per dirla con Leo Longanesi. E il problema del Pd non è solo Elly Schlein; se guardiamo a chi c’è intorno alla Italo-svizzera-americana leader piddina, ci viene in mente quel trafiletto di Fortebraccio (pseudonimo di Mario Melloni, penna dall’ironia urticante, famoso negli anni Sessanta e Settanta) sull’Unità, quando scrisse: “Si fermò una macchina, s’aprì la portiera, non scese nessuno. Era Nicolazzi”. Franco Nicolazzi, piemontese, veterano della prima Repubblica, era ministro, esponente del Psdi; se cambiamo il nome, scegliendo uno a caso, tra quelli che stanno intorno a Elly, dalla macchina continuerà a non scendere nessuno. Il Pd [il campo largo] vorrebbe mandare a casa Meloni presto o alle prossime elezioni, ma per riuscirci serve un’idea di Paese, una strategia, una visione, che non c’è. L’unica cosa chiara, a sinistra, dove sono ammalati del complesso della superiorità (complesso che nasce in realtà da un profondo senso di inferiorità o insicurezza) è la confusione: “La sinistra è sparita. Da trent’anni non rappresenta più il popolo” (Copyright Massimo Cacciari).

Che fare, dunque? Ricette non ce ne sono e in ogni caso per scrivere una ricetta ci vuole il medico e il medico non c’è. Mancano strategie, manca l’idea di paese capace di tirarsi fuori dalle dipendenze e dalle subalternità esterne, per poter scrivere il futuro dell’Italia nella rivoluzione geopolitica mondiale in corso. Non è facile fare uscire dall’immobilismo l’Italia, o meglio le Italie, perché è inutile nascondere che sotto la stessa Costituzione convivono due paesi distinti e separati, che camminano in parallelo da sempre, mai insieme. Non vogliamo essere ripetitivi o apparire ossessionati da una antica irrisolta questione, ma il vulnus Nord-Sud [il nodo] è la grande ferita nazionale, mai rimarginata: il divario economico, infrastrutturale e sociale tra Settentrione e Mezzogiorno è come un corpo nato intero e poi mutilato già nella culla. L’aver tenuto separate le aree dello sviluppo e del sottosviluppo ha giovato a un modo di gestire la società civile e il mondo del lavoro in maniera utile soltanto alle esigenze della parte sociale dominante del Paese; al mondo del benessere e al mondo capitalistico, interessati entrambi più al dominio del mercato del lavoro che alla crescita armonica del paese.

Oggi, nell’Italia fondata sul lavoro solo sulla carta, ma in realtà basata sull’immobilismo e sulla confusione, i limiti del sistema emergono ancora più evidenti, ma nessuno vuole vederli; né la classe politica e ancora meno la classe intellettuale, che ha perso voce e autorevolezza, con la scomparsa della figura dell’intellettuale inteso come coscienza critica del proprio tempo; sostituito da ciarlatani mediatici che sfruttano una facciata di competenza e un linguaggio pseudo-accademico per sedurre il pubblico dei talk show. C’è stato un tempo in cui gli intellettuali, per esempio, erano in grado di rimproverare la classe dirigente per l’indifferenza e il disprezzo verso il Sud dell’Italia. Trovo, sul tema, un vecchio – vecchissimo – ritaglio del Corriere della Sera, con le critiche (lagnanze) del napoletano Raffaele La Capria, uno dei più grandi narratori del secolo passato: “L’Italia non sente più la voce del Sud,  siamo sempre fermi a Eboli; inutilmente Levi, Ortese, Tomasi di Lampedusa, Sciascia hanno denunciato e proposto, fatto analisi, ma la classe politica non è stata mai a livello della classe intellettuale, l’ha semplicemente ignorata, per inseguire le proprie trame non sempre lecite”. Si sperava, a quel tempo di La Capria, che la classe politica migliorasse, fosse in grado di raggiungere il livello di quella intellettuale, ma è successo il contrario: gli intellettuali, prigionieri di logiche spettacolari che oggi dominano l’industria culturale, si sono trasformati in star mediatiche, più funzionali alla creazione di consenso, che suscitatori di pensiero critico. Sono scesi loro, al livello della classe politica, nel frattempo scivolata più in basso, rispetto a quella – pur criticabile – sulla quale puntava il dito La Capria. L’aver fatto sparire dall’agenda governativa, politica, e sindacale, l’annosa questione delle disuguaglianze Nord Sud, significa aver fatto sparire il problema – centrale –  dell’unità nazionale italiana, dello sviluppo distorto.

L’anomalia delle due Italie, come causa della mancata evoluzione italiana, è stata spesso registrata più all’estero che da noi. Anni fa, a The Economist, appariva incomprensibile la questione italiana, per di più in una democrazia occidentale: “Mamma mia, un paese due economie”, titolava un’inchiesta del settimanale britannico sull’assurdità del dualismo italiano, e avvertiva: “Se  l’Italia vuole crescere dovrà trovare un modo per ridurre le sue divisioni interne”. Che fare? Il problema, resta quello: crescere insieme, convincendosi – tutti – che uno sviluppo armonico conviene al Paese intero. Si può cominciare col recuperare culture – come quella del Mezzogiorno – rimaste ai margini del contesto nazionale, pur avendo potenzialità in grado di contribuire efficacemente alla costruzione dell’identità nazionale. In questa prospettiva, la riconciliazione Nord-Sud, appare l’unica via per guarire ferite di vecchia data e lacerazioni nuove, per poi ripartire tutti assieme.

Rammendare l’Italia, era il suggerimento – a nome di tutta la Chiesa – fatto qualche anno fa dal cardinale Gualtiero Bassetti, predecessore al vertice della CEI del cardinale Matteo Zuppi: “Occorre – diceva Bassetti – una riconciliazione sui fondamenti del nostro vivere insieme; dalle Alpi a Lampedusa, siamo un unico Paese, siamo veramente fratelli e sorelle d’Italia, che si riconoscono come tali, non solo in virtù della lingua e del territorio, ma anche in virtù di valori comuni”. Parole inascoltate, mentre pregiudizi, vittimismo, rancore, razzismo strisciante, restano gli ostacoli principali alla ricucitura dell’Italia, a una vera, salutare, riconciliazione. Se non si rimuovono tutti questi ostacoli, dando agli italiani una aspettativa soddisfacente di futuro, c’è il pericolo, col perpetuarsi di una storia nazionale incompiuta, di finire tutti nella voragine del fallimento. “Rimuovere gli ostacoli”, non è fare un favore al Sud, è un dettato costituzionale, finora rimasto applicato. Recita l’articolo 3 della Costituzione: “…È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese…”. La centralità dei principi costituzionali, non dovrebbe essere messa in discussione, se si vuole davvero cambiare. Per cambiare, serve una rivoluzione culturale, un mutamento di mentalità, capace, prima di tutto, di svegliare le popolazioni del Sud dal sonno in cui dormono da molto tempo. Perché questo accada basterebbe osservare e rispettare la Costituzione; porre fine, all’idea di una presunta cronica inferiorità del Mezzogiorno; smetterla, con l’idea che una parte (un terzo abbondante) di Paese è freno allo sviluppo; allontanare, dalla mente di molti, l’idea che del Mezzogiorno converrebbe fare a meno e convincersi che senza questo pezzo meridionale di paese l’Italia in futuro non esisterà. Da dove partire, per ricucire quest’Italia sfilacciata? Bisognerebbe partire dalla Calabria, e non lo dico per senso di appartenenza a questa regione, ma perché la sfida è civile, economica, culturale, sociale, e la Calabria, che è Sud del sud, è l’emblema di tutti i mali del Mezzogiorno. Ha un senso partire dalla Calabria di oggi, regione che malgrado i ritardi e i problemi endemici, ha tutte le potenzialità per diventare modello di sviluppo proiettato nel Mediterraneo. Partire dalla Calabria è un’opportunità, per tutti. Perché, lo spieghiamo qui di seguito.

“La Calabria è forte”, dice lo scrittore e ambientalista Francesco Bevilacqua. E ha ragione. Se un territorio, da cui da più di un secolo e mezzo, uomini e donne vengono strappati alle famiglie, alle comunità d’origine, agli affetti, alla cultura e alle tradizioni, per andare a creare – con fatica e sudore – sviluppo e ricchezza in altre parti del mondo, vuol dire che è solido, che è forte nell’anima.

Se chi in Calabria resta, tra difficoltà enormi [tradimenti di Governi, partiti, sindacati, diritti violati, mancanza di lavoro, prepotenza mafiosa], e non si perde d’animo, ma cerca l’alba dentro l’imbrunire, metabolizza le crisi, resiste alla mafia, che lo Stato non riesce a sradicare, e progredisce malgrado tutto, vuol dire che possiede una forza morale tale capace di rispondere a ogni avversità e all’estrema solitudine.

Se chi abita in Calabria – nonostante il deficit civile innegabile e l’oppressione mafiosa – resta ancorato alla Costituzione, come o meglio di cittadini di altre regioni, vuol dire che in questa porzione di Sud esistono tutte le condizioni e le potenzialità per guardare al futuro, con speranza; che le delusioni e i rancori, comprensibili e giustificati, nei confronti dello Stato lontano, non hanno incrinato il sano sentimento nazionale dei calabresi, il loro senso di appartenenza all’Italia, come accadde\accade col nordismo della Lega e di élite politiche e culturali che hanno una visione distorta, dell’essere nazione tutti assieme, trovando inconsapevole ispirazione in quel “moderatismo risorgimentale” preunitario, che immaginava l’Italia divisa in due: con da una parte “un grasso Belgio” [il Nord profondamente inserito in Europa]  e dall’altra “l’Africa” [il Sud abbandonato a se stesso, cit. Giorgio Ruffolo, Un paese troppo lungo, Einaudi , 1991) ].

Quando si parla di Calabria, non bisogna pensare solo a chi vive nella regione di ormai scarsi due milioni di abitanti, ma anche alla Calabria della diaspora, anch’essa di quasi altri due milioni di anime, che in molte parti del mondo e della stessa Italia ha saputo plasmare il tessuto sociale, economico e culturale dei luoghi dove gli emigrati sono andati a vivere. Basterebbe leggere le interviste domenicali di Pino Nano su Calabria.Live, per rendersi conto del contributo [fondamentale] dei calabresi allo sviluppo delle regioni e delle città dove la ricerca di opportunità e lavoro li ha portati. Recentemente, Limes, l’importante rivista di geopolitica, diretta da Lucio Caracciolo, ha pubblicato un saggio di Lorenzo Noto (analista e studioso del Mediterraneo), con questo titolo: “Roma capitale della Calabria”, in cui si spiega che la comunità numericamente più ampia nella capitale d’Italia è quella calabrese: più di trecentomila residenti a Roma sono originari calabresi. Buona parte di loro è ai vertici di pubblica amministrazione, presidi sanitari, centri di ricerca ed enti economici e fa parte delle cosiddette  eccellenze. Sfatiamo dunque l’idea del calabrese pigro o incapace.

Se potessi dare un consiglio al presidente della Giunta regionale, Roberto Occhiuto, e anche ai sindaci delle maggiori città, e perché no anche dei centri minori, direi loro: “Sedetevi attorno a un tavolo, magari in campagna, sotto una pergola, mettetevi a ragionare tutti insieme, lasciate da parte tatticismi politici e appartenenze, che in questo momento storico non hanno senso. Tutti insieme potete contribuire a far diventare la Calabria prima regione d’Italia: basta crederci! Le condizioni ci sono, tutte. Alla Calabria di oggi non manca niente, sotto l’aspetto umano e culturale; manca molto per altri aspetti, ma è inutile fare elenchi di lagnanze. Ciò che serve chiedetelo, magari alzando la voce e tenendo la schiena dritta, e stop alle sudditanze. Ha fatto bene Occhiuto, a respingere al mittente le pretese a stelle e strisce trumpiane di allontanare i benemeriti medici cubani, che tanto stanno dando alla Calabria. Non servono elemosine, spiccioli, favoritismi, lezioni saccentelle di opinionisti tuttologi della domenica. Bisogna avere l’ambizione di fare bene, prestando attenzione ai centri del sapere, come le Università [l’Unical è l’esempio da imitare] ; occorre un’azione profondamente innovativa, imparando proprio dal metodo sperimentato con successo dell’Università della Calabria, che primeggia a livello mondiale. E l’Università Mediterranea di Reggio, con l’ottimo super attivo rettore Giuseppe Zimbalatti è sulla scia.

Il Signore abbia in gloria Beniamino Andreatta – ideatore e fondatore del campus di Arcavacata [fortemente voluto da Riccardo Misasi e Giacomo Mancini, due indimenticabili leader ] –  professore, economista e politico, una delle figure pubbliche più originali e creative del Novecento. Non bisogna dimenticarli i pionieri delle Università calabresi come Andreatta: a Reggio, va ricordato il politico ed esponente cattolico Giuseppe Reale; a Catanzaro, il magistrato e operatore culturale, promotore di molte battaglie civili, Salvatore Blasco. Ad Arcavacata i successori di Andreatta: Cesare Roda, Pietro Bucci, Rosario Aiello, Giuseppe Frega, Giovanni, Gino Mirocle Crisci e Nicola Leone, che hanno fatto volare in alto l’università. E dopo Nicola Leone, che ha dato una spinta decisiva per  la trasformazione dell’Università della Calabria in un’eccellenza internazionale, Gian Luigi Greco – scienziato di fama mondiale – ambisce a consolidare e migliorare gli eccellenti traguardi già raggiunti. L’obiettivo, per tutti, istituzioni, società civile, segmenti intermedi della società, dev’essere il raggiungimento di un posto in prima fila, nel cammino faticoso della Calabria verso il futuro. Bisogna, prima di tutto, costringere gli “altri”, a capovolgere lo sguardo sulla Calabria storicamente considerata un’anomalia: scivolata, nel corso della sua storia, verso una marginalità sempre più estrema, per colpe esterne, ma anche interne [mediocrità e sudditanza delle classi dirigenti, malaburocrazia, sistemi corruttivi e mafiosi] , fino a diventare fanalino di coda dell’Europa, appena un gradino sopra delle enclavi spagnole Ceuta e Melilla, in terra africana.

Per capire qual è stato il “mal di Calabria”, bisognerebbe analizzare pezzo a pezzo le stagioni che hanno scandito la vita di un popolo spesso privato della sua libertà e dei suoi diritti, elementi fondamentali in una società giusta e democratica. Bisognerebbe analizzare ogni cosa con scrupolo, partendo da memorie lontane e interrogarsi su com’è potuto accadere che la Calabria sia passata da una civiltà di cui l’Europa le è debitrice, ad una situazione di decadimento civile, economico e culturale inarrestabile. Ma, oggi, non è più tempo per queste analisi; anzi, non servono più. C’è l’ultimo treno che passa [l’innovazione e il Mediterraneo] e bisogna prenderlo al volo, guardare al futuro. I tempi – regionali, nazionali, internazionali – suggeriscono l’urgenza di agire, di essere concreti. Occhiuto, molto opportunamente, ha detto che “pacificazione” sarà la parola chiave di questo suo secondo mandato. Gli suggeriremmo di aggiungerne un’altra parola, quasi simile: riconciliazione.

La riconciliazione è lo scatto che manca alla Calabria che conserva ancora nella sua anima il rancore scaturito da quella sventurata vicenda del capoluogo regionale del 1970, quando città sorelle – Catanzaro e Reggio – entrarono in conflitto per responsabilità di uno Stato che pasticciò tanto, al punto di scatenare una guerra tra poveri. Allora, serviva una mediazione, ma lo Stato si rivelò come sempre un’entità lontana, incapace di comprendere, di ascoltare e di trovare una soluzione equa. Oggi, il primo passo è riconciliare la Calabria con se stessa, superare gli strascichi rancorosi di quel periodo infausto, che resta il nodo da sciogliere nella complessa storia della regione. Riconciliare la Calabria è necessario, per considerarsi calabresi tutti alla stessa maniera ed essere più forti, con l’obiettivo di portare la regione nel cuore [al centro] dello Stato. Nell’Italia, che ha un Governo con una leader potenzialmente capace, Giorgia Meloni, con però dentro casa incapaci e nostalgici del fascismo, e con un’opposizione irrilevante e inaffidabile, la Calabria può diventare laboratorio politico, e fare la differenza. Può diventare riferimento, per uscire dalla gabbia della polarizzazione che sta indebolendo la nostra democrazia. Se Occhiuto, che si sta ritagliando un ruolo interessante nella politica nazionale, imbocca la strada della riconciliazione della Calabria al suo interno, e poi col resto del Paese, l’antica derelitta regione Sud del sud potrà volare. Non si tratta di avere una visione ottimistica del futuro, bensì di capire che le traiettorie della storia a volte cambiano e certe occasioni sono irripetibili. La sfida vera – non solo per la Calabria, ma per l’Italia intera –, sta nel Mediterraneo; a patto che ci sia a livello governativo, consapevolezza che investire sulla marittimita’ italiana è nell’interesse nazionale. L’Italia ha bisogno del suo mare, la sua area di azione è il Mediterraneo, e la Calabria, con la possibilità – potenzialità che ha di diventare  «frontiera avanzata» dell’Italia, nell’ottica di rapporti intercontinentali con l’Africa e con l’Asia, può essere avanguardia e ponte dell’Occidente, verso l’Oriente e l’Africa del Nord. Questo ruolo le compete, per la sua storia antica, che risale al tempo della Magna Grecia, dell’epoca longobarda, bizantina, araba e normanna. Partire dalla Calabria – la cui posizione geopolitica è cruciale – con l’obiettivo di rilanciare il Paese è interesse nazionale. La Calabria, se si apre ad una narrazione nuova, sarà in grado di contribuire a fermare il declino di un paese dove, in mancanza di un progetto nazionale, altri si preparano a decidere per noi. È questo il rischio.

Elezioni: cambia il voto ma il sistema politico rimane immutato

di DOMENICO MAZZA – C’è un fenomeno reale che attraversa la mappa elettorale della Calabria e che merita di essere guardato con onestà, senza sconti per nessuno. Meno di un anno fa le urne regionali consegnavano al centrodestra una vittoria netta, quasi plebiscitaria. Un mandato chiaro. Una mappatura del suffragio distribuita in modo omogeneo tra le Province. Una direzione di marcia precisa.

Poi, nel giro di pochi mesi, lo stesso corpo elettorale ha detto no al referendum costituzionale sostenuto dal Governo centrale. E, pochi giorni fa, ha premiato coalizioni opposte in diverse tornate amministrative. Guardando ancora più indietro, il copione si ripete: un’alternanza che non segue linee ideologiche riconoscibili, ma sembra obbedire a logiche diverse ogni volta.

La domanda giusta non è “cosa c’è che non va negli elettori calabresi”. La riflessione è: perché questo pendolo oscilla così? E soprattutto: chi lo spinge?

Per capire la volatilità del voto bisogna prima accettare un fatto scomodo: non esiste un unico elettore calabrese che si contraddice. Esistono partite diverse, giocate su campi differenti e con regole alternative.

Nel voto nazionale e nei referendum si decide – o si crede di decidere – la direzione del Paese. È il livello più emotivo, più soggetto agli umori del momento, alle narrazioni dei media, alla figura del leader. Il voto diventa spesso un giudizio sul Governo in carica, più che una scelta programmatica.

Nel voto regionale entra in gioco la credibilità del candidato, la sua capacità di intercettare risorse, di gestire la sanità, di rappresentare il territorio a Roma. È un voto più pragmatico e meno ideologico.

Al livello comunale, infine, la politica nazionale quasi scompare. Contano la conoscenza diretta, la fiducia personale, le reti di prossimità. Le stesse reti che possono essere virtuose o clientelari. Spesso, entrambe le cose insieme.

Questa dissociazione non è una patologia esclusivamente calabrese. È un limite strutturale in tutto il Mezzogiorno. Ed è, in misura crescente, la rotta seguita anche nel resto d’Italia. Il problema non è che gli elettori abbiano difficoltà a comprendere. Piuttosto, sono i partiti stessi a presentarsi in modo radicalmente diverso a seconda del livello elettorale. Tale condizione rende razionalmente difficile mantenere una coerenza di voto.

La sfiducia non è ignoranza e le responsabilità vanno condivise

C’è un’interpretazione comoda e sbagliata della volatilità elettorale. Si pensa che sia figlia dell’ignoranza civica, della pigrizia, del disinteresse. È una chiave di lettura che dice molto di più su chi la formula che sugli elettori che descrive.

In un territorio come la Calabria, la sfiducia trasversale verso qualunque coalizione non è cinismo. È esperienza accumulata. D’altronde, con decenni di promesse disattese alle spalle, una sanità commissariata per anni, infrastrutture ferme al palo e una disoccupazione giovanile che continua a spingere fuori i talenti migliori, meravigliarsi della citata condizione sarebbe da ingenui.

Cambiare schieramento ogni volta, quindi, non è incoerenza. È il tentativo, spesso disperato, di trovare qualcuno che finalmente mantenga la parola.

Il vero problema non è l’elettore che cambia idea. È un sistema politico che non offre alternative credibili e stabili. Che ricicla le stesse facce sotto simboli diversi. Che parla di sviluppo senza mai produrlo. In questo contesto, il “tanto sono tutti uguali” non è una resa intellettuale. È, spesso, una valutazione empiricamente fondata.

Detto questo, sarebbe disonesto fermarsi qui e assolvere tutti. Esiste anche una responsabilità del cittadino, ed è reale. La democrazia richiede uno sforzo minimo di connessione. Bisogna capire che la gestione della sanità regionale, la qualità dell’Amministrazione comunale e le scelte del Governo nazionale non sono compartimenti stagni. Sono vasi comunicanti.

Chi amministra il proprio Comune oggi è spesso il candidato regionale di domani. E, con ogni probabilità, sarà il parlamentare dopodomani. Votare senza questa consapevolezza significa rompere la catena di responsabilità che dovrebbe tenere insieme rappresentanti e rappresentati.

Ma questa consapevolezza non si costruisce con il rimprovero. Si realizza con una classe politica che offre coerenza tra i livelli. Con un’informazione locale impegnata a fare giornalismo, piuttosto che ad amplificare la propaganda. Infine, con scuole orientate a sviluppare l’educazione civica come pratica viva e non come materia di riempimento. La matita pesa. Ma il tavolo su cui scriviamo conta quanto noi

La metafora della matita leggera ha una sua forza. È vero: il voto ha un peso specifico enorme, e usarlo con superficialità produce conseguenze reali. Ma una matita, da sola, non basta. Serve anche un foglio su cui scrivere qualcosa di sensato.

Finché i partiti si presenteranno come forze nazionali a Roma e come comitati d’affari locali nei Comuni… Finché le campagne elettorali saranno fatte di slogan senza programmi verificabili… Finché chi governa male non pagherà conseguenze elettorali chiare, la volatilità del voto non sarà un problema degli elettori. Sarà il sintomo di un sistema che non funziona e che scaricare sulle spalle dei cittadini è, oltre che scorretto, controproducente.

Il disegno che viene fuori dalle urne calabresi non è un mostro informe nato dalla leggerezza di chi vota. È il ritratto fedele di un Establishment che non ha ancora deciso se vuole davvero essere all’altezza di chi lo sceglie. (dma)

(Comitato Magna Graecia)

La Calabria ha turismo ma non ha un sistema turistico regionale

di FRANCESCO AIELLO e MICHELE MERCURI – La Calabria non è una regione senza turismo. I numeri raccontano anzi una realtà diversa: nel 2024 le strutture ricettive ufficiali hanno registrato oltre 8,1 milioni di presenze e 1,75 milioni di arrivi. Si tratta di valori che collocano la regione al terzo posto nel Mezzogiorno, dietro Campania e Puglia. Eppure, osservando più attentamente la distribuzione territoriale dei flussi turistici, emerge un quadro molto meno lineare di quanto suggeriscano i dati aggregati. Il problema della Calabria non sembra essere l’assenza di turismo, ma la sua estrema concentrazione geografica, la forte dipendenza dalla stagione balneare e la difficoltà di trasformare alcune eccellenze locali in un vero sistema turistico regionale.

L’immagine che emerge dai dati ISTAT è quella di una regione nella quale il turismo si concentra quasi interamente lungo le coste, lasciando gran parte dell’entroterra fuori dai principali circuiti turistici. La Figura 1 mostra in modo molto netto questa polarizzazione: il 92,6% delle presenze turistiche regionali si registra nei comuni costieri, mentre ai comuni interni resta appena il 7,4%. Ancora più significativa è la distribuzione per zona altimetrica. Le aree di collina litoranea assorbono da sole il 63,4% delle presenze complessive, mentre la montagna interna, nonostante la presenza di sistemi territoriali di grande valore ambientale come Sila, Pollino e Aspromonte, si ferma al 2%.

Questi dati raccontano molto più della semplice vocazione balneare della regione. Mostrano, infatti, che il turismo calabrese coincide quasi interamente con il turismo costiero estivo. Le aree interne, pur frequentemente richiamate nel dibattito pubblico come possibile frontiera dello sviluppo turistico regionale, continuano ad avere un ruolo quantitativamente marginale. Il problema, quindi, non sembra essere soltanto la scarsità di infrastrutture o servizi turistici nell’entroterra, ma la stessa struttura territoriale del modello turistico regionale, fortemente selettiva e polarizzata.

La distribuzione provinciale dei flussi rafforza ulteriormente questa interpretazione. La Figura 2 evidenzia differenze territoriali profonde tra le cinque province calabresi. Cosenza concentra il maggior numero di presenze turistiche regionali (oltre 3,3 milioni, pari al 40,9% del totale) grazie soprattutto all’estensione della fascia tirrenica e dell’Alto Ionio. Vibo Valentia, però, pur disponendo di un territorio circa sei volte più piccolo di quello cosentino, registra oltre 2,4 milioni di presenze e rappresenta il vero epicentro del turismo regionale ad alta intensità.

I dati provinciali mostrano, infatti, che non esiste una sola Calabria turistica, ma almeno cinque modelli territoriali molto differenti. Vibo Valentia presenta il più alto indice di turisticità regionale, 16,37 presenze per abitante, e la maggiore densità turistica, con oltre 2.100 presenze per chilometro quadrato. La quota di turisti stranieri raggiunge qui il 37,5%, valore nettamente superiore alla media regionale. Al contrario, la provincia di Reggio Calabria mostra indicatori molto più deboli: appena il 6% delle presenze regionali, permanenza media di 2,42 notti e un indice di turisticità inferiore all’unità.

In altre parole, il turismo regionale appare fortemente polarizzato. Alcuni territori costieri concentrano quote molto elevate dei flussi turistici, mentre vaste aree regionali rimangono sostanzialmente marginali. Questa asimmetria emerge con ancora maggiore chiarezza osservando la distribuzione comunale degli indicatori di intensità turistica.

La Figura 3 indica uno degli elementi più interessanti dell’intera informazione statistica disponibile sul turismo calabrese. Le classifiche regionali per indice di turisticità e densità turistica sono dominate quasi esclusivamente dai comuni della Costa degli Dei, in provincia di Vibo Valentia. Ricadi raggiunge 184,8 presenze per abitante residente, mentre Tropea supera le 92 mila presenze per chilometro quadrato.  Si tratta di valori molto elevati nel contesto meridionale italiano e che testimoniano l’esistenza, in Calabria, di vere e proprie enclave turistiche ad alta intensità. Tropea, in particolare, rappresenta un caso di rilievo nazionale: è, infatti, l’unico comune calabrese presente tra i primi 25 italiani per densità turistica.

Eppure, proprio il confronto con il resto del Paese mostra anche i limiti strutturali del turismo regionale. Nessun comune calabrese compare, infatti, tra i primi 25 italiani per indice di turisticità, graduatoria dominata dai centri alpini e lacuali del Nord Italia. Il valore di Ricadi, pur molto elevato nel contesto regionale, resta circa la metà della soglia minima necessaria per entrare nella top 25 nazionale.

È qui che emerge il vero paradosso del turismo calabrese. Le eccellenze esistono. Alcuni territori raggiungono livelli di intensità turistica molto elevati. Ma queste concentrazioni rimangono geograficamente isolate e non riescono ancora a trasformarsi in un sistema turistico regionale integrato.

La Calabria appare così come una regione caratterizzata da forti polarizzazioni territoriali: alcune aree costiere attraggono flussi consistenti e mostrano indicatori comparabili con importanti destinazioni nazionali, mentre il resto del territorio resta sostanzialmente ai margini dei principali circuiti turistici. Più che un sistema turistico regionale diffuso, emerge, quindi, una geografia fatta di “piccoli poli” turistici localizzati, fortemente dipendenti dalla stagione balneare e scarsamente connessi alle aree interne. Il problema della Calabria, dunque, non sembra essere semplicemente “avere più turismo”. I dati mostrano che alcune aree ne hanno già molto. La vera sfida riguarda piuttosto la capacità di diffondere territorialmente questi flussi, governare la stagionalità, aumentare l’integrazione tra coste e aree collinari e montane e trasformare alcune eccellenze locali in una piattaforma stabile di sviluppo regionale. (oc)

[Courtesy OpenCalabria]

Il quasi inesistente rapporto tra il Ponte sullo Stretto e il territorio

di GIOVANNI MÒLLICA – Uno spettro si aggira per l’Italia; ma non è il Comunismo evocato da Marx nel suo Manifesto.

È il rapporto – tormentato come tutti gli spettri – tra Ponte sullo Stretto di Messina e territorio.

Gli elementi che condizionano tale rapporto sono essenzialmente due: il potente trio Governo/Stazione appaltante/Contraente generale (che ha il compito di realizzare materialmente l’opera) e chi dovrà ospitarla, cioè il fragile e titubante binomio costituito da politica e tessuto produttivo locale. Ai quali spetta concordare con i primi – che gestiscono le risorse tecniche ed economiche – quali ricadute debbano atterrare dalle nostre parti.

Una cosa è certa: la collaborazione tra i due elementi è praticamente inesistente e, a tutt’oggi, non ha prodotto alcun risultato positivo.

La parte, affatto trascurabile, dell’opinione pubblica siciliana e calabrese favorevole all’opera tende ad attribuire la responsabilità di tale clamoroso insuccesso all’inerzia dei politici, degli imprenditori e dei sindacati nostrani. Sintetizzabile nel trito slogan autoaccusatorio “la colpa è nostra”. Ma questa è solo una parte della verità. Probabile conseguenza della scarsa consapevolezza dei propri diritti, nonché della convinzione che debbano essere “gli altri” – Arabi, Normanni, Angioini, Borboni, fino ai Garibaldini e ai Piemontesi – a portarci il benessere. E che ora sia il turno di Romani e Milanesi.

Per comprendere meglio le antiche radici del  problema possiamo scomodare le parole dette dal Principe di Salina al rappresentante del Governo piemontese che gli offriva la carica di Senatore del neonato Regno d’Italia: “Noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemila cinquecento anni siamo colonia”. Per vocazione.

Il discorso si potrebbe chiudere qui ma vale la pena fare qualche passo in più per spiegare che – a nostro parere – nel caso del Ponte, le colpe degli insuccessi non sono solo delle vittime.

In un grande progetto infrastrutturale, la Stazione appaltante non deve solo interloquire con gli Enti (MIT, FS, Anas, Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, Corte dei conti, ecc.) coi quali condivide il compito di realizzare materialmente l’infrastruttura,  ma deve essere anche il regista del rapporto col territorio. Da ben prima che inizino i lavori fino a tutte le fasi di manutenzione. Se non lo fa viene meno al suo ruolo istituzionale e non può trincerarsi dietro l’inerzia e l’incompetenza degli Enti locali perché ha la responsabilità giuridica e morale di massimizzare il ritorno socio-economico dell’investimento pubblico sul territorio che lo ospita.

Per comprendere In cosa dovrebbe consistere concretamente tale impegno, distinguiamo due aspetti: quello strettamente tecnico/trasportistico e quello socio/economico. Non è una distinzione da poco: per assolvere al primo l’opera deve integrarsi con i piani di mobilità locale e il coinvolgimento del territorio è indispensabile. In altre parole, l’opera e le reti di trasporto locali devono essere compatibili. Non dubitiamo che i policy maker siciliani e calabresi faranno sentire la loro voce. Sperando che si facciano supportare da tecnici adeguati. Per quanto riguarda ‘aspetto socio-economico siamo all’anno zero.

Tentiamo di capire in cosa dovrebbe tradursi quest’ultimo. Lo Statuto della società e la Legge istitutiva prevedono espressamente la valorizzazione delle aree adiacenti l’infrastruttura. La stessa presenza delle due Regioni nell’azionariato della Stazione appaltante è mirata a garantire che ogni fase decisionale generi rilevanti ricadute occupazionali e la crescita delle competenze locali. A dispetto di alcune generose iniziative che non hanno avuto reale sostegno né da parte delle Amministrazioni né da parte di Concessionaria e Contraente generale, a pochi mesi (?) dall’apertura dei cantieri l’impatto del Ponte sul territorio presenta solo i prevedibili disagi e nessun concreto beneficio.

Per far sì che le imprese e la manodopera locale partecipino ai lavori di costruzione in modo strutturato, è necessario che la Stretto di Messina SpA, le associazioni di categoria e gli enti bilaterali attivino Tavoli di monitoraggio e pre-qualificazione. Organismi facili da attuare con pochissima spesa che, però, per funzionare necessitano di informazioni che solo i primi due posseggono, come, ad esempio, l’elenco dettagliato delle Figure professionali da coinvolgere durante il crono programma dei lavori. Il fatto che tali notizie, pur richieste, non siano mai state diffuse depone molto male sull’effettiva volontà di cooperazione da parte delle aziende romano-milanesi.

Non c’è da inventare nulla: la strada è stata già tracciata da alcuni decenni a opera di altre Stazioni appaltanti europee (Modello danese) e poi seguita nelle grandi opere in diverse parti d’Italia. Viene spontaneo chiedersi perché, sulle sponde dello Stretto, non si possa seguire lo stesso percorso. E come mai nessuno protesti.

Il consenso crescerebbe esponenzialmente, gli ambientalisti, costretti a prendere atto dell’accresciuta sensibilità in materia, ridimensionerebbero il loro ostruzionismo e gli stessi partiti di sinistra rimarrebbero privi del sostegno di ecologisti improvvisati e animalisti della domenica. Anzi, tenterebbero di spacciare il mutamento di rotta come una loro vittoria.

Il coinvolgimento del territorio non è una gentile concessione del Governo centrale. Per essere ancora più chiari: se la Concessionaria continuerà a gestire l’opera in un’ottica puramente burocratica, i grandi gruppi industriali porteranno fornitori e maestranze specializzate dal Nord e dall’estero, lasciando le briciole alle ditte e alla manodopera siciliana e calabrese. In violazione di quello che è chiamato “prevalente interesse pubblico”.

L’impatto sul territorio si vedrà solo se le forze economiche, sociali e civiche locali riusciranno a imporre alla Stazione appaltante la creazione e il rispetto di Protocolli di Sviluppo Locale specifici, che traducano quelle astratte righe dello Statuto in impegni numerici, percentuali di subappalto garantite alle imprese sane dell’area e Piani di Formazione da avviare immediatamente. Fino a quel momento gli slogan incentrati sui “cantieri pronti a partire” rimarranno annunci che non producono un solo posto di lavoro reale. 

Siamo e restiamo convintamente favorevoli al Ponte sullo Stretto ma siamo altrettanto certi che non è la stessa cosa avviare oggi un effettivo e preciso percorso di crescita o affidarsi a quello che presumibilmente partirà tra dieci anni. Incomprensibile e preoccupante che siano in tanti a non pensarla come noi. (gmo)