di SANTO STRATI – La Procura di Roma ha fatto sapere attraverso una nota di aver aperto un’indagine per “corruzione e rivelazione del segreto d’ufficio” contro l’ex Presidente aggiunto della Corte dei Conti, Tommaso Miele, l’ex componente del Consiglio di Amministrazione della Società Stretto di Messina, avv. Giacomo Francesco Saccomanno, e l’imprenditore reggino, residente a Roma, Vincenzo Virgiglio. La Procura romana ha incaricato i carabinieri del Ros a eseguire un decreto di perquisizione a carico dei tre indagati: sono stati sequestrati cellulari e altri dispositivi elettronici e documenti che – secondo quanto riferisce la nota della Procura – “verranno sottoposti a specifiche valutazioni e analisi per appurarne la valenza probatoria in relazione alle ipotesi di reato contestate”.
Le indagini, come spiega la nota della Procura di Roma, “hanno documentato le condotte dei tre – indagati, in concorso tra loro, per corruzione per l’esercizio della funzione, corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione attiva da parte di pubblico ufficiale e rivelazione ed utilizzazione di segreti d’ufficio – tese a condizionare l’esame di legittimità della Corte dei Conti sull’approvazione del progetto definitivo per la realizzazione dell’opera pubblica ‘Ponte sullo Stretto di Messina’”.
Un vero e proprio terremoto giudiziario “contro” il Ponte, che arriva a poche settimane dalla prevista consegna delle risposte della Società Stretto di Messina ai rilievi mossi dalla Corte dei Conti con la sentenza del 29 ottobre scorso che ha bocciato la delibera del Cipess che dava il via alla costruzione dell’Opera sullo Stretto. Non sarà questo, comunque a bloccare l’iter del progetto che, com’è noto, si trova ad avere numerosi “avversari” più per pura ideologia che per concrete valutazioni di carattere scientifico.
Il Ponte, non è un mistero, non piace alla Sinistra perché è un progetto di “destra” (anche se piaceva a Prodi e a molti esponenti dell’Ulivo prima che Monti ne decretasse nel 2011 la fine) e questo ha fatto sì che il confronto si sia spostato dal piano scientifico (se soltanto si facessero parlare gli scienziati e solo chi ha la competenza per farlo) a quello ideologico. Un progetto faraonico che l’Europa ci chiede e che non collega due sponde, bensì l’Europa al Mediterraneo, ipotizzando un hub di sviluppo del territorio calabro e siculo senza precedenti. E con le conseguenti positività derivanti dalla costruzione dell’Opera: ovvero l’alta Velocità ferroviaria e la nuova Statale 106. Senza queste due infrastrutture il Ponte non avrebbe senso, quindi è facile immaginare che la costruzione del Ponte sarebbe condizionata alla realizzazione della vera Alta Velocità (Roma-Reggio in tre ore non è un sogno irrealizzabile) e di tutte le altre opere stradali di collegamento che darebbero vita a una seria “rivoluzione” nella mobilità calabrese e siciliana. E non dimentichiamo il ruolo strategico del Porto di Gioia Tauro in questo disegno grandioso che è avversato da chi non ama il Mezzogiorno.
Con questo sia chiaro che a nessuno è permessa alcuna allusione a “inchieste a orologeria”, perché il lavoro delle Procure merita il massimo rispetto e la legalità è l’unico baluardo a difesa della democrazia. Certo, se l’inchiesta dovesse diventare – secondo uno standard ormai consolidata – molto lunga, non aiuterà a snellire l’iter procedurale che dovra condurre a una nuova deliberazione del Cipess e a un nuovo esame della Corte dei Conti.
Secondo la nota della Procura, “L’avvocato e l’imprenditore, al fine di condizionare l’esame della Corte dei Conti in favore della società ‘Stretto di Messina Spa’, avrebbero avvicinato il giudice contabile promettendogli il loro appoggio per ricoprire cariche in enti di diritto pubblico dopo il suo pensionamento, subordinandolo alla sua fattiva azione per il concretizzarsi dell’esigenza citata. I due avrebbero anche tentato di avvicinare altri magistrati ritenuti utili agli interessi del gruppo per la realizzazione dell’opera infrastrutturale e rivelato, a soggetti terzi, notizie coperte da segreto, acquisite dal giudice della Corte dei Conti indagato. Quest’ultimo, dal canto suo, secondo l’accusa, avrebbe offerto la propria disponibilità, fornendo costanti aggiornamenti sull’andamento della procedura condotta dalla Corte Contabile, rivelando informazioni riservate sugli orientamenti dei colleghi magistrati contabili e sullo sviluppo della relativa Camera di Consiglio in adunanza plenaria della Corte stessa”.
Sono accuse molto pesanti che gettano molte ombre sull’intera vicenda del Ponte che ha sempre seguito i massimi criteri di trasparenza. Sono accuse che – ci auguriamo – dovrebbero essere supportate da una montagna di documenti inoppugnabili: perché ci sia corruzione ci deve essere un “corruttore” e un “corrotto”. Falcone diceva “seguite i soldi”: la Procura ha trovato la “pistola fumante” con un giro di denato sospetto?
Perché, intanto, è stata messa sotto le scarpe la reputazione di tre persone che – fino a quando una sentenza non dichiarerà il contrario – sono persone per bene, inserite nella società.
Quali benefici personali sarebbero derivati da queste presunte azioni corruttive e dalla rivelazione di segreti che tali non potrebbero non essere, visto che la sentenza della Corte dei Conti è pubblica e non “riservata”. E quali vantaggi ne sarebbero derivati alla Società Stretto di Messina che si è vista bocciare il progetto da una sentenza sfavorevole, perdendo praticamente un anno nell’iter realizzativo?
A queste domande ci saranno risposte, ci auguriamo, rapide, perché diversamente si sarà costretti a pensare che, ancora una volta, la cultura del sospetto e l’inosservanza del dettato costituzionale sulla presunzione d’innocenza possono distruggere carriere onorate e vite private.
Esempi di malagiustizia ce ne sono fin troppi. Si chiede solo una giustizia rapida che dia risposte.
Ne hanno diritto i tre indagati, su cui il fango mediatico è già partito e sarà impossibile da ripulire, ove dovessero risultare “non colpevoli”.
Ma, intanto, ancora una volta un avviso di garanzia non tutela l’indagato, ma legittima una “condanna” mediatica irreversibile e non oppugnabile.







