PAPASIDERO (CS) – Le Città Visibili alla scoperta della Grotta del Romito

L’Associazione Città Visibili di Lamezia Terme, guidata da Anna Misuraca, questa volta ha fatto a tappa a Papasidero, dedicando una giornata alla conoscenza, all’esplorazione e alle emozioni acquatiche nella Grotta del Romito, capolavoro del Paleolitico, incastonato tra i monti del Pollino, che ancora nasconde reperti in attesa di venire alla luce.

«Accoglienti e ospitali gli abitanti – ha raccontato la presidente – felici di fornire curiosità e notizie (grazie alla signora Maria e al nostro infaticabile accompagnatore Luca Oliva che ci hanno mostrato e raccontato angoli inediti del paese) ai visitatori che scelgono questa meta e che non resteranno delusi. Tesori storici, come la Cappella di Santa Sofia (in cui si possono ammirare un altare settecentesco e una serie di affreschi databili tra il XVI e il XVII secolo) e il Santuario della Madonna di Costantinopoli, addossato alla roccia che costeggia il fiume Lao (a cui si accede da un ponte costruito agli inizi del XX secolo sulla campata di un altro, ancora visibile, che risale al periodo medievale), sono circondati da incantevoli scenari naturali, silenziosi e incontaminati, paradiso per gli amanti del trekking (tradizionale, acquatico e urbano), del rafting (esistono ben sei associazioni, che vantano istruttori preparati e scrupolosi) e del canyoning».

«In mattinata – ha proseguito – il gruppo si è diviso in base agli interessi personali e si è ritrovato, a pranzo, al Lido Lao Gold River (grazie Filomena, per la gentilezza e gli ottimi panini!) sulle rive del fiume, in uno spazio a dir poco fiabesco, in cui ci siamo rilassati col sottofondo delle acque e nel verde della lussureggiante vegetazione. Satolli e soddisfatti, abbiamo concluso il pomeriggio, in compagnia dell’appassionato Luca Oliva, alla scoperta del centro di Papasidero, plaudendo la geniale iniziativa comunale di un simbolico ticket (€1,50) per la visita al centro storico che, a fine percorso, dà diritto ad una consumazione presso i bar locali». (rcs)

L’Associazione Città Visibili in visita a Roseto Capo Spulico

L’Associazione Città Visibili di Lamezia, guidata dalla presidente Anna Misuraca, ha fatto visita a Roseto Capo Spulico.

Il gruppo è stato accolto da Giovanni Pirillo, giornalista e vicepresidente della Virtual Community Roseto Capo Spulico APS, fondata da un gruppo di giovani professionisti rosetani che promuovono il loro territorio attraverso l’utilizzo della tecnologia e dei Social Networks, offrendo le loro competenze professionali.

«Davanti a noi – racconta la presidente – il Castrum Petrae Roseti si staglia su un mare verde turchese che guarda verso il Faro di San Vito a Taranto, facilmente riconoscibile nelle giornate più limpide. Lo osserviamo ammirati, ma la prima tappa ci porta verso le meraviglie degli abissi: il Museo delle Conchiglie, inaugurato nel 2013. Un piccolo gioiello stracolmo di circa 20mila conchiglie provenienti da tutto il mondo (e non sono esposte tutte, per mancanza di spazio): i nostri sguardi sono rapiti da forme e colori sorprendenti, mentre la voce del dottor Antonio Farina, medico biologo e grande appassionato di conchiglie, ci svela curiosità e dettagli sulle meraviglie esposte».

«Siamo attratti da strane forme e colori e scopriamo, grazie alla nostra guida – continua – che alcune conchiglie simili a lische di pesce fungono da pettine alle donne somale; altri splendidi gasteropodi nascondono un micidiale veleno letale per l’uomo, alcuni vengono usati per i cammei e altri, da cui si ricava un corno, sono state nominate da Quasimodo nella sua poesia “Che vuoi pastore d’aria?”; la Pinna nobilis, sempre più rara, secerne una sostanza da cui si ricava il bisso, pregiatissimo filato che si produce ancora nella zona di Sant’Antioco in Sardegna grazie alla signora Chiara Vigo… Tante e affascinanti sono le notizie di cui veniamo a conoscenza e, conclusa la visita, ci dirigiamo verso la star principale del luogo: il castello, fortezza ma anche luogo importante e strategico per forma e posizione (sul castello passa il parallelo 39°N). Sorto nel secolo XI ad opera dei Normanni nel punto di un antico luogo di culto pagano precedente, fu probabilmente anche un monastero basiliano e venne ricostruito per volontà dell’imperatore Federico II di Svevia».

«La struttura – spiega – contiene svariati simboli riconducibili ai Templari, come gli stemmi della Rosa e dei Gigli, e ritrovamenti come l’Onfale, che porta incisi i segni della Passione di Cristo e il Sigillo di Salomone. La pianta trapezoidale del Castello, inoltre, combacia con la pianta del Tempio di Gerusalemme e i punti cardinali che ruotano attorno al maniero sono chiari riferimenti alla Città Santa. La fortezza assolveva in origine a una funzione difensiva e di avamposto militare di importanza strategica per il territorio governato dai Normanni e presumibilmente un tempo era corredata da una serie di torri semaforiche e di vari sistemi di difesa. Tra i misteri tramandati si vocifera che il castello abbia custodito la Sacra Sindone o, comunque, una reliquia del Golgota di grande rilievo».

«Si è fatta ora di pranzo – prosegue nel racconto la presidente – e ci rifocilliamo alla “Taverna del Macellaio” di Amendolara per avviarci, successivamente, al ciliegeto poco distante, di proprietà del ristoratore. Dopo la passeggiata bucolica e l’assaggio dei frutti, la Virtual Community Roseto Capo Spulico APS ci attende per guidarci nel borgo superiore. Partiamo dalla piazzetta su cui affaccia il Palazzo Barone o Mazzario, attraversiamo vicoletti stretti e suggestivi, scoviamo versi poetici dipinti sui gradini di una scala (versi che periodicamente vengono sostituiti) e visitiamo l’interessante chiesetta dell’Immacolata Concezione che contiene notevoli affreschi. Risale all’epoca medievale, probabilmente eretta a cavallo tra il 1400 e 1500, e sulla facciata presenta un sarcofago che sarebbe appartenuto a un vescovo vissuto proprio nel borgo; sulla destra si nota un’epigrafe sorretta da due angioletti che presumibilmente conteneva i resti di un bambino».

«All’interno  – conclude – si trova una pregevole statua lignea dell’Immacolata Concezione e una serie di inusuali affreschi sulle pareti, raffiguranti demoni e santi, crocifissioni o torture di eretici.  Proseguiamo il giro e giungiamo al primo Castrum Roseti (risalente al 1080), oggi sede del municipio; da qui partiva una cinta muraria con varie torri di controllo e qui si trova la Porta della Terra, così chiamata perché da lì si usciva dal paese per dirigersi verso le campagne. Da vari punti si intravede il blu del mare e molti sono gli scorci panoramici sul verde della vallata sottostante. Giunti al termine di questa giornata all’insegna di misteri e meraviglie, l’ultima suggestiva immagine è la sagoma del castello sullo sfondo rosato del tramonto». (rcs)

 

MESORACA (KR) – Suggestiva la visita dell’Associazione Città Visibili

L’Associazione Città Visibili si è recata a Mesoraca per una gita.

Fondata probabilmente dagli Enotri intorno al 1600 a.C. con il nome di Reazio, nel V secolo a.C. ricevette l’attuale denominazione dai Greci (il nome deriva dal greco Mesorachion, “terra fra due fiumi”). In epoca bizantina è documentata e incisiva la presenza della cultura ellenica, attraverso l’insediamento di un convento di religiosi e di un castello, sotto l’egida di quello di Belcastro, che fu anche sede vescovile, e di un altro, posto a Policastro; tutti e tre dominanti la valle del Tacina.

La latinizzazione dell’area avvenne per opera dei Normanni, al cui seguito si posero i monaci Cistercensi. È grazie a loro che Mesoraca divenne centro di influenza sull’intero territorio attraverso la grandiosa Abbazia di Sant’Angelo in Frigillo. Fra il 1292 e il 1806, il paese passò nelle mani di diverse famiglie: Ruffo, Caracciolo, Spinelli ed infine Altemps. Fra il ‘700 e l’800, la vita culturale del paese vive un momento felice grazie alla presenza di Matteo Lamanna (fondatore della Chiesa del Ritiro) e Vincenzo De Grazia (filosofo). In seguito al disastroso terremoto del 1832, Mesoraca venne completamente ricostruita. 

Il territorio comunale è compreso fra i 200-400 metri, la cosiddetta parte bassa, e i 1765 metri del monte Gariglione ed è attraversato dai fiumi Vergari e Reazio. Nel suo territorio è presente anche un villaggio tipicamente montano alto sui 1468 metri detto Località Fratta, alquanto esteso.

Accolti dal vicesindaco Piero Serravalle, in attesa dell’arrivo delle navette, che li avrebbero lasciati al limitare della faggeta teatro del foliage, i membri dell’Associazione sono andati a visitare l’atelier dell’eclettico pittore-decoratore-restauratore Armando Cistaro.

«Peccato non avere avuto più tempo – si legge in una nota – per chiacchierare con l’artista, che spazia dall’iper-realismo al Surrealismo, con echi magrittiani e richiami a Dalì, da reminiscenze pop art a trompe l’oeil e ritratti con la tecnica dell’acrilico. Ci racconta, in breve, della sua esperienza di coma che ha dato un giro di vite alla sua arte, arricchendola di elementi onirici e inquietanti dall’innegabile fascino. Ogni opera ha il suo incanto e un plauso a parte merita la sezione di dipinti sacri che include diverse versioni dell’Ecce Homo dell’omonimo santuario ai piedi del monte Giove, sempre a Mesoraca».

«Il bosco ci attende – racconta l’Associazione  e andiamo a conoscere i primi componenti dell’eccezionale Associazione “Villaggio Fratta, fortemente voluta da giovani mesorachesi che si dedicano con grande passione alla valorizzazione e allo sviluppo di questa zona, per promuovere e far conoscere il valore e la bellezza di Fratta. Hanno organizzato la giornata nei minimi dettagli, con la cura e l’impegno che contraddistingue chi crede fermamente nell’importanza dell’ospitalità e dell’accoglienza, dell’ambiente e della sua difesa».

«Giunti nella faggeta, sotto la guida di Emiliano Cistaro e del celeberrimo dottor Carmine Lupia, esperto botanico, che si occupa di tutela della biodiversità e di promozione delle risorse ambientali e paesaggistiche – racconta ancora l’Associazione – osserviamo con occhi nuovi la danza delle foglie dorate e rossastre, dopo le spiegazioni e i restroscena che ci vengono svelati. I faggi, nella loro elegante imponenza, vengono definiti prepotenti dal dottor Lupia, perché, scopriamo, con immensa sorpresa (almeno, noi non addetti ai lavori), come tutte le piante cerchino di distruggere quelle che crescono accanto in una lotta di secoli che si conclude con la caparbia affermazione delle più forti o addirittura di nuove specie arborifere che soppianteranno le precedenti. Con grande stupore ci vengono mostrati ciuffi di abete bianco, conifera che si sta riaffermando nella zona dopo secoli; spuntano dal terreno e tra duecento trecento anni avranno soppiantato i faggi che adesso li sovrastano».

«L’affascinante processo delle foglie che cadono, dopo aver lottato strenuamente e aver cambiato varie sfumature di colore a causa della diminuzione della clorofilla per l’avvicinarsi dell’inverno – raccontano ancora – ci fa un po’ tornare bambini e camminiamo curiosi col sottofondo del crepitio delle foglie secche (che in termine tecnico si chiamano “poltiglia”) e i profumi del bosco. Da Villaggio Fratta, con un gradevole percorso ad anello, giungiamo in località Ritorta, dove ci attendono, oltre al vicesindaco e all’assessore Massimiliano Ferrazzo, un’invitante tavola imbandita di salumi, formaggi e olive schiacciate locali, innaffiati da un vino rosso molto apprezzato».

«È solo l’aperitivo… – dicono ancora – le navette ci accompagnano all’Ostello Villaggio Fratta e là, in un’atmosfera affettuosa e familiare, gustiamo un abbondante antipasto tipico e immancabili tagliatelle ai funghi, chiacchierando amabilmente in compagnia fino alla tappa successiva: il Convento Santuario dell’Ecce Homo. Il Convento, prima occupato dai monaci Basiliani, fu istituito come Convento francescano nel XV secolo dal Beato Tommaso da Firenze e dedicato alla Madonna delle Grazie. Nel XVII secolo, fra Umile da Petralia, del quale si può visitare la cella, ora adibita a cappella, scolpì la statua del SS. Ecce Homo, e da allora la devozione verso tale scultura lignea fu tale che soppiantò il primo titolo e il Santuario venne chiamato del SS. Ecce Homo. Lo sguardo umano e dolce di questo capolavoro rende unica questa scultura e indimenticabile l’emozione che suscita in chi la osserva. L’interno della chiesa ospita altre notevoli opere d’arte: la Madonna delle Grazie, in marmo bianco di Carrara, datata 1504 e firmata Antonello Gagini, un imponente coro ligneo e diversi affreschi e tele. Nel 2010 nel boschetto del santuario è stata posta una statua in bronzo che raffigura San Francesco d’Assisi; alta circa 2 metri e mezzo, è opera dello scultore Carlo Cistaro».

«Lasciato il Santuario, scende la sera sulla nostra suggestiva passeggiata autunnale» hanno concluso. (rkr)