L’OPINIONE / Marco Piccolo: Il male non è una psicopatologia e la violenza non è un sintomo psichiatrico

di MARCO PICCOLOL’orribile uccisione di Giulia Cecchettin e i sospetti che si stanno accumulando sull’ex fidanzato ripropongono il tema del femminicidio, ed in generale quello delle violenze all’interno delle coppie, includendo così anche le diverse espressioni di violenza ad opera di donne nei confronti di uomini. 

Appiccicare su questi individui un’etichetta psicopatologica o psichiatrica è secondo me una generalizzazione ed un grave errore. Naturalmente non parlo a livello giudiziario dove le dinamiche sono altre, ma a livello culturale.

Attribuire un’etichetta psicopatologica ai mostri di turno – “narcisista”, “borderline”, “psicopatica”, “sociopatico”, “depressa”, ecc. – come pure tirare in ballo Sigmund Freud per attribuire colpe a madri o padri, ci fanno dimenticare che, come direbbe proprio il padre psicoanalisi, ognuno di noi è posseduto da pulsioni di vita e di morte.

Queste etichette hanno il solo scopo di difenderci dal male attribuendolo a qualcun altro, qualcuno o qualcuna che io non sono e non sarò mai, perché io non ho alcuna psicopatologia. 

I cosiddetti mostri, però, non sono tutti psicotici o borderline! Il male non è una psicopatologia e la violenza non è un sintomo del DSM-5!

La verità è che il male è presente come possibilità concreta in ciascuno di noi, sia a livello individuale che collettivo (si pensi agli stupri di gruppo, ai casi di bullismo, persino al mobbing…), ed è agito più spesso di quanto si pensi, semplicemente perché il più delle volte è silenzioso, lontano dalle pagine di cronaca, in ambienti familiari terribili che solo gli operatori della salute mentale o dei servizi sociali conoscono.

La verità è che il male esiste e agisce, ma noi uomini che viviamo questi tempi dominati dal narcisismo collettivo, dall’egoismo sfrenato, dall’arroganza del progresso tecnologico e scientifico, dalla rinuncia alla spiritualità, dalla derisione delle religioni e dal rifiuto delle antropologie tradizionali, non riusciamo più a vederlo e a contrastarlo. In un mondo sempre più perfetto, il malvagio è semmai un “bug” del sistema che deve essere medicalizzato, curato o, se incurabile, ucciso.

Io credo che la nostra società sia sempre più avvelenata dalla mancanza di rispetto per la vita e per la sacralità della persona, valori fondamentali che, senza accorgercene, stiamo barattando con le esigenze egoistiche ed egocentriche del consumismo sfrenato. 

Solo la retorica del mainstream può farci pensare che stiamo vivendo la vita migliore, l’epoca migliore, il mondo migliore. A me sembra invece che le barbarie continuano ad avvenire e in modi sempre peggiori e “indolori”: piangiamo solo per ciò che il mainstream mette sotto il riflettore, del resto non ci importa, fosse anche la cosa più tremenda.

Due esempi su tutti. Neanche una settimana fa una bambina inglese di 8 mesi, Indi Gregory, affetta da una malattia incurabile è stata uccisa mediante eutanasia su ordine dello Stato contro la volontà dei genitori. Anche oggi, in Palestina uomini, donne e bambini, civili inermi, vengono barbaramente e sadicamente massacrati dagli eserciti in guerra. Eppure qualsiasi opinione, qualsiasi lacrima viene strumentalizzata e quindi sterilizzata.

Per questo credo che le violenze nella coppia, sempre più frequenti e feroci, non sono (solo) frutto di presunte psicopatologie, ma sono anzitutto il prodotto della nostra società contemporanea, egoistica, egocentrica e sprezzante dell’altro, del suo valore, della sua sacralità. Valori oggi distrutti nel più “politically correct” dei modi: la loro relativizzazione.

Come psicologo perciò, oltre ad affermare la necessità di investire nell’educazione relazionale (e non solo quella sessuale) dei giovani e nei programmi pubblici di prevenzione, credo sia diventato indispensabile rilanciare una educazione ai valori della vita e della sacralità della persona umana.

Le psicoterapie più moderne e integrate, come la psicologia umanistico esistenziale e la psicologia positiva, lo stanno realizzando attingendo ai patrimoni millenari della spiritualità, religiosa e non, e della filosofia.

Questo approccio culturale non solo può contribuire a interpretare e quindi prevenire comportamenti violenti, ma anche promuovere una comprensione più profonda di sé e degli altri, e quindi favorire convivenze – nelle coppie, in famiglia, nel lavoro, fra gli Stati – più autenticamente umane, dignitose e pacifiche. (mp)

[Marco Piccolo è psicologo e responsabile del Sidef-Family Care Calabria]

L’OPINIONE / Lucia Anita Nucera: Giornata dell’Infanzia e dell’Adolescenza deve essere momento di riflessione

di LUCIA ANITA NUCERA – La Giornata mondiale dell’infanzia e dell’adolescenza deve essere un momento di riflessione per una maggiore consapevolezza su quanto ancora è necessario fare per i diritti dei più piccoli soprattutto nei contesti di guerra, Gaza e Ucraina tra questi,  dove i bambini sono vittime innocenti.

Una giornata che quest’anno deve ancora di più ricordare l’importanza dell’art.38 della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza “Ogni bambino ha diritto a essere protetto dalla guerra. Nonostante l’impegno degli Stati, sono ancora troppi i bambini a cui vengono negati i diritti a nutrirsi, crescere, prosperare, vivere in pace. Le immagini che quotidianamente vengono proposte in TV e sui social raccontano di una situazione allarmante che non conosce fine.

Piccole vittime innocenti come lo sono tutti i bambini uccisi, abusati, maltrattati, abbandonati o che vivono in condizioni di povertà. Anche quest’anno sono stati tanti gli episodi di cronaca che hanno avuto come protagonisti purtroppo i bambini. A loro viene negato il proprio futuro e il diritto a vivere serenamente. Per questo, serve un maggiore impegno da parte di tutti per aumentare le tutele e consentire che ogni bambino possa godere dei proprio diritti. (lan)

[Lucia Anita Nucera è assessore all’Istruzione e Cooperazione Internazionale per la promozione dei diritti umani del Comune di Reggio]

L’OPINIONE / Giusi Princi: Educazione all’affettività sia prevista nell’educazione civica

di GIUSY PRINCI – Con il presidente Occhiuto, d’intesa con l’Ordine degli psicologi della Calabria, stiamo lavorando da mesi su un progetto sperimentale che prevede l’inserimento a scuola della figura dello psicologo scolastico che possa affiancare il personale docente e le famiglie nell’affrontare questioni complesse legate all’educazione, all’affettività dei ragazzi, supportando l’istituzione nella creazione di un ambiente in cui il rispetto reciproco sia un principio fondante nella promozione dello sviluppo della personalità dei ragazzi.

La presenza costante in tutte le scuole di figure professionali potrebbe aiutare a prevenire anche quelle forme di disagio che sfuggono ai genitori e ai docenti ma che poi si manifestano, per esempio, con comportamenti violenti che possono arrivare, nelle modalità estreme, al bullismo, al cyber-bullismo e al femminicidio.

In queste ore viene acclamata dalla politica bipartisan la proposta di legge relativa all’introduzione dell’ora di affettività, come se questa soluzione rappresentasse davvero la panacea del grave problema della violenza di genere che affligge la nostra società. I nostri studenti, specie quelli delle scuole superiori, sono però già oberati da un orario curriculare fitto di incombenze, tra cui educazione civica, orientamento, Pcto (Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento), per cui ulteriori disegni di legge con carichi di lavoro aggiuntivi, potrebbero compromettere la totale efficacia dell’insegnamento che è il presupposto della formazione valoriale dei ragazzi. Percorsi diversi concentrati in uno già ridotto monte ore scolastico, rischiano, infatti, di ridurre i tempi, già esigui, dedicati allo studio dell’italiano, della filosofia, del latino.., rischiano cioè di svilire la vera essenza dei percorsi di apprendimento che trovano, invece, nello studio dei classici, della letteratura, la base dello sviluppo psico- emotivo dei ragazzi.

Non sono necessarie nuove leggi, non è necessario sovraccaricare ulteriormente l’orario curriculare. Le soluzioni dirette e immediate ci sarebbero: è stato già da qualche anno istituito l’insegnamento di educazione civica all’interno del quale potrebbero integrarsi moduli specifici che interessano l’affettività, la violenza di genere, il potenziamento dell’autostima, sia dei ragazzi che delle ragazze, la promozione dell’uguaglianza di genere, il coinvolgimento degli studenti in attività di comunità e la consapevolezza valoriale. Provengo dal mondo della scuola, l’ho vissuto pienamente e oggi, in qualità di delegata all’istruzione, continuo ad indirizzare la mia attività sulla centralità ed il benessere degli studenti, per cui mi sento particolarmente colpita e coinvolta dal recente fatto di cronaca legato al femminicidio della giovane studentessa veneta.

È innegabile che la scuola rivesta un ruolo cruciale nella formazione non solo intellettuale, ma anche umana degli studenti. In tal senso, però, la questione dell’educazione all’affettività non può prescindere dalla necessità di mettere al centro lo studente come persona a tutto tondo. Occorrerebbe puntare su approcci didattici e metodologici che mirino al potenziamento dell’autostima degli studenti, che promuovano il rispetto reciproco all’interno dell’ambiente scolastico. Sarebbe opportuno, ad esempio, non concentrarsi esclusivamente su un’idea di valore espressa da un voto, ma incoraggiare un approccio più costruttivo della valutazione, tale da evidenziare le potenzialità degli studenti in un processo che li aiuti a comprendere che il fallimento in un compito non implica una svalutazione della loro persona. Oggi viviamo un’alienazione sociale e una disperazione individuale che, se non controllati, potrebbero portare a lacerazioni più profonde del tessuto sociale. Una società che è sempre più individualista e che porta a una sempre minore disponibilità alla solidarietà e ad una maggiore competitività. Ben venga che la scuola si attivi, apra varchi di riflessioni, intercetti situazioni di disagio, ma non si può pensare che ad essa spetti tutta la responsabilità della formazione e della ‘cura’ delle fragilità dei nostri ragazzi, è necessaria una soluzione integrata, in cui convergano l’educazione familiare e la sensibilizzazione fin dalla prima infanzia.

È la famiglia il primo posto in cui si impara a conoscere e riconoscere nell’altro, a negoziare i punti di vista, a differire la gratificazione dei bisogni, a porgere la mano a chi è in difficoltà, a condividere, a collaborare, a rispettare, a sentirsi accolti in bisogni vedendoli soddisfatti e a sentirsi contenuti di fronte all’insoddisfazione degli stessi per imparare a tollerare il vuoto e la frustrazione. Emozioni e sentimenti si esperiscono, principalmente, nelle relazioni primarie e con gli adulti più significativi, per poi essere generalizzate in tutte le altre situazioni sociali. Distratti come siamo oggi da bisogni secondari, non essenziali, siamo portati ad assecondare, essere troppo permissivi verso i nostri figli e non prestare la giusta attenzione e, quindi, non favorire lo sviluppo dell’empatia che, soprattutto nei figli maschi, bloccherebbe sul nascere la violenza.

È fondamentale il ruolo dell’educazione all’affettività fin dalla prima infanzia, poiché queste prime fasi della vita costituiscono la base su cui si sviluppa la comprensione delle emozioni, delle relazioni e dei valori fondamentali dell’umanità. (gp)

[Giusi Princi è vicepresidente della Regione Calabria]

L’OPINIONE / Franco Cimino: La ripresa del dialogo tra Catanzaro e Lamezia per progetto area urbana

di FRANCO CIMINO – Affetti insostituibili e ineguagliabili mi hanno portato fuori Città e felicemente trattenuto, per cui non posso partecipare all’incontro odierno promosso da Piero Amato, e da pochi altri, sulla possibilità-necessità di riprendere il progetto area urbana Catanzaro-Lamezia. Del cortese invito nuovamente ringrazio.

Tuttavia, assenza, invito, tema in discussione, non mi sottraggono al dovere, di dire, anche da qui, il mio pensiero. Lo rappresento brevemente, essendo a molti osservatori nota la mia posizione in merito, che pure molto chiaramente avevo inserito, come elemento strategico, nel mio programma elettorale di candidato a sindaco nel 2006, nella convinzione ferma che per fare il Sindaco, in qualunque Città, piccola o grande, del mondo occorra visione e coraggio. Senza queste caratteristiche, al posto del primo cittadino potrebbe esserci un qualsiasi amministratore di condominio, alla cui figura mi riferisco con stima e rispetto solo per il fatto che loro non possano fare nulla senza avere i soldi già pronti. Neppure cambiare una lampadina della scala.

Questa posizione non ho mai abbandonato, conoscendo bene dell’Area Urbana pensata, sia il valore, sia la fragilità, sia gli errori commessi per sminuirne il valore e accentuarne la fragilità. Un rapido passaggio, mi consento, prima di dire, scusandomi se risultasse troppo personale. È che, da una parte, sono quasi sollevato dal fatto di non esserci oggi. La politica, per me, è atto personale, come la fede, ma che diventa sociale( l’Io che si fa il Noi) per la sua vocazione di risolvere i problemi della comunità e di “ creare” il bene per gli altri. Bene per la Città. Che è Bellezza. Da ritrovare. Difendere. Conservare. Consegnare a chi verrà dopo. La politica è, pertanto, futuro che cammina sul presente. Quello buono, che reca sulle solide spalle il passato carico di beni e valori.

Politica, pertanto, è emozione. Delicatezza umana. Il luogo dell’incontro odierno è, come dice l’invito, la sede dell’ex DC. Mi permetto una sola correzione, la Dc non è ex, come non lo è il Psi e il Pci. Questi partiti non sono mai stati sciolti, per cui fino a quando esisterà un solo loro militante e “credente”, nessuno di questi è ex, cosa finita, realtà consumata. In quelle stanze, erano tantissime, vi ho passato una vita intera, la mia prima lunga vita. In una, in particolare, la stanza più grande, quella del segretario provinciale della Dc e poi del Ppi, vi sono stato circa otto anni. Mi procura una certa sofferenza ritornarvi, anche per la rabbia che provo di non sapere a chi siano andati a finire, in quanto beni materiali, gli immobili che sono commercialmente diventati quella sede.

Infatti, da quei lontanissimi anni non vi ho messo più piede, se non per poco tempo, e per quel corridoio, a destra entrando dal vasto ingresso quadrato, poi ridotto a un rettangolo stretto, in cui ha avuto breve residenza il piccolo partito, che si diceva, mentendo a sé stesso, voler essere la continuità di quella grande storia ideale e politica. Detto questo, sintetizzo, i tre punti che mi fanno ritenere la ripresa della discussione necessaria e interessante. Anche qui, una breve premessa che è memoria e cuore. Riguarda due democristiani che si sono molto spesi per questa grande idea. Il primo è Federico Maria Ferrara, l’impetuoso avvocato con i baffi di antico cavaliere, che, con il solito Cesare Mulè, fu il primo a parlare della necessità per Catanzaro (allora era questa la motivazione) di aprirsi al territorio della Piana, pena la sua progressiva perdita di peso politico e di ricchezza. Ricordo che ne parlava con forza anche oratoria all’interno del Consiglio Comunale, quello ricco di grandi personalità in tutti i settori dell’aula. Pochi, anche all’interno del nostro partito gli diedero retta. Ero proprio un ragazzo, allora, addirittura delegato del Giovanile della sezione di Marina, la Martelli.

Ma l’idea mi prese già tanto. Il secondo è Franco Fiorita, che ne fece un cavallo di battaglia durante la sua segreteria provinciale, quando spinse con più forza, sull’intesa, faticosamente raggiunta tra il Psi e la Dc (naturalmente con i tradizionali alleati del Pri e del Psdi), siglata quasi formalmente dai due leader più forti, Peppino Petronio e Carmelo Pujia. I quali si impegnarono, e non poco, per procurare le risorse economiche necessarie sia a livello regionale che nazionale. Io, che quel progetto ereditai quando arrivai in Galleria Mancuso da segretario, lo sostenni con decisione fin dall’inizio, costruendo su questo una grande passione per Lamezia e la sua Piana. E quell’idea che la Calabria o crescerà tutta insieme, e contemporaneamente, o resterà, peggiorando, al punto in cui è stata da sé stessa relegata. E che questa crescita non vi potrà mai essere senza la costruzione di una reale sua unità e politica e culturale e sociale. Unita soprattutto territoriale, la quale passa dalla costruzione di un’area attrezzata al centro del suo territorio, dove è lungamente aperto un vuoto divenuto voragine e povertà. Elemento di divisione e di rottura anche territoriale. Questo, il primo punto di riflessione.

Il secondo, la necessità di realizzare quel progetto è quantomai stringente per molti motivi. Ne sottolineo i più importanti. La possibilità che le due Città, Lamezia e Catanzaro, affrontino le le loro reciproche gravi debolezze aprendosi al vasto territorio che si trovano davanti, riprendendo immediatamente un dialogo assurdamente interrotto e che attraverso di esso, insieme, partecipino alla più larga discussione riguardante, in particolare in epoca Pnrr, lo viluppo dell’intera Calabria. Sviluppo che abbia, non dimentichiamolo, anche un capoluogo vivo e vivace, finalmente restituito al suo prestigio e al ruolo che ogni vero capoluogo dovrebbe avere, e una città, distante solo 34 chilometri, che ben risponda alla sua naturale vocazione e a quel ruolo che Arturo Perugini, suo padre fondatore, le aveva assegnato. Se le due Città, attraverso i loro vertici, riprenderanno a parlarsi, con intelligente responsabilità, potrebbero più facilmente essere allontanati, per essere poi definitivamente superati, quei meccanismi psicologici e di arretratezza culturale, su cui sono state costruite quelle chiusure che hanno favorito le fortune elettorali di pochi e la debolezza delle popolazioni.

Sono i soliti nostri difetti caratteriali. E, cioè, l’invidia, la gelosia, i particolarismi, il campanilismo. E quello strano senso di appartenenza che, tra l’altro, contrasta fortemente con lo spirito individualistico fortemente divisivo delle stesse singole comunità. Si pensi a quello che a Lamezia separa ancora Nicastro, Sant’Eufemia e Sambiase. E quello che a Catanzaro lascia ancora i tradizionali quartieri luoghi a sé stanti, chiusi e distanti l’uno dall’altro e tutti insieme da quelli nuovi costruiti irrazionalmente su un territorio depredato e abbandonato. L’altro elemento, che ancora resta come ostacolo e come vecchia resistenza all’idea, è l’equivoco creato allora da quanti quell’idea non avevano ben compreso. E cioè che su quell’asse, che Petronio e Pujia non a caso avevano denominata “attrezzata”, potesse nascere la grande Catanzaro assorbente quel che sarebbe rimasta della indebolita Lamezia.

Quel progetto era ed è tutt’altro che questo. Invero, potrebbe essere (oggi che a sud è già operante, sebbene con errori enormi e incultura profonda, l’area Metropolitana di Reggio, e a nord si vorrebbe costruire la grande Cosenza, cosa che considero assai utile), la grande e felice opportunità per noi di realizzare nell’area centrale, per quella vocazione di cui ho detto sopra, un’area ancora più forte di quella metropolitana statuita per legge. Una realtà nuova e moderna, davvero originale, quale motore di un nuovo sviluppo della Calabria. Uno sviluppo che punti decisamente alla valorizzazione delle risorse peculiari e a quel rapporto tra economia e ricerca scientifica, garantito dalla nostra Università. Nostra nel senso che si trova all’interno di quest’aerea, ma che è e deve continuare essere Universita della Regione. Potrei aggiungere altre considerazioni. Ma ci sarà tempo e luogo e spazio per farle. Qui, in un articolo, non vi sono. Trovo piuttosto la possibilità di dire brevemente la mia idea più forte, che potrà dare più consistenza al progetto originario e maggiore determinazione alla nostra Città nel sostenerla.

Anche questa sarebbe nota per averla cantata in tutte le messe. In sintesi, la nuova Catanzaro c’è. Essa potrà sorgere nell’abbraccio e nella generosità. Nell’abbraccio che deve lanciare verso quel territorio da cui potrà nascere la Città della cultura e della Scienza, della Bellezza e della religiosità, delle multiculturalità e della storia intrecciata di tante storie. Il territorio che va da Squillace-Borgia fino a Taverna, la città del mare e dei monti. La Città della Magna Graecia e di Mattia Preti. Nella generosità, quella di offrire, per essere sanata e razionalizzata, mantenendosi catanzarese a tutti gli effetti, l’area fatta crescere male, cosiddetta di Germaneto.

Qui sono sorte e operano positivamente strutture e istituzioni e altre, come il nuovo ospedale il nuovo stadio, potrebbero sorgere presto, che sono a totale servizio di tutta la Calabria. Questa realtà, non deve più pesare solo sulle spalle del capoluogo ma deve essere, disponibile come dovremmo renderla, spazio Regione. E questo anche nella visione più coerente che il Capoluogo possa essere riconosciuto, quale Città speciale, per cui rinnovare la richiesta di una legge per il capoluogo. Si lavori su questo terreno. Con convinzione e visione politica. E insieme nasceranno la nuova area centrale sull’asse Lamezia-Catanzaro, la nuova area metropolitana, la nuova Lamezia, la nuova Catanzaro. E la nuova Calabria. (fc)

L’OPINIONE / Vincenzo Castellano: Il ruolo della Zes unica, infrastrutture e alta velocità

di VINCENZO CASTELLANOLa recente pubblicazione della legge di conversione del decreto Sud in Gazzetta Ufficiale segna un’epoca di grandi aspettative e speranze per il Mezzogiorno. Con l’istituzione di una zona economica speciale (Zes) unica, prevista a partire dal 1° gennaio 2024, si apre un nuovo capitolo nello sviluppo economico di quest’area storica del Paese. Questa legge, numero 162 del 13 novembre 2023, rappresenta un passaggio chiave per rilanciare le regioni del Mezzogiorno, offrendo una struttura più unificata e semplificata per le attività economiche e imprenditoriali.

La nuova legge si concentra sulle misure di semplificazione amministrativa, cruciali per attrarre investimenti e stimolare l’attività economica. L’autorizzazione unica per l’avvio di attività economiche, industriali, produttive e logistiche è un cambiamento significativo, destinato a ridurre la burocrazia e a rendere il Mezzogiorno una meta più allettante per gli imprenditori.

Il credito d’imposta previsto dalla legge per le imprese che investono nella Zes unica è un altro pilastro fondamentale. Coprendo regioni come Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna, Molise e le zone assistite dell’Abruzzo, questa iniziativa incentiva gli investimenti in beni strumentali nuovi, cruciale per la crescita e l’innovazione.

Il Piano strategico triennale per la Zes Unica, in allineamento con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), definirà i settori prioritari e le linee d’azione per lo sviluppo della zona. Questo aspetto assicura che gli sforzi siano coerenti con gli obiettivi nazionali più ampi, garantendo un impatto duraturo.

L’istituzione della Zes unica è solo una parte di un disegno più ampio che comprende anche il potenziamento delle infrastrutture, come la realizzazione dell’alta velocità ferroviaria e del ponte sullo stretto di Messina. Questi progetti infrastrutturali sono essenziali per migliorare la connettività del Mezzogiorno con il resto dell’Italia e dell’Europa, facilitando gli scambi commerciali e attirando ulteriori investimenti.

L’alta velocità e il ponte sullo stretto non sono solo simboli di modernizzazione, ma strumenti attivi per ridurre il divario economico e sociale tra il nord e il sud del paese. La loro realizzazione potrebbe trasformare significativamente il panorama economico del Mezzogiorno, rendendolo più accessibile e integrato nel contesto nazionale e internazionale.

In questo scenario, la Zes unica funge da catalizzatore per gli investimenti e per la semplificazione del tessuto imprenditoriale. L’obiettivo è creare un ambiente in cui le imprese possano prosperare, sostenute da politiche fiscali favorevoli e da un quadro normativo semplificato.

Diciamolo con convinzione: il Mezzogiorno si trova di fronte a un’opportunità storica di riscatto economico e sociale. La combinazione di infrastrutture avanzate, politiche di incentivazione come il credito d’imposta e la semplificazione amministrativa offerta dalla Zes unica, può effettivamente essere la chiave per sbloccare il potenziale a lungo latente di questo straordinario territorio. È un percorso che richiede impegno, visione e coordinamento, ma le premesse per una rinascita economica del Sud Italia sono più solide che mai(vc)

[Vincenzo Castellano è dottore commercialista e Founder di Sud Zes Consulting]

L’OPINIONE / Pietro Molinaro: Commissione antindrangheta istituzione che lavora unita

di PIETRO MOLINAROIl Corriere della Calabria, ha messo in discussione l’esistenza e il ruolo della Commissione del Consiglio Regionale contro il fenomeno della ‘ndrangheta, strumentalizzando i gravissimi episodi criminali che stanno investendo la Sibaritide ed il Tirreno Cosentino. Davvero un pessimo servizio alla Calabria ed alla lotta alla ‘ndrangheta. Non posso permettere che venga attaccata una Commissione consiliare che lavora su un terreno tanto delicato quanto pericoloso.

L’articolo pubblicato dal giornale on-line  che sminuisce e cerca di banalizzare  l’attività della Commissione e prova anche a mettere zizzania tra noi componenti che in questi mesi abbiamo lavorato in piena sintonia e serietà, com’è doveroso per la tematica che trattiamo. Il tentativo è di creare tensioni tra di noi componenti della Commissione, ma, come sempre, decideremo insieme come e quando proseguire la discussione dei mesi scorsi su quanto sta accadendo nella Sibaritide e nel Tirreno Cosentino,  una preoccupante situazione che merita serietà e sobrietà di linguaggio anche da parte di chi fa informazione.

Nell’articolo, si cerca di  banalizzare un atto ufficiale come il Piano speciale legalità, antiracket e antiusura, approvato all’unanimità dalla Commissione e dalla Giunta regionale ed a cui si è giunti dopo un significativo percorso di audizioni che hanno coinvolto decine di organizzazioni/associazioni che quotidianamente operano per il contrasto alla criminalità organizzata.

Anziché liquidare il Piano come un atto meramente burocratico, sarebbe stata opportuna un’analisi del suo contenuto; anche per criticarlo, eventualmente,  ma con cognizione di causa e dimostrando di averlo almeno letto! Il Piano comprende l’impegno alla costituzione in giudizio della Regione nei procedimenti contro la ‘ndrangheta, il collocamento obbligatorio in favore delle vittime della criminalità organizzata e dei loro familiari. Ed ancora: l’aiuto ai comuni che escono dai periodi di scioglimento dei consigli comunali per infiltrazioni criminali, la lotta all’usura ed il sostegno alle famiglie in condizione di sovraindebitamento.

E poi, un impegno forte e costante  a trecentosessanta gradi dell’intera commissione sulla cultura della legalità a partire dalle scuole. Sono stati auditi i sindacati sulla sicurezza sui luoghi di lavoro e ultimamente, con una serena discussione alla presenza dell’imprenditore De Masi che ha rilasciato una toccante testimonianza, è stata approvatala Proposta di Legge per riconoscere una premialità e la possibilità di continuare a fare impresa a coloro i quali si oppongono alle pressioni della ‘ndrangheta e della criminalità organizzata. Vorremmo tutti maggiori attribuzioni alla  Commissione ma non possono essere quelle della Commissione Parlamentare Antimafia  che può procedere alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria.

La Commissione antindrangheta è un’istituzione che lavora seriamente e dovrebbe  essere rispettata senza tentare, con “mezzucci”, di delegittimarla. Per il bene della Calabria. E di nessun altro! (pm)

L’OPINIONE / Vincenzo Vitale: Ombre sulla demolizione di Piazza De Nava

di VINCENZO VITALE – Piazza De Nava ormai non c’è più, demolita in virtù di una progettualità ignorante di storia e carica di supponenza, compiacente una politica imbelle e prona ai desiderata della Soprintendenza. Nell’ultima versione del progetto esecutivo, custodita dai barbari distruttori come se fosse un quarto segreto di Fatima e conosciuta solo tramite un accesso agli atti, si dice che, andati in discarica i ferrei tubi di raccordo tra pilastrini, questi sarebbero stati utilizzati come paracarri nelle adiacenti vie.

Non c’è traccia della fine che hanno fatto i monumentali pitosfori, nonostante che per legge avrebbero dovuto essere espiantati e riposizionato in altro sito. E nemmeno di dove siano finite le verdi panchine, uguali a quelle presenti sul lungomare, opera di artigiani reggini e forgiate in una fonderia che un tempo trovavasi nei pressi dell’attuale piazza Sant’Anna. Dette panchine sono tipiche del periodo della ricostruzione reggina dopo il sisma del 1908 e in qualsiasi parte del mondo civile sarebbero state oggetto di venerazione culturale quale segno materico di un trascorso tempo. Archeologia del moderno, così potremmo definire la cura e l’attenzione verso oggetti del passato, che questi rappresentano e descrivono con un solo colpo d’occhio.

La Soprintendenza reggina, quella delle “carte a posto” e della burocratica propensione a tenere in ordine i faldoni più che entrare con cultura e diligenza nel merito delle sue attività, dove le ha messe? In una qualche discarica, cosa difficile da ipotizzare, o in qualche giardino privato come bottino di guerra concesso a chi si è mantenuto fedele ai suoi infausti progetti? Alcuni precedenti di simili razzie a Reggio ci sono stati, come quelle riguardanti le basole rettangolari in pietra lavica ai tempi dell’asfaltamento selvaggio di tutta la zona nord della città a ridosso del centro propriamente storico.

È solo un’ipotesi, naturalmente, ma il dubbio, in assenza di un’eusastiva dichiarazione da parte della Soprintendenza, è logico che vi sia. Come anche sarebbe corretto che si dichiarasse chi e come ha ricevuto o riceverà i circa cinquecentomila euro spettanti per la progettazione e a direzione dei lavori della nuova piazza. Tutte transazioni finanziarie certamente legittime, d’altronde la Soprintendenza è troppo burocraticamente sgamata per non avere le “carte a posto”, ma, per non far pensare che l’ostinazione alla demolizione sua stata frutto di interessi economici, sarebbe opportuno che sul tema dei compensi si emettesse una nota formale. Tutto qui.

Ormai il danno alla città e stato fatto, solo che la cittadinanza vorrebbe sapere se il crimine urbanistico è stato commesso per ignoranza della storia cittadina o per becero interesse personale o di gruppo. È una richiesta illegittima o immotivata? (vv)

[Vincenzo Vitale è presidente della Fondazione Mediterranea]

L’OPINIONE / Pietro Molinaro: Triplice intimidazione nella Sibaritide impone di alzare la guardia

di PIETRO MOLINARO – Lo aveva detto recentemente l’allora Procuratore della Repubblica della DDA di Catanzaro Nicola Gratteri: «nella Sibaritide per tanto tempo c’è stata una sottovalutazione del problema si è sempre pensato che la ‘ndrangheta non c’era… che al massimo c’era una criminalità minore fatta dagli appartenenti all’etnia rom».

La ‘ndrangheta, fiuta gli affari,  ha tollerato questa presenza e ora seguendo l’importante flusso di soldi che gira in questa area conferma il grado di penetrazione, con un controllo del territorio esercitando una capacità di influenza. e prepotenza.

La triplice intimidazione in questa area nell’arco di 36 ore, al giornalista Luigi Cristaldi, alla presidente del Consiglio Comunale di Corigliano-Rossano Marinella Grillo e  ad un imprenditore, – a loro va la mia vicinanza e solidarietà insieme alle loro famiglie – è un chiaro segnale che si vuole alzare il livello su punti nevralgici ed essenziali per la democrazia: l’informazione, le istituzioni e l’imprenditoria sana.

Gli importanti investimenti che ci sono nella Sibaritide stanno attirando gli appetiti di una ‘ndrangheta di serie A, che non dimentichiamo è la più importante e pericolosa organizzazione criminale italiana, che vuole sbarazzarsi e impaurire chi denuncia e si batte per la legalità.

Le Istituzioni preposte lo hanno già programmato, per il mio ruolo, da presidente della Commissione Consiliare chiedo che venga convocata una riunione del comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica per stabilire una serie di iniziative tra cui il rafforzamento delle forze dell’ordine sul territorio per non accorgersi troppo tardi di essere diventati quasi ostaggi di questa criminalità ed evitare che si rafforzi la sua presenza capillare, consolidata e pervasiva.

Questo significa dare fiducia ai cittadini e contribuire ad abbattere un eventuale muro di omertà.  (pm)

L’OPINIONE / Giacomo Saccomanno: Il Ponte porterà all’Italia lavoro, investimenti e sostenibilità

di GIACOMO SACCOMANNO – Ormai il Ponte sta per diventare una realtà! Il percorso voluto dal Ministro Salvini si sta concretizzando e, quindi, l’operazione si potrà concludere nei termini prefissati, con apertura dei cantieri nell’estate 2024. Una grande opera che attrarrà sia operatori tecnici che tanti turisti.

Un intervento strategico che porterà all’Italia lavoro, investimenti e sostenibilità. Per milioni di cittadini calabresi e siciliani, come per tutti gli italiani, il Ponte significherà lavoro, sicurezza, velocità, impieghi, salute, adeguatezza ambientale. Insomma, un futuro migliore. Dopo cinquant’anni di chiacchiere e tante promesse non mantenute, grazie alla Lega e al Governo attuale, si passerà dalle parole vuote ai fatti concreti, che comprendono anche 30 miliardi di investimenti su strada, autostrade e ferrovie sia in Calabria che in Sicilia.

Chi non vuole il Ponte o è cieco oppure spinge per mantenere il Sud nell’attuale degrado e con un divario che con i no non si potrà mai eliminare. Solo con grandi opere si potrà dare al Sud quelle infrastrutture che altrimenti non ci saranno mai. Tutto ciò grazie alla Lega ed al suo capitano Matteo Salvini. (gs)

[Giacomo Saccomanno è commissario regionale della Lega]

L’OPINIONE / Francesco Gagliardi: Elly Schlein, lasci il Pd per farlo vivere

di FRANCESCO GAGLIARDIPer far vivere il Partito Democratico il Segretario Elly Schlein, eletto 8 mesi fa, dovrebbe lasciare il partito, perché fino ad oggi è stato incapace di esprimere una linea politica, non ha nessuna esperienza. Oggi il P da lei retto è un partito fantasma, un partito che non esiste. Chi ha scritto queste cose non è un Deputato o un segretario di un partito della maggioranza di governo, non è Giorgia Meloni o Capezzone, Del Pietro o Porro, è Piero Sansonetti, un comunista incallito, l’attuale Direttore del giornale “Unità”, organo ufficiale del defunto Partito Comunista Italiano, giornale fondato da Antonio Gramsci.

Elly Schlein dovrebbe subito dimettersi perché finora la sua segreteria non ha prodotto nulla. Per Sansonetti il Pd è un partito fantasma.  In otto mesi il segretario Schlein ha combattuto una sola battaglia e l’ha persa. E’ quella del salario minimo, iniziativa di Conte e del Movimento 5 Stelle. Su tutto il resto è stato un susseguirsi di silenzi e di dichiarazioni contorte e incomprensibili. E’ stata finanche richiamata da Lilly Gruber durante una intervista sulla TV 7: – Ma chi la capisce se lei parla così –. E Giovannini ha rincarato la dose:– Non dice una parola chiara, questo è il limite della sua segreteria –. Sa solo attaccare Giorgia Meloni e il suo governo annunciando una grande manifestazione a Roma l’11 novembre sulla sanità, sui salari, sulla casa.

L’apice della non esistenza è stato raggiunto in questa settimana. C’è la guerra, si combatte in Ucraina, nella Striscia di Gaza, si discute ovunque, talk show nelle reti televisive Rai e private, in tutte le città del mondo si svolgono grandi manifestazioni per chiedere il cessate il fuoco, si invoca a gran voce la pace, bandiere dell’arcobaleno sventolano negli edifici pubblici e persino nei  campanili delle chiese, si parla dei diritti dei Palestinesi e degli israeliani, si parla di antisemitismo e di antisionismo, si ricorda la Shoah e gli otto milioni di ebrei morti nei lager nazisti, e il Pd cosa ha scelto? Il silenzio. Silenzio assoluto ha scritto Sansonetti nel suo editoriale del 7 novembre. E Sansonetti fa l’elenco: Silenzio sulla scuola, sul welfare, sulla giustizia, sull’accoglienza ai migranti, sul fisco.

Il danno che sta facendo la Schlein è enorme. Lasci il Pd per farlo vivere. Cara Schlein, il tempo è finito: ridacci il Pd che serve all’Italia.  E se lo dicono Sansonetti e l’Unità dobbiamo crederci. È una bordata da sinistra, dove fa più male. Il Direttore Sansonetti si allinea alle critiche del Governatore della Campania Vincenzo De Luca il quale liquida l’esperienza della Schlein come un tentativo di togliere potere ai vecchi marpioni del Pd, a tutti i principali responsabili del disastro elettorale, ma poi sono tutti lì.

Ci sono quelli che hanno governato per 15 anni. Quelli che hanno fatto parte della segreteria. Quelli che sono stati al governo senza nessun merito. Ci sono i vecchi marpioni e capicorrente. Sono tutti lì. Non ha avuto il coraggio politico di rifiutare i loro appoggi, di prenderne le distanze, in nome della propria autonomia. Povera Elly Schlein, pensava di aver guidato lo sbarco in Normandia. (fc)