LA RIFLESSIONE / Franco Cimino: Liliana Segre, la storia democratica, l’antifascismo vivente, la bellezza al Senato

di FRANCO CIMINO – Bella, solenne, ieratica, intensa, poetica, scultorea, magnifica, questa è la donna che è stata seduta per qualche ora sul banco più alto e prestigioso, come ella stessa ha voluto definire la sua postazione odierna, assegnatale dalla norma per la sua anzianità anagrafica e, purtroppo, non parlamentare, sebbene il riconoscimento della sua storia personale l’ha portata al Senato per l’altissima scelta di Sergio Mattarella, il presidente della Repubblica democratica. È Liliana Segre, la donna sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti, nei quali è stata deportata nel 1938, ancora bambina con i suoi sette anni appena compiuti.

Vi fu inviata dal fascismo e dal suo capo, Benito Mussolini, alleato e anzi maestro di Hitler, che alla sua filosofia di potere ha ispirato il suo assolutismo dittatoriale mentre deragliando da quella ha consumato la più dura azione criminosa nei confronti dell’umanità. Liliana Segre, in apertura del diciannovesima legislatura, ha tenuto un discorso tra i più belli che si siano mai ascoltati al Senato, colorando di sentimenti profondi quell’aula che in tempi non proprio lontano si voleva rendere “sorda e grigia per un bivacco di manipoli ”. Non ripeterò qui le sue parole e non richiamerò i suoi passaggi più importanti, se non quello in cui accanto alla richiesta di tenere alta la vigilanza nei confronti dei fenomeni d’odio che stanno attraversando la società non soltanto italiana, che hanno nella discriminazione razziale e nel rifiuto delle diversità i pilastri fondamentali, vi ha messo il richiamo forte al valore della Carta Costituzionale.

Un richiamo che non è retorico in un momento come questo in cui i principi fondamentali del vivere civile e del semplice associarsi nel consorzio umano sono non soltanto messi da parte o dimenticati, ma decisamente violati da una brutta cultura che si è ormai affermata in Italia e nel mondo. Una cultura in cui prevale la concezione del potere come forma di dominio sulle persone e della guerra, in qualsiasi forma manifesta, come strumento non solo di risoluzione di conflitti sociali e fra gli Stati, ma quale affermazione dello strapotere di una ristretta fascia di individui nei confronti della stragrande parte dell’umanità e delle popolazioni, sempre più tenute ai margini del Progresso e della vera ricchezza.

Un potere che non tiene conto né della vita né della persona, ma unicamente dell’agire degli individui all’interno di un sistema in cui essi siano sempre più pedine e strumenti per l’acquisizione e il mantenimento delle stratosferiche ricchezze di pochi. Il richiamo della senatrice Segre al valore della vita e della persona in cui risiede il principio costitutivo della stessa, che è la Libertà, che la nostra Costituzione non concede, come avviene in altre democrazie, ma unicamente riconosce, è stato il momento più forte di questo discorso. Direi commovente.

Un discorso che da domani dovrà essere portato in tutte le aule scolastiche, dalle elementari fino a quelle delle università, affinché le nuove generazioni conoscano il valore di questa grande donna, ma soprattutto quello dei principi fondamentali per i quali ella si è battuta tutta la vita. Oggi, un Paese diverso da quello divisivo, litigioso, carico di tensione e di false contrapposizioni di inesistenti ideologie, un paese divenuto ancor più egoista e indifferente alle povertà, proprie, e alle sorti degli altri, oggi un Paese diverso da questo, e, pertanto, autenticamente democratico e con un Parlamento espressivo davvero dei principi costituzionali e dell’altezza della Politica, quella con la P maiuscola che quei principi sa difendere, conservare, valorizzare, applicare, avrebbe spinto il Senato a fare un solo gesto.

Alto, solenne, intenso, bello: lasciare Liliana Segre, con una votazione unanime, seduta su quel banco più alto. Che fosse per un’intera legislatura, un anno, un mese o un solo giorno, poco importa. Ma che fosse eletta all’unanimità da quell’Aula sarebbe stata la prova migliore del ritorno del nostro Paese alla sua grandezza. Grandezza democratica. (fc)

L’OPINIONE / Emilio Errigo: Non venite in Calabria, lasciateci soli

di EMILIO ERRIGO – Perché dovete disturbarvi, scomodarvi, avventurarvi, stancarvi e venire in Calabria, “Terra dei vostri avi, nonni, padri e delle vostre mamme”, per poi raccontare al mondo, attraverso interviste giornalistiche, televisive, anche d’oltre oceano, libri, giornali, agli amici al ristorante e al bar, le vostre brutte impressioni e suggestioni, su quella che viene (e per fortuna dei Calabresi) definita è considerata, la Terra più bella e cara alla stragrande maggioranza degli esseri viventi al mondo?

Non scomodatevi lor Signori e rimanete pure nelle vostre belle, vivibili, ricchissime, salutari città e vostri paesi di provenienza.
Vi prego non calpestate e sporcate ancora, con il marcio maleodorante delle vostre scarpe, un territorio, quello della nostra, cara, bellissima e affascinante Calabria!

Perché dovete metterci piedi e poi sporcare di secrezioni salivari puzzolenti, l’aria purissima che respirate in Calabria?
Statevene comodi a casa vostra! Fateci il favore, rimanete lì dove siete, dove voi ritenete di vivere bene e in santa pace con voi stessi e non venite a rompere, frantumare… l’impronunciabile termine appropriato , gli equilibri naturali del vivere benissimo in questa dimenticata terra , con tanta miseria e nobiltà d’animo, tipica degli abitanti in questa regione del sud, per moltissimi aspetti, fortunata e grazie al buon Dio, ancora tanto amata “Terra mia di Calabria “.

Cosa volete che facciamo noi figli di Calabria, che scappiamo tutti di notte verso i territori esteri e vi colonizziamo a casa vostra, così vivremo tutti felicemente assieme , ridendo a squarcia gola e con la pancia piena, adibita distanza, di diverse migliaia di chilometri, delle disgrazie altrui?

Per carità non scherziamo Lor Signori, lo sappiamo bene tutti residenti e non, che nella nostra terra di Calabria, sono tante le cose da fare, che non vanno proprio bene, per eliminare i disagi sociali ed economici.
Lo sappiamo bene e come no!

Non siamo stati noi a espropriare moltissimi milioni di ettari di terreni agricoli fertilissimi e coltivati, con ogni ben di Dio e poi vedere costruite tante cattedrali improduttive di alcunché , nel desertificato, deturpato e violentato territorio della Regione Calabria.
Per favore Signori e Signore, Produttori cinematografici e televisivi, attori, attrici e registi, andate a vedere di giorno, Ravagnese, (con a centro del territorio urbanizzato il depuratore dei reflui maleodoranti urbani) ideato e costruito, da sapienti menti ingegneristiche e urbanistiche, a due passi dall’Aeroporto di Reggio Calabria, accanto alla vicinissima da quella che viene chiamata impropriamente, l’Aerostazione- Terminal dello Stretto.

Poi recatevi con tutta calma, (munite di maschere antigas meglio se sono maschere facciali Nbcr), nella ex Zona c.d. Industriale di San Gregorio- Mortara, avrete modo di filmare le incompiute grandi opere pubbliche marittime, ferroviarie e terrestri. Iniziate dal costruenti Porto-Approdo Navi e Mezzi Veloci al servizio dei passeggeri e turisti diretti in Sicilia.

Quanta spesa pubblica giace su quelle aree desolate e abbandonate al loro crudele destino. Basti fermarsi sul ponte del Torrente Valanidi per ammirare i tetti rosso Venezia della ex Fabbrica Arenella di San Gregorio e della vicina ex Fabbrica delle essenze di Bergamotto.
A quando la promessa Scuola di Alta Formazione per Profumieri?

Per completare le riprese radio-televisive, prendere il treno dello Jonio, nella piccola ma ancora molto utile, Stazione di San Gregorio o della nuova e poco utilizzata, Stazione Aeroporto, dirigendo verso Saline Joniche di Montebello, prima visitate e filmate, il Borgo Storico Grecanico di Pentidattilo, poi a seguire accompagnati dalla Signora Sindaco e scortate da autopattuglie delle Forze di Polizia, eseguite le riprese di scena di quel che rimarrà per sempre, delitto e scempio ambientale, più grande e disastroso al mondo: la costruita e mai funzionante fabbrica denominata “Liquichimica di Saline Joniche” e le vicinissime mega infrastrutture edilizie di quella che dovevano essere le ” Grande Officine Sud delle Ferrovie dello Stato”, ora tutto lasciato alle decisioni del futuro Governo dell’Italia, Calabria inclusa se si vuole!

Altrimenti lasciateci soli, che noi Calabresi sappiamo fare meglio e bene, solo quando ci sentiamo offesi, ulmiliati, derisi, maltrattati e privati della dignità civile. (ee)

[Emilio Errigo Uomo dell’anno Calabria 2022]

L’OPINIONE / Giacomo Saccomanno: Al Governo devono andare i migliori che hanno dimostrato di esserlo

di GIACOMO SACCOMANNO – La gravità della situazione economica e sociale dell’Italia merita la massima attenzione. Il prossimo Governo dovrà affrontare sfide epocali e in poche settimane, non potendo oltre perdere tempo, non avendo l’attuale esecutivo assunto quelle misure urgenti che tutti attendevano.

Saranno giorni decisivi per rimettere in piedi la nostra Nazione e per cercare di salvare il salvabile. Ecco la indispensabile necessità che il Governo sia rappresentato dalle migliori risorse umane e professionali. Uomini che hanno dimostrato nella propria vita di saperci fare, di essere competenti, di essere capaci, di essere determinati e di non avere alcun possibile condizionamento. Persone che devono pensare alla nostra Italia senza se e senza ma! Così come, la ripartizione deve interessare l’intero territorio in modo tale che tutte le regioni possano essere adeguatamente rappresentate.

Le innumerevoli istanze dei cittadini devono passare attraverso i propri rappresentanti in modo tale che possano raggiungere quegli obiettivi che finora sono rimasti solo nelle parole di una veloce campagna elettorale. Il popolo ha premiato il centrodestra e da questo vuole essere amministrato.

Un Governo politico che sappia cogliere le esigenze esistenti e sappia assumere iniziative forti che a volte non sono comprese dai cosiddetti tecnici. Ed in tale direzione è di rilevante importanza l’appello dei vescovi al nuovo governo “Tenga a cuore le sorti della Calabria”. (gs)

L’OPINIONE / Giusy Staropoli Calafati: Stanley Tucci e quei ritratti così sgradevoli della Calabria

di GIUSY STAROPOLI CALAFATISe mandassi a fanculo Stanley Tucci, sarei più maleducata o più mafiosa? 

Il signor Tucci credo non si porrebbe il problema. Gli basterebbe annotare la mia provenienza, che a qualificarmi non impiegherebbe nulla.

Stanley caro, ma perché la Calabria? 

Da quel che si appresta a definire, l’americano, i suoi genitori hanno avuto una mala ventura a nascervi qui. Perché venirvi allora proprio adesso, rischiando incolumità e reputazione, quando altrove il mondo è tutto rose e fiori?

Le dichiarazioni di Stanley Tucci alla CCN, contengono parole dure come pietre. E giustiziano un’intera regione con tutto il suo popolo. Se ne rende conto vero, Tucci?

È una mascalzonata questa qui. Prima scegliete la Calabria, le svuotate l’anima, e poi la lapidate. Usate la sua meravigliosa cornice per immortalare i vostri sporchi giochi, e poi la destinate allo scarto.
La Calabria non è più un’ingenua Melusina, Stanley Tucci, e a farsi fare ritratti così sgradevoli da artisti di passaggio come lei, non ci può stare. 

Ci dica, Tucci, e sia onesto, quante minacce ha ricevuto in questo girone di anime nere calabresi? E quante rivoltelle le sono state puntate alla testa, durante il suo soggiorno in questa Calabria “maledetta”? E quante mazzette le sono state chieste, con rituale mafioso, per girare “Searching for Italy” proprio qui, nel cuore della ‘ndrangheta? Lo dica, lo dica pure, Stanley, questa è roba che va denunciata. 

Caro Tucci, parlare per sentito dire, sulla base di dannati pregiudizi, è da vigliacchi. 

La Calabria, e lo osserva bene Corrado Alvaro, va vissuta e anche sofferta. La semplicità dei viaggiatori si ferma all’estetica. Ed  è così che a giudicare è l’impressione. Null’altro di più sinceramente profondo.

 E questo massacro mediatico a cui voialtri la sottoponete con ripetizione, da ogni parte del mondo, come se dire mafia alzasse di profilo, è peggio delle disfatte della mafia stessa. 

Ha veduto incompiuti, è vero, ve ne sono tanti da queste parti, ma le assicuro che c’è anche altrettanta compiutezza. E in essa è riassunta la nostra storia gloriosa, con cui nessuno si anima mai, di cui nessun altro parla.

Ci faccia capire, Tucci, per arrivare in Calabria è stato corrotto, o lei ha corrotto qualcheduno. Sa, dichiararla terra corrotta senza aver avuto una connessione personale diretta con questo genere di sistema, è davvero un abuso. Un torto a chi quaggiù ama, lavora, si dedica alla vita.
Sono tante le gravità che pesano sulla Calabria, è vero, lo sappiamo bene, Tucci, ma i giudizi di quelli come lei, sono le peggiori. E sono il male da cui intendiamo liberarci.
Quaggiù la gente non torna solo per questione di legami e di radici come dice lei, caro Stanley. C’è chi a venire a Scilla, a Tropea, a Serra San Bruno a Marzi, prova piacere. E per villeggiare vi ritorna 2, 3, 4 volte ancora.

Torni anche lei, Tucci, torni al Sud, ma questa volta senza macchine da presa e sgombro da ogni pregiudizio. In search of Calabria. 

Vedrà che, alla domanda di Christiane Amanpour, avrà cose da correggere su quelle già dette, e ulteriori ne avrà da aggiungere. (gsc)

L’OPINIONE / Antonio Errigo: Gasdotti, cavidotti ed elettrodotti in Calabria, quali benefici per i residenti?

di ANTONIO ERRIGO – Da una lettura di atti pubblici concernenti temi delicati quali gli espropri, gli asservimenti, gli indennizzi e le compensazioni mi sono chiesto quali siano stati e quali siano ad oggi i concreti benefici dei quali hanno goduto fino gli oltre 2 milioni di cittadini residenti in Calabria, in ragione della pluriennale presenza e insistenza sotto e sopra il territorio regionale di gasdotti, cavidotti ed elettrodotti e relative impattanti infrastrutture pertinenziali.

Mi riferisco in particolare ai gasdotti Transmed (che dall’Algeria, attraversa la Tunisia e il Mar Mediterraneo, arrivando fino all’Italia) e GreenStream (che collega Libia e Italia) realizzati in pluri-condotte, alcune delle quali situate in ambiti spaziali sottomarini che attraversano il Canale di Sicilia. Entrambi, dopo un lungo tragitto, approdano sulle coste sicule (Mazzara del Vallo e Gela) per poi proseguire mediante condotte adagiate sul fondo del Mare Nostrum in terra di Calabria su due note spiagge: la Costa Viola, nei pressi del comune di Scilla (gasdotto Transmed), e l’altro, emergendo dal fondo marino, nei pressi delle incontaminate spiagge di Palmi (gasdotto Greenstream).

Le grosse e robuste condotte consentono di trasportare ogni anno circa 23 miliardi di metri cubi di gas provenienti dall’Algeria, a cui vanno ad aggiungersi oltre 4 miliardi di metri cubi di gas estratti in Libia. Tutta questa enorme quantità di gas attraversa il mare e dentro grandi tubazioni situate sottoterra, il territorio della regione Sicilia e tutta la regione Calabria, proseguendo in direzione delle altre regioni del Mezzogiorno e Centro Italia, fino ad arrivare nelle regioni settentrionali del nostro Paese.

Mi chiedo se esistano politici, governanti, industriali e manager di aziende private o pubbliche che in questo particolare periodo di crisi energetica abbiano pensato a misure incentivanti volte a compensare in diritto i rischi ai quali si potrebbe incorrere, gli immaginabili inquinamenti elettromagnetici, le limitazioni edificatorie, i divieti urbanistici, le numerose servitù di approdo e passaggio in escavo profondo sul territorio delle due regioni meridionali d’Italia.

Forse i residenti in Calabria e Sicilia, gli autotrasportatori, le aziende di logistica, i commercianti, agricoltori, pescatori, ristoratori, albergatori, gli industriali beneficiano di un trattamento particolare da parte dei produttori e fornitori dei sempre più costosi prodotti energetici?  Credo che i cittadini calabresi e siciliani debbano poter contare sul beneficio – dovuto se non in diritto almeno in coscienza – di una riduzione tariffaria di compensazione.

E sono convinto che proprio questo possa essere il momento storico più adatto per manifestare, concretamente e con cuore nobile, una forma di vera solidarietà umana da parte di chi detiene ed esercita il potere economico e industriale. Sono tanti, troppi, gli imprenditori in procinto di dichiarare “cessate definitivamente” all’Ufficio delle Entrate le proprie attività. Una compensazione appagherebbe… forse… la coscienza di chi opera nella quasi totale inconsapevolezza dei cittadini che… forse… potrebbero subire anche comportamenti omissivi, promesse disattese, da parte di coloro che grazie al mare e ai territori attraversati (deturpati?!) hanno conseguito e ancora conseguono rilevantissimi utili.

Saranno pure infrastrutture critiche energetiche di interesse nazionale sulla cui pubblica utilità non c’è nulla da obiettare, ma un sensibile alleggerimento dei costi mensili  di luce e gas in favore degli utenti della Calabria e Sicilia, credo che sia un atto di giustizia economica e sociale. (ae)

L’OPINIONE / Clelia Giovanna Li Gotti: Piazza De Nava non si tocca

di CLELIA GIOVANNA LI GOTTI – Nel corso dei secoli alcuni eventi distruttivi, sia naturali che causati dall’uomo, hanno profondamente cambiato l’aspetto di Reggio Calabria, che oggi si presenta come una città moderna principalmente per l’effetto delle ricostruzioni avvenute dopo il sisma del 1908.

Molte opere d’arte ed edifici realizzati nei nei secoli precedenti sono andati perduti, tuttavia la città conserva esempi monumentali di pregio e antiche vestigia che testimoniano la sua storia. Affacciata sul mare e ricca di storia e cultura, Reggio Calabria è una città sorprendente e dinamica. Il clima mediterraneo e la sua storia millenaria la rendono il luogo più adatto per chi cerca relax, buon cibo e non vuole rinunciare a fare un tuffo nel passato. Il centro storico è in prevalenza caratterizzato da palazzi in stile liberty, senza soluzione di continuità. Reggio Calabria è una città ricca di storia. La sua fondazione risale al lontano 734 a.C. ad opera di greci calcidesi.

Da allora la città è sempre risorta sullo stesso sito, anche dopo il disastroso terremoto del 1908 che la distrusse interamente. Fu però a seguito di quell’evento che emersero le vestigia della Reggio classica e della sua ricca storia. Di lì a poco la fondazione del Museo della Magna Grecia contribuirà a far rinascere nei reggini il desiderio di cultura e bellezza. Oggi Reggio è una città culturale e non solo grazie al suo Museo, ma anche la Pinacoteca Civica, il Castello Aragonese, il Teatro Comunale, il Museo del Bergamotto etc.

Bisogna viverla la nostra città e non distruggerla perché noi abbiamo una grande ricchezza noi non siamo l’ultima ruota del carro come possono pensare glia altri. io dico “adesso basta alla nostra distruzione” e Piazza De Nava non si tocca. Dobbiamo, in prima persona, sperimentare le esperienze culturali che può regalare l’area reggina. Può essere un modo davvero unico di vivere la nostra terra. (cglg)

[Clelia Giovanna Li Gotti è storica della critica d’arte]

L’OPINIONE / Fabrizia Arcuri: Il caso di femminicidio a Scalea richiede una riflessione seria

di FABRIZIA ARCURIL’ultimo caso di femminicidio avvenuto, nei giorni scorsi, a Scalea, nell’alto tirreno cosentino, porta necessariamente ad una riflessione seria e in ogni ambito: sociale, clinico, educativo e anche di comunicazione. Ed è su questo ultimo aspetto che, anche da giornalista, mi soffermo ogni qualvolta ci troviamo a dover ‘raccontare’ un fatto di cronaca e nello specifico di femminicidio e violenza di genere.

Dalla Convenzione di Instanbul, con riferimento allarticolo 17, al Manifesto di Venezia del 2017, inserito nel codice deontologico dei giornalisti, si parla di una corretta informazione per contrastare la violenza sulle donne. Recita: Noi, giornaliste e giornalisti firmatari del Manifesto di Venezia ci impegniamo per una informazione attenta, corretta e consapevole del fenomeno della violenza di genere e delle sue implicazioni culturali, sociali e giuridiche. La descrizione della realtà nel suo complesso, al di fuori di stereotipi e pregiudizi, è il primo passo per un profondo cambiamento culturale della società e per il raggiungimento di una reale parità”. 

E se negli anni al fenomeno è stato dato un nome e si riferisce ad una casistica precisa quanto ampia per manifestazione di reati, è anche vero che è ormai una costante ritrovare quelle frasi, con una descrizione sempre più fuorviante e una narrazione quasi tossica del fatto. Più la violenza di genere aumenta, che va dalla violenza fisica a quella psicologica, dallo stalking allo stupro, a cui si aggiungono i reati connessi allutilizzo di internet e dei social media, fino allomicidio, più si coniano termini che cercano di normalizzare” gli accaduti. Ed ecco che quei termini ritornano, soprattutto lì dove è più alta la spettacolarizzazione, a dirottare verso laccettazione passiva di ciò che ormai è diventata quotidianità. 

Era una brava persona”, Salutava sempre”, Era un gran lavoratore e stravedeva per la moglie”, e poi Erano innamorati e felici”, Proprio una bella famiglia”, queste sono alcune delle frasi che come un mantra, oramai, vengono ripetute dai parenti, amici, vicini, conoscenti, dopo un fatto di cronaca, un omicidio, un femminicidio. Un mantra che probabilmente serve ad esorcizzare laccaduto. E chi poteva mai immaginarlo”, frasi purificatrici come se le tragedie venissero dettate dal nulla, o da spiriti, o ancor peggio da quello che in molti chiamano in causa consegnandogli colpe e azioni: “è stato un raptus”, un momento improvviso, una follia momentanea.

Ma quel fantomatico raptus” non esiste, lAssociazione nazionale degli psichiatri italiani lha affermato da tempo. Sono tutte in qualche modo tragedie annunciate e ci si accorge di ciò quando si comincia a cercare il movente, che porta il più delle volte alla premeditazione, e nelle confessioni delle vittime superstiti, dei carnefici, nelle testimonianze dei parenti e degli amici, scavando più a fondo emerge un quadro diverso, i puzzle vengono ricomposti, tassello dopo tassello, ritornano alla mente gesti, parole, scatti, rabbia, il proprio vissuto viene sviscerato, come se la lente di un microscopio riuscisse a scrutare nellintimo, nel tempo.

Ed ecco che incomprensioni, litigi, disagi, conflitti anche interiori, crescono giorno dopo giorno, sincanalano in meccanismi di autodifesa, creano mostri con cui si convive, sino a quando arriva quellelemento scatenante che materializza il proprio bersaglio, soggetto o soggetti su cui riversare le proprie frustrazioni, infelicità, rabbia. Statisticamente il luogo dove la violenza esplode in maniera più incondizionata è la famiglia. 

Si perdono di vista per un attimo i soggetti, vittime o carnefice, e si va alla ricerca di moventi inammissibili, di particolari morbosi, si profana la semplice verità con costruzioni inverosimili o peggio si utilizzano le cosiddette esche mediatiche” al solo scopo di attirare la curiosità del pubblico o lettore, più un dettaglio è morboso più si gioca su di esso. Arrivando addirittura a giustificare lazione compiuta in funzione di quel presunto e ormai scontato raptus. Fino a confondere i ruoli e i protagonisti, si colpevolizza la vittima e si difende il carnefice. Luomo ha commesso lomicidio perché non poteva sopportare lidea della separazione”, Separazione difficile”, Lultimo gesto del suo amore”, Non sopportava di perderli”, La separazione lha cambiato”, questi gli esempi nei casi di femminicidio o di family mass murder.

Nei casi di stupro o violenza fisica poi si arriva a quella che è stata definita colpevolizzazione della vittima che si trova nella condizione di dare spiegazioni o doversi giustificare per aver in qualche modo provocato e indotto la violenza. Ed ecco che sia arriva alla lapidazione mezzo stampa e le piazze virtuali o i talk show diventano veri e propri tribunali dellinquisizione che riescono ad imprimere lettere scarlatte o aggiungono altre cicatrici ai già martoriati corpi delle vittime secondarie.

Ci si dimentica quasi sempre delle famiglie, degli affetti, dei superstiti, di chi rimane e deve convivere con quel dolore e con ciò che consegue ad ogni atto delittuoso, dalle indagini ai processi, all’affidamento di minori che vengono di colpo catapultati in tutt’altra realtà e in un mondo che forse non gli appartiene.

Le parole non sono neutre, si dice, la semantica della violenza ha sempre una base linguistica, a maggior ragione per un giornalista che deve attenersi alla verità sostanziale dei fatti” e al quale si chiede il rispetto dei diritti fondamentali della persona e losservanza delle norme di legge poste a tutela. Se poi si richiama anche quellaspetto sociale dellinformazione, considerando che i media agiscono come un quarto potere, hanno la capacità di influenzare e in definitiva plasmare lopinione pubblica”, così come ricordato più volte dal Parlamento europeo, il quadro è completo. 

Negli anni sono state diverse le associazioni o movimenti spontanei contro la violenza sulle donne che hanno richiamato la stampa a quei principi del codice deontologico e delle leggi e norme vigenti per il rispetto e la parità di genere nellinformazione. Lo scopo non è soltanto il superamento degli stereotipi, dei pregiudizi e la valorizzazione delle differenze di genere ma anche che, con la funzione sociale a cui si è fatto riferimento, si possa contribuire al quel cambio di rotta culturale e strutturale che ancora relega la donna a funzioni e ruoli di sottomissione sociale e professionale, alimentata anche da espressioni linguistiche inappropriate quanto lesive e non veritiere che nulla hanno a che fare con la notizia di cronaca.

Anche questi sono passaggi necessari, obbligati, perché si raggiunga la parità di genere realmente sostanziale e non solo formale. (fa)

 

L’OPINIONE / Rita De Lorenzo: L’autonomia differenziata non conviene nemmeno al Nord

di RITA DE LORENZONessuno ne parla, ma adesso che si sta formando il governo è un tema di attuale importanza, un tema significativo per tutto il paese: l’autonomia regionale differenziata.

La maggior parte dei  cittadini non hanno ben chiaro il significato di ciò e soprattutto delle sue implicazioni in termini di disuguaglianza dei diritti e divari sociali tra Nord e Sud.

Questa manovra comporterebbe la sottrazione di ingenti risorse finanziarie alla collettività nazionale e il disgregarsi dei servizi ed infrastrutture logistiche come aeroporti, porti, reti di distribuzione dell’energia, ecc., che hanno una entità nazionale ed una struttura unitaria.

Il Centro studi Eurispes ha evidenziato, nel rapporto del 2020, che dal 2000 al 2017 al sud sono stati sottratti in media 46,7 miliardi di euro l’anno,  più di 840 miliardi di euro netti. A fortificare questa tesi anche i dati Svimez confermano ancora di più il divario, sottolineando che il Nord riceve una percentuale della spesa pubblica molto superiore al Sud: circa 4 mila euro pro capite in più.

L’autonomia differenziata accentuerebbe di più tale divario aumentando ancora di più le tensioni sociali e il sottosviluppo economico del sud Italia.

Ma nemmeno le Regione  “ricche” che ottengono l’autonomia differenziata possono trarne beneficio: perché il Sud rappresenta il mercato essenziale del Nord; l’impoverimento del Sud ridurrebbe drasticamente le richieste del mercato, essenziale per il Nord, a causa dell’impoverimento della popolazione in generale e dei ceti medi in particolare; perché anche nelle “ricche” Regioni del Nord le condizioni interne tra le varie realtà territoriali non sono uguali; perché una regione non ha alcuna possibilità di affrontare la competizione globale in solitudine.

Oggi come rappresentante politica di Italia del Meridione ritengo sia necessaria una lunga riflessione sulla questione dell’autonomia differenziata che reca danno a tutti, e non solo al sud. Sarebbe opportuno pensare ad un progetto di sostegno e sviluppo del Mezzogiorno, con investimenti nel territorio che porterebbero vantaggi a tutto il paese. (rdl)

L’OPINIONE / Nicola Fiorita: Politeama è un bene che appartiene alla città

di NICOLA FIORITA – Il Teatro Politeama è un bene che appartiene alla città intera e che per questo nel passato ha sempre visto lavorare in maniera unitaria tutte le forze politiche e istituzionali. E così occorrerebbe procedere anche in questo caso, privilegiando le proposte concrete – specie da parte di chi ha governato la città per molti anni – rispetto ai proclami sterili e alle polemiche inutili. Noi siamo al lavoro non solo per salvare, ma anche per rendere più forte il Politeama, altri mi sembra che lavorino solo per salvare se stessi, dopo essere stati protagonisti della più cocente sconfitta mai registrata dal centrodestra nella città di Catanzaro.

Come preannunciato al management del Politeama, dopo aver verificato che nessuna risorsa era a disposizione del teatro nel bilancio comunale e che i fondi utilizzati negli ultimi due anni erano già stati spesi per far fronte alle maggiori spese di energia elettrica e di gas, ho avviato un’opera di ricognizione delle economie presenti nel bilancio ereditato dalla precedente Amministrazione che ci consentirà di stanziare 100.000 euro circa in favore del teatro. Ovviamente verranno compiuti tutti gli sforzi possibili per trovarne ulteriori e più stabili a beneficio della Fondazione Politeama.

Rispetto a quanto sostenuto stamane davanti ai giornalisti dallo sparuto gruppo di centrodestra capeggiato dai consiglieri Polimeni e Riccio, bisognerebbe chiedersi: perché l’Amministrazione Abramo, in carica fino a giugno scorso, non ha stanziato all’atto dell’approvazione del bilancio annuale un contributo idoneo per il teatro? Perché i consiglieri di centrodestra non si adoperano nei confronti della Giunta regionale, che nomina un membro del Consiglio di amministrazione della Fondazione – sin dall’atto della sua nascita – affinché contribuisca in favore del Teatro della città Capoluogo di Regione? Perché gli stessi consiglieri non aiutano i vertici del Politeama, da loro nominati, a intercettare bandi regionali o nazionali, come accaduto di recente per Primavera dei Teatri e come accade da anni per i prestigiosi Festival d’autunno e Armonie d’arte?

Il loro appello “Salviamo il Politeama” risulta oggi, perlomeno, incompleto se pronunciato dalla parte politica che ha governato per decenni la città e che ha sempre rinviato il problema della gestione di una macchina complessa, come quella della Fondazione, che si è retta quasi esclusivamente sulle risorse comunali, seppur non prevedendo uno stanziamento specifico e fisso. Più corretto sarebbe dire “Salviamo il Politeama” dai disastri di Polimeni & company. Il centrodestra catanzarese deve fare i conti con il suo passato, in questa e in tante altre vicende, prima di parlare del futuro. Oggi, la nuova Amministrazione – davanti ad una congiuntura aggravata dall’aumento sproporzionato delle bollette – eredita la responsabilità di salvare il Politeama dalla voce zero lasciata nel bilancio e, al contempo, di elaborare una visione strategica di sviluppo in grado di garantire un futuro più stabile e duraturo. L’impegno politico che ci siamo già assunti è quello di favorire un percorso che porti la Fondazione verso una più rafforzata sostenibilità, coinvolgendo gli altri Enti soci fondatori, ma anche le forze imprenditoriali e i privati che vogliano sostenere fattivamente questo percorso. 

Di concerto, mi auguro che i vertici del Politeama proseguiranno nella ricerca di nuove partnership e nella partecipazione a quei bandi che consentono a molti teatri di ridurre il peso percentuale del contributo pubblico.

In questa ottica, ribadisco che tutti coloro che intendono portare sul tavolo proposte e suggerimenti utili alla causa potranno contare sempre sulla massima apertura di questa Amministrazione, poco interessata, al contrario, a restituire credibilità a chi l’ha perduta nei decenni precedenti. (nf)

L’OPINIONE / Vincenzo Vitale: Quali sono le “carte a posto” di Piazza De Nava?

di VINCENZO VITALE – In una recente intervista l’arch. Fabrizio Sudano, direttore della Soprintendenza reggina, che in spregio alla sua mission di tutela e conservazione ha progettato la completa demolizione dell’impianto storico della centralissima Piazza De Nava di Reggio Calabria per sostituirla con uno “spazio ampio” in cui tenere “mostre ed eventi folkloristici”, ha affermato che i lavori partiranno appena dopo il 27 novembre perché la Soprintendenza ha “le carte a posto”.

A parte la banale considerazione che avere le “carte a posto” non significa che si è autorizzati a fare una cosa brutta, ingiusta, sbagliata e che nessuno vuole (anche Putin, se deciderà di usare l’atomica tattica dopo la beffa dei referendum, affermerà di avere le “carte a posto”), a quali carte si riferisce il dott. Sudano? Certamente a quell’insieme di pratiche burocratiche che, pur ammettendo che siano formalmente corrette, comunque di fatto configurano un grosso vulnus democratico per la città perché frutto di decisioni prese in oscure stanze da ancora più oscuri travet con l’avallo, che ora tutti si rimangiano, di una politica distratta e di basso livello.
A parte le autorizzazioni superficialmente e colpevolmente rilasciate in modo ancillare e servente, una di queste “carte a posto” illustra il mefitico milieu culturale che ha dato vita al progetto di crimine urbanistico cui stiamo assistendo.
È il 20 aprile del 2021 e, in coda alla Conferenza dei Servizi decisoria e asincrona sul destino di piazza De Nava, prima che venga dato il placet conclusivo, si riunisce la Commissione regionale per il patrimonio culturale della Calabria, costituita da burocrati ministeriali di estrazione locale. Viene ascoltata la progettista arch. Giuseppina Vitetta, che risponde alle eccezioni presentate dalla Fondazione Mediterranea circa la perdita irreversibile di un pezzo di storia cittadina, di memoria collettiva e di identità dei luoghi che deriverebbe dalla demolizione della piazza prevista dal progetto. Cosa afferma la Vitetta? Testuale dal Verbale, il n. 5 del 20 aprile 2021: “nessun materiale lapideo degno di pregio e testimonianza della storia territoriale sarà distrutto, ma verrà recuperato per essere riutilizzato nelle fasi di realizzazione dello stesso progetto … per pavimentazioni, bordure, gradini e cordonali”.
Un’arrampicata sugli specchi che susciterebbe l’ilarità perfino in un bambino appena uscito dal mondo affabulato della prima infanzia. In altri termini, mutatis mutandis, è come se si affermasse che, per mantenere l’identità storica di una Piazza Navona destinata a restyling (inglesismo che piace molto alla Soprintendenza), il materiale residuo della sua demolizione venisse usato “per pavimentazioni, bordure, gradini e cordonali” della nuova piazza. È come se assistessimo a una pièce in un teatro dell’assurdo.
Ebbene questo assurdo, su cui stanno sganasciando dalle risa gli urbanisti di molte università italiane (che figuraccia per la cultura reggina!), è stato approvato dall’arch. Sudano, presente in Commissione, e fatto suo nel proseguo per inserirlo nel carniere delle “carte a posto”.
Posto che “Una professione intellettuale è un’abilità specifica fondata su principi indotti dalle scienze che vengono insegnati normalmente nelle università o scuole superiori e che implica sempre la soluzione di un problema sulla base di quei principi” (così nello statuto dell’Ordine professionale degli architetti); e che per la soluzione del problema identitario di piazza De Nava i progettisti hanno usato soluzioni che non si rifanno a principi indotti dalle scienze e che non vengono insegnati in nessuna università; l’Ordine professionale degli Architetti, che è tenuto a sanzionare questo tipo di comportamenti, potrebbe/dovrebbe intervenire anche solo dal punto di vista deontologico. (vv)