SudeFuturi: Servono interventi nazionali per rendere il Sud motore d’Italia

C’è una grande necessità di interventi progettuali nazionali per rendere il Sud motore dell’Italia intera. È su questo che si è incentrata la seconda giornata di SudeFuturi(R)innoviamo il Mezzogiorno, al Castello Ruffo di Scilla e organizzato dalla Fondazione Magna Graecia.

Ad aprire il dibattito, moderato da Paolo Mieli, Paola Bottero e Alessandro Russo, è stato il presidente della Fondazione con il Sud Carlo Borgomeo: «Si sente spesso dire che bisogna investire sulla motrice invece che sull’intero convoglio, sperando che la prima trascini il resto dei vagoni. Credo, invece, che al Paese convenga investire nel Mezzogiorno e che il Sud potrà ripartire quando non ci sarà più un atteggiamento solidaristico, ma la decisione concreta di investire al Sud perché si decide di farlo».

«Si deve, però – ha aggiunto – modificare l’atteggiamento del passato e quindi non ci si può limitare a rivendicare quote, ma si deve spostare l’attenzione sul come vengono messi in atto i progetti. Nel Pnrr il fattore tempo è decisivo e occorre presto entrare nel merito delle singole linee di spesa».

Il ragionamento è stato proseguito dal presidente emerito della Corte Costituzionale Antonio Baldassarre: «Si smetta con il romanticismo meridionalista e piagnone e si riparta dalla realtà. I vecchi governi nazionali hanno buttato i soldi al Sud senza creare sviluppo».

«Servono strategie straordinarie – ha evidenziato – che superino anche la tradizionale divisione di competenze tra Stato e Regioni sancita dalla Costituzione. Serve uno sforzo nazionale con un progetto per il Sud che immagini anche un suo ruolo definito verso il Mediterraneo».

Maria Grazia Falduto, direttore generale Pubbliemme, ha raccontato la sua storia di imprenditrice rientrata al Sud dopo un’esperienza a Milano e che è riuscita a risanare un’azienda in crisi portandola ai primi posti di produttività a livello nazionale. Dovendo, però, superare mille difficoltà. «Il rapporto con la pubblica amministrazione – ha detto Falduto – è stato spesso molto difficile, specie in Calabria».

«Abbiamo trovato maggiore difficoltà a dialogare con la Regione che con la Commissione europea – ha detto ancora –. Adesso, il Sud si trova davanti ad una grande opportunità e serve lavorare non con la fantasia ma con la concretezza cominciando dall’inserire persone all’altezza nelle amministrazioni».

Giuseppina Paterniti, direttrice editoriale offerta informativa in Rai. Ha ribadito il concetto: «Occorre competenza nelle amministrazioni e senza correzioni da questo punto di vista non andremo da nessuna parte. Per sfruttare bene le risorse in arrivo servirebbero corsi di formazione e nuove competenze per riuscire a realizzare progetti importanti e spazzare via ogni tipo di opacità».

Secondo il presidente della Fondazione Magna Grecia, Nino Foti,«Serve una centrale di spesa e progettazione che riesca a velocizzare gli iter di progettazione in un momento in cui il tempo è tiranno. Serve anche una comunicazione adeguata che informi e sappia controllare e non la stampa che si limita a seguire il potere di turno. Non può succedere più che i giornalisti non siano liberi». (rrc) 

SBARRA: IL CORAGGIO DEL MEZZOGIORNO
PER RISCATTARE LO SVILUPPO CALABRESE

di LUIGI SBARRA – Unitariamente a Siderno, nel cuore della Locride, a rinnovare l’impegno coerente di Cgil, Cisl, Uil sulle tante criticità dell’estremo Sud della nostra penisola, a sostenere la voglia di riscatto della comunità calabrese che non vuole perdere le opportunità del Recovery Fund e dei piani di sviluppo e crescita previsti dal Governo.

È stato un segnale importante, fortemente sostenuto dalla Cisl, l’approvazione dell’emendamento al decreto Semplificazioni che ‘blinda’ il capitolo Mezzogiorno nel Pnrr prevedendo che il 40% delle risorse, anche nei bandi, sia indirizzato al Sud. Avviare il motore sociale e produttivo delle nostre zone deboli significa, infatti, far ripartire l’intero Paese: un obiettivo che riguarda tutti e che deve vedere ogni soggetto sociale e istituzionale coinvolto nel cantiere dello sviluppo. Quello che serve ora è una attivazione rapida ed efficace degli investimenti pubblici, con un controllo stringente su crono-programmi, trasparenza, legalità, qualità e stabilità del lavoro.

La ripartenza economica e sociale attraverso un vero governo della transizione digitale, ambientale, energetica va concertata, anche e soprattutto al Sud, per garantire il pieno utilizzo delle risorse senza la polverizzazione dei progetti, per assicurare tempi certi di realizzazione, buona qualità della spesa e condizioni chiare che leghino le dotazioni finanziarie a forti incrementi occupazionali.

Questo è per la Cisl un punto centrale. È ora di smetterla con gli incentivi a pioggia per imprese che non si impegnano a investire nel Sud, ad assumere a tempo pieno giovani, donne, disoccupati meridionali. Basta con le multinazionali che una volta incassati benefici fiscali e benefit, scappano via, come sta facendo in maniera inaccettabile la Whirpool a Napoli che, senza vergogna, rompe i patti e si defila in cerca di paradisi fiscali e di purgatori contrattuali, dove applicare il peggior dumping salariale, senza alcun rispetto per la dignità delle persone.

Il Mezzogiorno, con i sui gap infrastrutturali, con l’aumento della povertà, con le tante famiglie monoreddito, intercetta e amplifica tutte le criticità economiche, sanitarie e sociali. Riscattare il Sud alla crescita, alla coesione significa da sempre, e in questo momento più che mai, realizzare la migliore politica di sviluppo per tutto il Paese. Ma, questo processo di ricostruzione, ha bisogno di riforme concrete per cambiare la pubblica amministrazione, velocizzare i tempi della giustizia, tagliare le tasse a chi investe stabilmente nel sud, puntare ad un grande piano per la formazione delle nuove competenze. Solo agendo con determinazione su questi fronti, solo facendo vera convergenza, potremo raggiungere i livelli di crescita auspicati dal Governo nei prossimi anni.

Dalla nostra abbiamo due opportunità straordinarie. La prima: un’Europa che finalmente parla il linguaggio della solidarietà e della coesione. Il Recovery Plan guarda al Sud del continente ed il nostro meridione è la punta di lancia di questa sfida comunitaria. La seconda occasione è la “pax politica”, che assicura al Parlamento e al Governo Draghi una stabilità essenziale per le riforme. L’auspicio è che questa coesione duri e sappia agganciarsi stabilmente alla progettualità sociale, attraverso un nuovo patto ed una vera politica di concertazione che metta in priorità la ripartenza delle realtà deboli. 

In quest’ottica, la Calabria è la quintessenza della questione meridionale, e dunque il distillato di tutte le problematiche nazionali. Lavoro, sanità, infrastrutture, politiche industriali, povertà, legalità: non c’è voce che non trovi in questi territori le ferite più profonde. Sono nodi da sciogliere insieme, all’interno di un Patto per la Calabria che muova un pezzo importante del Next Generation Italia sul territorio, per sbloccare infrastrutture e investimenti produttivi, politiche sociali e occupazionali, fiscalità di sviluppo e strategie industriali.

Vanno riscattate le aree interne, rilanciata la portualità e le reti viarie, avviato un grande piano per il risanamento idrogeologico. E, poi, bisogna sbloccare le assunzioni pubbliche, stabilizzare il precariato storico, ammodernare le scuole, gli ospedali ed i servizi pubblici, con una guerra ad ogni forma di criminalità e malaffare. Questo serve alla Calabria e al Sud. Bisogna estendere il perimetro delle responsabilità e pretendere dalle amministrazioni regionali e locali il massimo della trasparenza, della rapidità decisionale, della competenza.

Lo diremo con forza a Siderno: il Mezzogiorno è il terreno dove si combatte una battaglia morale ed economica che non possiamo perdere. Il costo sarebbe altissimo, da ogni punto di vista. Fallire significherebbe marginalizzare un terzo della popolazione, cristallizzare un’economia perpetua della sopravvivenza e “meridionalizzare” l’intero Paese, condannandolo a bassi tassi di crescita e sviluppo. Tutto questo il sindacato non può permetterlo. Per questo siamo mobilitati, in Calabria e nel resto del Paese. Va aperta una stagione di riforme e di investimenti che non lasci indietro nessuno e punti ad unire il Paese con il protagonismo dei lavoratori. 

Luigi Sbarra è Segretario Generale Cisl.

Il testo è la lettera che il segretario della Cisl ha inviato al Direttore del Quotidiano Del Sud / L’Altravoce dell’Italia Roberto Napoletano, in occasione della manifestazione di Siderno.

[Courtesy Il Quotidiano del Sud]

PNRR, CALABRIA: ILLUSIONI E PROMESSE
80% AL NORD E SOLO 20% AL MEZZOGIORNO

di SANTO STRATI – A conti fatti, l’«equa» ripartizione delle risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza vedrà assegnare l’80% al Nord e un misero 20% al Sud. Altro che superamento del divario economico, territoriale, culturale, sanitario, industriale, etc: qui si tratta proprio di sottrazione autorizzata di risorse ai danni delle popolazioni meridionali, con un’evidente ripresa anche dell’emigrazione “povera” verso le regioni ricche. Non solo fuga di cervelli, inevitabile vista la mancanza di opportunità e di occasioni di lavoro per i nostri laureati e ricercatori che si formano a Cosenza, Catanzaro, Reggio (tre Atenei che hanno dimostrato di saper “produrre” eccellenze), ma anche il richiamo di manovalanza dal Sud (muratori, elettricisti, carpentieri, etc) necessaria al Settentrione per realizzare infrastrutture, ospedali, scuole, edifici pubblici, impianti di pubblica utilità etc. Visto che saranno insufficienti le forze lavoro dei migranti che sono già integrati nel processo produttivo e industriale del Nord, secondo alcune stime saranno almeno 500mila i giovani che il Recovery Plan costringerà a lasciare il Sud nei prossimi sei anni (quelli della durata del piano). Ai quali, per la cronaca, è bene sottolineare, andrà aggiunta l’emorragia giovanile dal Sud degli ultimi venti anni: un milione e mezzo. L’equivalente di una città come Milano, due terzi di una regione come la Calabria. Di cosa stiamo ancora a discutere?

Al Sud, se si esclude l’ipotesi Ponte sullo Stretto, per la cui realizzazione (?) al primo anno ci potrebbero essere 25mila nuovi posti di lavoro, non s’intravvedono grandi opportunità di occupazione. Del resto se la ripartizione delle risorse finanziarie rimane quella da più parti messa in evidenza (a partire all’economista pugliese Vincenzo Viesti che per primo ha lanciato l’allarme) c’è poco da illudersi: 175 miliardi andranno al Nord, 35 miliardi al Sud, con buona pace della ministra per il Sud Mara Carfagna che con un emendamento ha fatto portare la quota minima delle risorse destinate alle regioni meridionali dal 34 al 40%. La matematica non è un’opinione: se fosse realmente il 40%, il Sud avrebbe oltre 80 miliardi a disposizione, come si arriva a 35? Ovvero meno della metà? E pensare che, sulla carta, appaiono “appena” 22 dei 35 miliardi stimati.

Qualcosa, evidentemente non torna. L’autonomia differenziata richiesta a gran voce da Lombardia, Veneto ed Emilia, cacciata fuori dalla porta, rientra in maniera furba dalla finestra. E se della Calabria – come, purtroppo, abbiamo scritto fin troppe volte – non interessa niente alla politica romana, diversa è la situazione dell’intero Mezzogiorno, ovvero di un terzo d’Italia che si sente “dimenticato” e trascurato. E ha un bel ripetere l’ex premier Giuseppe Conte che «se non parte il Sud non parte l’Italia»: da buon meridionale, però ormai integrato nel Palazzo, sa bene che le intenzioni e le promesse portano consenso anche se poi non vanno a termine. E così sta accadendo.

Ecco perché la manifestazione di ieri dei tantissimi sindaci della Rete Recovery Sud accorsi in piazza Montecitorio a Roma, pur essendosi rivelata un flop di presenze, assume il tono di un preavviso chiaro al Governo di Mario Draghi. Non ci può essere sviluppo se non vengono attuate le condizioni minime per superare il divario sempre più forte tra Nord e Sud.

Ernesto Magorno con alcuni sindaci alla manifestazione del 21 luglio

Unico parlamentare calabrese presente il sen. Ernesto Magorno che è anche sindaco di Diamante (CS), il quale ha sottolineato a Calabria.Live che è tempo che la rete dei sindaci del Recovery Sud cominci a fare sul serio, facendosi sentire nelle stanze del potere. E gli altri parlamentari calabresi? E i sindaci della Calabria? Scarsa organizzazione per quanto riguarda i sindaci (ricordiamo la folta partecipazione alla manifestazione dell’Anci lo scorso novembre con la delegazione ricevuta da Conte) ma nessuna giustificazione per deputati e senatori della regione che hanno clamorosamente snobbato l’iniziativa, forse perché promossa dal Movimento 24 Agosto – Equità territoriale che fa capo a Pino Aprile.

È bello che a perorare la causa del Sud sia stato il sen. (ora del gruppo Misto) De Falco, il famoso comandante del «torni a bordo, cazzo!» dello sciagurato naufragio della nave Costa ai comandi di Schettino, ma, a quanto pare, anche ai parlamentari calabresi interessa poco della Calabria e del Mezzogiorno, come al resto di Camera e Senato. Se ne ricordino gli elettori quando torneranno alle urne. (s)

LA SCUOLA E IL DIVARIO FORMATIVO A SUD
IL RILANCIO ITALIANO PASSERÀ DAI BANCHI

di FRANCESCO RAO – La scuola, intesa come sistema educativo e formativo della futura classe dirigente, dovrebbe rappresentare uno tra gli indiscussi punti di forza per qualsiasi nazione. Sulla scorta di tale affermazione, dovrebbero essere previsti una serie di azioni tese a verificare costantemente il posizionamento del punto di equilibrio posto lungo la curva dell’offerta formativa praticata dal sistema scolastico italiano.

In tal senso si potrà affrontare con lucidità il recepimento delle costanti sollecitazioni provenienti dal mercato del lavoro in stretta connessione al fabbisogno dei processi di produzione, garantendo così di volta in volta le necessarie rimodulazioni volte a garantire agli studenti di poter frequentare una scuola al passo con i tempi e di conseguire un titolo di studio immediatamente spendibile nel mondo del lavoro. Tutto ciò, oggi più che mai, rappresenta un validissimo modello predittivo finalizzato a conferire vita alla materializzazione delle sfide tecnologiche che costantemente domandano, al mondo della scuola e delle università, nuove competenze.

L’OCSE, con i puntuali rapporti annuali, tesi a monitorare l’apprendimento scolastico, svolge uno straordinario servizio. Purtroppo tale attività non è stata debitamente resa sufficiente e l’azione svolta dal noto istituto francese, volendo essere un tantino critico, ogni anno ha consegnato ai nostri competitor Europei tutte le criticità dei nostri studenti e di conseguenza abbiamo puntualmente fornito al mondo la mappa delle debolezze strutturali presenti e future. Al contempo è mancata una approfondita analisi di natura politica, volta ad avviare nuovi scenari finalizzati a superare definitivamente i trend che hanno iniziato a lanciare segnali di allarme sin dagli anni 90 dello scorso secolo.

Basti pensare che il protrarsi del gap tra studenti del Sud e studenti del Nord nel mancato raggiungimento di lodevoli obiettivi nelle discipline scientifiche e linguistiche ha conferito una rinnovata valenza al concetto antropologico consegnato alla storia da Cesare Lombroso, sotteso ad etichettare il Meridione ed i Meridionali principalmente come soggetti inferiori e criminali. Non è la prima volta che mi occupo di tali problemi. Da molto tempo continuo ad affermare che il Meridione avrà una seconda vita ed offrirà migliori opportunità ai propri giovani quando ci sarà una scuola capace di essere attuale e propensa ad interpretare prontamente i tempi senza doverli inseguire. In tal senso, qualche domanda sorge spontanea: a fronte dell’insufficiente profitto in ambito scientifico e linguistico che nel tempo ha interessato altissime percentuali di studenti Meridionali, richiamando nello specifico un mancato raggiungimento degli obiettivi previsti per la matematica, la chimica, la fisica e le lingue straniere, i vari governi come hanno risposto ai dati forniti annualmente dall’OCSE? Ed inoltre, quale azione è stata attuata per mitigare il crescente rischio della dispersione qualitativa e quantitativa che affligge il Meridione e le aree interne in particolare? Sono stati attuati corsi di aggiornamento obbligatori per i docenti? Sono state attuate azioni di monitoraggio per comprendere in quale preciso segmento formativo ha origine la negatività dei dati? Con buona probabilità, quando la forbice qualitativa si chiudeva si pensava a rincorrere il raggiungimento delle famose percentuali europee nelle quali l’Italia, ieri come oggi, ancora non ha livellato il rapporto con molti degli altri stati per quanto riguarda il numero di diplomati e laureati, trascurando l’idea della meritocrazia per scegliere la strada della quantità. Detto ciò, per quanto mi riguarda, continuo ad intravedere la scuola come l’ascensore sociale per eccellenza che le famiglie e gli studenti dovranno guardare con maggiore interesse e fiducia. Il rilancio dell’Italia passerà dai banchi di scuola e dalla straordinaria capacità messa in atto dalla stragrande percentuale di docenti, innamorati del loro lavoro e perfettamente coscienti del ruolo che lo Stato riconosce loro.

Vi sono però delle criticità che vorrei proporre all’attenzione dei nostri lettori e, puntualizzo sin da subito, che non è mia intenzione dubitare della professionalità dei docenti nell’effettuare la lettura dei recentissimi dati che non promuovono il nostro modello scolastico, credo sia giunto il momento di assumere in merito  una decisa presa di posizione puntualizzando che non basta aver conseguito una laurea ed aver vinto un concorso per poter essere docenti c’è bisogno di tanta passione.  Basta sentirsi con la coscienza pulita dopo aver ripetuto ai propri discenti il capitolo di storia o l’esercizio di matematica, reiterando l’identico modello appreso più di 30 anni addietro. Con buona probabilità quel metodo va rivisitato ed attualizzato in quanto bisogna saper affascinare gli studenti ed incuriosirli continuamente. Occorre rivedere le disposizioni dei banchi in classe introducendo sempre e di più la circolarità; sarebbe opportuno rivedere i modelli formativi nell’insieme, immaginando la programmazione del breve, medio e lungo periodo  soffermandosi spesso sull’idea della coprogettazione delle lezioni e rivedendo dove necessario la sostituzione della tipica lezione frontale con altri modelli formativi tesi a stimolare il lavoro di gruppo e la partecipazione, elemento di indispensabile necessità in quanto siamo proiettati ad essere una società di solisti e non una comunità di persone capaci di confrontarsi e trovare soluzioni condivise. Oggi, seppur l’istruzione sia un diritto garantito a tutti, le sacche di analfabetismo funzionale ed informatico rappresentano l’identica problematica affrontata dai governi nell’immediato secondo dopoguerra, con l’aggravante che oggi ad essere analfabeta funzionale è un laureato e non una persona completamente analfabeta.

Da oltre 30 anni a questa parte, mentre si registrava un crescente impulso innovativo dettato da una galoppante ascesa dell’informatica e della tecnologia, la modernità alimentava la disattenzione sociale rimanendo inglobato nella bolla speculativa materializzatasi nell’ultimo decennio del Secolo scorso. Tale periodo appariva come una fase di benessere destinata a non doversi esaurire mai. L’onda lunga del ’68 aveva ormai generato un’idea tesa a vedere superati i modelli verticistici ed i processi educativi si trasformavano da modelli normativi a modelli affettivi, spingendo i genitori a scegliere la scuola dove non esisteva la bocciatura alla scuola dove la bocciatura era una delle due variabili posta in funzione al profitto del discente. Questa breve premessa, si pone al centro tra la galoppante affermazione della postmodernità ed una delle pochissime ed intuitive azioni compiute dall’allora Ministro Mariastella Gelmini con l’istituzione degli Istituti Tecnici Superiori. Tale scelta, oltre ad interpretare correttamente i tempi, uniformava i cicli formativi italiani ai modelli europei. Tant’è vero che il super diploma, titolo conseguito dopo aver frequentato un percorso biennale a scelta tra uno dei 6 indirizzi, rappresentava il punto di partenza per risolvere la crescente richiesta di tecnici, proveniente dal mercato del lavoro paralizzato anche a causa della crescente  penuria di Risorse Umane altamente qualificate.

L’importazione di questo modello formativo, assunto dal sistema duale tedesco, supera qualitativamente tanti altri processi processi formativi anche afferenti al mondo universitario perché sono state introdotte due azioni innovative: la prima è l’inserimento di una percentuale di docenti provenienti dal mondo delle professioni; la seconda consiste nell’aver previsto durante il processo formativo una fase di Stage da svolgere in azienda, coinvolgendo il discente nei processi lavorativi dopo aver espletato una breve fase di affiancamento. Quest’ultimo elemento, in buona parte è l’elemento che consente all’azienda di formare una o più Risorse Umane su specifiche necessità ed alla fine del percorso poter procedere con l’assunzione.

Tutto ciò rispondeva ai complessi indicatori di cambiamento, provenienti principalmente dagli Stati Uniti d’America, nei quali oltre ad intravedere la necessità di rivedere il modo di fare scuola si avvertiva l’avvio di un divario formativo posto tra le principali cause della disoccupazione giovanile Italiana e soprattutto Meridionale. Questa affermazione, già nel 1995 e con una straordinaria lungimiranza, era stata consegnata al mondo da Jeremy Rifkin con la pubblicazione del suo best seller “la fine del lavoro”.

Oggi, a consolidare la bontà dell’analisi svolta dal noto economista americano vi sono una serie di circostanze. In prima battuta è individuabile la persistente volontà messa in atto dal mondo politico italiano nel protrarre un modello di scuola imbastita sulle abilità e trascurando di fatto le competenze. Questa scelta, in buona parte non ha tenuto in considerazione la dinamicità evolutiva dell’industria decretando nel lungo periodo un notevole ritardo strutturale, tanto nella preparazione dei nostri giovani quanto nell’ambito della ricerca, dell’innovazione tecnologica e della crescita economica dell’Italia.

Ad oggi possiamo vantare il primato di una scuola primaria d’eccellenza ma bisogna urgentemente rivedere l’accesso dei docenti nel più delicato segmento della scuola italiana, ossia la scuola secondaria di primo grado. I tre anni di questo segmento formativo richiedono una fortissima azione pedagogica,  pertanto i docenti impegnati in tale fase, seppur preparatissimi e dotati di buona volontà, dovranno annualmente essere formati per poter essere sempre pronti ad accogliere le nuove sfide educative, offrendo agli studenti l’opportunità di potersi proiettare al segmento di studi successi con una maggiore consapevolezza ed una preparazione più salda, soprattutto in ambito scientifico, linguistico ed informatico. Per le aree Meridionali, sempre più esposte a fenomeni di povertà educativa, deprivazione culturale e dispersione scolastica, per questo segmento formativo, sarebbe opportuno che il Ministero dell’Istruzione valutasse l’idea di istituire il tempo prolungato obbligatorio e la mensa. La delicatezza di questa fase, vissuta dagli studenti in coincidenza con la loro età evolutiva dovrebbe trasformarsi  in una vera e propria opportunità.

Infine, nel ringraziare tutti quei docenti che riescono a mettersi in gioco ogni giorno, superando ogni difficoltà e limite, finanche  dovendo qualche volta acquistare di tasca propria la carta per le fotocopie, mi sento di rivolgere un appello affinchè il governo riveda lo stipendio di quanti sono chiamati a formare la classe dirigente del futuro riconoscendo maggiori opportunità per quanti desiderano studiare, migliorarsi e far migliorare la scuola. Per una volta, proviamo ad immaginare l’asta della cultura come fonte di un benessere diffuso, intravedendo nella qualità il riconoscimento dei meriti. Tutto ciò, non farà bene soltanto ai docenti, farà bene ai nostri studenti ed all’Italia.

Oggi dobbiamo riflettere sulla pagella che in questi giorni ha fatto saltare dalla sedia quanti hanno intravisto da vicino la dimensione del nodo “scuola”, fin troppo grande al prospetto del pettine utilizzato per governare  il futuro di 8 milioni di studenti e la trasversalità complessiva che la scuola potrà arrecare alla crescita ed allo sviluppo della nazione, con un rinnovato e positivo impatto sociale che potrà caratterizzare il Terzo Millennio. (fr)

[Francesco Rao è un sociologo, vive a Cittanova]

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Nuova rapina al Sud: Dal Recovery spetteranno tra i 22 e i 35 miliardi e non gli 82 iniziali

Nei confronti del Sud si tra profilando, per quanto riguarda i fondi destinati dal Recovery, una nuova beffa: degli 82 miliardi di euro che spetterebbero al Sud, soltanto tra i 22 e i 35 miliardi. È quanto ha scoperto il docente universitario dell’Università di Bari, Vincenzo Viesti che, delinea quella che Pino Aprile ha definito «la più grande rapina ai meridionali di tutti i tempi».

Ernesto Magorno, candidato alla presidenza della Regione Calabria, ha definito la situazione «un clamoroso passo indietro che compromette l’intero impianto del Pnnr» e ha sottolineato che «questa battaglia necessiti di una mobilitazione ampia e più generale e chiami in causa coloro che oggi hanno intenzione di candidarsi alla guida della Calabria. Loro, per primi, dovrebbero unire la loro voce alla nostra, perché soltanto attraverso una presa di posizione collettiva e potente potremmo creare un fronte comune che punti a tutelare i nostri diritti».

Sul tema è intervenuto anche il deputato di Alternativa c’èFrancesco Sapia, che ha interrogato il premier Mario Draghi e la ministra per il Sud, Mara Carfagna, sull’esatto ammontare delle risorse nel Pnrr destinate al Meridione.

«Se non fosse una faccenda tremendamente seria – ha spiegato Sapia – da cui dipenderà il futuro dei cittadini meridionali per i prossimi decenni, parrebbe di assistere al gioco del lotto. Infatti, secondo il docente dell’Università di Bari Giancarlo Viesti, al Sud toccano appena 22 miliardi, mentre la ministra Mara Carfagna ha dichiarato che i miliardi per il Mezzogiorno ce ne sono 82, cifra che il sottosegretario Giancarlo Cancelleri ha addirittura arrotondato a 90 miliardi».

«Questa differenza di – ha incalzato Sapia – è gravissima. A riguardo, condivido l’indignazione e le perplessità espressi dallo scrittore Pino Aprile, che ha denunciato il caso. Ricordo che secondo la Commissione europea i fondi stanziati devono essere impiegati per ridurre il divario di cittadinanza tra i cittadini meridionali rispetto a quelli del Centro-Nord. Uno dei pilastri del piano, secondo la Commissione europea, deve essere, infatti, la coesione sociale e territoriale».

«Mi aspetto che la ministra Carfagna ed il presidente Draghi – ha concluso Sapia – rispondano in maniera chiara e completa alla mia richiesta di sapere quanti soldi, nel Pnrr, sono effettivamente previsti per il Mezzogiorno, perché deve cessare per sempre la gravissima disparità di assegnazione delle risorse, che da troppo tempo penalizza il Sud, favorisce le mafie ed impedisce a tutta l’Italia la crescita economica, sociale e civile».

Indignata la senatrice di Alternativa c’èBianca Laura Granato, che ha sottolineato come «si scrive Piano nazionale di ripresa e resilienza, si legge grande beffa, o fregatura che dir si voglia, ai danni del Sud visto che solo 10 per cento del Recovery approderà a queste nostre latitudini e il resto andrà a rinvigorire l’economia già molto più florida della nostra, al Nord. Dalla promessa alla realtà c’è di mezzo la matematica: dovevano arrivare 145 miliardi di euro e si è passati a un Recovery-beffa da 13 miliardi. Un vero e proprio inganno svelato dal docente di Economia applicata dell’Università di Bari, Gianfranco Viesti. Ci piacerebbe tanto sapere cosa hanno da dire la ministra per il Sud e la Coesione, Mara Carfagna, e la sottosegretaria per il Sud Dalila Nesci, calabresi doc».

«Come senatori di L’Alternativa c’è – ha spiegato – ci eravamo premurati di presentare una nostra risoluzione, emendamenti al cosiddetto “Decreto Fondone”, per poi vederci costretti a votare contro la risoluzione di maggioranza – afferma ancora Bianca Laura Granato -. Prima sono stati calpestati i usati dall’Unione Europea vale a dire la ripartizione delle risorse in rapporto alla popolazione, al reddito pro-capite e al tasso di disoccupazione, poi il Governo italiano di assegnare al Sud solo il 40 per cento (82 miliardi) che saranno assottigliati ulteriormente perché quella percentuale si riferisce non già al totale, ma ad una parte che in buona parte andranno finanziamenti già fatti con soldi nazionali».

«Insomma – ha concluso – delle due l’una: o considerano assolutamente incapaci gli amministratori meridionali di progettare, costruire e realizzare opportunità di sviluppo per questi territori con le risorse europee (e in alcuni casi potrebbe anche essere); o vogliono mettere il Nord nelle condizioni di “comprare” il Mezzogiorno d’Italia pezzo dopo pezzo, come se fossero iniziati i saldi. Altro che misure per superare il divario tra Nord e Sud! Anche perché, e non ce lo dimentichiamo, parliamo di soldi a prestito che dovranno essere restituiti anche da chi non ne ha visto nemmeno l’ombra».

A parlare di ‘beffa’, anche il sindaco di Acquaviva delle Fonti e coordinatore della Rete Recovery Sud, Davide Carlucci, alla manifestazione a Roma dell’Anci, che sollecita  la modifica di alcune norme che ad oggi rendono difficile lo svolgimento delle attività del primo cittadino, sottolineando che «arriviamo, così, all’appuntamento del Recovery Fund senza progetti da presentare e senza personale che li possa redigere e attuare. Ancora una volta il Meridione è condannato». (rrm)

 

 

Nucera: Il Pnrr attuale è irricevibile e deve essere rispedito al mittente

Giuseppe Nucera, leader del movimento La Calabria che vogliamo, ha criticato fortemente il Piano Nazionale Ripresa e Resilienza, così com’è stato impostato dal Governo, e promette battaglia: «Il Pnrr attuale è irricevibile e deve essere rispedito al mittente».

«Le linee guida stabilite dall’Unione Europea – ha ricordato – per la ripartizione delle risorse, sono stabilite in modo chiaro e perentorio. La spesa pro capite e il tasso di disoccupazione sono gli elementi fondamentali da tenere in considerazione, con una buona parte degli investimenti che deve essere destinato alle regioni più arretrate da un punto di vista socio-economico d’Europa. Per queste ragioni l’Europa ha assegnato all’Italia 209 miliardi del Recovery Fund, di questi il 70% deve essere destinato al Mezzogiorno per il riequilibrio con il Nord. Significa che sul piano occupazionale questi fondi devono creare circa 3 milioni di nuovi occupati. Il piano inviato a Bruxelles da ‘Super Mario’ Draghi è assolutamente fuori dagli obiettivi. Adesso bisogna sensibilizzare la Commissione Europea perché rimandi indietro il piano, con buona pace dei parlamentari “ascari”, eletti al Sud».

«I parlamentari calabresi – ha detto ancora Nucera – cantano vittoria senza sapere che non c’è motivo alcuno di esultare. Come già sostenuto in diverse occasioni, il Recovery Fund rappresenta per il Sud, e la Calabria in particolare, un’opportunità di rilancio e sviluppo irripetibile. È inaccettabile che vengano perpetrati questi veri e propri scippi a danno del Mezzogiorno».

«Bisogna condurre una vera e propria battaglia – ha ribadito Nucera – in favore dei nostri diritti, nel rivendicare risorse fondamentali per il presente e il futuro del Mezzogiorno. Adesso o mai più, bisogna pretendere con forza dal Governo gli investimenti che l’Unione Europea ha destinato al Sud. Chiederemo presto una mobilitazione a tutti i sindaci del Meridione, nel frattempo li invitiamo ad organizzare nelle aule consiliari dibattiti e focus tematici sul tema del Recovery Fund, le sue enormi potenzialità e le ingenti risorse sottratte».

«Il 2 giugno 2021, Festa della Repubblica – ha concluso – diventi in tutto il Mezzogiorno il giorno della ‘nuova unità d’Italia’, all’insegna del riequilibrio socio-economico tra Nord e Sud». (rrm)

Cannizzaro: Al Sud saranno destinate il 40% delle risorse del Recovery Fund

«Una vittoria epocale». Così l0ha definita il deputato e responsabile nazionale di Forza ItaliaFrancesco Cannizzaro, la notizia che al Sud saranno destinate il 40% delle risorse del Recovery Fund. E, questo, grazie all’impegno del ministro per il Sud, Mara Carfagna, che ha preteso che «nella versione definitiva fosse inserito un capitolo specifico Sud, che nel piano iniziale non era presente.

«È con il Pnrr che si gioca la partita del rilancio del nostro Paese. E da qui dipende soprattutto il futuro del Sud» ha ribadito Cannizzaro, che è intervenuto a Montecitorio in merito al Documento di Economia e Finanza 2021, che pone le basi per la legge di bilancio 2022.

«Un documento di basilare importanza – ha aggiunto – anzitutto perché parla di crescita, dopo il Def del 2020 che annunciava numeri drammaticamente negativi; in secondo luogo perché il protagonista di questa decisione di bilancio e di quelle dei prossimi anni sarà il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, incluso per non essere eluso».

Per il parlamentare calabrese, i singoli aspetti previsti dal Def, nei quali il Sud ha bisogno di priorità sono: alta velocità ferroviaria (ad oggi ferma a Salerno), con i due grandi progetti da finanziare delle direttrici Salerno-Reggio Calabria e Napoli-Bari; intermodalità e logistica integrata, per connettere strade, porti e ferrovie, valorizzando strategicamente le porte d’accesso al Mediterraneo; realizzazione concreta delle Zes; digitalizzazione, per colmare il clamoroso digital divide con il resto d’Italia.

Nell’intervento alla Camera, il deputato non si è soffermato solo sul Def: «il Covid ha, purtroppo, inciso profondamente sull’aspetto economico-produttivo. Sarà fondamentale, quindi, mettere in campo misure drastiche per rilanciare le imprese, passando dall’assistenza al rilancio, dal ristoro all’incentivo per gli investimenti, puntando sulle misure di decontribuzione per ridurre il costo del lavoro, uno dei principali ostacoli alla competitività per tutte le aziende».

«Non possiamo pensare – ha proseguito il deputato – ad un rilancio definitivo senza la rimodulazione e l’ammodernamento del sistema sanitario che, ad oggi, rappresenta una delle note più dolenti per tutto il Paese, soprattutto per il Sud. Dopo anni in cui la Sanità è stata vista solo come un costo da tagliare, il Pnrr ed anche la prossima legge di bilancio dovranno segnare un’inversione di tendenza in tema Sanità, dando priorità al Meridione per attuare pienamente quel diritto alla salute sancito dalla Nostra Costituzione». 

«Mi auguro – ha concluso – che questo Def possa farci sentire tutti quanti, poi, più orgogliosamente italiani, compattandoci in un Governo di unità nazionale per superare la guerra e segnare una bella pagina di storia, quella del rilancio definitivo del Paese e, chiaramente, del Sud!». (rrm)

L’OPINIONE/ Rita De Lorenzo (Idm): Recovery Plan rischia di essere altro specchietto per le allodole

di RITA DE LORENZO* – Con il Recovery Plan, l’Italia sta decidendo di destinare cospicue risorse anche allo sviluppo del Mezzogiorno, come passaggio indispensabile per la crescita di tutto il Paese. Solo attraverso investimenti che mirino alla crescita del Sud, si può attuare una ripresa strutturale e sostenibile dell’economia italiana. Tali investimenti che vanno dal turismo all’agricoltura, dalla logistica all’energia e alle infrastrutture, saranno fondamentali per creare sviluppo, lavoro e crescita economica a valle del blocco, ormai interminabile, per la pandemia.

Il Recovery Plan è un’occasione assolutamente da non perdere per ancorare il Sud all’Italia e all’Europa, rendendolo punto centrale di una nuova geo-economia che vede nell’area Euro-Mediterranea uno dei fulcri vitali del vecchio continente.

L’obiettivo è quello di eliminare il divario tra Nord e Sud, destinando i fondi alla riduzione dell’isolamento del sud del Paese, attraverso la realizzazione di infrastrutture concepite come un organismo integrato al processo di sviluppo che si intende realizzare. Infrastrutture che creano valore in quanto opera, non soltanto quindi un progetto economico ma anche sociale. Viene pertanto naturale pensare alla Sicilia e alla Calabria che ancora pagano un prezzo altissimo, a causa di infrastrutture obsolete. Ma penso anche all’alta velocità che vede il suo naturale completamento nelle tratte Salerno-Reggio Calabria e Messina-Catania-Palermo. E sogno anche un collegamento stabile tra Reggio Calabria (Villa San Giovanni) e Messina, quel Ponte sullo Stretto dalla cui realizzazione ormai non si può più prescindere. 

Sono tutte opere indispensabili, da realizzare necessariamente attraverso una visione unitaria, tutte contemporaneamente fondamentali per lo sviluppo non solo delle due regioni ma dell’Italia e dell’Europa. Senza dimenticare il ruolo fondamentale del Porto di Gioia Tauro, nello sviluppo delle connessioni e di un sistema integrato dei trasporti come unico strumento per rilanciare l’economia e rendere finalmente competitivo il nostro territorio.

Purtroppo, la distrazione della classe politica meridionale figlia della logica centralista che, invece di soddisfare gli interessi del Mezzogiorno d’Italia, risponde alla logica dei capi romani, per cui già il fatto che il Ponte sullo Stretto sembra non essere più sull’agenda di Governo, così come la realizzazione di altre opere fondamentali non arrivano sul tavolo europeo, rappresentano un rischio concreto che il Recovery Plan sia un altro specchietto per le allodole. Questo è un’altra denuncia che Italia del Meridione ha messo in evidenza a difesa delle esigenze dei territori e dell’intero sud.

Oggi, è la Comunità Europea stessa che ci ricorda che con la sperequazione e i divari di cui soffre il nostro Paese non potrà esserci alcun sviluppo, situazione peggiorata a causa della pandemia. Italia del Meridione non è un luogo geografico ma una prospettiva politica che intende costruire attraverso un nuovo intervento straordinario per il Mezzogiorno, attraverso la grande capacità della partecipazione e della militanza. Oggi c’è da capire esattamente la strategia da mettere in campo che non vale più soltanto per le regioni del sud ma per l’Italia tutta. (rdl)

*Vicesegretario Regionale IdM Reggio Calabria, con delega alle Infrastrutture e Recovery Plan

Mariateresa Fragomeni: Il Sud spende poco e male i fondi europei

La candidata a sindaco di Siderno, Mariateresa Fragomeni, ha dichiarato che il Sud spende poco e male i fondi europei, e che serve invertire la rotta.

La Fragomeni, infatti, ha ricordato che non ci sono solo «problemi legati all’idoneo utilizzo dei fondi, ma anche al completamento delle opere pubbliche, come dimostra la spesa di poco più di 3 miliardi dei 47,3 miliardi di euro stanziati del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione dal 2014 al 2020, pari solo al 6,7% delle risorse disponibili. E la percentuale di opere avviate e non completate, nel 2017: 647 opere pubbliche, di cui il 70% localizzate al Sud, per un valore di 2 miliardi».

«Sarà, dunque necessario – ha aggiunto – saper spendere i fondi europei, a partire da quelli di Next Generation Eu, incanalandoli innanzitutto nel filone della transizione digitale ed ecologica come indicato dall’Ue. Con particolare attenzione ai giovani e alle donne, e a tutti i settori sui quali è fondamentale intervenire, sanità, scuola, infrastrutture. Questa è un’occasione storica, che non si ripresenterà facilmente in futuro, un’occasione da non perdere per passare finalmente da un Sud “Cenerentola” d’Italia a Sud motore di sviluppo per l’intero Paese».

La candidata a sindaco di Siderno, infine, ha auspicato che «il positivo confronto sul Sud, promosso dalla ministra per il Sud, Mara Carfagna, in vista dell’elaborazione del Pnrr e della definizione dell’accordo di partenariato, dia i suoi frutti». (rrc)

DRAGHI, LA MISSIONE È RILANCIO DEL SUD
OBIETTIVO: STOP ALL’INCAPACITÀ DI SPESA

di SANTO STRATI – C’è un positivo risultato dalla due giorni promossa dalla ministra Mara Carfagna sulle idee per far ripartire il Sud: il Mezzogiorno è stato al centro del dibattito politico, con un’evidente assunzione di responsabilità del Presidente del Consiglio Mario Draghi (in apertura dei lavori) e del ministro dell’Economia e delle Finanze Daniele Franco (in chiusura). Il Governo, in buona sostanza, è cosciente che “esiste” un problema Mezzogiorno, che esiste un divario che si allarga ogni giorno di più tra Nord e Sud e che, obiettivamente, non è più tollerabile.

Non era, né voleva essere, un’operazione mediatica (peraltro riuscita anche in questo senso), bensì un progetto di ascolto e raccolta di idee dal territorio (oltre 500 le proposte inviate via web) e la formale assunzione di impegni istituzionali per cambiare il presente. La parola magica è rinnovamento, là dove il Paese riuscirà ad offrire uguali opportunità a ciascuno dei suoi abitanti, indipendentemente dal suo luogo di residenza o, peggio, di provenienza. Non è più accettabile che la spesa dello Stato corrisponda a circa 320 euro per un cittadino del centro Nord e di malcontati venti euro per un cittadino del Mezzogiorno. Occorre partire da questa considerazione, fatta propria dal presidente Draghi, se si vogliono davvero creare i presupposti sociali per una nuova stagione di inclusione e coesione: senza il Sud il Paese non riparte e, d’altra parte, il Nord non va avanti se vengono a mancare i consumi del Mezzogiorno. Quindi è necessario un impegno comune che travalichi posizioni antistoriche tra Nord e Sud e pensi unicamente al bene del Paese, un Paese unito, coeso, solidale.

Soprattutto emerge da queste assise di riscossa del Sud l’elemento chiave che spiega la causa del divario e di un apparente abbandono delle aree meridionali: l’incapacità, fin qui dimostrata, di saper spendere (sia nel Mezzogiorno sia in tutto il Paese). È un punto anticipato da Draghi nel suo discorso di apertura, ma ripreso dai tanti autorevoli oratori che si sono susseguiti e ribadito infine dalla ministra Carfagna: « I soldi ci sono – ha detto –, bisogna trasformarli in opere. Noi abbiamo un modello di efficacia: il ponte Morandi. Ha rappresentato una grande tragedia nazionale. Però ha rappresentato anche un modello di efficienza. All’indomani del crollo, le istituzioni hanno saputo fare squadra, rete, hanno messo da parte contrapposizione e lavorato in un’unica direzione e anche le imprese hanno accelerato ogni procedura. Nessuno si perse in ricorsi e cavilli. Dopo un anno, Genova piangeva ancora i suoi morti e la ferita profonda, però aveva il suo ponte. Oggi, davanti a un’emergenza così larga, che riguarda circa 20 milioni di cittadini meridionali, il loro benessere, futuro, speranze e diritti. Il nostro dovere di classe dirigente è individuare i modi e gli strumenti per replicare su scala nazionale e meridionale quel modello di efficienza. Il governo è già all’opera per individuare questi strumenti».

Teniamo a mente quest’ultima affermazione. L’impressione è che, stavolta, il Governo abbia la volontà politica di fare e non di perdersi in chiacchiere, secondo tradizione. Il Mezzogiorno ha bisogno di interventi, il ministro dell’Economia Franco lo ha detto senza girarci intorno: serve un impegno corale che deve vedere tutti remare nella stesa direzione. Le risorse ci sono – questo è chiaro, fin troppo evidente – serve però la volontà politica per un grande rilancio del Paese che passi attraverso un obiettivo trasversale di rinascita di tutto il Meridione.

È quello che viene fuori da queste singolari assise che hanno visto una grande partecipazione e una grande voglia di contribuire, ognuno con le proprie competenze, a delineare un disegno strategico che servirà a far decollare il Sud. Anche perché è l’ultima spiaggia. Quando ricapita una situazione che richiama, per certi versi, il dopoguerra con il Piano Marshall? L’Italia venne ricostruita in breve tempo, conquistando un ruolo di primo piano in Europa: oggi siamo alle soglie di un nuovo Piano Marshall che deve far ripartire il Paese e bisogna esser pronti appena la pandemia cesserà di essere un nemico insidioso e invisibile, avversario della socialità e dello sviluppo, artefice di morti e sventure economico-finanziarie, ma non un nemico imbattibile.

Per questo, bisogna essere pronti. La prima bozza del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – come Calabria.Live aveva indicato subito, lanciando l’allarme – non aveva preso in alcuna considerazione la Calabria, oggi, nella riscrittura della bozza che dovrà essere presentata tra 40 giorni a Bruxelles, la Carfagna ha detto che vuole far emergere il “peso” del Sud in ogni capitolo del PNRR: il Sud – ha annunciato la ministra – intercetterà circa il 50 % degli investimenti.

«Abbiamo scelto – ha detto la ministra Carfagna – di legare insieme le principali priorità per lo sviluppo: assistenza contro la povertà educativa, lotta alle mafie, irrobustimento delle infrastrutture sociali e materiali per le aree interne, attrattività delle aree portuali, stimolo alla creatività e all’innovazione. Nello specifico, intendiamo puntare sul rilancio delle ZES, le Zone Economiche Speciali, con una riforma che le renda davvero operative e attrattive per gli investitori e con 600 milioni di opere infrastrutturali dedicate».

Ce n’è di che ragionare e pianificare. Adesso bisogna aspettare i fatti. I meridionali, i calabresi, in particolare, vogliono concretezza. C’è un voluminoso dossier messo insieme in questi due giorni e c’è da attendersi un impegno non più fatto di annunci, ma di realizzazioni e di realtà. Occorre, però, essere vigili, pur sostanzialmente e ottimisticamente fiduciosi. La Carfagna e la Nesci, due donne contro il divario: abbiamo la sensazione che lasceranno il segno. (s)