DUE GIORNI DEDICATI AL FUTURO DEL SUD
LA MINISTRA CARFAGNA IMPEGNA DRAGHI

di SANTO STRATI – È degno della massima considerazione l’impegno che la ministra per il Sud Mara Carfagna sta profondendo già ai primi giorni dell’insediamento nel Palazzo della Galleria Colonna: in una settimana ha organizzato la due giorni di ascolto e confronto per il Mezzogiorno che si apre stamattina a Palazzo Chigi, con l’intervento del presidente del Consiglio Mario Draghi. Già la partecipazione di Draghi la dice lunga su come pensa di muoversi la ministra: coinvolgere e impegnare tutti coloro che hanno il potere, la competenza, la capacità di “fare” qualcosa di concreto per il Mezzogiorno. Non si tratta della solita passerella di rappresentanti istituzionali a ripetere il solito rosario di inadempienze che hanno messo il Sud in condizioni pietose. No. c’è proprio la voglia di elaborare un progetto articolato e fatto di idee e proposte concrete su cui innestare il nuovo sorso che – finalmente? – vedrà il Mezzogiorno co-protagonista dello sviluppo del Paese. Difatti, ci saranno otto tavoli al lavoro dopo gli interventi istituzionali di Fabrizio Balassone (capo del servizio Struttura economica di Banca d’Italia), Gian Carlo Blangiardo (presidente dell’Istat), Biagio Mazzotta (Ragioneria Generale dello Stato), Massimo Sabatini (direttore generale dell’Agenzia per la Coesione), Nicola De Michelis (Direzione generale Politica regionale della Commissione europea), Antonio Parenti (capo della Rappresentanza in Italia della Commissione europea): una bella sfidata di grand commis di Stato che, al di là dei discorsi di circostanza, attestano con la loro presenza la cosa più importante di queste assise: la non più rinviabile apertura di un tavolo istituzionale che metta il Sud al centro del dibattito nazionale. Prevista la partecipazione dei governatori delle regioni meridionali: Marco Marsilio (Abruzzo), Vito Bardi (Basilicata) Nino Spirlì (Calabria), Vincenzo De Luca (Campania), Donato Toma (Molise), Michele Emiliano (Puglia), Cristiano Solinas (Sardegna) e Nello Musumeci (Sicilia). Una presenza non di maniera che serve a rimarcare il diffuso senso comune che solo facendo squadra è possibile interrompere il divario nord-sud che la pandemia sta contribuendo ad allargare, aumentando disagi e criticità sociali.

L’intervento del presidente Draghi attesta, peraltro, da parte del Governo, il riconoscimento di una nuova “questione meridionale”, che, in realtà, oggi sarebbe più corretto ribattezzare “questione mediterranea”: la conferma, finalmente palese, che l’Esecutivo non può più stare a guardare o a trattare con sufficienza le istanze che provengono dalle aree meridionali del Paese. È anche grazie al “disagio” conclamato del Sud che l’Italia ha ottenuto più di tutti gli altri Paesi europei per il Recovery Fund e, dunque, dei fondi – tantissimi – che arriveranno non sarebbe nemmeno giusto riservare la tradizionale quota del 34%, prevista da una legge tardiva ma opportuna: occorrerebbe stanziare più della metà delle risorse europee per far rinascere davvero, questa volta, tutto il Sud del Paese, guardando al Mediterraneo (e al Porto di Gioia Tauro) come il punto di partenza per lo sviluppo di portualità, mobilità, infrastrutture e, ovviamente, nuova occupazione.

La due giorni prevede otto sessioni di lavoro, dopo gli interventi che nel pomeriggio vedranno impegnati i sindaci delle Città Metropolitane di Bari (Antonio De Caro), Cagliari (Paolo Truzzu), Catania (Salvatore Pogliese), Messina (Cateno De Luca), Napoli (Luigi De Magistris), Palermo (Leoluca Orlando), Reggio Calabria (Giuseppe Falcomatà) e dei Comuni di Salvitelle, SA (Maria Antonietta Scelza), Sulmona, AQ (Annamaria Casini) e Roseto Capo Spulico, CS (Rosanna Mazzia). Non è casuale la scelta di tre donne in rappresentanza dei borghi: il ministero per il Sud è retto da due donne con gli attributi (la Carfagna ministro e Dalila Nesci sottosegretario) e il Sud ha una forte tradizione della capacità femminile di ingegnare soluzioni e trovare il percorso ideale per giungere a risultati concreti. I borghi  sono l’altra scommessa per il Mezzogiorno: basti pensare a quelli della Calabria che rappresentano lo scenario ideale per ipotizzare la riconquista di una qualità della vita che si pensava irrimediabilmente perduta. Le donne, in politica, poi, hanno una marcia in più: sono toste, caparbie, tenaci e non s’arrendono facilmente. Il Mezzogiorno deve pensare al suo sviluppo soprattutto in chiave femminile, visto che è proprio questo l’aspetto più deludente nel campo del lavoro (32%, la metà della media europea): mancano le opportunità, mancano i giusti incentivi e, soprattutto, mancano gli aiuti fondamentali perché una donna possa conciliare il suo ruolo di madre e di lavoratrice (autonoma, dipendente, non importa). Mancano asili, aiuti alla maternità, sussidi alle famiglie: facile comprendere la decrescita (infelice) della natalità che al Sud è meno pesante rispetto al centro-nord produttivo, ma non per questo meno preoccupante.

La stessa ministra, nel messaggio dell’8 marzo ha fatto notare che «La crisi innescata dalla pandemia ha danneggiato ulteriormente il lavoro delle donne, che è solitamente più precario, più intermittente e meno garantito. Al Sud la situazione è ancora più grave e i posti di lavoro persi nel secondo trimestre del 2020 sono stati tantissimi. Far crescere l’occupazione femminile è un obiettivo che garantisce davvero il benessere di tutti e che va perseguito, oggi, inserendo nel Recovery Plan investimenti nelle infrastrutture sociali: asili nido, tempo pieno a scuola, assistenza agli anziani e ai diversamente abili. Tutto questo permetterebbe alle donne di liberare appieno il loro potenziale. Un gap quello delle infrastrutture sociali che è ancora più profondo al Sud e che va assolutamente colmato eliminando la ‘discriminazione per residenza’ e garantendo a tutte le donne, a tutti gli italiani, gli stessi diritti a prescindere dal luogo in cui vivono».

Nel pomeriggio previsti anche gli interventi del presidente dell’Unione Province Italiane Michele De Pascale e di Alfonso Celotto, ordinario di Diritto costituzionale all’Università Roma Tre, il quale terrà una relazione sui diritti delle generazioni future. Dopo di che si passa alla parte operativa: previste otto sessioni di lavoro parallele, dove saranno coinvolte associazioni, fondazioni, scuole e università, parti sociali, imprese e aziende che si occupano di sanità.

Il programma dei tavoli di lavoro è fin troppo ampio, ma siamo convinti che ci siano le condizioni perché emergano progetti propositivi che, ciascuno nel proprio segmento, possano costituire il punto di partenza per la soluzione ottimale degli eterni problemi del Sud, quelli vecchi e quelli attuali. Ogni sessione è coordinata da parlamentari e da un ingegnere, i quali, domani, saranno chiamati a presentare una sintesi dei risultati dei lavori. Otto argomenti che abbracciano la mission che il ministro per il Sud intende perseguire:

La questione meridionale oggi, con il coordinamento della deputata Giuseppina Castiello, (Lega).

Università per l’impresa e l’amministrazione, coordina il senatore Gaetano Quagliarello (Idea e Cambiamo).

Lavoro e socialità, coordina l’onorevole Michele Bordo (Pd).

Mobilità a lungo e a breve raggi“, coordina la senatrice Fulvia Michela Caligiuri (Forza Italia).

Transizione ambientale, coordina il professor Raffaello Cossu (emerito di Ingegneria all’Università di Padova).

La scuola strumento per rimuovere gli ostacoli, coordina Dalila Nesci (M5S), sottosegretario per il Sud e la Coesione territoriale.

Innovazione digitale, coordina il deputato Catello Vitiello (Italia Viva).

– “Salute, filiera strategica“, coordina il deputato Federico Conte (Liberi e Uguali).

La giornata di domani sarà chiusa dall’intervento conclusivo del ministro dell’Economia e delle Finanze Daniele Franco. Prima del bilancio delle assise tracciato dalla stessa Mara Carfagna, ci saranno gli interventi di Fabrizio Barca, Claudio De Vincenti, Giuseppe Provenzano, Catia Bastoli, Lucrezia Reichlin e del sottosegretario alla Presidenza Bruno Tabacci.

Insomma c’è di che riempire un librone (non dei sogni) per tracciare il percorso che la Calabria, tutto il Meridione, intendono percorrere, da protagonisti del proprio sviluppo. C’è da essere, una volta tanto, ottimisti e fiduciosi, anche perché «se non riparte il Sud non riparte l’Italia», questo è ormai evidente a tutti. (s)

«SGRAVIO TOTALE DEI CONTRIBUTI AL SUD»
LO PROPONE SBARRA NEOSEGRETARIO CISL

di SANTO STRATI – La Calabria si trova oggi in una particolare “congiunzione astrale” che vede due tre tre segretari generali confederali di origine calabrese. Prima, l’elezione di Pier Paolo Bombardieri ai vertici della Uil, con grande soddisfazione e orgoglio della Locride (è di Marina di Gioiosa Ionica) ma in realtà di tutta la regione, a premio di una instancabile attività sindacale, con un’attenzione particolare al Mezzogiorno e alla “sua” Calabria; poi, giusto qualche settimana fa, l’arrivo di Luigi Sbarra ai vertici della Cisl.

Luigi Sbarra è anch’egli figlio della Locride (è nato a Pazzano, in provincia di Reggio) e ha percorso tutte le vie del sindacato prima di arrivare, dalle lotte dure per i braccianti agricoli calabresi fino alla guida del secondo sindacato confederale italiano. Anche questo a riconoscimento di un impegno mai venuto meno, con la convinzione che lo sviluppo dell’intero Paese non può avviarsi al successo se non parte anche il Mezzogiorno. 

Lo abbiamo incontrato con i colleghi Giuseppe Mazzaferro e Francesco Rao a Telemia nel corso di un dibattito, in streaming, su Mezzogiorno e sviluppo e dalle sue dichiarazioni è emersa un’idea che, decisamente, potrebbe trasformare in maniera radicale l’attrazione degli investimenti in Calabria e in tutto il Sud.

La proposta di Luigi Sbarra non è campata in aria e si ispira alle esperienze di altri Paesi in cerca di investimenti industriali: il meccanismo si basa sulla constatazione che non basta il credito d’imposta per attrarre gli imprenditori ad avviare o trasferire parte della produzione industriale al Sud. Serve qualcos’altro. E cosa c’è meglio della totale decontribuzione per chi investe nel Mezzogiorno?

La fiscalità di vantaggio, avviata dall’ex ministro per il Sud Peppe Provenzano l’autunno dello scorso anno (abbattimento del 30% dei contributi previdenziali dovuti dalle aziende) aveva già  richiamato una certa attenzione da parte di industriali che avevano già in mente di localizzare nuove filiali delle proprie imprese o addirittura di avviare nuove iniziative nei territori del Mezzogiorno.

Ma non basta. Serve avviare e proporre  una defiscalizzazione completa – sostiene con convinzione Sbarra e su questo può già contare dell’appoggio di Bombardieri e sicuramente della Cgil di Landini –, solo in questo modo l’attrazione per gli imprenditore diventa irresistibile. 

La defiscalizzazione equivale a un fortissimo abbattimento del costo del lavoro e può costituire l’elemento chiave per la creazione di nuova occupazione e nuovi investimenti. Prendiamo la Zes di Gioia Tauro, le cui lungaggini burocratiche che stanno alla base di ogni iniziativa ammessa alle agevolazioni previste sono in grado di sfiancare il più testardo degli investitori, ebbene, offre agli imprenditori il credito d’imposta. In una misura sicuramente ragguardevole, ma questo meccanismo va bene per le multinazionali, per le grandi aziende con migliaia di addetti, dove, evidentemente, il risparmio fiscale diventa importante nelle cifre. Ma una piccola e media azienda ha bisogno di denaro fresco, ovvero necessita di agevolazioni che abbattano il costo del lavoro, che  – com’è noto – in Italia è esageratamente superiore a quello dei Paesi dell’Est europeo o, eccessivamente incomparabile con quello dei cosiddetti paesi in via di sviluppo. Che in gran parte tali non sono più (vedi Cina e India) ma costituiscono un’attrazione difficile da non subire. O almeno questo avveniva prima della pandemia. 

Dalla crisi si può emergere, si possono creare sviluppo e crescita sostenibile e, soprattutto, si può trasformare la spaventosa idea di contare milioni di nuovi disoccupati in un nuovo slancio occupazionale, dove accanto all’impresa si associno formazione e specializzazione. 

I nostri giovani vogliono avere opportunità di lavoro e crescita sociale nel proprio territorio, tocca ai sindacati gestire questa difficile situazione e mediare tra Governo e imprese: la fiscalizzazione totale è, a nostro avviso, la soluzione opportuna e più efficace. (s)

I Comuni Anci del Sud chiedono un incontro al Governo per il Recovery

Il Coordinamento delle Anci del Sud ha chiesto un incontro al presidente del Consiglio, Mario Draghi, al ministro per il Sud e la Coesione Sociale, Mara Carfagna e al ministro per le Autonomie Locali, Mariastella Gelmini, un incontro per discutere del Recovery Plan per il Sud.

L’incontro, dunque, servirà per discutere sulle criticità e sulle opportunità del Mezzogiorno d’Italia che coinvolga, successivamente, anche  i diversi dicasteri, per l’avvio di un processo di transizione ecologica, ambientale ed economica  che dia pari opportunità a tutti i cittadini italiani.

È quanto è emerso dalla riunione del Coordinamento per discutere di Recovery Plan per il Sud, criticità e  proposte di sviluppo per i territori dell’Italia meridionale.

All’incontro hanno preso parte, fra gli altri, il presidente di Anci Sicilia, Leoluca Orlando, promotore dell’iniziativa, il delegato Anci per la Coesione territoriale e per il Mezzogiorno, Giuseppe Falcomatà,  il presidente di Anci Abruzzo, Gianguido D’Alberto, il presidente di Anci Basilicata, Salvatore Adduce, il presidente di Anci Calabria, Francesco Candia, il presidente di Anci Campania, Carlo Marino, il presidente di Anci Molise, Pompilio Sciulli,  il presidente di Anci Puglia, Domenico Vitto e il presidente di Anci Sardegna, Emiliano Deiana.

«L’incontro di oggi (mercoledì 10 marzo ndr) – riferisce Anci Sicilia  – rappresenta un’ulteriore tappa  di un percorso, avviato nei mesi scorsi, che ha visto anche momenti di interlocuzione con il Governo precedente e che nasce dall’esigenza di porre rimedio ad una profonda  diseguaglianza fra il livello comunale e gli altri livelli di governo nazionale, come più volte evidenziato dall’Anci, che riguarda l’ambito finanziario, le  procedure e l’organizzazione oltre alla capacità progettuale e organizzativa delle realtà comunali. A questo primo grande divario istituzionale si aggiunge, però, la cosiddetta  “questione meridionale”  che consiste in una vera e propria condizione di diseguaglianza territoriale   ed economico-sociale che è caratteristica del Mezzogiorno d’Italia».

«Nel corso dell’incontro – viene ancora riportato – è emersa la necessità di avviare un processo di riforma del sistema delle Autonomie locali che consenta agli amministratori locali  di poter utilizzare competenze, risorse e procedure adeguate alla grande sfida europea ed  eviti che il Recovery Plan confermi ed aumenti il divario tra i territori e, sul versante dei diritti e dei servizi, le disuguaglianze tra i cittadini italiani. Oggi l’Europa, con il nuovo ciclo di programmazione 2021-2027   (Next Generation Eu (Nngeu), ricorda l’esigenza di superare le diseguaglianze e di garantire il diritto alla salute e il Sud  rappresenta un enorme bacino di risorse culturali, umane e naturali che chiede di diventare una grande opportunità per l’intera nazione». (rrm)

Roy Biasi (Lega): Il Mezzogiorno ha bisogno di politiche rivoluzionarie

Roy Biasi, membro della Segreteria nazionale della Lega nonché responsabile degli amministratori dell’Italia meridionale, ha dichiarato che «il Mezzogiorno ha bisogno di una rivoluzione positiva, di politiche di sviluppo finalmente adeguate e studiate per il Sud».

«Il Sud – ha spiegato Biasi – necessita innanzitutto di un’analisi della situazione che dimentichi le chiavi di lettura del secolo scorso. Tutto ciò che è accaduto all’inizio di questo terzo millennio, tra globalizzazione e tragedia economico-sociale della pandemia, ci impone di cambiare completamente visione e quindi approccio alle emergenze che siamo chiamati ad affrontare. Le politiche e i provvedimenti che hanno caratterizzato i decenni che ci siamo lasciati alle spalle, troppo spesso hanno partorito azioni inconsistenti, sperperi colossali di risorse finanziarie, nonché nuove sacche di emarginazione e degrado».

«Dobbiamo cambiare marcia – ha evidenziato – e la Lega di Matteo Salvini ha tutti gli strumenti culturali, politici e d’esperienza per farlo. È per questa ragione che ho abbracciato la sfida della Lega, perché il Sud ha bisogno di un’inversione di rotta epocale, facendo leva sul pragmatismo tipico di un partito post-ideologico qual è quello guidato da Matteo Salvini».

Roy Biasi annuncia, quindi, l’avvio di un lavoro paziente ma intenso di consultazione di tutti gli amministratori locali del Sud Italia, al fine di costruire una piattaforma programmatica completa che – spiega – «porterò all’attenzione del partito a livello nazionale.

«Se il Sud non riparte l’Italia non riparte – ha ribadito –. Siamo il primo mercato per le produzioni dell’industria manifatturiera del Nord del Paese, e il nostro sviluppo sostenibile può contribuire a garantire quei punti di Pil che servono all’Italia per uscire dalla crisi e per saldare i debiti che stiamo continuando a contrarre. Non lo dico da tifoso del Sud, ma da amministratore locale coscienzioso: se si scatena l’enorme potenziale di cui il Mezzogiorno dispone ad ogni livello, dall’agricoltura all’artigianato, dal turismo alla cultura, dalla produzione di energia pulita alla massima valorizzazione delle immense risorse identitarie, tutta l’Italia potrà beneficiarne riprendendosi quel ruolo di guida dell’Europa che le spetta».

«Agli amministratori del Sud Italia – ha concluso Biasi – proporrò una base di ragionamento che parte da alcuni pilastri di fondo politico-culturali e ideali. Con il contributo di tutti costruiremo una piattaforma programmatica concreta che sottoporremo all’attenzione di Matteo Salvini. Lo faremo con la passione e l’entusiasmo che caratterizza la gente del Sud». (rrc)

Klaus Davi: Mario Draghi occasione unica per il riscatto del Sud

Il massmediologo e giornalista Klaus Davi ha dichiarati che «Mario Draghi rappresenta un’occasione unica per il riscatto del Sud a patto che il Sud si faccia sentire».

«Più volte – ha aggiunto – il presidente Draghi ha affrontato il tema delle disuguaglianze ed è perfettamente consapevole che con un’Italia a due velocità non ci sarà mai una ripresa. Draghi può proseguire l’ottimo lavoro iniziato dal governo Conte che ha saputo negoziare credibilmente per l’Italia in Europa. Draghi può migliorare ulteriormente il lavoro di Giuseppe Conte».

«Il problema del Mezzogiorno – ha concluso – sta nei suoi rappresentanti. In Calabria, fra senatori e deputati, ci sono credo 40 eletti ma nessuno ne ha mai avuto notizia. Anzi, li proporrò alla Rai per una puntata speciale di ‘Chi l’ha visto’». (rrc)

Vertice dei presidenti delle Regioni del Sud uniti per equa distribuzione dei fondi del Recovery Plan

Calabria, Campania, Basilicata, Puglia, Molise, Abruzzo e Sicilia uniti per «avanzare proposte e richieste in materia di Recovery Plan». Lo ha annunciato il presidente f.f. della Regione Calabria, Nino Spirlì, al termine del vertice con i presidenti Vincenzo De Luca (Campania), Vito Bardi (Basilicata), Michele Emiliano (Puglia), Donato Toma (Molise), Marco Marsilio (Abruzzo) e Nello Musumeci (Sicilia).

«C’è la necessità – ha spiegato – di suddividere in modo equo le quote relative agli interventi, tenendo in considerazione il fatto che le regioni del Mezzogiorno hanno urgenze che non rimangono all’interno dei loro confini, ma riguardano l’organizzazione dell’intero continente, dal momento che si tratta di progetti strategici che interessano l’Europa, come, ad esempio, il Ponte sullo Stretto».

Durante l’incontro, i presidenti delle Regioni meridionali hanno anche parlato del raddoppio della linea ferroviaria Reggio Calabria-Bari e dell’alta velocità Reggio Calabria-Salerno, «due progetti  ha commentato Spirlì – che, insieme, consentirebbero la libera circolazione, in chiave moderna, delle persone in Europa».Attenzione anche sul porto di Gioia Tauro, «che è stato – dice ancora il presidente calabrese – completamente dimenticato dal ministro Paola De Micheli, malgrado non sia lo scalo di un piccolo comune della Calabria, ma il porto più importante del Mediterraneo e tra i più strategici d’Europa».

«Le proposte della Calabria, unite a quelle degli altri presidenti – ha concluso Spirlì –, andranno a formare un pacchetto di richieste precise al Governo nazionale, il quale, troppo spesso, così come quelli che lo hanno preceduto, dimentica le regioni del Sud privilegiando, a volte, nessuno». (rcz)

Orlandino Greco (Idm): Il Sud rinasce se rinascono i partiti politici

Il segretario federale di Italia del MeridioneOrlandino Greco, ha dichiarato che «è, ormai, evidente il vulnus democratico nel quale versa la Calabria ed il Paese intero».

«Da tangentopoli ad oggi – ha aggiunto – lo svuotamento dei partiti novecenteschi, rispetto ai quali ne è rimasta soltanto una parvenza ideologica, ha comportato la nascita di quelli che i sociologi americani definiscono “Cartel Party”, ossia comitati elettorali che si riuniscono e favoriscono la partecipazione solo durante gli appuntamenti del voto, salvo poi concentrarsi sull’attività amministrativa ed istituzionale degli eletti».

«Un concetto di militanza diametralmente opposto – ha proseguito – rispetto a quanto conosciuto nelle vecchie scuole di partito, vere fucine di classi dirigenti consapevoli della loro mission e delle istanze da difendere. Gli effetti di questo nuovo modo di concepire l’impegno politico hanno segnato la storia della nostra Repubblica dagli anni ‘90 fino ai giorni nostri. Il primo di questi è stato la personalizzazione dello scontro politico e l’incarnazione dei partiti (e il destino) nella figura del leader, il quale intrattiene un rapporto diretto con gli elettori, quasi come se la collegialità nelle scelte, tipica dei partiti di massa, fosse suffragata dal consenso della cosiddetta società civile, rimuovendo lungaggini burocratiche e svilendo il ruolo della mediazione tra classi dirigenti. In questo contesto, allo svuotamento dei corpi intermedi ha fatto seguito un continuo assalto al Parlamento e al suo potere legislativo, in quanto percepito come causa ostativa dell’iniziativa politica dei leader (molto meglio definirli capi carismatici), non solo mediante tentativi di instaurare un sistema bipartitico, contrario ai precetti costituzionali della rappresentanza delle minoranze, ma anche attraverso leggi elettorali iper-maggioritarie che cooptano in sostanza la deputazione, vincolando il mandato elettorale dei parlamentari alla fedeltà verso il segretario del proprio partito (spesso coincidente, a differenza del passato, con la presenza del segretario stesso in Parlamento)».

«Venuto meno, dunque, – ha detto ancora Orlandino Greco – quell’alto senso delle Istituzioni tipico di chi, facendo militanza, magari amministrando la cosa pubblica, ha portato, nella continua mediaticità dello scontro politico, alla demonizzazione non solo degli avversari stessi ma anche del concetto di interesse in politica, come se ogni istanza proveniente dai partiti coincidesse con interessi propri o a beneficio di una cerchia ristretta di persone, a scapito del bene comune».

«È ormai giunta l’ora – ha evidenziato il segretario federale di Italia del Meridione – affinché si scongiurino guerre fratricide e si perda definitivamente il senso di comunità, di tracciare un bilancio della storia. Quella del Mezzogiorno è da sempre una storia fatta di comunità, solidarietà e responsabilità sociale, dimostrata anche nell’ultima emergenza pandemica. Una tenuta sociale che anche a queste latitudini rischia di venir meno perché la disperazione è tanta. Forte è il disagio sociale, frutto di una disoccupazione e di una migrazione ai massimi storici ed un ceto politico subalterno alle politiche centraliste delle segreterie romane».

«Urge, dunque – ha ribadito – un ritorno alla politica e ai luoghi della politica, capaci di selezionare la migliore classe dirigente ed esaltandone la militanza e la competenza fuori da ogni schema ideologico. Non è più tollerabile un impegno politico tutto incentrato al carrierismo e a chi la spari più grossa, non è concepibile che dopo le elezioni vi siano tribù, tifoserie e truppe cammellate che continuino ad incitare l’odio verso l’avversario politico, facendo venir meno non solo il rispetto verso la legittimità delle posizioni altrui ma fomentando un clima poco costruttivo in una normale dialettica tra maggioranza e minoranza che dovrebbe caratterizzare ogni consesso pubblico».

«Nel frattempo – ha detto ancora – una globalizzazione sempre più sregolata ha fatto sì che realmente le nicchie di potere assumessero rendite di posizione indipendenti dalla politica stessa, mentre i bisogni reali della gente rimanessero inascoltati o mal risolti da una classe politica ormai concentrata a parlare su se stessa e per se stessa.  Promesse roboanti, rinnovamento anagrafico magari senza nessuna esperienza, stravolgimento dell’esistente, tesi spesso non confermate dai fatti perché figlie di riflessioni non approfondite, il cosiddetto pensiero breve che viaggia alla velocità di un tweet, hanno determinato la fine dei partiti politici come laboratori di idee, quelli che soprattutto al Sud creavano coscienza civile e comunità sociali, radicati nella società come corpi intermedi tra le istanze dal basso e il potere legislativo, capaci di formulare programmi di lunga visione, attraverso concezioni ideali, politiche e studio».

«Mezzogiorno, sanità, scuola, welfare, sviluppo economico e perfino il Recovery Fund – ha detto – sono ormai merce di scambio per qualche manciata di voto in più nei sondaggi. Temi che, a causa della mala politica, rischiano di far sprofondare il Paese nel baratro se non affrontati nella giusta maniera. Tutto questo perché le scelte fatte non sono basate su convinzioni così solide da essere aperte al compromesso e al contributo di tutti, anche di chi la pensa diversamente ma in modo costruttivo».

«C’è bisogno – ha concluso – di una reale presa di coscienza da parte di tutti: un nuovo modello partecipato di democrazia, che guardi al futuro senza perdere di vista le buone prassi della mediazione e mai del compromesso, della concertazione e della selezione di classi dirigenti figlie di militanza, conoscenza e competenza. Un nuovo modello di partecipazione slegato da ciò che piace ai sondaggisti ma legato a ciò che serve al Paese, che non sia solo legata al momento elettorale ma che, al contrario, valorizzi il pluralismo delle vocazioni territoriali degli interessi delle comunità». (rrm)

Biondo (Uil Calabria): Il Governo vuole assegnare al Sud solo 68 miliardi del Recovery Fund

Santo Biondo, segretario generale della Uil Calabria, ha denunciato l’intenzione, da parte del Governo Conte, di destinare al Sud solo 68 miliardi, di cui 23 recuperati dal Fondo Sviluppo e Coesione, del Recovery Fund, quando la Commissione Europea, dei 209 miliardi destinati all’Italia, 111 erano stati assegnati per la ripartenza del Mezzogiorno.

«Nella gazzarra parlamentare e nella mancanza di trasparenza da parte del Governo – ha detto Biondo – aspetti che stanno caratterizzando l’assurda discussione che la politica sta portando avanti sul Recovery plan, a farne le spese probabilmente sarà la ripresa, post pandemia, del Mezzogiorno e della Calabria. A causa di questo trambusto mediatico, che in parte sta andato in scena in Parlamento, sta sfuggendo l’attenzione sul fatto che, nel Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza, oltre a mancare i progetti e una visione di Paese, mancano anche le risorse economiche per spingere la convergenza del Sud».

«Si continua, quindi – ha detto ancora – a sacrificare il Sud e la Calabria, nella distribuzione della spesa pubblica nazionale.  La deputazione parlamentare e la politica calabrese, battano un colpo, per provare a dare alla discussione sul Recovery plan, idee e proposte e, soprattutto, una direzione che aiuti a costruire nella nostra regione l’uscita da una crisi che ormai è divenuta strutturale». (rrm)

Fiscalità di vantaggio, Sofo (Lega): per le infrastrutture solo briciole

L’europarlamentare della Lega, Vincenzo Sofo, accoglie positivamente l’entrata in vigore, a partire da oggi, della fiscalità di vantaggio per il lavoro al Sud, sottolineando come «gli sgravi fiscali proposti sono una buona base di partenza e concordo anche con l’idea di destinare il 34% del Recovery al Meridione, che pur essendo stata l’area meno colpita dalla crisi sanitaria sarà quella che soffrirà di più le conseguenze economiche».

«Peccato – ha aggiunto – che proprio dalla lista di progetti da presentare per il Next Generation Eu il Governo abbia riservato briciole agli investimenti per le infrastrutture dei territori meridionali. Lo sviluppo infrastrutturale del Sud è imprescindibile per consentire alle aziende di investire e commerciare e dunque a questa area di rilanciarsi, creando quelle opportunità di lavoro che sono il fulcro della misura economica».

«Senza adeguati investimenti in strade, ferrovie, porti e aeroporti – ha concluso – il Governo lascerà il Sud zoppo vanificando anche le buone intenzioni della fiscalità di vantaggio».

Per il presidente di Confindustria CosenzaFortunato Amarelli, «poter contare su una fiscalità di vantaggio a favore della creazione di nuove opportunità di lavoro è un dato certamente positivo», e saluta con favore «l’entrata in vigore, a partire da oggi, della misura che prevede un taglio del 30% nei contributi a carico dell’impresa per tutti i dipendenti la cui sede di lavoro si trovi in una regione meridionale».

«La fiscalità di vantaggio per il lavoro al Sud – ha dichiarato il presidente degli industriali cosentini Amarelli – crea le condizioni per pensare a rapporti di lavoro qualificati, stabili e duraturi, consente di pianificare scelte di investimento importanti per le imprese e di favorire l’occupazione in territori a ritardo di sviluppo. Il gap tra le diverse aree del Paese è sotto gli occhi di tutti e le conseguenze della pandemia da Covid-19 potrebbe acuirle. Come ha avuto modo di ribadire il presidente di Confindustria Carlo Bonomi in occasione dell’Assemblea nazionale, serve coesione sociale ed un impegno mirato e responsabile da parte di tutti per lavorare al progetto di rilancio del Paese».

«La misura straordinaria presentata dal Ministro per il Sud Giuseppe Provenzano sulla fiscalità di vantaggio per il lavoro nel Mezzogiorno – ha spiegato Amarelli – nasce dalla constatazione che fare impresa a queste latitudini è più gravoso a causa dei deficit di produttività connessi ai mancati investimenti decisi dai Governi che si sono succeduti nel tempo».

«La priorità, quindi – ha aggiunto – è il rilancio degli investimenti pubblici e la creazione di nuovi posti di lavoro se si pensa che – secondo dati di Bankitalia – la disoccupazione nel Mezzogiorno coinvolge oltre il 18% della forza lavoro, pari a 1 milione e 400 mila persone, con un divario di 11 punti percentuali rispetto al Centro Nord. Una situazione ancora più grave tra i giovani con meno di 35 anni, una fascia d’età dove i senza lavoro arrivano quasi al 34%, 19 punti in più rispetto alle regioni settentrionali. In valori assoluti si stima che circa 1 milione e 700 mila giovani meridionali, oltre un terzo del totale, uno dei valori più alti d’Europa, non lavora né accumula conoscenze».

Per il numero uno di Confindustria Cosenza, Fortunato Amarelli «infrastrutture, scuola, salute, innovazione ed attrazione degli investimenti sono le macro direttrici che occorrerà seguire con cura anche in riferimento al Recovery Fund. Senza tentazioni egoistiche occorrerà tendere all’equilibrio socio economico del Paese come condizione necessaria per dare avvio ad una nuova stagione solida e duratura di crescita e di sviluppo». (rrm) 

C’È FISCALITÀ DI VANTAGGIO IN CALABRIA.
UN’OPPORTUNITÀ PER I NUOVI INVESTITORI

di ANTONIO AQUINO – Da alcuni mesi il tema di una “fiscalità di vantaggio” sembra essere tornato alla ribalta fra le politiche da perseguire per stimolare la crescita dell’occupazione e del reddito nelle regioni del Mezzogiorno. In una intervista su Repubblica del 26 luglio 2020, Fabio Panetta, componente del comitato esecutivo della Banca Centrale Europea, a proposito dell’utilizzo delle risorse che il Recovery fund ha riservato all’Italia, ha sollecitato il governo italiano a cogliere l’opportunità di utilizzare i fondi europei per modernizzare l’economia,  rendendola più rispettosa dell’ambiente, più digitale, più inclusiva,  attenuando le diseguaglianze con la crescita e il lavoro. Ha poi messo in evidenza come una sfida cruciale sia quella del Mezzogiorno, una economia in cui un terzo della popolazione ha un reddito pro-capite pari alla metà di quello del resto del Paese e intere regioni sono afflitte da disoccupazione diffusa e carenza di infrastrutture.

A proposito della possibilità di introdurre  una fiscalità di vantaggio per le regioni del Mezzogiorno,  Panetta ha affermato che  si tratta di un obiettivo ambizioso, su cui in passato ha riflettuto con i colleghi della Banca d’Italia: «Un obiettivo da valutare in ambito sia nazionale sia europeo per le sue implicazioni sulla finanza pubblica e sulla concorrenza, che può essere di importanza fondamentale per rilanciare l’economia del Mezzogiorno». Dichiarazioni a sostegno della fiscalità di vantaggio per le regioni del Mezzogiorno sono state rilasciate  dai principali esponenti del  Governo italiano, e alcune misure sono state introdotte nel decreto legge del 14 agosto 2020. Si ha, però, l’impressione che, per le modalità secondo cui essa sembra essere prefigurata nel decreto legge del 14 agosto e le dichiarazioni dei principali esponenti del Governo italiano (riduzione del corso del lavoro di circa il 10 per cento fra il 2021 e il 2025 e poi gradualmente decrescente fino ad annullarsi entro il 2030), difficilmente essa potrebbe avere un impatto significativo sulla crescita dell’occupazione e del reddito nelle regioni del Mezzogiorno. Per una crescita verso livelli fisiologici del tasso di occupazione nel Mezzogiorno le produzioni a mercato internazionale dovrebbero poter contare su una riduzione del costo del lavoro dell’ordine del 40 per cento garantita per almeno 20 anni. Per evitare che essa abbia un costo eccessivamente elevato per la finanza pubblica essa dovrebbe essere allora drasticamente selettiva; il decreto legge del 14 agosto sembra, invece, prefigurare una fiscalità di vantaggio sostanzialmente “a pioggia”, che comporterebbe una riduzione del tutto insufficiente del costo del lavoro e con un orizzonte temporale troppo breve.

L’articolo 27 del decreto legge 14 agosto 2020 n. 104 prevede che, previa autorizzazione della Commissione europea, al fine di  contenere gli effetti straordinari  sull’occupazione determinati dall’epidemia da COVID-19 in aree caratterizzate da gravi situazioni di disagio socio-economico e tutelare i livelli occupazionali, dal 1° ottobre al 31 dicembre 2020, sia riconosciuta ai datori di lavoro  privati, con esclusione del  settore agricolo e del lavoro domestico, per i dipendenti  la cui sede di lavoro è situata in regioni con un prodotto interno lordo pro capite inferiore al 90 per cento  della media EU27 e un tasso di occupazione inferiore alla media nazionale, un  esonero pari al 30 per cento dei  contributi previdenziali, con esclusione di quelli  spettanti all’Inail, con un onere complessivo per la finanza pubblica pari a circa 1,5 miliardi di euro. Secondo la relazione tecnica della Ragioneria generale dello Stato questa agevolazione contributiva  verrebbe applicata a poco più di tre milioni di lavoratori, con un monte retributivo mensile pari a poco meno di cinque miliardi di euro. La decontribuzione equivarrebbe quindi in media a circa il 10 per cento della retribuzione, e, in termini assoluti a circa 170 euro mensili per lavoratore. Per ogni cento abitanti, i  lavoratori beneficiari della decontribuzione sarebbero  circa 10 in Calabria, 12 in Sicilia, 14 in Molise, 15 in Sardegna, Campania e Puglia, 16 in Basilicata, 19 in Abruzzo e 20 in Umbria.

Il secondo comma dell’articolo 27 prevede ulteriori misure di decontribuzione per gli anni dal 2021 al 2029, di accompagnamento agli interventi di coesione territoriale del Piano Nazionale di ripresa e Resilienza e dei Piani Nazionali di Riforma, al fine di favorire la riduzione dei divari territoriali. La definizione delle  caratteristiche di queste future misure di agevolazione contributiva è rimandata a un decreto del Presidente del Consiglio del Ministri da adottarsi entro il 30 novembre 2020. Secondo le dichiarazioni rilasciate dal Ministro dell’Economia e delle finanze e dal Ministro per il Sud e la Coesione territoriale nella prima metà di agosto l’intenzione del Governo sembrerebbe essere di estendere sostanzialmente gli sgravi già decisi per gli ultimi tre mesi del 2020 fino al 2025, e di ridurli poi gradualmente fino ad azzerarli entro il 2030.

Si tratterebbe di una decontribuzione sostanzialmente “a pioggia”, essendo applicata a quasi tutti i lavoratori dipendenti da imprese private nelle regioni del Mezzogiorno e quindi necessariamente di una entità troppo modesta e per un periodo di tempo troppo breve per poter incidere significativamente sull’occupazione. Una decontribuzione settorialmente molto selettiva applicata in misura molto più forte e per un periodo di tempo molto più lungo potrebbe stimolare una crescita verso livelli fisiologici del tasso di occupazione nelle regioni del Mezzogiorno, senza oneri significativi, e probabilmente anzi con effetti positivi nel lungo periodo, per la finanza pubblica.

L’Italia presenta una diversificazione regionale dal punto di vista del tasso di occupazione  che non  sembra avere corrispondenza in nessun  altro paese industriale. Una differenza di quasi 30 punti percentuali è stato registrato nel 2018 nel tasso di occupazione  fra l’Emilia Romagna nel Nord dell’Italia (70) e Campania e Sicilia nel Mezzogiorno (41). Nelle altre regioni del Nord il tasso di occupazione, analogo a quello medio dei grandi paesi industriali, è soltanto di poco inferiore a quello dell’Emilia Romagna  (68 in Lombardia e Triveneto, 66 in  Piemonte). Tassi di occupazione soltanto di poco inferiori alla media delle regioni del Nord sono registrati dalla Toscana (67), da Umbria e Marche (65), e dalla provincia di Roma (64). Il tasso di occupazione scende verso valori intorno a 56 nelle altre province del Lazio (59 Rieti, 55 Latina e Viterbo, ma solo 48 nella provincia di Frosinone), e in tre regioni del Mezzogiorno settentrionale (58 in Abruzzo, 55 in Molise e 54 in Sardegna). Fra le altre regioni del Mezzogiorno, soltanto la Basilicata registra un tasso di occupazione, sia pur leggermente, superiore a 50, mentre il tasso di occupazione è in Puglia soltanto di un punto superiore alla media del Mezzogiorno (46). Queste differenze, rilevate per il 2018, sono rimaste, sia pur con oscillazioni, sostanzialmente invariate negli ultimi 30 anni secondo i dati della Banca d’Italia.

Oltre al bassissimo tasso di occupazione, le regioni del Mezzogiorno sono caratterizzate da forti flussi emigratori di  persone in età da lavoro, da un tasso di irregolarità del lavoro molto elevato (circa il doppio di quello, sostanzialmente fisiologico, delle regioni del Nord), da una domanda di lavoro proveniente pressoché esclusivamente da attività produttive a mercato esclusivamente locale e da una forte carenza di occupazione in attività produttive a mercato internazionale.

Principalmente in conseguenza del bassissimo tasso di occupazione, e in minor misura della minore produttività, il reddito per abitante prodotto nelle regioni del Mezzogiorno è in media circa la metà di quello delle regioni del Nord dell’Italia. Gli effetti sul reddito disponibile delle famiglie della minore produzione di reddito sono in misura significativa compensati in media da trasferimenti dal Nord dell’Italia che negli ani settanta e ottanta superavano il 20 per cento del prodotto interno lordo del Mezzogiorno e che, pur essendo diminuiti in misura significativa negli ultimi 30 anni, rappresentano ancora circa il 16 per cento del PIL del Mezzogiorno. Dal punto d vista degli equilibri complessivi di finanza pubblica, la forte carenza di occupazione, e quindi di produzione di reddito, nelle regioni del Mezzogiorno ha comportato una crescita fin verso livelli molto levati del debito pubblico italiano, nonostante elevati livelli di tassazione e significative restrizioni della spesa pubblica con effetti particolarmente negativi per la sanità e l’istruzione. Amartya Sen ha inoltre magistralmente messo in evidenza come la carenza di opportunità di lavoro abbia effetti negativi di natura anche non economica. La determinante fondamentale della forte carenza di occupazione è la carenza di competitività delle produzioni del Mezzogiorno. Nelle regioni del Mezzogiorno l’impatto sulla domanda di lavoro della finanza pubblica, misurato da spesa pubblica meno tassazione è fortemente espansivo, questo effetto espansivo è tuttavia più che compensato  da un valore estremamente basso di domanda di beni prodotti nel Mezzogiorno proveniente da altre regioni o paesi e da un valore molto elevato della quota del reddito disponibile nel Mezzogiorno speso nell’acquisto di beni prodotti in altre regioni e paesi.

Non essendo politicamente praticabile un aumento significativo dell’effetto espansivo della finanza pubblica,  l’unica via realisticamente perseguibile per stimolare  un forte aumento delle opportunità di lavoro nelle regioni del Mezzogiorno sembra essere un forte aumento della competitività delle produzioni del Mezzogiorno esposte alla concorrenza internazionale, in modo da stimolare un forte aumento della domanda per i beni prodotti nel Mezzogiorno proveniente da altre regioni e paesi e una forte diminuzione della quota della domanda interna del Mezzogiorno rivolta a beni prodotti in altre regioni e paesi. Ciò può essere efficacemente perseguito concentrando la fiscalità di vantaggio sui beni a mercato internazionale, così da consentire con un lungo orizzonte temporale un drastica riduzione del costo del lavoro per le produzioni nel Mezzogiorno di beni a mercato internazionale, senza oneri rilevanti per la finanza pubblica. Mediante una fiscalità di vantaggio drasticamente selettiva ma molto forte e con un lungo orizzonte temporale sarebbe possibile innescare nelle regioni del Mezzogiorno un vigoroso processo di crescita dell’occupazione e del reddito trainato dalle esportazioni nette (Net exports led growth) in grado di avviare verso la normalità la relazione fra domanda e offerta di lavoro senza oneri rilevanti, e probabilmente con effetti nel lungo periodo addirittura positivi, per la finanza pubblica.

Circa tre milioni di posti di lavoro separano in complesso  le regioni del Mezzogiorno da un tasso di occupazione analogo a quello delle regioni del Nord dell’Italia, a sua volta sostanzialmente analogo a quello medio dei principali paesi industriali (fra 65 e 70 occupati per ogni cento persone in età da lavoro. Un aumento di occupazione di un tale ordine di grandezza potrebbe essere ottenuto stimolando un aumento dell’ordine di un milione di unità della domanda di lavoro per le attività produttive di beni a mercato internazionale localizzate nelle regioni del Mezzogiorno,  portando così l’occupazione in queste attività dalle attuali circa 800 mila unità verso quasi  due milioni di unità. Un aumento di occupazione di tale ordine di grandezza potrebbe essere stimolato da una  “svalutazione fiscale” tale da ridurre di circa il 40 per cento il costo del lavoro per le produzioni a mercato internazionale, mantenendo al contempo  le retribuzioni di chi lavora in queste imprese pienamene competitive rispetto a quelle ottenibili nelle produzioni a mercato esclusivamente locale, e in particolare nel pubblico impiego. Il reddito aggiuntivo prodotto in queste attività, ipotizzando un valore pari a 2 per il moltiplicatore keynesiano, potrebbe stimolare una domanda aggiuntiva di lavoro nelle attività produttive a mercato esclusivamente locale localizzate nelle regioni del Mezzogiorno dell’ordine di due milioni di unità. Il reddito aggiuntivo prodotto in queste attività potrebbe a sua volta generare entrate fiscali e contributive addizionali tali da più che compensare  gli iniziali sgravi fiscali e contributivi per le attività produttive di beni a mercato internazionale.

Soltanto per le produzioni di beni a mercato prevalentemente non locale una fiscalità di vantaggio volta  a ridurre il costo del lavoro  può stimolare un aumento significativo della domanda di lavoro nelle regioni del Mezzogiorno. Ciò perché per queste produzioni una riduzione del costo del lavoro può determinare significativi spostamenti di domanda sia interna che esterna verso le produzioni localizzate nel Mezzogiorno. Per le produzioni a mercato esclusivamente locale, invece, la domanda di lavoro è determinata pressoché esclusivamente dalla dimensione della domanda locale. Per le produzioni di beni a mercato internazionale un forte aumento della domanda di lavoro richiede però un fiscalità di vantaggio così forte da determinare una riduzione del costo del lavoro tale da più che compensare la minore produttività in queste attività delle imprese localizzate nel Mezzogiorno; essa  inoltre dovrebbe diminuire molto gradualmente, soltanto nella misura in cui diminuisce il divario di produttività. A parità di onere per la finanza pubblica gli effetti di sgravi fiscali e contributivi sarebbero molto più forti se venissero concentrati selettivamente sulle produzioni localizzate nelle regioni del Mezzogiorno di beni a mercato internazionale (principalmente prodotti dell’industria manifatturiera e servizi informatici). Paradossalmente, una espansione significativa dell’occupazione nelle produzioni a mercato esclusivamente locale potrebbe essere determinato proprio dalla concentrazione degli sgravi contributivi nelle attività produttive esposte alla concorrenza esterna, per via dell’aumento di occupazione e reddito in queste attività, e quindi della domanda interna nel Mezzogiorno.

Dopo alcuni anni l’aumento di reddito generato nelle attività produttive a mercato internazionale determinerebbe ulteriori aumenti di reddito nelle produzioni a mercato locale e quindi aumenti delle entrate fiscali e contributive che potrebbero più che compensare nel lungo periodo le iniziali riduzioni di entrate fiscali e contributive. Un altro effetto positivo sarebbe rappresentato dagli aumenti di produttività stimolato dal fenomeno del “learning by doing”, particolarmente significativo in particolare nelle produzioni manifatturiere. Gli oneri delle iniziali riduzioni delle entrate fiscali e contributive possono essere in realtà considerati come spese per investimento in capitale umano, e in particolare in quel capitale umano la cui carenza è all’origine della carenza di opportunità di lavoro nelle regioni del Mezzogiorno: le abilità e capacità necessarie per essere competitivi nella produzione di beni a mercato internazionale. Infine, l’aumento delle opportunità di lavoro potrà anche a stimolare un aumento del “capitale sociale” nelle regioni del Mezzogiorno, per i suoi effetti sulla fiducia nelle istituzioni, e rendere più efficaci le azioni di  contrasto alle attività illegali.

In sintesi, per avere un impatto significativo su occupazione e reddito nelle regioni del Mezzogiorno con un onere contenuto, o addirittura con effetti positivi nel lungo periodo, per la finanza pubblica, la riduzione degli oneri fiscali e contributivi dovrebbe: 1) essere applicata soltanto alle produzioni  a mercato internazionale, e in particolare alle attività manifatturiere; 2) determinare una riduzione del costo del lavoro per le imprese  di almeno il 40 per cento[7]; 3) essere credibilmente garantita alle imprese per almeno 20 anni, con una possibile graduale, lenta  riduzione negli anni successivi, man mano che diminuisce il divario di produttività fra Nord e Sud dell’Italia nelle produzioni a mercato internazionale.

Carlo Azeglio Ciampi, durante la sua Presidenza, aveva sottolineato più volte come il Mezzogiorno sia l’area dell’Italia con le maggiori potenzialità di crescita della produzione e del reddito per  la grande disponibilità di lavoro non utilizzato. Fino ad oggi, tuttavia, il lavoro non utilizzato nelle regioni del Mezzogiorno ha rappresentato un problema, invece che una opportunità di crescita per l’Italia. Neppure la “nuova programmazione” impostata negli anni novanta anche su impulso del Presidente Ciampi è riuscita a stimolare nel Mezzogiorno una significativa crescita dell’occupazione. Se il Mezzogiorno fosse un paese politicamente indipendente, la piena occupazione sarebbe raggiunta mediante salari nominali dell’ordine del 60 per cento di quelli del Nord dell’Italia, in tutti i settori produttivi, incluso il pubblico impiego. Il fatto di non essere politicamente indipendente comporta per il Mezzogiorno, da un lato la possibilità di ottenere trasferimenti da altre regioni di una entità che non sarebbe possibile per una paese politicamente indipendente, dall’altro però ha precluso la possibilità di perseguire efficacemente un livello dei salari nominali compatibili con un equilibrio competitivo di piena occupazione. Considerato il clamoroso fallimento delle politiche “strutturali” volte ad aumentare la produttività nel Mezzogiorno al livello del Nord dell’Italia, l’unica possibilità che potrebbe oggi essere efficace per la piena occupazione nelle regioni del Mezzogiorno sembrerebbe essere quella di una forte “svalutazione fiscale” che comporti per un lungo periodo di tempo una riduzione dell’ordine del 40 per cento del costo del lavoro  per le imprese che producono nel Mezzogiorno beni a mercato internazionale.

Considerato che essa verrebbe inizialmente applicata a circa 800 mila lavoratori, pari a circa un quarto di quelli per i quali la fiscalità di vantaggio  è prevista dal decreto legge del 14 agosto, l’impatto iniziale per la finanza pubblica sarebbe dello stesso ordine di grandezza di quella preventivata (circa 5 miliardi all’anno). Man mano però che per effetto di uno shock fiscale di questa dimensione si innesca  un forte processo di crescita di occupazione e reddito nella produzione di beni a mercato internazionale, il reddito aggiuntivo provocherebbe un aumento della domanda di beni a mercato esclusivamente locale prodotti nel Mezzogiorno, con un conseguente aumento di entrate fiscali e contributive. A regime l’impatto complessivo per la finanza pubblica potrebbe essere neutrale o addirittura significativamente positivo. Con il passar del tempo, inoltre, per effetto del “learning by doing” particolarmente importante nelle produzioni a mercato internazionale, la differenza di produttività fra Mezzogiorno e Nord dell’Italia potrebbe significativamente diminuire e quindi potrebbe diminuire anche l’intensità della fiscalità di vantaggio. (aa)  [Courtesy Opencalabria.com]


 

  • Antonio Aquino è Professore Emerito di Economia Politica presso il Dipartimento di Economia Statistica e Finanza DESF “Giovanni Anania” dell’Università della Calabria. Laureato in Economia e Commercio presso l’Università L. Bocconi di Milano nel 1970. PhD presso la London School of Economics. Nel 1987 ha ricevuto il Premio Saint Vincent per l’economia.