L’OPINIONE/ Mauro Nicastri: Recovery Fund grande opportunità per la digitalizzazione

di MAURO NICASTRI*

*Presidente Associazione Italian Digital Revolution

In una recente intervista, rilasciata ad un quotidiano nazionale, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha chiarito che, nei progetti che saranno finanziati dal Recovery Fund, «la parte del leone la faranno il green ed il digitale. Molti progetti sono stati pensati per rafforzare il tessuto produttivo, con particolare riguardo alle medie e piccole imprese: ingenti risorse entreranno nel programma “transizione 4.0” che renderà le nostre imprese più digitali, più verdi, più innovative».

L’Italia sconta un grave gap sul digitale sia nei confronti dei Paesi del G20 sia rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea. Essere, oggi, competitivi nel digitale significa essere competitivi in ogni settore economico e sociale.

Nell’ultimo anno, tutti i paesi dell’Ue hanno migliorato le proprie performance nel digitale. I Paesi scandinavi hanno ottenuto i punteggi più alti nel Desi 2020 e sono tra i leader mondiali nella digitalizzazione. L’Italia è tra i pochi altri paesi europei che sconta un notevole ritardo negli investimenti nel digitale, che sta facendo perdere, in modo significativo, competitività alle proprie aziende. 

Il Rapporto Desi – Integrazione della tecnologia digitale da parte delle imprese – ha evidenziato che la stragrande maggioranza delle Pmi italiane non sfrutta le opportunità riservate dai servizi avanzati nel campo del digitale, con solo il 17% di loro che utilizza servizi cloud e solo il 12% analisi dei big data.

Il nuovo Piano Nazionale Transizione 4.0, che sarà largamente finanziato con il Recovery Fund italiano, prevede investimenti per circa 24 miliardi di euro e vedrà l’incentivazione degli investimenti privati nel campo tecnologico fra i suoi principali obiettivi.

È, ormai, di vitale importanza, per il futuro del nostro Paese, investire nelle piattaforme digitali abilitanti per la domanda di servizi in rete come la sanità, la scuola, la giustizia, il turismo, l’agricoltura, i pagamenti elettronici e avviare programmi di accelerazione per le competenze digitali, smart working, servizio pubblico d’identità digitale (Spid), digital security per la Pa e le imprese.

Occorre, rapidamente, tracciare una roadmap tecnologica per pianificare il futuro del nostro Paese. Non è più pensabile tentare di rincorrere i progressi e le opportunità offerte dall’innovazione tecnologica e dal digitale in generale. 

È necessario prevedere i futuri scenari, ed investire in tempo utile nella realizzazione delle infrastrutture tecnologiche e nella formazione del capitale umano. L’attuale situazione emergenziale, che ha messo ulteriormente in evidenza i punti deboli del sistema Italia, non ci consente di perdere altro tempo dietro a logiche campanilistiche e di bottega; il futuro dei nostri figli si gioca ora, e chi ha la responsabilità di guidare il nostro Paese, anche avvalendosi delle migliori risorse intellettuali in campo, deve avere il coraggio di portare avanti senza compromessi le proprie decisioni. (rrm)

 

Nucera: Fondamentale destinare il 70% dei fondi del Recovery Fund al Sud

Giuseppe Nucera, presidente de La Calabria che vogliamo, ha sottolineato la fondamentale importanza che l’utilizzo dei fondi del Recovery Fund riveste per il rilancio «del nostro territorio, esigenza già espressa lo scorso 22 settembre fuori da Palazzo Chigi».

Con la presentazione delle linee guida per l’utilizzo del Recovery Fund  e degli altri fondi comunitari  che si doveva fare entro il 15 ottobre -, infatti, ha preso il via il confronto con la Ue sulle disponibilità finanziarie ed il loro uso.

Giuseppe Nucera, presidente del Movimento, ha sottolineato, nuovamente, l’importanza di destinare al Meridione il 70% delle somme del Recovery Fund, come previsto dalle direttive europee, invitando i Governatori del Sud a pretendere quanto dovuto.

«Lunedi 30 novembre si è tenuto un incontro tra il Ministro Francesco Boccia e i Governatori del Meridione. Nessuno, a parte il Governatore della Campania Vincenzo De Luca, ha sollevato la questione relativa al Recovery Fund».

«Tutto questo è inaccettabile – ha sottolineato Nucera – il Sud non può farsi scappare quella che è un’occasione unica e irripetibile per il rilancio del nostro territorio. Ponte sullo Stretto, infrastrutture (tra le opere ricordo l’adeguamento della S.S. 106), alta velocità, sanità, nuove tecnologie e formazione: tutte queste sono priorità per la nostra regione e che allo stesso tempo devono rappresentare pilastri del rilancio di tutta l’Italia».

«La Calabria – ha aggiunto – ha bisogno di infrastrutture primarie e digitali, di garanzia dei diritti fondamentali e allo stesso tempo di investimenti nel capitale umano. In questo momento storico si avverte, ancora di più, l’assoluta necessità di un’adesione attiva, di volontà e di coscienze che accompagnino, con la forza di una comunità in movimento, la rinascita del Sud. Il movimento La Calabria che vogliamo è convinto che bisogna unire le forze e raccogliere le migliori energie del sud per richiedere, ideare e realizzare quei progetti strategici di valenza comunitaria ed interregionale che sfruttino l’occasione unica offerta dal Recovery Fund». 

«Solo in questo modo – ha proseguito Nucera – la Calabria potrà, finalmente, rivoluzionare il proprio territorio dal punto di vista economico e socio-culturale e assieme a tutto il Meridione guidare il rilancio dell’intero paese. Per farlo, è necessario che i Governatori delle regioni del Meridione dicano con forza “basta” alle ingiustizie, e con una seria interlocuzione con il Governo assicurino al Sud quanto previsto dalle direttive europee, ovvero il 70% delle risorse del Recovery Fund».

«Se da Palazzo Chigi – ha concluso l’ex Presidente di Confindustria Reggio Calabria – non rispetteranno le indicazioni europee togliendo al Sud le risorse dovute, il nostro movimento ricorrerà alla Corte di Giustizia Europea». (rrm)

 

CATANZARO – Il webinar su Recovery Fund, sviluppo e crescita del Sud

Domani pomeriggio, alle 17, è in programma il webinar Recovery Fund e  la sfida dello sviluppo e la crescita al Sud promosso da Confartigianato Imprese Calabria in collaborazione con le cinque associazioni territoriali.

Tra gli interventi, previsti quello del sottosegretario al Ministero dell’Economia e delle Finanze, Pier Paolo Baretta, mentre i saluti saranno a cura del presidente Confartigianato Imprese Calabria, Roberto Matragrano. Intervengono Consuelo Nava, Università Mediterranea di Reggio Calabria; Fausto Orsomarso, assessore al Lavoro, Sviluppo Economico e Turismo Regione Calabria; Nicola Irto, vice presidente Consiglio Regionale della Calabria; Enza Bruno Bossio, deputata; Roberto Occhiuto, deputato; Filippo Ribisi, vice presidente Confartigianato Imprese. Modera Silvano Barbalace, segretario Confartigianato Imprese Calabria.

Per partecipare, occorre richiede il link di accesso inoltrando una mail all’indirizzo:  info@confartigianatocalabria.it.

Un investimento di 750 miliardi di euro, di cui 390 miliardi di trasferimenti e 360 di prestiti agevolati, denominata evocativamente Next Generation EU. Per l’Italia sono previsti oltre 200 miliardi di euro, da investire in base ad un Piano Nazionale che dovrà identificare le grandi priorità ma anche i singoli programmi e progetti.

Un razionale ed efficiente utilizzo del Recovery Fund servirà per aprire la strada allo sviluppo economico a lungo termine, facendo in modo che nessun territorio rimanga indietro, con particolare attenzione alle regioni meno sviluppate. Quello della politica di coesione, che mira a ridurre le disparità di sviluppo fra le diverse regioni, è uno dei punti chiave del Recovery Plan.

Per far arrivare gli aiuti ai territori più colpiti dalla pandemia, nel quadro del Next Generation Eu, la Commissione europea ha proposto dunque questo pacchetto, acronimo di Recovery Assistance for Cohesion and the Territories of Europe. A livello italiano, una delle sfide decisive è quella di capire come investire nel Mezzogiorno. (rcz)

Mario Oliverio online discute di Recovery Fund e Mes: come spendere i fondi Ue

Un seminario online, promosso dalla Fondazione Europa Mezzogiorno Mediterraneo di Mario Oliverio, con la partecipazione di numerosi esponenti politici, tra cui l’ex ministro per il Sud Claudio De Vincenti, i deputati Enza Bruno Bossio e Nico Stumpo, l’imprenditore Fortunato Amarelli, i sindaci Giuseppe Falcomatà (Reggio) e Vincenzo Voce (Crotone), oltre agli economisti Francesco Aiello e Gianfranco Viesti. Hanno partecipato anche l’eurodeputato Andrea Cozzolino, il presidente di Confapi Franco Napoli e i docenti Roberto Musmanno (ex assessore ai Lavori Pubblici nella passata Giunta Oliverio) e Giuseppe Russo.

Un tema attualissimo quello del Recovery Fund e il Mes con un interrogativo aperto: come spendere i fondi europei? Ovvero come investire la montagna di euro che l’Europa ha messo a disposizione per superare la gravissima crisi aperta dal Covid? Oliverio, che ha introdotto il webinar, ha parlato di quattro direttrici che sarebbe importante seguire: prima di tutto infrastrutture e digitalizzazione, poi formazione ricerca senza dimenticare l’economia green. La Calabria – ha fatto notare l’ex presidente della Regione Calabria – secondo quanto riferisce Il Sole 24 Ore è la prima regione italiana con il 71% di copertura della banda larga. Ma non si vede e la digitalizzazione dev’essere un obiettivo per far crescere le imprese, ma che sia di ausilio per le famiglie. Le parole d’ordine sono defiscalizzazione e incentivi per giovani e donne per fare impresa e bloccare la fuga di cervelli.

Secondo l’ex ministro De Vincenti il Recovery Fund è una grande occasione per ricostruire le basi della crescita del Paese e soprattutto del Mezzogiorno, ma servono nell’immediato interventi a sostegno dell’economia e alle persone: bisogna tamponare le ferite di oggi e programmare il futuro. (rcs)

SI PREPARA UN NUOVO SCIPPO PER IL SUD:
DEVIATI 73 MILIARDI DEL RECOVERY FUND

Quello che si preannuncia è l’ennesimo scippo al Sud. Le risorse del Recovery Fund destinate al Sud, che ammontano a 73 miliardi, rischiano di essere dirottate al Centro-Nord. È l’allarme lanciato dal Movimento 24 Agosto di Pino Aprile e ripreso dal leader de La Calabria che vogliamo, Giuseppe Nucera, il quale ha ribadito che «saremo vigili e decisi a chiamarvi alla mobilitazione e scendere in piazza per difendere i nostri soldi».

Questa settimana si deciderà il futuro del Mezzogiorno. «Purtroppo – si legge in una nota dei due Movimenti –, ancora una volta, il Parlamento sottrarrà al Sud 73 miliardi di euro dei fondi del Recovery Fund destinandoli al Centro-Nord, senza tenere conto dei criteri di ripartizione che la Commissione Europea ha stabilito per gli Stati membri.

Lo spiega in poche parole il Movimento 24 Agosto Equità territoriale che fa capo allo scrittore e giornalista Pino Aprile, il quale da anni con i suoi libri si batte contro il divario nord-sud e il “saccheggio” delle ricchezze da parte del Nord ricco e opulento ai danni del Sud “povero e disperato”. La Commissione Europea con il Next Generation EU (comunemente chiamato Recovery Fund) ha stanziato in totale 750 miliardi per superare la crisi economica derivante dalla pandemia (per affrontare la crisi finanzaria e non per ripagare delle vittime della pandemia).

Nella ripartizione dei 750 miliardi di euro tra gli Stati membri l’Unione Europea ha definito tre criteri:

1) Popolazione

2) Reddito pro-capite

3) Tasso medio di disoccupazione negli ultimi 5 anni

In base a questi criteri all’Italia sono stati attribuiti 209 miliardi di euro (la fetta più importante dell’ammontare totale).

«Nello specifico – afferma il documento del Movimento 24 agosto –, se il criterio fosse stato soltanto quello della popolazione l’Italia avrebbe ricevuto soltanto 97,5 miliardi di euro. Tutto il resto (111.5 miliardi di euro) è stato attribuito all’Italia perché il Mezzogiorno ha un reddito pro-capite medio di 17 mila euro rispetto ai 33 mila del Centro-Nord, e un tasso di disoccupazione del 17% rispetto al 7,6% del Centro-Nord. Se le risorse del Recovery Fund assegnate all’Italia sono ben maggiori rispetto al solo criterio della popolazione (più del doppio) lo si deve assolutamente alle condizioni economiche della popolazione del Mezzogiorno, per cui sembra ovvio che il 70% delle risorse complessive (calcolato in base ai tre criteri sopraccitati) debba andare al Mezzogiorno».

«Purtroppo – secondo la nota di M24-ET rilanciata da La Calabria che vogliamo –, questa ovvietà non è così per il Governo nazionale e per alcuni esponenti di rilievo del partito democratico che vogliono assegnare al Mezzogiorno il 34% delle risorse (e c’è pure andata bene!!). Da parte nostra faremo il possibile affinché siano informati tutti i 20 milioni di cittadini del Mezzogiorno e tutti i parlamentari del Sud che ancora non sanno che assistiamo all’ennesima rapina ai nostri danni, dopo quella che dura da vent’anni e che ci ruba 61 miliardi all’anno con il criterio della spesa storica. Partiremo con mail bombing e azioni mirate ad informare il maggior numero di persone possibile. E daremo conto ai cittadini dei lavori parlamentari.

 E se il governo non correggesse i criteri, chiederemo all’Unione Europea di non inviare all’Italia risorse che invece di ridurre le disuguaglianze, le aumentano».

Inoltre – secondo il Movimento di Pino Aprile –, appare necessario applicare, con eventuali aggiustamenti, il criterio di riparto tra i Paesi previsto per le sovvenzioni dal Dispositivo di ripresa e resilienza (popolazione, PIL pro capite e tasso di disoccupazione) anche all’interno del Paese (tra le regioni e le macro-aree), in modo da sostenere le aree economicamente svantaggiate, come indicato dalla XIV Commissione. Si tratta di una massa critica di risorse senza precedenti, la cui entità supera, in percentuale sul PIL nazionale, quella dell’internvento straordinario per il Mezzogiorno, il che rende evidente il fatto che siamo di fronte a un’occasione storica, probabilmente unica e irripetibile, per consentire al Mezzogiorno di colmare il divario rispetto alle zone più sviluppate del Paese». (rrm)

Tallini: il Governo dica cosa vuole fare in Calabria con i soldi del Recovery Fund

Il presidente del Consiglio regionale della Calabria, Domenico Tallini, ha ribadito che il Recovery Fund rappresenta «un’occasione unica per rilanciare la ripresa delle Regioni meridionali, penalizzate, da sempre, nell’attribuzione delle risorse tra Nord e Sud del Paese», e chiede le intenzioni del Governo sul suo utilizzo in Calabria.

«Intende confrontarsi con la Regione oppure deciderà in maniera verticistica? Chi stabilirà quali sono le cose migliori da fare, gli investimenti più utili, i settori su cui puntare per uscire dalla crisi?» ha domandato il presidente Tallini, ricordando che «le domande sono più che legittime, nel momento in cui il Governo ha trasmesso alle Camere le linee guida per il Recovery Fund».

Per il presidente, c’è poco tempo, dato che entro il 15 ottobre il Governo dovrà presentare il proprio piano e le schede degli interventi all’Europa, suggerendo, poi, su quali opere e infrastrutture puntare in Calabria, «che possono essere utili a tutto il Paese».

«La principale – ha spiegato Domenico Tallini – è sicuramente il ponte sullo Stretto, su cui il Governo fa tanta confusione, al punto da ipotizzare un irrealistico tunnel sottomarino oppure improbabili strade con pista ciclabile. Il ponte potrebbe essere il simbolo della ricostruzione post Covid dell’Italia, oltre che un eccezionale fattore di sviluppo e crescita del Meridione. C’è posto per il ponte, quanto meno per un suo adeguamento progettuale, nel Piano che il presidente Conte presenterà all’Unione Europea? Non lo sappiamo».

«Ma non c’è solo il ponte. C’è Gioia Tauro – ha aggiunto – uno dei porti più importanti del Mediterraneo, con la sua Zes che stenta a partire. C’è il sistema degli aeroporti, Lamezia Terme, Reggio Calabria e Crotone, da potenziare. Ci sono le linee ferrate locali da riconvertire in chiave ecologica, occorre dotare di bus ecologici le aziende dei trasporti cittadini. C’è una sperimentazione da fare nel settore delle energie rinnovabili, ci sono i parchi e le oasi naturali da valorizzare, c’è un orizzonte illimitato nel settore del digitale (si pensi alla possibilità di formare tanti giovani all’artigianato di qualità in 3d)». 

«Un discorso a parte – ha evidenziato il presidente Tallini – merita la sanità. Servono risorse per completare o avviare i lavori per i nuovi ospedali – si pensi alla storia infinita di quello di Catanzaro – e per adeguare la dotazione tecnologica».

«Sul fronte della ricerca – ha proseguito Tallini – c’è tanto da fare nel settore della farmaceutica, dove si potrebbe pensare ad un polo industriale legato alle esperienze delle facoltà di Catanzaro e Cosenza. Vanno potenziate le Scuole di specializzazione della facoltà di medicina allo scopo di formare una nuova classe medica».

«Servono risorse – ha ribadito il presidente del Consiglio regionale della Calabria – per contrastare i fenomeni di dissesto idrogeologico, per migliorare l’edilizia scolastica, per alzare il livello dell’istruzione. Certo, i soldi a disposizione non basteranno a fare tutto questo, ma ce ne saranno abbastanza per fare ripartire lo sviluppo e l’occupazione nella nostra regione. Se migliora la Calabria, migliora tutto il Meridione. Se migliora il Meridione cresce tutto il sistema Paese».

«La presidente Jole Santelli, con la sua autorevolezza e la sua lungimiranza – ha dichiarato Tallini – farà ben valere le ragioni della Calabria con un Governo che purtroppo appare autoreferenziale e poco disponibile al confronto. La Calabria reclama il suo ruolo e presenterà – se ne avrà l’occasione – le sue proposte».

«I parlamentari calabresi, di ogni schieramento e di ogni partito, facciano la loro parte – ha concluso il presidente Tallini – pretendendo in fase di dibattito sulle linee guida l’inserimento di specifici obiettivi per la nostra regione». (rrm)

 

Carè (IV): Col Recovery Fund eliminare gap infrastrutturale tra Mezzogiorno e il resto del Paese

Per il deputato di Italia VivaNicola Carè, il Recovery Fund «rappresenta un’opportunità per eliminare il gap infrastrutturale tra il Mezzogiorno e la Calabria con il resto del Paese».

«L’apprezzabile e lusinghiero risultato ottenuto tempo fa dal Premier Giuseppe Conte – ha proseguito l’on. Carè – ora si tramuti in azioni concrete per il territorio. Reputo indifferibile partire da un dato acclarato: il Mezzogiorno e la Calabria presentano un atavico deficit infrastrutturale che deve essere colmato; metterli al passo delle altre regioni italiane è condizione prioritaria per produrre ricchezza e sviluppo per l’intero Paese».

«È arrivato il momento – ha proseguito il deputato – di rialzare la testa attraverso una graduale ripresa sociale e, soprattutto, economica. Con 208,8 miliardi, di cui 81,4 di trasferimenti a fondo perduto e 127,4 di prestiti, l’Italia ha una grande occasione di ammodernare il Paese e creare nuove opportunità di sviluppo, in maniera particolare in quelle regioni dalle potenzialità ancora inespresse».

«Per tali ragioni – ha concluso Carè – partire dagli investimenti nelle infrastrutture, soprattutto nel Mezzogiorno, è un’occasione irripetibile per rilanciare il Paese e ripristinare condizioni di equità tra i territori». (rp)

LA RICETTA SVIMEZ PER IL RECOVERY FUND
METÀ INVESTIMENTI AL SUD PER CRESCERE

La ricetta per far crescere l’Italia del post-covid? Semplice, secondo la Svimez, l’Istituto per lo Sviluppo degli investimenti nel Mezzogiorno: alzare il livello di spesa previsto al Sud  ben oltre il 34%. Destinare alle regioni meridionali metà delle risorse che arriveranno dal Recovery Fund significherebbe rilanciare il Pil del Paese, grazie alla spinta propulsiva che verrebbe dai nuovi investimenti nel Mezzogiorno. A parole sembra un’operazione facile, ma il direttore della Svimez Luca Bianchi, parlando in audizione alla Commissione Bilancio della Camera, ha proposto una simulazione in grado di tracciare i possibili effetti di crescita del Pil di breve e lungo periodo che potrebbe derivare dall’impiego delle risorse europee. E lo scenario, bisogna dirlo, oltre che suggestivo appare particolarmente allettante, soprattutto nel momento in cui il cosiddetto Recovery Plan incontra inspiegabili posizioni che non collimano sull’obiettivo finale di crescita e sviluppo.

La simulazione – ha spiegato Bianchi – si concentra sulla quota di risorse aventi il carattere di sovvenzione netta, ovvero i circa 77 miliardi di euro di contributi che non dovranno essere coperti da maggiore tassazione o riduzioni di spesa. L’ipotesi cruciale è la destinazione quasi totalitaria di tali risorse al finanziamento di investimenti nelle aree di intervento individuate come prioritarie nel Next Generation EU, concentrando almeno il 50% di tali investimenti nella realizzazione di opere pubbliche. La simulazione considera 3 scenari riguardo la possibile allocazione territoriale delle risorse, prevedendo quote crescenti di investimenti nel Mezzogiorno.

Nel primo scenario, si ipotizza che solo una quota pari al 22,5% dei 77 miliardi sia destinata al Mezzogiorno. Nel secondo, invece, assimilando la dotazione in conto sovvenzione del Recovery Fund a risorse ordinarie in conto capitale, si valuta il possibile impatto dell’applicazione della clausola del 34% per il riparto delle risorse. Infine, nell’ultimo scenario si assume una destinazione al Mezzogiorno del 50% dei 77 miliardi previsti dal Recovery Fund.

In questa maniera è possibile allargare la valutazione dell’impatto delle principali misure di politica economica nazionale a livello regionale. Il modello considera tutti gli effetti associati alla (ipotetica) realizzazione di un piano di investimenti, che si dividono in tre tipologie: diretti, indiretti, e indotti. Il primo riguarda la produzione realizzata direttamente in seguito ai maggiori investimenti effettuati. Il secondo, indiretto, valuta gli impatti, in termini di maggiori input e servizi acquistati per la realizzazione degli investimenti. Il terzo, indotto, riguarda l’incremento di produzione di beni di consumo che deriva dai maggiori livelli di reddito e occupazione generati dall’aumento dell’attività produttiva, diretta e indiretta, oggetto di valutazione.

Le ragioni che giustificano l’emergere di tali risultati, e su cui si basa la ricetta Svimez di un ripristino della capacità produttiva del Mezzogiorno, sono essenzialmente due. Nel breve periodo, data l’interdipendenza tra Nord e Sud, i maggiori investimenti nel Mezzogiorno alimentano un effetto indiretto sulle produzioni del Nord, attraverso una domanda di beni e servizi necessari alla realizzazione di tali investimenti. La Svimez calcola che per ogni euro di investimento al Sud, si generi circa 1,3 euro di valore aggiunto per il Paese, e di questo, circa 30 centesimi (il 25%) ricada nel Centro-Nord. Nel lungo periodo, il processo di accumulazione di capitale, dati i rendimenti decrescenti al crescere della dotazione dello stock di capitale, produce dinamiche più sostenute nel Mezzogiorno che al Centro-Nord. Anche in questo caso, il modello Svimez evidenzia come posto uguale ad 1 il valore del moltiplicatore nel primo anno di realizzazione degli investimenti, questo cresca di oltre il 70% al Mezzogiorno alla fine del quadriennio, contro una crescita del 10% al Centro-Nord.

La combinazione di questi effetti – secondo la Svimez – induce a non ritardare ulteriormente l’avvio di politiche di riequilibrio degli investimenti e a cogliere la straordinaria occasione posta dal Recovery Fund. Per l’utilizzo delle risorse del Recovery Fund (RF) predisposto dall’UE con le sue opportune e rigide condizionalità è necessario ora fissare precisi obiettivi, varare progetti e definire un percorso. Per soddisfare queste condizioni va condivisa ed esplicitata in primis una “visione” convincente, realistica e immediatamente operativa che ponga mano alla fondamentale esigenza di connettere il Paese affrontando il multidimensionale ed imponente problema di governare e ridurre drasticamente le disuguaglianze economiche e sociali che – l’esperienza insegna – minano alla base le potenzialità del Sistema. A questo scopo, più che sollecitare e fare un inventario di progetti occorre definire un chiaro disegno di sistema che – per quanto attiene al ruolo che compete al settore pubblico – sia incardinato su interventi produttivi, non assistenziali, in conto capitale organicamente finalizzati a recuperare il contributo alla crescita ed allo sviluppo di quel 40% di territorio e di oltre il 30% di cittadini. Secondo la Svimez, ciò rappresenta la condizione preliminare per ridare fiato alle stanche locomotive del Nord che, a loro volta, di un simile “cambiamento di visione” dovrebbero cogliere l’enorme opportunità (da decenni trascurata) riveniente dalla prospettiva di partecipare al governo ed allo sviluppo del Mediterraneo, il luogo che più radicalmente la globalizzazione ha investito rendendolo centrale e strategico e nel quale noi – unico grande Paese dell’Unione esclusivamente mediterraneo – siamo ai margini se non assenti.

Ad una attenta lettura – ha fatto notare Bianchi della Svimez –, le imponenti dimensioni delle risorse messe in campo e le condizionalità del RF in risposta alla crisi rappresentano di fatto l’investitura ad articolare e sviluppare la cosiddetta e fin qui fantomatica opzione euromediterranea. È una missione in sintonia oggi più che mai con gli interessi della UE impegnata a realizzare nelle forme smart e green quel percorso di sviluppo sostenibile che dovrebbe concludersi nel 2050 con la decarbonizzazione integrale dell’UE. La cogente priorità della salvezza del pianeta consentirebbe a noi – finalmente – un percorso privilegiato per mettere fin da oggi a fuoco e a frutto per l’intero Sistema Italia l’enorme rendita rappresentata dal nostro vantaggio posizionale che offre il Mediterraneo. La priorità immediata è quella di calibrare efficaci politiche attive per riconnettere e sintonizzare su questo obiettivo il Sistema Italia.

A preoccupare sono le ricadute sociali di un impatto occupazionale, più forte nel Mezzogiorno, che perde nel solo 2020 380mila posti di lavoro. La perdita di occupati è paragonabile a quella subita nel quinquennio 2009-2013 (-369.000). Si consideri la debolezza del Paese nel momento clou della pandemia, con evidenti situazioni di stagnazione al Nord e di recessione al Sud. Questo non ha fatto altro che accentuare un secondo divario non soltanto più tra Mezzogiorno e Settentrione, ma quello tra Italia e Paesi Ue, con il Pil in caduta libera negli ultimi vent’anni e un reddito pro-capite assolutamente in degrado tra Mezzogiorno e resto del Paese: facendo base Ocse 100 nel 2001 era 108 per l’Italia contro 74 del Mezzogiorno, per diventare nel 2013 88 contro 53.

Le stime SVIMEZ indicano una caduta del Pil, nel 2020, dell’8,2% nel Mezzogiorno e del 9,6% nel Centro-Nord (Italia: -9,3%). Il calo del Pil è più accentuato al Centro-Nord che risente in misura maggiore del blocco produttivo imposto per contenere la diffusione della pandemia e per due ordini di motivi aggiuntivi. In primo luogo, prima ancora della sua diffusione in Italia, la pandemia ha determinato una caduta del commercio mondiale di entità non dissimile, in base alle informazioni attualmente disponibili, da quella del 2009. Nel 2020, le esportazioni di merci dovrebbero contrarsi, rispettivamente, del 15,6 e del 13,7% nel Sud e nel Centro-Nord. In quest’ultima area esse pesano, però, per quasi il 30% sul Pil, rispetto a meno del 10 in quelle meridionali.

Con questi numeri la simulazione del terzo scenario indicato dalla Svimez con investimenti pari o superiori al 50%da destinare al Mezzogiorno deve servire da parametro fondamentale di valutazione della programmazione e del disegno progettuale che il Recovery Plan impone di fare. La Svimez punta il faro sul Quadrilatero Zes del Mezzogiorno continentale, l’asse siciliano, le autostrade del mare. Un percorso ben definito a cui occorre una pronta risposta politica e un impegno non da poco.  (ed)

Nesci (M5S): Recovery Fund occasione per fermare deriva privatizzazione

La deputata del Movimento 5 StelleDalila Nesci, ha ribadito come «nelle prossime settimane ci attende una partita cruciale, quella dell’utilizzo delle risorse del Recovery Fund, che dobbiamo giocare al meglio per consegnare al Paese una sanità pubblica più efficiente, equa e vicina ai cittadini, guardando ben oltre l’emergenza che stiamo vivendo».

«I nostri obiettivi – ha spiegato la deputata Nesci – sono molto chiari: occorre innanzitutto fermare la deriva della privatizzazione e dare priorità alla sanità pubblica, da Sud a Nord, per un accesso universale alle cure. Puntiamo al superamento definitivo della ‘quota capitaria pesata’ come criterio di finanziamento dei sistemi sanitari regionali, all’aggiornamento e rifinanziamento del tariffario dei Livelli essenziali di assistenza».

«Condividiamo con il ministro alla Salute, Roberto Speranza – ha aggiunto – l’accento posto sul concetto di ‘prossimità’”, sottolinea: “si dovrà lavorare molto per convertire i piccoli ospedali sul territorio e realizzare una vera sanità di prossimità, e finanziare le reti territoriali e ospedaliere ampliando l’attuale numero di posti letto per abitante».

«Infine – ha concluso Dalila Nesci – è fondamentale il superamento del Drg, l’attuale sistema per la definizione delle tariffe delle prestazioni sanitarie, investendo sull’efficienza gestionale e la qualità dei servizi resi ai cittadini. Lavoreremo con determinazione per portare a casa questi risultati: l’occasione del Recovery Fund è unica e non possiamo lasciarcela sfuggire». (rp)

Ance Calabria: Recovery Fund, bene risultato, si lavori subito ai piani d’impiego

Il presidente di Ance CalabriaGiovambattista Perciaccante, ha dichiarato che «il risultato emerso dall’ultima riunione del Consiglio europeo in merito al Recovery Plan appare molto buono» e che adesso «si faccia presto nel predisporre efficaci piani d’impiego delle risorse in direzione del rilancio dell’economia, dell’impresa e del lavoro, declinando obiettivi, tempi e risorse, puntando alla crescita degli investimenti, scongiurando qualsiasi aumento della spesa pubblica corrente».

«Per l’Italia – ha aggiunto il presidente Perciaccante – si tratta di un accordo che consente di disporre di risorse aggiuntive in quantità tale da poter pianificare una strategia che fronteggi i danni sociali ed economici causati dalla pandemia e di pensare, allo stesso tempo, a riforme strutturali per rilanciare il Paese. La crisi sta impattando fortemente su tutti i settori e sta sconvolgendo la vita delle nostre imprese».

«Affinché il settore delle costruzioni – ha sottolineato il presidente di Ance Calabria – possa risollevarsi da questa crisi è necessario puntare sulla creazione di posti di lavoro a valore aggiunto, contribuendo alla ripresa delle economie locali. È necessario intervenire sul patrimonio edilizio con operazioni di riqualificazione, garantendo una migliore qualità di vita per i cittadini, e di pensare alla mobilità e sicurezza dei cittadini attraverso la manutenzione delle infrastrutture esistenti e la costruzione di nuove infrastrutture. Alla luce di queste considerazioni è necessario che il Recovery Fund, oltre al consueto livello di spesa pubblica, presti attenzione al settore delle costruzioni, destinando investimenti importanti alla rigenerazione urbana, all’edilizia sanitaria e scolastica, ad un piano per le infrastrutture materiali ed immateriali che migliori la qualità della vita dei cittadini».

L’appello finale del presidente dei costruttori calabresi è per le nostre istituzioni, affinché «sappiano cogliere la grande opportunità rappresentata dalla svolta nelle politiche di Bruxelles, per porre in essere un percorso di crescita che sviluppi i territori, che ne sappia ridurre i gap, le diseguaglianze sociali e di genere, valorizzi l’apporto delle nuove generazioni, che valorizzi il ruolo delle imprese, importante motore dello sviluppo e per la Regione Calabria affinché, attraverso il lavoro del partenariato istituzionale e socioeconomico, sappia indirizzare ed utilizzare al meglio le risorse comunitarie del nuovo ciclo di programmazione per il prossimo settennio e dare impulso alle prospettive di crescita del territorio». (rrm)