REGIONALI, CERCANSI AVVERSARI POLITICI
ASTENERSI PERDITEMPO E INQUALIFICATI

di SANTO STRATI – La conferenza stampa indetta per oggi pomeriggio da Carlo Tansi e Luigi De Magistris a Cosenza, dove con buona probabilità saranno definiti i ruoli (De Magistris presidente, Tansi vice e assessore all’Ambiente?), mette in evidenza in modo preciso il vuoto di candidature che si registra per le prossime elezioni regionali. Oddio, non è che manchino i nomi che circolano in lungo e largo, da destra a sinistra, ma di fatto, a circa 60 giorni dalla data dell’11 aprile, ci sono solo due candidati che ufficialmente si sono fatti avanti, l’ex capo della Protezione civile calabrese e l’attuale sindaco di Napoli. Che, poi, realtà, la candidatura a governatore sarà una sola, sempre che Carlo Tansi accetti di fare il gregario e non il leader.

Le consultazioni previste con l’ordinanza del presidente ff Nino Spirlì per l’11 aprile, per la verità, saranno quasi certamente spostate, causa covid, al 9 giugno, giorno già individuato dal Governo come election-day (si rinnovano i Consigli comunali di Roma, Milano, Napoli e di altri centri piccoli e medi), quindi c’è, in buona sostanza, ancora tempo per definire alleanze e coalizioni. Anzi, c’è il tempo di aggiustare strategie e scenari, con la soluzione della crisi di governo.

Sul rinvio delle elezioni, ignorando che l’emergenza proclamata dal Governo vale fino al 30 aprile e quindi non permetterebbe il voto la domenica successiva a Pasqua, il presidente ff si è arrabbiato con un giornalista di LacNews24 (Riccardo Tripepi) il quale aveva scritto che Spirlì «preme per ottenere un nuovo rinvio» delle elezioni regionali. La reazione di Spirlì è stata pressoché immediata con una nota fatta diffondere dall’Ufficio stampa regionale: «Si tratta – si legge nel documento –, invero, di una ricostruzione priva di qualsiasi fondamento, frutto di una interpretazione personale a dir poco fantasiosa. Le elezioni sono state da me indette per il prossimo 11 aprile e, per quanto mi riguarda, non esistono alternative o ipotesi di rinvio, anche in considerazione del fatto che il presidente di Regione, in questa fase, non ha il potere per spostare ulteriormente in avanti la data delle consultazioni; né si capisce rispetto a quale istituzione avrei la facoltà di fare pressioni per posticipare il voto. Il giornalista svolge un mestiere importante quanto difficile: chi si pone l’obiettivo di informare l’opinione pubblica dovrebbe perciò agire con grande scrupolo e permettere ai lettori di capire la differenza tra fatti e opinioni personali senza riscontri». Una reazione spropositata e, probabilmente, evitabile quanto inutile.

Ma il problema non è quando si vota, bensì chi sono i candidati a governatore. È evidente che la soluzione della crisi di governo con un nuovo esecutivo “istituzionale” con l’appoggio (diretto, esterno, etc) di tutti, (ad esclusione, per ora, della sola Giorgia Meloni che ne fa una questione di forma e non di sostanza nella persona di Draghi) avrà seri riflessi sugli scenari futuri della competizione elettorale calabrese. Soprattutto nell’ottica di una alleanza grillini-dem sulla falsariga del governo appena concluso.

Come prevedibile, si fanno nomi, ma non si presentano programmi, il che è significativo del totale disorientamento che si va a provocare negli elettori: l’esperienza del 26 gennaio dello scorso anno non ha insegnato nulla: viaggiare disuniti provoca danni e sicuri insuccessi e puntare su outsider (vedi il caso Callipo) può portare a disastri pre e post-elezioni (Callipo, ricordiamolo, abbandonò il Consiglio regionale dopo le prime sedute). Il discorso vale sia a destra sia a sinistra.

A destra c’è un gran fermento e il deputato azzurro Francesco Cannizzaro, reduce del nuovo colpaccio da 15 milioni con l’emendamento dell’ultimo minuto sulla legge finanziaria a favore del Porto di Reggio, è rilassato, quanto dubbioso, pur contando nella provincia reggina su una solida base di consensi. Non escludendo, alla fine, una sua diretta scesa in campo, deve individuare una soluzione, d’intesa col coordinatore regionale – che di fatto non c’è – che riesca a costituire una coalizione coesa e fortemente convinta di poter vincere (come appare sulla carta). I candidati ideali sono l’attuale assessore regionale all’Agricoltura e al Welfare Gianluca Gallo, il deputato Roberto Occhiuto (attuale vice coordinatore vicario di Forza Italia alla Camera, la sindaca di Vibo Valentia Maria Limardo. Tre belle figure “istituzionali” che però al di fuori della propria provincia nessuno conosce. Per accordi pregressi, il governatore della Calabria spetta a Forza Italia, ma la politica nazionale potrebbe riservare sorprese… E rispunta il nome di Wanda Ferro, ma l’ipotesi di riproporre la candidata sconfitta da Oliverio nel 2014, deputata di Fratelli d’Italia, non trova grandi entusiasmi nel centro-destra e la posizione intransigente della Meloni contro il governo Draghi non sarebbe certo d’aiuto.

Di contro, quelli messi peggio sono i dem. I quali un candidato valido e prevedibilmente di buona affermazione ce l’avrebbero (Nicola Irto, ex presidente del Consiglio regionale e attuale uno dei vicepresidenti) ma, a quanto sembra, non trova l’adeguata accoglienza al Nazareno. Non dimentichiamo che il Partito democratico è commissariato da un paio di anni e continua a mostrare inconciliabili posizioni divisive: basti vedere cosa è successo alle elezioni comunali di Crotone dove non era presente neanche il simbolo. La verità è che non c’è un partito, ma tante anime divise che, perché da quanto sembra i compagni amano farsi male da soli. C’è, inoltre, da considerare la posizione dell’ex Mario Oliverio (che non si candida ma non sarà semplice spettatore) e la tentazione di Antonio Viscomi (già vicepresidente con Oliverio e attualmente deputato) che non esclude una sua scesa in campo. Il problema è che se i cinquestelle vanno a supporto del civismo proposto dai “ragazzi irresistibili” (Tansi&De Magistris), il Pd con chi fa accordi? Da soli i dem non vanno da nessuna parte e, c’è la seria possibilità che, nell’incapacità di esprimere una personalità di rilievo, ripieghino (almeno una buona parte) a sostenere la lista civica arancione di Tansi-De Magistris. Un suicidio politico, siamo d’accordo, ma resterebbe l’unica chance per fermare il bis del centrodestra a Germaneto. (s)

 

CAMERA, ROBERTO OCCHIUTO ATTACCA:
«CONTE HA DIMENTICATO LA CALABRIA»

di SANTO STRATI – Comunque vada oggi in Senato (ma il Governo si salva, tranquilli) il premier Giuseppe Conte già da domani non potrà non tenere conto che il suo è un Governo raccogliticcio che se soddisfa, almeno in parte, le esigenze dei parlamentari che temono la fine anticipata della legislatura, dall’altra parte non tiene minimamente conto delle istanze dei cittadini: imprenditori, esercenti, professionisti, etc. Un Governo cui manca la stabilità e che si salva solo grazie alla “disponibilità” (da ricompensare a tempo dovuto) dei cosiddetti responsabili “costruttori”  che un tempo sarebbero stati impietosamente appellati con dil marchio infamante di voltagabbana. E che non può dipendere dalla “collaborazione” di pochi (in)volontari salvatori della legislatura.

La politica d’improvvisazione avviata sin dall’inizio della pandemia, purtroppo, continua a mostrare tutti i suoi limiti anche e soprattutto con il Recovery Plan. Hanno cominciato a lavorarci il 7 dicembre e i vari scervellamenti hanno partorito un mostro di incongruenze che, probabilmente, l’Europa rigetterà per assenza di progetti e di programmazione. Un Recovery Plan che si è dimenticato del Mezzogiorno e più assai della Calabria. Ha un bel dichiarare il presidente Conte che «se guardiamo al Recovery Plan, stiamo concentrando investimenti al Sud, secondo alcune stime, per circa il 50%. In qualche intervento – ha detto nella replica – si citava lo scarso interesse per la Calabria, ma ci sono 2,3 miliardi solo per le infrastrutture in Calabria».

Ci permettiamo di dissentire, perché nella bozza fatta circolare del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) ci sono tre citazioni di una riga ciascuna che riguardano l’adeguamento della ferrovia Salerno-Reggio, dove appunto sono le uniche volte in cui appare la parola Calabria (perché legata a Reggio). Quindi, nonostante le rassicurazioni della sottosegretaria pentastellata Anna Laura Orrico e la manifesta contentezza (ma di che?) della deputata dem Enza Bruno Bossio, non troviamo traccia di questi fantomatici 2,3 miliardi, che, in ogni caso, sarebbero comunque una miseria.

Nel teatrino della politica del Governo e la patetica autodifesa di Conte (forte del fatto che non si può andare alle urne, causa covid e che il governo non può, per questo stesso motivo, cadere), per fortuna emerge un deputato calabrese che gliele canta, senza giri di parole e senza eufemismi. Il cosentino Roberto Occhiuto, vicecapogruppo di Forza Italia, si prende carico della difesa di tutto il Sud, vilipeso e dimenticato, e attacca a fronte alta, con convinzione e serietà. Si può non condividere la sua appartenenza partitica, ma per onestà intellettuale gli va riconosciuto che il suo è un discorso coraggioso, che prende davvero le ragioni della Calabria, del Mezzogiorno, per accusare l’inezia e l’ignavia di questo Esecutivo.

«Presidente Conte – ha aperto il suo intervento l’on. Occhiuto –, lei si è presentato qui, oggi, e ha chiesto ai parlamentari, evidentemente ai parlamentari che non sostengono il suo Governo, di aiutarla. Noi di Forza Italia le diciamo subito che noi aiuteremo il Paese, ma non il suo Governo! E lo ha detto con un certo imbarazzo, con l’imbarazzo di chi, come lei, siccome non le difetta l’intelligenza, non le difetta la capacità di comprendere quello che gli italiani pensano, avverte che c’è un distacco abissale tra quelle che sono le attività nelle quali è impegnato in questi giorni il suo Governo e quelli che sono i bisogni degli italiani; un imbarazzo che è lo stesso imbarazzo che abbiamo noi, lo abbiamo verificato nel corso dei mesi. In questi mesi, noi, in quest’Aula, abbiamo avuto sempre un contegno improntato alla leale collaborazione, pur nella differenza di posizioni, ce lo ha insegnato il presidente Berlusconi: vengono prima gli interessi del Paese e, poi, gli interessi della propria parte politica. Ma, oggi, il tempo del dialogo, purtroppo, è finito, signor Presidente. E questo imbarazzo era palpabile da quello che lei ci diceva, anche quando evocava la necessità di far riferimento alla nobiltà e alla dignità della politica. Presidente Conte, c’è un corollario che discende dal principio che lei ha evocato ed è questo, glielo ricordo io: quando un Presidente del Consiglio, che non si senta più importante del Paese, che non anteponga i propri interessi agli interessi del Paese, verifica di non avere una maggioranza adeguata, allora si dimette! Perché, se non lo fa, costringe il Paese ad avere un Governo incapace di affrontare la crisi in un momento così buio per la nostra Repubblica, oppure lo costringe ad avere un Governo costruito con voltagabbana o con parlamentari preoccupati soltanto della fine anticipata della legislatura».

Il deputato azzurro ha rimarcato che «C’è una distanza abissale tra il Paese e il suo Governo; certo, Presidente Conte, lei non è l’unico responsabile, per carità. Oggi ha fatto un intervento quasi autoassolutorio: qualche responsabilità ce l’ha, ha grandi responsabilità, perché lei ha guidato un Governo che in questi mesi si è limitato a inseguire la crisi, a inseguire il virus, e non ad anticiparlo attraverso provvedimenti appropriati; ha guidato un Governo che ha dimostrato i suoi ritardi nel tracciare i contagi e nel contenerli, nel piano delle vaccinazioni, nei risarcimenti alle imprese e alle partite IVA, nella cassa integrazione, nella scuola, nei trasporti, negli ospedali. Poi oggi ci dice “abbiamo, abbiamo fatto, abbiamo fatto, abbiamo fatto”: lo sappia, Presidente del Consiglio, gli italiani non si sono resi conto di tutte queste belle cose che il suo Governo ha fatto».

Non va tenero Occhiuto a proposito delle inadempienze sul Mezzogiorno: «Presidente, non una parola sul Sud nel suo intervento».  E lusinga Renzi, con l’ironia che alla fine flagella: «Secondo me, dice spesso cose giuste, ma fa sempre cose sbagliate.  Renzi dice cose giuste quando dice facciamo il ponte: il ponte va fatto perché costa più non farlo a causa delle penali, però poi liquida il ponte con un semplice tweet».

Poi Occhiuto incalza sulle responsabilità che sono di tutti e dei partner di Governo. «La crisi è in questo Palazzo, è nella maggioranza, è nel Governo, ma c’è una crisi ben più profonda, più grave, fuori da questo Palazzo. È la crisi che vivono le nostre imprese, gli italiani!. E allora io non voglio parlare di Conte, di Renzi, del Pd, dei Cinque Stelle. Voglio dire con grande chiarezza che non non le daremo la fiducia, però saremo disponibili a votare lo scostamento, il “decreto Ristori”, ogni provvedimento che il suo o qualsiasi altro Governo dovesse portare in quest’Aula e che andasse nella direzione di occuparsi della salute degli italiani e della loro sopravvivenza economica».

Occhiuto conclude parlando dell’argomento che tiene banco in questi giorni: Ci occuperemo anche di migliorare il Recovery Plan, perché non c’è nulla, per esempio, proprio sul Sud, non c’è nulla sulla Calabria, non c’è nulla sul porto di Gioia Tauro, non c’è nulla sulla 106, non c’è nulla sull’alta velocità. Noi faremo il nostro lavoro in parlamento, faremo il nostro dovere. Lei, Presidente Conte, faccia il suo dovere, si dimetta».

Non lo farà. Conte metterà in moto un rimpasto che tenga conto delle dovute ricompense e cambierà poco o niente nel Recovery Plan. Non c’è il tempo necessario per fare l’unica cosa giusta da fare: riscriverlo completamente. E intanto, gli italiani si guardano le tasche sempre più vuote (qualcuno ha visto qualche riduzione fiscale, nonostante la spaventosa crisi in cui siamo precipitati?), gli imprenditori osservano sconsolati le serrande abbassate e i negozi vuoti quando le alzano, gli esercenti sono alla fame. Giusti i provvedimenti per limitare il contagio, ma non si può imporre per legge di finire in povertà perché i “ristori” non bastano nemmeno – per fare un esempio – a pagare qualche mese di affitto a baristi e ristoratori. E tutta la filiera enogastronomica, un’eccellenza dell’Italia, la si sta lasciando fallire senza interventi rigorosi ed efficaci. Ha di che pensare già da stasera il presidente Conte, a capo di un Governo instabile che non promette nulla di buono. (s)

IL DEBITO SANITÀ SPALMATO IN TRENT’ANNI
OCCHIUTO: «CALABRIA REGIONE NORMALE»

di SANTO STRATI – La Calabria una regione “normale”, almeno nella Sanità. Non è un interrogativo, né un sommario augurio, ma un concreto progetto motivato dal rivoluzionario emendamento di Roberto Occhiuto, vicecapogruppo vicario alla Camera per Forza Italia, approvato ieri in Commissione Bilancio. Emendamento che prevede la possibilità di spalmare il debito della sanità su trent’anni per le regioni in difficoltà e la Calabria, com’è risaputo, è in cima alla lista. È il primo costruttivo passo verso l’azzeramento del debito che è la condicio sine qua non per poter ripartire con la sanità, alla stregua di qualsiasi altra regione “normale”.

Emendamento rivoluzionario perché ha trovato una straordinaria e ammirevole unanimità parlamentare, in via trasversale, aggiungendo alla prima firma del forzista Occhiuto quelle di Enza Bruno Bossio e Antonio Viscomi (del Partito Democratico). Finalmente – sarà un miracolo di Natale? – sono state accantonate rigide posizioni partitiche col fine ultimo del bene della Calabria e dei calabresi. Ovvero, si è guardato al risultato da raggiungere senza polemiche sterili e incapricciamenti vari cui ci hanno abituato le ultime sedute di Montecitorio: se fosse la prima di tante intese trasversali orientate a migliorare la qualità della vita dei calabresi sarebbe davvero quella “rivoluzione” politico-culturale che serve alla Calabria. Quell’incontro di idee, anche diverse, anche in contrasto tra loro, ma in costante confronto dialettico per smetterla con vuote promesse e avviare quel processo di rinnovamento che equivale a crescita e sviluppo e, soprattutto, benessere per la gente della Calabria.

Molto felice, ovviamente, Roberto Occhiuto (papabile candidato Governatore) che ha affidato a Facebook la sua soddisfazione: « Grazie ad un mio emendamento alla manovra, approvato dalla Commissione Bilancio di Montecitorio, le Regioni che hanno un debito sanitario insostenibile potranno diluirlo in 30 anni, sfruttando un’anticipazione di liquidità vantaggiosa da Cassa depositi e prestiti. Un risultato importantissimo che permetterà a tante amministrazioni locali di risolvere problemi storici, e tornare così ad investire in sanità. Tra le realtà maggiormente interessate da questa misura, la Calabria.

«Fino a ieri – osservava l’on. Occhiuto – se nella mia Regione si danneggiava uno strumento per effettuare le Tac, questo rimaneva inutilizzabile perché le spese di riparazione venivano pagate a coloro che la effettuavano due anni dopo il lavoro svolto. Un ritardo inaccettabile che di fatto ha ingessato interventi e investimenti. Con il mio emendamento questo problema verrà azzerato, e si potrà finalmente dare una svolta alla sanità in tante Regioni. La Calabria è sempre più un tema nazionale, e l’ottimo risultato raggiunto conferma che ponendo con determinazione e competenza questioni cruciali ai più alti livelli, si riescono a raggiungere grandissimi obiettivi».

Positiva anche la reazione di Enza Bruno Bossio: la deputata dem, cofirmataria dell’emendamento, annota che «giunge a conclusione il percorso che è stato avviato in sede di conversione parlamentare del nuovo “decreto Calabria”. Un percorso che nasce come risposta alla specifica vicenda della sanità calabrese e che oggi, nell’ambito della legge di bilancio, arriva al definitivo compimento con una norma generale finalizzata a tutti i sistemi sanitari regionali del Paese. Si è registrata pertanto un’unanime volontà – ha spiegato la parlamentare cosentina – dei diversi schieramenti parlamentari che, dopo il finanziamento di 180 milioni (previsto nel decreto Calabria) per coprire il debito sanitario corrente e l’autorizzazione ad un piano straordinario di assunzione di personale sanitario, con la possibilità di accedere al mutuo di Cdp, sono stati forniti al nuovo commissario, tutti gli strumenti per fronteggiare non solo l’emergenza epidemica, ma anche per consentire alla Calabria di diventare, nella sanità, una regione normale».

Di particolare interesse il commento dell’ex presidente della Regione Calabria, l’illustre farmacologo Giuseppe Nisticò che si sta spendendo perché ci sia una vera svolta per la sanità calabrese. «Si tratta di un risultato eccezionale – ha dichiarato a Calabria.Live  – per l’economia sanitaria in Calabria, grazie all’intelligenza e caparbietà di Roberto Occhiuto e dei due parlamentari calabresi dem ai quali sta sempre molto a cuore la situazione sanitaria nella nostra regione. Finalmente con tale emendamento sarà consentito alle regioni di poter fare ingenti investimenti necessari per migliorare il livello qualitativo delle prestazioni sanitarie della nostra regione.

«Come già precisato nel programma da me presentato da circa un anno, programma chiamato Calabria Silicon Valley, la Calabria per evitare l’esodo di pazienti e familiari verso altre regioni o anche all’estero ha urgentemente bisogno di un polo oncologico regionale sul modello dell’Istituto Europeo di Oncologia di Veronesi. Ciò è facilmente realizzabile in Calabria potenziando anche con i bravissimi primari ospedalieri che operano sul territorio il Dipartimento di Oncologia dlel’Università di Catanzaro, laddove lavorano oncologi eccellenti, stimati in Italia e all’estero, come il prof. Pier Francesco Tassone e Piersandro Tagliaferri con la loro équipe altamente specializzata nel campo delle leucemie e di altri tumori ematologici. Inoltre, a livello sperimentale tale Dipartimento rappresenta l’unico del Meridione del nostro Paese, che ha ottenuto l’autorizzazione da parte dell’Ema, European Medicines Agency, e dell’Aifa, Agenzia regolatoria nazionale, per la fase I dei clinical trials su nuovi farmaci prima che sia concesso loro l’autorizzazione per l’immissione in commercio.

In Calabria manca un centro di riabilitazione neurologica sul modello di quello della S. Lucia di Roma per la cura di pazienti paraplegici o tetraplegici a seguito di lesioni del midollo spinale. Mancano, ancora, centri per il controllo dei disordini alimentari molto frequenti nei giovani (anoressia e bulimia) come pure non è presente un numero sufficiente di centri sul territorio calabrese di riabilitazione motoria, cardiologica, cognitiva, che vanno allocati nelle singole province della Calabria.

«Il salto di qualità della sanità in Calabria può essere fatto solo con il potenziamento della rete regionale delle strutture ospedaliere di Catanzaro, Reggio Calabria, Cosenza, Vibo Valentia e Crotone, ma soprattutto valorizzando su base meritocratica il patrimonio umano, primari, medici, specialisti, infermieri, costretti a operare ancora in condizioni precarie ed estremamente difficili, sia a livello ospedaliero che a livello territoriale.

«Migliorare la qualità dei servizi – continua Nisticò – a favore dei pazienti deve rappresentare l’obiettivo primario della sanità in Calabria. Un obiettivo parallelo sarà quello che si propone di ridurre o eliminare (cosa difficile) l’infiltrazione della criminalità organizzata nella gestione della sanità in Calabria. Questo obiettivo potrà essere raggiunto grazie alla competenza e all’impegno del commissario Guido Longo, ma ricordiamo che questo obiettivo da solo non è sufficiente per migliorare la qualità della sanità nella nostra regione».

Adesso, non ci sarà spazio per lungaggini burocratiche e rinvii per mancanza di risorse finanziarie: la concessione di anticipazioni di liquidità da parte di Cassa Depositi e Prestiti, rappresenta lo strumento che mancava al commissario Longo per attuare un piano di rinnovamento totale della sanità in Calabria. Per farlo, lo ribadiamo da tempo, serviva l’azzeramento del debito, ma servono le competenze specialistiche di cui il commissario Longo non potrà fare a meno: accanto alla sua preziosa guida necessitano professionalità di grande prestigio, svincolate da logiche di lottizzazione partitica, che abbiano come unico obiettivo il risanamento di una sanità “malata” e un processo di vero welfare sanitario cui hanno diritto, a pieno titolo, i calabresi. Non mancano, grazie a Dio, queste professionalità: c’è la Facoltà di medicina di Catanzaro che è una fucina di eccellenze, ci sono le competenze di Unical e dell’Università Mediterranea di Reggio, senza dimenticare le tante illustri personalità che sono andate via dalla propria terra, sempre tenendo la Calabria nel cuore, pronti a offrire, disinteressatamente le proprie capacità e la grande esperienza. Sono quelle che servono al prefetto Longo: in loro assenza riteniamo che il suo, pur apprezzabile sforzo, non produrrà i risultati necessari a trasformare la Calabria in una regione “normale”. Ma prevale l’ottimismo: bisogna, dunque, creare opportunità e utilizzare le risorse umane disponibili. La Calabria, lo ricordiamo, ha il record dell’esportazione di eccellenze e delle migliori teste (in tutti i campi, non solo in quello scientifico). È ora di cominciare a sfruttare questo meraviglioso e straordinario capitale umano, che parla con l’accento calabrese, ma ragiona e pensa con la testa orientata al mondo. (s)

 

 

 

L’ADDIO A JOLE, GIÀ IN CAMPO LA POLITICA
LA DIFFICILE SCOMMESSA DELLA CALABRIA

di SANTO STRATI – Non si è ancora spenta l’eco del lungo, affettuoso, commosso addio alla presidente Jole, persino inaspettato per la sua vasta eco mediatica, che la politica, spietatamente, si è rimessa immediatamente in moto.

Messo da parte il dolore per la prematura scomparsa di una “guerriera” come poche, i giochi di potere non aspettano neanche un minuto per tracciare il percorso obbligato che rimette tutto in discussione. La facile vittoria del centro-destra (soprattutto in assenza del voto disgiunto) su un candidato fin troppo debole (Pippo Callipo) giusto nove mesi fa non deve ingannare: la partita si riapre con altri scenari in grado di sovvertire qualunque previsione ottimistica.

La Santelli aveva giocato, nella conferma dell’alternanza che ha caratterizzato 50 anni di Regione, un ruolo di ape regina, riuscendo a coagulare una destra rissosa e inizialmente non proprio coesa, col vantaggio di avere come avversario una sinistra divisiva e confusa. Gli sgarbi di Oliverio e a Oliverio, una sinistra che mal digeriva la figura di Callipo a capo della coalizione (e lo ha fatto brutalmente pesare già nelle prime sedute del Consiglio, favorendo l’addio del cavaliere di Pizzo sconfortato e disilluso), una sinistra dalle tante anime che non riusciva nemmeno a creare quel minimo di coagulo necessario per spuntare quanto meno una sconfitta meno clamorosa.

La domanda è: esiste ancora quella sinistra o ci sono le condizioni per ricostruire un percorso che, nel solco riformista, sappia riconquistare i cuori dei suoi elettori scoraggiati e delusi? In verità, il risultato prestigioso delle elezioni reggine (non c’entra Falcomatà, parliamo di liste) ha riacceso gli animi e la speranza che si può risalire la china, a patto che finisca il commissariamento (che più sbagliato con l’incolpevole Graziano non poteva essere) e che si faccia finalmente il congresso regionale. Le condizioni, nel dopo elezioni di Reggio, sembravano ideali per esigere una nuova rotta del Partito democratico in Calabria e, probabilmente, subito dopo Natale si stava individuando una data per riunire i dem e decidere cosa fare da grandi: spettatori o protagonisti?

Andava capitalizzato il vantaggio di Reggio, messa a profitto la pessima figura a Crotone (dove non è stato nemmeno presentato il simbolo), andavano radunate le forze fresche che, a braccetto con la vecchia guardia, potevano marcare la differenza.

Il 15 ottobre è venuto giù tutto. La povera Jole è scomparsa lasciando non solo inebetiti i suoi sodali della coalizione, ma ancor più smarrita l’opposizione che si trova, inevitabilmente, impreparata a gestire una “sede vacante” con lo sguardo obbligato a un futuro troppo vicino.

Questa volta non c’è il tempo di litigare, ma occorre individuare immediatamente la migliore strategia che possa condurre alla conquista della Cittadella di Germaneto. E questo vale – attenzione! – per entrambi gli schieramenti, a destra e a sinistra. Non ci sono le condizioni per un’avventura dal sapore civico – e sappiamo di dare un dispiacere a Carlo Tansi ringalluzzito dal successo crotonese – ma, obiettivamente, manca il tempo per organizzare e strutturare una coalizione di liste civiche in grado di non impantanarsi sotto il quorum capestro che lo statuto regionale impone. Quindi, i calabresi si mettano l’animo in pace e intuiscano da subito che sarà una partita a due, difficile e complicata, molto più della volta passata, perché c’è l’ombra e la minaccia malefica del Covid sulle elezioni e c’è una politica nazionale che non offre grande aiuto. L’unica cosa certa, al momento, è che non ci può essere, almeno formalmente, la rottura dei patti tra dem e cinquestelle, non c’è alcuna possibilità di una crisi di governo (anche se i numeri sono sempre più ballerini, soprattutto al Senato) né di rimpasto, perché quest’ultima (auspicabile) opportunità potrebbe rompere una corda già fin troppo tesa. Ci sono da prendere le decisione sul Mes (e la lite dem-grillini non accenna a placarsi) e c’è da stabilire cosa presentare all’Europa di fronte alle prospettive del Recovery Fund.

E allora, sono cavoli amari, da gestire sì con l’occhio vigile di Roma, per entrambi gli schieramenti, ma le scelte e le indicazioni devono essere prese in Calabria.

In questo momento non si può tentare un risiko di candidature a effetto, tanto per bruciare qualcuno e portare a risultato antipatie e asti remoti, ma occorre individuare lo scenario in cui si svilupperà il confronto.

Se si vuol dar credito alla regola dell’alternanza (una volta a destra, una volta a sinistra) la partita dovrebbe essere della sinistra. Sì, ma con quali candidati? Ce ne sono appena due, spendibili, e di sicuro avvenire: l’ex presidente del Consiglio Nicola irto (che nell’attuale consiliatura è stato vicepresidente) e Franco Iacucci, presidente dell’Amministrazione provinciale di Cosenza, nonché commissario del Pd a Crotone.

Sono due assi con caratteristiche assai diverse. Irto, molto conosciuto e apprezzato in tutta la provincia reggina, in realtà è ancora un “pivellino” della politica, pur avendo svolto con molta diligenza e assoluto rigore il suo ruolo durante la presidenza Oliverio, ma gli manca la presenza sul territorio. Gli basteranno due mesi scarsi per incrociare in lungo e in largo tutta la Calabria, ovvero le due province forti di Cosenza e Catanzaro, per raccogliere consensi? Il tempo è nemico che si rivela spesso imbattibile.

L’altro candidato di rilievo, Iacucci, ha dalla sua una serie di situazioni che lo favorirebbero non poco: conosce perfettamente la macchina regionale (è stato per tre anni nella segreteria di Oliverio) e ha una profonda conoscenza del territorio, ancor più allargata con la presidenza della Provincia cosentina, senza contare che è sindaco ad Aiello Calabro e ha avuto un ruolo da protagonista nell’Associazione dei Comuni italiani, sicché conosce a menadito quasi tutti i piccoli paesi della regione. Sia Irto che Iacucci sono apprezzati a Roma, il che non guasta, e una loro candidatura non troverebbe di certo ostacoli, sperando che non si debba arrivare di nuovo alla farsa delle primarie che, si è visto, non servono a nulla e, soprattutto, non rappresentano i veri orientamenti degli iscritti. La carta Irto-Iacucci (la scelta in casa dem non sarà certo facile) potrebbe tornare a far sorridere i dem calabresi e far sedere a Germaneto di nuovo un uomo di sinistra. A maggior ragione ove i cinquestelle (pur in caduta libera) decidano di convogliare sul candidato dem, evitando figuracce e facendo diligentemente la parte di chi rispetta i patti con l’alleato.

Ma la destra non starà certo a guardare: dopo l’assurda vicenda del veto di Salvini su Mario Occhiuto e il rischio di una frattura insanabile nella coalizione, con il nome di Jole Santelli “imposto” da Berlusconi si era creato il giusto amalgama per arrivare alla vittoria (come in effetti è stato). Qui, però, il vento a favore della destra è lievemente calato e, soprattutto, Salvini non conta più di tanto, qualora si pensasse di rivoluzionare il patto a tre che assegna la regione, in Calabria, a Forza Italia. La Meloni tiene un profilo basso, a livello delle amministrazioni locali perché punta in alto, con la segreta speranza di puntare a Palazzo Chigi, prima donna premier in Italia, quindi non spingerà sugli alleati a favore dell’unica candidata di successo attualmente sul mercato: Wanda Ferro. La Ferro ha l’unico difetto di essere di Fratelli d’Italia, ma sarebbe, certamente, un candidato forte per tutta la coalizione. Era già pronta per le elezioni del 26 gennaio scorso, quando scoppiò la crisi Salvini-Occhiuto, ma di fronte alla candidatura della Santelli fece onorevolmente un passo indietro. Oggi si presenta con un pedigree di tutto rispetto e tanta esperienza amministrativa (è stata presidente della Provincia a Catanzaro). Oltretutto ha saputo coltivare il suo elettorato in un territorio difficile come quello vibonese, mostrando capacità e competenza. Ha sfidato senza successo Oliverio nelle elezioni regionali del 2014, ma ha dovuto attendere che il Tar le riconoscesse il diritto di entrare in Consiglio quale miglior perdente.

Se prevale la logica dell’appartenenza, le cose si complicano, perché in casa del centro-destra, nel cortile di Forza Italia, ci sono troppi galli e l’individuazione del candidato diventa un esercizio alquanto difficile.

Per restare nel Vibonese, spicca la figura del sen. Giuseppe Mangialavori, un medico specialista (è senologo) bolzanino trapiantato da anni in Calabria, eletto al Senato nel 2018 dopo essere stato in Consiglio regionale “scalzato” poi da Wanda Ferro che rientrava di diritto in Consiglio. Ha buona conoscenza del territorio vibonese, ma non è abbastanza conosciuto nella Circoscrizione Sud né in quella cosentina. La sua candidatura, comunque, non è di quelle che scaldano gli animi, pur essendo un ottimo professionista della politica.

Ci sono altri nomi spendibili se Forza Italia mantiene il diritto di esprimere il presidente della Regione: escludendo il ritorno di Mario Occhiuto c’è l’opzione del fratello Roberto, attualmente deputato e vicecapogruppo di FI alla Camera. Potrebbe essere un’opzione di buon profilo, ma gioca contro di lui il fattore tempo. Lo stesso discorso vale per l’assessore Gianluca Gallo, infaticabile nel portare avanti la sua delega all’Agricoltura e al welfare in questi otto mesi di Giunta Santelli, e per l’ex assessore Mario Caligiuri (con delega alla Cultura dal 2010 al 2014 con presidente Scopelliti). Entrambi sono nomi sussurrati senza molta convinzione.

Poi c’è l’attuale sindaco di Catanzaro, che tentenna a fasi alterne verso Salvini e una Lega che in Calabria probabilmente non riuscirà mai ad attecchire. Secondo voci riservate, aveva siglato un patto con Salvini per andare a sostituire Nino Spirlì come vicepresidente: la Santelli avrebbe rimosso dall’incarico l’eccentrico autore televisivo lasciandogli probabilmente la delega della Cultura. Un disegno che l’improvvisa morte della presidente Jole ha completamente stravolto. L’idea di mantenere fino a fine consiliatura la vicepresidenza – secondo logica – gli avrebbe aperto le porte di Germaneto al successivo turno elettorale.

Messo recentemente in discussione dai suoi stessi consiglieri per la sfacciata simpatia nei confronti della Lega e lo stesso Salvini (da lui accolto sempre con grande entusiasmo a Catanzaro) Abramo è un ex di Forza Italia e non avrebbe quindi titolo per aspirare di entrare nemmeno nella rosa dei candidati.

E, naturalmente, c’è la solita incognita reggina di Francesco (Ciccio) Cannizzaro. Al deputato non manca l’acume di capire che, essendo Forza Italia il primo partito in Calabria (nonostante la mancata vittoria a Reggio e Crotone) e soffiando sul sentimento di dolore degli elettori di centrodestra orfani della Santelli, è prevedibile un pressoché sicuro bis del centrodestra a Germaneto. E a questo punto il buon Ciccio potrebbe seriamente pensare alla poltrona di governatore, vista la riduzione pesante di deputati che la Calabria subirà alle prossime politiche. Un candidato che ha carisma e intuito politico, più temuto che amato dai reggini, ma conosciuto in quasi tutto il territorio. Non gli mancherebbero le chances, purché non torni a fare il signor tentenna nell’individuazione di candidato presidente e liste. Queste ultime sono la versa Forza del centro-destra rispetto alla sinistra.  (s)

CANNIZZARO (FI): AEROPORTO DI REGGIO, INTERPELLANZA URGENTE

La questione Aeroporto di Reggio è oggetto di una interpellanza urgente presentata dall’on. Francesco Cannizzaro e co-firmata dall’on. Roberto Occhiuto (FI).
«Martedì 31 luglio – ha dichiarato l’on. Cannizzaro – ho depositato alla Camera dei Deputati una interpellanza urgente per il Presidente del Consiglio dei Ministri, il Ministro delle Infrastrutture ed il Ministro dello Sviluppo Economico, che riguarda la drammatica situazione dell’aeroporto “Tito Minniti” di Reggio Calabria. La vicenda che ha ormai assunto i connotati di una sconfitta assoluta per la classe politica alla guida della Città metropolitana prima e della regione Calabria subito dopo, necessita di un intervento immediato ed improcrastinabile da parte del Governo nazionale, e più precisamente del suo ministero competente. Dovranno venire in Aula alla Camera il Premier Conte, il Ministro Toninelli ed il Ministro Di Maio per discutere dello svilimento dell’azione di sviluppo dell’aeroscalo reggino con l’esclusione dal piano nazionale degli aeroporti da parte di Alitalia, e la sempre paventata chiusura a causa del suo ridimensionamento operativo. Saranno “costretti” ad una seria ed approfondita discussione davanti al Parlamento tutti gli organi di Governo pertinenti e, punto su punto, dovranno affrontare e porre soluzioni alle criticità esposte.
«Infatti, l’interpellanza presentata, -dice l’on. Cannizzaro – contestualizza l’attività della Compagnia di bandiera in riva allo stretto, di cui ha sempre avuto un monopolio indiscusso, dimostrandone la comprovata difficoltà a sostenere le necessità dell’enorme bacino di utenza metropolitana, ricordo esserci anche Messina, e l’assoluta incapacità di sopperire alle esigenze giornaliere dei viaggiatori che si vedono obbligati ad una sosta oltre le 24 ore prima di poter fare rientro in città. Il Governo dovrà costringere Alitalia  a tornare sui propri passi e ristabilire i diversi voli di collegamento su Roma e Milano, garantendo il ritorno nella stessa giornata e la presenza di varie fasce orarie di utilizzo. Un intervento concreto per aumentare immediatamente il volume di traffico passeggeri in transito e, in termini occupazionali, ripristinare la forza lavoro degli addetti Alitalia che, ad oggi, ricordo essere stata ridotta del 50%.
«Strategica, inoltre, la ricerca di una sinergia operativa con la nuova società di gestione, la SA.CAL, le cui operazioni di attrazione commerciale per stabilire nuove rotte, potrebbero consentire il reinserimento nei propri ruoli anche di quel personale dipendente ex-Sogas licenziato in passato per vicende legate alla cattiva gestione. Un’interpellanza che non lascia altra soluzione se non un intervento urgente del Governo, ed in Aula non accetterò altre soluzioni, direttamente su Alitalia e sui buoni propositi manifestati dalla SA.CAL, rappresentando questa l’unica strada percorribile per risollevare le sorti del “Tito Minniti.» (rp)