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Caterina Pisani Tufarelli, Lydia Toraldo Serra e Ines Nervi Carratelli

80 anni di Repubblica: tre sindache calabresi del 1946

di  PINO NANO  – Millenovecentoquarantasei-2026 Voto alle donne. La democrazia italiana compie ottant’anni”. Ha tenuto un bellissimo discorso Giorgia Meloni l’altro ieri a Roma aprendo il convegno dedicato al voto delle donne, 80 anni fa le donne votavano per la prima volta nella storia.

Il diritto di voto alle donne italiane era stato riconosciuto il primo febbraio 1945, dopo anni di lotte, ma solo il 10 marzo del 1946, per la prima volta in Italia, le donne poterono entrarono nella cabina elettorale per votare alle elezioni amministrative e divennero finalmente eleggibili.

Sentite Giorgia Meloni: «Oggi celebriamo uno dei momenti fondativi dell’Italia di oggi e di quello che siamo come nazione, gli 80 anni del primo voto alle donne. Lo facciamo nell’anniversario del 10 marzo del 1946 con le prime elezioni amministrative con il suffragio universale, allora 6 donne hanno potuto indossare la fascia tricolore. Un viaggio che in fondo non si è ancora concluso e che è stato scandito da altre tappe successive».

Ma cosa ha rappresentato quel voto?

«Quel voto del 1946 – spiega la Premier – ha dato alla Repubblica un carattere democratico indelebile avviando un percorso ancora in atto verso la piena parità. La democrazia era nata ed era nata nel segno delle donne. Ottant’anni anni possono sembrare pochi, ma sono 80 anni che hanno forgiato il nostro popolo, che hanno permesso alle donne di affermarsi e dimostrare ciò di cui sono capaci. Un cammino lastricato dai sacrifici, dal coraggio, dal talento di molte donne e che ha consentito anche a me di arrivare a ricoprire questo incarico, ad essere la prima donna a capo del governo. Io non potrei essere dove sono se non fosse grazie a tutte le donne che prima di noi non hanno avuto paura di dimostrare il loro valore».

Ma questo naturalmente non basta.

È necessario – aggiunge Giorgia Meloni – che ci siano servizi che consentono alle donne di competere ad armi pari, di dover scegliere tra un figlio e la professione, di guadagnare meno e di non fare carriera solo perché donne. Sono fiera del record storico di occupazione femminile raggiunto dopo anni in cui la percentuale di donne occupate sembrava inamovibile, non lo è».

Nel 1946, alla fine delle varie tornate di elezioni comunali, 10 donne ricoprirono per la prima volta nella storia la carica di sindaco, e circa 2.000 quella di consigliera comunale. Tre di queste erano figlie di Calabria. Lydia Toraldo Serra, a Tropea (Vibo Valentia), Caterina Pisani Palumbo Tufarelli a San Sosti (Cosenza) e Ines Nervi in Caratelli a San Pietro in Amantea.

Non a caso, testimone qui a Roma di questo evento con Giorgia Meloni, che celebra il “Voto alle donne, a 80 anni da allora”, c’è anche la figlia di Lydia Toraldo Serra, primo sindaco donna di Tropea, Raffaella Toraldo, che all’Ansa racconta la storia della mamma-sindaco con una emozione e una passione civile che si tagliano a fette.

«Avevo tre mesi nel 1946, quando mia madre, Lydia Toraldo Serra, fu nominata sindaca di Tropea. Ancora mi allattava e quindi mi portava con lei ovunque. Tornava a casa spesso alle nove di sera. Potete immaginare che nella famiglia fu uno scombussolamento. Ma mio padre non l’ha mai fermata. Mia madre riusciva a conciliare i quattro figli con la politica. Era una donna coraggiosa e di larghe vedute. Si laureò a 23 anni in giurisprudenza e fece una tesi di laurea sul voto alle donne, già nel 1929. Dopo l’elezione la prima emergenza che affrontò fu la carenza di cibo: fermava i treni con le derrate alimentari. Rimase alla guida del comune calabrese dal 1946 al 1960, dapprima con la Dc, poi come indipendente. La famiglia l’ha sempre supportata».

A restituirci oggi la storia di queste pioniere della politica locale in Calabria è la rete digitale.

Ines Nervi in Carratelli, viene eletta il 31 marzo 1946 sindaca di San Pietro in Amantea (Cosenza), all’età di 42 anni, maestra elementare sposata e madre di due figli. Candidata capolista per la Democrazia Cristiana, mantenne la carica fino al 1952, contribuendo alla ricostruzione post-bellica locale.

Lydia Toraldo Serra, viene eletta l’8 aprile 1946 sindaca di Tropea (Vibo Valentia), con 1.358 preferenze per la Democrazia Cristiana, seconda solo al cognato. Nominata dopo una mediazione del vescovo locale, resse l’amministrazione per oltre 15 anni (fino al 1960), rafforzando il mandato nel 1952 con 1.929 voti nonostante conflitti interni al partito.

Caterina Pisani Palumbo Tufarelli, originaria di Nocara, candidata unica DC alle amministrative del 10 marzo 1946, fu nominata sindaca di San Sosti (Cosenza) il 24 marzo con consenso unanime, in un’Italia post-bellica letteralmente devastata.

Secondo gli analisti di ICSAIC (L’Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia Contemporanea di cui è Presidente lo storico Paolo Palma) Caterina Pisani Tufarelli da sindaco ricostruì infrastrutture distrutte dalla guerra (campanile, scuole, cinema, mercato coperto, acquedotto, case popolari, orologio pubblico e asilo nido), ottenendo fondi grazie ai contatti diretti con De Gasperi; promosse alfabetizzazione e assistenza ai bisognosi, lasciando un dettagliato bilancio consuntivo nel 1952. Per oltre 30 anni fu presidente delle Dame di Carità. aiutando orfani, disabili e anziani. Promuoveva l’emancipazione femminile, sdoganando l’uso della bicicletta per le donne. Morta a Roma il 7 dicembre 1979 a 57 anni, è celebrata nella “Sala delle Donne” di Montecitorio tra le pioniere della Repubblica.

«Molte delle prime sindache elette in Italia – ricorda la stessa ministra Roccella – venivano da regioni del Sud, dalla Calabria, dalla Sardegna. Votarono l’89% delle aventi diritto. Le immagini dell’epoca restituiscono meglio di ogni parola le emozioni. Donne in file interminabili con figli in braccio e qualche panino, lunghe code per arrivare alla sospirata urna: qualcosa che oggi diamo per scontato».

Quarant’anni dopo, nel 1986, le prime cittadine erano salite a 145. Tra il 1986 e il 2016 il loro numero è aumentato di oltre sette volte: da 145 a 1.097. Negli ultimi trent’anni, secondo un’analisi condotta dall’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) su dati del Ministero dell’Interno – Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali, sono 2.721 i Comuni italiani amministrati almeno una volta da un sindaco donna.

Le sindache in carica al 13 febbraio 2023, sulla base dei dati offerti dall’Anagrafe degli amministratori locali presso il Ministero dell’interno, sono 1.180, di cui 1.083 alla guida di comuni con popolazione inferiore a 15.000 abitanti. Oggi in Italia, al marzo 2026, le donne sindache sono quasi 1.200.

Solo in Calabria secondo i dati più recenti (2023) si contano 35 sindache su 404 comuni (8,6%), con la provincia di Cosenza in testa e Vibo Valentia capoluogo guidato fino a un anno fa, giugno 2024, da una donna, Maria Limardo.

«Le donne alla guida dei comuni, e le donne chiamate a ruoli di responsabilità nella politica hanno cambiato radicalmente il volto della politica italiana ed europea. Certamente l’hanno migliorata e l’hanno avvicinata molto di più ai bisogni del paese reale. Noi oggi, come ANDE, Associazione Nazionale Donne Elettrici – dice la Presidente Nazionale dell’Associazione Marisa Fagà –, ci prepariamo a festeggiare i nostri primi 80 anni di fondazione, lo faremo nei prossimi mesi qui a Roma con la consapevolezza di aver partecipato in maniera reale e fattiva alla cresta della nostra Repubblica. In questa stagione in cui la politica è caratterizzata da linguaggi violenti – e qui Marisa Fagà rispolvera tutto il carisma della sua storia politica e di donna di governo- è cambiata la natura del confronto, in quanto spesso la politica non è in ascolto della società, e i partiti sono sintonizzati su una frequenza più burocratica. Ecco perché noi oggi, come Ande, continuiamo a promuovere l’attività delle cittadine italiane che desiderano acquisire maggiore coscienza politica e a difendere la tutela delle libertà democratiche, premessa fondamentale di ogni processo civile».

Un anniversario importante, dunque, che richiama all’attenzione generale la storia delle donne in politica come un baluardo di democrazia e di libertà in un paese dove le donne sono la visione del futuro. (pn)