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Due eroi in scena al Politeama nell'opera di Francesco Passafaro

Due eroi in scena al Politeama nell’opera di Francesco Passafaro

di FRANCO CIMINO – “Giovanni e Paolo.” Presunzione o coraggio. Una delle due, di certo, occorre avere quando ci si inoltra in un campo così insidioso, quale quello di raccontare una delle più grandi tragedie della storia del nostro Paese.

Realizzare uno spettacolo teatrale su Falcone e Borsellino è impresa riuscita solo al cinema e ad alcuni grandi registi e tra l’altro non compiutamente. Per motivi personali impedenti, questa rappresentazione, scritta di suo pugno da Francesco Passafaro, qui anche commediografo, edita e messa in scena dalla compagnia Teatro Incanto, me la sono persa la sera della prima.

Per gli stessi motivi, stavo per perderla anche nelle tre mattinate dedicate agli studenti delle “Scuole Superiori” di Catanzaro. Oggi è toccato al Liceo Classico Galluppi. Sono riuscito ad andarci. L’ho vista dall’alto di uno dei palchetti del Teatro Comunale, il teatro al centro del Centro Storico. Questa postazione mi ha consentito di godere di due spettacoli in uno.

Il primo, quello sul palcoscenico, dove tre noti attori, Francesca Guerra, Francesco Passafaro e il sempre presente Stefano Perricelli, davano il meglio della loro ormai riconosciuta preparazione. Il secondo, in platea, pienissima come un uovo, dove ragazzi in un silenzio carico di attenzione ed emozione, rappresentavano gli attori fuori scena, come amo definire quei protagonisti silenziosi, che dicono ciò che sul palco non è detto. In questo caso dicono che il lavoro prodotto non è presunzione.

E non è solo coraggio. Ma “ speranza”, quella di cui si possono armare i sogni dei nostri giovani. La speranza che in un mondo nuovo si può ancora puntare. E non come scommessa o cruenta sfida, ma come raccolta di quel Bene che ci è stato offerto da Falcone e Borsellino. I quali, provocati e interrogati, da Marta, la donna sempre presente in scena, sapevano bene a quale destino erano vocati. Marta, la voce quasi centrale della narrazione, a me spettatore “ha significato” qualcosa in più della figura simbolica che la stessa Francesca Guerra ha presentato rispondendo a una domanda degli studenti.

Marta è la verità nascosta, che conosce bene i fatti tragici che si sarebbero consumati nei pochi anni a venire. E li comunica ai due magistrati coraggiosi. Marta è quella verità per la quale Giovanni e Paolo, i due apostoli laici della Giustizia per la Verità, fondamenta della società democratica e anime attive della Libertà individuale, si sono immolati. E sull’altare dell’apparente impossibile Bene. Specialmente, Paolo, che, avendo, dopo il barbaro assassinio di Falcone e degli uomini della sua scorta, davanti agli occhi metà del dramma che si sarebbe compiuto, viveva l’ansia di quel pochissimo tempo che gli era rimasto per recuperare le prove di ciò che sia lui che il “fratello in guerra” avevano intuito e ampiamente compreso.

Quel minuto terribile finale, doloroso quanti altri mai, che il grande Francesco Passafaro ha saputo magnificamente sceneggiare invadendo di emozione il cuore dei presenti. Quel minuto è rimasto lì, sul palcoscenico del Comunale a parlare anche a sipario chiuso. “Sessanta, cinquantanove, cinquantotto…” E via alla ricerca più inquieta, quella delle prove dell’alleanza tra la mafia e alcuni corpi deviati dello Stato. “Trenta, ventinove, ventotto…”. Ed ecco le prime prove secretate nella sua agenda rossa, il mistero dei misteri italiani, per raggiungere la forza del quale occorrerebbe riandare ai famosi veri verbali “degli interrogatori” di Aldo Moro prodotti nell’assurda prigionia delle Brigate Rosse.

“Tre, due, uno…” e tutti i nomi di uomini dello Stato, tra cui qualche suo amico e collega o vicino di stanza al Palazzo… dell’ingiustizia fino a quel momento, sono comparsi nell’alta nube di fumo sollevatasi come il più nero presagio in via Amelio in quel tragico luglio di trent’anni fa. Giovanni e Paolo è un lavoro ben scritto, da far circolare davvero in tutte le scuole italiane, non solo calabresi.

È pedagogico, perché insegna davvero cose sono le mafie al di là delle bande omicide che le hanno rese famose. Di più, è un invito alla speranza che le mafie un giorno saranno sconfitte “come tutte i fatti prodotti dagli uomini”. Ma, soprattutto, perché gli uomini nuovi, che dovranno nascere da una nuova cultura della Libertà, prenderanno, in un tempo breve, il posto degli uomini cattivi, che sono in numero di gran lungo superiore a quello che si ascrive agli eserciti malavitosi.

Gli uomini cattivi sono stati in qualche modo ricordati sul palco. Essi sono noti e nascosti nelle pieghe della quotidianità. Hanno un nome non detto e variabile. I più “ invisibili” dalla realtà visibile: vile, pigro, indifferente, egoista, insensibile, neutrale rispetto al male, arrogante e gestore cattivo del potere esercitato, è così via. Bello, bello bello, questo spettacolo. Davvero.

Il resto lo dice lo stesso Francesco Passafaro rispondendo alle domande degli studenti: «questa rappresentazione l’ho scritta nel 2020 durante la pandemia e dopo aver letto alcuni libri. Ma sentivo che mi mancava qualcosa. Mi mancava Palermo e, quindi, vi sono andato, passando con l’auto da Capaci, quasi obbligatoriamente portato dal compito che mi ero assegnato. Poi, sono andato in via D’Amelio alla ricerca di quel qualcosa che dei cinquantasette giorni di distanza da quella strada scoppiata, più strettamente legava i due involontari eroi dei nostri giorni, Giovanni e Paolo, di cui ho voluto con la magnifica squadra del Teatro Comunale narrarne la nostra visione per l’ulteriore conoscenza acquisita».

E, allora, Francesco, grazie anche da parte mia. Dal più profondo del cuore, grazie. Anche per la bella lezione offerta dalla tua cattedra ai miei ragazzi. Miei anche questi, come lo sono per un prof tutti i ragazzi del mondo. (fc)