Presentato “Dalle Mura Al Cielo – Storie Prelibate”: Si terrà a Belvedere Marittimo

Saranno due giornate dedicate a enogastronomia, cultura, turismo e innovazione “Dalle Mura al Cielo – Storie Prelibate”, in programma venerdì 28 e sabato 29 agosto sul lungomare di Belvedere Marittimo.

La manifestazione è stata presentata in Cittadella regionale, alla presenza di Giuseppe Iiritano, dirigente generale del Dipartimento Agricoltura della Regione Calabria; il sindaco di Belvedere Marittimo, Vincenzo Cascini; il direttore generale dell’Ente per i Parchi Marini Regionali della Calabria, Raffaele Greco; la direttrice generale di Arsac, Fulvia Caligiuri; la dirigente generale dell’Uoa Sviluppo Sistemi Culturali del Dipartimento Turismo, Cultura e Identità Territoriale, Antonella Maria Cauteruccio; il comunicatore Lenin Montesanto, oltre ai rappresentanti del territorio Ciriaco Riente, presidente dell’Ordine dei Commercialisti di Paola, e Domenico Amoroso, direttore del Gal Riviera dei Cedri.

L’evento si propone di coniugare valorizzazione del patrimonio agroalimentare, promozione turistica, cultura e innovazione tecnologica, offrendo ai visitatori un’esperienza immersiva tra le bellezze del borgo tirrenico e la spettacolarità di uno show di droni.

“Presentiamo una manifestazione che si svolge in uno dei borghi più belli della Calabria – ha dichiarato Iiritano. ‘Dalle Mura al Cielo’ punta a valorizzare le nostre eccellenze enogastronomiche attraverso una formula capace di unire tradizione e innovazione. Lo spettacolo dei droni rappresenta un elemento attrattivo importante per il turismo e diventa uno strumento per far conoscere la qualità delle produzioni agroalimentari calabresi. Il comparto agricolo continua a essere uno dei motori dell’economia regionale e iniziative come questa contribuiscono a promuovere l’identità e la bellezza della nostra terra”.

Nel suo intervento, Raffaele Greco ha evidenziato il ruolo dell’iniziativa all’interno del più ampio programma di promozione dei Parchi Marini Regionali, protagonisti di una stagione ricca di eventi e attività divulgative.

“Belvedere rappresenta un progetto emblematico perché riesce a mettere insieme il Parco Marino Riviera dei Cedri, la storia del territorio, l’identità culturale, l’enogastronomia e il patrimonio ambientale. Le luci che partiranno dal Castello e si proietteranno verso il mare raccontano simbolicamente questo legame tra storia e futuro. È l’esempio di un’offerta turistica integrata che guarda oltre la sola stagione balneare e punta a valorizzare la Calabria durante tutto l’anno”, ha affermato Greco.

Per Fulvia Caligiuri il valore dell’iniziativa risiede nella capacità di esaltare le specificità locali. “Accanto ai grandi eventi regionali, esistono manifestazioni territoriali che svolgono un ruolo fondamentale nella promozione delle comunità e delle loro eccellenze. Questi appuntamenti mantengono vivo il territorio, raccontano le produzioni tipiche, il patrimonio culturale e le tradizioni che caratterizzano ogni area della Calabria. Per questo Arsac sostiene convintamente iniziative come ‘Dalle Mura al Cielo’”.

Soddisfazione è stata espressa anche dal sindaco Cascini, che ha sottolineato come l’evento rappresenti un’occasione di incontro autentico con il territorio: “Abbiamo costruito questa manifestazione per offrire ai visitatori un’esperienza completa, che racconti la nostra agricoltura, il nostro mare, le nostre montagne, la cultura e la storia di Belvedere. Oggi possiamo contare su un patrimonio ambientale straordinario e su un mare che è tornato a esprimere tutta la sua bellezza. Ma Belvedere è anche un luogo ricco di storia, tradizioni e spiritualità, elementi che vogliamo condividere con chi sceglie di visitare la nostra comunità”.

Nel corso dell’incontro è intervenuta anche Antonella Maria Cauteruccio, dirigente generale dell’Uoa Sviluppo Sistemi Culturali del Dipartimento regionale Turismo, Cultura e Identità Territoriale, che ha sottolineato il valore strategico dell’iniziativa all’interno del percorso di promozione della destinazione Calabria.

“Quello che presentiamo oggi è un progetto culturale che si inserisce nel racconto della Calabria avviato negli ultimi anni. Dal 2021, con il brand ‘Calabria Straordinaria’, è iniziato un percorso di crescita che ha coinvolto istituzioni regionali ed enti territoriali in una visione condivisa. L’iniziativa di Belvedere rappresenta un esempio concreto di come sia possibile valorizzare in maniera integrata mare ed entroterra, mettendo in rete il patrimonio storico, culturale e paesaggistico del territorio”.

Cauteruccio ha inoltre evidenziato il ruolo dell’enogastronomia come strumento di narrazione identitaria: “Il cibo e il vino raccontano i territori e le comunità. Per questo è fondamentale investire nella formazione di tutti coloro che operano a contatto con i visitatori. L’accoglienza è una responsabilità condivisa che coinvolge anche gli enti pubblici. Nei centri storici della Calabria sono custodite storie che raccontano l’identità dei calabresi e prenderne consapevolezza è il primo passo per valorizzarle pienamente”.

Nel corso della conferenza, Ciriaco Riente e Domenico Amoroso hanno infine rimarcato l’importanza della collaborazione tra istituzioni, enti e realtà territoriali per promuovere lo sviluppo della Riviera dei Cedri, rafforzando una visione comune orientata alla crescita e alla valorizzazione delle eccellenze locali.

“Dalle Mura al Cielo – Storie Prelibate” si inserisce nel percorso avviato dalla Regione Calabria e dagli enti partner per promuovere i territori attraverso un modello che integra cultura, ambiente, turismo ed enogastronomia, valorizzando i borghi e le identità locali come leve strategiche per lo sviluppo e l’attrattività della regione.

L’appuntamento è quindi fissato per il 28 e 29 agosto sul lungomare di Belvedere Marittimo, dove spettacoli, tradizioni, gastronomia e innovazione si incontreranno per raccontare una Calabria autentica, accogliente e proiettata verso il futuro. (rcz)

Sanità nelle aree interne, Bruno interroga la Giunta: «Piano urgente per l’ospedale di Serra San Bruno»

Enzo Bruno, consigliere regionale e capogruppo di Tridico Presidente, ha presentato una interrogazione per chiedere un piano urgente per colmare le carenze di personale, garantire i servizi essenziali e riconoscere all’ospedale di Serra San Bruno un ruolo strategico nella nuova rete ospedaliera regionale.

L’iniziativa segue la visita effettuata da Bruno il 9 luglio, su invito del Comitato Pro Ospedale e del presidente Rocco Larizza, per verificare lo stato del presidio e raccogliere le istanze di personale sanitario e cittadini.

Nell’interrogazione si evidenzia che la struttura presenta «condizioni edilizie pienamente adeguate, servizi organizzati e dotazioni tecnologiche in grado di sostenere un’attività sanitaria ben più ampia rispetto a quella attualmente erogata». Il principale problema è però la «cronica insufficienza di personale medico, infermieristico, tecnico, amministrativo e socio-sanitario», che rischia di compromettere i livelli essenziali di assistenza e di aumentare il carico sugli operatori.

Le maggiori difficoltà riguardano il Pronto soccorso, operativo ventiquattr’ore su ventiquattro, il Laboratorio analisi e la Radiologia, limitata anche nelle prestazioni agli utenti esterni. Una situazione che impedisce di utilizzare pienamente spazi, tecnologie e professionalità disponibili.

Nel documento si richiama il diritto alla salute, da garantire «in maniera uniforme su tutto il territorio regionale», ricordando che viabilità e tempi di percorrenza rendono difficile dalle aree interne raggiungere gli ospedali hub e spoke, soprattutto nelle emergenze. La programmazione non può quindi fondarsi soltanto sui volumi di attività, ma deve considerare condizioni geomorfologiche, distribuzione della popolazione e prossimità dei servizi.

Bruno chiede alla Giunta se conosca le criticità e quali valutazioni siano state espresse dalla struttura commissariale e dal Dipartimento Tutela della Salute. Sollecita, d’intesa con l’Asp di Vibo Valentia, iniziative immediate e un cronoprogramma per il reclutamento, con unità necessarie, professionalità e tempi. Domanda inoltre misure per assicurare la piena operatività di Pronto soccorso, Radiologia, Laboratorio analisi e degli altri servizi essenziali, utilizzando le attrezzature presenti.

Nella nuova rete ospedaliera il capogruppo propone una «specifica classificazione e valorizzazione degli ospedali situati nelle aree montane», riconoscendoli come presìdi di prossimità e di stabilizzazione delle emergenze. Serra San Bruno, per posizione, bacino di utenza, infrastrutture e servizi, potrebbe diventare il riferimento del comprensorio delle Serre, integrato con emergenza-urgenza, Case e Ospedale di Comunità e ospedali hub.

Chiesti il potenziamento delle ambulanze medicalizzate, delle postazioni del 118 e dei collegamenti con gli ospedali di riferimento. Bruno propone infine un tavolo con Asp, enti locali, Comitato Pro Ospedale e rappresentanze degli operatori per un piano di rilancio con «obiettivi, risorse e tempi certi».

Il rafforzamento del presidio, si legge, sarebbe «non soltanto una risposta alle esigenze sanitarie della popolazione residente, ma anche uno strumento concreto di contrasto allo spopolamento delle aree interne e di riduzione delle disuguaglianze nell’accesso alle cure». (rrc)

Commemorazione a Forte dei Marmi di Fulco Ruffo di Calabria, eroe calabrese della Grande Guerra

Commemorazione oggi a Forte dei Marmi del calabrese Medaglia d’oro al valor militare Fulco Ruffo di Calabria (1884-1946):  un eroe trascurato dalla sua terra, la stessa che ha dato i natali ai suoi discendenti (Paola di Liegi e la principessa Astrid del Belgio, e il principe che porta il suo stesso nome). Da più parti si è suggerito di intitolare a Fulco Ruffo di Calabria l’Aeroporto di Lamezia Terme (in particolare è il gen. Alessandro Butticè che da Bruxelles guida un consistente movimento d’opinione che ha promosso la proposta), ma nessun segnale su questa richiesta è arrivato dalla Regione. E sarebbe anche opportuno prevedere una celebrazione in terra di Calabria, per far conoscere alle nuove generazioni uno dei protagonisti della Grande Guerra.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto, in un messaggio, ha voluto ricordare l’eroe calabrese: «Questa giornata è dedicata alla memoria di un Uomo che seppe interpretare, in una fase decisiva della storia nazionale, il valore del servizio e della responsabilità. Ufficiale del Corpo Aeronautico Militare del Regno d’Italia e pilota da caccia durante la Grande Guerra, Fulco Ruffo di Calabria rappresentò una generazione capace di affrontare il proprio tempo con coraggio, disciplina e spirito di sacrificio.

Folco Ruffo di Calabria (1884-1946)Fu infatti uno dei protagonisti della nascente aviazione militare italiana, un pilota capace di distinguersi nei cieli della Grande Guerra e uno degli uomini simbolo della celebre 91ª Squadriglia Caccia, la “Squadriglia degli Assi”, nella quale combatté accanto a Francesco Baracca, una delle figure più leggendarie della nostra storia aeronautica, assumendone successivamente il comando con il grado di Capitano.

In quella formazione, che riunì alcuni tra i migliori piloti italiani dell’epoca, Ruffo di Calabria seppe affermarsi per capacità, determinazione e valore, fino a meritare la più alta ricompensa al valor militare.

La motivazione della sua Medaglia d’Oro lo ricorda come un «pilota da caccia d’insuperabile ardire», capace di affrontare il combattimento con «spirito di sacrificio pari al suo valore». Parole che richiamano ancora oggi il significato più profondo del servizio: la disponibilità a mettere le proprie capacità e la propria vita al servizio di una responsabilità più grande.

Terminata la guerra, Fulco Ruffo di Calabria proseguì il proprio impegno al servizio del Paese anche nella vita pubblica, prima come deputato e poi come senatore del Regno d’Italia. Anche in questo nuovo ambito seppe portare quello stesso senso di responsabilità e attenzione al bene della collettività che aveva caratterizzato il suo percorso militare.

La sua vicenda appartiene alla storia italiana, ma porta con sé anche un valore europeo.

Il legame con il Belgio, attraverso la sua famiglia e la figura della Regina Paola, rappresenta infatti un esempio concreto dei rapporti profondi che uniscono i nostri Paesi e che hanno contribuito alla costruzione dell’Europa di oggi.

Ricordare Fulco Ruffo di Calabria, dunque, non significa soltanto celebrare ciò che è stato. Significa chiedersi che cosa quella storia sia ancora capace di dirci.

Sono trascorsi più di cento anni dai cieli della Grande Guerra. Sono cambiati gli aerei. Sono cambiate le tecnologie. Sono cambiati gli scenari e le minacce.

Ma non è cambiato ciò che chiediamo alle donne e agli uomini che scelgono di servire il proprio Paese: preparazione, coraggio, responsabilità e senso del dovere.

È questa, credo, l’eredità più autentica di Fulco Ruffo di Calabria.

Ci sono uomini che appartengono al loro tempo. E ce ne sono altri il cui esempio riesce ad attraversarlo.

Fulco Ruffo di Calabria è tra questi. Un grande aviatore italiano. Un uomo delle Istituzioni. Un servitore dello Stato.

Un uomo che ebbe il coraggio di volare quando il cielo era ancora una frontiera e che, per tutta la vita, non smise mai di considerare il servizio al proprio Paese come un dovere e un onore». (rrm)

Jovanotti, il trionfo a (e di) Catanzaro: il messaggio di un non-filosofo pop

di  FRANCO CIMINO  – Jovanotti se n’è andato.

Dopo poche ore di sonno e qualche schiaffo all’adrenalina, probabilmente è già in sella alla sua magica bicicletta, insieme alla sua squadra di ciclisti, alcuni dei quali ex professionisti. Starà pedalando verso Palermo, poi Napoli, Bari e infine Roma, dove concluderà il tour al Circo Massimo, il sogno di ogni artista.

Il suo tour è praticamente tutto sold out. I suoi fan vogliono esserci, vogliono avere in mano quel biglietto da conservare, magari riuscendo anche a farselo autografare.

Perché Jovanotti è anche questo: un artista generoso, ancora fortemente giovanile nello spirito, capace di incontrare il proprio pubblico e di ringraziarlo per i sacrifici che fa per seguirlo.

A Germaneto di Catanzaro sono arrivati in migliaia. Hanno viaggiato per ore, aspettato, cantato, ballato e poi sono tornati a casa stanchi e felici. Una vera «giornata in nottata», come mi piace definirla: un lungo giorno cominciato con il viagg o, proseguito con il concerto e concluso con il ritorno a casa, magari continuando a rivivere nel letto quelle ore di sana follia.

Io non ci sono andato, per le ragioni che avevo già spiegato nel precedente articolo. Eppure, guardando alcuni spezzoni del concerto, ho provato ciò che, conoscendomi, avevo previsto: un leggero rammarico, quasi un pentimento, per non esserci stato.

Perché a certe manifestazioni bisogna andarci.

Non necessariamente per partecipare, ma per osservare. Per capire. Per scoprire quanta energia, quante aspettative e quante emozioni si muovano dietro un fenomeno capace di coinvolgere migliaia di persone.

Un concerto, qualche volta, non è soltanto un concerto.

È anche un fenomeno sociale.

Non è soltanto musica, canti e balli. È il momento nel quale migliaia di persone, appartenenti a generazioni diverse, si incontrano, condividono emozioni e per qualche ora si sentono parte di qualcosa.

E questo, oggi, merita attenzione.

Viviamo in una società nella quale avvertiamo sempre più un vuoto di ideali e di tensione morale, mentre crescono solitudini, paure, conflittualità e violenze. Un tempo intere generazioni erano unite da un ideale, da un’aspirazione, da un sogno collettivo. Oggi quella dimensione appare molto più fragile.

Per questo fenomeni come il Jova Party vanno osservati senza pregiudizi.

Ma vanno anche osservati per quello che sono.

In questi giorni qualcuno ha fatto i conti in tasca a chi ha comprato il biglietto: il prezzo dell’ingresso, i viaggi, il carburante, i parcheggi, le bevande, i gadget.

Il conto può essere alto.

Ma è una scelta individuale.

Chi considera troppo caro il prezzo è libero di non andarci. Chi decide di spendere quei soldi per vivere quell’esperienza è altrettanto libero di farlo.

Il mercato funziona così: domanda e offerta determinano il prezzo.

Se un artista riesce a richiamare decine di migliaia di persone, significa che esiste una domanda forte. È accaduto recentemente anche con Ultimo, capace di portare cinquecentomila giovani a Tor Vergata.

Sono fenomeni che si ripetono nella storia, soprattutto nei periodi di passaggio tra una fase e l’altra della vita delle società.

Il vero problema, dunque, non è stabilire se un ragazzo abbia fatto bene o male a spendere cento, duecento o trecento euro per vivere una giornata come quella.

Il tema, semmai, è un altro: quanto costa l’evento alla collettività?

Quanto pesa sulle città che lo ospitano? Quante risorse pubbliche vengono impiegate? Quale ritorno producono? E soprattutto: quanto di quel costo viene sostenuto da tutti, compresi coloro che al concerto non sono andati e non sarebbero mai andati?

Sono domande legittime.

Perché non bisogna dimenticare una cosa essenziale: il concerto è un’iniziativa privata. È promosso da soggetti privati, a sostegno di un artista che svolge un’attività privata. E, come ogni attività economica privata, ha anche un obiettivo economico: il guadagno.

La festa di Germaneto, dunque, è stata un concerto.

Un bellissimo concerto.

Spettacolare, coinvolgente, emozionante.

Ma pur sempre un concerto.

E Jovanotti è un bravissimo e amatissimo cantante.

Non è, però, un filosofo.

Non è un profeta.

Non è il salvatore della Calabria.

Ed è proprio qui che, secondo me, bisogna fermarsi.

Catanzaro e la Calabria sono state scelte perché rappresentavano un luogo nel quale l’investimento privato poteva produrre risultati importanti. Jovanotti e la sua organizzazione hanno fatto ciò che ogni organizzazione privata deve fare: individuare luoghi, pubblico e condizioni capaci di garantire il successo dell’evento.

Se le amministrazioni locali e regionali hanno contribuito alla sua realizzazione, direttamente o indirettamente, questo è un altro tema. Va valutato con trasparenza, equilibrio e numeri alla mano.

Ma una cosa va riconosciuta senza esitazioni.

Jovanotti ha fatto bene.

Ha portato entusiasmo, energia, voglia di vivere, ottimismo.

Ha parlato ai giovani, ma anche ai sessantenni come lui. Ha trasmesso l’idea che una vita diversa, più ricca di ideali e di speranze, sia ancora possibile. Ha ricordato che l’amore, la fiducia e la voglia di stare insieme possono essere forze positive.

Io, da padre, da ultrasessantenne, da maestro e da uomo impegnato nel sociale e nella politica, questi messaggi li riconosco e li accolgo con gratitudine.

Ma questo è.

Non oltre questo è il Jova Party calabrese.

Chi, tra coloro che hanno responsabilità istituzionali, volesse andare oltre, trasformando l’artista in una sorta di nuovo profeta del riscatto calabrese, commetterebbe un errore.

E non soltanto culturale.

Anche politico.

La Calabria ha bisogno di altro.

Ha bisogno di risposte concrete alla povertà crescente, alla difficoltà di trovare lavoro stabile, alla solitudine dei giovani, alle paure di tanti padri e tante madri che guardano al futuro dei propri figli senza sapere come affrontarlo.

Questi problemi non possono essere risolti da un concerto.

E nemmeno da un cantante, per quanto bravo e amato.

Per questo ho provato una certa irritazione nel vedere uomini e donne delle istituzioni fare la fila per incontrare Jovanotti e, in alcuni casi, presentarlo quasi come un nuovo eroe del riscatto della nostra terra. Un filosofo. Un salvatore.
Un rivoluzionario.

Un uomo capace di ribaltare poteri e potenti.

Quali poteri? Quali potenti? E dove se quando ne abbiamo la possibilità e noi stessi il potere di abbatterli, di batterli, veneriamo anch’essi come grandi maestri e padri che ci darebbero tutto, e invece ci lasciano nella miseria e della nostra ricchezza territoriale e culturale ed umana si appropriano?

Qui occorre misura.

Gli artisti possono influenzare profondamente le società. Possono persino cambiarle.

Ma bisogna distinguere.

Noi della mia generazione abbiamo conosciuto artisti che, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, seppero diventare molto più che musicisti.

I Beatles, Joan Baez, i Rolling Stones, John Lennon. E poi Jimi Hendrix, Louis Armstrong, Aretha Franklin, Bob Dylan.

Artisti che furono anche protagonisti di una stagione storica. Voci della protesta contro la guerra, contro le discriminazioni, contro le ingiustizie. Figure che contribuirono, attraverso la musica, a dare forza a battaglie di civiltà, libertà e democrazia.

Non erano soltanto cantanti.

Erano interpreti di una trasformazione culturale.

Ecco perché, da giovane di quella stagione, ho sentito quasi un graffio sulla pelle vedendo il corteo di rappresentanti istituzionali in attesa di incontrare Jovanotti e ascoltandolo talvolta celebrare come un filosofo della nuova Magna Grecia o come un profeta del nuovo avvento. No.

Jovanotti è un bravo cantautore.

Dice cose positive.

È un grande uomo di spettacolo.

È una bella persona.

E può fare molto bene quello che sa fare.

Ma non facciamone un filosofo o un profeta.

Detto questo, voglio andare piacevolmente in contraddizione con me stesso.

Perché il Jova Party ha fatto bene.

A tutti.

Non soltanto ai suoi fan.

Che siano stati trentamila, e che trentamila siano pochi o molti, non è questo il punto.

Il punto è che un uomo di sessant’anni, pieno di energia e creatività, è riuscito a divertirsi e a far divertire decine di migliaia di persone.

E se da questo ha guadagnato denaro, tanto o poco, non c’è nulla di cui scandalizzarsi. Se lo è meritato.

Mi interessa molto di più che tutto si sia svolto in sicurezza.

Qui il merito va alle forze dell’ordine, al questore e a tutti coloro che hanno lavorato perché quell’enorme afflusso di persone potesse essere gestito senza incidenti.

Mi interessa che i trentamila spettatori siano stati bene e abbiano potuto defluire tranquillamente.

Mi interessa che quella piccola e bellissima comunità che ha ospitato l’evento non abbia subito danni o disturbi significativi.

E mi interessa soprattutto che Catanzaro abbia dimostrato ancora una volta di essere all’altezza di una grande manifestazione.

Ordine nel traffico, sicurezza, organizzazione, accoglienza.

Anche la Polizia locale e il suo comandante hanno svolto il loro compito.

E qui il merito va riconosciuto, senza strumentalizzazioni politiche, all’Amministrazione comunale e al sindaco.

Ci sarà tempo per discutere, se necessario, di contrasti, responsabilità e conflitti.

Ma oggi bisogna anche saper riconoscere ciò che ha funzionato.

Il Jova Party ci ha lasciato, dunque, una cosa importante.

Non un nuovo filosofo.

Non un profeta.

Non un salvatore della Calabria.

Ci ha lasciato una festa riuscita, migliaia di persone felici e una città che ha dimostrato di poter essere all’altezza delle grandi occasioni.

Questo significa che Catanzaro, quando vuole — o quando glielo consentono — resta ancora una città bella. Sana. Colta e fiera.

Aperta, generosa, accogliente.

Quando vuole.

O quando glielo si consente, appunto.

Michele Affidato a Bianco: una bella festa nella cornice insolita della Vecchia Pardesca per il Maestro orafo di Crotone

Michele Affidato, il Maestro orafo di Crotone, ormai conosciuto in tutto il mondo (ma orgogliosamente fiero delle sue origini) è stato celebrato con una bella festa nella Vecchia pardesca, il borgo antico (e abbandonato) di Bianco. Una cornice suggestiva quanto insolita. tra i ruderi vecchi di secoli e una chiesa del ‘400 (consacrata esede di molti matrimoni esclusivi), per festeggiare i continui successi di Affidato, orafo dei Papi, interlocutore referente presso la Pontificia Accademia di Teologia e membro della Chiesa degli Artisti di Roma, ma allo stesso tempo raffinato artista che regala alle donne (ma non solo) preziosità di grande bellezza. Pezzi unici e di grande suggestione che rivelano un meraviglioso estro creativo che ha trasmesso ai propri figli che lo seguono nel suo percorso d’arte orafa. In particolare, Antonio, docente universitario e scultore di grande talento, presenterà la sua mostra ai primi di settembre al Museo dei Bronzi: un appuntamento da non perdere che confermerà le capacità espressive di un artista contemporaneo che non ha dimenticato la lezione dei classici.

Attorno a Michele Affidato, tantissimo pubblico e un calore autentico, con il sindaco di Bianco Giovanni Versace e l’assessore comunale alla Cultura Catanzariti, vera artefice dell’organizzazione della serata, e tantissime personalità del mondo della politica, tra cui la sen. Tilde Minasi, l’assessore regionale alla Pubblica Istruzione Eulalia Micheli, i consiglieri regionali Domenico Giannetta e Orlandino Greco. Quest’ultimo nella sua veste di delegato del Presidente Occhiuto per i Calabresi nel mondo la cui Consulta si riunirà dopo la prima settimana di settembre per eleggere il direttivo e stilare un programma che lo stesso Greco preannuncia ricco e ambizioso. I Calabresi nel mondo sono un patrimonio essenziale di questa terra e lo ha ribadito anche Michele Affidato che avverte una grande simpatia nei suoi viaggi all’estero dove regolarmente incontra moltissimi calabresi.

Michele Affidato e Maria teresa D'Agostino a Bianco (RC)La serata, promossa dal Brutium – I Calabresi nel mondo – con la sua Presidente Gemma Gesualdi presente e attiva animatrice dell’evento, è stata condotta da Maria Teresa D’Agostino la quale ha intrattenuto Michele Affidato facendogli raccontare la storia della sua vita: dalla passione, sin da bambino, verso i gioielli e l’andata “a bottega” per apprendere i segreti dell’arte orafa. Un percorso difficile e spesso non privo di ostacoli, ma con i primi 100 grammi d’oro. comprati con grande sacrificio, Michele Affidato – ancora giovanissimo – ha saputo mostrare intuizione creativa ,a ma soprattutto talento innato che con il tempo si è affinato e impreziosito di nuove competenze ed esperienze. La molla principale – ha confessato Affidato – è sempre stata la voglia di conoscere, di apprendere, di approfondire e quindi la curiosità di esplorare nuovi percorsi che hanno raggiunto mete ben oltre quello che si aspettava. Orafo d’arte sacra (e non è una cosa da tutti, perché richiede studio e massima attenzione), ma anche protagonista indiscusso di prestigiosi Premi sia in campo cinematografico che in quello musicale. Ormai non si contano più le partecipazioni a Sanremo e ai principali festival di cinema italiani e internazionali, dove moltissime star (da Sophia Loren a Francis Ford Coppola, solo per citarne qualcuno, vengono rapite dalle creazioni di Affidato e ne restano affascinate.

Ma il bello di un Maestro così importante, così creativo, così talentuoso, è di restare umile e disponibile con tutti, generoso e attento alle fragilità (è ambasciatore dlel’Unicef): non conosce spocchia e non si autocelebra, ma non ne avrebbe bisogno: il suo successo le precede dovunque e lui continua a ripetere e a sottolineare di essere orgogliosamente figlio d’una Calabria che ci scopre e conosce non può fare a meno d’innamorarsene. Auguri, Maestro. (s)

Centri Anti Violenza Calabria: servono con urgenza interventi strutturali contro i femminicidi

È un grido d’allarme che va sostenuto e su cui occorre riversare la massima attenzione non solo a livello regionale ma per tutto il territorio nazionale. La drammatica scia di femminicidi e violenze che continua a colpire la Calabria non può più essere trattata come una successione di emergenze isolate. Dietro ogni cifra c’è una vita spezzata, una famiglia distrutta e una responsabilità collettiva a cui le istituzioni non possono sottrarsi. Il Coordinamento Regionale dei Centri Antiviolenza (CAV) della Calabria esprime profondo cordoglio e vicinanza ai familiari delle vittime, ribadendo con forza che la violenza maschile contro le donne è un fenomeno culturale e strutturale radicale.
I Centri Antiviolenza operano quotidianamente sul territorio, spesso in condizioni di estrema difficoltà e con risorse insufficienti, rappresentando l’unico vero approdo sicuro per centinaia di donne che cercano di uscire dal circuito del maltrattamento. Tuttavia, l’impegno del privato sociale non può sostituirsi alle responsabilità della politica e della pubblica amministrazione.
Per contrastare efficacemente la violenza di genere in regione, il Coordinamento chiede con urgenza:

Sostegno economico e risorse certe: L’erogazione tempestiva e continuativa dei fondi regionali e nazionali dedicati ai CAV e alle Case Rifugio, per evitare l’interruzione di servizi di supporto vitali (legale, psicologico, di accoglienza).

Prevenzione e educazione: L’attivazione di percorsi strutturati di educazione all’affettività e al rispetto delle differenze di genere nelle scuole di ogni ordine e grado del territorio calabrese.

Istituzione della rete antiviolenza territoriale: L’attivazione e il rafforzamento formale delle reti antiviolenza territoriali in tutti gli ambiti territoriali sociali della regione.

Formazione della rete istituzionale e comunale: Una formazione specialistica e continua per forze dell’ordine, personale sanitario, operatori della giustizia, nonché per gli operatori e le operatrici dei Comuni, indispensabile per evitare la vittimizzazione secondaria e garantire valutazione del rischio tempestive.

I femminicidi non sono “delitti d’impeto” o “tragedie della gelosia”, ma il drammatico culmine di un continuum di prevaricazione e controllo. Chiediamo alle istituzioni regionali un cambio di passo concreto e immediato: non servono più solo parole di circostanza o cordogli postumi, servono tutele, risorse e volontà politica.
I Centri Antiviolenza della Calabria continueranno a rimanere aperti, vigili e al fianco di ogni donna che sceglie la libertà. (rcz)

 

Una piazza stracolma a Marina di Gioiosa Ionica per il sindaco Rocco Femia e il suo libro “Basta coprire i polsi”

di ANGELO LAGANÀ – Una marea di persone, non ha voluto mancare la sera del 20 agosto 2026, a largo della Torre del Cavallaro a Marina di Gioiosa Ionica, alla presentazione del libro del primo cittadino della: “Città del Sorriso”, prof. Rocco Femia: “BASTA COPRIRE I POLSI”.
Un evento straordinario che ha regalato particolari emozioni agli intervenuti per la tematica che conosciamo. Tanti i momenti salienti e importanti della serata che hanno scandito e focalizzato i motivi per i quali il prof. Rocco Femia sia stato vittima della malagiustizia. Il libro: “BASTA COPRIRE I POLSI” presenta, in copertina, una storia vera e disumana con una foto abbastanza eloquente che lo stesso sindaco ha raccontato, nei minimi particolari, facendo venire ai numerosi presenti la pelle d’oca. Edito dalla “Media&Books” che fa capo all’editore di: “Calabria.Live”, Dr. Santo Strati, è stato scritto dalla bravissima giornalista Simona Musco, seguendo, passo passo, i racconti di Rocco Femia che ha dovuto sopportare 1836 giorni di carcere.
Al salotto hanno partecipato numerose personalità che hanno raccontato particolari raccapriccianti e davvero commoventi. Ha fatto da moderatore il noto giornalista Tommaso Labate, nativo di Cosenza, ma cresciuto a Marina di Gioiosa Ionica che ha fornito i nomi delle personalità sedute al tavolo. Dopo un lungo dibattito, Rocco Femia ha firmato le dediche sul libro a tantissime persone che hanno voluto avere il volume come caro ricordo ma, soprattutto, per venire a conoscenza dei fatti che hanno lasciato le persone senza parole per come si sono svolti.
Purtroppo, il caso Rocco Femia si è ripetuto su molte altre persone che si sono ritrovate dietro le sbarre di un carcere senza conoscere i reali motivi di quei provvedimenti dovuti ad una malagiustizia che continua imperterrita a disconoscere le regole dell’etica civile. Di quella brutta storia rimane ora solo il ricordo ma, siccome la vita continua, auguro a Rocco Femia e alla sua famiglia una lunga vita perchè la giustizia, quella vera, prima o poi prende il sopravvento ed è quello che è successo a Rocco e a diversi consiglieri che avevano fatto parte della sua giunta. “BASTA COPRIRE I POLSI”, sarà presentato prossimamente in diverse metropoli dell’America, in cui risiedono molti calabresi perché quella brutta storia, di cui è stato vittima Rocco Femia, non debba più ripetersi. (al)
La foto è di Angelo Laganà

I chiodi di Bivongi: frutto di stupidità e invidia ma segnale inquietante di una società malata

I chiodi sparsi a Bivongi all’ingresso del paese, lungo la strada che porta al Mercato della Badia sono frutto di balordi (o meglio bastardi) stupidamente accecati dall’invidia e da qualche perverso sentimento di rivalsa. Al di là dei danni a  molte autovetture non ci sono state, per fortuna, conseguenze tragiche, ma la ferità inferta alla comunità (ma in realtà a tutta la Calabria) risulta davvero insanabile. Colpire un evento popolare, amato non solo dai bivongesi ma apprezzato in tutto il cirncondario, significa mostrare il nervo scoperto di una società (non solo calabrese) che ha perso il lume della ragione e del rispetto. C’è da augurarsi che vengano presto identificati i responsabili e sia inflitta una pena esemplare e possibilmente molto pesante: per le imputazioni chi indaga avrà da sbizzarrisi.

Intanto continuano i messaggi di condanna e vicinanza alla popolazione. Il Presidente del Consiglio regionale Salvatore Cirillo ha detto che «Quanto accaduto lungo la strada che conduce a Bivongi è un gesto gravissimo e inaccettabile, che ha provocato danni a numerosi automobilisti, messo seriamente a rischio l’incolumità delle persone e offeso un’intera comunità. Siamo al fianco di quanti sono rimasti coinvolti, della sindaca Graziella Zaffino e dell’Amministrazione comunale. Colpire una manifestazione storica, costruita attraverso l’impegno dell’Amministrazione, delle associazioni e di tanti cittadini, significa tentare di danneggiare un territorio che vuole crescere, farsi conoscere e creare nuove opportunità di sviluppo. La Presidenza del Consiglio regionale ha sostenuto con convinzione il Mercato della Badia, riconoscendone il valore culturale, identitario e turistico, e continuerà a essere vicina alle iniziative capaci di valorizzare le nostre comunità e le loro energie migliori».

«Ringrazio i Carabinieri e tutti coloro che sono intervenuti tempestivamente per bonificare la strada, ripristinare le condizioni di sicurezza e consentire la prosecuzione della manifestazione. Confido che le indagini possano fare piena luce sull’accaduto e individuare i responsabili di questo gesto vigliacco, che non rappresenta Bivongi, la Vallata dello Stilaro né la Calabria autentica: una terra operosa e accogliente, fatta di persone oneste che lavorano e collaborano con sacrificio e amore per la crescita della propria terra». (rrc)
(Courtesy foto StrettoWeb)

A Colosimi (CS) celebrati i 10 anni di SAI: Accoglienza incontri di cultura e percorsi di comunità

di UGO BIANCO“Dieci anni di Accoglienza: Incontri di Culture, Percorsi di Comunità” è stato il filo conduttore della giornata organizzata a Colosimi il 10 agosto 2026 per celebrare il decennale del SAI. Un progetto che ha intrecciato accoglienza, inclusione, integrazione e territorio. Gestito dalla Cooperativa Futura SCS, rappresenta da tempo parte integrante del welfare locale. Punto di riferimento per le politiche di accoglienza ed inclusione sociale. Nel corso degli anni, il SAI di Colosimi, il cui referente è Giuseppe Cosmano, ha accompagnato numerosi stranieri nel difficile percorso di integrazione nel tessuto sociale, promuovendone l’autonomia e la partecipazione. Un decennio in cui l’accoglienza non è stata solo interpretata come risposta a una necessità, ma un vero e proprio percorso di comunità, fondato sull’incontro e sulla capacità di trasformare le differenze culturali in occasioni di conoscenza e crescita reciproca.

L’evento non è stato soltanto un momento celebrativo, ma un’occasione per ripercorrere una storia fatta di persone, relazioni e percorsi di crescita, nella quale la comunità di Colosimi ha avuto un ruolo fondamentale. La manifestazione è iniziata alle ore 17.00, nella Sala Consiliare del Comune di Colosimi, con un convegno dedicato ai temi dell’accoglienza, dell’inclusione, dell’immigrazione e dell’incontro tra culture. Ad aprire i lavori sono stati i saluti istituzionali del Sindaco di Colosimi, Giovanni Lucia. Al confronto hanno partecipato il Danilo Fuscaldo, Viceprefetto di Cosenza – Area Tutela dei Diritti Civili, Cittadinanza e Immigrazione, don Rodolfo Antonio Bruschi, Parroco della Chiesa Santa Maria Assunta di Colosimi, Marianna Muzzi, Assistente Sociale dell’ATS di Rogliano e del SAI di Colosimi e Teresa Cefalì, Coordinatrice Progetto SAI. Particolarmente significativa la testimonianza di Glory Omorowa, una delle prime beneficiarie accolte nel progetto insieme alla propria famiglia nel 2016. Arrivata a Colosimi quando aveva circa tre anni, Glory è cresciuta nella comunità e oggi rappresenta un esempio concreto di come l’accoglienza possa trasformarsi nel tempo in integrazione, autonomia e senso di appartenenza. Il convegno è stato moderato da Maria Fuoco, educatrice del SAI di Colosimi, che opera all’interno del progetto sin dalle sue prime fasi, accompagnandone direttamente l’evoluzione e condividendone esperienze e percorsi delle persone accolte. La manifestazione è proseguita con l’inaugurazione del Murales del Decennale, frutto della collaborazione tra Matteo Falbo, di Gulia Urbana, e l’artista Francesca Crispino, autrice dell’opera. La creazione artistica, simbolo dell’incontro tra culture, della valorizzazione delle diversità, dell’inclusione e del senso di comunità, rappresenterà una testimonianza concreta dei dieci anni di accoglienza vissuti a Colosimi.

Alle ore 19.00, nella Chiesa Santa Maria Assunta, si è celebrata la Santa Messa dedicata ai migranti e alla memoria delle vittime delle migrazioni. Un momento di raccoglimento e riflessione sul dramma di quanti affrontano percorsi migratori difficili e, in alcuni casi, perdono la vita durante il viaggio. La serata è poi proseguita nei locali del SAI con un momento conviviale che ha riunito beneficiari, operatori, istituzioni, cittadini e ospiti. Anche la condivisione del cibo ha rappresentato un’occasione concreta di incontro tra culture e di costruzione di relazioni.

A concludere la giornata, alle ore 22.00, è stato il concerto di Cosimo Papandrea, con la musica a fare da linguaggio universale capace di superare differenze linguistiche e culturali e trasformare la celebrazione in un momento di festa e partecipazione collettiva. Il decennale del SAI di Colosimi ha celebrato non soltanto un traguardo, ma soprattutto un percorso fatto di persone, storie, relazioni e incontri. Un’esperienza nel corso della quale l’accoglienza ha saputo intrecciarsi con il territorio, trasformando la diversità in un’opportunità di conoscenza, crescita e arricchimento per l’intera comunità. Da questa esperienza nasce una prospettiva di futuro fondata sulla consapevolezza che l’inclusione non rappresenta un punto di arrivo, ma un percorso da costruire e rinnovare nel tempo, attraverso il dialogo, la partecipazione e la capacità di creare nuove opportunità di integrazione e convivenza. (ub)

Domani l’anteprima calabrese di The Sea: un film israeliano e palestinese insieme

Ci sono momenti in cui il cinema non serve soltanto a raccontare una storia. Può diventare uno spazio nel quale incontrarsi, conoscere ciò che accade oltre il proprio orizzonte e, soprattutto, provare ad ascoltare le ragioni e le vite degli altri.  È con questo spirito che, domani,  martedì 18 agosto, alle ore 20.00, nei Giardini di Torre Sant’Antonio a Santa Caterina dello Ionio, la X edizione della rassegna culturale “Uno sguardo dalla Torre” propone la proiezione di “The Sea”, film scritto e diretto dal regista israeliano Shai Carmeli-Pollak, che sarà eccezionalmente presente alla serata per incontrare il pubblico e partecipare al dialogo che seguirà la proiezione.
L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra la rassegna “Uno sguardo dalla Torre” e la Pro Loco di Santa Caterina dello Ionio, unite nella volontà di offrire al territorio non soltanto un appuntamento cinematografico, ma un’occasione di conoscenza, confronto e riflessione.

Un film israeliano e palestinese insieme

C’è un elemento che rende The Sea particolarmente significativo nel momento storico che stiamo vivendo: il film nasce dalla collaborazione concreta tra israeliani e palestinesi.
Shai Carmeli-Pollak è un regista israeliano; il produttore Baher Agbariya è palestinese e palestinesi sono gli interpreti principali e gran parte della troupe. Il Jewish Film Institute presenta infatti The Sea esplicitamente come una collaborazione tra filmmaker israeliani e palestinesi.
Non si tratta di un dettaglio produttivo, ma forse della prima chiave attraverso cui leggere il film.
In un tempo nel quale israeliani e palestinesi vengono raccontati quasi esclusivamente attraverso la guerra, il dolore e la contrapposizione, persone appartenenti a quelle due realtà hanno lavorato insieme per costruire un racconto comune.
Lo stesso Carmeli-Pollak ha spiegato come The Sea sia nato anche dai suoi incontri nei territori palestinesi e dal rapporto con persone che inizialmente potevano apparire come “nemici” e che sono poi diventate amici. Con il produttore palestinese Baher Agbariya ha quindi affrontato quella che egli stesso ha definito una produzione quasi impossibile, concependo il film come una voce di umanità, amore e compassione in un tempo segnato dalla guerra.
Ed è forse proprio qui che The Sea assume un significato che va oltre il cinema: prima ancora di raccontare la possibilità dell’incontro, quell’incontro lo ha praticato.

Il mare visto con gli occhi di un bambino

La storia parte da un desiderio semplicissimo.
Khaled ha dodici anni, è palestinese e non ha mai visto il mare.
Durante una gita scolastica dovrebbe finalmente raggiungerlo, ma a un checkpoint il suo permesso viene dichiarato non valido. I suoi compagni possono proseguire, lui deve tornare indietro.
Khaled, però, decide di non rinunciare. Parte da solo alla ricerca di quel mare che dista appena poche decine di chilometri dal luogo in cui vive. Quando suo padre Ribhi scopre che il figlio è scomparso, lascia il lavoro e parte a sua volta per cercarlo, mettendo a rischio la propria libertà e il proprio sostentamento.
È attraverso gli occhi di un bambino che checkpoint, permessi, confini e limitazioni alla libertà di movimento smettono di essere concetti astratti e diventano esperienza quotidiana.
E il mare assume progressivamente un significato diverso: non è più soltanto una destinazione. Diventa libertà, scoperta, possibilità.
Il film, vincitore di cinque Premi Ophir, tra cui quello per il miglior film, è stato scelto come candidatura ufficiale israeliana all’Oscar per il Miglior film internazionale.

La presenza del regista

A rendere ancora più importante l’appuntamento di Santa Caterina dello Ionio sarà la presenza di Shai Carmeli-Pollak.
Non ci sarà quindi soltanto la possibilità di vedere The Sea, ma quella, molto più rara, di parlare direttamente con chi questa storia l’ha scritta e portata sullo schermo.
Al termine della proiezione il pubblico potrà fermarsi, fare domande, ascoltare e confrontarsi con il regista.
A coordinare il dialogo saranno Marco Badolato, responsabile della rassegna Uno sguardo dalla Torre e proprietario di Torre Sant’Antonio, Isabella Badolato, volontaria della Croce Rossa, e il giornalista Franco Schipani.
L’obiettivo non sarà cercare risposte semplici a una realtà che semplice non è. Sarà piuttosto provare a capire come nasce un’opera realizzata insieme da israeliani e palestinesi, cosa significhi raccontare oggi questa storia e quale responsabilità possa avere il cinema nel mantenere aperto uno spazio di conoscenza tra persone e popoli che la storia sembra condannare a guardarsi soltanto come avversari.

Comunicare per non diventare indifferenti

La scelta di The Sea si inserisce pienamente nello spirito della decima edizione di “Uno sguardo dalla Torre”.
Perché comunicare non significa necessariamente essere d’accordo. Significa innanzitutto riconoscere l’esistenza dell’altro, ascoltarne la storia e provare a guardare la realtà anche da un punto di osservazione diverso dal proprio.
In un’epoca nella quale la comunicazione sembra paradossalmente produrre sempre più incomunicabilità, una rassegna culturale può avere anche questo compito: creare luoghi fisici nei quali le persone tornino a incontrarsi e le parole possano essere ascoltate prima di essere giudicate.
La collaborazione tra israeliani e palestinesi che ha reso possibile The Sea dimostra che questo spazio, per quanto difficile, può ancora esistere.
Ed è significativo che il film venga proiettato proprio nei Giardini di Torre Sant’Antonio, davanti al mare.
Lo stesso mare che per chi vive sulle coste calabresi è presenza quotidiana, orizzonte familiare, quasi scontato, nel film diventa il sogno apparentemente irraggiungibile di un bambino che vive a poche decine di chilometri da esso.
Il 18 agosto alle ore 20.00, per una sera, quel mare unirà idealmente Santa Caterina dello Ionio alla storia di Khaled.
E dopo i titoli di coda resterà la cosa più importante: la possibilità di parlarne insieme. (rcz)