RAPPORTO INPS: LA FOTOGRAFIA DI UN SUD
CHE VEDE ANCORA PARTIRE I SUOI GIOVANI

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – «Abbiamo speso circa 60 miliardi di euro per prestazioni Covid  (cassa integrazione, bonus per gli autonomi). Noi continuiamo a dire che il 65% del reddito ,di cittadinanza va al Sud, ma dimentichiamo di dire che il 70% delle prestazioni Covid sono andate al Nord». Così il presidente dell’Istituto Pasquale Tridico, alla presentazione del 21º rapporto annuale Inps. 

E l’assegnazione delle risorse per il Covid è un indicatore utile a capire quello che avviene per qualunque altra  forma di strumenti di welfare nel nostro Paese. Una voce di verità nella confusione di dichiarazioni, ma le  denunce di assegnazione di reddito di cittadinanza a criminalità organizzata o in generale a gente che non avrebbe diritto fanno sì che la levata di scudi verso questo strumento stia divenendo generalizzata.  Ma a chi dice che in un anno e mezzo hanno truffato allo Stato quasi 15 milioni di euro, ricordo che gli evasori ne sottraggono 150 miliardi nello stesso tempo.

A maggior ragione è stato criminalizzata da quando si è ritenuto abbia influito pesantemente nell’indirizzare consenso verso l’unica forza politica che lo ha difeso in modo assoluto, quel Movimento Cinque Stelle che evidentemente da esso ha ricavato un consenso generalizzato, soprattutto nel Sud.  Ma il tema è che in tal modo si butta a mare il bambino con l’acqua sporca. Infatti sono tutti a puntare il dito verso uno strumento, che si ritiene nell’immaginario collettivo dia l’opportunità a chi non vuol lavorare di farsi mantenere e che fondamentalmente porta ad indicare il Mezzogiorno come un’area di nullafacenti o perlomeno aspiranti a tale condizione.

 Si dimentica che negli ultimi 10 anni si sono trasferiti al Nord oltre 1 milione di lavoratori, per avere un progetto di futuro, che evidentemente al Sud mancava e che  quindi accusare gli abitanti di una realtà di poca voglia di lavorare, visto che sono disponibili a sradicarsi, mi pare poco generoso.

E ci vuole poco a passare dall’accusa ai percettori del reddito di cittadinanza alla generalizzazione nei confronti di un Sud che si accusa chieda soltanto di essere assistito e che non vuole assolutamente lavorare.  Le prime modifiche sul reddito cittadinanza, che portano all’esclusione da tale strumento non appena si rifiuta una seconda offerta di lavoro anche a distanza di 2000 km, fanno capire bene verso che quale direzione   si indirizzerà una possibile nuova modifica.

Sarà, se non quella di eliminarlo nei confronti di chi va dai 18 ai 59 anni, quella di sottrarre  il sussidio non appena si rifiuta la prima offerta di un posto di lavoro in qualunque parte d’Italia esso si trovi. Dimenticando che quando ci si sposta da una propria realtà ad un’altra distante, a parte il costo individuale e sociale del taglio delle radici nei confronti delle proprie origini, al depauperamento della realtà di provenienza, che peraltro ha speso risorse importanti spesso per formare gli individui, comporta la creazione di nuovi poveri, soprattutto nella prima fase, quella nella quale la remunerazione ottenuta non consente nemmeno il soddisfacimento dei bisogni essenziali dell’individuo. 

Tale riflessione è confortata dal fatto che da quando esiste lo strumento moltissimi rinunciano ad un posto di lavoro, anche a tempo indeterminato, quando questo si presenta ad una distanza tale per cui tutta una serie di costi, che magari nel luogo di residenza sono inesistenti, come quello per esempio della casa, sono invece  da affrontare.  Per cui quello che poi rimane, dopo che si è proceduto a soddisfare i bisogni essenziali, è il nulla  se non si è nella condizione addirittura di chiedere l’aiuto delle famiglie di origine. 

Ma l’altro aspetto sul quale si ha difficoltà a riflettere è quello messo in evidenza proprio dal presidente Tridico. Dimentichiamo spesso che, facendo tutti i conti e mettendo insieme tutte le risorse che vengono destinate alle diverse parti del Paese,  la spesa pro capite destinata al Sud è sempre di gran lunga inferiore di quella destinata al Nord. 

D’altra parte è ovvio che ciò accada.Tutti i sistemi di welfare, che si tratti di cassa integrazione ma anche delle pensioni quando queste non vengono calcolate, come è stato fino a poco tempo fa,  col sistema retributivo, non possono che portare a delle contribuzioni da parte dello Stato, maggiori per il Nord. Infatti, essendo per esempio il numero di pensionati di gran lunga più elevato nelle aree del Nord è evidente che portano ad una spesa  maggiore, in una discrasia tra aree territoriali, oltre che tra generazioni. 

Sia le une e le altre vengono penalizzate ovviamente da sistemi che favoriscono coloro che sono all’interno del sistema. E coloro che non lo sono, si chiamino giovani ancora non entrati nel mercato del lavoro del Nord e del Sud, ovviamente maggiormente del Sud, considerato che il lavoro è più difficilmente a disposizione in tali aree, e soggetti che nel mercato del lavoro non sono mai entrati.

Se si considera che sono circa 3 milioni nel Mezzogiorno si capisce come la distribuzione del welfare sia assolutamente favorevole alle realtà del Nord. Dimenticare poi che molti dei servizi sociali  sono  distribuiti in modo difforme nelle varie parti del Paese ci fa vedere la realtà con una lente distorta. Non avere la mensa scolastica per esempio per le famiglie è un costo ulteriore che esse affrontano, così come non avere un servizio pubblico di mobilità, come avviene in molte parti del Sud, comporta un costo aggiuntivo che spesso non viene evidenziato. 

Non è casuale infatti che vi sia grande difficoltà ad attuare perfino i livelli essenziali di prestazione in tutte le parti del Paese, che sono rimasti inattuati per parecchi anni fino ad oggi. Quindi che lo strumento vada in qualche modo corretto, laddove ha manifestato evidenti storture, è evidente. Dimenticando peraltro che il problema non è quello di fare incontrare la domanda e l’offerta di lavoro, considerato che esiste un’offerta ma non vi è la domanda.

Lo strumento, certamente di civiltà,  va aiutato  da controlli adeguati che evitino che lo abbiano  coloro che non ne hanno diritto. Ma evidenziare continuamente le risorse che vengono destinate ad esso, dimenticando che vi è un welfare complessivo a favore prevalentemente del Nord, è un modo  distorto di raccontare la realtà. (pmb)

L’APPELLO DI BONOMI E OCCHIUTO DA RC:
«CHIEDIAMO IL RIGASSIFICATORE A GIOIA»

Dall’Assemblea di Unindustria Calabria, a Reggio, che ha visto la partecipazione di presenza del presidente di Confindustria Carlo Bonomi, emerge chiaro il problema energetico nella regione, con tutte le sue contraddizioni. Il presidente della Regione Roberto Occhiuto non le manda a dire, a proposito del progetto (scellerato) di attuare l’autonomia differenziata che, nel fare felici le regioni settentrionali, penalizzerà tutto il Mezzogiorno. «Sulla questione energia – come ho detto anche a Capri, facendo una battuta sull’autonomia differenziata che vogliono molti presidenti del Nord – dobbiamo fare riferimento a quello che è scritto nella Costituzione, e cioè che i livelli essenziali delle prestazioni, i diritti, devono essere assicurati con uniformità in tutto il territorio nazionale. E quando la capacità fiscale delle Regioni non è sufficiente a farlo, allora interviene la perequazione. Se dopo la perequazione c’è qualche Regione che ha capacità fiscale ulteriore, ben venga per queste Regioni la possibilità di dare ulteriori servizi ai cittadini».

«Perché – ha detto Occhiuto – il tema dell’autonomia differenziata e delle risorse prodotte nelle Regioni non deve valere pure per l’energia? In Calabria produciamo il 42% di energia da fonti rinnovabili. Se aggiungiamo anche l’idroelettrico e altre fonti non fossili, abbiamo una produzione di energia pulita superiore al consumo dei calabresi. La Lombardia produce il 13% di energia da fonti rinnovabili. Allora, vogliamo farlo il federalismo differenziato? Facciamolo anche sull’energia, stabiliamo che se una Regione ha investito sulle rinnovabili è giusto che i cittadini e le imprese ne abbiano vantaggio. Perché se non rendiamo conveniente questo investimento è difficile che si inducano i decisori politici a sviluppare le rinnovabili. Quindi dobbiamo creare un rapporto tra ciò che si produce in termini di rinnovabili e ciò che è beneficio per la cittadinanza».

Se il rigassificatore di Gioia Tauro – ha aggiunto il Presidente Occhiuto trovando concorde Bonomi – l’avessero fatto 7 o 8 anni fa, oggi il tema dell’energia ci sarebbe, ma non sarebbe così grave, perché quel rigassificatore avrebbe prodotto un terzo del gas che noi prima importavamo dalla Russia. Su questa cosa, noi, il governo regionale, ma anche Unindustria e il presidente Bonomi, siamo intervenuti mesi fa, prima che il problema dell’energia fosse così gigantesco». Quindi Occhiuto e Bonomi insistono sulla necessità di realizzare al più presto il rigassificatore a Gioia Tauro.

«Ho parlato – ha detto Occhiuto – con Cingolani il quale dice, giustamente, che un rigassificatore galleggiante si fa in sei mesi per cui ora, siccome il tema è l’autonomia in tempi brevi, il rigassificatore galleggiante è un intervento da preferire rispetto al rigassificatore terreste che potrà essere realizzato in 4 anni. Quello che sta succedendo oggi ci dovrebbe insegnare che il tema dell’autonomia e dell’indipendenza energetica noi l’avremo anche fra 3 o 4 anni. Allora il rigassificatore io lo chiedo con forza al governo e sono contento che insieme a me lo chieda anche Confindustria, anche perché connesso all’intervento sul rigassificatore c’è la piastra del freddo che ci potrebbe consentire di sviluppare davvero l’area retroportuale di Gioia Tauro attraverso un grande distretto dell’agroindustria. La nostra Regione potrebbe diventare l’hub di un grande distretto dell’agroindustria di tutto il Mezzogiorno, di un distretto che comprenderebbe dalla Campania fino alla Sicilia. Si tratta di un investimento strategico per l’Italia».

Il presidente di Confindustria Bonomi ha espresso con convinzione la posizione degli industriali a proposito del Mezzogiorno: «C’è stata una interpretazione al voto del 25 settembre che ha dato una correlazione univoca che è quella che nel Sud basta incrociare i dati del reddito di cittadinanza con l’elettorato per capire qual è il modello di sviluppo che vuole il Sud. Tutti dicono quindi che il Sud è assistenzialista. Anzi, che su questo punto serve ancora più spesa pubblica. Per me è un errore capitale. Basta con questa narrazione». Il Sud – secondo Bonomi – non chiede come ricetta unica assistenzialismo, ma semplicemente ci si aggrappa se è l’unica ricetta che si propone. Se non diamo un altro modello, un altro progetto di sviluppo, non cambierà nulla. Lo chiederemo al prossimo Governo rispetto al Mezzogiorno. Serve una strategia che vada oltre i progetti finanziati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Serve una strategia di medio-lungo periodo che addirittura vada oltre questa legislatura. Un piano, almeno decennale, per lo sviluppo del Sud, fatto per risorse per scuola, Università, di affiancamento delle reti territoriali di ricerca, che esistono già.
«Chiederò al nuovo Governo – ha rimarcato il capo degli industriali italiani – che si costituisca una squadra non di politici, ma di persone con speciali competenze per un progetto che definirei ItaliaSud 2032. Basta con l’idea che il Mezzogiorno si possa sviluppare solo con l’assistenzialismo. Ci sono delle grandi eccellenze. In Calabria non manca nulla, cultura, storia, Università. Le grandi imprese si sviluppano accanto alle grandi università. C’è tutto per far bene e noi non accetteremo che non ci sia l’idea di un piano di sviluppo ItaliaSud 2032. E qui, come nel resto d’Italia c’è un grande ceto imprenditoriale, tanto che nel prossimo Cda del Cnel indicheremo come rappresentante di Confindustria il presidente di Unindustria Calabria Aldo Ferrara».

All’Assemblea di Unindustria Calabria (che si è svolta al Museo archeologico nazionale di Reggio, dove sono custoditi dei Bronzi, ha introdotto il tema “Destinazione Calabria” il presidente degli industriali reggini ing. Domenico Vecchio. Il dibattito è stato moderato dal giornalista Piero Gaeta della Gazzetta del Sud. (rrc)

 

DISABILITÀ E SCUOLA: IN CALABRIA MOLTI
I PROF DI SOSTEGNO NON SPECIALIZZATI

di GUIDO LEONE – Il tema della disabilità continua ad essere uno dei più difficili da affrontare nel nostro sistema scolastico, nonostante l’integrazione scolastica degli alunni con disabilità costituisca da tempo un punto di forza del nostro sistema educativo. L’attuale assetto di strumenti e pratiche che garantiscono l’inclusione di tutti gli alunni nelle scuole italiane è il frutto di una stratificazione normativa lunga decenni. Un percorso complesso, fatto di piccoli passi e di grandi balzi in avanti.

Tuttavia anche se esiste una normativa che esige la piena inclusione scolastica, sono evidenti e persistenti da tempo varie criticità di non poco conto, dalla insufficiente assistenza in classe alla presenza di barriere architettoniche, alla carente formazione degli insegnanti di sostegno, agli inadeguati e talvolta assenti servizi  di supporto, che  le varie indagini nazionali evidenziano impietosamente.

Incremento degli alunni disabili in Calabria

Nel frattempo nelle scuole italiane aumenta di anno in anno  il numero degli alunni disabili. Quest’anno gli alunni disabili negli istituti italiani di ogni ordine e grado statali sono 290.089, sul una popolazione scolastica di 7.286.151 allievi. L’incremento è di 12.249 unità rispetto all’anno scorso. La presenza dei minori è concentrata per lo più nella scuola primaria: 110.060. Seguono la secondaria di II grado con 84.003, la secondaria di I grado con 76.475, la scuola dell’infanzia con 19.551. Nell’anno scolastico 2015-2016 gli allievi disabili erano in tutto 216.452 a conferma del trend di continua crescita.

Anche in Calabria  si registra un incremento continuo, con 502 scolari in più rispetto all’anno precedente.

Nella nostra regione gli allievi in questione sono così distribuiti: scuola dell’infanzia 680, primaria 3992, media di primo grado 2.161, scuole superiori 3.177. Gli allievi portatori di handicap nelle scuole della provincia di Reggio Calabria sono in tutto 3.062, 204 in più rispetto all’anno scolastico precedente, così distribuiti: 168 nelle scuole dell’infanzia, 980 nella primaria, 787 nella media di primo grado, 1.127 nelle superiori.

Area del sostegno: i docenti

Aumenta, al contempo, il contingente dei docenti di sostegno: questa figura è molto importante non solo per il processo formativo dell’alunno disabile, ma anche per promuovere il processo di inclusione scolastica. Sempre secondo dati ministeriali al 6 settembre u.s. nell’anno in corso i posti di sostegno risultano in totale 186.205. In Calabria i posti di sostegno risultano 7.725.  Si prendono cura ogni giorno di bambini e ragazzi con i disturbi più disparati. Certo non tutto è positivo, nel senso anche che troppi docenti, almeno il 40% del totale, sono ancora precari.

L’ultimo report del Miur pone l’accento su una criticità ben nota: la stragrande maggioranza degli insegnanti di sostegno oggi non è in possesso della specializzazione. Per essere più chiari, dieci anni fa per il sostegno venivano impiegati nel 40% dei casi supplenti non specializzati e nel restante 60% dei casi insegnanti di ruolo con specializzazione sul sostegno. Oggi le percentuali sono invertite: in 6 casi su 10 ad affiancare un alunno con disabilità è un insegnante senza preparazione specifica.

Gli insegnanti specializzati sul sostegno, poi, hanno un vincolo di permanenza sulla cattedra dedicata alla disabilità di durata quinquennale. Trascorsa questa data molti docenti lasciano per transitare su disciplina curricolare. Ogni anno sono oltre 5mila  i docenti di sostegno ce chiedono il passaggio. Con la conseguenza che non poche sono le ripercussioni sul  benessere dell’alunno con disabilità che ,invece, ha diritto a un insegnante competente e stabile nel tempo.

Quello della continuità didattica, perciò, resta un obiettivo che il Governo dovrà assolutamente affrontare.

Il dettaglio delle tipologie della disabilità

Entrando nel dettaglio delle tipologie di disabilità, occorre distinguere fra disabilità visiva, uditiva e psicofisica. La disabilità psicofisica si specifica in disabilità intellettiva, motoria e nella tipologia “altra disabilità”, all’interno della quale vengono considerati gli alunni con problemi psichiatrici precoci, con disturbi specifici di apprendimento – qualora certificati in conformità con altri disturbi – e con sindrome da deficit di attenzione e iperattività (Adhd). Per tutti gli ordini e gradi di scuola, la disabilità intellettiva rappresenta la tipologia più diffusa, contando il 69,5 % del totale degli alunni con disabilità, e il 27% si caratterizza per problemi psichiatrici, deficit attenzione, iperattività.

Minori sono le percentuali degli alunni che hanno una forma di disabilità motoria, visiva o uditiva: gli alunni con disabilità motoria sono circa il 2,8% del totale, gli alunni con disabilità uditiva sono circa l’1,9% del totale e gli alunni con disabilità visiva si approssimano all’1,3 % del totale degli alunni con disabilità. 

Analoga situazione è riscontrabile per l’anno in corso nella provincia di Reggio Calabria dove prevale la minorazione psicofisica. 

Nell’infanzia i disabili psicofisici sono 162, più due della vista e quattro dell’udito. Nella primaria i disabili psicofisici risultano 964, della vista 7 e 9 dell’udito. Nella secondaria di I grado gli allievi con minorazione psicofisica sono 757, dell’udito 18 e della vista 12. Anche nelle scuole superiori la prevalenza riguarda i disturbi psicofisici con 1.079 presenza,seguono i minorati dell’udito 27 e della vista 21.

Aumentano gli alunni con DSA e Bisogni Educativi Speciali (BES) 

Per tutti gli ordini di scuola la percentuale di alunni con DSA sul totale alunni frequentanti le regioni meridionali sono molto basse, rispettivamente pari all’1,9% per la scuola primaria, al 3,3% per la scuola secondaria di I grado e al 9,7% nella secondaria di II grado. Nel dettaglio delle singole regioni, i valori più elevati si rintracciano in Liguria e Valle d’Aosta con l’8% di alunni Dsa sul totale dei frequentanti nell’a.s. 2019/2020 e rispettivamente l’8,4% e l’8,3% nell’a.s. 2020/2021.  Sempre dal rapporto del Miur si registra che, come già registrati negli anni precedenti,   le percentuali più contenute sono presenti in Calabria, con l’1,6%.

Entrando nel dettaglio delle tipologie di disturbo, nell’a.s. 2020/21, il focus ministeriale rileva 198.128 alunni con dislessia, 99.769 con disgrafia, 117.849 con disortografia e 108.577 con discalculia.

In termini di composizione percentuale, i disturbi più diagnosticati sono quelli di dislessia, pari al 37,8% del totale, seguiti dai disturbi di disortografia con il 22,5%, dai disturbi di discalculia e di disgrafia, rispettivamente con il 20,7% e il 19% del totale.

Il tema dell’inclusività a scuola riguarda anche gli alunni che necessitano della predisposizione di un percorso didattico personalizzato avendo disturbi specifici dell’apprendimento, patologie importanti, ma non sufficienti per avere una certificazione riconosciuta (disturbi evolutivi specifici), oppure quanti provengono da contesti socio-culturali svantaggiati o alunni stranieri che non conoscono la lingua e la cultura italiana. 

In Italia, gli alunni che presentano un Bisogno educativo speciale che non rientri in quelli normati dalla L. 104 rappresentano quasi il 9% degli alunni iscritti. Più della metà sono alunni con disturbi specifici dell’apprendimento (53%); l’altra quota più importante è rappresentata dallo svantaggio socioeconomico, linguistico, culturale (35%). 

L’attenzione rivolta ai Bisogni educativi speciali è aumentata progressivamente con la crescita di questo fenomeno dovuta alla più attenta osservazione dei ragazzi da parte di docenti e genitori, alla maggiore riconoscibilità, rispetto al passato, di molti disturbi che interferiscono con l’apprendimento e all’aumento di studenti provenienti da altri Paesi.

Non c’è dubbio, la legislazione italiana in tema di diritti delle persone con disabilità e, in particolare, l’inclusione scolastica, rimane tra le più avanzate al mondo, tuttavia i livelli di attuazione delle norme e di erogazione dei servizi nelle diverse realtà del nostro Paese sono ancora troppo eterogenei,

Con l’evolversi delle politiche d’inclusione, il campo d’intervento si è esteso nel 2010 anche a chi ha difficoltà di apprendimento (DSA, ad esempio i dislessici) e nel 2012 ai cosiddetti bisogni educativi speciali (BES), studenti che incontrano forme di disagio psicologico, sociale o linguistico, anche temporanee, fra i quali i giovani stranieri. Per i disabili certificati il modello italiano è fondato sull’insegnante di sostegno, che collabora con i docenti curricolari di materia, per i quali la normativa prevedrebbe la corresponsabilizzazione nel percorso inclusivo. DSA e BES non hanno, invece, insegnante di sostegno.

L’ultimo rapporto Istat sull’inclusione scolastica mette in evidenza una serie di criticità, non ultime l’inadeguata edilizia scolastica con le sue persistenti barriere, la modesta integrazione fra didattica e tecnologie, l’emarginazione dalle attività scolastiche sia in aula che fuori, sia nelle gite. Per non parlare, come già detto, della continuità didattica gravemente insufficiente, e poi, della inesistente formazione specifica per la gran parte dei docenti di sostegno.

L’obiettivo della piena inclusione degli allievi con disabilità, DSA e BES non sembra essere adeguatamente realizzato.

Intanto,positiva è la recente notizia che i Ministeri dell’Interno e per le Disabilità con decreto apposito hanno stabilito i criteri di riparto del Fondo pari a 100 mln di euro per l’assistenza all’autonomia e alla comunicazione degli alunni con disabilità e il piano di riparto a favore dei comuni per l’anno 2022. Sono 337 le amministrazioni calabresi interessate per un ammontare di 2.834.154 euro. Per quanto riguarda le risorse appannaggio di province e città metropolitane, che saranno veicolate dalle regioni, una ipotesi di riparto nel decreto di Ministero per le Disabilità e per gli Affari regionali prevede per la Calabria la somma di 4.379.593 euro.

A questo si aggiunge il fondo del Piano regionale per il diritto allo studio per l’a.s. in corso che sarà assegnato ai Comuni per predisporre negli istituti scolastici il servizio di assistenza specialistica in tema di disabilità.

Piano reso operativo in questi giorni dall’Assessorato regionale all’Istruzione. (gle)

NUOVE ASSUNZIONI E STABILITÀ IN SANITÀ
È LA “MANOVRA D’AUTUNNO” DI OCCHIUTO

Una politica per il personale del servizio sanitario della Calabria. È questa la Manovra d’autunno del presidente Roberto Occhiuto, che vuole essere «la prima traduzione pratica delle politiche che la Regione intende mettere in campo per accrescere in via immediata e strutturale, la dotazione di capitale professionale delle strutture sanitarie».

Una vera e propria manovra progettata nel corso dell’estate 2022, e che è stata predisposto da Azienda Zero, ente di governance della sanità calabrese, con la collaborazione del Dipartimento regionale Tutela della Salute, e che è stato illustrato dal commissario di Azienda Zero, Giuseppe Profiti.

Gli interventi previsti sono di due tipi: i primi, di carattere strutturale, «finalizzati a incrementare la dotazione di risorse professionali del sistema sanitario, in modo stabile e con effetti permanenti nel medio-lungo periodo», i secondi, invece, sono di carattere contingenti, «rivolti ad assicurare, nel breve periodo, risorse professionali aggiuntive da impiegare in modo flessibile per assicurare il mantenimento dei livelli dei servizi essenziali, in attesa degli effetti sul sistema generati dalle misure di carattere strutturale».

Tornando agli interventi strutturali, è previsto il consolidamento delle dotazioni di risorse professionali in essere nel 2022 attraverso l’avvio delle procedure di stabilizzazione del personale sanitario (comparto e dirigenza) e la copertura del turn over 2022 nella misura del 100%.

È previsto, anche, il reclutamento aggiuntivo delle figure professionali mediche e delle altre professioni sanitarie per le funzioni di emergenza ospedaliera e territoriale e per le specialità di elezione nelle aree maggiormente caratterizzate dalla mobilità passiva (cardiovascolare, oncologia, ortopedia, urologia).

Dunque, sono 2.589 le unità di personale del comparto, tra tecnici, OSS, infermieri, e 1.044 figure dirigenziali che sono coinvolti in questo processo di stabilizzazione, che saranno suddivise per la stabilizzazione di 740 unità del personale del comparto, mentre sono 135 le figure professionali. Per quanto riguarda il consolidamento del turn over e potenziamento delle funzioni di emergenza/elezione/territorio, è previsto per 1819 unità del personale del comparto e 909 unità di figure dirigenziali.

Tutto questo si svolgerà attraverso l’attivazione di procedure concorsuali a livello centrale di Regione Calabria con successiva assegnazione sulla base dei fabbisogni aziendali; attivazione di procedure concorsuali da parte delle singole aziende sulla base di linee guida di indicazione regionale; attivazione di procedure concorsuali da parte delle aziende (procedura di autorizzazione con silenzio/assenso).

Per quanto riguarda le procedure consorsuali a livello aziendale di consolidamento e stabilizzazione e la procedura consorsuale unitaria a livello regionale per figure professionali funzione emergenza, queste saranno attivate entro ottobre 2022, mentre in una finestra che va da ottobre a dicembre 2022, saranno attivate quelle a livello aziendale per figure professionali e fabbisogni specifici finalizzati al potenziamento delle attività.

«Gli interventi di carattere straordinario – si legge nel dossier – previsti nella manovra d’autunno hanno lo scopo di salvaguardare i livelli dei servizi essenziali scemando, in quanto a rilievo e portata, al crescere degli effetti dalle procedure di reclutamento ordinarie».

Due gli obiettivi da raggiungere: diversificare i livelli di remunerazione dell’attività lavorativa resa all’interno delle funzioni sanitarie quali l’urgenza/emergenza e altri settori critici (anestesia e rianimazione, terapie intensive); diversificare e accrescere i canali di reclutamento delle figure professionali attraverso il ricorso a: Figure mediche in formazione specialistica compatibilmente ai vincoli previsti dalla normativa vigente; Figure medico specialistiche in possesso di qualifica professionale conseguita all’estero.

Una novità importante, è la proposta di legge che prevede delle indennità aggiuntive, che possono arrivare fino a 100 euro l’ora, che saranno destinate ai medici dell’emergenza urgenza, anestesia e rianimazione, terapie intensive.

A rafforzare questa manovra d’autunno, la recente proposta di legge inerente le prestazioni aggiuntive dei medici, che è stata approvata in Commissione Sanità, presieduta dal consigliere regionale Michele Comito.

La proposta di legge, che porta la firma della consigliera regionale Pasqualina Straface, è un provvedimento normativo che affiancherà gli altri contenuti nella cosiddetta “manovra d’autunno” illustrata dal governatore Roberto Occhiuto – in qualità di commissario ad acta, unitamente al Dipartimento della Salute – che porterà a circa 3.500 stabilizzazioni nel comparto sanitario tra medici, infermieri, oss e figure dirigenziali.

L’obiettivo della legge è quello di garantire i livelli essenziali di assistenza nelle unità operative di Anestesia e Rianimazione e nei Pronto soccorso ospedalieri prevedendo misure straordinarie finalizzate anche a ridurre il ricorso alle esternalizzazioni nel reperimento del personale medico per le prestazioni aggiuntive.

«Lo stanziamento ha una previsione di spesa importante nei tre anni – ha spiegato Comito entrando nel dettaglio dell’articolato normativo – per permettere ai medici, che lo vorranno, di effettuare prestazioni aggiuntive in quei reparti che si trovano maggiormente in difficoltà. In tal modo saremo in grado di garantire una presenza prolungata, rispondendo al contempo alle istanze provenienti dagli stessi medici».

La legge inoltre prevede la possibilità di impiego anche per gli specializzandi dell’Università di Catanzaro che prestano già servizio con contratto a tempo determinato.

«Le misure messe in campo dalla Regione Calabria – ha proseguito il consigliere Comito – ci permetteranno di avviare quel rilancio tanto atteso da tutti i calabresi. Per farlo, il primo passo da compiere è proprio quello di puntare sulle risorse umane. E lo faremo non soltanto con le stabilizzazioni, ma anche con i nuovi concorsi per postazioni a tempo indeterminato, grazie ai quali potremo contare su un incremento di dotazione organica all’altezza dei bisogni dell’utenza».

«Su questo non possiamo non rilevare come il presidente Occhiuto – ha concluso – stia dimostrando un netto cambio di passo e di approccio ai problemi, improntato su quel pragmatismo che è il segno distintivo di questa amministrazione regionale».

Insomma, un pacchetto ambizioso quello presentato dal commissario ad acta, che vuole risollevare e far rinascere la sanità calabrese, e che arriva subito dopo l’importante accordo siglato con la Guardia di Finanza volto a «rafforzare la collaborazione tra le parti ai fini dello svolgimento delle attività dirette al contrasto delle violazioni in danno degli interessi economici e finanziari connessi all’attuazione del piano di rientro dai disavanzi del servizio sanitario».

«In questi mesi le Aziende sanitarie provinciali e le Aziende ospedaliere, con il supporto di Azienda Zero, hanno lavorato per perseguire un grande obiettivo: siamo al rush finale, ed entro la fine del 2022 vogliamo sapere l’entità del debito della sanità calabrese, per poter tracciare finalmente una linea, ripianare i creditori e ripartire con un governo della sanità che possa mettere in campo anche programmazione e investimenti», ha spiegato Occhiuto in conferenza stampa.

«Avevo detto ancor prima di diventare governatore che avrei chiesto, per questa impresa – ha ricordato il Governatore – il contributo fattivo della Guardia di Finanza, e ringrazio il Corpo per la sensibilità istituzionale dimostrata e per la disponibilità a questa per noi fondamentale collaborazione».

«La Guardia di Finanza avrà carta bianca nell’affiancarci in questa operazione – ha concluso – chi deve avere crediti è bene che si faccia avanti, e la Regione corrisponderà quanto dovuto, ma pretendiamo trasparenza e non ci saranno tempi supplementari. Anche su questo tema in Calabria la musica è cambiata». 

CHI SARÀ IL FUTURO MINISTRO PER IL SUD?
SERVE UNA SQUADRA SE SI VUOL FARE BENE

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Basta un Ministero per il Sud? I nomi che si stanno facendo sui possibili candidati a tale ministero fanno nascere molti interrogativi. Ma d’altra parte esperienze precedenti relative a tale Ministero e alla sua capacità di incidere sugli assetti complessivi e sulle decisioni di un Governo non é che siano state esaltanti. 

Ma anche supponendo che la professionalità che sarà scelta sia di altissimo livello ed abbia la volontà di incidere pesantemente su un progetto complessivo di eliminazione delle differenze economiche sociali e di completamento dell’acquisizione di uguali diritti di cittadinanza possiamo pensare che tutto ciò sia sufficiente? Per spiegare meglio sembra ormai assodato, ma certamente i dati ce lo confermano, che i paesi nella nostra realtà siano due. 

Per reddito pro capite, per addetti in agricoltura rispetto al totale, per insufficienza del settore manifatturiero, per numero di presenze turistiche per abitante, per povertà, per reddito di cittadinanza rispetto alla popolazione complessiva, per tasso di disoccupazione ed ancor più per tasso di occupazione, per infrastrutturazione e potremmo continuare con tutti gli indicatori caratterizzanti una realtà economica e sociale.

Ed  allora non é strano che  si chieda che le politiche necessarie per le due parti del Paese siano completamente diverse. Per esempio l’agricoltura del Nord è in una fase verticalizzata e con prodotti di altissimo livello. Necessita di procedure di difesa dei marchi, di attenzione agli inquinamenti dei suoli dovuti all’utilizzo di molta concimazione, di agevolare la penetrazione dei prodotti nei mercati mondiali.

Il Mezzogiorno si trova in una fase ancora arretrata, nella quale sono prevalenti le colture  estensive, con uno spreco di territorio enorme e col bisogno di investimenti importanti per trasformare una coltura povera, che non riesce ad acquisire il valore aggiunto dei prodotti, che vende nella fase iniziale prima della trasformazione, in produzioni  da paese industrializzato nel quale la trasformazione diventa prevalente. 

Le problematiche relative al turismo rispecchiano esattamente i temi sollevati dall’agricoltura. Da un lato realtà che hanno bisogno di contenere le presenze: parlo di Venezia, di Firenze ma anche di Roma e dall’altra parte un’area che fa solo 80 milioni di presenze quanto il solo Veneto e che avrebbe bisogno di una politica opportuna di moltiplicazione degli arrivi e di potenziamento delle strutture, con l’attrazione di investimenti dall’esterno dell’area.

Anche il ministero delle infrastrutture prevede due approcci differenti, perché da un lato abbiamo la esigenza di una manutenzione di un patrimonio importante esistente: il caso del ponte di Genova ne è una dimostrazione precisa. Dall’altro invece le infrastrutture non ci sono e quindi bisogna adoperarsi per fare in modo che finalmente tutto il territorio sia collegato.

E parlando di ponte, un’impresa talmente importante innovativa e complicata, che vi sia  un ministero apposito che se ne occupi non é ridondante.  Non dimenticando  i porti, che prevedono nel Sud la loro  messa a regime, vedasi Gioia Tauro e Augusta, mentre i porti di Trieste Genova hanno bisogno di reggere alla concorrenza mondiale con un potenziamento adeguato.

Ma anche il Ministero per gli affari regionali potrebbe essere suddiviso in due parti,  in maniera tale da capire perfettamente come le autonomie differenziate possano influire su una parte del territorio e sull’altra. E si potrebbe continuare con il Ministero del lavoro e quello dello Sviluppo Economico, considerato che una parte ha bisogno di attenzione rispetto ai processi di ristrutturazione e di potenziamento dell’industria 4.0. 1 o2, mentre l’altra deve crearla l’industria manifatturiera e ha bisogno di un’attenzione alle Zes particolarmente determinata. 

In realtà se i paesi sono due é naturale che avrebbero bisogno di due governi. Ed uno dei motivi per cui le divaricazioni non si ricompongano é anche dovuto al fatto che vi è una gestione unica per problematiche differenti.

E poiché la gestione del Paese è prevalentemente nordista, ovviamente il Governo si occupa delle problematiche della locomotiva, sperando che alla fine questa trascini tutto il resto, come però non è più avvenuto dall’unità d’Italia. Casi analoghi al nostro, come per esempio quello della ex Cecoslovacchia, hanno dimostrato che là dove parti distanti e  lontane per sviluppo si siano separate hanno avuto accelerazioni non indifferenti, tanto che nel caso della Slovacchia essa ha recuperato negli ultimi  anni il 30% del reddito pro capite rispetto alla Repubblica Ceca.  Se non è pensabile né auspicabile che il nostro Paese abbia una divisione che metta in discussione l’unità nazionale è certamente opportuno però che le distorsioni dei processi amministrativi vengano corrette, magari istituendo dipartimenti  separati all’interno gli stessi ministeri, che lavorino in competizione virtuosa, evitando che gli interessi di una parte sopraffacciano  quelli dell’altra.

È evidente che un Ministero per il Sud, senza portafoglio, e con le armi spuntate possa fare poco rispetto a ministeri importanti come quello dell’Economia o dello Sviluppo  Economico, se questi ultimi hanno indirizzi diversi ed obiettivi divergenti rispetto alla ricomposizione dei divari. Una divisione delle competenze con ambiti territoriali più individuati potrebbe portare ad una maggiore equità nelle decisioni. Potrebbe per esempio fare in modo che i grandi eventi non si svolgano solo in una parte, potrebbe monitorare l’informazione pubblica per evitare che essa sia strabica verso una parte.

Pur comprendendo che un tale nuovo assetto comporterebbe una rivoluzione interna ai ministeri non si può non rilevare come una situazione così complicata, come quella del mancato sviluppo del Sud, non può essere affrontata con interventi sporadici e non sistemici. 

Ma che abbia bisogno di un vera  regia complessiva che finora non c’è stata e di cui si sente un’esigenza estrema. Tranne che non si voglia dire che le parole utilizzate sulla centralità del Mezzogiorno non siano che sfoghi di vento, come peraltro ormai è accertato. E che una vera volontà di affrontare il problema e di risolverlo in realtà non ci sia. (pmb)

(Courtesy Il Quotidiano del Sud / L’Altravoce dell’Italia)

ALTA VELOCITÀ E ALTA CAPACITÀ DI RETE
E NESSUN MIRACOLO PER LE FS CALABRESI

di DOMENICO MAZZA – Il dibattito pubblico relativo la futura linea AV SA-RC ha chiarito che non si prospettano cantieri imminenti in Calabria. 

Del resto fu chiaro sin dal primo webinar alla presenza dell’Amministratore Delegato di RFI che, rientrando nella pianificazione PNRR solo la tratta Battipaglia-Romagnano (Campania), tempistiche e modalità di finanziamento di tutto quanto posto oltre il prospettato tracciato, sarebbero state rimandate ben oltre la data ultima di esecuzione del Pnrr. 

Forse un’affrettata campagna comunicativa, forse non aver ponderato bene le tempistiche di esecuzione dell’infrastruttura (alludo a tutta l’opera e non già ad un piccolo segmento), con ogni probabilità sono state offerte troppe aspettative senza la giusta ponderazione temporale di realizzazione dell’opera. Ma tant’è. 

Non a caso, in tempi non sospetti, avviai una riflessione sulla necessità di velocizzare l’attuale linea jonica a fronte di investimenti molto contenuti. Oggi è assodato che tutto quanto riguarderà la AV, per la Calabria, è argomento da rimandare oltre il 2029. E tale pianificazione temporale riguarderà l’apertura dei cantieri relativi alla dorsale tirrenica. Diventa quindi preponderante, nell’attesa che la futuribile linea veloce arrivi a Tarsia (non è ancora chiaro se da Praia o da Lagonegro), pensare a interventi che nell’immediato futuro possano permettere all’area dell’Arco Jonico di immaginare un domani. 

Abbiamo la certezza, però, che entro il 2026 la velocizzazione AVR (alta velocità di rete fino a 200km/h) raggiungerà lo Jonio sulla sponda lucana. Dovrebbe essere un imperativo, quindi, per la politica nostrana, cercare sistemi che facilitino il percorso da e per Sibari-Metaponto.

La riconnessione verso Metaponto di quanto posto a sud e fino a Crotone acquisisce maggior valenza atteso che l’ambito lucano, a progetto ultimato e con velocizzazione della bretella Tito-Auletta, disterà da Roma poco più di 3h. Viepiù, la predisposizione dei deviatoi verso l’interno nei pressi di Corigliano-Rossano e Scanzano Jonico, con immissione diretta sulle linee per Paola e Potenza, velocizzerebbero il percorso dal Capoluogo pitagorico verso la Capitale.

Dal dibattito pubblico è altresì emerso che sarebbe molto più proficuo pensare alla nuova linea solo in funzione del transito passeggeri e non già in ottica alta capacità (trasporto merci). D’altronde le merci potrebbero continuare a viaggiare sulle attuali direttrici tirreniche e joniche (nel segmento Paola-Sibari-Bari), già ottimizzate al trasporto di cui sopra. 

Tale opzione consentirebbe un risparmio notevole sui costi di costruzione dell’opera (25milioni circa a km a fronte dei 60 previsti per una linea AV-AC). 

Quanto risparmiato consentirebbe di mettere seriamente mano ad un sostanziale cambio del paradigma per la linea ferrata posta a sud di Sibari, dove si potrebbero immaginare una serie di opere funzionali atte a migliorarne la fruibilità. Dalla predisposizione di uno scalo merci per il trasporto dei prodotti agricoli ad una nuova stazione per Corigliano-Rossano in posizione baricenteica e funzionale alle esigenze del previsto centro direzionale della città. Dal collegamento dei due porti alla linea ferrata ad un tracciato alternativo della linea dalla vecchia stazione di Isola di Capo Rizzuto verso lo scalo Pitagora. Ed, ancora, una nuova fermata per servire la nota località turistica de Le Castella. 

Nella pianificazione del prossimo Por ’21-’27, 32 miliardi raggiungeranno il Sud Italia. Una cifra mai vista prima e che sarà assegnata seguendo le medesime prerogative dei fondi di Recovery. 

Le prelazioni, quindi, dovrebbero prediligere i territori rimasti indietro rispetto al Sistema Italia e, come dichiarato dal Ministro alle infrastrutture, particolare riguardo dovrà essere riservato alle opere ferroviarie.

Non abbiamo più scuse, quindi. Bisogna muoversi ed alla svelta. Le Amministrazioni joniche dovranno pungolare Rfi affinché si lavori sui progetti per essere al passo con i tempi. Solo così il Mezzogiorno e, soprattutto, l’Arco Jonico potranno uscire dall’atavico ritardo accumulato negli anni per aprirsi all’Europa. (dm)

LA SALUTE MENTALE SIA UN’OPPORTUNITÀ
LA CALABRIA DIVENTI “LA CITTÀ CHE CURA”

di GIUSEPPE FOTI – La giornata mondiale della salute mentale, fissata al 10 ottobre di ogni anno e riconosciuta a livello internazionale dal 1992, dovrebbe e… dev’essere un momento di scambio, riflessione e soprattutto motivo di… opportunità.

Rompere con il passato, dove i manicomi avevano una posizione di centralità, è un dovere di tutti. Questo può solo avvenire a partire da una lettura profonda e attenta dei cambiamenti in atto, tenendo sempre come punto di riferimento la persona nella sua complessità, nei suoi bisogni e nei suoi diritti.

Scrivere o parlare di disagio mentale non è stato mai facile perché, parlare di follia, è un tabù che il più delle volte scade nel paternalistico, causa dell’assistenzialismo in auge oggigiorno.

Il modello classico di trattamento, imposto dall’alto, vede la società cosiddetta “normale” imporre modelli sempre più orientati a forme d’intervento e tecnicismi clonali e omologanti.  

L’inclusione, parola molto in voga anche in politica, nell’intendimento generale non contempla la reciprocità e quindi non considera il disagio mentale come una modalità dell’essere umano di stare al mondo.

Con queste prerogative esistenti, l’inclusione mostra tutta la sua inefficacia con evidenti squilibri di potere, che hanno condotto sempre più il concetto di cura verso una costante involuzione.

L’aspetto sociale che riguarda ogni persona con disagio mentale viene spesso sottovalutato o messo in ombra dall’approccio medico-organicista che, per deformazione e costituzione deontologica, vede solo la malattia da curare e quasi mai la persona.

La visione medica ha da tempo condizionato la narrazione comune, impossessandosi di ogni ambito sociale, politico, culturale e linguistico, trasformando la persona con disagio mentale e il cittadino con diritti, passatemi il termine dialettale, in “malateddu”.

Con questo non voglio assolutamente criticare la medicina, sarebbe alquanto stupido e lontano dal mio pensiero, ma ritengo che tutte le discipline legate alla disabilità dovrebbero collaborare e percepire l’altro come pari e non considerare la disabilità esclusivamente da un punto di vista funzionale, questo può avvenire solo facendo appello all’incertezza del “nostro sapere”.

La persona con disagio mentale, considerata da sempre più sotto un profilo (non veritiero) della pericolosità sociale, viene stigmatizzata e istituzionalizzata a difesa di una società dei sani che ha paura solo di scoprire nella follia le proprie contraddizioni e fragilità.

La deistituzionalizzazione, come superamento concettuale del legame malattia-pericolosità, passa da politiche sociali che si battono contro la solitudine e l’isolamento, a favore dei diritti dei singoli cittadini, senza discriminazione.

Oggi, come uomo e operatore psichiatrico, sento sempre più il bisogno di parlare, di proporre, di prendere posizione, pur non sostenuto per via di un clima generale di rassegnazione o deleteria incuranza, soprattutto nel nostro territorio e nell’ambiente sociale locale, ormai in macerie per politiche assurde e complicità di convenienza. 

Bisognerebbe ritornare a quel concetto di comunità (la città che cura) e all’umanizzazione delle pratiche, da cui in passato sono scaturiti cambiamento e ricostruzione, partendo dall’ascolto e dal confronto. Tutte belle parole, mi viene da pensare, che si scontrano di fronte ad un ambiente sociale, politico e culturale frammentato e discontinuo al quale non voglio e non dovremmo rassegnarci.

La cultura della salute mentale ha difficoltà a trovare cittadinanza in un contesto territoriale come il nostro, dove la politica dei posti letto la fa da padrona, dove ancora ci si considera solo alternative al manicomio senza mai fare il passo successivo. Dove il paradigma medico è dominante con termini come “struttura”, “paziente”, “diagnosi”, “pericolosità”, “aggressività”, etichettando la complessità umana e cercando di risolverla racchiudendola indistintamente in contenitori concettuali.

Ringrazio chi ha avuto la gentilezza di pubblicare e leggere questo articolo, rimanendo speranzoso e disponibile a qualsiasi confronto che abbia l’intento di approfondire i temi trattati e soprattutto di passare dalle parole ai fatti. Il sociale e la psichiatria soprattutto, reggina e calabrese, hanno bisogno di pragmatismo e di uscire dall’involucro stagnante in cui sono relegati.

Vorrei che si riprendesse a contrastare le discriminazioni, insieme e partendo da quel movimento fatto da pazienti, famiglie, operatori e cittadini, che in passato ha reso l’Italia simbolo della rinascita della prassi psichiatrica mondiale. Avere la possibilità di incontrarsi e discutere non è una perdita di tempo, come taluni affermano, ma è il punto di partenza prezioso da cui inizia qualsiasi percorso formativo e di cambiamento. (gf)

PARTE LA XIX LEGISLATURA, 24 I CALABRESI
E OCCHIO ALL’AUTONOMIA DIFFERENZIATA

di SANTO STRATI – Prende il via oggi la diciannovesima legislatura, si aprono Camera e Senato col primo, fondamentale, adempimento, quello di eleggere i presidenti dei due rami del Parlamento. Si tratta delle più rilevanti cariche dello Stato, dopo il Presidente della Repubblica, e ci si aspettava che il centro-destra, vincente nella coalizione che si è presentata alle urne il 25 settembre, avesse già da tempo individuato le figure (di prestigio) cui far convergere i voti delle due assemblee. A tarda sera, secondo voci abitualmente bene informate, c’era ancora maretta e nessuna intesa sui nomi e già questo la dice lunga sul tipo di governo che gli italiani dovranno aspettarsi.

Giorgia Meloni ha vinto le elezioni e con la vagonata di voti popolari presi è legittimata a ricevere l’incarico di formare il nuovo esecutivo. Il problema non è la Meloni, ma sono gli alleati, rissosi e amareggiati (soprattutto Salvini) che non sembrano disposti a fare sconti ai Fratelli di Giorgia nella spartizione delle caselle del potere. Mentre Berlusconi si mostra tutto sommato aperto e disponibile per sostenere senza preclusioni di sorta un esecutivo guidato dalla Meloni, Salvini, in queste ore, si sta giocando la sua stessa sopravvivenza alla guida della Lega. Il suo braccio di ferro (già svantaggiato) con la Meloni riguarda la messa in discussione della sua leadership tra i padani e i nuovi elettori del Sud. I primi guardano con molto scetticismo alle aperture e ai sorrisi elargiti da Salvini al Mezzogiorno e agli “incauti” elettori meridionali che si sono lasciati incantare; gli altri, dal Sud, cominciano a subodorare che le lusinghe meridionaliste del segretario della Lega in realtà nascondevano un grande inganno. La parola magica si chiama autonomia differenziata, ovvero il federalismo fiscale basato sulla spesa storia delle regioni: chi più ha speso più prende, i “poveracci” del Sud poveri erano e poveri resteranno, con una feroce discriminazione negli investimenti e nella perequazione dei diritti dei bambini e delle donne, dei giovani e dei lavoratori che subiranno ancora di più i perversi risultati del divario nord-sud, destinato ad diventare sempre più ampio.

Il fatto è che il futuro governo a presumibile guida Meloni  (il presidente Mattarella non può ignorare l’evidente indicazione popolare) pare entrato in crisi prim’ancora di aver ricevuto l’incarico. La Meloni si è resa immediatamente conto in che guaio s’è cacciata (vista la drammatica condizione economica e sociale del Paese) ma ha fatto prevalere la voglia di rivalsa, l’ambizione di essere incoronata prima donna premier in Italia, sulla considerazione  che se ha avuto problemi Draghi a contenere il disagio sociale, non sarà una passeggiata per il futuro governo mettere mano contemporaneamente al caro bollette, alla guerra, all’inflazione, al lavoro che non c’è e a un debito pubblico ormai senza più freni. La prima verifica riguarda la composizione del nuovo governo: prevarrà il criterio delle competenza, della capacità e dell’esperienza o, disgraziatamente, prevarranno – come al solito – le ragioni dell’opportunismo politico, per “pagare” le solite “cambialette”  della campagna elettorale? Se la Meloni vuole governare adeguatamente non faccia l’errore di assegnare ministeri secondo il criterio di appartenenza, ma si imponga subito con scelte che potranno dare spessore all’esecutivo. La formula magica esiste ed è un composto di rigore morale misto a competenza e capacità: gli italiani non ci credono, ma ci sperano.

Certamente sarà un esecutivo da togliere il sonno al futuro premier: se ci fossero risorse finanziarie a sufficienza, beh, i problemi si potrebbero anche affrontare, ma la prima domanda che dovrà farsi il futuro presidente incaricato sarà: “dove troviamo il denaro necessario?”.

Per questo un’elezione (concordata) a primo colpo per i due presidenti di Camera e Senato sarebbe stato un buon segnale per il Paese, per rassicurare gli animi su un’intesa (di centro-destra) che potrebbe (e dovrebbe) garantire stabilità, soprattutto per superare la crisi. Invece, come già detto, ieri sera si parlava di un’auspicabile elezione entro la giornata di oggi del Presidente del Senato (La Russa?) mentre per la Camera ci sarà un po’ di maretta prima di trovare un accordo. Non è una buona partenza, pur con un’opposizione rassegnata già prima delle elezioni a contare sempre meno e obbligata a raccogliere i cocci di una fallimentare strategia di consenso.

Ricordiamoci che l’ex premier Conte ha vinto (perdendo per strada buona metà dei voti conquistati nel 2018) solamente facendo un uso spregiudicato del populismo più vieto: messa da parte la pochette da taschino e levata la giacca s’è improvvisato (con successo, bisogna dire) novello Masaniello tutto teso e proteso a difendere il reddito di Cittadinanza. “O votate noi o perdete la prebenda di fine mese”: più o meno questo è stato il  leit-motiv della campagna di un Movimento 5 Stelle che tutti davano pronto a scomparire. È stato abile Conte, ma il suo gioco – opposizione intransigente, promette – alla lunga si scontrerà non solo col malcontento popolare ma anche su i tanti ex parlamentari grillini “abbandonati” e illusi. 

Chi avrebbe scommesso che i grillini avrebbero preso quattro seggi in Calabria, facendo diventare la regione un formidabile e incredibile serbatoio di voti? Eppure è così. 

E allora questa nuova legislatura (XIX) avrà il suo daffare per rasserenare i tumultuosi affanni degli italiani e muoversi tra troppe contraddizioni che rischiano di separare in modo netto il Nord e il Sud. Il riferimento, è evidente, è il provvedimento più volte tentato dalle tre regioni del Nord (Emilia, Lombardia e Veneto) ma regolarmente (per fortuna!) stoppato in Parlamento: questa volta, però, l’autonomia differenziata la vogliono sul serio e Salvini – aizzato da un ritrovato (ripescato?) Umberto Bossi si trova a giocarsi il consenso delle ricche regioni settentrionali, di quelli che votavano la Lega Nord e rivogliono tale parola sul simbolo al posto del nome di Salvini. Ma si giocherà la credibilità del Sud e tutto il Parlamento dovrà fare salti mortali per impedire il varo di una legge-infame che interpreta a uso e consumo del Nord il titolo V della Costituzione.

Del resto la truppa dei parlamentari calabresi di 19 tra deputati e senatori, in realtà è composta da 17 “nativi” (il magistrato Scarpinato è stato paracadutato da Palermo e la Roccella da Bologna), ma è rimpolpata da tre deputati di origine calabrese eletti in altri seggi:  Antonino Iaria dei 5 Stelle, architetto eletto in Piemonte, Giusy Versace, ex deputata di Forza Italia, orgogliosamente reggina, eletta in Lombardia,  e lady B (Marta Fascina) attuale compagna di Berlusconi, originaria di Melito Porto Salvo, deputata uscente, rieletta a Marsala. In più ci sono Nicola Carè (eletto all’estero) che è di Guardavalle (CZ), e, al Senato l’ex presidente del Senato (che ha sangue calabrese per parte di padre), Mario Borghese (deputato uscente del Maie) e, soprattutto, il prof. Marco Lombardo (di Martone, RC), eletto al Senato con Azione, in Lombardia. Un drappello che, pur avendo la Calabria nel cuore (?) non avrà la forza di fare molto. Ma non è detto…

A seconda di come sarà composto il futuro Governo di Giorgia Meloni, ci sono due caselle di sottogoverno che fanno gola ai calabresi: alla Sanità punta Giuseppe Mangialavori (senatore uscente e aspirante viceministro), ma soprattutto medico senologo che ne capisce di scienza, mentre il posto lasciato vacante da Dalila Nesci (non rieletta) di sottosegretario per il Sud e la coesione territoriale sembra fatto su misura per la vulcanica Wanda Ferro. Sarebbe una bella rivincita per i calabresi. E a suggello servirebbe alle infrastrutture un visionario che pensi a realizzare il Ponte… (s)  

NEL SUD C’È L’ENERGIA CHE SERVE AL PAESE
DAL SOLE DAL VENTO, DAI RIGASSIFICATORI

di PIETRO MASSIMO BUSETTA –  Il Mezzogiorno batteria dell’Italia. Che poi si può tradurre: il Paese ha  deciso di far diventare il Sud la batteria del Nord. Enrico Giovannini lo ha dichiarato in modo esplicito, ma il presidente di Confindustria Bonomi ha fatto il suo viaggio nel Sud per sostenere questa tesi. 

Sarebbe  stupido da parte dei meridionali dire di  no, in una sindrome da Nimby sempre in agguato. Perché non approfittare della nostra insolazione e del nostro vento per fare impianti  solari ed eolici e diventare la batteria dell’energia del Paese?

É giusto che in una collaborazione virtuosa tra le varie parti ognuno contribuisca alla sviluppo del Paese. Ma attenti perché anche in questo ci può essere quel trucco che viene utilizzato quando si tratta con le parti colonizzate. Sappiamo tutti che il Mezzogiorno ha fame di posti di lavoro, che ha un desiderio di una industrializzazione che lo pervade, perché vede in tale processo la possibilità della creazione di quell’occupazione  che consenta ai propri figli di non emigrare, né di ricorrere a quello strumento mortificante che é la richiesta del reddito cittadinanza.

Negli anni ’60 questo desiderio, sempre presente, è stato soddisfatto localizzando l’industria pesante, parlo dell’Ilva di Taranto, della acciaieria  di Bagnoli o degli impianti di raffinazione di Gela, di Pozzallo, di Milazzo che sono stati costruiti illudendo la popolazione che in tal modo sarebbe stato dato un lavoro ai propri residenti.

In realtà i posti di lavoro creati sono stati molto pochi, perché quelle localizzate erano attività ad alta intensità di capitale e a bassa intensità di manodopera. Di contro hanno lasciato una percentuale di tumori nelle realtà coinvolte, particolarmente elevati oltre che una devastazione del territorio, alcune volte come a Gela a ridosso delle mura puniche.

In realtà un Paese con un manifatturiero come quello del Nord, oltre che con una diffusione dell’auto di massa, aveva bisogno di energia e quindi di raffinare il petrolio che arrivava sui nostri territori e   la cosa più semplice fu quella di localizzare tali impianti in una parte del Paese che aveva poca capacità di distinguere gli specchietti per le allodole dai brillanti, e che peraltro avendo una costa così lunga frontaliera dell’Africa era in grado di procedere a tale compito con facilità. 

Quello che accade quando scoperta l’America i colonizzatori spagnoli e portoghesi portavano agli indigeni specchietti che loro non conoscevano ed in cambio si facevano dare brillanti dei quali erano ricchi. 

Adesso il rischio che si ripeta quel rito che ci riguardò negli anni ’60 è molto alto. Cioè che si dica che localizzare gli impianti eolici, solari o i rigassificatori nel Sud sia un modo per costruire un sistema industriale opportuno. Bene vogliamo mettere in chiaro che il Sud può contribuire insieme a tutto il Paese alle energie rinnovabili o anche ad ospitare i rigassificatori, ma non si vede il motivo per cui le pale eoliche, o i campi di impianti solari, che certo non migliorano il paesaggio, possano essere messe sulle colline siciliane o sul tavoliere delle Puglie o sugli Appennini e non possano essere piazzate invece anche sulle Alpi, o i rigassificatori non siano distribuiti per tutto il Paese.

Bene bisogna che ogni realtà regionale possa essere autonoma rispetto all’energia che consuma e nel caso invece si debba ricorrere a quella di regioni diverse, che queste siano indennizzate per il servizio che compiono nei confronti del Paese. Perché deve essere chiaro a tutti che gli impianti che creano energia sono un peso per le realtà che le accolgono che devono essere compensate in qualche modo.

In particolare in un periodo come quello che viviamo in cui la richiesta di autonomia differenziata da parte di alcune regioni del Nord ci fa capire come ognuno porta avanti i propri interessi, dimenticando in modo assoluto quel senso di unità nazionale che invece viene richiamato, da Bonomi in primis, quando al Paese forte serve imporre alla parte più debole l’accondiscendenza alle proprie esigenze. Contemporaneamente non bisogna farsi prendere la mano dall’urgenza di fare presto, legittima ma pericolosa, per consentire alcune loro localizzazioni che non hanno alcun senso. 

Parlo di quel rigassificatore che si vorrebbe costruire in una zona ex industriale di Porto Empedocle, a pochi chilometri dalla Valle Dei Templi, in un porto profondamente vocato ad ospitare le navi crociere oltre che ad essere il terminale per quel distretto turistico che dovrebbe comprendere, insieme ad Agrigento, la scala dei turchi e le isole Pelagie.   

E non bisogna dimenticare mai che un rigassificatore a regime impiega poco meno di 100 unità quando un albergo di 400 posti letto ne impiega 200. 

Ciò non vuol dire che i rigassificatori non vanno costruiti perché in futuro, ma anche già adesso, ne avremo estremo bisogno. Ma non dire che la loro localizzazione non va fatta in base ad una individuazione dell’azienda che lo vuole costruire che é  più attenta al risparmio di costi che  può avere, quanto a localizzarli laddove i territori sono già compromessi e quindi un ulteriore impianto non costituisce grave danno alle altre economie esistenti nelle aree.  

Ne è necessario che profeti improvvisati e mai visti si presentino al Sud per venderci come opportunità quelle che invece sono solo esigenze legittime, ma da considerare più prezzi da pagare che incassi da ricevere. Il  Sud non chiede soltanto di essere interlocutore adulto del sistema Paese, ma pretende di non essere considerato area coloniale nella quale catapultare, oltre che  i paracadutati della politica,  profeti per convincere i più riottosi della bontà di progetti della cui esigenza sono portatori le aree più industrializzate. 

Sarebbe il caso che fosse chiaro a tutti che il Sud si è tolto l’anello dal naso e che non è più disponibile a contemporaneamente essere considerato un tumore da tagliare e da fare affondare da solo,  ma contemporaneamente anche un’area in cui localizzare tutto quello che serve, certo non la Intel che si tengono stretta in Veneto.  O da cui estrarre giovani formati a cui non dare opportunità in loco e invece far trasferire nelle realtà sviluppate, in un gioco al massacro che vede una desertificazione demografica, processo che precede l’impossibilità di un cambiamento necessario. (pmb)

INFRASTRUTTURE: ECCO LE 12 PRIORITÀ
PER UN VERO SVILUPPO DELLA CALABRIA

Strade, ferrovie, Porti e Aeroporti. Sono queste le priorità individuate da Unioncamere Calabria nel Libro Bianco delle priorità infrastrutturali della  Calabria, volto a contribuire a disegnare una strategia di medio-lungo periodo sullo sviluppo infrastrutturale regionale.

Un documento che «racconta a l’impalcatura infrastrutturale regionale, la viabilità e il trasporto delle persone e delle merci, mettendo in evidenza l’attuale dotazione e i desiderata a cui le imprese non sono più disposte a rinunciare» e che «non rappresenta una sterile elencazione delle incompiute quanto una doverosa analisi da cui partire per programmare interventi di rilancio puntuali e qualificati da consegnare ai decisori politici per l’assunzione di policy responsabili ed al sistema economico e produttivo per l’attrazione di investimenti», ha detto il presidente di Unioncamere Calabria, Antonino Tramontana.

Il documento è stato presentato di fronte a circa 200 partecipanti, nel corso dell’evento promosso da Unioncamere Calabria e dalle Camere di commercio  calabresi con il supporto tecnico-scientifico di Uniontrasporti nell’ambito del Programma Infrastrutture,  Fondo di Perequazione 2019-2020 di Unioncamere nazionale. 

Tra i macro obiettivi, l’Ente ha individuato tre priorità, ossia: superare la marginalità geografica migliorando i collegamenti “veloci” con il resto del Paese, con l’Europa e il mondo ed il relativo livello di intermodalità: sviluppo dell’Alta Velocità ferroviaria ed efficientamento dei sistemi aeroportuale e portuale; Potenziare la mobilità interna ottimizzando i collegamenti stradali e ferroviari tra le due coste, con i territori più interni e in direzione nord-sud, per permettere l’agevole fruizione del territorio, senza dimenticare la connettività digitale e, infine, puntare a un sistema dei trasporti più sostenibile rafforzando o l’intermodalità e l’integrazione dei servizi, riducendo la dipendenza dal «tutto strada» a favore delle modalità più green (ferrovia e autostrade del mare) ed aumentando il livello di servizio offerto a turisti, residenti e imprese.

«Lo sviluppo economico, politico e sociale di un territorio – ha evidenziatoTramontana – non può prescindere da un adeguato ed evoluto sistema di collegamento infrastrutturale materiale e immateriale. È prioritario riconoscere che la realizzazione di infrastrutture determina una creazione di valore e impatta fortemente sulla crescita economica di un territorio generando, a cascata, ricadute positive per effetti sia diretti che indiretti. Si pensi, ad esempio, all’incremento della produttività degli attori economici che ne usufruiscono, alla promozione della concorrenza e della cooperazione, all’aumento del PIL e non da ultimo alla creazione di posti di lavoro».

Per Tramontana, infatti, «occorre compiere un passo importante, scrivere un’agenda di sviluppo infrastrutturale della Calabria, creare sinergie istituzionali con il Governo regionale, il comparto associativo, le organizzazioni sindacali, gli ordini professionali, il mondo dell’Università e della Ricerca e mettere a sistema le risorse disponibili. Il sistema camerale regionale, rappresentato da Unioncamere e Camere di commercio calabresi, e supportato dalla società in house Uniontrasporti, detiene un notevole patrimonio di competenze tale da consentirgli di giocare un ruolo di primo piano per lo sviluppo infrastrutturale e per la ripresa dell’economia della regione».

Quella proposta, dunque, è un’analisi lucida «sul potenziale infrastrutturale della Calabria, in ascolto e insieme ai principali portatori d’interesse territoriali, attraverso valutazioni di contesto e attingendo ai fondi d’investimento dedicati, si potrà realmente sostenere e rilanciare la crescita e la competitività del sistema imprenditoriale regionale».

Il documento, infatti, individua 12 opere prioritarie di livello sovraregionale/regionale, ossia: Alta velocità Salerno-Reggio Calabria; Linea jonica Sibari-Melito Porto Salvo e trasversale Lamezia Terme-Catanzaro Lido: adeguamento e velocizzazione; SS 106 Jonica: ammodernamento; A2 Autostrada del Mediterraneo: completamento e messa in sicurezza; Linea Metaponto-Sibari-Bivio Sant’Antonello: potenziamento; Linea Rosarno-S. Ferdinando: adeguamento PRG dei due impianti; Porto di Gioia Tauro: potenziamento; Porto di Gioia Tauro: miglioramento accessibilità stradale; Sistema aeroportuale regionale: potenziamento e miglioramento accessibilità; SS 182 Trasversale delle Serre: completamento; Sviluppo della portualità turistica e commerciale e Ciclovia Magna Grecia: realizzazione tratti mancanti.

Andando a livello locale, il Libro Bianco ne ha individuate 11 di opere prioritarie che, se realizzate, porteranno a un concreto contributo allo sviluppo dei territori. Si tratta della messa in sicurezza della SS 107; del completamento della Strada del medio Savuto-Piano Lago – Marcellinara; del completamento della ss 182 (in località Vibo-Pizzo), svincolo A2 di Sant’Onofrio; messa in sicurezza della Strada Mare-Montagna (SS 522 Tropea–Angitola e SS 110 Angitola-Serra San Bruno);5 Galleria di attraversamento al centro abitato di Vibo Valentia e collegamento Mare; completamento della Pedemontana della piana di Gioia Tauro; completamento della strada Bovalino-Bagnara; la realizzazione del collegamento Gallico-Gambarie; Bonifica siti contaminati (SIN) di Crotone, finalizzata ai lavori di collegamento tra porto vecchio e porto nuovo; ammodernamento e adeguamento SS 504 Mormanno-Scalea e ammodernamento e adeguamento della SS 283 della strada delle Terme Luigiane.

Andando ancora più nel dettaglio e sulle opere che interessano a livello regionale, lo studio propone delle schede in cui viene spiegata l’opera. Parte con l’AV Salerno-Reggio Calabria, indicandola come una infrastruttura di rilevanza internazionale, il cui stato è in «fattibilità tecnico-economica».

«L’intervento programmato prevede la realizzazione di un’infrastruttura in nuova sede, allontanarsi dalle dorsali esistenti, con parametri prestazionali che assicurino lo sviluppo del traffico passeggeri veloce, ma anche il potenziamento del trasporto merci, in adduzione al porto di Gioia Tauro. L’intera linea è stata divisa in 6 lotti funzionali, per un costo complessivo stimato di quasi 26 miliardi, che dipenderà dal tracciato scelto durante la fase di progettazione. In aggiunta, è previsto il raddoppio della linea esistente Cosenza-Paola/S. Lucido (attraverso la nuova galleria Santomarco), finalizzato a potenziare il collegamento tra la linea adriatica e quella jonica, sia per il trasporto passeggeri che merci. Nel PNRR sono previsti finanziamenti per 11,2 mld e la conclusione entro il 2026 della tratta di 35 km tra Battipaglia e Romagnano, in Campania. Per velocizzarne la progettazione e successiva realizzazione è stato individuato un commissario straordinario (Vera Fiorani, RFI). Sulla linea storica è previsto un upgrading infrastrutturale e tecnologico, per un investimento di 400 mln €, completamente disponibili».

Ma quali sono i benefici? Oltre a quello di ridurre di 80 minuti i tempi di percorrenza tra Roma e Reggio, facendolo diventare di 3 ore e 40 minuti, viene evidenziato quello che consentirà di sviluppare nuovi traffici viaggiatori lungo l’asse nord-sud della penisola, a beneficio anche dei collegamenti da e per la Sicilia, accelerando dinamiche di crescita economica, sociale e turistica. Il vantaggio economico misurato in Italia rispetto ai servizi passeggeri ad AV è di circa 1% di Pil di incremento in più all’anno.

Un’altra opera e che è stata oggetto di dibattito, è la statale 106, indicata come opera di rilevanza sovraregionale. L’infrastruttura, che si sviluppa lungo la fascia jonica per 491 km, «necessita di una riqualificazione complessiva a nell’intero tratto calabrese per poter assolvere in sicurezza al ruolo di asse di penetrazione nella regione in direzione nord-sud e per migliorare l’accessibilità dei centri urbani dell’entroterra, in questa parte di territorio in generale poco fornito di infrastrutture adeguate ai tempi e alla domanda».

«Ad oggi – si legge nella scheda – sono in corso di realizzazione i lavori del 3° megalotto, tra Sibari e Roseto Capo Spulico (1.335 mln € finanziati), che dovrebbero essere ultimati entro il 2026. Il tracciato in variante della tratta Crotone-Catanzaro (1.500 mln €), presenta ad oggi il finanziamento di 220 mln € sul Fondo Sviluppo e Coesione per la realizzazione del primo stralcio funzionale (Crotone-Cutro). Il progetto di fattibilità tecnico-economica della tratta Sibari-Crotone, nella prospettiva tendenziale di strada a 4 corsie, risulta completato a febbraio 2022; entro la fine dell’anno è invece prevista la conclusione dello studio progettuale della tratta sino a Reggio Calabria. Altri finanziamenti potrebbero arrivare grazie alla richiesta avanzata di inserimento della parte mancante della SS 106 nella proposta di revisione della Rete Transnazionale dei Trasporti (Ten-t), il cui esito sarà noto ad inizio 2023».

Benefici: miglioramento degli standard di servizio, innalzare il livello di sicurezza con costi e tempi sostenibili, riducendo nel contempo l’impatto ambientale dell’infrastruttura e determinando una ricaduta economica immediata sul territorio.

Per il Porto di Gioia Tauro, opera di rilevanza sovraregionale, il documento ha evidenziato come sia opportuno che le risorse destinate al nodo calabrese vengano spese in fretta, «con una tempestiva realizzazione degli interventi, per giungere quanto prima agli obiettivi prefissati in fase di programmazione, anche in termini di rete Ten-T».

Tra l’altro, nel documento viene evidenziato come il Porto sia destinatario di tre interventi del Pnrr a sostegno del suo sviluppo, che prevedono il completamento della banchina di ponente lato nord; potenziamwnto urbanizzazione dell’area industriale; elettrificazione della banchina Ro-Ro, intervento pilota di Cold Ironing, che punta alla riduzione dell’impatto ambientale sulle attività portuali attraverso la riduzione dell’inquinamento atmosferico e acustico. Previsti, poi, dall’Autorità di Sistema Portuale altri interventi necessari alla crescita e alla diversificazione delle funzioni del porto.

Sempre sul porto, viene poi ricordato che, sempre col Pnrr, saranno finanziati due interventi stradali ritenuti sostenibili, proprio perché a supporto dell’intermodalità. Si tratta di due opere che andranno a migliorare l’accessibilità stradale del porto di Gioia.

Ma non esiste solo il Porto di Gioia Tauro. «Emerge – viene rilevato nel documento – una scarsa valorizzazione dei porti regionali e importanti carenze dotazionali e funzionali, che ne vanificano le potenzialità. È necessario valorizzare i nodi esistenti e garantire collegamenti efficaci con le infrastrutture terrestri, stradali e ferroviarie».

Il Libro Bianco, dunque, ribadisce che «sia sul fronte commerciale che su quello turistico, servono infrastrutture potenziate, fondali adeguati e collegamenti con l’entroterra validi. Ma soprattutto il mondo economico calabrese chiede una visione integrata e coordinata del sistema portuale, che superi i frazionamenti e la competizione tra nodi vicini e che supporti uno sviluppo sostenibile, economico e sociale del territorio».

«Nel Piano Operativo Triennale dell’AdSP dei Mari Tirreno Meridionale e Ionio – viene spiegato – sono previsti progetti per lo sviluppo del porto di Crotone, finalizzati alla riqualificazione dell’area ex Sensi e allo sviluppo della crocieristica. A Vibo Valentia sono stati finanziati i lavori di riqualificazione delle banchine Pola, Buccarelli, Tripoli e Papandrea, mentre è in dirittura di arrivo l’approvazione dell’adeguamento tecnico funzionale del Piano Regolatore Portuale di Corigliano Calabro. Per il porto di Taureana di Palmi è previsto il completamento della banchina di riva e la riqualificazione dell’area portuale. Per i porti di Reggio Calabria e Villa San Giovanni, ricadenti sotto la circoscrizione dell’AdSP dello Stretto, il PNRR ha previsto finanziamenti per, rispettivamente: l’adeguamento e il risanamento della banchina Margottini; il risanamento strutturale della banchina scivolo 0, la realizzazione di una nuova banchina per i mezzi veloci e di un terminal passeggeri».

A proposito del Sistema aeroportuale regionale, Unioncamere ha evidenziato come «nel 2021 il sistema aeroportuale calabrese ha trasportato circa 2 mln di passeggeri, in calo del 44% rispetto al dato pre-pandemico, ma in crescita del 73% rispetto al 2021. Allo stato attuale, il sistema aeroportuale calabrese risulta scarsamente integrato con il sistema complessivo dei servizi e dei collegamenti interni alla regione. Un fattore cruciale per il rilancio e lo sviluppo di questo sistema è l’aumento dell’accessibilità delle aerostazioni, attraverso collegamenti che integrino i servizi aerei con il trasporto terrestre, in particolare quello ferroviario, per ampliare l’area servita e la qualità dell’esperienza dei utenti. Nel Piano industriale di sviluppo aeroportuale approvato a marzo 2021 dalla società di gestione dei tre scali calabresi (S.A.CAL. spa) è previsto uno sviluppo delle infrastrutture, nonché una trasformazione nel modello di business».

Quali gli interventi? Per Lamezia Terme, è prevista la realizzazione e di un nuovo terminal (costo stimato di 50 mln €, con mix di risorse pubbliche e private), da ricavare nell’area del terminal merci e senza interagire con l’attuale aerostazione; per Reggio Calabria interventi mirati a migliorare e riqualificare le strutture di volo, il terminal, la gestione dei bagagli e la sicurezza; per Crotone, infine, ampliamento dell’aerostazione e costruzione di nuovi hangar presumibilmente da destinare al ricovero di mezzi aerei antincendio.

Interventi che, se saranno portati a termine, porteranno benefici ai cittadini, ai turisti e al sistema economico. Per questo, «è necessario rafforzare – viene evidenziato – le infrastrutture aeroportuali e la loro accessibilità terrestre, anche per favorire nuovi insediamenti produttivi destinati all’innovazione e allo sviluppo di nuove tecnologie in ottica sostenibile; potenziare i servizi di trasporto delle merci; diversificare l’offerta commerciale, sulla base degli effettivi bacini di utenza dei diversi scali».

Accanto a tutte queste priorità, Unioncamere Calabria, tuttavia, ha ricordato che bisogna monitorare «in maniera costante i manufatti infrastrutturali esistenti (soprattutto quelli datati) e di conseguenza procedere ad una rigenerazione e manutenzione ordinaria e straordinaria delle risorse in essere, da effettuare in maniera programmata, innovativa e coordinata, in modo da incidere il meno possibile sulla normale circolazione»; «snellire le procedure di approvazione dei progetti, apportando innovazioni organizzative e autorizzative, eliminando le frammentazione e sovrapposizioni delle responsabilità del sistema pubblico, le possibili controversie e le regole poco chiare per giungere ad una cantierizzazione rapida delle opere».

E, ancora, «completare, in tempi rapidi, le opere già cantierizzate, per superare le difficoltà di circolazione dovute ai cantieri e giungere all’utilizzo del nuovo sistema di trasporto progettato; potenziare i collegamenti dell’ultimo miglio, spesso difficoltosi per le imprese, in termini di tempo, agendo anche con piccole infrastrutture che migliorano le criticità e i colli di bottiglia puntuali; migliorare la sicurezza delle strade e delle ferrovie esistenti, a partire da una buona progettazione, perseguendo standard europei per la gestione efficiente dei servizi di trasporto, come i sistemi di segnalamento ferroviario».

Insomma tutte azioni che, accompagnate da attività di sensibilizzazione, informazioni, confronto e condivisione con il territorio per aumentare la sensibilità e la consapevolezza di cittadini e operatori, sulle problematiche dei trasporti, potrebbe portare a realizzare una Calabria che non è più isolata, ma è il centro del Mediterraneo e del Sud.