PONTE, INCAUTO “SCIVOLONE“ DI BOCCIA:
MA È IL PD A DIRE CHE NON SI DEVE FARE?

di ROBERTO DI MARIA – Lasciano a dir poco perplessi la dichiarazioni di Francesco Boccia, (PD) rilasciate durante in una intervista a Radio Immagina, una webradio a diffusione nazionale: «Non venga in mente a nessuno di togliere le risorse da una finalità e spostarle su un’altra. Non si tolgono le risorse dalla transizione ecologica per metterla sul Ponte sullo Stretto, per dire una cosa nemmeno tanto a caso. Su questo niente scherzi, patti chiari e amicizia lunga». 

La prima considerazione, a caldo, è che questo Ponte sullo Stretto sia diventata veramente un’ossessione, per il partito di Boccia. 

Una sorta di mostro da tirar fuori all’occorrenza, per lisciare il pelo alla parte più estremista del proprio schieramento politico, contrario, da sempre, alle Grandi Opere, di cui il Ponte è l’emblema più significativo. Un simbolo da ostacolare in ogni modo, come ci hanno chiaramente dimostrato le iniziative dei Ministri delle Infrastrutture degli ultimi due governi, esponenti del Pd o ad esso riconducibili.

Ma quello che ci meraviglia di più è il tono dell’ultimatum, degno di miglior causa.

In particolare, ci risulta incomprensibile la conclusione ”patti chiari, amicizia lunga”. 

Qualcuno avverta Boccia, che il suo partito è all’opposizione, ovvero in una condizione in cui parlare di “amicizia” peraltro “lunga”, appare quanto meno fuori luogo. Ed è pertanto incomprensibile che venga messa in dubbio un’amicizia che non ha motivo di esistere, a meno di clamorosi accordi sotterranei, ignoti non solo a chi scrive, ma anche agli stessi iscritti del PD.

Nel merito, ovviamente non ci risulta nulla di vero in quello che vuol far credere l’esponente dem, ovvero che il governo mediti di finanziare il Ponte togliendo risorse alla transizione ecologica. 

Appare, casomai, come l’ennesimo tentativo di offuscare l’immagine dell’Opera, sulla quale è stato detto di tutto, soprattutto a sinistra. Concentrandosi sull’aspetto che può destare maggior sdegno: il danno ambientale.

Peccato che Boccia ed i suoi suoi colleghi di partito dimentichino che proprio sotto il profilo ambientale la realizzazione del Ponte porterebbe con sé indubbi vantaggi. Innanzitutto per la drastica riduzione del traffico navale tra una sponda e l’altra, con abbattimento di tutte le emissioni inquinanti: per la sola CO2 è stata stimata una riduzione di 140.000 tonnellate l’anno pari al 93% di quella attuale. Ma sarebbe soltanto l’effetto più immediato.

Come è noto, le merci dalla Sicilia al continente e viceversa viaggiano quasi esclusivamente su gomma. Infatti, la necessità di traghettare i treni pone praticamente fuori mercato il trasporto delle merci su ferro, a causa dell’incidenza sui costi delle operazioni di sbarco ed imbarco. Occorre, inoltre, fare i conti con il limitato numero di traghetti disponibili e di approdi sulle due sponde.

Non a caso, il trasporto merci su ferro è ormai pressoché scomparso dalla rete ferroviaria siciliana, essendo limitato alla tratta Messina-Bicocca che conta una o due coppie di treni al giorno. 

La presenza del Ponte e l’eliminazione della “rottura di carico” dello Stretto, comporterebbe il trasferimento su ferrovia di una quota significativa di merci, riattivandone il traffico nell’intera isola.

Il che non rappresenta un optional, ma un obiettivo di sostenibilità ambientale che la UE ha fissato da tempo, dandosi dei termini precisi: il 30% delle merci, su tutto il territorio europeo, deve viaggiare su ferrovia entro il 2030. Tale quota deve salire fino al 50% entro il 2050. Due obiettivi che, se non rispettati, non soltanto comporterebbero danni all’ambiente, ma anche pesanti sanzioni a carico del nostro Paese.

Quindi, almeno per i due effetti sopra rammentati, potremmo tranquillamente affermare che il Ponte sullo Stretto rappresenta un elemento fondamentale per la transizione ecologica. E, qualora fosse vero quanto paventato da Boccia, non ci sarebbe alcuna riduzione delle somme ad essa destinate.

Si rilassi, quindi, l’ex ministro per gli affari regionali e le autonomie, e pensi piuttosto a far recuperare credibilità al suo partito. Quella dell’opposizione alle grandi opere, soprattutto al Sud, non ci sembra una strada che abbia fruttato grandi consensi. Da uomo del Sud, dovrebbe comprenderlo molto bene. (rdm)

CON SCHILLACI MINISTRO DELLA SALUTE
LA CALABRIA ATTENDE SVOLTA SU SANITÀ

di GIACINTO GANCI – Con la nomina del nuovo ministro della salute di origini calabresi (e fiero di queste origini) Rettore dell’Università Tor Vergata di Roma, Orazio Schillaci, del governo Meloni forse è arrivato il momento per una svolta della cronica e drammatica situazione della sanità calabrese.

I malati calabresi si aspettano che, finalmente, è arrivato qualcuno che aggredisce i veri e conosciuti motivi della drammatica situazione della sanità calabrese.

La Calabria, infatti, è in piano di rientro sanitario fin dal 16 dicembre del 2009 per recuperare lo sforamento del riparto della sua spesa sanitaria ricevuto dalla Conferenza Stato-Regioni. E come se ciò non bastasse da quattro anni in Calabria sono commissariate dal Governo tutte e cinque le aziende sanitarie e i tre maggiori ospedali.

La cosa che avrebbe dovuto far riflettere è che nonostante questo totale e lungo commissariamento la spesa sanitaria calabrese non è stata sanata anzi negli ultimi anni (proprio quelli del totale commissariamento) il disavanzo annuo è perfino raddoppiato ed è triplicata la spesa sanitaria dei calabresi fuori regione arrivando alla stratosferica cifra di 329 milioni di euro annui. Quindi se i calabresi non amministrano la sanità calabrese da ben 12 anni e da quattro nessuna azienda sanitaria e ospedale e la spesa sanitaria continua a peggiorare vuol dire che ci deve essere qualche altro motivo alla base di questo peggioramento che non sia l’incapacità degli amministratori calabresi e visto che è oltremodo difficile che tutti questi commissari siano tutti degli incapaci.

E il motivo per cui la spesa sanitaria, e con essa le condizioni dei malati calabresi, continua a peggiorare c’è ed è nota ormai a tutti, ed è il fatto che la Calabria, dove ci sono molti più malati cronici che non nel resto del paese, arrivano dei fondi insufficienti per curarli perché il criterio di riparto dei fondi sanitari alle regioni attuato da ormai più di 20 anni dalla Conferenza Stato Regioni penalizza la Calabria. Basta l’esempio dell’ultimo riparto (2021) che ha assegnato fondi alla Emilia Romagna di ben 400,5 euro pro capite in più della Calabria. Se la Calabria avesse ricevuto i fondi pro capite al pari della Emilia Romagna per ogni calabrese (i residenti in Calabria sono 1.947.000) avremmo ricevuto bel 779 milioni di euro in più solo nel 2021 e se questo riparto  fosse stato fatto così negli ulti mi 20 anni si capisce bene di quali cifre si tratta.

Ma la cosa grave è che questi fondi sono così ingiustamente insufficienti proprio per la Calabria che ha tra i suoi residenti molti più malati cronici per come hanno certificato sia Ministero dell’Economia prima e sia quello della Salute poi che hanno vidimato il Dca n. 103 del 30/09/2015 dell’allora commissario al piano di rientro Scura che con tanto di tabelle ha quantificato in 287.000 i malati cronici in più della Calabria rispetto a una pari popolazione di altri italiani. Da notare che ogni decreto dei commissari per essere valido deve essere vidimato prima dal Ministero dell’Economia che deve controllare la spesa sanitaria e poi da quello della Salute che deve controllare la sua validità sanitaria e questo fa comprendere la filosofia del piano di rientro sanitario che, proprio per questa filosofia, ha fatto altri gravi tagli alle già insufficienti risorse sanitarie impedendo ai calabresi di curarsi.

E il malato cronico che non si cura poi per potersi curare costa molto di più e si complica a tal punto che per potersi curare deve recarsi nei centri di eccellenza del nord Italia portando la spesa fuori regione ai 329.000 milioni di euro con ulteriore aggravamento della spesa e il perpetuarsi del piano di rientro. Quindi il piano di rientro non solo è sbagliato in quanto la Calabria ha speso di più non per spreco ma per i malati cronici che ha in più ma è stato esso stesso la causa del peggioramento sia della spesa sanitaria che delle condizioni dei malati calabresi con i suoi tagli (chiusura ospedali, riduzione posti letto, blocco turnover, tempi lunghissimi per le visite specialistiche etc..).  Cosa si aspettano allora i malati calabresi dal calabrese nuovo ministro della Salute? 

Che abbia il coraggio di chiudere con i commissariamenti del piano di rientro e che, cosa ancora più importante, modifichi il criterio di riparto dei fondi sanitari alle regioni non più in base al criterio demografico attuale ma in base alla numerosità dei malati presenti in ogni regione che è il criterio primario che genera la spesa sanitaria. Il ministro potrebbe solo ampliare ciò che ha fatto la Conferenza Stato Regioni nel 2017 che pur modificando in tal senso solo in modo parziale, per come affermato dal suo presidente on. Bonaccini, il criterio di riparto dei fondi ha concesso ben 30 milioni di euro in più alla Calabria rispetto al 2016, se la modifica fosse stata intera i milioni sarebbero stati molti molti di più.

Ovviamente l’esperimento del 2017 non è stato ne ampliato a dovere ne ripetuto. Oggi sappiamo quanto costa curare una patologia cronica, sappiamo quante patologie croniche sono presenti in ogni regione per cui sarebbe semplicissimo ripartire i fondi in base ai bisogni reali delle popolazioni. Il Sig. Ministro Schillaci non è un politico ma un grande medico e quando è al capezzale di un malato sa quello che deve fare per guarirlo ebbene oggi è al capezzale della malata sanità calabrese siamo sicuri che saprà ciò che deve fare per guarirla. (gg)

[Hanno contribuito Bianca Rosa, Fabiano Esterina, Greco Antonietta, Muscolo Andrea, Nanci Giacinto, Rossi Carmelo, dell’Associazione Medici di Famiglia di Catanzaro]

SEGNO D’IDENTITÀ CULTURALE: S’INTITOLI
AEROPORTO LAMEZIA A CORRADO ALVARO

di PARIDE LEPORACE e GIANLUCA PASSARELLI – Oltre 200 persone hanno firmato la petizione promossa da me e dal docente universitario Gianluca Passarelli, petizione che chiede di intitolare l’aeroporto di Lamezia Terme a Corrado Alvaro.
L’aeroporto è intitolato a Santa Eufemia, e con il rispetto che si deve ai santi, ci sembra in realtà più che una scelta che tiene conto di un sentimento di fede, un omaggio legato al quartiere dove fu realizzata la struttura. Una dicitura iperlocalista e mai entrata nell’immaginario collettivo di calabresi e viaggiatori che ignorano il suo toponimo.

La Calabria ha bisogno di segni simbolici unificanti per superare campanilismi che hanno sempre diviso la nostra Regione.
Abbiamo espresso la nostra idea di Alvaro nel nostro appello. Ci conforta che l’idea sia sostenuta dal sindaco di S.Luca Bruno Bartolo, dai giornalisti Matteo Cosenza e Filippo Veltri, da Vito Teti uno dei migliori interpreti di Alvaro nella modernità, dal cantautore Peppe Voltarelli, da Tonino Perna, il quale ha dichiarato: «Credo che Corrado Alvaro rappresenti non solo il più grande scrittore calabrese ma anche un uomo che ha saputo essere fino in fondo calabrese e cittadino del mondo»

Auspichiamo che prosegua la mobilitazione e che sia utile ad un confronto su Corrado Alvaro e sul nostro essere calabresi del XXI secolo.I luoghi esprimono simboli e quindi significati, identità e storie. Gli aeroporti, come le stazioni dei treni, sono spesso “non-luoghi”, dove lo spaesamento individuale è accentuato. In assenza di riferimenti storico-sociali-culturali definiti, identificati, riconosciuti e riconoscibili, la a-spazialità accentua processi di depauperamento civico e sociale.
L’àtopon, un luogo di ciò che è senza luogo, diventi toponimo di una comunità spaesata, ma che cerca riferimenti collettivi.
Non si tratta di mera metonimia, di maquillage, di marketing dei luoghi. Viceversa, l’intento è proprio sottrarre al vuoto dei codici, delle etichette campaniliste o delle sigle fantasiose, quanto dovrebbe richiamare immediatamente, ossia senza intermediazioni e subito, il senso di appartenenza e la comune identità. Da rivendicare con orgoglio, senza chauvinismo, tanto più essa sia capace di “viaggiare nello spazio e nel tempo”.

Corrado Alvaro, i suoi scritti, le sue parole, rappresentano il più alto esempio di quella “calabresitudine” alta da riaffermare. Consacrare un luogo quale l’aeroporto principale della Regione, alla figura nobile, prestigiosa e illustre di Alvaro, rappresenterebbe un segnale assai positivo.
Scrivendo della sua Calabria, Alvaro descriveva un luogo di transito, una stazione ferroviaria: «Ci trovavamo sul marciapiedi della stazione d’una linea secondaria, in attesa del treno, cioè dell’elettro-treno, come si chiama. C’era qualche studente che tornava a casa dall’esame sbrigato presto, un prete, giovani professionisti, avvocati attempati e vecchi notai che andavano alle loro visite settimanali della clientela di provincia, qualche coppia di sposi, di cui una vestita di nero, la donna stretta in una guaina che faceva risaltare la pelle d’un bianco di camelia».

Basta sostituire treno con aereo per vedere con gli occhi e con l’immaginazione il grande traffico di persone, storie, cose che transitano quotidianamente in aeroporto.
Secondo Alvaro «…il calabrese “vuole essere parlato”. Bisogna parlargli come a un uomo che ha sentimenti, doveri, bisogni, affetti: insomma, come a un uomo».
Anche la Calabria ha un particolare bisogno di essere parlata, e vuole che si parli di Lei attraverso il suo figlio più prodigioso.

Confidiamo che presto il nome di Alvaro viaggi da e per l’aeroporto principale della regione quale veicolo di cultura, identità. (ple – gp)

CHI VOLESSE ADERIRE FIRMI QUI: https://www.change.org/p/intitolazione-a-corrado-alvaro-dell-aeroporto-di-lamezia-terme?redirect=false

 

SVILUPPO, INUTILE RIMANERE IN CALABRIA
SE MANCA ILCORAGGIO DI AGIRE E REAGIRE

di FRANCESCO RAO – In Calabria, perché siamo rimasti indietro? Questa è la fatidica domanda alla quale qualsiasi calabrese e non, voglioso di comprenderne le motivazioni che hanno generato un’odierna realtà così complessa, in una sola risposta non troverà mai spiegazioni.

In assenza di tale condizione, la strada da percorrere dovrà essere quella della curiosità, esercitata mediante un viaggio paragonabile a quello narrato dal sommo poeta. Senza voler essere pessimista, se Dante, nel percorrere l’inferno, riuscì a vedere le stelle, i calabresi curiosi, riusciranno ad intravedere almeno la luce in fondo al tunnel? Sino ad ora sono stati in tantissimi ad averci provato. Tanti di loro hanno desistito perché costretti ad abbandonarne l’ardua via per sfiancamento; altri sono stati azzoppati nel primo tratto ed altri ancora hanno perso la retta via. I nostri lettori si domanderanno: allora è inutile restare in Calabria?

La risposta che vorrei condividere è da sempre la stessa: bisogna rimanere in Calabria, ma occorre un coraggio straordinario per agire utilizzando schemi differenti a quelli utilizzati da altri in passato e senza la paura di essere impopolari. Cerchiamo di essere molto schietti nel riflettere, naturalmente senza voler mancare di rispetto a nessuno e facendo una prima constatazione: nei 404 Comuni della Calabria, l’età media dei sindaci e degli amministratori è in linea con le sfide che la Calabria, il Meridione e l’Italia sono chiamati a compiere nell’articolata cornice offertaci dal Pnrr? Non mi permetto di soffermarmi sulle competenze, sulla propensione a fare rete, sulla volontà di abbandonare l’autoreferenzialità per dare ascolto a quelle istanze provenienti dal territorio con le quali poter immaginare, sia nei piccoli contesti sia nelle zone vaste, l’ipotesi concreta per poter disegnare a più mani non solo un progetto ma una visione complessiva con la quale poter immaginare i ruoli e le funzioni territoriali, economici e sociali per i prossimi 25-30 anni.

Di tutto questo, sino ad ora, qualcuno ha traccia? Ormai sono moltissimi gli amministratori che vantano l’ottenimento di ingenti finanziamenti ma, al momento, l’affare vero lo compiono le ditte, regolarmente esecutrici delle opere commissionate; i tecnici impegnati nella progettazione; i rivenditori di materiali; i pochissimi dipendenti impegnati a sviluppare i lavori e le colonne dei giornali nei quali si narrano di volta in volta costruzioni “faraoniche” destinate poi ad avere moltiplicatore reale e sociale pari a zero. Quindi, chiedendomi e chiedendo ai nostri lettori quali sono i risultati concreti per il territorio, la risposta quale potrà essere? Sicuramente in Calabria ci saranno molti amministratori audaci, ma l’ennesima domanda, seppur possa apparire scontata, è dovuta: quest’ultimi, rappresentano la maggioranza oppure la minoranza delle esigenze reali dei calabresi? In passato, bene o male i partiti svolgevano un ruolo strategicamente importante in tal senso, oltre ad essere un filtro sulla scelta delle singole candidature, convogliavano l’appartenenza dei rispettivi amministratori in alvei ben definiti nei quali, a macchia di leopardo, potevano essere ravvisate anche alcune visioni condivise e di tanto in tanto vedeva la luce qualche opera strategica per il territorio.

In contropartita, il vecchio sistema elettorale utilizzato per eleggere i componenti dei Consigli comunali determinava molta instabilità e perciò non vi era il tempo per programmare e realizzare soluzioni utili a generare sviluppo. In quella realtà che mi piace indicare come un gioco delle parti, messo in atto tra incudine e martello, oggi Calabria conta molte incompiute e tutti i territori coinvolti ne pagano le conseguenze, l’isolamento e una crescente spoliazione demografica.

Tale tensione, di volta in volta, è stata utile solo per generare un mancato processo di crescita socio-economico e il conseguente sfaldamento tra governante e governato, nonché la crescente apatia per la partecipazione alla vita politica, atteggiamento praticato soprattutto da parte di quanti, pur disponendo di opportune conoscenze e professionalità, indispensabili per amministrare facendo la differenza, si sono ritrovati a dover resistere alimentando il famoso compromesso al ribasso per poter proseguire un mandato che di virtuoso per la Comunità non avrà nulla. La Costituzione italiana non richiede specificatamente alcun titolo di studio, conoscenze o competenze particolari per essere eletti quali amministratori dei Comuni. Cerchiamo ora di sforzarci nel comprendere il particolare stato d’animo e il forte senso di fiducia riposto negli Italiani dai padri Costituenti durante la stesura del dettato costituzionale.

Loro, contrariamente a moltissimi amministratori, con determinazione e lungimiranza, hanno posto una sottile ma fondamentale condizione espressamente contenuta nell’art. 98 della stessa Costituzione allorquando si richiama l’attenzione di quanti, impegnandosi nell’amministrazione pubblica, tra i loro compiti, saranno chiamati a garantire il buon andamento e l’imparzialità dedicandosi a tale impegno con disciplina e onore. Forse tutto ciò è poco noto ai tanti amministratori e perciò, la loro azione si concretizza sempre di più negli inutili e sterili sensi unici e con una crescente forma di assenteismo registrato anche tra quanti sono stati eletti.

Un’altra domanda: la sottile e allo stesso tempo immensa prescrizione, nel tempo, ha garantito quell’imparzialità immaginata dai padri Costituenti nel rispettivo trattamento reso alle famiglie del Sud e del Nord? Forse no, e condivido i perché: mentre i primi sono stati costretti ad arrangiarsi, sperando nell’aiuto dei genitori per accudire i giovanissimi figli a causa della mancanza di asili nido comunali, gli altri, oltre ad avere maggiori opportunità occupazionali e quindi un maggiore benessere economico, hanno potuto contare su servizi che hanno consentito loro una migliore conciliazione dei tempi di lavoro e cura della famiglia e al contempo una maggiore istruzione per i giovani. In questo piccolo esempio si configura plasticamente quel divario italiano nel quale sono racchiuse le tante cause che nel tempo hanno alimentato il moltiplicatore della povertà educativa, divenute poi nell’arco degli anni, concausa del decadimento qualitativo generato dalle amministrazioni locali, poco inclini a progettare il futuro delle loro Comunità in modo utile e concreto in quanto impegnati ad asfaltare strade durante l’ultimo anno di mandato, inaugurare strutture destinate a rimanere chiuse, delegittimare proposte, idee e progetti sensati perché a proporli sono i potenziali fruitori.

Ebbene, la Calabria, in questo ultimo anno, con l’elezione del governo regionale presieduto da Roberto Occhiuto, ha intrapreso la strada che sicuramente porterà a risultati inimmaginabili. Affermo ciò con fiducia e serenità perché oltre ad apprezzare la determinazione messa in atto sino ad ora dal Presidente della Giunta regionale, dagli assessori e dei consiglieri regionali di maggioranza è intravedibile l’inesistenza del minimo timore nell’apparire impopolari, rischiando anche di erodere quel rapporto di fiducia con gli elettori che lo scorso anno ne ha determinato il risultato elettorale.

Se il coraggio e la determinazione assunta dal governo regionale, divenisse modello di lavoro per gli Enti Locali, in dieci anni di lavoro, grazie alle opportunità messe sul tavolo dagli ingenti finanziamenti europei, la Calabria potrebbe essere una regione all’avanguardia. Certo, adesso bisogna comprendere i numerosi polveroni alzati da quanti non sono più forza di governo ed hanno anche perso importanti posti di controllo.

Quest’ultimi, come da manuale, hanno le soluzioni solo quando si ritrovano all’opposizione, quando sono al governo, oltre a fiumi di riunioni, confronti e dibattiti non c’è traccia di proposte concrete e spesso vengono anche seppellite le poche iniziative cantierabili. Dopotutto, “fate ammuina” continua ad essere un valido sistema per alimentare la confusione e poter promettere il cambiamento. (fr)

IL SUD NON PIÙ VISTO COME UN PROBLEMA
MA OCCASIONE DI SVILUPPO PER IL PAESE

di SANTO STRATI – La dichiarazione programmatica (per i prossimi cinque anni) del nuovo presidente del Consiglio Giorgia Meloni induce tendenzialmente all’ottimismo, anche se a prima vista sorge spontaneo dire “film già visto”. Ma non bisogna essere necessariamente scettici: occorre tenere a mente una regola che nella vita aiuta molto, mettere alla prova chi fa promesse. Se le mantiene avrà riconoscenza eterna, se restano dichiarazioni d’intenti non succede nulla: al Sud siamo abituati a impegni programmatici mai portati a termine, conosciamo i bei discorsi e la convinzione di cui sono pervasi, ma troppe volte le promesse (soprattutto prima delle elezioni) si sono perse nel vento. I meridionali conoscono la rassegnazione che non significa però rinuncia ai propri diritti, semmai prevale, amaramente, la consapevolezza di avere ancora una volta sbagliato col voto.

Fatta questa premessa, stendiamo un po’ di cenere sul capo, e ritiriamo ogni riserva che in fondo in fondo non eravamo riusciti a dissipare: è stato, quella della Meloni Presidente del Consiglio, un discorso tosto, a tutto tondo sulle fin troppo note criticità del Paese, sulle scelte che occorrerà fare, sulle strategie da adottare. Giorgia a capo dei suoi “fratelli” ha smesso gli abiti della pasionaria rimbalzate dal piccolo schermo (Yo soy Giorgia – gridava agli spagnoli di Vox, con repetita  – in italiano – all’ammirante popolo delle destra e del centro destra), e indossato l’abito buono delle istituzioni: «ci muoveremo secondo il mandato che ci è stato conferito su questo tema dagli italiani: dare all’Italia un sistema istituzionale nel quale chi vince governa per cinque anni e alla fine viene giudicato dagli elettori per quello che è riuscito a fare».

Parole non al vento, ma convincenti ma assolutorie verso chi ha gridato al lupo prim’ancora che del lupo s’intravedessero i peli (»non sono stata brava a spiegarmi, magari» e hanno mostrato determinazione e carattere. Anche per quanto riguarda il Mezzogiorno, pur ribadendo cose dette e stradette, il modo in cui le ha dette, però, permette di guardare con davvero poche perplessità ai suoi progetti: la Meloni ha preso una brutta gatta da pelare, per orgoglio e legittima aspirazione non poteva rinunciare, ma è solo all’inizio e dovrà mostrare di sapere gestire adeguatamente l’impossibile, continuando in quello che (anche i suoi) non hanno fatto completare a Draghi. Per ironia della sorte il suo “avversario” e oppositore politico è diventato un faro d’ispirazione. C’è la sensazione di voler cercare da parte della Meloni una velata trasversalità che si traduca in un’opposizione che non sia meramente di facciata: serve il contributo di tutti, pur avendo i numeri per governare. Occorre che ognuno faccia la sua parte, perché non è una questione di ideologie, ma di diligenza, nell’esclusivo interesse degli italiani.

Un suggerimento ci permettiamo, però,  di darglielo: trovi il tempo e si rilegga Il principe. Machiavelli spiega in maniera semplicissima la ricetta per fare in modo che il principe riesca nella sua impresa: si deve circondare di giusti e capaci consiglieri, non può fare tutto da solo e, soprattutto, si deve guardare dai mistificatori del potere. I quali, inevitabilmente, tenteranno di curare i propri interessi e non quelli del principe, che sono poi quelle del principato, ehm, scusate, del Paese. Le analogie con l’Italia di oggi sono molte: leggere la storia per capire e interpretare il futuro. Con umiltà e voglia di fare: saranno, perciò, tante le occasioni per capire come risponderà questo nuovo esecutivo alle mille problematiche che attanagliano il Paese. e tra le mille insidie. E il Presidente Giorgia dovrà guardarsi dal fuoco amico, perché sia Lega sia Forza Italia già mostrano insofferenza per il suo (fin qui indiscutibile) successo.

Torniamo ai propositi del Presidente Giorgia sul Mezzogiorno: «Sono convinta che questa svolta che abbiamo in mente sia anche l’occasione migliore per tornare a porre al centro dell’agenda Italia la questione meridionale. Il Sud non più visto come un problema, ma come un’occasione di sviluppo per tutta la Nazione. Lavoreremo sodo per colmare un divario infrastrutturale inaccettabile, eliminare le disparità, creare occupazione, garantire la sicurezza sociale e migliorare la qualità della vita. Dobbiamo riuscire a porre fine a quella beffa per cui il Sud esporta manodopera, intelligenze e capitali che sono invece fondamentali proprio in quelle regioni dalle quali vanno via. Non è un obiettivo facile, ovviamente, ma il nostro impegno su questo sarà totale».

Il Presidente Giorgia non ha trascurato di parlare anche dell’autonomia differenziata, un «progetto virtuoso già avviato da diverse regioni italiane». Non ha ragionato sui rischi di allargamento del divario Nord-Sud nel caso passi l’autonomia, ma ha rasserenato sull’idea di unità: «ogni campanile, ogni borgo è un pezzo della nostra identità da difendere. Penso in particolare a quelli che si trovano nelle aree interne, nelle zone montane e nelle terre alte, che hanno bisogno di uno Stato alleato per favorire la residenzialità e combattere lo spopolamento».

A proposito di Sud, la Meloni ha detto che «se le infrastrutture al Sud non sono più rinviabili, anche nel resto d’Italia è necessario realizzarne di nuove, per potenziare i collegamenti di persone e merci, ma anche di dati e comunicazioni. Con l’obiettivo di ricucire non solo il Nord al Sud, ma anche la costa tirrenica, la costa adriatica e le isole al resto della Penisola. Servono – ha sottolineato – investimenti strutturali per affrontare l’emergenza climatica, le sfide ambientali, il rischio idrogeologico e l’erosione costiera, e per accelerare i processi di ricostruzione dei territori colpiti in questi anni da terremoti e calamità naturali».

È l’economia del mare, grazie alla favorevole posizione dell’Italia nel Mediterraneo «che può e deve diventare un asset strategico per l’Italia intera e in particolare per lo sviluppo del Meridione. E penso alla bellezza. Sì, perché l’Italia è la Nazione che più di ogni altra al mondo racchiude l’idea di bellezza paesaggistica, artistica, narrativa, espressiva. Tutto il mondo lo sa, ci ama per questo e per questo vuole comprare italiano, conoscere la nostra storia e venire in vacanza da noi. È un orgoglio certo, ma soprattutto è una risorsa economica di valore inestimabile, che alimenta la nostra industria turistica e culturale. E aggiungo che tornare a puntare sul valore strategico dell’italianità vuol dire anche promuovere la lingua italiana all’estero e valorizzare il legame con le comunità italiane presenti in ogni parte del mondo che sono parte integrante della nostra».

«Non è un Paese per i giovani – ha detto –. La nostra società nel tempo si è sempre più disinteressata del loro futuro, persino del diffuso fenomeno di quei giovani che si autoescludono dal circuito formativo e lavorativo, così come della crescente emergenza delle devianze, fatte di droga, alcolismo, criminalità. E la pandemia ha decisamente peggiorato questa condizione e, di fronte a questo scenario preoccupante, la proposta principe di certa politica in questi mesi è stata promettere a tutti la cannabis libera, perché era la risposta più facile. Ma noi, a differenza di altri, non siamo qui per fare la cosa più facile. Intendiamo: lavorare sulla crescita dei giovani a 360 gradi, promuovere le attività artistiche e culturali e, accanto a queste, lo sport, straordinario strumento di socialità, di formazione umana e di benessere; lavorare sulla formazione scolastica, per lo più affidata all’abnegazione e al talento dei nostri insegnanti, spesso lasciati soli a nuotare in un mare di carenze strutturali, tecnologiche e motivazionali; garantire salari e tutele decenti, borse di studio per i meritevoli; favorire la cultura di impresa e il prestito d’onore. Lo dobbiamo a questi ragazzi, ai quali abbiamo tolto tutto per lasciar loro solo debiti da ripagare. E lo dobbiamo all’Italia, che 161 anni fa è stata unificata dai giovani eroi del Risorgimento e che oggi, dall’entusiasmo e dal coraggio dei suoi giovani, può e deve essere ricostruita».

Ottimi intenti e applausi a scena aperta dalla maggioranza della coalizione: il presidente Giorgia deve convincere ora il resto del Paese che tornare a crescere è un obiettivo possibile. Citando Steve Jobs, ai giovani ha ribadito «siate affamati, siate folli e vorrei aggiungere anche siate liberi». Se si offrono le opportunità, in Calabria e nel Mezzogiorno, si scoprirà che i nostri ragazzi questi slogan li hanno assimilati già prima del discorso del fondatore della Apple: sono soprattutto “liberi”, ma vorrebbero anche la libertà di scegliere il proprio futuro a casa loro. Non partono più braccia, ma, più drammaticamente, cervelli a impoverire ulteriormente il territorio calabrese: dovrebbe essere questo il primo obiettivo dell’esecutivo Meloni, offrire lavoro e opportunità di crescita. Gli altri governi hanno contributo a rubare il futuro ai nostri giovani, bisogno cominciare a restituirgliene un bel po’. (s)

FIORITA, I PRIMI 100 GIORNI DEL SINDACO
A CATANZARO TRA EMERGENZE E SPERANZE

di SANTO STRATI – Cento giorni: l’unità di misura (per nulla corretta) per valutare la tenuta di un nuovo governo, di un Presidente, un nuovo amministratore locale, un ministro. Il pensiero corre a Napoleone, al quale gli ultimi 100 giorni di Regno non portarono bene, da cui è derivato, probabilmente, il tempo per le valutazioni, ma ormai sembra inevitabile per chiunque confrontarsi con tale scadenza. 

A Catanzaro, il nuovo primo cittadino Nicola Fiorita, eletto il 27 giugno surclassando una destra che tutti davano vincente, ha da poco superato i primi 100 giorni. Lo abbiamo sentito e parlato dei suoi progetti, immediati e futuri, tra emergenze, ordinaria amministrazioni e, non da ultimo, speranze.

«Questa storia dei primi 100 giorni – dichiara subito il sindaco Fiorita a Calabria.Live – non mi appassiona. Un sindaco al suo primo mandato lo si giudica da quello che riesce a fare nei cinque anni, dai risultati che ottiene, dalla percentuale di realizzazione del suo programma. Per usare una metafora calcistica, è come se si giudicasse il rendimento di una squadra solo nelle prime due-tre partite e non si aspettasse almeno la fine del girone di andata. Ho sempre detto, e lo confermo anche adesso, che se tra cinque anni non avrò risolto i grandi problemi di Catanzaro, non aspetterò che i cittadini mi mandino a casa. Ci andrò da solo».

Nicola Fiorita, sindaco di Catanzaro da fine giugno, non sembra molto interessato alla dead line che mediaticamente viene fissata nei primi 100 di governo, ma non si sottrae alle domande di Calabria.Live su questa primissima parte della sua esperienza alla guida del Capoluogo di Regione.

Figlio d’arte – suo padre Franco è stato uno storico esponente della Dc calabrese e anche sindaco per una breve parentesi – Fiorita sembra muoversi a suo agio nel ruolo, dimostrando anche doti di mediatore che gli hanno consentito di superare l’handicap della mancanza di una maggioranza certa in Consiglio comunale. Oggi viene anche indicato come un potenziale leader dei progressisti calabresi, per via dei suoi buoni rapporti con PD e Movimento Cinquestelle e della considerazione che si è guadagnata sul campo.

– Sindaco Fiorita, i 100 giorni rappresentano comunque uno step in cui si definisce la cifra di un governo. Ritiene di avere superato la prova?

«Cominciamo col dire che la mia Amministrazione è formata da personale politico e tecnico alla sua prima esperienza e quindi i 100 giorni sono serviti essenzialmente per un rodaggio e al contempo per una verifica della macchina burocratica e una ricognizione delle risorse finanziarie e dello stato della programmazione. Non è stato, credetemi, un lavoro facile. Abbiamo trovato una situazione molto delicata e la narrazione di un Comune virtuoso e in buona salute era ben lontana dalla realtà». 

– Anche lei utilizza il ritornello della pesante eredita del passato?

«Assolutamente no. Ho sempre detto che sottolineare le macerie del passato, più o meno recente, non serve a nulla. La gente ci chiede di risolvere i problemi, non di fare un processo alle Amministrazioni passate. Ma è inevitabile che, in una logica di continuità amministrativa, sia qualche volta necessario fare riferimento a scelte precedenti. Faccio un solo esempio. Appena insediato mi sono ritrovato un decreto ingiuntivo di un milione di euro per somme rivendicate dalle ditte che hanno ristrutturato lo stadio Ceravolo. La passata Giunta prima ha approvato la transazione, poi l’ha annullata, combinando un bel pasticcio. Cosa dovevo fare? Dire che è stata colpa mia? Sono stato costretto a denunciare l’anomalia di questa pratica, senza demonizzare nessuno. Ho cercato anzi di rimediare, cercando un punto d’intesa con le imprese. Potrei fare altre decine di esempi, ma mi fermo qui”.

– Torniamo ai 100 giorni. Ci pare sia stata una fase molto dura.

«Non ci siamo fatti mancare niente. Ci siamo insediati a stagione balneare iniziata e con un depuratore che dispensava insopportabili odori in tutto il quartiere Lido. Abbiamo avuto problemi con l’acqua e con le strade invase dai rifiuti. Tanto per rincarare la dose, abbiamo avuto il più consistente sbarco di migranti che Catanzaro ricordi, più di 500 persone che abbiamo accolto, assistito e smistato a tempo di record nei centri di accoglienza. E poi il terremoto che fortunatamente non ha fatto danni, ma ci ha costretti a chiudere le scuole per un giorno per effettuare tutte le verifiche tecniche del caso. Penso che ce la siamo cavata bene in tutte queste situazioni, dimostrando efficienza e capacità di reazione, nonostante la debolezza strutturale del Comune che ha pochi soldi e pochi dipendenti».

– Ma vi siete limitati ad arginare le emergenze, quindi.

«Vi pare poco avere affrontato situazioni così drammatiche come il depuratore, la crisi idrica, la pulizia delle strade, la situazione delle scuole a poche settimane dalla ripartenza? Ovviamente non ci siamo limitati a questo. Abbiamo preso in mano una quantità impressionante di dossier aperti, a cominciare dalla programmazione, con particolare attenzione a non perdere alcuni finanziamenti strategici. Ci siamo concentrati in particolare sull’edilizia scolastica con due provvedimenti significativi, destinando 2 milioni 600mila euro all’efficientamento energetico degli edifici e poi recuperando 5 milioni di euro originariamente destinati al recupero della vecchia scuola Mazzini e che abbiamo invece dirottato sull’edilizia scolastica».

– L’acqua continua a scarseggiare in molti quartieri.

«Risanare un sistema idrico colabrodo in soli tre mesi avrebbe richiesto doti sovrannaturali che onestamente non posseggo. Siamo riusciti ad evitare l’interruzione dell’erogazione in agosto, circostanza che avrebbe messo in ginocchio l’industria del turismo balneare. Abbiamo agito su due fronti: chiedere alla popolazione di ridurre i consumi attraverso un uso intelligente dell’acqua e dall’altro dichiarare guerra agli allacci abusivi che sottraevano quantità impressionanti di liquido alla rete. I risultati ottenuti dalla Polizia Locale ci hanno permesso di lanciare un segnale preciso agli abusivi: chi ruba l’acqua ruba due volte, ruba ai cittadini e ruba all’Amministrazione comunale. I livelli dei serbatoi si sono mantenuti in limiti accettabili e questo ci ha consentito di superare l’emergenza agostana. Poi abbiamo aperto un dialogo con Sorical per verificare i loro programmi sulla rete. Noi puntiamo ad ottenere una rete dotata di nuove tecnologie digitali che consentano di individuare immediatamente le perdite».

– Avete istituito un assessorato alla sicurezza, siete dunque un’Amministrazione che usa prevalentemente il pugno duro?

«Non abbiamo bisogno di sceriffi, abbiamo bisogno di fare rispettare le regole. Stiamo colpendo i furbetti dell’acqua, i furbetti della spazzatura che lanciano i sacchetti dalle auto, i furbetti che scaricano abusivamente nei fiumi e nei torrenti. L’assessorato alla sicurezza lo abbiamo affidato ad un ex vicequestore, la dottoressa Marinella Giordano, che sta intanto riordinando il corpo della Polizia Locale che presto avrà anche un nuovo comandante. I cittadini ci chiedono sicurezza e rispetto delle regole. Nei quartieri a rischio vogliamo agire anche con l’arma della prevenzione, del riscatto sociale, della lotta al degrado. Quello che è successo nei giorni scorsi è stato un terribile monito. La morte di quei tre ragazzi e il regolamento di conti tra bande rom sono segnali che destano grande preoccupazione. Ma Catanzaro ha gli anticorpi giusti per reagire. Noi vogliamo isolare le mele marce e aiutare chi è rimasto dietro».

– Parliamo un po’ di centro storico e di isola pedonale. Si ha l’impressione che il vostro approccio sia  stato un po’ timido.

«Il centro storico rappresenta il cuore del nostro programma di rinascita di Catanzaro. Non è un dossier, ma l’insieme di cento dossier. Bisogna agire sul piano dell’accessibilità, della sosta, dell’organizzazione del commercio, dell’incentivazione alle attività della ristorazione e del food, della promozione della cultura. Stiamo lavorando a 360 gradi per riattivare il parcheggio del Politeama e potenziare il parcheggio del Musofalo, ma occorre ancora del tempo. Il nostro centro storico sta cambiando pelle e non è più solo la sede degli uffici. Stiamo avendo segnali molto positivi, come l’apertura della sede della Procura nell’ex ospedale militare, la localizzazione del Centro per l’Impiego, l’avvio di nuove attività commerciali tra piazza Matteotti e il corso Mazzini. Siamo riusciti ad aprire dopo quattro anni piazza Duomo e da venerdì prossimo valorizzeremo con una nuova iniziativa la storica piazzetta delle “Cocule”. L’isola pedonale è in fase sperimentale, non potevamo fare di più in un momento in cui il sistema commerciale cittadino è in grave sofferenza. È andato molto bene il primo sabato di chiusura al traffico e l’esperimento procederà per gradi, ampliandosi progressivamente. È un impegno che manterremo con la cittadinanza, senza danneggiare il sistema commerciale». 

– Lei ha dimostrato molto attivismo in materia di sanità e in particolare sulla fusione delle due Aziende ospedaliere, pur essendo il pallino nelle mani della Regione.

«Sì, è vero, la competenza è della Regione e della Struttura Commissariale e quindi di una sola persona, il presidente Occhiuto. Ma il sindaco è anche la più alta autorità sanitaria cittadina e mi è parso legittimo intervenire su questioni che riguardano la salute dei miei concittadini. Sono favorevole alla nascita dell’Azienda unica che porterà il nome del Premio Nobel Renato Dulbecco. Sarà, con i suoi 885 posti letto, il più importante polo sanitario della Calabria e metterà assieme l’esperienza degli ospedalieri e l’attività di ricerca della Facoltà di medicina. In questo contesto, mi sono permesso di insistere sull’istituzione di un secondo Pronto soccorso generale al Policlinico di Germaneto, in modo da fare respirare il “Pugliese” e dare risposte ad un’ampia fascia di popolazione della costa jonica. Non posso mai dimenticare che il sistema ospedaliero rappresenta la più grande “fabbrica” della città per numero di addetti e per l’indotto». 

– Tasto dolente, la guerra con Arcavacata per la Facoltà di medicina. Possibile che Catanzaro si senta sempre assediata?

«Non soffro della sindrome dell’assedio, ma non posso nemmeno accettare che Catanzaro venga puntualmente svuotata di funzioni che sono propri di un Capoluogo. Solo negli ultimi anni abbiamo perso le partite per la Sovrintendenza Archeologica e l’Agenzia delle Dogane. Non voglio scomodare la vicenda Rai che risale agli anni Sessanta, ma credo sia legittimo ambire ad una redazione staccata del Tg3. Diverso è il discorso di Medicina. Tutto è nato da un accordo tra le Università di Catanzaro e della Calabria per un corso interateneo in Medicina e Tecnologie Digitali, a mio parere sottoscritto senza esigere sufficienti garanzie per la Facoltà catanzarese. Ora l’Unical si muove per ottenere un suo autonomo corso di laurea in medicina. A mio parere, la questione non è tanto se in una regione di meno di due milioni di abitanti sia sufficiente o meno quella del Capoluogo, quanto inserire questa proposta all’interno di una logica di sistema che preveda, parallelamente e contemporaneamente, l’avvio di Ingegneria e Lettere a Catanzaro o comunque un rafforzamento dell’Umg. Così avrebbe un senso, ma temo che Catanzaro debba attrezzarsi a difendere a spada tratta la sua Facoltà».

– Parliamo anche di rapporti politici. Ritiene superata l’anomalia di un consiglio comunale con una maggioranza opposta alla sua?

«È stata una vistosa anomalia, ma il larghissimo voto popolare nel ballottaggio ha consentito di superare questa situazione, liberando alcune energie in Consiglio comunale. Nessuno se l’è sentita di ostacolare la partenza di un sindaco eletto con un’alta percentuale. Se si escludono alcuni irriducibili ultras, che mal si rassegnano a quella sconfitta, si può dire che una larga parte del Consiglio comunale è disposto a lavorare sui problemi. Lo stesso professore Donato, che è stato il mio principale competitor, si sta ponendo in maniera costruttiva ed efficace, senza rinunciare al suo ruolo di opposizione, ben consapevole che la situazione della Città è difficile e resa ancora più delicata dalla congiuntura economica e dal costo dell’energia».

– Si segnalano però rapporti burrascosi, sia pure sotto traccia, con il Partito Democratico.

«Io sono una persona leale e resto grato al PD per avermi indicato, assieme agli altri soggetti del centrosinistra, come candidato sindaco. Così come sono grato al presidente Conte che è venuto a Catanzaro per sostenermi personalmente. Credo di avere ripagato ampiamente quella fiducia, ottenendo una vittoria in cui credevano davvero in pochi e dando un apporto molto consistente alla coalizione con le mie due liste civiche. È  stato un laboratorio di “campo largo” che avrebbe meritato di essere replicato anche a livello nazionale. Se si fossero superate le incomprensioni e le divergenze, oggi probabilmente non avremmo alla guida del Paese un governo di destra-centro. Detto ciò, non riesco ad individuare punti di disaccordo tra me e la delegazione di PD in giunta e in Consiglio. Siamo tutti impegnati a realizzare il programma elettorale».

– Si è pentito di essersi candidato alla Presidenza della Provincia. Quella sconfitta le ha un po’ tarpato le ali nella sua corsa verso la leadership regionale dei progressisti?

«Non credo sia in atto una corsa per un’improbabile leadership dei progressisti in Calabria, e ove fosse non ne sarei interessato. La sconfitta alle regionali dello scorso anno è stata bruciante, ma ancora più bruciante è stata la sconfitta nei collegi uninominali di Camera e Senato, causata dalle divisioni a livello nazionale. Ora c’è bisogno di riordinare le idee, partendo dalla consapevolezza che se PD e Cinquestelle (e magari anche il Terzo polo) si fossero alleati avrebbero vinto tutti i collegi. I progressisti in Calabria hanno segnato importanti successi soprattutto nelle grandi Città, con Giuseppe Falcomatà a Reggio, Franz Caruso a Cosenza, il sottoscritto a Catanzaro. Dalle città bisogna ripartire. Si, forse la candidatura alla Provincia non si è rivelata una buona idea e devo confessare un reato di eccessiva generosità. Non me la sono sentita di lasciare senza rappresentanza la mia comunità politica. In un voto di apparato, il centrodestra era obiettivamente imbattibile. Se ci fosse stata l’elezione diretta del Presidente della Provincia, sarebbe stata un’altra storia. Ora bisogna guardare avanti e lavorare innanzitutto per rilanciare il ruolo di Catanzaro in Calabria e farne l’autentico e riconosciuto Capoluogo». (s)

CALABRIA, CRESCONO POVERTÀ E MISERIA
SOLO LA CHIESA FINORA SE N’È OCCUPATA

di MIMMO NUNNARI  – La chiamano “aporofobia”, dal greco á-poros, per indicare la paura per la povertà, o per i poveri. Ci mancava anche questa, in un momento generalmente angoscioso, e in cui la povertà non è stata mai cosi’ diffusa, come ora, soprattutto al Sud.

C’è anche il rischio, sostiene chi si occupa seriamente del problema, che la povertà degradi in miseria: una condizione che indica anche la perdita della dignità. Per evitarlo, questo ulteriore pericolo, occorre che il povero conquisti coscienza di sé e che l’umanità (la società, noi) non lo veda come un pericolo, come invece sta accadendo. Viene da pensare, con riferimento alla “paura” per la povertà, che visti i tempi ci troviamo di fronte ad un fenomeno che nasce dal terrore di contrarre la povertà come se fosse un malattia: un morbo. Per cui, mantenendo a distanza il povero, possiamo evitare di essere “contagiati”.  Un po’ come si fa con la pandemia, col Covid, o altri morbi, quando si sta a distanza dai “malati” per evitare il contagio. Ma chi è povero non è malato: basta chiedersi se chi sta in fila per un pezzo di pane e un piatto di minestra davanti a una mensa e’ un malato, qualcuno da evitare. No non è qualcuno da evitare e tantomeno on si può voltare lo sguardo. Bisogna agire, partendo dal presupposto che i “nuovi poveri” sono il riflesso di una società opulenta che divora tutto (cit. Daniele Biacchessi, “I nuovi poveri”).

Eppure l’aporofobia c’è: è la paura dei disgraziati –  che si preferirebbe fossero invisibili, e in parte lo sono –  che ci dice che è meglio evitarli. A  ben vedere la paura del povero non è affatto nuova: è sempre esistita: “Ci sono persone considerate pericolose per la loro condizione sociale, mendicanti, vagabondi, emarginati, in una parola poveri” scrive Enzo Ciconte nel suo bellissimo libro “Classi pericolose” (editori Laterza”). I timori e le avversioni per i poveri dunque si sono sempre avvertiti, anche nei secoli scorsi. La letteratura oltretutto ci insegna che questa paura per la povertà spesso è da  interpretare come la ripugnanza, o l’ostilità, davanti al povero, o all’indifeso. E’ un tipo di paura che ritorna periodicamente nella storia umana, puntando come bersaglio tutti coloro che, volontariamente o meno, si distaccano dai modelli sociali considerati normali, finendo ai margini, e verso i quali di conseguenza si sviluppano atteggiamenti di ostilità e diffidenza.

Il concetto, indirettamente, è stato spiegato nell’ultimo rapporto sulla povertà della Caritas italiana che associa all’indigenza l’esclusione sociale, una questione che richiama alle disuguaglianze, ai mondi trascurati, alle comunità abbandonate. Ne sanno qualcosa i cittadini che vivono al Sud che cosa significa esclusione. In questo caso non è solo un problema di povertà sic et simpliciter, ma è anche povertà speciale che deriva dall’ essere confinati ai margini per “sentenza” della storia.  Per decisione-punizione dei Governanti e di chi la storia l’ha scritta, appiccicando marchi indelebili, a determinati territori.

Su questi temi il dibattito è inesistente, non va oltre gli enunciati di facciata o le ingenue o ridicole dichiarazioni come quella sera del 27 settembre 2018,  quando abbiamo sentito urlare affacciato al balcone di Palazzo Chigi, sede della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il vice premier e leader del Movimento 5Stelle: “Abbiamo abolito la povertà”.

Va detto, ed è significativo, importante, che in Italia di povertà, disuguaglianze e di Sud ne parli – nel silenzio della politica e dei Governi – solo la Chiesa: “È preoccupante il problema dei giovani, del Sud, dell’educazione” ha detto il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei, intervenendo alla presentazione del rapporto Caritas. Zuppi, che è uomo pratico, “educato” al pragmatismo della Comunità di Sant’Egidio, che non gira intorno ai problemi, è stato chiaro: “Il problema non è soltanto di fare quello che si può, ma bisogna fare quello che si deve, quello che ci viene chiesto, quello che è necessario per rispondere alla tenta domande”.

Se non è una bacchettata alla politica, sicuramente è un richiamo ad aprire gli occhi, a cambiare passo, a capire il presente, a non accontentarsi di enunciazioni: è un monito che viene da chi è abituato a muoversi tra Vangelo e senso pratico. Zuppi, sempre al convegno della Caritas, ha detto che ai poveri, a quelli dell’area dove si oscilla nella sopravvivenza, bisogna dare la possibilità di uscire dalla “zona della retrocessione”. Ha fatto un richiamo ai cristiani, spiegando che cosa significa essere cristiani: “Bisogna avere un cuore pieno dell’amore di Cristo e, proprio per questo, riconoscere Cristo e avere un cuore pieno di amore per i tanti poveri cristi che incontriamo nelle nostre strade e che devono trovare un porto nelle nostre comunità”. La linea della Chiesa è: “non solo elemosina, ma giustizia”.  Nel concetto di giustizia Zuppi inserisce il Sud. Lo ha fatto in più occasioni, nella prefazione al libro “Lo stivale spezzato” edizioni San Paolo (ci scusiamo per la citazione di un libro di cui chi scrive è autore) e in una ricca intervista a cura di Angelo Scelzo apparsa su Il Mattino: “Non si può chiedere unità al Paese se lasceremo che il Sud continui a svuotarsi diventando terra d’emigrazione”.

Bisogna, secondo il cardinale, dire addio al passato: “La questione meridionale è diventata mediterranea, ecco la sfida”. L’arcivescovo di Bologna  ha gettato il sasso nello stagno, ma la palude della politica difficilmente si smuove. Forse è necessario smuoverla con una certa energia, alzando la voce. Questo suggerimento, questa necessità di “lotta” contro la povertà, la troviamo in un espressione-consiglio  (contenuta nel libro di Daniele Biacchesi: “I nuovi poveri” , edizioni Jaca Book) di Mario Tronti, filosofo, politico, fondatore del marxismo operaista, uno che a novant’anni va spesso in ritiro spirituale nei monasteri delle monache camaldolesi : “Ci vuole una politica per i poveri. Che si alzino in piedi a lottare, oltre che a migrare: sull’esempio di quei loro antenati asserviti che si sono ribellati. Naturalmente, pacificamente”.

Forse si comincia il prossimo 5 novembre quando a Roma in piazza Vittorio  “La rete dei numeri pari” movimento che raccoglie circa seicento realtà sparse su tutto il territorio nazionale alzerà la voce per dire: “Non ci può essere pace senza giustizia sociale e senza lotta alle disuguaglianze”. (mnu)

(Mimmo Nunnari, scrittore e giornalista, ha pubblicato numerosi volumi sul Mezzogiorno)
[Courtesy Il Quotidiano del Sud]

UIL, LA RICETTA DEL SINDACATO PER IL SUD
DEVASTANTE L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA

di PIERPAOLO BOMBARDIERI – Tutti gli indicatori socioeconomici mostrano una Italia alle prese con i complessi ed irrisolti “dualismi” e “disuguaglianze” sociali e territoriali. L’irrisolta “questione meridionale” è e deve diventare di nuovo tema nazionale attraverso una forte politica di rilancio dello sviluppo del Mezzogiorno in grado di riequilibrare le differenze e le disuguaglianze territoriali.

È dal lavoro, dal lavoro dignitoso e di qualità che dobbiamo ripartire se vogliamo che il Mezzogiorno riparta. E noi vogliamo ripartire dal Mezzogiorno per unire il Paese, per dare un futuro al lavoro, promuovere la coesione nazionale e riconoscere in quell’area del Paese quei diritti spesso negati. Le donne e gli uomini che vivono nel Mezzogiorno chiedono lavoro, buona occupazione e servizi degni di un Paese civile.

Il 40% dei contribuenti nel Mezzogiorno dichiara meno di 10 mila euro l’anno cioè 5 milioni di contribuenti su un totale di 12 milioni vivono con un reddito sotto la soglia di sopravvivenza. Dobbiamo ridurre una volta per tutte i divari con il Centro-Nord. Dobbiamo creare lavoro per le donne e i nostri giovani altrimenti questi scappano e il Mezzogiorno diventerà sempre più povero.

Negli ultimi 16 anni, più di 1,2 milioni di persone hanno lasciato il Mezzogiorno: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto, erano laureati. il 16% si è trasferito all’estero.

Oggi, assistiamo anche ad un nuovo fenomeno: il pendolarismo di lungo periodo che rappresenta la nuova forma di emigrare.

Nel Mezzogiorno c’è tanto da fare. Il divario con il resto del Paese, anche a causa della pandemia, è aumentato e con la guerra in atto rischia ancor più di acuirsi. C’è bisogno di nuovi investimenti e di una politica industriale degna di questo nome che metta al centro il lavoro, gli investimenti infrastrutturali sociali e materiali e la lotta alle ingiustizie sociali.

Ma dovrà trattarsi di una “crescita nella legalità” e ciò richiede da parte delle amministrazioni pubbliche e delle parti economiche e sociali un impegno straordinario.

Siamo stati tra i primi a dire che l’assegnazione del 40% delle risorse era insufficiente e non adeguata a risolvere i divari. Noi diciamo che con le risorse a disposizione dobbiamo fare bene, non possiamo sbagliare.

Come? In primis affrontando il nodo dell’efficienza e l’efficacia del funzionamento della Pubblica amministrazione, ad iniziare proprio dalla capacità di spesa e quindi dall’“assorbimento delle risorse” in tempi europei. L’ammodernamento della Pubblica amministrazione, gli investimenti per il suo funzionamento devono esser percepiti e concepiti come proprie e vere precondizioni allo sviluppo. Nuove assunzioni per la Pubblica Amministrazione e non precari.  E chiediamo che gli investimenti vadano in primis a ridurre le disuguaglianze infrastrutturali e dell’accesso ai servizi di cittadinanza.

L’autonomia differenziata rischia di essere devastante per il Mezzogiorno. Per noi, l’autonomia differenziata è una riforma che scava una profonda frattura tra Nord e Sud del Paese ed è un processo che non porta ad effettivi benefici nel breve e soprattutto nel medio e lungo termine a tutte le persone. A nostro avviso vanno respinte le differenziazioni perché si rischia di creare le “diseguaglianze” quale elemento propulsivo e di competitività per questo o quel territorio: Nord vs Sud, aree urbane e metropolitane vs aree interne. Non può essere questa la filosofia!Noi vogliamo creare un Paese più unito, più eguale, più giusto, più coeso. Con l’autonomia differenziata, non solo non si pone riparo alle disfunzioni delle Regioni, ma al contrario si accentuano le inefficienze complessive del sistema. L’autonomia differenziata rischia di mettere in discussione definitivamente il carattere pubblico e nazionale dell’istruzione e di conseguenza mina, alla radice, le basi dei diritti di garantiti dalla costituzione.

Quindi ci domandiamo: è sensato decentrare anche ulteriori materie ad iniziare dall’istruzione a Regioni che, tra l’altro, hanno mostrato e mostrano una certa “difficoltà” a gestire il sistema sanitario? Noi crediamo di no e diciamo che dobbiamo mettere i territori del Mezzogiorno alla pari con il resto del Paese. Noi non possiamo permettere che i diritti di cittadinanza siano garantiti a seconda della zona geografica in cui si nasce.

La sfida è quella di coniugare “efficienza”, “qualità”, “partecipazione” e “coesione”. E allora, prima di parlare di regionalismo differenziato, parliamo di infrastrutture materiali ed immateriali. Parliamo di come assicurare il diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione, all’accesso ai servizi sociali su tutto il territorio nazionale. E questo significa, prima di devolvere ulteriori materie e poteri alle Regioni, parlare di perequazione infrastrutturale, significa passare dal concetto della spesa storica ai fabbisogni standard, significa individuare i livelli essenziali delle prestazioni per assicurare i diritti di cittadinanza in tutte le aree del Paese. (ppb)

[Pierpaolo Bombardieri è stato riconfermato segretario nazionale Uil. L’articolo è un estratto del discorso all’ultimo Congresso del sindacato]

 

GOVERNO MELONI: PRIMA DONNA PREMIER
ALLA SALUTE VA IL CALABRESE SCHILLACI

di SANTO STRATI – Nasce il Governo Meloni, il primo nella storia della Repubblica a guida femminile. Giorgia Meloni è riuscita in un’impresa che solo alcuni mesi fa sembrava impossibile, ma adesso fatto il Governo bisognerà governare e il percorso che si profila innanzi non è sicuramente privo di insidie e di problemi di difficile soluzione. Vinta a piene mani la “scommessa” la Presidente Meloni dovrà fronteggiare una situazione economica di grande complessità, con un’inflazione galoppante che si avvia a diventare a due cifre e la gravissima crisi energetica con l’insostenibile rincaro della bolletta di luce e gas (e ovviamente dei carburanti). Affrontare queste criticità e trovare una soluzione rapida (e soprattutto indolore) è una “mission impossible” che non è riuscita nemmeno a Draghi che poteva, peraltro, contare su un’autorevolezza e una reputazione a livello mondiale che gli hanno facilitato la vita, ma non sono state sufficienti a individuare le soluzioni più efficaci e pertinenti. Il Paese è davanti a una catastrofe finanziaria senza precedenti con il rischio di chiusura di migliaia di imprese e la conseguente, inarrestabile, esplosione di licenziamenti. Centinaia di migliaia di lavoratori rischiano il posto di lavoro, le imprese non ce la fanno a sostenere gli assurdi aumenti dei costi dell’energia: ma chi controlla i prezzi, visto che a fronte di bollette triplicate risaltano i megaprofitti delle imprese che distribuiscono energia? La prima cosa che dovrà fare il Governo Meloni sarà una supertassazione degli utili delle Utilities e un brusco stop a profitti ingiustificati e in alcun modo ammissibili.

La Meloni ha mostrato carattere e decisionismo, il che non guasta: ha confermato di voler privilegiare le competenze sulle opportunità politiche (con qualche inevitabile eccezione), ma nello “scontro” con Berlusconi ha mostrato di tenere il banco nel tavolo della coalizione. Scelte in gran parte apprezzabili: una su tutte, quella per il dicastero della Salute affidata al Rettore dell’Università di Tor Vergata Orazio Schillaci, medico specialista di Medicina Nucleare e scienziato di riconosciuto valore, che peraltro ha origini calabresi di cui è largamente fiero. Il padre di Reggio Calabria, la madre di Amantea e le vacanze estive passate sul Tirreno tra Campora e Amantea. Per la Sanità c’è da affrontare il rischio non ancora sopito di un ritorno della pandemia, ma soprattutto va riorganizzato l’intero settore che, soprattutto nel Mezzogiorno, presenta vistose falle. In Calabria conosciamo la profonda crisi dovuta a 12 anni di commissariamento, con ospedali chiusi e assunzioni bloccate, anche se la decisa azione del presidente Roberto Occhiuto con l’Azienda Zero guidata dal manager Giuseppe Profiti sta facendo intravedere qualche sbocco importante. I calabresi vanno a curarsi fuori della regione, pur avendo fior di specialisti nella propria terra, con un costo pubblico di 300 milioni l’anno, a cui bisogna assommare almeno il doppio di spesa per i costi affrontati dai familiari dei ricoverati per viaggi e soggiorni.

Il Ministero per il Sud si allarga e comprende un inedito (ma quanto mai necessario) ministero del Mare: la scelta dell’ex governatore siciliano Nello Musumeci potrebbe risultare più che azzeccata. Musumeci conosce perfettamente le criticità del Mezzogiorno e ha una non trascurabile visione di futuro. È un fiero e forte sostenitore del Ponte sullo Stretto  e, a prima vista, la delega alle Infrastrutture e alle Mobilità sostenibili a Matteo Salvini lascerebbe immaginare una strada in discesa per la sua realizzazione. Ma non lasciamoci ingannare dalle apparenze, pur avendo più volte espresso Salvini pareri favorevoli sull’attraversamento stabile dello Stretto: la realizzazione del Ponte equivale a dare centralità mediterranea a tutto il Mezzogiorno e assegnare un ruolo principale a Gioia Tauro e al suo Porto che sta cominciando  a dare qualche maldipancia a quelli di  Genova e Trieste. Nonostante l’obbligato ottimismo, c’è qualcuno disposto a credere che le ricche regioni della portualità del Nord permetteranno mai lo sviluppo di Gioia e dell’area mediterranea del Mezzogiorno? Non lo crediamo proprio. E sarà questa una delle sfide più impegnative che il governo guidato da Giorgia Meloni dovrà affrontare: la riapertura di una “questione meridionale” che offra la possibilità di individuare strategie e iniziative per ridurre il divario, sempre più crescente tra Nord e Sud. Le disuguaglianze – soprattutto nel campo della sanità, dell’istruzione, della formazione, del lavoro, sono così evidenti che in tanti dovrebbero provare imbarazzo, se non vergogna, per queste infami disparità. I bambini degli asili del Trentino possono contare su una cinquantina di euro a testa, per quelli delle regioni meridionali ci sono solo pochi spiccioli. Una situazione che sarà ancor di più aggravata dalla paventata autonomia differenziata che Emilia, Piemonte e Lombardi da anni stanno inseguendo (fino ad oggi senza successo) e che il ministro Calderoli farà di tutto per realizzare.

Giorgia Meloni dovrà avere in agenda il Mezzogiorno, come motore di sviluppo di tutto il Paese, e mediare, a favore delle regioni del Sud, contro il criterio della spesa storica che penalizzerà le aree e i territori più disagiati (e più poveri). Meno hai speso e meno avrai, recita in sintesi l’idea di fondo del federalismo fiscale che il Nord va cercando per il proprio tornaconto. Chi più ha speso avrà maggiori risorse a disposizione, a tutto scapito dei “poveracci” del Sud.

E dire che il PNRR ha premiato l’Italia con il maggiore finanziamento proprio per le aree disagiate del Mezzogiorno: per ridurre (se non eliminare) il divario: in realtà il Piano di Ripresa e Resilienza vedrà gran parte dei fondi finire al Nord, soprattutto per mancanza di progettualità e di tecnici specializzati nella redazione di progetti. Intanto, congratulazioni, Presidente Giorgia. Ma ci faccia sperare che penserà al Sud!  (s)

IL NUOVO GOVERNO

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO
on. GIORGIA MELONI (FdI)

Ministro degli Affari Esteri  (vicepremier)
on.  Antonio Tajani  (Forza Italia

Ministro delle Infrastrutture e Mobilità sostenibili (vicepremier)
sen. Matteo Salvini (Lega) 

Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio
Alfredo Mantovano (esterno)

Ministro dell’Economia
on. Giancarlo Giorgetti (Lega)

Ministro dell’Interno
Matteo Piantedosi (esterno)

Ministro della Giustizia
on. Carlo Nordio (FdI)

Ministro della Difesa
Guido Crosetto (esterno)

Ministro della Salute
Orazio Schillaci (esterno)

Ministro della Cultura
Gennaro Sangiuliano (esterno)

Ministro del Turismo
sen. Daniela Garnero Santanchè (FdI) 

Ministro delle Imprese e del Made in Italy
sen. Adolfo Urso (FdI)

Ministro dell’Agricoltura e Sovranità alimentare
on. Francesco Lollobrigida (FdI)

Ministro dell’Ambiente e Sicurezza energetica
on. Gilberto Pichetto Fratin  (Forza Italia)

Ministro del Lavoro e Politiche Sociali
Marina Calderone (esterna)

Ministro dell’Istruzione e Merito
Giuseppe Valditara (esterno)

Ministro dell’Università e Ricerca
sen. Anna Maria Bernini (Forza Italia)

Ministri senza portafogli

Ministro dei Rapporti con il Parlamento
sen. Luca Ciriani (FdI)

Ministro della Pubblica Amministrazione
sen. Paolo Zangrillo (Forza Italia)

Ministro degli Affari regionali  e Autonomia
sen. Roberto Calderoli (Lega)

Ministro per il Sud e Politiche del Mare
sen. Nello Musumeci (FdI)

Ministro dello Sport e dei Giovani
Andrea Abodi (esterno)

Ministro della Famiglia, Natalità e Pari Opp.

on. Eugenia Roccella (FdI)
Ministro della Disabilità

Alessandra Locatelli (esterna)
Ministro delle Riforma
sen. M. Elisabetta Alberti Casellati (Forza Italia)

Ministro degli Affari Europei
on. Raffaele Fitto  (FdI) 

IL SUD HA TANTA FAME DI INFRASTRUTTURE
SI INIZI RILANCIANDO LA CALABRIA JONICA

di ORLANDINO GRECO – La stagione estiva appena conclusa ha fatto registrare un’impennata nel settore turistico con un ritorno ai livelli pre pandemia, e secondo l’Osservatorio Confturismo-Confcommercio, sta avendo un colpo di coda notevole, con circa 12 milioni di italiani in viaggio tra settembre e ottobre e un aumento significativo dei turisti stranieri. 

Ciò porta ad una riflessione seria sul settore turistico-ricettivo che ha oggi bisogno di grosse iniezioni di capitali, ed è un settore importante che necessita di investimenti mirati e non più trascurabili o rinviabili.  E se da una parte si chiede al privato di adeguarsi alla domanda di un mercato sempre più attento e, quindi, esigente, migliorando la qualità dei servizi e alzando il target di riferimento, puntando sempre di più a un turismo di lusso, dall’altra ci sono realtà, come al Sud, che tardano ancora a partire per le inefficienze legate alle infrastrutture e alla mobilità.

Un Meridione dai grandi patrimoni, che fa a gara a produrre e proporre brand e prodotti che hanno una forte connotazione e unicità ma che si scontrano, ancora, con le grandi difficoltà legate ai collegamenti aerei, ferroviari e marittimi. Un divario sempre più pesante e che ha inciso fortemente sulla crescita e sullo sviluppo dei territori e che, oggi, si ripercuote, in maniera determinante, sui progetti di sviluppo, che devono necessariamente prima fare i conti con quel gap. 

Basta soffermarsi sugli investimenti per infrastrutture e mobilità destinati al Mezzogiorno dal Pnrr che ammontano a 33,8 miliardi su un totale di 61,4 miliardi, rappresentano cioè il 56% delle risorse, anche se il condizionale è d’obbligo e i dubbi sull’effettivo rispetto delle indicazioni poste dalla Comunità europea sono sempre più pressanti e direttamente proporzionali alle pretese delle regioni del nord. Si riconosce, cioè, al Sud una inefficienza strutturale che ha bisogno di ulteriori anni per mettersi al pari del resto del Paese e quindi dell’estero. 

Calabria e Sicilia si dimenano tra la richiesta dell’alta velocità e progetti proposti che non rispondono in alcun modo alle esigenze reali dei territori, una totale mancanza di visione per le grandi opere, come il Ponte sullo Stretto o semplicemente il potenziamento e la realizzazione di quelli che possono essere i porti turistici che richiamano un mercato, quello dei diportasti, sempre più in aumento. La Basilicata non soltanto ha un’accessibilità attraverso i mezzi pubblici fortemente limitata, rimane l’unica regione d’Italia che non ha alcun aeroporto.

Senza infrastrutture pienamente funzionanti ed efficiente è impensabile immagine un qualsivoglia sviluppo di questa parte del Paese che possiede grandi patrimoni, bellezze inestimabili, a cui manca la possibilità di esprimere le proprie potenzialità. 

Calabria e Basilicata condividono il Parco del Pollino che con i suoi circa 200mila ettari è considerata l’area protetta più estesa d’Italia e che offre una vastità di prodotti turisti dallo slow all’esperienziale, dallo sport allo storico-culturale, ma su cui pesa sempre quella mancanza di mobilità che ne limita, nonostante i grandi investimenti da parte delle due Regioni e dall’Ente Parco Nazionale, le potenzialità.

E ancora se ci focalizziamo su quella che è considerata da molti la porta del Mediterraneo, cioè la fascia ionica calabrese, si palesa il totale fallimento di una politica inetta che non ha saputo trovare soluzioni e dare compimento alle diverse proposte avanzate da più parti. Sono sempre stato un grande sostenitore della realizzazione di una stazione aeroportuale nell’area della Sibaritide, un territorio dalle grandi potenzialità turistiche de economiche che meriterebbe una valorizzazione all’altezza della sua storia e del suo patrimonio culturale e naturale.

 L’aeroporto della Sibaritide sarebbe destinato ad assurgere quale volano di sviluppo non solo per l’area territoriale di riferimento, già di per sé ampia e articolata, bensì per l’intera Calabria. Mentre per l’AV, RFI propone un non proprio chiaro progetto, realizzabile per il 2032!

Ma in fondo penso che, dopo 175 anni, basta guardare la cartina delle Ferrovie del Paese per rendersi conto che quel disegno di sviluppo unitario non solo è stato disatteso ma nel tempo l’azione politica ne ha invertito i paradigmi concentrando al nord crescita, sviluppo, innovazione, velocità grazie ad una rete ferroviaria che ha accorciato le distanze ed ha avvicinato i territori, rendendoli attrattivi e ricchi. (og)