Credibilità e fiducia: Provenzano, figlio del Sud
lancia la sfida per far rinascere il Mezzogiorno

di SANTO STRATI – Credibilità e fiducia sono i due elementi che contraddistinguono il Piano per il Sud presentato a Gioia Tauro dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte insieme con il ministro per il Sud Peppe Provenzano e il ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina. La credibilità riguarda la serietà del documento programmatico (87 pagine), la fiducia è quella che occorre dare sia a Conte (che ci ha messo la faccia ed è venuto appositamente a Gioia Tauro) che al ministro Provenzano, entrambi figli di quel Sud che produce tanta ricchezza intellettuale e, purtroppo, la esporta senza contraccambio. Conte ha ribadito l’impegno della riserva del 34% di tutti gli investimenti a favore del Mezzogiorno «anche quando avremo finito il nostro mandato, dovranno cambiare la legge quelli che verranno dopo» e ha voluto marcare il fatto che per la prima volta si tratta di un impegno decennale che servirà a far germogliare le idee necessarie a scuotere il Meridione. Sia il presidente Conte che il ministro Provenzano hanno parlato al cuore del Sud, con convinto ottimismo e senza finalità di natura elettorale: il voto in Calabria è passato, non c’è bisogno di mostrare di essere più bravi degli altri, soprattuto a promettere. Ma questa volta, la sensazione è che non si tratti di promesse ma specifiche azioni con reale efficacia, che tengono conto che non c’è più tempo da perdere. Conte ha capito che il Mediterraneo è il vero motore della crescita e il Mezzogiorno, per la sua posizione geografica, è assolutamente idoneo a guidare la ripartenza. Il porto di Gioia Tauro ne è l’esempio più importante: in crescita e con grandi prospettive di sviluppo, per riaffermare la sua centralità nel Mediterraneo e la capacità di attrarre le mega navi container che hanno bisogno di profondità che a Gioia non mancano. E poi c’è la Zes, con le sue contraddizioni alimentate dall’Agenzia delle Entrate che ha tentato di smontare l’entusiasmo degli operatori della logistica, escludendoli dai benefici: «provvederemo a sistemare ogni stortura – ha replicato Provenzano a un giornalista – perché la Zes è parte importante di questo Piano». Una nuova politica territoriale per il rilancio delle periferie e delle zone costrette a una ingiusta marginalità, la rigenerazione dei contesti urbani con grande spazio alla cultura, motore della promozione dell’Italia nel mondo. Per fare tutto ciò serviranno professionalità e una task force in grado di soffocare qualsiasi accenno di burocrazia: la snellezza dovrà essere l’elemento distintivo di questo impegno. Senza ritardi , senza rinvii, con una politica decisionista che dia energia e vigore alle iniziative.

Perché dare fiducia, dopo i tantissimi proclami che dal 1970 ad oggi questa terra ha dovuto ascoltare speranzosa e persino intimidita dai vari personaggi politici che via via si succedevano? Semplice, perché, per la prima volta concorrono due cose che lasciano intravvedere elementi di concretezza: prima di tutto, il Piano per il Sud non è una nuova legge, ma il programma di attuazione di leggi già esistenti (a partire da quella Finanziaria) e poi, cosa non meno rilevante, i soldi ci sono, sono disponibili, bisogna solo spenderli. 100 miliardi in dieci anni, cui aggiungere altri 23, tra risorse comunitarie e interventi statali. Una ventata di novità, inaspettata, per certi versi, frutto di un lungo concertare durato quattro mesi tra Provenzano, Conte e una marea di consulenti, esperti e consiglieri giuridici.

Siamo, forse, davvero a una svolta per il Mezzogiorno e, a maggior ragione, per la Calabria. Occorre riconoscere al premier Conte che ha sempre sostenuto che se non riparte il Sud non riparte l’Italia. Conte ha sottolineato ai ragazzi dell’Istituto Severi di Gioia Tauro, che sono rimasti ad ascoltare per oltre tre ore, attenti e per niente annoiati, che occorre mantenere vivo l’orgoglio delle proprie origini. Lui viene da un paesello di 300 anime, in provincia di Foggia: è andato via, come tantissimi altri, ma non dimentica il profumo della sua terra, mantiene vivo il senso di appartenenza che è quello che ha suggerito ai ragazzi di Gioia di mantenere, come ha indicato l’importanza della cultura e dell’impegno: il futuro dei giovani è nelle loro mani, i politici – ma questo lo diciamo noi – si devono solo impegnare a non rubarglielo. E parte di questo futuro sta scritto in queste 87 pagine che non racchiudono poteri magici, ma offrono indicazioni di sviluppo e insieme di crescita sociale ed economica per tutte le popolazioni del Meridione. A cominciare dall’alta capacità ferroviaria che permetterà – ha detto il presidente Conte – di fare il tragitto Roma-Reggio in 4 ore.

A proposito del Piano, non si tratta di una legge, ha fatto presente il ministro Provenzano, quindi non ci sono tempi tecnici di approvazione, modifica, promulgazione: è un piano operativo, di attuazione, che spiega come utilizzare le risorse e come pianificare gli interventi. «C’è bisogno – ha detto Provenzano – di recuperare credibilità e fiducia nelle politiche di sviluppo e coesione. La credibilità che deriva dalla capacità di realizzare gli interventi programmati e di produrre cambiamenti tangibili e miglioramenti nella vita dei cittadini. La fiducia nella costruzione di un Sud che, nel prossimo decennio diventi la grande opportunità per un Paese che vuole ritrovare ruolo e collocazione internazionale. Il Piano Sud 2030 prova a fare tutto questo, individuando le risorse da attivare e le missioni da perseguire, i bisogni da affrontare e le opportunità da cogliere, le prime azioni con cui intervenire e i risultati da raggiungere, le procedure da migliorare e i processi da monitorare, gli strumenti da utilizzare e i soggetti da coinvolgere».

È un piano che copre un decennio dal 2020 al 2030. A breve termine l’obiettivo, nel triennio 2020-2022, è «la massimizzazione dell’impatto delle misure previste nella Legge di Bilancio 2020, che consenta di incrementare gli investimenti pubblici nel Mezzogiorno, agendo sul riequilibrio della spesa ordinaria e l’accelerazione della spesa aggiuntiva, sia in termini di competenza che di cassa. Tale obiettivo si può conseguire mediante: il riequilibrio delle risorse ordinarie, con l’effettiva applicazione della clausola del 34%; il recupero della capacità di spesa della politica nazionale di coesione (FSC); il miglioramento dell’attuazione della programmazione dei Fondi Strutturali e di Investimento europei (SIE)».

Parte integrante del Piano – ha detto il ministro per il Sud – «sarà l’attività di nuova programmazione per il periodo 2021-27, delle risorse della politica di coesione nazionale ed europea. L’ammontare complessivo di risorse aggiuntive per il Sud è notevole, circa 123 miliardi di euro». La destinazione di maggiori risorse per investimenti al Sud, però, «rappresenterebbe un’operazione debole e inefficace se non fosse accompagnata dall’indicazione di una strategia – un’idea di Sud al 2030 –  chiara e riconoscibile per i cittadini».

La Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza – ha spiegato Provenzano – individua cinque “missioni” nazionali della coesione, in vista della chiusura del negoziato dell’Accordo di Partenariato sul post 2020, oltre che della riprogrammazione del FSC. Le “missioni” sono state ulteriormente definite dal Piano Sud 2030, anche in aderenza con l’Agenda ONU 2030, e sono così articolate:

1) Un Sud rivolto ai giovani: investire su tutta la filiera dell’istruzione, a partire dalla lotta alla povertà educativa minorile, per rafforzare il capitale umano, ridurre le disuguaglianze e riattivare la mobilità sociale.

  • Scuole aperte tutto il giorno
  • Contrasto alla povertà educativa e alla dispersione scolastica
  • Riduzione dei divari territoriali nelle competenze
  • Potenziamento dell’edilizia scolastica
  • Estensione No Tax area (senza penalizzare le Università)
  • Attrazione dei ricercatori al Sud

2) Un Sud connesso e inclusivo: infittire e ammodernare le infrastrutture, materiali e sociali, come fattore di connessione e di inclusione sociale, per spezzare l’isolamento di alcune aree del Mezzogiorno e l’isolamento dei cittadini in condizioni di bisogno.

  • Un Piano Sud del MIT di oltre 33 miliardi
  • Emergenza viabilità secondaria
  • Il Fondo infrastrutture sociali per comuni medi e piccoli
  • Nuovi nidi al Sud
  • Inclusione abitativa per cittadini e lavoratori svantaggiati
  • “Case della salute” per l’assistenza integrata
  • Rinnovo della dotazione tecnologica sanitaria

3) Un Sud per la svolta ecologica: rafforzare gli impegni del Green Deal al Sud e nelle aree interne, per realizzare alcuni obiettivi specifici dell’Agenda ONU 2030 e mitigare i rischi connessi ai cambiamenti climatici.

  • Un “reddito energetico” per le famiglie
  • Una sperimentazione di economia circolare
  • Potenziamento del trasporto sostenibile
  • Contratti di filiera e di distretto nel settore agroalimentare
  • Gestione forestale sostenibile

4) Un Sud frontiera dell’innovazione: supportare il trasferimento tecnologico e il rafforzamento delle reti tra ricerca e impresa, nell’ambito di una nuova strategia di politica industriale.

  • Credito d’imposta in ricerca e sviluppo al Sud
  • Rafforzamento degli ITS al Sud
  • Potenziamento del “Fondo dei Fondi”
  • Space Economy Sud
  • Startup tecnologiche al Sud

5) Un Sud aperto al mondo nel Mediterraneo: rafforzare la vocazione internazionale dell’economia e della società meridionale e adottare l’opzione strategica mediterranea, anche mediante il rafforzamento delle Zone Economiche Speciali (ZES) e i programmi di cooperazione allo sviluppo.

  • Rafforzamento delle Zone Economiche Speciali (ZES)
  • Piano Export Sud
  • Sostegno al sistema portuale
  • La Difesa per un Sud frontiera e ponte del Mediterraneo

«A finanziare queste prime azioni – ha fatto presente Provenzano – concorreranno le risorse ordinarie in conto capitale derivanti dall’applicazione della clausola del 34%, i Piani Sviluppo e Coesione, riprogrammati ai sensi dell’art. 44 del decreto-legge n. 34 del 2019, come modificato dalla Legge di Bilancio 2020, che potranno finanziare ulteriori azioni coerenti, sulla base dell’avanzamento dei progetti e della loro cantierabilità. Infine, alcune azioni potranno beneficiare delle risorse provenienti dalla rimodulazione dei Programmi operativi nazionali e regionali».

Il ministro per il Sud, chiudendo, ha voluto citare Leonardo Sciascia, siciliano come lui: «il nostro peccato più grande è non credere che le idee possano cambiare le cose». I figli del Sud Conte e Provenzano (ma anche la Azzolina è meridionale, è nata in Sicilia) hanno mostrato di crederci. Lo scopriremo nei prossimi mesi. (s)

N.B. Il Piano per il Sud merita un’attenta lettura da parte di chi ha a cuore la crescita e lo sviluppo di questa terra. Chi avesse voglia di studiarselo, lo può scaricare integralmente da qui

 

Regione dello Stretto, magnifica suggestione.
L’irrealizzabile conurbazione Reggio-Messina

di SANTO STRATI – La proposta di “fondere” Reggio e Messina in una conurbazione intelligente, per creare la Regione dello Stretto è suggestiva e potrebbe rivelare alcuni aspetti positivi. Ma non è originale, è vecchia di 50 anni fa, e continua, come negli anni 70 a scontrarsi con una realtà che confligge a tutto spiano con la fusione soft di due municipi (che manterrebbero comunque l’autonomia) avendo in comune soltanto la tragedia del terremoto del 1908 e il mare dello Stretto. Difficile pensare alla fusione di due città troppo diverse tra di loro e molto distanti, nonostante la lingua di mare che le unisce, soprattutto in assenza di una realtà di infrastrutture e trasporti che non esiste. Come si fa a pensare a una nuova regione, quella dello Stretto, se manca – oggi – una ragionevole frequenza di collegamenti, se sono assenti trasporti degni di questo nome e se l’ipotesi ponte, che poteva pur far immaginare una grande unica area dello Stretto, è praticamente tramontata? L’idea poteva avere senso se si fosse sviluppata tutta un’altra politica infrastrutturale con lo sviluppo dell’area dello Stretto unita (anche fisicamente) dal ponte e con piena funzionalità bidirezionale di porti, aeroporto e ferrovie. La Città metropolitana di Messina si è appena “appropriata” dei porti di Villa e Reggio (che dipendono dalla nuova Authority dello Stretto) senza che qualcuno a Roma o nei posti dove si decide abbia fatto qualcosa. Sono stati accontentati i grillini messinesi, ignorando le reali aspettative che la Zes di Gioia Tauro (che comprende anche i porti di Reggio e Villa) lasciava supporre. E con questa classe politica inetta c’è qualcuno disposto a credere che Messina sia pronta a condividere il suo futuro con la sua dirimpettaia? A parole sembra facile, ma ci sia consentito un po’ di scetticismo. Lo storico Gaetano Cingari, nel suo bel libro (Laterza) parlava di Reggio «sempre in fuga dalla Calabria verso la vicina Messina», ma la “sicilianità” dei reggini è argomento buono giusto per uno sfottò da bar.

Non vorremmo apparire cattivi profeti, però la proposta sembra poggiata più su spirito indipendentista che su criteri razionali. La dichiarazione programmatica che spiega la proposta formulata dai docenti universitari Tonino Perna (sociologo) e Daniele Castrizio (storico), dallo scrittore Fabio Cuzzola e dal responsabile locale del Touring Club avvocato Francesco Zuccarello è suggestiva e punta diritto al cuore dei reggini (più che sui messinesi): «Reggio e Messina – affermano i promotori della Regione dello Stretto – stanno morendo. Una è completamente marginale in Calabria, l’altra in Sicilia. Non hanno voce in capitolo, non hanno chance di sviluppo. Noi stiamo proponendo questo Referendum per dare un futuro alle due città, che sono sempre state vicine. Ci sono millenni di pagine di storia che parlano per l’Area dello Stretto, è un processo naturale, è solo questione di tempo. Vogliamo questo Referendum, anche se il risultato sarà solo di bandiera, perché vogliamo capire cosa pensa la gente e deve essere un messaggio forte. Se sta bene lo status quo, questo degrado, questa decadenza, questa marginalità regionale, allora teniamoci tutto così com’è. Se invece vogliamo cambiare, abbiamo la possibilità di farlo con l’istituzione di una nuova Regione, la Regione dello Stretto. È quello che chiederemo con il Referendum». 

A Messina cosa dicono? Per ora nessuna voce ufficiale s’è alzata per aderire o contestare la proposta di unificazione. Anzi, secondo il prof. Perna, ci sarebbero sull’altra sponda almeno una quindicina di docenti universitari pronti a fare un’analoga proposta. «Messina – ha detto Perna – più di Reggio sente la marginalità della Sicilia, retta da almeno trent’anni sull’asse Palermo-Catania». Per questo serve consultare la popolazione di Reggio, ma a cosa serve se un’analoga iniziativa non si sviluppa a Messina? In Sicilia, in realtà, sulla questione sembrano distratti e poco interessati

Il referendum propositivo – proposto da Perna e Castrizio – può essere indetto da un terzo dei consiglieri comunali oppure, in alternativa, da 7500 cittadini che firmano la richiesta. Secondo Perna e Castrizio servono più quesiti perché in primo luogo si parla di “unione” delle due città metropolitane e non di fusione con l’obiettivo di andare a costituire una nuova regione, la Regione dello Stretto. Una proceduta in linea con il dettato costituzionale. Ha spiegato il prof. Perna: «il primo passo è l’unione dei comuni che è prevista dalla legge, che crea un ente che coordina le attività dei due comuni, che rimangono, non vengono eliminati. Il passo successivo riguarda il coinvolgimento dei comuni delle due città metropolitane perché basta che un terzo dei consigli comunali delle 2 città metropolitane, se vota a favore della Regione, come previsto dall’articolo 123 della Costituzione va fatta una nuova regione. Ci muoviamo all’interno dell’ordinamento costituzione che dice che si possono creare nuove regioni a queste condizioni. Chiaro che sarà necessaria la legge al parlamento che la istituisce».

I quattro "moschettieri" dello Stretto: Zuccarello, Perna, Castrizio e Cuzzola
I quattro “moschettieri” dello Stretto: Francesco Zuccarello, Tonino Perna, Daniele Castrizio e Fabio Cuzzola

«L’unione tra Reggio e Messina – afferma il prof. Castrizio, apprezzato archeologo e studioso di grecità – è da sempre stata florida poiché nasce da una storia identitaria,» insistendo sulle le differenze e le distanze, non tanto fisiche, piuttosto naturali, radicate con Cosenza e Catanzaro, le altre parti della Calabria. Reggio e Messina le due cenerentole nei confronti degli altri capoluoghi? Sembra abbastanza esile come argomentazione. La storia racconta che l’unione delle due città sullo Stretto ha portato esiti generalmente positivi, ma non ci sono più i Messeni e la grande Rheghion è un ricordo lontano.

Castrizio chiarisce subito che non ci sono mire politiche: «Né da parte mia che del professor Perna, c’è la volontà di entrare politicamente in città – spiega il professore Castrizio – Siamo due docenti e, sinceramente, non vedo l’ora di tornare a fare le mie ricerche e togliermi di mezzo ma il problema è che noi dobbiamo cercare di aprire una stagione progettuale su Reggio e si può fare solo, trovando chi ha i nostri stessi problemi per risolverli. Io reggino come i messinesi, ho lo stesso problema dell’aeroporto, non ce l’ho con quelli di Catanzaro e Cosenza ma non voglio pensare che in questa città, tutti i figli che sono andati via e non possono nemmeno tornare per le vacanze, non abbiamo nemmeno un aereo per rincasare. Da reggino, devo trovare una risposta ai miei problemi ma prima di trovare le risposte, dovremmo cercare le domande perché questa città le domande giuste non se le è mai fatte». Per l’archeologo Castrizio «occorre dare un segno forte e non c’è più bisogno di venderci alla prepotenza delle città egemoni della Calabria perché qui, noi abbiamo già tutto ciò che serve. O noi cominciamo a ragionare per risolvere i problemi mostrando la parte migliore che abbiamo o siamo spacciati. Dobbiamo creare un tavolo progettuale che metta insieme tutti per trovare soluzioni non estemporanee ma stilare un quadro complessivo che tenga presente l’intera nostra area dello Stretto».

«È una provocazione la nostra? – ha detto Castrizio – Come volete, ma noi andremo avanti per trovare dei riscontri, vittorie, per poter scalzare un sistema che è fermo e che la politica reggina, già dagli anni Sessanta aveva individuato: non abbiamo nulla da spartire con Cosenza o Catanzaro. Questo è ciò che chiediamo alla città. Cercheremo di indire un referendum: o nella forma della raccolta della firme o con un terzo dei consiglieri comunali che può chiedere un referendum propositivo e vedremo che succede. L’importante è che la città parli con una sola voce e non si lasci travolgere dalla burocrazia. La politica è la scienza del possibile, tutto ciò che viene pensato da un essere umano la politica può metterlo in atto».

Il sindaco di Reggio Giuseppe Falcomatà ha commentato positivamente la proposta di Perna e Castrizio. «È un’idea da valutare con vivo interesse – ha detto – l’ipotesi della creazione di un’unica grande Città Metropolitana dello Stretto. In questi anni, grazie all’impegno messo in campo dalle amministrazioni territoriali di Reggio Calabria e Messina, sono stati avviati decisi passi in avanti in questa direzione. Ma adesso è giunto il momento di avviare, con coraggio, una fase operativa, attraverso una spinta univoca che coinvolga le due comunità territoriali con l’obiettivo di creare un’unica entità geopolitica, con una visione strategica capace di mettere insieme risorse e peculiarità comuni di un’area caratterizzata storicamente da innumerevoli affinità e poche differenze. Reggio e Messina – ha dichiarato Falcomatà – da sempre sono caratterizzate da un percorso contiguo e la loro unione andrebbe a generare un interesse superiore nelle dinamiche di governance del territorio, ricostituendo definitivamente quel ruolo baricentrico che lo Stretto, crocevia strategico nell’alveo del Mediterraneo e punto di incontro ideale tra i Paesi che su di esso si affacciano, ha assunto storicamente. D’altronde lo status di Città Metropolitana, per i territori di Reggio Calabria e Messina, va inserito proprio in questa dinamica, nella prospettiva di una progressiva autonomia territoriale, rispetto al ruolo tradizionale delle Regioni, che potesse sfociare nel tempo in un dialogo sempre più serrato, in tutti gli ambiti, tra le due sponde dello Stretto. E nei giorni in cui in Europa si consuma lo strappo definitivo della Brexit, convinti che il compito di una classe politica lungimirante sia quello di unire e non di dividere, di aggregare ed alimentare le energie positive e non di soffiare sui venti della chiusura e della divisione, non possiamo che dar seguito a questo percorso». Falcomatà parla anche a nome del sindaco di Messina? Non risulta.

Siamo, dunque, solo all’inizio, ma non occorre la palla di vetro per prevedere che la “provocazione” di Perna e Castrizio, pur con la benedizione di Falcomatà, non troverà adeguata accoglienza. La città è lacerata da mille problemi e non ha bisogno di ulteriore divisività per cercare il suo riscatto. Gli indipendentismi del nuovo millennio potrebbero al più indurre al sorriso, se solo ci fosse da sorridere, ma non è aria. Al peggio – ricordiamolo – non si trova mai limite. (s)

Istituto Neurogenetico di Lamezia senza fondi
La Santelli: Chiusura politicamente criminale

di SANTO STRATI – Mostra da subito di avere gli attributi, la Presidente Jole Santelli, ancora non insediata, ma attenta a quello che succede in regione: contro il rischio di stop per quel centro di eccellenza di Lamezia che è l’Istituto di Neurogenetica diretto dalla scienziata Amalia Cecilia Bruni, ha tuonato convinta: «È politicamente criminale distruggere le eccellenze nel campo sanitario. Lo è ancor di più in Calabria». E giù una dichiarazione al veleno contro l’assurda situazione in cui improvvisamente è venuto a trovarsi il Centro regionale di Neurogenetica. Senza più fondi, destinato a scomparire, con il complice silenzio del commissario regionale della sanità e degli altri responsabili calabresi dell’Asp.

Corriere della Sera

Un centro d’eccellenza, la cui direttrice – per intenderci – è una delle scienziate che ha scoperto uno dei geni dell’Alzheimer, una straordinaria donna che ha fatto il giusto clamore perché qualcuno l’ascoltasse. E probabilmente anche i media, questa volta, hanno mostrato che a qualcosa servono. È stata anche utile la mezza pagina dedicata oggi dal Corriere della Sera, a firma dell’inviato Carlo Macrì, a suscitare indignazione e spingere i cittadini a costituire un comitato spontaneo per salvare questo Centro che le altre regioni ci invidiano e pagherebbero per averlo. Invece, come per tutte le tradizionali assurdità calabresi, sono prima stati dimezzati i fondi (500mila euro l’anno stanziati per legge da un fondo regionale) e poi sono partite le prime lettere di licenziamento per medici, infermieri, psicologi che fanno capo all’Associazione per la Ricerca Neurogenetica. Niente fondi, niente stipendi: si lascia così morire un centro d’eccellenza che ha mostrato in tutti questi anni una straordinaria vitalità ed è servito a curare e trovare soluzioni cliniche per oltre 12mila pazienti.

Il meglio che possa capitare è che diventi un anonimo ambulatorio dell’Azienda sanitaria locale: niente più ricerca, niente studio e sperimentazione di farmaci innovativi che possono costituire una efficace soluzioni per le malattie neurovegetative. Farmaci che, secondo la dottoressa Bruni, avrebbero bisogno di altri tre anni per essere prodotti direttamente in questo centro e destinati alla ricerca in tutto il mondo. Dalla Calabria, capite?

Il Centro di Neurogenetica di Lamezia

Possibile che siamo circondati da gente distratta e incapace di cogliere il senso e il significato di certe realtà scientifiche? Le quali danno lustro a questa terra e, soprattutto, mostrano al mondo quanta competenza, quanta capacità ci sia anche in una terra dimenticata da Dio e dagli uomini. Una terra fertile, ricchissima di risorse umane dove i governanti fanno di tutto per far andare via i giovani e le personalità capaci, negando qualsiasi incentivo e rifiutando la ricerca di soluzioni efficaci. La stessa Amalia Bruni, sconfortata, ha minacciato di abbandonare anche lei il Centro, se dovesse diventare un semplice ambulatorio.

I personale specializzato, senza stipendio, ha abbandonato il laboratorio, soprattutto per mancanza di prospettive. E sono infuriati i familiari dei pazienti che fino a ieri hanno potuto contare su una struttura di altissimo livello per la ricerca genetica, la base per individuare terapie e farmaci sperimentali. «Sono sicura – ha detto la presidente Santelli – che in un’altra regione questo centro sarebbe considerato una preziosa risorsa, soprattutto perché attivo nella diagnosi e cura delle demenze e con un importante laboratorio di genetica molecolare. E invece il centro di Lamezia è a rischio chiusura e già sono partite le prime lettere di licenziamento. Non possiamo permetterci di mettere a rischio la ricerca scientifica, settore che deve diventare strategico per la nostra regione, e poi la cura dei pazienti, il benessere dei cittadini. Valorizzare le eccellenze è prioritario in una terra di emergenza sanitaria continua».

Secondo la deputata dem Enza Bruno Bossio «Il centro di Lamezia non è solo punto di riferimento per un’intera regione, ma l’eccellenza di un Sud le cui competenze, anche quelle eccelse, sono spesso ostacolate nello svolgere attività scientifiche e di ricerca uniche e straordinarie. La dottoressa Amalia Bruni e la sua équipe hanno compiuto in questi anni un lavoro straordinario di ricerca sulle malattie neurodegenerative che si sono affermate per i risultati conseguiti, in particolare nel contrasto all’Alzheimer, a livello internazionale. Non si può rimanere indifferenti alla notizia della chiusura di una struttura così importante come quella di Lamezia Terme. Quanto sia importante la ricerca, soprattutto in campo sanitario, ce lo ha ricordato, ove mai ce ne fosse bisogno, lo straordinario risultato conseguito sempre da ricercatrici italiane e meridionali per l’isolamento del virus Coronavirus. È indispensabile, dunque, dare un contributo fattivo e quotidiano al vero motore di questo Paese: la ricerca, sostenendola ovunque con tutti i mezzi a disposizione».

La dottoressa Bruni, 65 anni, ha lanciato l’allarme già da diversi giorni: quattro biologhe se ne sono andate, dieci tra infermieri, informatici, assistenti e psicologi hanno trovato le lettere di licenziamento. «Tutto ciò accade – denuncia la scienziata – tra l’indifferenza della politica regionale, dei commissari prefettizi che guidano l’Azienda sanitaria di Lamezia (commissariata per mafia) e del generale Saverio Cotticelli, commissario ad acta per l’attuazione del piano di rientro della sanità in Calabria. C’è il rischio che il Centro di Neurogenetica diventi un ambulatorio sanitario, perché la spoliazione in atto porterà a questo». La sua denuncia, diffusa attraverso i media è giunta persino al presidente della Repubblica Sergio Mattarella con una lettera della scienziata che ricorda che il Centro ha avuto come sponsor il premio Nobel Rita Levi Montalcini.

Il suo grido d’allarme, come si può dedurre dalle dichiarazioni di Jole Santelli, non rimarrà inascoltato. Una reazione sincera e spontanea che potrebbe indicare il senso della consiliatura che ci aspetta: intanto, grazie Presidente. (s)

A Matteo Salvini piace l’aria dello Stretto:
sogna un sindaco leghista, qualcuno lo svegli

di SANTO STRATI – L’aria dello Stretto comincia a piacere a Matteo Salvini: quando venne eletto senatore a Reggio (per la regola vale il seggio dove si prendono meno voti in caso di pluricandidature) non si era fatto vedere, considerando la rappresentanza calabrese un “incidente” di poco conto. Poi ha dovuto cedere il seggio a Fulvia Michela Caligiuri e la Calabria era ritornata lontana come al solito. Il risveglio delle regionali ha fatto il “miracolo” delle apparizioni. Frequenti se pur non fruttuose (non ha preso i voti che pensava di raccogliere), ma indicative di una scelta di avvicinamento al Sud che poteva avvenire solo dalla Calabria. Così è tornato di nuovo a Reggio, a presiedere un’assemblea di simpatizzanti ed elettori. Ha trovato il tempo di visitare lo splendido museo dei Bronzi, accompagnato dal direttore Carmelo Malacrino, prendere posizione a favore dei pescatori di Bagnara, per finire a cena con la neo-presidente Jole Santelli a parlare del futuro governo regionale. E, da ultimo, lanciare, ad effetto, l’ipotesi di un sindaco leghista per Reggio.

Salvini dall’estate scorsa, però, non ne sta azzeccando una: col governo e le dimissioni-beffa che gli si sono ritorte contro, con le sue sceneggiate risibili quanto di dubbio gusto, e, soprattutto, con le valutazioni esagerate sul successo elettorale. Batosta in Emilia, ma anche arretramento in Calabria, dove dichiarava, anzitempo, che avrebbe fatto furore. C’eravamo permessi di suggerire prudenza al “Capitano” visto che non conosce i calabresi, aggiungendo che sottovalutare gli esiti calabresi non gli avrebbe portato fortuna. Parlano da soli i numeri: nel 2018 la Lega in Calabria aveva raccolto  5,6 % per fare il grande balzo alle europee col 22,6% e ridiscendere il 26 gennaio scorso al 12,3% appena sotto Forza Italia. Una posizione che ha di fatto ridimensionato il peso di Salvini in regione, rivelando chiaramente che i calabresi preferiscono il centro-destra moderato rispetto a quello sovranista della Meloni o a trazione leghista. Tant’è che, ora, il segretario leghista cerca di recuperare, dimenticando i citofoni e sfoggiando sorrisi al sapore di ‘nduja per professare un nuovo sviscerato amore per la Calabria.

Giacché siamo ancora convinti – come gran parte dei calabresi – che leghista e calabrese sia un ossimoro di difficile accoglienza, continuiamo a dubitare sulle buone intenzioni della Lega rispetto a tutto il Mezzogiorno che, fino ad oggi, continua a dargli dispiaceri. Quando dovrà affrontare il problema del regionalismo differenziato che gli pongono, col fiato sul collo, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, vedremo come riuscirà a conciliare gli interessi “rapaci” delle ricche regioni del Nord a sfavore del Meridione sempre più impoverito. Se gli è riuscito il niet su Mario Occhiuto con Berlusconi per la presidenza della Regione Calabria, Salvini non pare in grado di fare il bis con Stefano Caldoro tra qualche mese in Campania. Il problema della Lega è, probabilmente, che manchi di una strategia, un qualche disegno che possa convincere sulle buone intenzioni i riluttanti meridionali che vedono Salvini come un parente scomodo, in visita per niente gradita. Bastano le grandi dichiarazioni e gli annunci ad effetto per conquistare consenso? È facile fomentare le masse davanti all’incompiuta (vergognosa) del nuovo Palazzo di Giustizia di Reggio che i cittadini vedono come la plateale rappresentazione dell’ignavia politica degli amministratori locali, ma probabilmente non basta criticare i lavori che languono da 15 anni: servono idee e soprattutto uomini e donne in grado di supportare adeguatamente qualsiasi iniziativa a marca leghista. E qui casca l’asino: dove e quali sono le risorse umane della Lega per il Comune di Reggio?

Salvini, però, probabilmente mal consigliato, si lancia, imperterrito, nei suoi propositi di conquista: «Alle comunali – ha dichiarato – per la prima volta ci sarà una lista della Lega». E ha aggiunto che – uomo o donna, non importa – la Lega potrebbe puntare al Sindaco. «Non scegliamo in base al sesso, ma valutiamo competenze e bravura: la Lega ha tante persone su cui puntare». Qualcuno svegli l’ex-ministro dell’Interno dal suo sogno. La destra appare vincente, soprattutto se Zingaretti si ostina a indicare nella ricandidatura di Falcomatà la migliore scelta del Pd, ignorando i tanti ed evidenti malumori del territorio: c’è Giorgia Meloni che ha ipotecato la poltrona di Palazzo San Giorgio, pur sapendo di non avere candidati “spendibili” sulla piazza, e Forza Italia che vorrebbe un sindaco della propria lista, con un lanciatissimo Francesco Cannizzaro (artefice dello straordinario successo azzurro nella Città Metropolitana) che sta tessendo una fitta tela di alleanze. E la Lega? Chi propone Salvini come sindaco di Reggio? Vista la composizione delle liste regionali, è legittimo qualche dubbio sui futuri candidati del Carroccio per Reggio.

Angela Marcianò
Angela Marcianò

E poi, contro i sogni di Salvini, c’è l’incognita delle liste civiche. L’ex assessore Angela Marcianò sta preparando la campagna elettorale: proprio ieri ha fatto la prima apparizione ufficiale come candidata a Reggio, alla libreria Culture, raccogliendo un largo consenso tra professionisti e politici di professione, nonché la disponibilità di Filippo Surace a nome di Tesoro di Calabria che ha offerto il suo sostegno, smentito un attimo dopo da Carlo Tansi che ha annunciato che presenterà una propria lista al Comune. Un sindaco donna a Reggio sarebbe una meravigliosa realtà: abbiamo lanciato come Calabria.live l’idea già un anno fa, quando l’avv. Giovanna Cusumano dichiarò di aderire a Forza Italia, aprendo una prospettiva rosa per Palazzo San Giorgio. Il dubbio su un sindaco donna, oggi, riguarda non solo la persona, ma anche l’area politica di riferimento. Considerando lacerazioni, divisioni e dispettucci vari tra le varie forze in campo nell’area di centro-destra, potrebbe finire pure che Falcomatà venga rieletto sindaco per mancanza di antagonisti…

La Marcianò, chiamata da Matteo Renzi nella Segreteria dem (pur senza tessera) dopo l’infelice esperienza di assessore con Giuseppe Falcomatà, ha peccato d’ingenuità nella vicenda processuale che coinvolge quasi tutta la giunta comunale a proposito dell’ex Hotel Miramare, però mostra competenza e capacità che quasi tutti le debbono riconoscere. Il suo progetto metropolitano piace alla cosiddetta società civile, ma le elezioni comunali della metrocity sono una cosa complicata, dove già formare le liste presenta difficoltà impensabili, ed è necessario studiare bene gli schieramenti a sostegno perché raccogliere i voti necessari non è così semplice come potrebbe apparire. L’adesione e il sostegno di varie personalità reggine (tra cui Eduardo Lamberti Castronuovo, ex assessore provinciale e attuale consigliere metropolitano), Alberto Cutuli (ex Alleanza Nazionale), Stefano De Luca (ex assessore con Italo Falcomatà) e Oreste Arconte (Italia dei Valori) offre comunque un variegato assortimento, che tradisce un’insolita trasversalità, visti i trascorsi dem dell’ex assessore alla Legalità. Raccogliere a piene mani il consenso della parte “buona” della città non è, però, affatto scontato.

«Con me – ha detto la Marcianò – voglio persone che rispettino una pre-condizione inderogabile: persone libere da condizionamenti che non mi chiedano nulla né oggi né domani, ma siano pronte ad offrire al loro disponibilità a a spendersi in nome della città». La formazione delle liste civiche è affidata a Salvatore Chindemi e a Renato Milasi (il suo avvocato nella vicenda Miramare). Avrà l’appoggio che le serve? Come convincere un elettorato inviperito con tutta la classe politica locale che ci potrebbe essere qualche respiro di rinnovamento guardando alle liste civiche?

Non trapela, invece, niente sul candidato sindaco di Forza Italia. Un abbottonatissimo Cannizzaro dice solo «stiamo lavorando» sapendo bene che la destra è vincente solo se non è divisa. Ma come mettere insieme e coagulare l’ala moderata forzista con i disegni sovranisti dei Fratelli di Giorgia e dei salviniani, senza dimenticare l’area degli ex-scopellitiani che spingono per la candidatura dell’ex presidente del Parco d’Aspromonte Giuseppe Bombino? Gli azzurri vorranno puntare a fare il bis rosa anche per il Comune di Reggio? Giovanna Cusumano, esponente di spicco della commissione contro la violenza di genere ed apprezzata professionista in città, non si tira indietro, ma non spinge per la candidatura. Da non trascurare, peraltro, l’eventualità, per niente remota, di una candidatura diretta dell’on. Cannizzaro a sindaco. Il deputato reggino (oltre 37mila voti alle politiche del 2018) un pensierino ce lo farebbe pure, rinunciando, forse a malincuore, al seggio di Montecitorio.

Di sicuro, l’attuale panorama degli aspiranti sindaci spariglia gli improbabili disegni di Salvini che, in Comune, riuscirà a far eleggere qualche consigliere, ma raccoglierà quasi certamente nuove delusioni in termini di consenso. I calabresi sono «lottatori» (lo ha detto anche la Marcianò) e i reggini lo sono ancora di più e non amano i colonizzatori, “conquistatori” o presunti tali. A fine maggio, probabilmente, si vota a Reggio per Comune e Città Metropolitana: anche qui, preparatevi, i colpi di scena sono da copione. (s)

Astenuti o assenti? Il voto disgiunto e di genere.
Servono modifiche urgenti alla legge elettorale

di SANTO STRATI – Non si è ancora insediato il nuovo Consiglio regionale (manca persino la proclamazione ufficiale degli eletti), ma ci permettiamo di ricordare ai nuovi inquilini di Palazzo Campanella che tra le tante urgenze di questa consiliatura, non va trascurata l’esigenza di “correggere” la normativa elettorale in vigore. Cosa sarebbe successo se, anche in Calabria – come nelle altre regioni – ci fosse stata la possibilità del voto disgiunto? Spieghiamo subito cosa significa: equivale alla facoltà di scegliere il presidente di una coalizione e assegnare il voto ad un’altra lista, non necessariamente della stessa coalizione. Quanti voti in più avrebbero raccolto, singolarmente parlando, i quattro candidati? Non è un dettaglio da poco, basta guardare quanto è avvenuto in Emilia-Romagna. La Calabria, per una di quelle incredibili quanto singolari caratterizzazioni difformi dalla legge elettorale nazionale, ha una legge che esclude questa possibilità. Per non parlare poi del voto di genere: la passata consiliatura – vergognosamente, permetteci di dirlo chiaramente – non ha approvato il progetto di legge avanzato da Flora Sculco (rieletta nel nuovo Consiglio) che prevedeva la parità di genere nel voto. Una legge di poche righe che meritava attenzione e buon senso e invece è stata affossata malamente, proprio prima che finisse la consiliatura. Due aspetti della legge elettorale che vanno presi in considerazione da subito, per non ritrovarci tra cinque anni, da capo a dodici, come si dice. Ovvero, senza voto disgiunto e senza un’adeguata componente femminile in Consiglio. Altra considerazione importante riguarda la soglia di sbarramento dell’8%: il risultato è che il voto di poco meno di 120mila calabresi (a Francesco Aiello e Carlo Tansi9 non trova riscontro nell’agone politico (e parliamo di un percentuale totale del 14,5%). Anche questa, siamo sicuri, è una norma che non merita una revisione in una, auspicabilmente prossima, nuova legge elettorale?

Per introdurre il voto di genere basta un esercizio di ordinaria amministrazione, recuperando il disegno di legge lasciato morire nei mesi scorsi e predisporre una norma che prenda in considerazione entrambe le opportunità. Così, alla prossima consultazione elettorale, al massimo si potrà recriminare “soltanto” sulla scarsa partecipazione dei calabresi al voto: l’affluenza del 26 gennaio 2020 è praticamente identica a quella del 23 novembre 2014, 44 e spicci per cento, quindi bisognerà interrogarsi a lungo perché non si riesce a spazzare via questo disincanto, perché il rifiuto della politica (che coinvolge tutto e tutti, soprattutto le persone perbene e ce ne sono tante) avanza anziché regredire, con lo svecchiamento della popolazione, accrescendo delusioni e amarezza. I giovani devono (e secondo noi vogliono) avvicinarsi alla politica e desiderano essere partecipi. Il fenomeno delle sardine esprime soprattutto il desiderio delle nuove generazioni di tentare di cambiare le cose, in particolar modo in politica, quindi rivela la voglia di essere coinvolti e diventare attori e protagonisti di una qualsiasi svolta.

Il cosiddetto cambiamento che, in realtà, è solo apparente, non c’è, né si profila all’orizzonte. Eppure la Calabria è stata sempre un importante laboratorio politico. Tra i suoi figli annovera grandi protagonisti della politica di alcuni decenni fa (basti ricordare Mancini, Misasi, Gullo, solo per fare qualche nome) che hanno lasciato, in positivo o negativo, un’impronta chiara e indelebile che, peraltro, riconosceva un ruolo a questa terra e ne coltivava le aspettative. Oggi, i giovani e le donne in modo particolare, sono i più delusi di questo modo di far politica e non vanno a votare. Come si fa a far capire loro che, invece, occorre andare alle urne ed esprimere una qualsiasi scelta (anche scheda bianca) quanto meno per dare numericamente un significato di partecipazione. Dare il segno di istanze che non possono venire più disattese.

Il cav. Callipo, che ha annunciato un’opposizione “costruttiva” in Consiglio regionale, ha raccontato durante la campagna elettorale che la sua scelta di scendere in campo è stata determinata da una sincera domanda di un giovane sul perché non ritenesse di doversi impegnare per questa terra. Una bellissima immagine, anche letteraria che potrebbe esser pure frutto di un’abile strategia di marketing politico (ma non lo è, per fortuna) che dà il senso di come, in realtà, i nostri ragazzi, laureati o laureandi o delle scuole superiori, attratti da sardine o altre suggestioni di movimenti, sentono la necessità di “battere cassa”: presentare con umiltà, ma con ammirevole orgoglio, un’istanza di attenzione da parte di chi si propone di rappresentare il popolo e lavorare per il bene comune. Diversamente, l’astensione risulta la risposta più ovvia da offrire all’attuale classe politica.

E anche sull’astensionismo ci sarà molto da discutere e non ci sembra che la mancata partecipazione di circa 350mila calabresi iscritti all’Aire (l’anagrafe degli italiani all’estero) cambi la sostanza della scarsa partecipazione. Mentre per il voto nazionale è prevista la votazione all’estero, per le regionali questa opzione non è attiva: cosa aspetta il Parlamento italiano a parificare le condizioni per tutti gli elettori? I 350 mila “assenti” avrebbero votato? Nessuno può dirlo, ma sicuramente una sostanziosa partecipazione (i nostri emigrati sono più sensibili sul piano politico?) ci sarebbe potuta essere.

Del resto, aggiungere un 18% virtuale di “assenti” e non astenuti al conteggio dei votanti (44% circa) non modifica il risultato finale. Hanno votato circa 800 mila calabresi, pochi, comunque la si guardi, pensando proprio alla voglia di riscatto che parte dal Sud e, in modo specifico, dalla Calabria. Perché vanno così pochi a votare? Secondo l’antropologo Vito Teti è un problema di “disperanza” (vedi articolo di Calabria.Live): «È un sentimento misto di dolore e amore, di indignazione e speranza, che dovrà portarci a resistere, a immaginare il futuro, a renderci partecipi nella vita civile di ogni giorno, a prenderci cura, anche singolarmente, di luoghi, piccoli paesi, persone, ultimi, fragili, anziani. anche tallonando chi fa politica, anche criticandone aspramente l’operato, in maniera libera, ognuno di noi può fare qualcosa, può dare esempio di buone pratiche, può compiere gesti di fiducia e di speranza per cambiare le cose, per liberare la Calabria da una sorta di maledizione alla quale noi stessi non dobbiamo credere. Apatia, indifferenza, qualunquismo, populismo, paternalismo – dice Teti – non fanno bene alla Calabria. La nostra terra ha bisogno di garbo, di delicatezza, di parole dolci, ma anche di essere protetta da chi la devasta. Quello che sarà la Calabria è quello che noi sapremo, vorremo, riusciremo ad essere. Non mi pare che si sia in pochi e ci sono giovani, ragazze, professionisti, cittadini silenziosi, associazioni, gruppi dal basso che indicano altre strade possibili. la politica non si traduce e non finisce con una tornata elettorale».

Ieri, la neo-presidente Jole Santelli è tornata a Montecitorio, dove formalizzerà in questi giorni le sue dimissioni. Non avrà tempo di rimpiangere gli scranni della Camera, la sua agenda è già fittissima e ancora non si è nemmeno insediata. Un applauso l’ha accolta all’ingresso in aula: che sia di buon auspicio, sarebbe magnifico se la nuova consiliatura, la prima a marca femminile, imprimesse quella svolta cui non far mancare gli applausi. E ci facesse scoprire che, trasversalmente, maggioranza e opposizione possono (e devono) anche dialogare per un comune obiettivo, quello di far tornare un po’ di speranza di futuro ai calabresi. (s)

Arriva il progetto Aeroporto del Mediterraneo. Ultima chiamata perché decolli lo scalo reggino

di SANTO STRATI – Era una bella mattinata d’agosto dello scorso anno. A mezzogiorno, mentre i reggini stavano a mollo nelle tiepide acque dello Ionio, all’Aeroporto dello Stretto, in pompa magna, si celebrava il personale successo dell’on. Francesco Cannizzaro: con un abile colpo di mano il deputato reggino aveva fatto assegnare nella legge finanziaria 25 milioni allo scalo reggino per lavori di adeguamento e ristrutturazione. Una grande, grandissima boccata d’ossigeno per un aeroporto declassato e destinato a venire cancellato. Con Cannizzaro c’era il viceministro grillino all’Economia Laura Castelli e lo stato maggiore della Sacal, la società che gestisce i tre scali calabresi, guidata dal prefetto Arturo De Felice. Un po’ di slides, annunci roboanti, e assenza polemica del sindaco Falcomatà, non invitato. Bum, la bolla di sapone (perché così va considerata) è scoppiata: sono passati quasi sei mesi e dell’utilizzo di questi 25 milioni – trovati tra le pieghe del tradizionale assalto alla diligenza della legge finanziaria di fine anno – i calabresi, i reggini, non hanno notizie. Si sa soltanto, da fonte Sacal, che il 14 gennaio scorso c’è stato un incontro al ministero delle Infrastrutture stabilendo di rinviare a febbraio la firma della convenzione Sacal-Enac per l’avvio delle procedure (mentre sarebbero già in via ultimativa i progetti per l’utilizzo dei fondi). Viva la burocrazia che tutti i progetti si porta via: per quanto la si voglia rigirare, sono sette mesi buttati via. Sette mesi vitali per la sopravvivenza di uno scalo destinato, così facendo, alla chiusura, nonostante ci siano le risorse pronte da spendere…

Senza stare a questionare sulla complessità dei lavori previsti utilizzando tali risorse (ripavimentazione e qualche altro piccolo ridicolo ritocco, oltre alla giustissima attenzione alla sicurezza e all’adeguamento del sistema radioguidato di assistenza all’atterraggio, visto che non tutti i piloti sono in grado di scendere a Reggio), ai calabresi e soprattutto ai reggini piacerebbe sapere il motivo di questo ritardo. L’opinione della gente è che dello scalo di Reggio interessi poco o niente ai piani alti, ovvero alla Regione, alla Sacal, all’ANEC, all’ENAC e a chiunque abbia un minimo di competenza nella materia. In poche parole, l’impressione condivisa anche dal sindacato regionale della Uil trasporti guidato da Luciano Amodeo, è che si voglia far morire questo scalo (e quello di Crotone) a tutto vantaggio di un Hub unico da costituire a Lamezia. Con buona pace dei dipendenti lasciati senza occupazione e dei viaggiatori (anche messinesi) privati di una comoda opportunità di viaggio. Ma perché un reggino o un messinese, dopo un’ora di volo Roma-Lamezia dovrebbe accollarsi un’altra ora e mezzo (se tutto va bene) in pullman per raggiungere la propria città? A cosa serve una Città Metropolitana se, pur disponendo di un aeroporto, non riesce a utilizzarlo? A che servono gli stanziamenti (ad utilizzo immediato, già pronti e disponibili, fate bene attenzione!) se solo per l’«avvio delle procedure» non sono bastati sei mesi?

Il problema però non è solo delle infrastrutture, sta nello scarso utilizzo dello scalo. Il reggino De Felice, giustamente, da presidente Sacal ha sempre sostenuto che se non c’è la domanda non si può pensare a un’offerta (per volare): potremmo anche esser d’accordo se non fosse che in assenza della pur minima offerta (non indecente, viste le tariffe praticate e gli orari impossibili) risulterebbe persino difficile a Mandrake farci vedere la sala d’attesa dell’aeroporto Tito Minniti affollata, come sarebbe giusto che fosse, tutti i santi giorni. I numeri sul traffico dello scalo reggino sono spaventosi: 365,391 nel 2019 contro i 2.978.110 di Lamezia, quasi la metà del 2018). Ma con tariffe impossibili e orari impraticabili come si poteva immaginare di attrarre passeggeri?

Nelle interviste video a Luciano Amodeo e allo storico reggino Pasquale Amato (un ammirevole “talebano” quando ci sono da difendere gli interessi di Reggio) che accompagnano questo articolo ci sono le preoccupazioni dei lavoratori e dei viaggiatori. «È un problema noto – afferma Amodeo – quello dello scalo reggino sia alle istituzioni che alle parti politiche che oggi continuano ad ignorare lo stato fatiscente della struttura. Siamo al quinto sciopero in un biennio per rivendicare, come Uil Trasporti, il potenziale che l’infrastruttura reggina potrebbe offrire se si rendesse accessibile e soprattutto se si attivasse un piano di intermodalità utile, indispensabile e necessario per il rilancio dello scalo. Ma, ancor di più, servono le compagnie aeree: per farle arrivare qui bisogna rendere appetibile un aeroporto che in questo momento rappresenta solo delle limitazioni che con investimenti importanti possono essere superate. La Sacal dovrà far interagire i tre aeroporti calabresi in un regime di complementarietà e non di concorrenzialità: in questo momento sembra non voler affrontare il problema relativo allo scalo aeroportuale di Reggio non rispettando neanche quelle che devono essere le buone relazioni industriali, sottoponendosi al confronto con le parti sociali. Serve un tavolo di confronto su cui discutere su una progettualità concreta e su un piano di investimenti, nonché di incentivi per le compagnie aeree. Serve un piano di intermodalità che coinvolga tutta l’aerea metropolitana e che faciliti i collegamenti di tutti i cittadini metropolitani con un aeroporto attivo e funzionante».

Il prof. Amato, tenace assertore del rilancio dello scalo, sostiene che in Calabria non si  è fatto come in Puglia. Amato coglie nel bando ENAC che ha assegnato alla Sacal i tre scali calabresi le contraddizioni del sistema aeroportuale. «Non è stato messa in atto – secondo Amato – un’azione di potenziamento dell’intero sistema aeroportuale calabrese e la Sacal ha concentrato ogni sforzo su Lamezia col risultato della chiusura temporanea dello scalo di Crotone (poi riaperto parzialmente) e del decadimento costante e continuo dell’aeroporto dello Stretto, mai chiamato dello Stretto ma di Reggio, di fatto negando la specificità della nostra posizione geopolitica e geografica».

Luciano Amodeo
Luciano Amodeo, segretario regionale Uil-Trasporti Calabria

LE INTERVISTE  A LUCIANO AMODEO E PASQUALE AMATO

E torniamo ai 25 milioni di euro in dotazione aggiuntiva allo scalo (ci sono fondi inutilizzati del 2018): siamo certi che le scelte preannunciate per la loro destinazione siano le più indicate per il rilancio dell’aeroporto della città di Reggio? Arriva a questo proposito, il progetto del gruppo privato Zicourat, guidato dagli architetti Nicola Zera Falduto e Pino Falduto (quest’ultimo già assessore comunale del sindaco Italo Falcomatà, il padre dell’attuale primo cittadino), presentato alla Regione, alla Città Metropolitana, alla Prefettura, e a tanti altri attori istituzionali. Un progetto innovativo e lungimirante, che parte da un’idea di base: dimenticarsi della parola “Stretto” (troppo riduttiva) e far nascere un nuovo scalo da ribattezzare “Aeroporto del Mediterraneo”. Con un costo complessivo di poco meno di 33 milioni che andrebbero utilizzati per abbattere la vecchia e obsoleta aerostazione, edificare un nuovo, moderno e funzionale terminal, dal lato mare, con tutti i necessari adeguamenti di sicurezza e di accessibilità e atterraggio per qualsiasi tipo di aereo e, naturalmente, un nuovo piano di viabilità che darebbe nuova vita a un’area pressoché abbandonata. In pratica, con gli stessi fondi destinati alle “ristrutturazioni” si potrebbe – secondo il progetto regalato da Zicourat alla Città di Reggio – costruire un aeroporto nuovo.

È un’ipotesi progettuale che ai calabresi piace molto e dovrebbe legittimamente coinvolgere chi ha a cuore il futuro dell’aeroporto e il futuro della Calabria. Non perché viene “regalato” alla città di Reggio deve sottostare a pregiudizi senza senso: è quanto meno una buona base di partenza, un’alternativa ai “ritocchi” strutturali che ha in mente la Sacal, un’idea che merita la dovuta attenzione. La neo-presidente Santelli, appena operativa, metta subito in agenda questa proposta, la faccia valutare da tecnici competenti e disinteressati, e, se ci sono i presupposti di fattibilità, si renda protagonista di questa “rivoluzione dei cieli” di Reggio, invertendo la rotta fin qui negativa che ha caratterizzato la gestione dell’aeroporto “Tito Minniti”. E lo stesso dovrà fare la Città Metropolitana perché un aeroporto che funziona è il volano dello sviluppo possibile, sia in termini di business di commercio e turismo che di qualità della vita: la mobilità in Calabria è ormai alla frutta: zero la qualità dei trasporti, zero l’intermodalità, zero i collegamenti veloci. Si cominci da qui ad avviare il processo di rinnovamento e di cambiamento, dimenticando però la gattopardesca abitudine del “cambiare tutto perché nulla cambi”. Il ministro delle Infrastrutture Paola De Micheli ha annunciato novità sul piano dei trasporto ferroviario per accorciare le distanze: abbinare treni e aerei nel rilancio della mobilità calabrese sarebbe un bel regalo a chi in questa terra ci abita, ha investito passione e quattrini, vorrebbe vedere tornare i propri figli lontani.

progetto Aeroporto del Mediterraneo

Come e cosa dovrebbe essere il nuovo Aeroporto del Mediterraneo? Innanzitutto una grande risorsa, secondo le idee dell’imprenditore “illuminato” Pino Falduto, da sempre innamorato della sua terra, inguaribile “visionario”, ma mica tanto: è suo il grande centro commerciale di Pellaro, Porto Bolaro, e suo è il megaprogetto del  Mediterranean Life (vedi Calabria.Live del 24 agosto) che mira a trasformare tutta l’area sud di Reggio in uno straordinario paradiso per il turismo diportistico e congressuale. Il nuovo terminal dovrebbe diventare «il cuore pulsante della Città di Reggio Calabria, in quanto lo stesso verrà utilizzato non solo per le attività aeroportuali, ma anche per ospitare un incubatore d’impresa in modo da offrire a tutti i giovani un luogo fisico in grado di poter avviare e poi sviluppare le attività che la ZES prevede per l’area dello scalo». Quindi non solo potenziamento dello scalo e dei suoi utilizzi, ma l’aeroporto dovrebbe diventare un attrattore per startup innovative e i neo-laureati in cerca di formazione, specializzazione e affermazione.

Progetto Aeroporto del Mediterraneo

Il progetto prevede che il nuovo piazzale principale destinato agli aeromobili abbia una superficie complessiva di circa 109mila mq, in grado di consentire lo stazionamento contemporaneo di sei velivoli commerciali. Gli aerei saranno collegati al terminal attraverso i fingers, ovvero i manicotti mobili che permettono l’imbarco e lo sbarco diretto dei passeggeri dentro il terminal, come avviene in quasi tutti gli aeroporti del mondo. Il terminal e l’aeroporto utilizzerebbero la stazione ferroviaria (esistente, ma inutilizzata) per attivare un collegamento metropolitano di superficie con la città di Reggio, il porto, Gioia Tauro e l’aeroporto di Lamezia. Anche il piano viabilità verrebbe completamente rivisto con i collegamenti verso la SS 106 e l’A2 Autostrada del Mediterraneo.

Progetto Aeroporto del Mediterraneo

Un progetto che non richiede investimenti di miliardi, ma la dovuta attenzione della Città metropolitana e soprattutto della nuova presidente della Regione. Il progetto prevede l’utilizzo della aree ZES previste per l’Aeroporto di Reggio e viene offerto come «contributo spontaneo con l’unico fine di una collaborazione al miglioramento della nostra città». In poche parole, perché utilizzare i 25 milioni stanziati per lo scalo reggino (e non ancora impegnati se non informalmente in discutibili “ristrutturazioni”), quando si potrebbe avere un terminal completamente nuovo e una nuova “rigenerazione urbana” che valorizzi tutta l’area dello Stretto? Il progetto presentato dagli architetti Falduto non è vangelo ma può costituire una seria e solida base per una riflessione sul corretto utilizzo delle risorse pubbliche e nell’ottica di un non più rinviabile rilancio dello scalo. Se ne facciano carico la neo-presidente Jole Santelli e il futuro consiglio metropolitano e comunale di Reggio: il sindaco Falcomatà, magari assorbito dall’ormai imminente campagna elettorale, forse non avrà occasione di valutare la proposta che invece dovrebbe promuovere e spingere. O spiegano ai cittadini, chiaramente e con dati alla mano, perché non si può fare, oppure mettano tutti l’impegno comune e trasversale delle forze politiche che hanno detto di avere a cuore il futuro della Calabria. Questa è l’occasione per dimostrare che Reggio può finalmente “decollare”.

La Città metropolitana di Reggio non può permettersi di non avere un aeroporto efficiente e moderno, ma soprattutto funzionale ai progetti di rilancio turistico di tutta la Calabria. Anche il nuovo nome proposto sembra di buon auspicio, il Mediterraneo farà la fortuna della Calabria, ma, attenzione, come per i voli che si rischia di perdere perché si giunge in ritardo o perché distratti, questa è l’ultima chiamata, con imbarco immediato… (s)

La Santelli (55,3%) travolgente, Callipo al 30,1%
Tansi e Aiello restano fuori e la Lega non vola

di SANTO STRATI – L’ormai consolidata tradizione dell’alternanza nel governo regionale è stata rispettata anche stavolta, ma non va considerata una iattura, semmai il sintomo cronico di una manifesta insofferenza verso chi ha governato prima. Se si guardano le ultime passate legislature si rileva che gli elettori non hanno mai premiato con la riconferma il governo precedente. Qualcosa vorrà pur dire, ma non spiega il perdurare di un’astensionismo da record che, di fatto, non aiuta a “rivoluzionare” la politica regionale. Sia che fosse la rivoluzione dolce immaginata da Pippo Callipo e dall’inguaribile sognatore che è Antonino De Masi, industriale simbolo della lotta alla ‘ndrangheta e al malaffare, sia che trovasse spazio una qualche idea autoritaria (che, grazie a Dio, non ha fatto nemmeno capolino). Resta, allora, da capire perché accettando supinamente il gattopardesco “cambiare tutto perché nulla cambi”, i calabresi abbiano mostrato la loro parte peggiore. Quella di un pessimismo che, pur trovando tante motivazioni nella gravissima situazione di questa terra, non può essere accettato e meno che meno giustificato. Callipo ha dovuto constatare di persona la mancata adesione nel suo progetto:  «Il dato dell’astensionismo – ha detto, più deluso che amareggiato – deve indurre a una riflessione profonda perché rappresenta una sconfitta di tutti, un pessimo segnale per la democrazia. Non siamo riusciti a smuovere i troppi calabresi delusi da decenni di cattiva politica, ma abbiamo riacceso la speranza in 245mila» (quelli che che lo hanno votato).

Dunque, la valanga di voti del centro-destra che ha travolto i progetti di Callipo, appoggiato dal partito più votato in Calabria, conferma che il fuoco amico si pratica ancora tra i dem, tra invidie, gelosie e divisività, ma soprattutto che ai calabresi non piace votare: il 44% di affluenza (pressoché identica a quella del 2014) getta nello sconforto chiunque abbia immaginato un qualche gesto di coraggio e di determinazione. Invece, la rassegnazione di chi non è andato a votare è rimasta tale e quale a prima e l’indignazione è cresciuta solo in chi è andato a votare, più d’uno con l’idea di dover dare almeno un’indicazione. E qualche notabile, con vagonate di voti alle spalle, rimasto fuori da Palazzo Campanella conferma che alla fine non è stato un voto “adagiato”, ma anche se in piccola parte, un po’ ragionato.

«Non cambia niente», hanno dichiarato alla televisione del Reggino, ReggioTv, tanti calabresi che non nascondevano la quieta rassegnazione di chi non ci crede più. Un atteggiamento colto anche nelle altre province, nonostante alcuni evidenti segnali, soprattutto tra i giovani, di voler partecipare e dare voce alla propria rabbia.

Al di là di queste considerazioni, occorre invece osservare che la trazione leghista del centro-destra calabrese che Salvini dava per scontata non c’è stata: i calabresi hanno, intelligentemente, bocciato le mire colonialistiche della Lega, relegandola appena sotto alla lista di Forza Italia come preferenze, e hanno indicato chiaramente che scegliendo di essere governati da una coalizione di destra preferiscono una politica di centro-moderato e non inquinato da idee sovraniste e dal vago sapore razzistico. Difatti, se si guardano i dati della coalizione di centro destra, l’area moderata raccoglie più del 34% delle preferenze, isolando al 12,25 la Lega e al 10,84% Fratelli d’Italia. Si consideri che la Lega non era presente nelle passate elezioni del 2014 ma aveva ottenuto nel 2018 il 5,61% diventato il 22,61% alle Europee dello scorso anno:. Lo sconfitto di queste elezioni è, dunque, Salvini che immaginava di poter conquistare la Calabria, ma gli è andata male (come è successo a tutti i mancati conquistatori nella secolare storia della Calabria), però è in buona compagnia.

Il partito democratico, risultato il più votato in regione (15,19%), non ha saputo capitalizzare l’ottima reputazione di Callipo facendo clamorosi errori per evidente mancanza di informazioni locali. Quando venerdì scorso all’affollata assemblea di simpatizzanti dem e di Callipo Zingaretti si è lanciato ad elogiare il sindaco Falcomatà (di fatto poco amato dai suoi cittadini) un gelo è precipitato nella grande sala Calipari. Poteva evitarsela, ma probabilmente nessuno lo ha informato che la sola idea di ricandidare Falcomatà a Reggio fa drizzare i capelli a più di un dem aduso alle bizzarrie di un partito che continua a non trovare pace.

Per non parlare dei 5 Stelle che presto diventeranno categoria protetta perché in via di estinzione: Morra e Maio non volevano presentare liste, avevano già fiutato l’aria e presentivano che era meglio non partecipare anziché prendere una colossale batosta difficilmente spiegabile. Il misterioso quanto mostruoso meccanismo di votazione popolare, che Casaleggio e company hanno battezzato Rousseau senz’alcun rispetto per il titolare di un cognome così illustre, ha deciso che invece bisognava partecipare alle elezioni. Sia in Emilia (e qui la batosta è stata ancora più pesante, col rischio serio di poter danneggiare il candidato dem a favore della Lega) che in Calabria: ma siccome ai 5 Stelle – si sa – piace farsi male da soli, anziché appoggiare il candidato del socio di governo hanno illuso il pur valente prof. Aiello che s’è trovato il fuoco amico di Morra e altri parlamentari che non hanno digerito la sua candidatura. Certo col 6,26% raccattato in Calabria (dove alle politiche del 2018 aveva raccolto il 43,39% – il quarantatre! – e il misero 4,7% dell’Emilia, è legittimo chiedersi se il governo in carica rappresenti davvero il Paese. Ma questo è un altro discorso.

Resta l’amarezza di chi, credendoci – candidati, simpatizzanti, calabresi per bene – ha provato in tutti i modi a far ricredere gli aficionados dell’astensione. Risultato in fotocopia col 2014: su 1.895.990 aventi diritto al voto si sono recati alle urne 840.563. Sono i numeri che fanno la differenza: ma in quel milione e passa che ha disertato le urne quanti troveremo, a breve, a lamentarsi perché, magari, la maggioranza non fa le cose che servono alla Calabria o l’opposizione non si oppone come dovrebbe? Lasciamoli piagnucolare da soli e ricominciamo da capo. È la politica, bellezza!

Intanto, benvenuta presidente Santelli che ha dichiarato di avere la Calabria nel cuore e di volere una regione a colori, possibilmente rock: le diamo un’ampia apertura di credito e dimostri che il fato che lei dice l’ha portata questa sfida, una volta tanto, l’ha vista giusta. (s)

La Santelli è la prima presidente donna nel Sud
Delusione Callipo, vince ancora l’astensione

di SANTO STRATI – Germaneto si colora di rosa: Jole Santelli è il primo presidente di regione donna, nel Sud. Il centro-destra a valanga, tra la delusione di Callipo e le aspettative illusorie di Tansi e Aiello, ma il dato più inquietante di queste elezioni è la conferma del partito degli astensionisti. Addirittura il dato di chi non è andato a votare è pressoché identico a quello del 2014. Cioè hanno votato gli stessi elettori del 2014 (con evidenti differenze di posizione): come si spiegano la rabbia, la delusione, le speranze dei calabresi, con le urne che vengono disertate in massa? Come possono i calabresi continuare a lamentarsi se poi non vanno a votare?

Il dato più difficile da digerire è che rapportando i voti raccolti dal vincitore al numero dei votanti, è come se solo un terzo dei calabresi avesse scelto il presidente e assegnato la sconfitta alla coalizione perdente. In una gattopardesca considerazione che “tutto cambia perché niente cambi”, i calabresi hanno dato spazio alla rassegnazione più che all’indignazione che avrebbe dovuto spingerli a esprimere il voto. È questo che brucia di più all’osservatore esterno, calabrese e non, che si domanda il perché della rinuncia al voto. Come possono cambiare le cose, indipendentemente da chi vince e chi perde, se la vittoria o la sconfitta sono figlie di quella minoranza che ha partecipato al voto?

Sono tante le domande che vincitori e vinti dovranno cominciare già domani a farsi sugli errori clamorosi di questa anonima quanto improvvida campagna elettorale, dove la corsa a farsi male da soli ha visto partecipare tutti. Ha cominciato il Pd con Oliverio in una posizione contraddittoria e oltranzista di una ricandidatura spinta al parossismo, in lotta aperta con il commissario regionale Graziano, e una serie di iniziative (tipo il commissariamento dei circoli dem di Crotone e Cosenza) oltremodo discutibili e responsabili di un disagio costante tra gli elettori di sinistra. Poi ci ha messo del suo il centro-destra che si è piegato alle richieste dei fratelli Gentile e ha “fatto fuori” il sindaco di Cosenza Occhiuto che aveva avviato una intelligente campagna elettorale per poi presentare, fuori tempo massimo, Jole Santelli: la spartizione del potere tra Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega assegnava al partito di Berlusconi la presidenza della regione (e al partito della Meloni la poltrona di sindaco di Reggio). Santelli rappresentava la soluzione ideale per dare un’uscita onorevole a Occhiuto e mantenere il diritto di occupare il ruolo di governatore a Forza Italia.
Poi il Movimento 5 Stelle che ha mostrato troppe anime discordanti con un tasso di conflittualità difficilmente dirimibile: Dalila Nesci si era generosamente lanciata a proporre una candidatura “schietta” (col rischio di perdere il sicuro seggio parlamentare), ma Di Maio e i vertici grillini avevano soffocato ogni sua aspirazione. Poi, dopo la disfatta umbra, c’è stato chi come Di Maio e Morra ha insistito nel proporre una sosta, la non presentazione a queste elezioni, ma il voto su Rousseau li ha costretti ad accettare la sfida. Callipo che poteva sembrare il candidato ideale per i 5 Stelle è stato buttato alle ortiche, sostituito dal pur valido docente Unical Francesco Aiello che si è trovato con pochissimo tempo a gestire un’ardua campagna elettorale, in un proseguio di conflittualità apparentemente ben nascosta proprio all’interno dei Cinque Stelle. Tansi, l’uomo della prevenzione, ha scelto un viaggio in solitaria, con i risultati che si commentano da soli. E infine Callipo che ha preso per compagni di viaggio i dem eliminando dalla corsa alcuni a suo avviso candidati “scomodi” e ritrovandosi a gestire a metà la sua conclamata autonomia con l’ingombrante presenza di diversi eredi di Oliverio. Insomma ci sarà di che discutere. (s)

Svegliati Calabria mia, andiamo tutti a votare!
Una regione “normale” per il futuro dei giovani

di SANTO STRATI – Di tutti i primati negativi che assomma la Calabria ce n’è uno che ci piacerebbe venisse smontato in questa giornata elettorale: l’astensionismo (56% alle passate elezioni del 2014) è il segnale più evidente della disaffezione, della delusione, del rifiuto della politica dei calabresi. Se questa domenica di fine gennaio saranno numerosi i “pentiti” del non-voto, vorrà dire che la Calabria si è svegliata dal suo torpore e che i calabresi davvero cominciano a pensare di poter vivere in una regione “normale”. Una regione dove i bambini hanno a disposizione le pari opportunità e non solo un decimo (o anche peggio) degli aiuti previsti dal governo centrale per le ricche regioni del Nord, una terra dove gli investimenti non sono cattedrali nel deserto issate per avvantaggiare i soliti affaristi che prendono i soldi e scappano. Un luogo da amare e, soprattutto, da far amare. Un angolo di paradiso che ritrovi la sua giusta reputazione e si faccia conoscere e apprezzare in tutto il mondo, non più per i fatti di ‘ndrangheta, ma per la qualità della vita, la innata cordialità e il senso di accoglienza delle sua gente, la capacità dei suoi giovani, la competenza di uomini e donne di cultura, scienziati, ricercatori, formatori, docenti, educatori, che il mondo, al contrario della Calabria, ammira e valorizza tantissimo. Una California d’Europa dove alla mitezza del clima si associano un patrimonio archeologico e culturale inestimabile oltre che unico, una straordinaria ricchezza di paesaggi, mari, montagne, boschi, e un’eccellente offerta eno-gastronomica. In poche parole una regione “normale” dove la ricchezza la fa la sua gente e dove la parola divario possa diventare un brutto ricordo da cancellare.

Svegliamoci, noi calabresi che abbiamo lasciato la nostra terra, pur mantenendola sempre nel cuore, e svegliatevi voi calabresi che vivete e volete vivere, avete il diritto di vivere, in Calabria. Non andare a votare è una resa che contrasta col sentimento più comune di questa terra: non arrendersi mai. Mettiamo da parte lo scoramento, l’insofferenza e – se serve turiamoci il naso, come suggeriva Montanelli – ma andiamo tutti a votare. Non importa a chi verrà dato il voto, ognuno è libero di esprimere nel segreto dell’urna, le proprie preferenze, ma non possiamo accettare che il primo partito di una regione che grida al grande misfatto del Nord, che urla la sua disperazione, che chiede attenzione, poi non vada a votare. Anche se la propria parte politica non dovesse vincere, il recarsi alle urne indicherà che è vera la voglia di riscatto e che non c’è alcuna intenzione di cedere al colonialismo nordico che dimentica che le sue fortune le deve in gran parte ai milioni di meridionali che andavano a lavorare nelle fabbriche di Torino e di Milano.

Non serve la rassegnazione, ma una buona dose di indignazione che deve muovere i calabresi a far capire chiaramente ai futuri ospiti di Palazzo Campanella e di Germaneto che è finita o deve proprio finire l’era del familismo, del favoritismo, della disattenzione, degli annunci e delle mancate realizzazioni. Un’era che ha caratterizzano quanto meno gli ultimi venti anni e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Se dovessimo elencare i misfatti e le cose non fatte vi costringeremmo a leggere centinaia di pagine, ma sono cose risapute e messe in evidenza da tempo dai media, con un solo limite: i politici non leggono i giornali, non ascoltano radio e tv, non guardano le testate on line, solo loro ignorano le tantissime assurdità dell’amministrazione, sia essa locale, regionale, nazionale, che pur vengono spiattellate ogni giorno sulla stampa, sui social, in tv. Siamo afflitti da tasse, gabelle, leggi astruse e decreti attuativi che non vengono mai varati così da rendere inutili i provvedimenti approvati, eppure si continua lo stesso, con le abituali scelte che non guardano al bene comune ma quasi sempre ad interessi privati o di parte.

Il voto del 26 gennaio serve a questo, non solo a eleggere un presidente e 30 consiglieri regionali, ma ad esprimere (si spera) una tendenza di rinnovamento che ormai è inarrestabile e il nuovo Governo regionale, di qualunque colore esso sarà, deve tenerne conto. Necessitano competenza, capacità e voglia di fare: i calabresi devono compattarsi a pretendere che “paese normale” sia anche la Calabria, invocando provvedimenti che hanno un’urgenza spaventosa, a cominciare dalla sanità. Non servono ricette magiche, ma – ripetiamo – competenza e voglia fare, di realizzare, mettendosi al servizio dei cittadini. Un sogno?

Beh, sì, lo ammettiamo, è ancora un sogno, ma 50 anni di regioni hanno portato ricchezze e disastri: splendore e opulenza nelle aree settentrionali, desolazione e miseria al Sud. Non è solo lo scippo al Sud (60 miliardi) di cui il direttore del Quotidiano del Sud Roberto Napoletano si è fatto intrepido accusatore scoprendo e denunciando gli altarini di un regionalismo differenziato ante-litteram a solo vantaggio del Nord. Ma la sua non può essere una voce isolata: occorre riaprire la questione meridionale facendo leva sulla ricchezza straordinaria (e inutilizzata) di cui il Mezzogiorno dispone: il Mediterraneo. Il mare nostrum può essere la molla del riscatto e della crescita sociale, non solo per le popolazioni del Mezzogiorno, ma per tutte quelle che si affacciano sulle sue rive. Non più questione meridionale, dunque, ma questione mediterranea, dove pure i problemi dell’Africa trovino finalmente una qualche soluzione che consenta una vita “normale” anche lì. I migranti fuggono dalla guerra, ma anche dalla miseria e dall’assoluta mancanza di prospettive. Ma un governo che si dimentica del Mezzogiorno avrà mai tempo e voglia di occuparsi del Mediterraneo e delle sue genti?

Solo per fare un esempio, abbiamo, in Calabria, il porto di Gioia Tauro che è al centro del Mediterraneo, l’unico a permettere l’attracco di navi porta-container di stazza gigantesca. È dovuto intervenire il privato a risollevarne le sorti, quando ancora per fare il collegamento unisca il porto alla rete ferroviaria (e favorisca la cosiddetta intermodalità), giusto un paio di km di strada ferrata, stanno da anni a litigare sulle competenze per chi deve approvare il progetto. E questa è sola una delle tantissime urgenze che il nuovo governo regionale dovrà risolvere. Vedremo e vigileremo, senza riguardo per alcuno, su cosa farà il nuovo governo regionale e il nuovo Presidente (uomo o donna che sia): chi ha accettato la sfida elettorale sappia che avrà vita dura e i calabresi non staranno a guardare. Non è un auspicio, ma una sensazione suffragata da tante voci assonanti, di giovani, donne, disoccupati, laureati incontrati in questi ultimi sei mesi in lungo e in largo in Calabria. C’è una nuova coscienza “politica”, consentiteci le virgolette, c’è voglia di cambiamento e la pretesa di essere ascoltati e non blanditi con promesse e annunci ad effetto.

La politica regionale, di cui è giustificabile il rigetto di tanti che in passato hanno rinunciato al voto, ha mostrato l’incapacità di intercettare le reali esigenze dei cittadini, ha rivelato l’insipienza di chi governa e l’ignavia di assumersi la minima responsabilità. Una politica che ha mostrato, peraltro, il suo lato peggiore in questa insulsa campagna elettorale i cui esiti, fino all’ultimo, non sono per niente scontati. Non sappiamo quanti voti faranno perdere alle rispettive parti l’affrettato addio di Di Maio (insensato e folle a tre giorni alle elezioni in Emilia e in Calabria), le spavalderie gratuite di Salvini e l’infelice battuta sessista di Berlusconi nei confronti dell’imbarazzatissima Santelli («Non me l’ha mai data», una goliardata che un capo politico non dovrebbe permettersi nemmeno al chiuso dei suoi salotti eleganti). Il tempo scorre in fretta, la gente dimentica rapidamente e guarda i suoi ragazzi che preparano il trolley. Loro, molto spesso con una legittima fitta al cuore, non dicono arriverderci, ma più facilmente «addio» alla casa che li ha visti nascere, ai genitori, agli affetti. Quella stessa parola che i calabresi dovrebbero gridare alla politica da strapazzo di chi immagina di venire a conquistare la Calabria. Per questo occorre che andiamo tutti a votare. (s)

Nella sfida ormai a due Santelli-Callipo prevale l’incognita del voto degli astensionisti “pentiti”

di SANTO STRATI – Nonostante l’invidiabile ottimismo di Carlo Tansi e Francesco Aiello (gli altri due candidati alla presidenza della Regione Calabria), risulta ormai chiaro che la sfida elettorale si consumerà tra i due “big” Jole Santelli e Pippo Callipo. Non si possono pubblicare, per legge, i sondaggi, ma, a naso, la vittoria del centro-destra, data per scontata, non è certissima. Pesa un’incognita che Salvini («Saremo il primo partito» – ha dichiarato parlando della Calabria) e tutto il centro-destra stanno sottovalutando e che potrebbe sovvertire i pronostici: il voto dei cosiddetti astensionisti “pentiti”, ovvero una parte di quegli elettori che alle passate consultazioni si è rifiutata di andare a votare (sono stati quasi il 56%), che potrebbe cambiare idea e recarsi alle urne.

Il ragionamento è abbastanza semplice: alle passate elezioni del 2014 ha vinto il partito degli astensionisti. Si è recato alle urne solo il 44,08% dei 1.897.729 calabresi aventi diritto al voto: il loro peso è stato moritficante, ma allo stesso tempo ha denunciato la sfiducia, l’avvilimento, la delusione nei confronti della politica e dei suoi rappresentanti. Se una parte di questi astensionisti “non per vocazione” si pentisse e decidesse di recarsi questa volta alle urne non lo farebbe a favore di chi ha già un forte serbatoio di voti, ma presumibilmente darebbe fiducia a un progetto nuovo. In questo senso, le speranze di Tansi, Aiello e Callipo sono condivise: hanno puntato a convincere gli elettori a recarsi alle urne, hanno provato a coinvolgere (con il risultato che vedremo domenica notte) l’elettorato “dormiente” contro le truppe decisamente in armi dell’area di centro-destra. Il tempo è stato canaglia e non ha consentito di fare un’adeguata campagna sul territorio: non bastano i social e gli annunci televisivi o sui media, i calabresi vogliono ascoltare, capire, confrontarsi. Nessuno venga a dire che è stata una campagna “normale”, semmai una lotta contro il tempo, con miracoli di spostamenti in una terra dove mobilità è una parola difficile a pronunciare senza allargare le braccia, una campagna basata più sugli insulti quotidiani che sulla presentazione di programmi basati su numeri e cifre inoppugnabili. Ci saremmo aspettati una sorta di business plan, ovvero un piano economico con indicazione delle risorse e il loro utilizzo, invece, ancora una volta, nel solco della migliore tradizione politica, solo tante belle promesse e tanti annunci roboanti.

Del resto anche la somma aritmetica delle liste, sei quelle della Santelli, tre quelle di Callipo, danno la misura del potenziale distacco tra le due forze opposte. I calabresi per bene, indipendentemente dal loro credo politico, vorrebbero che il futuro presidente, al di là dell’appartenenza o dello schieramento, cominciasse a realizzare in maniera concreta una non più rinviabile progettualità esecutiva per la Regione. Il bilancio degli ultimi vent’anni, dove abbiamo visto alternarsi destra e sinistra, è purtroppo disastroso e questa terra sta pagando ancora oggi le conseguenze di una politica distratta e poco attenta alle reali esigenze di donne, giovani, disoccupati e soprattutto inoccupati che hanno visto svanire qualsiasi presagio di rinnovamento. Perché, ricordiamocelo bene, in Calabria non è solo la cifra della disoccupazione a fare paura, ben più allarmante e grave è quella dell’inoccupazione, ovvero di giovani e donne che sono passati dall’adolescenza alla maturità, fino ad arrivare oltre i quarant’anni, a non aver mai avuto uno straccio di lavoro, un’occupazione degna del suo nome, in grado di offrire prospettive di crescita e sviluppo. Non avere offerto opportunità è la colpa più grave delle amministrazioni che si sono susseguite negli anni, che non hanno mai creato prospettive di occupazione stabile. Alla Calabria non servono industrie nel senso tradizionale del termine: ha bisogno di convogliare su un piano strettamente industriale le risorse naturali di cui dispone e che dovrebbero/potrebbero creare una gigantesca massa di lavoro non solo per i laureati delle nostre eccellenti università, ma per qualsiasi figura professionale, dalla più bassa alla più tecnologica.

Turismo, cultura, ambiente, agricoltura: sono quattro percorsi che avrebbero dovuto fare della Calabria la California non solo d’Italia, ma dell’intera Europa. Turismo significa un progetto di canalizzazione di interessi verso i siti archeologici di cui la Calabria è ricchissima, verso i luoghi di culto (il turismo cosiddetto religioso muove milioni di persone), con il superamento di stagionalità ingessate che non sfruttano la mitezza del clima. Cultura significa invogliare alla conoscenza della nostra storia millenaria, coinvolgendo a livello mondiale, interessi di istituzioni, università, centri culturali, per far crescere e maturare le nuove generazione sulla scia dello studio e dell’esercizio al ragionamento che l’istruzione e la formazione possono dare. Gli itinerari paesaggistici della Calabria sono invidiati da tutti, ma mezzo mondo (o forse il 90%) non sa nemmeno dov’è questa regione o l’ha sentita nominare soltanto per fatti di sangue: occorre davvero un assessorato alla reputazione con gente con le palle (scusate l’espressione) in grado di fare della Calabria l’attrattore numero uno nel panorama mondiale del turismo. Il turismo è la vera industria su cui occorre puntare, ma non si trascuri la grande opportunità che il comparto agro-alimentare può offrire se si guarda a crescita e sviluppo. Ci sono aziende di respiro internazionale che hanno conquistato mercati impensabili: quante aziende potrebbero, con un’accorta regia di incentivazione “illuminata”, concorrere a creare nuova occupazione, ad incrementare l’export, a valorizzare i meravigliosi e apprezzatissimi prodotti tipici della nostra terra? Succede poi che si scopre che le clementine di Corigliano Calabro che al supermercato paghiamo più di due euro al chilo, fruttano pochi centesimi ai coltivatori calabresi. Rispondessero i big (Berlusconi, Zingaretti) che in questi ultimi giorni di campagna elettorale vengono in Calabria, ma le risposte sicuramente non verranno.

Ce n’è di materiale su cui lavorare per il futuro Presidente (uomo o donna che sia): basterebbe che venissero premiate le competenze e valorizzate le capacità della filiera burocratica-amministrativa per vedere che agli annunci, senza ritardi insopportabili, possano seguire le azioni. Progetti e programmi sono utili, ma poi occorre passare alla realizzazione. Facile a dirsi, ma andatelo a spiegare a quanti hanno rinunciato a investire in Calabria per l’inadeguatezza del sistema che premia gli affaristi e disincentiva chi ha una buona idea di sviluppo e necessita del sostegno della Regione. Che – ricordiamolo quando andremo a votare – continua a restituire all’Europa i fondi a lei destinati, ma che non sa utilizzare. (s)