di FRANCESCO RAO – C’è un dato che, più di altri, merita attenzione: la crescita dei flussi turistici in Calabria non è più un evento episodico, ma un segnale strutturale. L’aumento delle presenze e l’espansione della componente estera indicano che la regione sta entrando in una fase nuova, nella quale l’accessibilità e la reputazione territoriale iniziano a generare opportunità reali. La questione decisiva, però, è un’altra: questa crescita produrrà sviluppo diffuso o alimenterà, come spesso accade, un’economia a bassa ricaduta locale? In Calabria il turismo non può essere letto solo come “settore”, ma come possibile leva di politica territoriale: un vettore capace di incidere sulle aree interne, sulla tenuta demografica, sulla qualità del lavoro, sulla rigenerazione delle comunità.
È precisamente in questa intersezione che il paradigma del welfare generativo diventa rilevante: non come capitolo “sociale” separato dall’economia, ma come architettura integrata di formazione, co-progettazione e governance, finalizzata a trasformare domanda turistica in valore territoriale durevole. Il welfare generativo nasce dal superamento del modello compensativo, che interviene ex post, riparando le fratture sociali senza modificare le condizioni che le producono. La prospettiva generativa, invece, agisce sull’attivazione delle risorse presenti nei territori, promuove capacità, consolida legami comunitari, costruisce competenze. In altre parole: non redistribuisce soltanto, ma abilita. Applicata al turismo, questa impostazione comporta un cambio di paradigma: la crescita delle presenze diventa rilevante nella misura in cui produce “catene di valore” locali, lavoro dignitoso, capitale umano, qualità dei servizi, coesione sociale. Il turismo, così, non è un fatto meramente economico; è un processo sociale che può rafforzare o indebolire i territori.
La Calabria presenta un tratto distintivo: una diffusione capillare di B&B e case vacanze, spesso radicati nei piccoli comuni e nelle aree interne. È un elemento che, se governato, può diventare una straordinaria infrastruttura di sviluppo: perché porta flussi dove l’economia tradizionale arretra; perché crea domanda di servizi e micro-occupazione; perché incentiva filiere locali (artigianato, agroalimentare, guide, esperienze culturali); perché può stabilizzare presìdi sociali nei territori fragili. Il rischio, tuttavia, è che questa rete resti frammentata: un mosaico di iniziative non comunicanti, esposte alla competizione al ribasso e alla vulnerabilità organizzativa. La risposta non è burocratizzare, ma mettere a sistema. E qui il welfare generativo indica una strada: costruire un modello di ospitalità diffusa capace di unire standard qualitativi, servizi di prossimità, competenze condivise e narrazione territoriale.
Ogni sistema di ospitalità diffusa ha un prerequisito: la qualità dell’accoglienza. E la qualità, in un territorio complesso, non si improvvisa. La formazione, allora, non può essere intesa come adempimento o come offerta sporadica; deve diventare dispositivo di co-progettazione. Formare significa costruire linguaggio comune, procedure condivise, capacità di cooperazione tra soggetti diversi: operatori turistici, cittadini, associazioni, enti locali. Un percorso formativo realmente abilitante dovrebbe integrare almeno cinque dimensioni: accoglienza e relazione (customer care, gestione criticità); competenze digitali (prenotazioni, reputazione, dati); lingue e mediazione culturale; sicurezza e sostenibilità; narrazione del territorio e turismo esperienziale. In questo quadro, la formazione diventa governance: produce competenza diffusa, riduce l’improvvisazione, stabilizza standard, genera fiducia tra attori.
Il modello che emerge è pragmatico e, al tempo stesso, culturalmente denso. Non si tratta di creare un “marchio” generico, ma di costruire un patto territoriale dell’accoglienza: standard minimi condivisi, un codice valoriale esplicito e strumenti operativi semplici. Una rete di ospitalità diffusa richiede, per esempio, una centrale servizi di prossimità (anche leggera) che supporti gli operatori: welcome kit, info-point diffusi, cataloghi di esperienze, raccordo con trasporti locali, assistenza digitale, gestione integrata delle attività. Il valore aggiunto, però, non è solo organizzativo. In Calabria l’ospitalità è un tratto culturale: un capitale simbolico e relazionale.
La sfida è trasformarlo in “bene comune organizzato”, capace di produrre reputazione, permanenza più lunga, ritorno dei visitatori, e soprattutto spesa territoriale che alimenti filiere locali. Il welfare generativo, per definizione, connette sviluppo e inclusione. In un ecosistema turistico ciò può tradursi in percorsi di inserimento lavorativo per persone con bassa scolarizzazione o in fragilità occupazionale, attraverso formazione e tutoraggio, dentro i servizi turistici e para-turistici: accoglienza, manutenzione, supporto logistico, mobilità di prossimità, accompagnamento esperienziale. Non è assistenzialismo; è politica attiva costruita su domanda reale, in un settore che, se qualificato, può assorbire lavoro e produrre professionalità. La condizione, però, è evitare che il turismo diventi generatore di lavoro povero e irregolare. Per questo la qualità dell’offerta deve andare insieme alla qualità del lavoro: standard, formazione, contrattualizzazione, percorsi di crescita. Senza tale equilibrio, la crescita dei flussi non produce sviluppo: produce precarietà. Nessun modello di ospitalità diffusa può reggere senza governance territoriale.
La proposta, coerente con l’impianto generativo, è individuare la cabina di regia tra Comuni e Uffici di Piano, in collaborazione strutturata con il Terzo Settore. Non per sovrapporre funzioni, ma per integrare risorse e competenze: i Comuni come indirizzo e raccordo con pianificazione e servizi; gli Uffici di Piano come luogo di integrazione tra programmazione sociale, reti locali e strumenti di attuazione; il Terzo Settore come infrastruttura di prossimità, capace di tutoraggio, accompagnamento, animazione comunitaria e co-progettazione. Questa architettura è decisiva perché impedisce due derive: la prima è l’estemporaneità (progetti spot senza continuità); la seconda è la privatizzazione totale del vantaggio (crescita concentrata, rendite, esclusioni). Il turismo, se governato, può invece diventare una politica territoriale di riequilibrio e la generatività deve essere misurabile, altrimenti resta retorica. Alcuni indicatori, semplici ma robusti, possono guidare la valutazione: qualità dell’accoglienza (reputazione media di rete, standard rispettati, reclami risolti); impatto economico locale (spesa per esperienze e prodotti territoriali, numero di fornitori locali); lavoro (persone formate, inserimenti, stabilizzazioni stagionali, riduzione dell’informalità); coesione (numero di soggetti in rete, densità delle partnership, adesione a patti territoriali); territorializzazione (destagionalizzazione, permanenza media, distribuzione dei flussi nei borghi). Misurare non significa ridurre la complessità a numeri: significa rendere governabile la complessità con strumenti verificabili.
La Calabria ha oggi un’opportunità concreta: trasformare la crescita turistica in sviluppo comunitario. Per farlo serve una scelta politica e culturale: smettere di considerare il turismo come “evento” e iniziare a trattarlo come “sistema”; smettere di inseguire soltanto l’aumento delle presenze e iniziare a costruire catene di valore territoriali; smettere di pensare al welfare come costo e riconoscerlo come infrastruttura immateriale dello sviluppo.
Il welfare generativo, applicato al turismo, non è una teoria astratta: è un metodo di governo del territorio. Formazione come co-progettazione, ospitalità diffusa come rete organizzata, cabina di regia tra Comuni e Uffici di Piano in alleanza con il Terzo Settore, inclusione lavorativa come criterio di qualità: questa è la traiettoria possibile. In Calabria, l’ospitalità non è soltanto un tratto identitario. Può diventare un progetto di sviluppo. E quando un’identità si traduce in capacità organizzativa, allora la crescita non è più congiuntura: diventa struttura. (fr)
(Sociologo e docente a contratto – Università “Tor Vergata” – Roma)







