di LEO BERENOVIC – C’è un’immagine che continua a tornarmi in mente: l’aereo per Bruxelles che parte pieno, e la città che resta vuota. È un’immagine semplice, quasi banale, ma racconta tutto. Racconta una Calabria che vola, sì, ma vola solo a metà. Perché questo volo, che pure ha registrato un riempimento dell’83% – un numero dignitoso, persino buono per una rotta stagionale – non porta nessuno dentro. Porta via i calabresi, riporta chi vive fuori, ma non introduce nessuno alla regione. È un flusso monodirezionale, come monodirezionale è diventata la vita economica e sociale di Reggio Calabria.
E la cosa più evidente, quando sali su quell’aereo, è l’età media. Sui voli per la Spagna – Alicante, Malaga, Palma, Ibiza, Valencia – vedi famiglie con bambini, passeggini, giovani coppie, gruppi di amici, nonni che viaggiano con i nipoti. L’età media è tra i venticinque e i quarantacinque anni. È un’umanità che si muove per piacere, per scoprire, per vivere il Mediterraneo. Sull’aereo per Reggio, invece, siamo quasi tutti over cinquanta. Over sessanta. Pensionati. Emigrati di ritorno. Figli e nipoti che tornano a casa. È un volo di ritorno, non di scoperta. Un volo che porta via, non che porta dentro.
Eppure, quando parlo della Calabria Grecanica, succede qualcosa che mi sorprende ogni volta. Le persone si accendono. Mi dicono che è da anni che vogliono venire in Calabria. E non è una frase di cortesia: è reale. Perché ormai hanno già fatto tutto. Hanno visto la Sardegna, la Toscana, la Sicilia, il Lago di Garda, le Cinque Terre, le Dolomiti, le Alpi, Napoli, la Puglia. La Calabria è l’ultimo grande “non visto” d’Italia, l’ultima frontiera autentica del Mediterraneo. È il luogo che tutti desiderano, ma che nessuno sa come affrontare.
E qui arriva la parte che mi pesa di più: sono costretto a dire la verità. Dopo aver esaltato la Calabria in tutti i modi possibili, arriva inevitabile la domanda: “Come ci si arriva? Come ci si muove? Dove si dorme? Quanto ci vuole?”. E lì non posso mentire. Devo parlare delle strade, dei servizi, dei trasporti, della frammentazione, dell’assenza di un sistema. Devo dire che la bellezza non basta, che la potenzialità non diventa mai realtà.
C’è un numero che spiega tutto meglio di qualsiasi discorso: le presenze turistiche per abitante. È un indicatore semplice, quasi brutale, che misura quanto un territorio sia realmente attrattivo. La Calabria è ferma a 2,5 presenze per abitante. La Puglia è a otto. La Toscana a quindici. Il Trentino a venticinque. L’Algarve a trenta. Le Canarie a quaranta. Malta a cinquanta. Non è una differenza: è un abisso. E dentro quell’abisso ci sono le strade, i servizi, i trasporti, la comunicazione, l’organizzazione, la visione.
La Calabria sopravvive nei numeri grazie a cinque località turistiche. Tropea arriva a venticinque presenze per abitante, Praia a Mare supera le venti, Scalea si muove tra quindici e venti, Diamante tra dodici e quindici, Soverato intorno alle dieci. Il resto della regione è un deserto statistico, non di bellezza. La Calabria Grecanica, per esempio, ha meno di una presenza per abitante. Alcuni comuni arrivano al tristemente noto, zero virgola. Non perché non siano belli – anzi, sono tra i più affascinanti d’Europa – ma perché non sono raggiungibili, non sono organizzati, non sono raccontati.
E quando guardi cosa succede fuori, capisci ancora meglio il quadro. Dal Belgio, oggi, partono mediamente una quindicina di voli per il mare della Spagna, e in estate diventano una trentina. Dall’Olanda ne partono una media di trenta, in estate tra i quaranta e i cinquanta. Dalla Danimarca una quindicina, dalla Norvegia quasi una ventina. Per la Calabria, invece, dal Belgio partono due voli: uno per Reggio, uno per Lamezia. Dall’Olanda uno. Dalla Danimarca zero. Dalla Norvegia zero. La Spagna domina ovunque. Il Sud Italia regge. La Calabria non esiste.
E tutto questo ti torna in mente proprio quando arrivi a Reggio. L’aereo atterra, scendi, e dall’esterno la nuova aerostazione è bella, moderna, luminosa. Un biglietto da visita che altrove sarebbe la normalità, ma qui sembra quasi un miracolo. La guardi e pensi: “Ecco, forse qualcosa si muove”. Poi però ti ricordi che molti dei voli internazionali verranno sospesi nella stagione invernale, e quella facciata nuova diventa subito un simbolo fragile, un futuro che non riesce a diventare presente.
E appena metti piede fuori dall’aeroporto, la Calabria ti riprende per mano e ti riporta alla verità. Per andare a ritirare l’auto a noleggio devi camminare per centocinquanta metri. Niente di male, il problema non è la distanza: è dove e come la percorri. Esci dall’area aeroportuale vera e propria, quella dove per parcheggiare si paga, e ti ritrovi davanti a una rotonda completamente invasa dalle auto. Non un centimetro libero. Nessun marciapiede. Nessun percorso pedonale. Nessuna striscia. Cammini in mezzo alla rotonda con il trolley, sperando che chi arriva ti veda. Attraversi come puoi, senza un’indicazione, senza un segnale, senza un’idea di ordine.
Sbrigata la parte amministrativa del noleggio, vai a prendere l’auto. È parcheggiata a pochi metri, ma quei pochi metri sono un concentrato di tutto ciò che la Calabria non riesce a nascondere: spazzatura per strada, parcheggio selvaggio, buche nell’asfalto, segnaletica scolorita o assente. È come se la città ti dicesse: “Benvenuto. Questa è la verità. Prendila così com’è”. E tu la prendi. Perché la ami. Ma la vedi. E la racconti.
E allora il volo per Bruxelles diventa un simbolo ancora più chiaro. Non della marginalità, ma dell’occasione mancata. Una rotta che potrebbe essere annuale, stabile, strategica, e che invece resta appesa alla stagionalità come tutto il resto. Una rotta che funziona solo perché i calabresi all’estero non smettono di tornare, mentre chi dovrebbe arrivare per la prima volta non trova un motivo per farlo. Reggio continua a vivere in questa sospensione: abbastanza viva da non morire, troppo immobile per rinascere.
La Calabria è desiderata, ma non è pronta. È amata a distanza, ma non rassicura da vicino. È raccontata con entusiasmo, ma vissuta con fatica. È un luogo che incanta e poi disorienta. È un territorio che ha tutto, tranne ciò che serve per trasformare quel tutto in un sistema. (lb)







