di FRANCESCO RAO – Nel dibattito pubblico nazionale sul futuro del Mezzogiorno continua a mancare una parola chiave, capace di tenere insieme sviluppo economico, coesione sociale e qualità della vita: welfare generativo. Non si tratta di una formula evocativa né di un’ulteriore etichetta da aggiungere al lessico delle politiche pubbliche, ma di un metodo di intervento che, se assunto con coerenza, può incidere in profondità sulle dinamiche di marginalità e frammentazione che attraversano ampie porzioni del Paese. Per decenni il welfare è stato concepito prevalentemente come strumento di compensazione ex post: un insieme di misure necessarie per contenere le conseguenze sociali della disoccupazione, della povertà e dell’esclusione.
Oggi questo approccio mostra tutti i suoi limiti. Le diseguaglianze territoriali si sono cronicizzate, la partecipazione al mercato del lavoro resta bassa e la coesione sociale appare sempre più fragile, soprattutto nei contesti segnati da spopolamento e rarefazione dei servizi.
Continuare su questa strada significa accettare un modello di sviluppo incompiuto. Il welfare generativo propone un cambio di paradigma: non intervenire solo sul bisogno, ma sulle condizioni che lo producono, trasformando l’investimento sociale in un fattore di sviluppo. In questa prospettiva, il welfare diventa una vera e propria infrastruttura immateriale, capace di attivare risorse, generare lavoro e rafforzare i legami comunitari. È qui che risiede la sua funzione strategica per la coesione sociale dal basso. Il primo ambito in cui il metodo del welfare generativo mostra la propria efficacia è quello del lavoro. Nei territori del Mezzogiorno, e in particolare nelle aree interne, la carenza di servizi di prossimità rappresenta uno dei principali ostacoli alla partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto per le donne. Servizi di cura, assistenza educativa e supporto alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro non sono un corollario delle politiche occupazionali: ne sono una condizione strutturale. Investire in questi ambiti significa creare occupazione locale, stabilizzare redditi, sostenere l’autonomia delle famiglie e, al tempo stesso, rafforzare il tessuto sociale delle comunità. Ma il welfare generativo non produce solo lavoro. Produce relazioni, fiducia, senso di appartenenza. Attraverso servizi costruiti a partire dai bisogni reali delle persone e organizzati su base territoriale, si attivano dinamiche di responsabilità condivisa che contrastano l’isolamento sociale e ricompongono fratture profonde. La coesione non è il risultato automatico della crescita economica: è il frutto di processi intenzionali che mettono in relazione individui, istituzioni e comunità.
Un secondo fronte decisivo è quello della povertà educativa. Nel Mezzogiorno, la dispersione scolastica non è solo un problema del sistema dell’istruzione, ma un indicatore di fragilità sociale più ampia. Giovani che abbandonano precocemente i percorsi formativi, o che li attraversano senza acquisire competenze significative, alimentano un circolo vizioso fatto di sottoccupazione, precarietà e dipendenza dal welfare tradizionale. Il welfare generativo, integrato con politiche educative territoriali, consente di spezzare questo ciclo, costruendo ambienti di apprendimento diffusi e inclusivi, capaci di accompagnare le persone lungo tutto l’arco della vita. Le esperienze che emergono dalle aree interne della Calabria mostrano come questo metodo possa essere tradotto in pratiche concrete. Servizi di prossimità comunitari, percorsi di inserimento lavorativo per soggetti fragili o scarsamente scolarizzati, modelli di co-progettazione tra enti pubblici e terzo settore, formazione continua integrata al lavoro: non interventi episodici, ma processi. Processi che generano valore economico e sociale, rafforzano il capitale umano e relazionale, restituiscono dignità e centralità alle persone. La forza del welfare generativo sta proprio nella sua capacità di attivare coesione sociale dal basso. Non impone soluzioni dall’alto, ma costruisce risposte condivise, valorizzando le competenze presenti nei territori e responsabilizzando i soggetti coinvolti. È un metodo che richiede tempo, visione e capacità di governance, ma che produce effetti duraturi, perché radicati nei contesti di vita delle comunità. Il welfare generativo, dunque, non è una politica tra le altre. È una scelta strategica che riguarda il modello di sviluppo del Paese. Per il Mezzogiorno, e per l’Italia nel suo insieme e per la Calabria in particolare, significa riconoscere che la crescita non può essere disgiunta dalla coesione sociale e che senza investimenti mirati nel capitale umano, educativo e relazionale non esiste sviluppo sostenibile. La sfida che si pone oggi al cospetto dei decisori politici è chiara: continuare a gestire le fragilità o assumere il welfare generativo come metodo ordinario di intervento. Solo in questo secondo caso sarà possibile avviare processi reali di rigenerazione sociale e territoriale, capaci di partire dal basso e di restituire futuro a quelle comunità che, troppo a lungo, sono rimaste ai margini delle traiettorie di sviluppo. (fr)
(Sociologo e docente a contratto Università “Tor Vergata” – Roma)







