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Ripartire dalla Calabria per rilanciare tutto il Paese: è un interesse nazionale

di DOMENICO NUNNARI – Oggi l’Italia  – ha scritto Walter Veltroni qualche settimana fa sul Corriere della Sera –: è un Paese fermo, immobile: crescita demografica sotto lo zero, stipendi fermi a prima del 1990, crescita del Pil che negli ultimi anni è stata tra le più basse del mondo, collocandoci al 182° posto su 196. Un Paese paralizzato da una politica incapace di trovare regole di funzionamento nitide che rendano efficiente, trasparente, razionale il rapporto tra esecutivo e parlamento, in un equilibrio che garantisca una stabilità autentica e una alternanza tra schieramenti ugualmente legittimi perché ancorati ai valori democratici e antifascisti della nostra Costituzione». Questa di Veltroni è la fotografia di un’Italia immobile come una statua di sale, drammaticamente stretta tra un Governo (Meloni) con grosso deficit di competenza che tira a campare e un’opposizione (Pd in prima fila) che ha una visione di futuro uguale a quella di un amministratore di condominio. Veltroni, saggista e narratore, è stato politico di primo piano, vice di Prodi a Palazzo Chigi, finito, in buona compagnia, ai margini della politica nella stagione grigia della strategia suicida dei partiti, che puntano ad escludere, non a includere, come accadeva nel tempo ormai lontano della politica pre-Tangentopoli.

Ma questo oggi passa il convento: ministri dai quali non compreremmo un’auto usata e politici dell’opposizione “buoni a nulla, ma capaci di tutto”, per dirla con Leo Longanesi. E il problema del Pd non è solo Elly Schlein; se guardiamo a chi c’è intorno alla Italo-svizzera-americana leader piddina, ci viene in mente quel trafiletto di Fortebraccio (pseudonimo di Mario Melloni, penna dall’ironia urticante, famoso negli anni Sessanta e Settanta) sull’Unità, quando scrisse: “Si fermò una macchina, s’aprì la portiera, non scese nessuno. Era Nicolazzi”. Franco Nicolazzi, piemontese, veterano della prima Repubblica, era ministro, esponente del Psdi; se cambiamo il nome, scegliendo uno a caso, tra quelli che stanno intorno a Elly, dalla macchina continuerà a non scendere nessuno. Il Pd [il campo largo] vorrebbe mandare a casa Meloni presto o alle prossime elezioni, ma per riuscirci serve un’idea di Paese, una strategia, una visione, che non c’è. L’unica cosa chiara, a sinistra, dove sono ammalati del complesso della superiorità (complesso che nasce in realtà da un profondo senso di inferiorità o insicurezza) è la confusione: “La sinistra è sparita. Da trent’anni non rappresenta più il popolo” (Copyright Massimo Cacciari).

Che fare, dunque? Ricette non ce ne sono e in ogni caso per scrivere una ricetta ci vuole il medico e il medico non c’è. Mancano strategie, manca l’idea di paese capace di tirarsi fuori dalle dipendenze e dalle subalternità esterne, per poter scrivere il futuro dell’Italia nella rivoluzione geopolitica mondiale in corso. Non è facile fare uscire dall’immobilismo l’Italia, o meglio le Italie, perché è inutile nascondere che sotto la stessa Costituzione convivono due paesi distinti e separati, che camminano in parallelo da sempre, mai insieme. Non vogliamo essere ripetitivi o apparire ossessionati da una antica irrisolta questione, ma il vulnus Nord-Sud [il nodo] è la grande ferita nazionale, mai rimarginata: il divario economico, infrastrutturale e sociale tra Settentrione e Mezzogiorno è come un corpo nato intero e poi mutilato già nella culla. L’aver tenuto separate le aree dello sviluppo e del sottosviluppo ha giovato a un modo di gestire la società civile e il mondo del lavoro in maniera utile soltanto alle esigenze della parte sociale dominante del Paese; al mondo del benessere e al mondo capitalistico, interessati entrambi più al dominio del mercato del lavoro che alla crescita armonica del paese.

Oggi, nell’Italia fondata sul lavoro solo sulla carta, ma in realtà basata sull’immobilismo e sulla confusione, i limiti del sistema emergono ancora più evidenti, ma nessuno vuole vederli; né la classe politica e ancora meno la classe intellettuale, che ha perso voce e autorevolezza, con la scomparsa della figura dell’intellettuale inteso come coscienza critica del proprio tempo; sostituito da ciarlatani mediatici che sfruttano una facciata di competenza e un linguaggio pseudo-accademico per sedurre il pubblico dei talk show. C’è stato un tempo in cui gli intellettuali, per esempio, erano in grado di rimproverare la classe dirigente per l’indifferenza e il disprezzo verso il Sud dell’Italia. Trovo, sul tema, un vecchio – vecchissimo – ritaglio del Corriere della Sera, con le critiche (lagnanze) del napoletano Raffaele La Capria, uno dei più grandi narratori del secolo passato: “L’Italia non sente più la voce del Sud,  siamo sempre fermi a Eboli; inutilmente Levi, Ortese, Tomasi di Lampedusa, Sciascia hanno denunciato e proposto, fatto analisi, ma la classe politica non è stata mai a livello della classe intellettuale, l’ha semplicemente ignorata, per inseguire le proprie trame non sempre lecite”. Si sperava, a quel tempo di La Capria, che la classe politica migliorasse, fosse in grado di raggiungere il livello di quella intellettuale, ma è successo il contrario: gli intellettuali, prigionieri di logiche spettacolari che oggi dominano l’industria culturale, si sono trasformati in star mediatiche, più funzionali alla creazione di consenso, che suscitatori di pensiero critico. Sono scesi loro, al livello della classe politica, nel frattempo scivolata più in basso, rispetto a quella – pur criticabile – sulla quale puntava il dito La Capria. L’aver fatto sparire dall’agenda governativa, politica, e sindacale, l’annosa questione delle disuguaglianze Nord Sud, significa aver fatto sparire il problema – centrale –  dell’unità nazionale italiana, dello sviluppo distorto.

L’anomalia delle due Italie, come causa della mancata evoluzione italiana, è stata spesso registrata più all’estero che da noi. Anni fa, a The Economist, appariva incomprensibile la questione italiana, per di più in una democrazia occidentale: “Mamma mia, un paese due economie”, titolava un’inchiesta del settimanale britannico sull’assurdità del dualismo italiano, e avvertiva: “Se  l’Italia vuole crescere dovrà trovare un modo per ridurre le sue divisioni interne”. Che fare? Il problema, resta quello: crescere insieme, convincendosi – tutti – che uno sviluppo armonico conviene al Paese intero. Si può cominciare col recuperare culture – come quella del Mezzogiorno – rimaste ai margini del contesto nazionale, pur avendo potenzialità in grado di contribuire efficacemente alla costruzione dell’identità nazionale. In questa prospettiva, la riconciliazione Nord-Sud, appare l’unica via per guarire ferite di vecchia data e lacerazioni nuove, per poi ripartire tutti assieme.

Rammendare l’Italia, era il suggerimento – a nome di tutta la Chiesa – fatto qualche anno fa dal cardinale Gualtiero Bassetti, predecessore al vertice della CEI del cardinale Matteo Zuppi: “Occorre – diceva Bassetti – una riconciliazione sui fondamenti del nostro vivere insieme; dalle Alpi a Lampedusa, siamo un unico Paese, siamo veramente fratelli e sorelle d’Italia, che si riconoscono come tali, non solo in virtù della lingua e del territorio, ma anche in virtù di valori comuni”. Parole inascoltate, mentre pregiudizi, vittimismo, rancore, razzismo strisciante, restano gli ostacoli principali alla ricucitura dell’Italia, a una vera, salutare, riconciliazione. Se non si rimuovono tutti questi ostacoli, dando agli italiani una aspettativa soddisfacente di futuro, c’è il pericolo, col perpetuarsi di una storia nazionale incompiuta, di finire tutti nella voragine del fallimento. “Rimuovere gli ostacoli”, non è fare un favore al Sud, è un dettato costituzionale, finora rimasto applicato. Recita l’articolo 3 della Costituzione: “…È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese…”. La centralità dei principi costituzionali, non dovrebbe essere messa in discussione, se si vuole davvero cambiare. Per cambiare, serve una rivoluzione culturale, un mutamento di mentalità, capace, prima di tutto, di svegliare le popolazioni del Sud dal sonno in cui dormono da molto tempo. Perché questo accada basterebbe osservare e rispettare la Costituzione; porre fine, all’idea di una presunta cronica inferiorità del Mezzogiorno; smetterla, con l’idea che una parte (un terzo abbondante) di Paese è freno allo sviluppo; allontanare, dalla mente di molti, l’idea che del Mezzogiorno converrebbe fare a meno e convincersi che senza questo pezzo meridionale di paese l’Italia in futuro non esisterà. Da dove partire, per ricucire quest’Italia sfilacciata? Bisognerebbe partire dalla Calabria, e non lo dico per senso di appartenenza a questa regione, ma perché la sfida è civile, economica, culturale, sociale, e la Calabria, che è Sud del sud, è l’emblema di tutti i mali del Mezzogiorno. Ha un senso partire dalla Calabria di oggi, regione che malgrado i ritardi e i problemi endemici, ha tutte le potenzialità per diventare modello di sviluppo proiettato nel Mediterraneo. Partire dalla Calabria è un’opportunità, per tutti. Perché, lo spieghiamo qui di seguito.

“La Calabria è forte”, dice lo scrittore e ambientalista Francesco Bevilacqua. E ha ragione. Se un territorio, da cui da più di un secolo e mezzo, uomini e donne vengono strappati alle famiglie, alle comunità d’origine, agli affetti, alla cultura e alle tradizioni, per andare a creare – con fatica e sudore – sviluppo e ricchezza in altre parti del mondo, vuol dire che è solido, che è forte nell’anima.

Se chi in Calabria resta, tra difficoltà enormi [tradimenti di Governi, partiti, sindacati, diritti violati, mancanza di lavoro, prepotenza mafiosa], e non si perde d’animo, ma cerca l’alba dentro l’imbrunire, metabolizza le crisi, resiste alla mafia, che lo Stato non riesce a sradicare, e progredisce malgrado tutto, vuol dire che possiede una forza morale tale capace di rispondere a ogni avversità e all’estrema solitudine.

Se chi abita in Calabria – nonostante il deficit civile innegabile e l’oppressione mafiosa – resta ancorato alla Costituzione, come o meglio di cittadini di altre regioni, vuol dire che in questa porzione di Sud esistono tutte le condizioni e le potenzialità per guardare al futuro, con speranza; che le delusioni e i rancori, comprensibili e giustificati, nei confronti dello Stato lontano, non hanno incrinato il sano sentimento nazionale dei calabresi, il loro senso di appartenenza all’Italia, come accadde\accade col nordismo della Lega e di élite politiche e culturali che hanno una visione distorta, dell’essere nazione tutti assieme, trovando inconsapevole ispirazione in quel “moderatismo risorgimentale” preunitario, che immaginava l’Italia divisa in due: con da una parte “un grasso Belgio” [il Nord profondamente inserito in Europa]  e dall’altra “l’Africa” [il Sud abbandonato a se stesso, cit. Giorgio Ruffolo, Un paese troppo lungo, Einaudi , 1991) ].

Quando si parla di Calabria, non bisogna pensare solo a chi vive nella regione di ormai scarsi due milioni di abitanti, ma anche alla Calabria della diaspora, anch’essa di quasi altri due milioni di anime, che in molte parti del mondo e della stessa Italia ha saputo plasmare il tessuto sociale, economico e culturale dei luoghi dove gli emigrati sono andati a vivere. Basterebbe leggere le interviste domenicali di Pino Nano su Calabria.Live, per rendersi conto del contributo [fondamentale] dei calabresi allo sviluppo delle regioni e delle città dove la ricerca di opportunità e lavoro li ha portati. Recentemente, Limes, l’importante rivista di geopolitica, diretta da Lucio Caracciolo, ha pubblicato un saggio di Lorenzo Noto (analista e studioso del Mediterraneo), con questo titolo: “Roma capitale della Calabria”, in cui si spiega che la comunità numericamente più ampia nella capitale d’Italia è quella calabrese: più di trecentomila residenti a Roma sono originari calabresi. Buona parte di loro è ai vertici di pubblica amministrazione, presidi sanitari, centri di ricerca ed enti economici e fa parte delle cosiddette  eccellenze. Sfatiamo dunque l’idea del calabrese pigro o incapace.

Se potessi dare un consiglio al presidente della Giunta regionale, Roberto Occhiuto, e anche ai sindaci delle maggiori città, e perché no anche dei centri minori, direi loro: “Sedetevi attorno a un tavolo, magari in campagna, sotto una pergola, mettetevi a ragionare tutti insieme, lasciate da parte tatticismi politici e appartenenze, che in questo momento storico non hanno senso. Tutti insieme potete contribuire a far diventare la Calabria prima regione d’Italia: basta crederci! Le condizioni ci sono, tutte. Alla Calabria di oggi non manca niente, sotto l’aspetto umano e culturale; manca molto per altri aspetti, ma è inutile fare elenchi di lagnanze. Ciò che serve chiedetelo, magari alzando la voce e tenendo la schiena dritta, e stop alle sudditanze. Ha fatto bene Occhiuto, a respingere al mittente le pretese a stelle e strisce trumpiane di allontanare i benemeriti medici cubani, che tanto stanno dando alla Calabria. Non servono elemosine, spiccioli, favoritismi, lezioni saccentelle di opinionisti tuttologi della domenica. Bisogna avere l’ambizione di fare bene, prestando attenzione ai centri del sapere, come le Università [l’Unical è l’esempio da imitare] ; occorre un’azione profondamente innovativa, imparando proprio dal metodo sperimentato con successo dell’Università della Calabria, che primeggia a livello mondiale. E l’Università Mediterranea di Reggio, con l’ottimo super attivo rettore Giuseppe Zimbalatti è sulla scia.

Il Signore abbia in gloria Beniamino Andreatta – ideatore e fondatore del campus di Arcavacata [fortemente voluto da Riccardo Misasi e Giacomo Mancini, due indimenticabili leader ] –  professore, economista e politico, una delle figure pubbliche più originali e creative del Novecento. Non bisogna dimenticarli i pionieri delle Università calabresi come Andreatta: a Reggio, va ricordato il politico ed esponente cattolico Giuseppe Reale; a Catanzaro, il magistrato e operatore culturale, promotore di molte battaglie civili, Salvatore Blasco. Ad Arcavacata i successori di Andreatta: Cesare Roda, Pietro Bucci, Rosario Aiello, Giuseppe Frega, Giovanni, Gino Mirocle Crisci e Nicola Leone, che hanno fatto volare in alto l’università. E dopo Nicola Leone, che ha dato una spinta decisiva per  la trasformazione dell’Università della Calabria in un’eccellenza internazionale, Gian Luigi Greco – scienziato di fama mondiale – ambisce a consolidare e migliorare gli eccellenti traguardi già raggiunti. L’obiettivo, per tutti, istituzioni, società civile, segmenti intermedi della società, dev’essere il raggiungimento di un posto in prima fila, nel cammino faticoso della Calabria verso il futuro. Bisogna, prima di tutto, costringere gli “altri”, a capovolgere lo sguardo sulla Calabria storicamente considerata un’anomalia: scivolata, nel corso della sua storia, verso una marginalità sempre più estrema, per colpe esterne, ma anche interne [mediocrità e sudditanza delle classi dirigenti, malaburocrazia, sistemi corruttivi e mafiosi] , fino a diventare fanalino di coda dell’Europa, appena un gradino sopra delle enclavi spagnole Ceuta e Melilla, in terra africana.

Per capire qual è stato il “mal di Calabria”, bisognerebbe analizzare pezzo a pezzo le stagioni che hanno scandito la vita di un popolo spesso privato della sua libertà e dei suoi diritti, elementi fondamentali in una società giusta e democratica. Bisognerebbe analizzare ogni cosa con scrupolo, partendo da memorie lontane e interrogarsi su com’è potuto accadere che la Calabria sia passata da una civiltà di cui l’Europa le è debitrice, ad una situazione di decadimento civile, economico e culturale inarrestabile. Ma, oggi, non è più tempo per queste analisi; anzi, non servono più. C’è l’ultimo treno che passa [l’innovazione e il Mediterraneo] e bisogna prenderlo al volo, guardare al futuro. I tempi – regionali, nazionali, internazionali – suggeriscono l’urgenza di agire, di essere concreti. Occhiuto, molto opportunamente, ha detto che “pacificazione” sarà la parola chiave di questo suo secondo mandato. Gli suggeriremmo di aggiungerne un’altra parola, quasi simile: riconciliazione.

La riconciliazione è lo scatto che manca alla Calabria che conserva ancora nella sua anima il rancore scaturito da quella sventurata vicenda del capoluogo regionale del 1970, quando città sorelle – Catanzaro e Reggio – entrarono in conflitto per responsabilità di uno Stato che pasticciò tanto, al punto di scatenare una guerra tra poveri. Allora, serviva una mediazione, ma lo Stato si rivelò come sempre un’entità lontana, incapace di comprendere, di ascoltare e di trovare una soluzione equa. Oggi, il primo passo è riconciliare la Calabria con se stessa, superare gli strascichi rancorosi di quel periodo infausto, che resta il nodo da sciogliere nella complessa storia della regione. Riconciliare la Calabria è necessario, per considerarsi calabresi tutti alla stessa maniera ed essere più forti, con l’obiettivo di portare la regione nel cuore [al centro] dello Stato. Nell’Italia, che ha un Governo con una leader potenzialmente capace, Giorgia Meloni, con però dentro casa incapaci e nostalgici del fascismo, e con un’opposizione irrilevante e inaffidabile, la Calabria può diventare laboratorio politico, e fare la differenza. Può diventare riferimento, per uscire dalla gabbia della polarizzazione che sta indebolendo la nostra democrazia. Se Occhiuto, che si sta ritagliando un ruolo interessante nella politica nazionale, imbocca la strada della riconciliazione della Calabria al suo interno, e poi col resto del Paese, l’antica derelitta regione Sud del sud potrà volare. Non si tratta di avere una visione ottimistica del futuro, bensì di capire che le traiettorie della storia a volte cambiano e certe occasioni sono irripetibili. La sfida vera – non solo per la Calabria, ma per l’Italia intera –, sta nel Mediterraneo; a patto che ci sia a livello governativo, consapevolezza che investire sulla marittimita’ italiana è nell’interesse nazionale. L’Italia ha bisogno del suo mare, la sua area di azione è il Mediterraneo, e la Calabria, con la possibilità – potenzialità che ha di diventare  «frontiera avanzata» dell’Italia, nell’ottica di rapporti intercontinentali con l’Africa e con l’Asia, può essere avanguardia e ponte dell’Occidente, verso l’Oriente e l’Africa del Nord. Questo ruolo le compete, per la sua storia antica, che risale al tempo della Magna Grecia, dell’epoca longobarda, bizantina, araba e normanna. Partire dalla Calabria – la cui posizione geopolitica è cruciale – con l’obiettivo di rilanciare il Paese è interesse nazionale. La Calabria, se si apre ad una narrazione nuova, sarà in grado di contribuire a fermare il declino di un paese dove, in mancanza di un progetto nazionale, altri si preparano a decidere per noi. È questo il rischio.