Manifestazione contro autonomia, Rende c’è: «Un dovere esserci»

C’è anche la città di Rende alla manifestazione contro l’autonomia differenziata, in programma sabato 10 giugno a Cosenza. Lo hanno reso noto la vicesindaca Marta Petrusewicz e l’assessora alle pari opportunità, Lisa Sorrentino,.

La vicesindaca ha sottolineato come «contro il progetto legge Calderoli, è urgente un’azione collettiva che unisca il movimento dei sindaci all’indignazione della società civile. Anzi, dobbiamo prepararci a una lotta senza quartiere, perché il progetto sull’Autonomia Differenziata è un’epifania dei luoghi chiusi, del sovranismo e dell’egoismo delle regioni ricche».

«Mentre le differenze storiche regionali sono una delle grandi ricchezze del nostro paese, non possiamo permettere che tronfino politiche che spingono alle divisioni e alla competizione tra i luoghi per i diritti fondamentali. Le sorti dei luoghi sono e devono restare comuni, all’interno dell’unità nazionale, e necessitano politiche attente alle carenze e disuguaglianze, portate avanti nello spirito della cooperazione e non della competizione», ha aggiunto la vicensidaca.

«Oltre alle conseguenze economiche è necessario valutare la forte incidenza sui diritti sociali, soprattutto se si considerano questioni delicate e di primaria importanza come la salute e la scuola – ha detto l’assessora Sorrentino –. L’autonomia differenziata, non solo aumenterà i divari fra la qualità del servizio sanitario offerto fra Nord e Sud, ma farà crescere anche la mobilità sanitaria, i terribili viaggi della speranza e anche per la scuola verranno cristallizzate sempre maggiori differenze. Che aiuto potrà dare tutto questo al futuro delle nostre studentesse e studenti?».

«Un pericoloso progetto che manifesta altresì molte incompatibilità con la Costituzione. Del tutto evidente è difatti la distanza con i suoi principi fondamentali. L’autonomia differenziata rappresenta l’emblema delle disuguaglianze andando di fatto a punire i cittadini e le cittadine dei territori che non sono stati in grado di raggiungere determinati risultati, determinati livelli – ha concluso –. Un vero e proprio attacco ai principi di solidarietà e uguaglianza rintracciabili nella visione unitaria di valori condivisi, finalizzata ad evitare le derive autonomiste. Non è un caso che Gianfranco Viesti abbia definito il regionalismo differenziato come «la secessione dei ricchi». (rcs)

Il Pd Calabria: No al ddl Calderoli che affosserà la Calabria e il Sud

«No al DDl Calderoli che affosserà la Calabria e il Sud». È quanto hanno ribadito i democratici nel corso dell’iniziativa svoltasi a Montalto Uffugo, dal titolo DDl Calderoli: Quali rischi per i Comuni? e organizzata dal Circolo locale del PD e supportata dal gruppo consiliare regionale.

L’iniziativa ha registrato  la presenza dei consiglieri regionali Franco Iacucci e Mimmo Bevacqua, del docente UniCal Guerino D’Ignazio e del senatore e Segretario PD Calabria Nicola Irto. Accolti da una nutrita platea di cittadini montaltesi e da tanti  amministratori e dirigenti provenienti dai paesi limitrofi e non solo, i relatori hanno avuto la possibilità di illustrare i contenuti di questo Disegno di Legge e i rischi concreti legati al futuro delle comunità locali. Un No convinto alla proposta di Calderoli è ciò che è risuonato dal Palazzo Sant’Antonio dove si svolgeva l’iniziativa. 

«Non basta definire i livelli essenziali delle prestazioni se non ci si impegna a finanziarli» hanno denunciato i relatori, che si sono spinti a ritenere tale proposta persino incostituzionale. Poi l’attacco al Presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, con i consiglieri regionali che hanno detto a chiare lettere: «Noi abbiamo avuto l’onestà intellettuale di contrastare questa riforma anche quando era lo stesso Pd a proporla, ci saremmo aspettati lo stesso da Occhiuto, che invece preferisce anteporre gli interessi del suo partito ai bisogni dei calabresi». 

Il segretario regionale del Pd Nicola Irto, nel corso del suo intervento, oltre a rimarcare i rischi ai quali si andrebbe incontro  con l’applicazione del Ddl Calderoli in settori fondamentali come sanità e istruzione, ha denunciato la farsa del governo nazionale e regionale i quali, pur di saldare cambiali elettorali alla Lega, rischiano di minare la loro stessa visione di unità nazionale.

Una bella serata di confronto politico che ancora una volta ha testimoniato come sia importante alimentare un dibattito come quello sull’autonomia differenziata che rischia di compromettere definitivamente l’unità del Paese. Il Pd c’è e ci sarà sempre su temi cosi delicati e vitali per la Calabria e il Mezzogiorno, per come ribadito nel suo intervento anche dal giovane segretario del Pd di Montalto, Francesco De Luca(rrc)

 

Verso la manifestazione di Cosenza contro l’autonomia differenziata

Sono circa 60 le Amministrazioni comunali, decine e decine le associazioni, nonché i partiti, i giornalisti e i personaggi pubblici che hanno aderito alla manifestazione indetta per sabato 10 giugno da Cgil Cosenza, Cgil Pollino- Sibaritide- Tirreno e Coordinamento Democrazia Costituzionale contro l’autonomia differenziata.

Nella sede della Cgil Cosenza si è tenuta la conferenza stampa di una delle prime prime mobilitazioni sul tema del Mezzogiorno, alla presenza del Segretario Generale Massimiliano Ianni, del Segretario Generale Cgil Pollino-Sibaritide Giuseppe Guido, del Segretario Generale Uil Cosenza Paolo Cretella, del docente di Diritto Pubblico Unical Walter Nocito e di Rosa Principe, Coordinamento Democrazia Costituzionale.

«Abbiamo raccolto – ha dichiarato Massimiliano Ianni – un mondo eterogeno, anime diverse ma unite per dire no all’autonomia differenziata. Se il ddl Calderoli diventasse legge si tratterebbe di un vero e proprio suicidio sociale che metterebbe in discussione la Repubblica stessa. L’allarme è alto, tanto che questa manifestazione nata da Cosenza ha ormai carattere regionale, possiamo dire che il dieci giugno sfilerà in corteo la Calabria».

«Da Cosenza manderemo un messaggio al Paese – ha aggiunto il Segretario Generale Uil Cosenza Paolo Cretella – perché l’autonomia differenziata non fa male solo al Sud ma all’Italia intera. Con questa manifestazione siamo riusciti a riaprire un canale di comunicazione interrotto e a fare rete».

«Il disegno Calderoli è una legge vergognosa – ha commentato il Segretario Generale Cgil Pollino- Sibaritide- Tirreno Giuseppe Guido – sul quale bisogna mettere una pietra sopra. Dal sistema scolastico fino a quello contrattuale e non solo rischiamo di aprire la porta alle diseguaglianze».

Per Walter Nocito docente di Diritto Pubblico Unical è fondamentale «fermare l’intero processo Calderoli, chiedere la perequazione e tutte le politiche necessarie a rafforzare i comuni».

L’alternativa è sostenere l’approvazione della Legge d’Iniziativa Popolare “Villone” per la quale si sta spendendo, tra gli altri, il Coordinamento Democrazia Costituzionale.

«Non si può più aspettare che i diritti vengano concessi – ha detto la rappresentante del Cdc Principe – li dobbiamo pretendere. Bisogna far capire che cosa si cela dietro l’autonomia differenziata, quali sono i pericoli: la Calabria rischia di morire».

Il corteo partirà il dieci giugno alle 9 e 30 da piazza Loreto per arrivare a via Tocci dove si sarà spazio agli interventi. (rcs)

Biondo (Uil): Il progetto Calderoli va contro ogni richiesta dell’Europa

«Il progetto Calderoli va contro ogni richiesta dell’Europa». È quanto ha dichiarato il segretario generale di Uil Calabria, Santo Biondo, annunciando la partecipazione alla manifestazione di sabato 20 giugno, a Cosenza, per sostenere «le ragioni del No all’autonomia differenziata».

«Scenderemo in piazza – ha detto Biondo – chiamando alla mobilitazione le calabresi ed i calabresi, perché questo progetto, contro il quale siamo scesi in piazza a Catanzaro il 12 dicembre del 2022, non vuole che le tasse pagate dalle calabresi e dai calabresi possano essere utilizzate per far crescere i servizi in Veneto e depotenziare l’offerta degli stessi sul territorio regionale».

La Uil sarà in piazza contro un progetto che va contro le richieste dell’Europa: «Se da una parte, infatti – ha spiegato il sndacalista – Bruxelles chiede al nostro Paese di porre la massima attenzione sui temi della convergenza territoriale e della coesione sociale e invita la politica ed le Istituzioni ad intervenire, per risolversi, sulle problematiche ancora aperte del divario territoriale tra il Sud e il Nord del Paese – divari nelle infrastrutture, sanità, trasporti e scuola solo per fare alcuni esempi – che ogni anno contribuiscono a determinare l’uscita dal Mezzogiorno di circa 130 mila abitanti; dall’altra parte c’è, invece, l’idea di una certa politica e la pretesa incostituzionale di alcune regioni di disporre in autonomia di più competenze e più risorse, andando ad indebolire le regioni più fragili del Paese».

«In questo progetto di autonomia differenziata, su cui punta in modo particolare la Lega – ha proseguito – si continua a non voler discutere della parte della Carta costituzionale, che è di più interesse per le regioni del Sud: perequazione, tassazione locale, definizione, appunto, dei Livelli essenziali delle prestazioni».

«Per questo saremo in piazza a Cosenza sabato prossimo – ha ribadito – per questo sposiamo appieno e rilanciamo l’appello contro l’autonomia differenziata e per l’unità del Paese e ne riconosciamo i punti determinanti: un rinnovato ruolo dello Stato, la revisione del “regionalismo” ed il rafforzamento istituzionale della rete dei Comuni e delle amministrazioni Locali; il rafforzamento e la perequazione della spesa sociale in sanità, nell’istruzione, nei servizi sociali, nelle infrastrutture e per l’ambiente; la difesa ed il rafforzamento dell’istruzione e della scuola pubblica, fondamento della cittadinanza attiva».

«E ancora: il rafforzamento e la difesa della salute (“diritto alle cure” e “diritto alla prevenzione”) come diritto individuale e come interesse collettivo, un adeguato finanziamento del Servizio sanitario nazionale come presidio per condizioni di vita eque e dignitose su tutto il territorio nazionale – ha detto – il potenziamento, la manutenzione e la gestione delle reti infrastrutturali per le comunicazioni (fisiche e digitali) e per la difesa idrogeologica, la cura e la rigenerazione degli ambiti e dei territori degradati».

«E, infine, politiche ad hoc per l’occupazione – ha concluso – per i servizi pubblici, per combattere lo spopolamento e l’abbandono delle Aree Interne e favorire la “restanza” delle comunità rurali». (rcz)

 

FEDERALISMO FISCALE E DEFINIZIONE DEI LEP
IL BINOMIO CHE SERVE A SUD E ALLA CALABRIA

di ETTORE JORIO – Essere favorevole a quanto sancito dalla Costituzione è regola di ogni cittadino, studioso o meno che sia. Dire sì al federalismo fiscale che manda in soffitta la spesa storica che ha ucciso la Calabria fiscale è da saggi e previdenti. Fare il tifo a che vengano, finalmente, definiti i Lep per materia da garantire a tutti è da cittadino esemplare e benpensante.

Proprio per questo motivo è da apprezzare il contenuto della dichiarazione resa da Vito Grassi, nel corso dell’audizione del 30 maggio scorso presso la Commissione Affari costituzionali del Senato. Il tema era il regionalismo differenziato, meglio il testo del Ddl Calderoli.

Si è venuto quindi a concretizzare, da parte del numero due della Confindustria, un consenso, ancorché sub condicione, sull’attuazione dell’art. 116, comma terzo, della Costituzione, da farsi pertanto con cautela e con qualche aggiustamento, soprattutto in tema di perequazione. Non solo. Fissando delle priorità, senza le quali potrebbe generarsi il caos istituzionale.

La sostenibilità amministrativa

Alla sostenibilità finanziaria del sistema autonomistico territoriale, destinato a cambiare con uno Stato che dovrà cedere alcune prerogative legislative, il vice presidente della Confindustria con delega alla Regioni ha dichiarato l’ineludibile esigenza di assicurare, oltre a quella economica, la «sostenibilità amministrativa».

Da qui, un importante consenso all’iniziativa legislativa in corso, ma seriamente subordinato ad un elemento fondamentale per esercitare il meglio della sussidiarietà istituzionale, di cui all’art. 118, comma primo, della Costituzione. Ben vengano dunque i Lep, individuati per materie o ambiti di esse, benintese per quelli scomponibili in livelli essenziali di prestazioni.

D’accordo, quindi: sulla determinazione dei costi standard per le materie diverse da quelle erogabili attraverso funzioni fondamentali da finanziare con i fabbisogni standard di cui al d.lgs. nr. 216/2010, anche essi da valorizzare con grande accortezza; sulla definizione dei fabbisogni standard, diversi da quelli anzidetti, da assicurare alle diverse aree regionali del Paese, garanti della copertura dei fabbisogni espressi dalle rispettive comunità; sulla necessità di formalizzare la disciplina e le risorse con le quali, rispettivamente, sancire le regole della perequazione ordinaria e assicurarne il contributo agli enti territoriali di cui all’art. 119, comma terzo, della Costituzione a garanzia di esigibilità dei Lep ovunque; sulla individuazione delle risorse necessarie ad assicurare l’esercizio delle funzioni amministrative per ogni materia, eventualmente ceduta alle Regioni differenziate, da valorizzare con senso segnatamente pratico e differenziato per territori sulla base delle loro disponibilità strutturali.

Applicazione progressiva e valutata nella prassi

A valle di tutto questo, è stata manifestata l’opportunità di pervenire ad una applicazione «graduale e sperimentale» dell’autonomia legislativa differenziata, da doversi escludere tuttavia per quelle materie che avranno ricadute strategiche e, dunque, bisognose di una gestione assolutamente unitaria, del tipo infrastrutture energetiche e di trasporto nonché servizi a rete e commercio con l’estero (Grassi, dixit). Quella che solo la competenza e la regolamentazione esclusiva statale può garantire.

Di conseguenza, visto il lasciapassare del massimo organismo rappresentativo della imprenditorialità e quelli eventuali da acquisire dalle altre rappresentanze associative e sindacati, può ben programmarsi la stagione dell’esame parlamentare del Ddl Calderoli, presagendo nel suo corso una pioggia di emendamenti, soprattutto in materia perequativa, in perfetta continuità con la legge 42/2009 e dei decreti delegati nn. 216/2010, 23, 68 e 88 (perequazione infrastrutturale) del 2011.

Nel contempo, grande attenzione concomitante sui lavori della Cabina di regia, istituita con la legge di bilancio per il 2023 (art. 1, commi 791-801), per l’appunto destinati alla preparazione delle bozze dei Dpcm individuativi dei Lep e degli strumenti finanziari destinati alla loro sostenibilità, anche amministrativa.

Dunque, un’attuazione del regionalismo fiscale senza fretta, che darebbe modo di mettere preventivamente a terra i Lep e l’applicazione del federalismo fiscale, al lordo della perequazione.

Un ulteriore decisivo impegno condizionante

A proposito di quest’ultima, che sembra essere la condizione più rilevante posta dalla Confindustria oltre alla perequazione nonché alla esclusione di alcune materie dalla differenziazione, si renderà necessario, nel prosieguo più immediato, un grande impegno aggiuntivo della anzidetta Cabina di regia.

La stessa dovrà infatti – definiti i Lep e determinati i costi/fabbisogni standard – valorizzare gli oneri finanziari da sopportare per l’esercizio delle funzioni amministrative “cedute” alle diverse Regioni, che di conseguenza dovranno accollarsene il corrispondente peso economico, sulla base delle materie differenziate e dei trasferimenti statali necessari. Il tutto nel rispetto della sostenibilità dei loro bilanci, naturalmente accresciuti della relativa spesa esonerata allo Stato e, in quanto tale, finanziata in incremento nell’ambito della metodologia finanziaria sancita dal federalismo fiscale, caratterizzata da costi e fabbisogni standard perequati così determinati per garantire «alle Regioni di finanziare integralmente le funzione pubbliche loro attribuite» (art. 119, comma quarto, Cost.). (ej)

PERDE COLPI L’AUTONOMIA DI CALDEROLI
SI LAVORI INVECE A FAR CRESCERE IL SUD

di PIETRO MASSIMO BUSETTALa marcia veloce, senza ostacoli, che aveva immaginato Calderoli è facile che debba fermarsi. Troppi sono i segnali e le prese di posizione di organismi non politici che dichiarano la loro contrarietà a un equilibrio nazionale  che potrebbe non reggere, nel caso in cui si attuassero i livelli essenziali delle prestazioni in tutto il Paese. La convinzione che ha pervaso  i documenti e le dichiarazioni  sia dell’organo tecnico del Senato, ma anche di Bankitalia, di Confindustria, e recentemente anche dell’Unione Europea, va nello stesso senso.

La conclusione che se la riforma, che attuerebbe il titolo quinto della Costituzione, inopinatamente modificato dal Centro Sinistra, dovrà essere attuata senza oneri per il bilancio statale, la situazione non potrà che rimanere invariata e quindi l’autonomia differenziata fermarsi. 

Ma mentre la contrarietà rispetto ad una riforma che vuole statuire come corretta una spesa storica che toglierebbe ogni anno al Mezzogiorno, a seconda dei calcoli, dai 30 ai 60 miliardi, è assoluta si deve però criticamente riflettere sulla situazione, ormai consolidata,  che certamente con crescite non particolarmente elevate non può essere cambiata, anche se sarebbe assolutamente corretto che lo fosse.

L’esempio diffusamente riportato dei 66 asili nido di Reggio Emilia rispetto ai 3 di Reggio Calabria dimostrano plasticamente come sarebbe estremamente complicato, certamente non senza aggravio di costi, stabilire diritti analoghi per tutti. 

Ma anche se l’autonomia differenziata voluta da Calderoli e che avrebbe, nello schema previsto dal Ministro, scavalcato totalmente il Parlamento, seguendo un accordo pattizio tra Regioni e Presidente del Consiglio, dovesse essere fermata non vi è dubbio che rimane in piedi il grande problema della differenza di diritti di cittadinanza esistenti nelle due parti del Paese, come anche quello della spesa storica che sarà estremamente complicato poter mettere in discussione. 

Perché evidentemente mentre é relativamente facile fornire servizi a chi non li ha, è assolutamente impossibile pensare, senza rivolgimenti sociali, di sottrarre i diritti di cittadinanza a chi ne usufruisce da anni. 

Ed allora se la strada di tenersi un residuo fiscale teorico, che in realtà proviene da meccanismi complessi che hanno la loro origine in tutte le parti del Paese, tra loro connesse, è assolutamente da bloccare, non si può non considerare che le realtà più evolute, come Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, che hanno chiesto per prime di poter gestire al meglio le risorse che con i limiti già detti produrrebbero, hanno bisogno di confrontarsi con quello che avviene nella realtà più evolute della MittelEuropa e cercare di non perdere passi per esempio nella infrastrutturazione. 

La Regione Veneto ha annunciato una svolta nel sistema dei trasporti: Hyper Trasfer arriverà e a progettarlo sarà il consorzio Webuild-Leonardo. Le capsule di trasporto realizzate con il nuovo sistema potranno viaggiare a più di 1.200 chilometri ora, tra l’Interporto di Padova e il Porto di Venezia. 

Bene stare all’avanguardia ha dei costi che queste Regioni hanno paura di non poter sostenere, per questo vogliono quella autonomia che consentirebbe loro di correre al passo degli altri competitori. Ed allora il tema non è tanto quello di fermare qualcuno per far crescere gli altri, non è quello di far correre Milano anche a costo che Napoli affondi, come incautamente affermò qualche anno fa Guido Tabellini, quanto invece quello di fare in modo che la locomotiva Sud, che può, come dice Lino Patruno, dare anche lezioni di sviluppo all’Italia, parta veramente e che produca quel reddito annuo che aumenti il Pil nazionale di una dimensione tale da consentire, aldilà delle risorse eccezionali del Pnrr, di poter avere un welfare, che non possa più prevedere che alcuni medicamenti possano essere a carico del servizio sanitario nazionale in alcune regioni ed in altre invece a carico del paziente, come avviene tuttora. 

Per questo la strada da percorrere è quella di procedere velocemente con investimenti adeguati, che consentano l’attrazione di iniziative dall’esterno dell’area, intanto nelle aree Zes, che già pare comincino a funzionare, anche se in modo diverso da regione a regione, ma anche riuscendo ad avere un progetto di sviluppo per il settore turistico che rifletta adeguatamente sulla necessità che si attui una normativa speciale che consenta l’insediamento accelerato di investimenti alberghieri, con l’adozione di una normativa che imiti le Zes manifatturiere, riproponendo il meccanismo. 

La strada che si è intrapresa per quanto riguarda il Ponte sullo stretto e le altre infrastrutture del sistema ferroviario, autostradale e portuale del Mezzogiorno e che Salvini, con una determinazione che stupisce, e che sta passo dopo passo portando avanti, é quella giusta. 

Per questo è necessario che si proceda con tempificazioni adeguate perché il tempo non è una variabile indipendente e i ritmi della crescita devono essere sostenuti, per dimostrare al Paese intero che la strada non può essere quella della divisione tra piccoli Staterelli indipendenti o quasi, quanto quella di una sinergica attività che porti, invece  che a a dividere l’unico tavolo che si ha a disposizione, rendendolo praticamente inutilizzabile per tutti, a moltiplicarne il numero perché si possa stare meglio in più.  (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

L’OPINIONE / Massimo Mastruzzo: L’Italia fa preoccupare Bruxelles con autonomia e Pnrr

di MASSIMO MASTRUZZOPerché l’Italia rispetto a gestione e uso dei soldi del Pnrr sta facendo preoccupare Bruxelles?

Tanto per essere chiari: direttamente proporzionale alla Popolazione; inversamente proporzionale al livello del Reddito pro-capite; direttamente proporzionale al tasso di disoccupazione medio degli ultimi 5 anni: È principalmente in base a questi tre criteri che all’Italia sono stati attribuiti i 209 miliardi di euro del Pnrr.

Se Bruxelles appare preoccupata dello squilibrio del Pnrr italiano è perché ha il forte sospetto che i soldi non saranno usati per ridurre il divario Nord-Sud, soprattutto per quanto riguarda inclusione e coesione.

La Missione del Pnrr è principalmente nel perseguimento degli obiettivi a sostegno dell’empowerment femminile (processo grazie al quale le donne (ri)acquistano potere e controllo sulle proprie vite acquisendo, di conseguenza, la capacità di fare scelte strategiche per loro stesse.) e al contrasto alle discriminazioni di genere, di incremento delle prospettive occupazionali dei giovani, di riequilibrio territoriale e sviluppo del Mezzogiorno e delle aree interne. E non di meno per la transizione ecologica e la digitalizzazione. 

Appare invece evidente dalla ripartizione nazionale dei fondi europei, che cercava di far passare i progetti degli stadi di Firenze e Venezia (ed infatti i servizi della Commissione hanno confermato la non eleggibilità di entrambi gli interventi nell’ambito dei Piani Urbani integrati), che nulla centravano con gli obiettivi del piano, come non solo si corre il rischio di mantenere lo status quo del divario di cittadinanza economico-sociale-infrastrutturale, ma peggio ancora di aumentarlo.

Se a questa distorsione dei reali obiettivi del Pnrr si aggiunge l’incostituzionale progetto del DL Calderoli, approvato da tutto il governo, dell’autonomia differenziata, si comprende ancora di più la bocciatura delle riforme a cui sta lavorando il Governo Meloni.

Una bocciatura alla quale ha personalmente contribuito l’europarlamentare e segretario del Movimento Equità Territoriale (MET) Piernicola Pedicini, dopo aver interrogato più volte i commissari europei, a partire da Gentiloni, e dopo aver illustrato puntualmente tutto quello che oggi la Commissione ha messo nero su bianco. (mm)

[Massimo Mastruzzo è del Direttivo nazionale Movimento Equità Territoriale]

 

PASTICCIACCIO BRUTTO DELL’AUTONOMIA
BOCCIATO DA UE MA “PIACE” A CALDEROLI

di FILIPPO VELTRI – Gran pasticcio dentro la maggioranza di Governo e dentro il Governo della Meloni su DDL Calderoli. Fratelli d’Italia e Lega ai ferri corti dopo il parere della commissione d’esperti del Senato, prima pubblicato e poi scomparso, denso di critiche e di osservazioni ma anche dentro la Lega non si scherza!

Evidentemente infatti Calderoli e Giorgetti, entrambi ministri dello stesso Governo di centrodestra ed entrambi della Lega, non si parlano, né si scambiano le carte.

Calderoli infatti ha confezionato una proposta di legge sull’autonomia regionale differenziata che dice esattamente il contrario di quanto sostenuto da Giorgetti perché prevede che i nuovi poteri della regione siano stabiliti da un patto a due, tra il governo e la regione interessata e le altre verranno al massimo informate.

Tanto è vero che il Parlamento sul patto tra governo e singola regione potrà esprimere solo un parere, probabilmente delle commissioni, di cui il governo potrà tenere conto oppure no. Di più, Calderoli per forzare i tempi ha previsto che le osservazioni dei Ministeri sulle materie oggetto dell’intesa a due arrivino entro 30/45 giorni, pena le sue dimissioni addirittura dalla politica! Il ministro dell’Economia Giorgetti, forse per la prima volta nella storia dei governi, non solo non è il garante/controllore degli aspetti finanziari del procedimento ma ha solo 30 giorni, come gli altri ministri, per rispondere. In altre parole non gli è riconosciuto il potere di fermare o correggere le decisioni del patto a due per garantire i conti pubblici. Se i ministri non rispondono entro i 30 giorni previsti Calderoli pretende il mandato a procedere comunque: questo afferma la sua proposta di legge.
Calderoli è l’unico firmatario della proposta di legge del governo, non figurano né la Presidente Meloni, né tanto meno il Ministro dell’Economia come avviene di solito.

Sembra una presa di distanza ma segnala anche un atteggiamento remissivo verso le pretese di Calderoli e dei presidenti delle Regioni, forse per rinviare lo scontro a tempi migliori. Non si capisce come si possa imporre ai ministeri e soprattutto al MEF un tempo oltre il quale Calderoli procederebbe comunque. Basta pensare alla Ragioneria generale dello Stato che ha l’obbligo di garantire il rispetto dei conti pubblici, approvati dal Parlamento, e questo non c’è nella proposta Calderoli. Solo quando tutto sarà stato deciso da Calderoli e dalla regione interessata il parlamento sarà chiamato ad approvare la legge che deve dare valore al patto a due, tra Ministro e Regione.

Calderoli ha, dunque, forzato la mano decidendo tutto da solo, accentrando poteri, con una colpevole sottovalutazione degli altri ministri e soprattutto della Presidente del Consiglio. Certo la premier firmerà i Dpcm sui Lep, i livelli essenziali di prestazione, perché è già previsto dalla legge, per il resto tutto è nelle mani del ministro Calderoli. I Lep non possono essere affidati ad una commissione a due che poi passerà al governo le sue proposte, le quali verranno trasposte nei Dpcm. Questo è un altro passaggio che impedirà di controllare la qualità dei servizi garantiti ai cittadini e non è questione tecnica ma una scelta politica.

Prima o poi la bolla scoppierà. Giorgetti, che ripetiamo è leghista come Calderoli, afferma pubblicamente che un patto a due non può superare Costituzione e Parlamento e ha ragione, per questo bisogna cambiare la proposta Calderoli portando il Parlamento a decidere su tutti i passaggi di fondo sull’autonomia regionale differenziata, iniziando con l’eliminazione del patto a due, governo/regione, che è il vero motore di tutto il percorso.

La legge deve essere il motore, non un patto tra due esecutivi. Altrimenti Calderoli e il presidente della Regione interessata sceglieranno insieme i poteri da decentrare tenendo all’oscuro il Parlamento fino a quando sarà messo di fronte al fatto compiuto e verrà costretto a votare a favore con il voto di fiducia.

Il tentativo è di tenere tutto il percorso sull’autonomia differenziata sotto controllo leghista, imponendo alla stessa maggioranza le scelte. Calderoli ha preparato una sorta di “supermercato” con il compito di offrire alle regioni interessate fino a 500 funzioni, senza che il Governo precisi fin dall’inizio quali è disposto a decentrare e quali no, facendo intendere che lo possono essere tutte.

Eppure dei ministri hanno già fatto presente che non sono disposti a concedere poteri, ad esempio nella scuola e nei beni culturali. Perfino Confindustria è preoccupata che si creino nuove barriere all’attività delle imprese, creando differenze tra le regioni che renderebbero più difficile l’attività economica.
Per ora Calderoli continua imperterrito sulla sua strada, ma il ministro Giorgetti e la presidente del Consiglio, e con loro la maggioranza, prima o poi dovranno pronunciarsi sul merito delle scelte. Finora hanno finto di non vedere e hanno lasciato fare, fino a quando potrà andare avanti senza compromettere l’unità di diritti fondamentali e dell’attività economica del nostro paese?

Intanto una buona notizia. Le firme raccolte in calce alla legge di iniziativa popolare promossa dal Coordinamento per la Democrazia costituzionale e dai sindacati della scuola per cambiare gli attuali articoli 116.3 e 117 della Costituzione, che Calderoli usa strumentalmente per le sue scelte per aiutare la “secessione dei ricchi”, sono oltre il traguardo delle 50.000 firme, il risultato finale sarà tra 60 e 70.00. La proposta di legge arriverà al Senato mentre ancora si discuterà la proposta del governo sull’Autonomia regionale differenziata e grazie al consenso che ha avuto potrà influenzare una discussione fin troppo sottovalutata. Esistono dunque le condizioni per una ferma battaglia parlamentare per bloccare chi vuole oggi dividere quello che prima il Risorgimento e poi la Resistenza hanno unito: l’Italia. (fv)

La Commissione Ue “boccia” l’autonomia: A rischio spesa pubblica

La Commissione Europea si è espressa in merito all’autonomia differenziata, sottolineando come «le proposte per aumentare l’autonomia regionale rischiano di aumentare la complessità del quadro fiscale».

Lo ha riferito l’Ansa, riportando il testo del report sull’Italia: «la legge richiede che questa riforma sia neutrale dal punto di vista del bilancio pubblico. Tuttavia, senza risorse aggiuntive, potrebbe risultare difficile fornire gli stessi livelli essenziali di servizi in regioni storicamente a bassa spesa, anche per la mancanza di un meccanismo perequativo».

Nel complesso, ricorda l’Europa, la riforma prevista dalla nuova legge quadro rischia di mettere a repentaglio «la capacità del governo di indirizzare la spesa pubblica».

Immediata la risposta del ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie, Roberto Calderoli: «Per una volta tanto apprezzo le parole del commissario europeo Gentiloni, che ha dichiarato di non voler “dare pagelle né entrare nel dibattito politico italiano”, tagliando corto nel rispondere ad una domanda sull’autonomia, citata in poche righe nel lunghissimo report stilato dai funzionari della Commissione europea sull’Italia».

«Si tratta di un mero documento di lavoro dello staff della Commissione – ha spiegato – di ben 86 pagine su tutto il possibile della nostra finanza pubblica, che contiene pochi accenni a presunti ipotetici rischi che l’autonomia differenziata potrebbe provocare in termini di aumento delle disparità e tenuta dei conti pubblici. Tale “Country report”, quello dedicato all’Italia, che peraltro risulta non solo sprovvisto di approfondimenti e analisi ma completamente basato su mere ipotesi relative agli effetti dell’autonomia differenziata».

«Piuttosto che ascoltare qualche anonimo burocrate – ha continuato – preferisco rifarmi alle dichiarazioni dello stesso commissario Gentiloni. Non a caso, le raccomandazioni ufficiali riferite all’Italia, poi adottate dalla Commissione, non recepiscono le presunte preoccupazioni contenute nel documento di lavoro e non contengono alcun riferimento all’autonomia differenziata.
Al contrario, richiedono un rafforzamento dei livelli subnazionali, anche al fine dell’utilizzazione delle risorse del Pnrr, del tutto in linea con gli obiettivi del disegno di legge sull’autonomia differenziata».
«Per quanto mi riguarda – ha detto ancora – resto sereno e convinto della bontà di questa riforma nell’interesse del Paese e dei cittadini.
Del resto sarebbe sufficiente leggere il testo del disegno di legge per capire che non c’è alcuna intenzione di acuire le disparità tra i territori ma anzi colmare quel divario che il centralismo ha accentuato in questi anni».
«Da parte mia c’è la ferma volontà di portare a compimento questo percorso una sfida di trasparenza e responsabilità per rispetto dei cittadini che ne hanno pieno diritto», ha detto Calderoli, motivato anche dal recente sondaggio di YouTrend, da cui è emerso che l’autonomia differenziata è la riforma istituzionale più apprezzata dai cittadini.
Dal sondaggio, infatti, è emerso come un italiano su due, il 50%, è convinto che l’autonomia differenziata sia una riforma utile, uno su sei, il 17%, non ha ancora una opinione a riguardo, solo uno su tre, il 33%, si ritiene contrario.
«Un dato interessante – ha commentato Calderoli – che mi spingerà a girare per l’Italia, in ogni Regione, per spiegare ai cittadini l’importanza di questa riforma che porterà vantaggi per tutti, con più servizi erogati, più qualità e meno costi e sprechi. Voglio provare a convincere quel 17% di indecisi e poi anche quel 33% di contrari: perché l’autonomia è una riforma che serve a tutti». (rrm)

AUTONOMIA, REDDITO, CONTRATTI, UN
MIX MICIDIALE PER TERRITORI A RISCHIO

di MASSIMO MASTRUZZO –  Facciamo una riflessione concreta sui provvedimenti del governo Meloni, senza farci distrarre dai fronzoli dell’armocromia o dalle cavolate della sostituzione etnica.

Autonomia differenziata, reddito di cittadinanza, contratti a termine prorogati, sono un mix micidiale per quei territori già a rischio desertificazione umana e industriale, ma non solo. 

Autonomia differenziata, cos’è

L’autonomia differenziata è l’attribuzione a una regione a statuto ordinario dell’autonomia legislativa su materie come istruzione, sanità, alimentazione, protezione civile, governo del territorio, porti e aeroporti, energia, valorizzazione dei beni culturali e ed ambientali ecc. L’autonomia differenziata non era prevista in Costituzione, ma è stata introdotta nel 2001 con la riforma del Titolo V, con cui è stato avviato un iter, portato avanti dai partiti tradizionali che si sono susseguiti al governo negli anni, che oggi rischia di arrivare a compimento con la riforma Calderoli. Tale riforma prevede di far partire l’Autonomia senza definire i Lep (livelli essenziali delle prestazioni), che dovrebbero garantire un minimo di prestazioni uguali per tutti i cittadini a prescindere dalla loro regione.

Perché danneggia il Sud?

Realizzare oggi l’Autonomia Differenziata senza la previa individuazione dei Lep, ma basandosi sui criteri della spesa storica e della invarianza di spesa, significa rendere definitiva l’attuale iniqua ripartizione di denaro pubblico tra le diverse parti del Paese e, di conseguenza, il divario tra le regioni che hanno attualmente più risorse, più infrastrutture (ferrovie, autostrade, aeroporti), più welfare (inteso come scuole, ospedali, asili nido ecc.) e quelle più svantaggiate, causato dall’iniqua ripartizione delle stesse nel corso della storia del nostro paese. Autonomia differenziata oggi significa materialmente l’impossibilità di garantire al mezzogiorno, se non di colmare, quantomeno, di ridurre il divario con le regioni del Nord, attribuendo sempre più risorse a chi le ha già e non consentendo a chi è più svantaggiato di migliorare la propria situazione. È la cosiddetta “secessione dei ricchi”. 

Reddito di cittadinanza

Il reddito di cittadinanza è stato eliminato. O meglio sarà sostituito dall’Assegno di inclusione distinguendo però tra chi può lavorare (i cosiddetti occupabili) e chi non può. Verrà quindi offerto un sostegno economico a chi non può lavorare, e uno “Strumento di attivazione” destinato agli “occupabili” per rimborsare la frequenza a corsi di formazione o di riqualificazione professionale. 

Il componente occupabile del nucleo familiare, beneficiario dell’assegno di inclusione per la frequenza di corsi di formazione o di riqualificazione professionale, sarà tenuto ad accettare un lavoro in tutta Italia, che tradotto significa che un occupabile residente a Termoli, Palermo, Reggio Calabria, Campobasso ecc, dovrà accettare un’offerta di lavoro in Lombardia, Veneto, Piemonte, sia che si tratti di un lavoro a tempo indeterminato sia che si tratti di un contratto a termine di almeno 12 mesi.

Tempo determinato

Sui contratti a termine, è stata allentata la stretta presente nel decreto Dignità e sono state introdotte nuove causali che permetteranno una proroga, ovvero un allungamento del tempo determinato, anche oltre i primi 12 mesi di durata. Le “causali” che giustificano il proseguimento del tempo determinato anche dopo i primi 12 mesi del contratto a termine sono tre.

La più ambigua è la seconda perché prevede che il contratto a tempo determinato può proseguire oltre i 12 mesi per esigenze di natura tecnica, organizzativa o produttiva individuate dalle parti, entro la scadenza temporale del 31 dicembre 2024.  

In sostanza i contratti a tempo determinato potranno essere prorogati a seconda delle esigenze tecniche organizzative produttive delle aziende.  

Lascio a voi la riflessione su queste tre iniziative del governo. (mm)

[Massimo Mastruzzo è del direttivo nazionale Movimento Equità Territoriale]