A Reggio il convegno sull’Autonomia di Italia Viva

Domani, all’Hotel Excelsior di Reggio Calabria, alle 17, si terrà il convegno sul tema Autonomia differenziata. Mercato del lavoro, economia e impresa organizzato dalla Sezione reggina di Italia Viva.

Alla discussione prenderanno parte Ernesto Magorno, coordinatore regionale Italia Viva, il sindaco ff della Città Metropolitana, Carmelo Versace, e quello di Reggio Calabria, Paolo Brunetti.

Relazioneranno il presidente di Confindustria Reggio, Domenico Vecchio, il segretario generale Uil Calabria, Santo Biondo, il segretario Generale Cisl della Città Metropolitana di Reggio, Romolo Piscioneri, ed il segretario Cgil Città Metropolitana, Gregorio Pititto.

Previsti anche gli interventi di Gianmarco Oliveri (coordinatore provinciale Italia Viva Reggio Calabria), di Giovanni Latella (Consigliere metropolitano e comunale di Reggio Calabria), dei consiglieri comunali di Reggio Calabria, Debora Novarro e Gianluca Califano, della già deputata, Federica Dieni, di Pino Varacalli (componente Assemblea Nazionale Italia Viva), e di Agostino Siviglia (responsabile Giustizia Italia Viva Calabria).

Le conclusioni saranno affidate al deputato di Italia Viva, Davide Faraone, ed al leader di “Sud chiama Nord”, Cateno De Luca.

Coordinerà ed introdurrà il dibattito, l’avvocato Antonino Nocera, coordinatore Italia Viva Reggio Calabria. (rrc)

AUTONOMIA DIFFERENZIATA, C’È LA FUGA
DI CHI SI ERA (MAL)FIDATO DI CALDEROLI

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Forse non bisognava nemmeno entrare nella commissione Calderoli. Andare in cordata con chi sai che ti può tagliare la fune che ti unisce agli scalatori in qualunque momento è un’operazione a dir poco temeraria. E molti di coloro che sono entrati in tale commissione, compreso il presidente Sabino Cassese, non potevano non immaginare che i problemi sarebbero arrivati, laddove si fosse voluto tenere un atteggiamento equilibrato nei confronti del Paese e delle esigenze di equità  nella spesa. 

Che la spesa storica fosse distribuita in maniera non equilibrata era già venuto fuori dai conti economici territoriali, voluti da Carlo Azeglio Ciampi.

Al di là della valutazione che veniva fatta di 50-60 miliardi di differenza tra un pro capite uguale, sia che che che uno nascesse a Reggio Calabria o a Reggio Emilia, e il pro capite effettivo, al di là delle contestazioni di alcune appostazioni che alcuni ritenevano opportune e altri invece non adeguate, uno zoccolo duro di differenza rimaneva sempre ed era riconosciuto da tutti.

Chi è entrato nella commissione evidentemente non aveva chiaro il vero obiettivo delle autonomie differenziate che era quello di rimanere con la spesa storica rendendo tale sistema legittimo, considerato che invece adesso è anticostituzionale perché cittadini non sono tutti uguali in qualunque parte del Paese essi nascano.

Era evidente peraltro che la spesa storica delle regioni avvantaggiate dovesse rimanere tale e che bisognava aumentare quella delle regioni penalizzate per adeguarla alle altre. Operazione che non può essere fatta se non in presenza di crescite molto consistenti che vengano destinate ad una parte del Paese e che coprano la spesa corrente relativa ai servizi che coprano i livelli essenziali delle prestazioni.

Perché invece il fatto strutturale doveva in realtà essere coperto con le risorse del PNRR, malgrado esse dovessero essere destinate al sistema economico del Mezzogiorno, per far partire la seconda locomotiva, invece che essere investite nei diritti di cittadinanza in maniera da consentire di avere strutture  di partenza analoghe.

Adesso che il vaso di Pandora è stato scoperchiato ed è noto a tutti che vi sono differenze nella spesa pro capite tra le varie regioni, tanto che diversi uomini politici, governatori di regioni del Sud come De Luca, ne reclamano l’uguaglianza credo che non si possa più far rientrare il genio della lampada uscito ormai dal suo prigionia o far rientrare la pasta dentifricia di nuovo dentro il tubetto.

Adesso bisogna prendere atto delle differenze in tutti settori: dalle infrastrutture, alla sanità, alla scuola, che rappresenta il passo fondamentale per costruire una vera classe dirigente del Sud e permettere, aumentando la consapevolezza dell’elettorato passivo, l’elezione invece che di una classe dominante estrattiva di una vera classe dirigente che abbia come obiettivo il bene comune.  E l’occasione dei fondi disponibili e del piano di ripresa e resilienza dovrebbe essere assolutamente non persa perché altre, a questo livello, sarà difficile che se ne presentino.

Ma anche questa volta, senza voler essere pessimisti per forza, sarà complicato riuscire a completare una operazione così articolata.

Non parliamo di una realtà come la Corsica o come Malta, con poco meno di mezzo milione di abitanti, ma di un territorio che se fosse un’unica nazione, nella graduatoria dei paesi più popolati dell’Unione,  sarebbe al sesto posto tra i 27.

Si è già visto cosa è accaduto con gli asili nido, per errori di impostazione del Governo Draghi, ma certamente anche per incapacità da parte delle comunità locali di utilizzare le risorse disponibili.

Ma non bisogna sottovalutare che questo aspetto che riguarda l’incapacità, per carenza di capitale umano formato, è una parte fondamentale del problema.

Infatti il tema non riguarda soltanto la disponibilità delle risorse ma anche la capacità sia centrale che periferica di mettere a terra, come ormai é uso dire, ciò che è disponibile.

È accaduto tutto questo con i fondi strutturali, ovviamente è facile che accada anche con quelli del piano di resilienza.

D’altra parte la centralità più volte predicata  del  Mezzogiorno si scontra poi con tutta una serie di esigenze di un Paese complesso, non ultime le calamità naturali che richiedono interventi urgenti e risorse infinite.

Mi riferisco alla alluvione dell’Emilia-Romagna che fa dire a molti che invece di fare per esempio il ponte sullo stretto si dirottino quelle risorse per la messa in sicurezza di un territorio molto fragile. Ovviamente qualunque problema si verifichi potete stare sicuri che, dopo aver contato fino a tre, qualcuno dirà che invece del ponte si possono fare le mille cose che sono necessarie nel nostro Paese.

D’altra parte il timore da parte dei territori sviluppati di  perdere alcune rendite di  posizione che li hanno caratterizzati da sempre,  ma anche il dubbio che mettere a regime il Sud potrebbe voler dire far perdere affari ad alcune realtà settentrionali é un tema che non va sottovalutato.

Parlo per esempio di Genova e Trieste che vedrebbero nella concorrenza di Gioia Tauro e Augusta la possibilità della diminuzione dei loro affari o che da un turismo più consistente delle coste o delle città d’arte meridionali vedrebbero la perdita del primato ormai acquisito da anni delle presenze.

È difficile far passare il messaggio che la crescita del Sud in realtà non può che portare a un nuovo sviluppo di tutto il Paese, avvantaggiando enormemente anche le realtà che hanno raggiunto livelli importanti di reddito pro capite e che nell’ultimo periodo, invece, stanno perdendo posizioni rispetto alle realtà più evolute della Mittel Europa. Il pensiero dominante é invece che le risorse che vengono destinate al Sud vengano considerate perse rispetto ad un utilizzo che potrebbe essere migliore e possano  trovare destinazione più opportuna e proficua.

Come si vede il cambio culturale è di quelli a 180° e deve coinvolgere la vera classe dirigente del Paese, quella che accede ai media nazionali, e che dà gli indirizzi veri dello sviluppo, al di là del rumore di fondo che riguarda le abbondanti grida che nel tempo risultano tali. Un Governo, che ha una speranza di vita di cinque anni, potrebbe e dovrebbe porsi tali  problematiche strutturali. (pmb)

[courtesy Il Quotidiano del Sud / L’Altravoce dell’Italia]

Reggio dice no all’autonomia: Proposta è partita male e sta finendo peggio

La città di Reggio ha ribadito il suo no all’autonomia differenziata, con la manifestazione No all’autonomia differenziata. Una riforma sbagliata della Cgil Area Metropolitana di Reggio e della Uil Reggio calabria.

Nel corso del dibattito pubblico, svoltosi al Waterfront, sono intervenuti tra gli altri il segretario generale Cgil metropolitano di Reggio Calabria, Gregorio Pititto, il segretario generale Uil Reggio Calabria, Nuccio Azzarà e l’avvocato e scrittore Corrado Edoardo Mollica. Il confronto è stato moderato dal giornalista Stefano Perri, Capo Ufficio Stampa della Città Metropolitana. Presenti, anche, i sindaci facenti funzioni della Città metropolitana e Comune di Reggio Calabria, Carmelo Versace e Paolo Brunetti.

Nel portare i saluti del Comune reggino Paolo Brunetti è apparso «scettico sulla conclusione di questa riforma», «c’è stata – ha aggiunto – una accelerazione per mantenere calmo un alleato di coalizione, ossia la Lega, alla quale era stata fatta una promessa elettorale. Per raccontare gli effetti di questo disegno di legge faccio sempre l’esempio di una gara dei 100 metri, con il Veneto che partirebbe già dai 50 metri e la Calabria dai blocchi di partenza».

Carmelo Versace dal suo osservatorio metropolitano si è invece soffermato sull’azione di «confronto costante con il territorio, con i sindaci, i cittadini, le associazioni di categoria, sindacati, intanto per ribadire un “no” a questa riforma, e comunque per porci in maniera costruttiva per poter migliorare una proposta di legge che è partita male e sta finendo peggio». (rrc)

L’OPINIONE / Giacomo Saccomanno: Tutti parlano di autonomia ma pochi hanno letto il decreto

di GIACOMO SACCOMANNO – Suggerirei un corso di formazione per le tante persone che parlano a sproposito di autonomia differenziata senza conoscere la norma e non sono, spesso, consapevoli di cosa dicono. Comprendo che si possa avere momenti di possibile “sfiducia” per un passato molto lontano, ma ricordo ai tanti distrattori che molte cose sono cambiate e che il mondo corre!

Forse costoro sono rimasti indietro con la conoscenza, ma è un problema loro la possibile ignoranza. Oggi si sta cercando di trovare delle soluzioni concrete per superare un gap esistente da decenni e che, però, non è stato superato, ma, anzi, ha aumentato un divario pesante tra nord e sud. Si parte dalla nota “questione meridionale” che ha aperto discussioni enormi e che, però, non ha portato a nulla di concreto. Oggi vi è una proposta interessante, ma, certamente, complessa e adatta ai soli esperti. Questi hanno il compito di tradurre principi e nozioni e trasmetterli ai soggetti che hanno bisogno di chiarimenti elementari.

Un dato è certo: le forze politiche del passato, senza alcuna differenziazione, hanno peggiorato sempre più le condizioni del sud rispetto al resto dell’Italia. Naturalmente le maggiori responsabilità sono addebitabili ai partiti che hanno per maggior tempo gestito la nostra nazione. Quindi, la sinistra che su 10 anni ha amministrato per nove! Non aggiungo altro, perché più volte sono intervenuto tecnicamente e concretamente sulla norma e, quindi, appare inutile ripetere quanto già detto e ridetto. D’altro canto, un vecchio proverbio dice che è “inutile fischiare se l’asino non vuole sentire”.

Un dato, comunque, è certo: il sud è ai minimi storici come degrado e mancanza di servizi. Quindi, peggio di così non è possibile andare! Ed allora pensiamo a dare una mano alle nostre comunità e cerchiamo, tutti assieme, a lavorare per rendere la legge proficua e utile alle nostre comunità. Diamo delle speranze ai giovani e con responsabilità spingiamo verso il meglio. Criticare soltanto è indice di incapacità, ignoranza e irresponsabilità. La Lega è sempre pronta a sedersi ad un tavolo e ragionare con tutti per migliorare la norma e dare dei riscontri positivi ai calabresi e ai cittadini del sud. Il resto è aria fritta! (gs)

[Giacomo Saccomanno è commissario regionale della Lega]

Lunedì al Waterfront di Reggio l’iniziativa contro l’autonomia di Cgil e Uil

No Autonomia differenziata è il titolo dell’iniziativa di Cgil e Uil Calabria in programma lunedì 3 luglio al Waterfront di Reggio Calabria. Una iniziativa che inizierà alle 18.30 alla scalinata del Waterfront, un luogo simbolo della Città, un’opera realizzata con quei fondi europei che per le Regioni del sud diventano sempre più un sostentamento sostitutivo, non più aggiuntivo, per come vorrebbe la normativa, per l’erogazione di servizi e la realizzazione di opere pubbliche.

Gli effetti nefasti della riforma varata dal Governo che introduce l’autonomia differenziata, le condizioni di difficoltà vissute da vaste aree del Paese, in particolare concentrate nelle regioni del Sud, la difficoltà degli Enti territoriali nell’erogazione dei servizi essenziali dovute ai progressivi e generalizzati tagli dei trasferimenti statali, la necessità di invertire la tendenza in un percorso che rilanci le politiche perequative per una reale coesione territoriale, l’assenza di livelli uniformi di godimento dei diritti di cittadinanza, le fragilità del sistema della sanità e del mondo della scuola sui territori del Sud ed in Calabria.

La manifestazione, inoltre, è stata presentata dai segretari confederali Gregorio Pititto e Nuccio Azzarà.
Entrambi lunedì sera saranno sul palco ad aprire l’iniziativa, insieme ai sindaci facenti funzioni della Città Metropolitana, Carmelo Versace, e del Comune, Paolo Brunetti. L’incontro, moderato dal giornalista Stefano Perri, Capo Ufficio Stampa della Città Metropolitana, sarà concluso dagli autorevoli interventi di Cristian Ferrari della Segreteria Nazionale della Cgil e dell’avvocato e scrittore Corrado Edoardo Mollica.

All’incontro sono stati invitati a partecipare sindaci ed amministratori, rappresentanti di categorie, associazioni e realtà politiche che operano sul territorio metropolitano, per un momento di confronto che punta ribadire la netta e chiara contrarietà del territorio reggino ad una riforma antimeridionalista, che rischia – come affermano gli stessi organizzatori – di continuare ad arricchire le aree più avanzate del Paese a discapito di quelle più in difficoltà, condannate ad un futuro di arretratezza e sottosviluppo. (rrc)

I CALABRESI NON SI “FIDANO” DI CALDEROLI
MILLE MOTIVI GIUSTIFICANO I SOSPETTI

di MIMMO NUNNARI – Non è più questione di Nord contro Sud e di secessionisti e statalisti, di (simpaticamente) polentoni e terroni, ma – fatti i necessari aggiornamenti – di non essere fessi o  “ammucca lapuni”, espressione in uso in alcune regioni meridionali, riferita a persone che credono a qualsiasi cosa gli viene detto: restando a bocca aperta e rischiando di ingoiare – metaforicamente –  una grossa ape o un calabrone, come vuole il proverbio. Il detto è usato per mettere in guardia i creduloni di fronte a notizie di cui non si riesce a distinguere il falso, la presa per i fondelli, dal vero.

Bisognerebbe tenere bene a mente un vecchio proverbio arabo: “La prima volta che minganni la colpa è tua, ma la seconda volta la colpa è mia”. Mettiamo, dunque, sull’avviso i nostri pochi o molti lettori, dal credere al  ministro Roberto Calderoli  il quale a Vibo, a proposito di Autonomia differenziata, ha detto che è “un’opportunità per il Mezzogiorno”. Nel Sud, storicamente, c’è gente paziente, che si fida, non si ribella, che aspetta da secoli il riconoscimento di diritti, della legittimazione di italiani uguali agli altri, e che spera nella riduzione delle distanze tra Settentrione e Meridione; questo sì, ingenui pure, ma “ammucca lapuni” no, signor ministro. Perché a lasciarsi incantare dalle storie ai limiti del surreale, che l’Autonomia conviene al Sud, si rischia di passare per fessi, per persone che si lasciano imbrogliare facilmente. 

Ora, pazienti si, pigri pure, non abituati a intraprendere iniziative autonome anche; qualche volta pure sudditi, per mentalità antica, ma stupidi no, per piacere. Che poi il ministro abbia scelto la Calabria per lo “spiegone” sulla bontà per il Sud dell’Autonomia differenziata, fa pensare più che a un gesto di cortesia, ad un ulteriore e ben celato discredito nei confronti di questa regione, che molti credono sia, oltre che mafiosa, abitata da tonti; che si può ingannare, tanto, come recita un detto latino: “fallacia alia aliam trudit, un inganno tira laltro”. Qui, oggi, non si tratta di rispiegare che cosa significhi l’Autonomia differenziata per il Mezzogiorno, poiché l’argomento è stato analizzato e dibattuto abbastanza, ne abbiamo fatto indigestione; semmai, si tratta di tenere alta la guardia e mettere in campo tutti gli strumenti possibili e leciti per cancellare questa ipotesi di riforma ingannatrice dall’agenda politica. Si tratta anche di ragionare sul potersi fidare, o meno, di Calderoli.

Francamente pensiamo di no, partendo non da pregiudizi, ma dal presupposto intanto che sono tanti i dubbi sulle competenze di costituzionalista o riformista del ministro e sulle sue reali buone intenzioni. Ricordiamo, per tutto il suo curriculum di parlamentare, che legge elettorale più contestata della storia della Repubblica è opera sua: un marchingegno, per riempire il Parlamento di deputati e senatori scelti dalle segreterie dei partiti. È lunica legge definita in modo spregiativo dal suo stesso autore: una “porcata”. Da qui, il passaggio alla storia col nome Porcellum. Calderoli, è noto pure per aver presentato – aiutato di un algoritmo – milioni di emendamenti a ddl governativi che non gli piacevano. Una tattica dilatoria, e niente di più, da catalogare nelle piccolezze e  nelle tattiche peggiori della politica italiana. Calderoli è un leghista della prima ora, come Salvini, entrambi protagonisti, già da giovani, di quella Lega del secessionismo poi passata, dopo un lungo percorso, alla furbata dell’autonomia differenziata, sempre con un unico, vero, sostanziale obiettivo: un Nord che possa correre da solo, senza la palla di ferro al piede, che, per molti, al Settentrione, è il Sud. Nella strategia leghista non c’è solo l’Autonomia di Calderoli, ma c’è – molto più raffinatala  svolta nazionalista e sovranista dell’attuale leader Matteo Salvini, il quale, accantonata la vocazione nordista” ha puntato a radicare il partito su tutto il territorio nazionale allinsegna dello slogan Prima gli italiani”.

Anche il ponte di Messina, probabilmente rientra in questa strategia (apparentemente compensativa) che dovrebbe far dimenticare il passato, con un “dono”, non si sa quanto utile al Sud, senza tutto il resto: infrastrutture, porti, aeroporti, strade. Abbiamo dei pregiudizi nei confronti di Salvini? Certo che sì, li abbiamo e sono fondati. Salvini era a fianco a Umberto Bossi, quando  sognavano la Padania libera e autonoma, ed è stato, insieme a Calderoli &co., un campione di insulti e offese, nei confronti dei meridionali. Basterebbe, per tutti  gli oltraggi ricevuti dai meridionali, ricordare quell’auspicio, lugubre, di “purificazione” dei napoletani, nella lava del Vesuvio. Di questo non certo edificante passato Salvini  ha fatto ammenda  tempo fa a Palermo, rispondendo ai giornalisti, in una conferenza stampa: “Se abbiamo avuto toni eccessivi in questi anni sul Sud e i meridionali, chiedo scusa e cercheremo di evitare di ricadere negli stessi errori”. Se avesse tolto il “se”sarebbe stato meglio.

Oggi, i due, Calderoli e Salvini, sono ministri di un legittimo governo della Repubblica e in quanto tali vanno rispettati. Ma per poter essere creduti debbono fare di più: prendere per esempio coscienza che bisogna pensare a colmare quel divario di sviluppo tra Nord e Sud che non è mai stato colmato, e  che addirittura si è ultimante aggravato,  e mettere in campo strategie di immediata applicazione per invertire la marcia, con priorità per l’occupazione, la sanità pubblica, le infrastrutture di cui si diceva prima e i trasporti. Solo dopo questo “risarcimento”, si potrà passare a riforme che teoricamente possono essere anche valide per l’Italia tutta di domani; che verrà dopo l’Italia di oggi: inquieta, divisa e malcerta. E invece sta accadendo che si profila l’ennesima beffa per il Sud, se sono veri i rumors parlamentari che parte dei fondi del Pnrr, previsti dal Governo Draghi per il Mezzogiorno, stanno per prendere altre direzioni. Anche sull’Alta  Velocità Salerno Reggio si stanno addensando dubbi stando ad un’interrogazione del Pd.

La comunità dei meridionali, lungi dall’ingoiare calabroni, dovrà trovare le giuste strategie per pretendere il rispetto degli impegni e ricordare – a tutto il Governo Meloni – che le regioni del Sud appaiono sempre più determinanti per l’esito delle consultazioni politiche nazionali. Un particolare pensiero, se ci è consentito, lo rivolgiamo ai tanti che accolgono a braccia aperte Calderoli, Salvini & co., magari in buona fede, sperando in vantaggi per il Sud. Ricordatevi di Luigi Pirandello: “Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”. (mnu)

Sposato (Cgil) a Calderoli: in Italia non ci sono cittadini di serie B

di ANGELO SPOSATO – Il Ministro Calderoli è nuovamente in Calabria con i suoi sostenitori della lega.Noi siamo stati a Crotone, con la Segretaria nazionale Cgil Daniela Barbaresi per un diritto fondamentale, il diritto alla salute che è negato in Calabria. Gli ricorderemo che c’è un altro Paese, un’altra Calabria che non vuole la divisione tra regioni di serie A e regioni di serie B, che non vuole la divisione del Paese, che vuole investimenti e lavoro, che vuole buona sanità e istruzione, che vuole dare un futuro a giovani e anziani, che vuole una regione normale. Lo ricorderemo anche al Presidente della regione Roberto Occhiuto al quale chiediamo di rivedere la sua posizione sull’autonomia differenziata. Il suo voto favorevole al DDL Calderoli nella conferenza delle regioni non è in sintonia e non rappresenta il popolo calabrese ed è un grave errore commesso dal suo isediamento. Il 24 giugno saremo a Roma alla manifestazione per la salute, diritto fondamentale. (asp)

PER IL MINISTRO LEGHISTA L’AUTONOMIA È UN’OPPORTUNITÀ PER IL SUD

Ritengo sia un’opportunità soprattutto per il Mezzogiorno, perché l’autonomia da una parte dà più possibilità di crescita, ma, soprattutto, perché per la prima volta si stabilisce che tutti i diritti civili e sociali, che devono essere garantiti sul tutto il territorio nazionale, si mantengano veramente, cosa che oggi non avviene», ha detto il ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie, Roberto Calderoli a Vibo Valentia.

«Puntiamo a far diminuire drasticamente i viaggi della speranza dal Sud al Nord del Paese, ed è questo il mio obiettivo. Tutti dovranno essere curati e bene a casa propria», ha spiegato ancora il ministro, sottolineando come «questa riforma responsabilizzerà gli amministratori nell’utilizzo delle risorse che hanno a disposizione».

Intanto l’autonomia ha ripreso il suo percorso in commissione Affari Costituzionali

«Il provvedimento – ha spiegato Calderoli – ha iniziato l’esame in discussione generale, cui poi seguirà la fase emendativa e successivamente l’approdo in Aula».

«In un’ottica di massima e costruttiva collaborazione – ha continuato – si è stabilito di garantire 6 giorni in più per la presentazione degli emendamenti. Una scelta che testimonia la buona volontà dell’Esecutivo sulle riforme, affinché la discussione si strutturi nel merito e sui contenuti, senza ideologie preconcette o contrarietà a priori».

«C’è tutto il tempo – ha concluso – per fare un buon lavoro e regalare al Paese una riforma che fa rima con responsabilità, trasparenza e buongoverno. Il nostro lavoro prosegue, l’impegno della Lega e del centrodestra è concreto. Avanti così!». (rrm)

NESSUNO DISTINGUE TRA IL REGIONALISMO
“DIFFERENZIATO” E FEDERALISMO FISCALE

di ETTORE JORIO – L’iter parlamentare del Ddl Calderoli sta diventando – da una parte – più complesso nell’essere giudicato approfonditamente, a seguito delle analisi effettuate dagli organismi di assistenza tecnica di Senato e Camera, e – dall’altra – un po’ trascurato dalle minoranze parlamentari nella proposizione di integrazioni e modifiche nel senso di implementarlo sensibilmente.

Per il resto, si registra una critica, per lo più politica, che si ripete da tempo, confondendo spesso il regionalismo differenziato con il federalismo fiscale. Quanto a quest’ultimo – affidato unitamente alla individuazione dei Lep per materie o ambito di esse, ad una istituita Cabina di regia (art. 1, comma 792, legge 197/2022), quanto alla determinazione dei costi e dei fabbisogni standard che andrebbero finalmente a sostituire il criterio della spesa storica – si registra un contributo di poco conto.

In proposito, sta invero accadendo quanto avvenuto sin dal 2011, nonostante l’adozione del d.lgs. n. 68 attuativo della legge nr. 42/2009: quella inattività, parlamentare e burocratica, che ha fatto perdurare l’attuale stato di finanziamento del sistema autonomistico territoriale fondato sul costo storico.

Quel criterio che assicurava (e ancora assicura) alle Regioni un finanziamento pari a quello trasferito alle stesse dallo Stato l’anno prima,  perpetrando così le anomalie erogative che hanno caratterizzato i disservizi vissuti in tema di diritti sociali, a partire dalla sanità e
dall’assistenza sociale.

Dunque, rispetto al Ddl Calderoli sul regionalismo differenziato si registra ben poca cosa a sostegno della ineludibile previsione della disciplina della perequazione ordinaria, ma anche di quella infrastrutturale indispensabile perché le Regioni possano iniziare il nuovo percorso partendo dallo stesso start.

Di recente, sono stati due gli episodi di critica costruttiva registrati dall’esordio dell’iniziativa Calderoli (A.S. 615) all’esame del Senato della
Repubblica. Il primo riguarda il dossier a firma del Servizio di bilancio, per l’appunto del Senato, destinato a contribuire agli approfondimenti che si rendessero necessari ai parlamentari e loro organi.

Un tale lavoro, curato in alcuni particolari, è soprattutto intervenuto principalmente sulla sua ricaduta istituzionale del regionalismo
asimmetrico, asserendo che l’applicazione a regime di quanto previsto dal Ddl Calderoli determinerebbe un rilevante trasferimento di funzioni amministrative alle Regioni richiedenti derivante da un diverso e differenziato trattamento delle competenze legislative, ex art. 116, comma 3, della Costituzione. Tutto questo – sottolineato e presunto in una ovvia via ipotetica, a commento dell’art. 4 (“nel caso di un consistente numero di funzioni oggetto del trasferimento”) – comporterebbe per realizzare le sue aspettative una sensibile acquisizione delle risorse umane, strumentali e finanziarie corrispondenti alle materie differenziate.

Di conseguenza, farebbe registrare, tenuto conto del principio dei vasi comunicanti, un decisivo incremento dei bisogni economico-finanziari dei rispettivi bilanci regionali a spese di quello statale, tanto da mettere in forse l’esigibilità dei Lep nelle «regioni non differenziate».

Un fenomeno, questo, che potrebbe causare una sorta di catastrofe finanziaria delle Regioni «con bassi livelli di tributi erariali maturati nel proprio territorio», tanto da non potere «finanziare… le funzioni aggiuntive». Non solo. Una tale situazione, generativa di una ovvia
distribuzione sussidiaria delle nuove funzioni amministrative agli enti locali, impedirebbe alle Regioni differenziate di potere godere delle economie di scala, a causa dell’obbligo di sostenere comunque «costi fissi indivisibili legati all’erogazione dei servizi la cui incidenza aumenta al diminuire della popolazione».

Questi sono stati i rilievi che emergono dal contenuto della “Bozza provvisoria non verificata” del 16 maggio scorso, a firma dei tecnici del Senato, cui si è fatto riferimento. In essa si danno per scontati alcuni dati senza però considerare la imminente diversità della anzidetta metodologia del finanziamento fondata su costi e fabbisogni standard peraltro funzionali a rendere sostenibili i Lep di prossima definizione (legge di bilancio per il 2023, commi 791-801).

Nonostante ciò, i tecnici del Senato pervengono a preoccupanti conclusioni in presenza però di diverse incognite imprescindibili per pronosticare ragionevolmente il futuro in assenza dei fattori di costo/servizio fondamentali, del tipo: quali saranno le materie oggetto di legislazione differenziata scomponibili in livelli essenziali di prestazioni, a fronte delle quali saranno determinate le funzioni amministrative da attribuire al sistema autonomistico; in che cosa consisteranno materialmente i Lep, da assicurare uniformemente in termini di esigibilità alla popolazione nazionale tutta (ad oggi si conoscono solo i Lea, con tanta difficoltà ad attualizzarli sul fabbisogno epidemiologico variabile per sua natura); quali saranno le risorse occorrenti per assicurarli, indipendentemente dal regionalismo differenziato, derivanti, in primis, dalla messa a terra del federalismo fiscale (determinazione dei costi e dei fabbisogni standard) e, in secondo luogo ma di certo non meno importante del primo, da come sarà disciplinata la perequazione, alla quale sia il Ddl Calderoli che la relazione del Servizio di bilancio del Senato fanno appena un timido riferimento non affatto esaustivo rispetto all’importanza che le assegna la Costituzione (art. 119, commi 3 e 4).

Quanto e per quali materie o ambiti di esse varrà la perequazione al 100%, a totale copertura della differenza tra il gettito territoriale e quanto occorrerà per sostenerli, calcolato sulla base dei fabbisogni discriminati; per quali Lep ci sarà invece una copertura diversa dal 100% e come sarà calcolata tenuto conto del principio generale alternativo della capacità fiscale media per abitante, con evidenti e ineludibili rimedi da offrire a valle per darne certezza erogativa ovunque; se e come sarà deciso l’intervento di perequazione infrastrutturale – con l’utilizzo delle risorse di cui al comma 5 dell’art. 119 della Costituzione, del d.lgs. 88/2011 e del D.M. 26 novembre 2010 (G.U. nr. 75/2011) – a tutela della differenza di patrimonio fisso che, se non compensata velocemente, renderà impossibile alle Regioni di essere uguali ai blocchi di partenza del federalismo fiscale.

Per pervenire ad un giudizio più ponderato, fondato su previsioni ragionevoli frutto di un accurato esame complessivo delle ricadute dell’attuazione coordinata e combinata degli artt. 116, comma 3, 117, comma 2, lett. m) e p), e 119 della Costituzione, occorrerebbe elaborare le adeguate risposte agli anzidetti sei interrogativi, pena il ricorso a presunzioni immotivate.

Certo è che da una siffatta accorta analisi dovrà emergere la necessità di prevedere, in sede parlamentare, emendamenti mirati a disciplinare bene quantomeno le garanzie perequative tanto da pervenire all’approvazione in aula di un testo ragionevolmente integrato in tal senso, di certo successivamente alla definizione dei Lep per materia e alla determinazione dei costi e fabbisogni standard secondo i dettami della legge di bilancio per il 2023.

Pertanto, prima di spingersi a valutazioni previsionali, per alcuni versi catastrofiche, sarebbe il caso di acquisire due elementi importanti, peraltro rispettosi dell’autonomia che la Costituzione assegna alle Regioni, senza se e senza ma. Essi dovrebbero riguardare, ed è qui il vero nocciolo della situazione, una verosimile previsione delle Regioni a statuto ordinario che aderiranno, ricorrendovi, ad un federalismo a geometria variabile e una corretta valutazione, fatta di severi numeri arabi e non sentimentali, della ricaduta del regionalismo differenziato sul livello territoriale. Magari, pensando a quali riforme strutturali mettere mano nella contemporaneità.

L’ultimo evento è riferibile all’audizione dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb) tenuta il 6 giugno scorso presso la Commissione Affari costituzionali del Senato per voce del consigliere Giampaolo Arachi. Una relazione competente e misurata nella quale sono stati evidenziati i punti di forza e quelli di debolezza dell’intera impalcatura del Ddl Calderoli, ritenuto condivisibile quanto alla necessità di definire le procedure attuative del regionalismo differenziato ispirate alla fissazione dei criteri regolativi dei «rapporti finanziari con le Regioni che accedono a ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia (Rad)».

Più precisamente, facendo seguito alla audizione UPB (Zanardi) del 10 luglio 2019 afferente alle bozze di intesa intervenute nel 2018 tra Governo e il Veneto, la Lombardia e l’Emilia-Romagna che evidenziavano estraneità con la disciplina attuativa dell’art. 119 della Costituzione, sono state sottolineate le incongruenze del testo messo in relazione alla determinazione delle risorse umane, strumentali e finanziarie da assegnare alle Regioni differenziate per fa sì che le stesse possano adempiere alle loro sopravvenute maggiori attribuzioni.

Sono state sancite le basi, quantomeno sul piano dei principi fondamentali, per applicare le regole del cosiddetto federalismo fiscale con la previa determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni riferite ai diritti civili e sociali nonché con le funzioni fondamentali degli enti locali. Ciò in linea con quanto fissato dalla Costituzione all’art. 117, comma 2, lettere m) e p).

Sul tema della loro esigibilità indifferenziata, prescindendo quindi dall’attuazione del regionalismo asimmetrico, l’Upb ha posto un problema serissimo ovverosia ha sottolineato l’incognita sui possibili maggiori costi che dovranno essere affrontati nel suo complesso per assicurare le prestazioni essenziali e i servizi pubblici fondamentali uniformemente. Un rilievo serio cui occorre individuare una metodologia garante di erogazione sia nelle regioni differenziate che in quelle che non ricorreranno all’opportunità offerta dall’art. 116, comma 3, della Costituzione.

Mentre nelle prime sarà infatti compito delle Regioni medesime assicurare prestazioni/servizi derivanti dalle nuove materie acquisite in legislazione esclusiva, le altre – quelle che rimarranno così come sono oggi – dovranno continuare ad essere assistite da strutture e funzioni statali piuttosto che da quelle decentrate. Ciò vale ovviamente solo per alcune delle 23 materie soggette a differenziazione, atteso che molte di queste sono già assistite da risorse attribuite alle Regioni, sanità in primis.

L’Upb esaurisce la sua analisi in senso comunque positivo rispetto alle anzidette Intese del 2018 e ai Ddl elaborati da Boccia (2019) e Gelmini (2022), fermo restando la necessità di individuare «adeguati presidi per garantire il coordinamento della finanza pubblica tra i diversi livelli di governo».

Una modalità ineludibile che deve rendersi garante della rivisitazione periodica delle risorse a tal punto da renderle adeguate al soddisfacimento dei fabbisogni, ricorrendo al fondo perequativo. Ciò a garanzia delle naturali differenze di gettito fiscale delle Regioni più
povere incapaci di sostenere il costo autonomamente afferente alle prestazioni essenziali nello spessore indicati dai Lep.

L’osservazione conclusiva dell’UPB ha riguardato la preoccupazione che, a valle della autonomia legislativa differenziata, si genereranno di certo attribuzioni legislative diverse con conseguente eterogeneità delle relative funzioni amministrative. Il tutto con la concretizzazione di uno scenario istituzionale parcellizzato con tante Regioni obbligate ad esercitare funzioni amministrative differenti, afferenti ai Lep e ai finanziamenti corrispondenti.

Un problema, questo, sollevato anche dalla Confindustria con l’esigenza di pervenire ad una esaustiva “sostenibilità amministrativa”,
oltre a quella economica, che dovrà rintracciare la soluzione nel corso dell’iter parlamentare. (ej)

A Cosenza in 5.000 da tutta la Calabria contro il dl Calderoli

Sono arrivati da tutta la Calabria: oltre 5.000 in piazza a Cosenza alla manifestazione promossa contro l’autonomia differenziata e il decreto Calderoli da Cgil Cosenza, Cgil Pollino-Sibaritide-Tirreno e Coordinamento Democrazia Costituzionale contro l’autonomia differenziata.

Molti i sindaci, con in prima linea quello di Cosenza Franz Caruso, e di grande impatto la partecipazione del vescovo di Cosenza mons. Gianni Checchinato, a sottolineare l’impegno di tutto il Mezzogiorno contro un progetto di legge che accentuerà il divario Nord-Sud.

La manifestazione serviva a sottolineare il sostegno alla Legge d’iniziativa popolare Villone che vuole contrastare la frammentazione eccessiva delle competenze normative e amministrative, la debolezza degli interventi perequativi, l’assenza di livelli uniformi di godimento dei diritti di cittadinanza, le fragilità del Servizio sanitario nazionale e l’organizzazione della Sanità pubblica scomposta da oltre 20 anni di eccessiva regionalizzazione e, in Calabria, di commissariamento”. Questi obiettivi – risulta evidente – sono prioritari non solo per i calabresi ma per tutto il Sud.  L’imponente manifestazione ha potuto contare sull’adesione di amministrazioni comunali e associazioni territoriali e si è conclusa con un corte che ha attraversato le strade della città per concludersi in piazza dei Bruzi.
Puntuale l’intervento del segretario generale Cgil Calabria Angelo Sposato: «Siamo – ha detto  –dinnanzi ad un tentativo di mettere mano alla Costituzione che non ci convince. Questo tema riguarda la democrazia perché prima di parlare di riforma costituzionale dobbiamo mettere al centro la persona. Il Mezzogiorno è sparito dall’agenda del Governo. Abbiamo bisogno di politiche di sviluppo serie, che mettano in moto tutto il sistema economico, con piani di investimento seri.

«C’è una Calabria che dice no alla divisione del Paese. Il Presidente Occhiuto che dovrebbe rappresentare i cittadini calabresi riveda la sua posizione sull’autonomia differenziata. Si tolga la maglietta della lega e degli altri partiti che sostengono questo progetto di divisione indossando addirittura la fascia di capitano. L’autonomia differenziata non è negoziabile. Andremo avanti e non ci fermeremo»Secondo Santo Biondo, segretario generale della Uil Calabria – «Da questa piazza parte una forte presa di resistenza da parte della Calabria nei confronti di un progetto che, se realizzato, va a spaccare il Paese. Chiediamo alla Regione di rivedere la propria posizione perché è un progetto destabilizzante.  Non è il momento di differenziare ma semmai bisogna ridurre le disuguaglianze nella sanità, nelle politiche sociali e nella mobilità». (rcs)

A Cosenza in piazza contro l’autonomia differenziata

Sono circa 60 le Amministrazioni comunali, decine e decine le associazioni, nonché i partiti, i giornalisti e i personaggi pubblici che hanno aderito alla manifestazione indetta per domani da Cgil Cosenza, Cgil Pollino- Sibaritide- Tirreno e Coordinamento Democrazia Costituzionale contro l’autonomia differenziata.

Nella sede della Cgil Cosenza si è tenuta la conferenza stampa di una delle prime prime mobilitazioni sul tema del Mezzogiorno, alla presenza del Segretario Generale Massimiliano Ianni, del Segretario Generale Cgil Pollino-Sibaritide Giuseppe Guido, del Segretario Generale Uil Cosenza Paolo Cretella, del docente di Diritto Pubblico Unical Walter Nocito e di Rosa Principe, Coordinamento Democrazia Costituzionale.

«Abbiamo raccolto – ha dichiarato Massimiliano Ianni – un mondo eterogeno, anime diverse ma unite per dire no all’autonomia differenziata. Se il ddl Calderoli diventasse legge si tratterebbe di un vero e proprio suicidio sociale che metterebbe in discussione la Repubblica stessa. L’allarme è alto, tanto che questa manifestazione nata da Cosenza ha ormai carattere regionale, possiamo dire che il dieci giugno sfilerà in corteo la Calabria».

«Da Cosenza manderemo un messaggio al Paese – ha aggiunto il Segretario Generale Uil Cosenza Paolo Cretella – perché l’autonomia differenziata non fa male solo al Sud ma all’Italia intera. Con questa manifestazione siamo riusciti a riaprire un canale di comunicazione interrotto e a fare rete».

«Il disegno Calderoli è una legge vergognosa – ha commentato il Segretario Generale Cgil Pollino- Sibaritide- Tirreno Giuseppe Guido – sul quale bisogna mettere una pietra sopra. Dal sistema scolastico fino a quello contrattuale e non solo rischiamo di aprire la porta alle diseguaglianze».

Per Walter Nocito docente di Diritto Pubblico Unical è fondamentale «fermare l’intero processo Calderoli, chiedere la perequazione e tutte le politiche necessarie a rafforzare i comuni».

L’alternativa è sostenere l’approvazione della Legge d’Iniziativa Popolare “Villone” per la quale si sta spendendo, tra gli altri, il Coordinamento Democrazia Costituzionale.

«Non si può più aspettare che i diritti vengano concessi – ha detto la rappresentante del Cdc Principe – li dobbiamo pretendere. Bisogna far capire che cosa si cela dietro l’autonomia differenziata, quali sono i pericoli: la Calabria rischia di morire».

«Siamo convinti difensori dell’unità nazionale e della Costituzione e crediamo che, per come ideato e pensato, il ddl Calderoli sia frutto di un arretramento culturale e di un egoismo anche ideologico che rompe la solidarietà nazionale tra Nord e Sud», ha dichiarato il segretario regionale di Filcams Cgil Calabria, Giuseppe Valentino.

«Non sono solo le conseguenze – ha aggiunto –sul piano sociale e culturale che ci preoccupano, l’idea di costruire un Paese fatto di tanti piccoli o grandi “stati” che anziché vivere assieme siano armati da una concorrenza economica e sociale tra di loro ma il fatto che quel progetto mina alle fondamenta i diritti essenziale delle Regioni povere allargando un divario già troppo pesante tra le varie aree dell’Italia».

«Sarà impossibile – ha conclso – mantenere i servizi pubblici e in appalto, significherà cancellare posti di lavoro e reddito che già non sono sufficienti a vivere con le condizioni attuali.

«Oggi saremo in tanti a Cosenza insieme alle associazioni, alle forze politiche e sociali, ai Sindaci, ai cittadini e ci sarà una prima risposta della Calabria al progetto di separazione del Paese voluto da questo governo attraverso l’autonomia differenziata di Calderoli e della Lega», ha dichiarato Angelo Sposato, segretario generale di Cgil Calabria.

«Sarà una battaglia lunga – ha aggiunto – ma la porteremo in fondo fino ed utilizzeremo lo strumento referendario se fosse necessario».

«Il 16 a Crotone terremo gli attivi e le assemblee generali sui temi della salute, del lavoro e dei giovani.  Il 24 giugno e il 30 settembre ci mobiliteremo con le iniziative nazionali per la salute, il lavoro, la costituzione. La vertenza Calabria scenderà nelle piazze Calabresi per dare risposte al precariato e per una nuovo regionalismo», ha concluso.

«Il progetto Calderoli va contro ogni richiesta dell’Europa». È quanto ha dichiarato il segretario generale di Uil Calabria, Santo Biondo, annunciando la partecipazione alla manifestazione di oggi, a Cosenza, per sostenere «le ragioni del No all’autonomia differenziata».

«Scenderemo in piazza – ha detto Biondo – chiamando alla mobilitazione le calabresi ed i calabresi, perché questo progetto, contro il quale siamo scesi in piazza a Catanzaro il 12 dicembre del 2022, non vuole che le tasse pagate dalle calabresi e dai calabresi possano essere utilizzate per far crescere i servizi in Veneto e depotenziare l’offerta degli stessi sul territorio regionale».

La Uil sarà in piazza contro un progetto che va contro le richieste dell’Europa: «Se da una parte, infatti – ha spiegato il sndacalista – Bruxelles chiede al nostro Paese di porre la massima attenzione sui temi della convergenza territoriale e della coesione sociale e invita la politica ed le Istituzioni ad intervenire, per risolversi, sulle problematiche ancora aperte del divario territoriale tra il Sud e il Nord del Paese – divari nelle infrastrutture, sanità, trasporti e scuola solo per fare alcuni esempi – che ogni anno contribuiscono a determinare l’uscita dal Mezzogiorno di circa 130 mila abitanti; dall’altra parte c’è, invece, l’idea di una certa politica e la pretesa incostituzionale di alcune regioni di disporre in autonomia di più competenze e più risorse, andando ad indebolire le regioni più fragili del Paese».

«In questo progetto di autonomia differenziata, su cui punta in modo particolare la Lega – ha proseguito – si continua a non voler discutere della parte della Carta costituzionale, che è di più interesse per le regioni del Sud: perequazione, tassazione locale, definizione, appunto, dei Livelli essenziali delle prestazioni».

«Per questo saremo in piazza a Cosenza sabato prossimo – ha ribadito – per questo sposiamo appieno e rilanciamo l’appello contro l’autonomia differenziata e per l’unità del Paese e ne riconosciamo i punti determinanti: un rinnovato ruolo dello Stato, la revisione del “regionalismo” ed il rafforzamento istituzionale della rete dei Comuni e delle amministrazioni Locali; il rafforzamento e la perequazione della spesa sociale in sanità, nell’istruzione, nei servizi sociali, nelle infrastrutture e per l’ambiente; la difesa ed il rafforzamento dell’istruzione e della scuola pubblica, fondamento della cittadinanza attiva».

«E ancora: il rafforzamento e la difesa della salute (“diritto alle cure” e “diritto alla prevenzione”) come diritto individuale e come interesse collettivo, un adeguato finanziamento del Servizio sanitario nazionale come presidio per condizioni di vita eque e dignitose su tutto il territorio nazionale – ha detto – il potenziamento, la manutenzione e la gestione delle reti infrastrutturali per le comunicazioni (fisiche e digitali) e per la difesa idrogeologica, la cura e la rigenerazione degli ambiti e dei territori degradati».

«E, infine, politiche ad hoc per l’occupazione – ha concluso – per i servizi pubblici, per combattere lo spopolamento e l’abbandono delle Aree Interne e favorire la “restanza” delle comunità rurali».

C’è anche la città di Rende alla manifestazione contro l’autonomia differenziata. Lo hanno reso noto la vicesindaca Marta Petrusewicz e l’assessora alle pari opportunità, Lisa Sorrentino.

La vicesindaca ha sottolineato come «contro il progetto legge Calderoli, è urgente un’azione collettiva che unisca il movimento dei sindaci all’indignazione della società civile. Anzi, dobbiamo prepararci a una lotta senza quartiere, perché il progetto sull’Autonomia Differenziata è un’epifania dei luoghi chiusi, del sovranismo e dell’egoismo delle regioni ricche».

«Mentre le differenze storiche regionali sono una delle grandi ricchezze del nostro paese, non possiamo permettere che tronfino politiche che spingono alle divisioni e alla competizione tra i luoghi per i diritti fondamentali. Le sorti dei luoghi sono e devono restare comuni, all’interno dell’unità nazionale, e necessitano politiche attente alle carenze e disuguaglianze, portate avanti nello spirito della cooperazione e non della competizione», ha aggiunto la vicensidaca.

«Oltre alle conseguenze economiche è necessario valutare la forte incidenza sui diritti sociali, soprattutto se si considerano questioni delicate e di primaria importanza come la salute e la scuola – ha detto l’assessora Sorrentino –. L’autonomia differenziata, non solo aumenterà i divari fra la qualità del servizio sanitario offerto fra Nord e Sud, ma farà crescere anche la mobilità sanitaria, i terribili viaggi della speranza e anche per la scuola verranno cristallizzate sempre maggiori differenze. Che aiuto potrà dare tutto questo al futuro delle nostre studentesse e studenti?».

«Un pericoloso progetto che manifesta altresì molte incompatibilità con la Costituzione. Del tutto evidente è difatti la distanza con i suoi principi fondamentali. L’autonomia differenziata rappresenta l’emblema delle disuguaglianze andando di fatto a punire i cittadini e le cittadine dei territori che non sono stati in grado di raggiungere determinati risultati, determinati livelli – ha concluso –. Un vero e proprio attacco ai principi di solidarietà e uguaglianza rintracciabili nella visione unitaria di valori condivisi, finalizzata ad evitare le derive autonomiste. Non è un caso che Gianfranco Viesti abbia definito il regionalismo differenziato come «la secessione dei ricchi». (rcs)