L’OPINIONE / Giusy Iemma: L’autonomia differenziata penalizza la Calabria

di GIUSY IEMMA – Tra i tanti temi di questa campagna elettorale, tenuti volutamente ai margini per non aprire riflessioni che risulterebbero controproducenti per il centrodestra, c’è quello dell’autonomia differenziata.

Un argomento questo di cui si parla ormai dal lontano 2017. La richiesta di maggiore autonomia è stata avanzata da nove regioni (Lombardia, veneto, Emilia-Romagna, Piemonte, Liguria, Toscana, Marche, Umbria e Campania), in due si è svolto un referendum che ha confermato la richiesta (Lombardia e Veneto) e oltre a queste ultime anche con Emilia-Romagna e Piemonte si è giunti alla fase di intese tra regioni e Governo. Al di là della cronaca politica e dei tecnicismi la preoccupazione dei territori meridionali resta quella di essere sacrificati a logiche amministrative e di potere. Ancora una volta.

Quello che dovremmo auspicare prima di tutto da rappresentanti della nostra regione in Parlamento è che di autonomia differenziata non si parli più perché così come concepita penalizza le regioni più deboli e, tra queste, la Calabria.  La priorità deve essere la parità di diritti civili e sociali dei cittadini, ovunque essi si trovino. Da Udine a Enna. E questo lo dice la Costituzione. I diritti sociali – prima di tutto sanità e istruzione – devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale e solo allora, la Regione che vuole investire su un comparto piuttosto che su un altro lo potrà fare liberamente, ma mai a discapito dei livelli essenziali delle prestazioni.

E, questo, richiede tempo ed impegno, perché vanno trovate le risorse e vanno storicamente individuati tali livelli con il coinvolgimento di tutte le soggettività istituzionali e sociali. La battaglia che dobbiamo condurre, quindi, è quella da un lato, di ‘cancellare’ qualsivoglia iniziativa volta a differenziare fra territori, così come vuole la destra, e, dall’altro, di perseguimento della equa distribuzione in materia di servizi e di diritti sul tutto il territorio.

In una parola non si può puntare sull’autonomia differenziata, bisogna prioritariamente applicare la Costituzione e garantire i diritti civili e sociali. E nei fatti, tanta strada deve essere fatta per parlare di un Paese unito e uguale nei diritti da Nord a Sud. (gi)

L’OPINIONE / Pier Paolo Bombardieri: Autonomia differenziata? Aumenta le diseguaglianze

di PIER PAOLO BOMBARDIERI – Oggi si discute spesso di autonomia differenziata, mentre il tema principale è quello delle diseguaglianze: su molte questioni, il Mezzogiorno e le Isole affrontano una situazione diversa dal resto del Paese.

Noi esigiamo che tutti possano partire dallo stesso piano, ma oggi non è così. Quando si parla, ad esempio, di sanità e scuola, la situazione non è uguale dappertutto. Vorremmo, dunque, che si facesse una riflessione complessiva sulle grandi diseguaglianze tra i diversi territori. Alla politica chiediamo di esprimersi su questo punto: abbiamo Presidenti delle Regioni delle Isole e del Mezzogiorno che potrebbero spiegarci cosa pensano dell’autonomia e come intendono valorizzarla superando, al contempo, le diseguaglianze.

Stiamo registrando un aumento intollerabile di lavoro povero e precario, situazione che va peggiorando anche a causa del caro energia. Bisogna superare la precarietà, rinnovare i contratti, ridurre il cuneo fiscale, affinché lavoratori dipendenti e pensionati riconquistino potere d’acquisto. Per ottenere le risorse necessarie, si recuperi la tassazione degli extra profitti, mentre l’Europa intervenga anche con il lancio di un nuovo programma Sure 2, per coprire cassa integrazione e ammortizzatori sociali. L’aiuto alle aziende, infine, deve essere condizionato, colpendo chi fa speculazione e favorendo, invece, quelle realtà che si trovano in effettive difficoltà sul terreno dell’occupazione. (ppb)

 

LO SPETTRO DI UN CAMBIAMENTO DEL PNRR
SPAVENTA IL SUD: SALVARE IL 40% DEI FONDI

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – La storia degli ultimi anni ci insegna che le risorse che provengono dalla Comunità Europea sono sempre servite come un aiuto più che alle parti più fragili a sostenere il Paese. Contrariamente a quello che è accaduto alle realtà comunitarie che hanno utilizzato molto bene i fondi strutturali, il nostro Paese ha ritenuto l’utilizzazione di tali risorse come un fatto assolutamente marginale e riguardante soltanto le parti più disagiate. 

Il loro impiego o la loro perdita era un fatto che riguardava le Regioni e nemmeno spesso il Ministero per le politiche di coesione; il meccanismo del disimpegno automatico non era assolutamente studiato mentre l’unico correttivo che si poneva era quello di contenere le risorse ordinarie destinate a quei territori in modo che quelle definite strutturali servissero a sostituire quelle ordinarie. 

Che avessero effetto o che non si utilizzassero era un problema che non riguardava il Paese. Ogni tanto considerata l’incapacità strutturale di spesa, dovuta ad amministrazioni inadeguate ed alla mancanza di investimento nelle strutture amministrative comunali e regionali, per qualche emergenza si attingeva a tali fondi che spesso sono diventati il bancomat pronto all’uso. 

Il Next Generation UE ha cambiato l’approccio facendo capire al Nord che si presentava un’occasione unica con la quale venivano messi a disposizione del Paese oltre 209 miliardi, che potevano essere un’occasione importante per una serie di obiettivi da raggiungere e per finanziare numerosi progetti che per mancanza di risorse erano rimasti nei cassetti, soprattutto di amministrazioni ben dotate da un punto di vista amministrativo ed agguerrite nel caso in cui i progetti venivano messi a bando. 

L’occasione si è rivelata talmente ghiotta che gli equilibri complessivi del Paese si sono adattati a tale importante intervento dell’Unione Europea, che attiene al primo debito che ricadrà  su tutti i contribuenti comunitari. Le fasi che si sono succedute adesso ci vedono nella fase operativa della spesa, che dovrà concludersi per il 2026. Che ci fosse una volontà di continuare il gioco delle tre carte, in cui il Sud perde sempre, emerge dal fatto che l’unico progetto cantierabile, il ponte sullo Stretto di Messina, che vi era nel Mezzogiorno, non è stato inserito, con scuse risibili, nei progetti finanziabili.

Perché se è vero che probabilmente in quattro anni il Ponte sullo stretto non si poteva completare è anche vero che moltissimi dei lavori sulle due sponde di preparazione potevano essere finanziate con il Pnrr, cosa che non si è pensato minimamente di fare, mentre molte delle opere già finanziate con altre risorse, una per tutte la Palermo-Catania di alta velocità farlocca, 2 ore per duecento chilometri, viene inserita nel Pnrr per liberare risorse.  

Il retro pensiero che purtroppo pervade ogni decisione relativa alla spesa delle risorse europee è un mantra nel pensiero nazionale: “le risorse che vanno al Sud sono perse e non servono allo sviluppo del Paese”. 

Il concetto che vi sia una locomotiva che bisogna far correre, che fondamentalmente staziona dall’Emilia a Milano fino a Venezia, lasciando indietro peraltro anche la Toscana, il  Piemonte e la Liguria è qualcosa che ha pervaso il pensiero dominante nazionale, aiutato dalla propaganda continua di una Lega Nord, sedicente buona amministratrice di Regioni e Comuni, senza peraltro nessuna prova a favore.

Anzi con la pandemia si è vista come la ricca ed efficiente Lombardia sia caduta pesantemente, dimostrando tutta la propria inadeguatezza. Ricorderemo tutti l’assessore al welfare Giulio Gallera della Regione lombarda poi sostituito dalla Moratti. E prima la gestione del Veneto del Mose ci dimostra quanta sia falsa l’immagine propalata. 

Il pericolo che adesso si corre e che in un accordo, che vede insieme l’Emilia Romagna  di Bonaccini con Zaia e Fontana che nei rispettivi partiti hanno un peso non indifferente, si proceda ad un cambiamento del Pnrr, che porti a dirottare le risorse destinate per esempio per finanziare l’alta velocità Salerno Reggio Calabria o la Napoli Bari per aiutare le imprese energivore a chiudere i propri bilanci senza chiudere le imprese.

Operazione assolutamente opportuna se non prevedesse come sempre di utilizzare le risorse per il Mezzogiorno come il bancomat per tutto quello che di emergenza ci può essere. Ed allora l’attenzione deve essere massima, perché quel 40%, maldigerito dagli amministratori nordici, molto più contenuto della percentuale assegnata all’Italia sulla base di tre parametri, popolazione, tasso di disoccupazione, e reddito pro capite, che ha portato il Paese ad avere risorse molto più abbondanti sia a fondo perduto che in prestito di quanto non siano state destinate a Francia e Germania, diminuisca ulteriormente. 

E potrebbe scendere al di sotto del 33% della popolazione. Essere riusciti a chiudere il Pnrr destinando risorse importanti al Mezzogiorno, anche se più contenute di quelle che si dovevano assegnare, è stata una grande vittoria dovuta ad un Governo che è riuscito a contrapporsi alle volontà di tanti di limitare gli importi destinati ad esso.

Ma oggi il quadro politico probabilmente muterà. Il Partito Unico del Nord potrebbe ritornare alla carica, come sta facendo già nella comunicazione, per continuare a strappare altre risorse ad un Sud spesso disattento, nel quale i Presidenti delle Regioni non riescono a fare nemmeno una comunicazione congiunta sull’autonomia differenziata. 

L’attenzione è dovuta non solo per evitare che si continui quello scippo che è assodato avviene con i fondi ordinari, che se fossero destinati in base alla spesa pro capite dovrebbero essere aumentati di 60 miliardi, ma anche con quelli straordinari considerata la debolezza della amministrazione governativa centrale. E questo non per l’interesse di una parte ma perché come è chiaro a molti, il Paese sarà quello che saranno i giovani quel che saranno le nostre donne sopratutto del nostro Mezzogiorno. 

Pensare che basti tagliare lo stivale e farlo affondare da solo, soluzione semplicistica che pare vogliano adottare con l’autonomia differenziata, non è una soluzione per il Paese ma piuttosto un modo di  continuare in quella deriva che ormai da oltre 10 anni viene immaginata e temuta da Adriano Giannola. (pmb)

Guccione (PD): Meraviglia il silenzio della Regione su autonomia differenziata

Carlo Guccione, candidato del Partito Democratico per la Camera dei Deputati, si è detto meravigliato del «silenzio dell’attuale maggioranza della Regione sul tema dell’autonomia differenziata e sul tentativo di voler rivedere le risorse del Pnrr, con l’obiettivo di spostare cospicui e importanti fondi oggi destinati al Mezzogiorno verso le regioni del Nord».

«Dobbiamo scongiurare che si allarghi il divario tra Nord e Sud – ha aggiunto –. Se dovesse prevalere la coalizione di centrodestra al potere, per la Calabria e l’intero Mezzogiorno il rischio di ampliare le distanze è più che concreto, il Sud verrebbe “rapinato” delle sue risorse per finanziare le aree del Nord del Paese. La Lega e Fratelli d’Italia dimenticano, tra l’altro, che la crescita economica del Mezzogiorno è trainante per il Pil nazionale e l’intera economia del Paese».

«Il Sud potrebbe utilizzare 22 miliardi di euro del Fondo Sviluppo e Coesione – ha proseguito – alla Calabria spetterebbero 2,5 miliardi, ma al momento questi soldi sono bloccati dai ministri leghisti e da chi non accetta che l’80% di risorse vada al Mezzogiorno. L’autonomia, così come concepita nei programmi delle forze di destra, costituirebbe un vero e proprio suicidio per il Sud, oggi già penalizzato da un riparto della spesa sanitaria, visto che alla Calabria vengono trasferite circa 180 euro in meno ad abitante, per un importo di 200 milioni l’anno in meno. Per non parlare della spesa sociale – sottolinea Guccione -, dove gli ultimi dati indicano la Calabria come ultima – appena 24 euro per abitante – 5 volte inferiore alla media nazionale (126 euro). E continuano ad affiorare profonde diseguaglianze socioassistenziali: nella nostra regione gli anni di vita in buona salute sono in media 52,9 anni, raffrontati a 67,7 del Trentino e ai 61,8 in Italia».

«È ora di dire basta – ha concluso –. Non possiamo permetterci di subire ulteriori penalizzazioni per effetto dell’autonomia differenziata. È necessario sconfiggere quelle forze – Lega e Fratelli d’Italia – che hanno come obiettivo la marginalizzazione del Sud e il saccheggio delle risorse destinate a quest’area del Paese». (rrm)

Rubens Curia: sanità in Calabria e autonomia differenziata

di RUBENS CURIA – In merito al DCA 87/2022 firmato dal Commissario ad acta Occhiuto che consente alla Regione Calabria di usufruire delle prestazioni professionali di 497 medici cubani per due anni, potrei scrivere “ tanto tuonò che piovve”, infatti mi scrive un collega non più giovane, che non è in organico al Pronto Soccorso, il 17 agosto quando lo informo del DCA: “ Speriamo , perché sono in ospedale dalle 8.00 e ho già coperto il 14 e 15 agosto  due turni al Pronto Soccorso, resto perché credo in quello che faccio”.

 In un articolo del marzo del 2021 il dottore Domenico Minniti, Presidente regionale AAROI/EMAC,  lancia un allarme, inascoltato: “ In Calabria abbiamo 260 Anestesisti , ne avremmo bisogno di almeno 310 se vogliamo garantire anche gli Ospedali di montagna” e la Calabria è una regione a carattere prevalentemente montuosa ( Treccani)! Purtroppo è dal 2004, con il famigerato vincolo di spesa del personale che opera nella sanità pubblica dell’1,4% voluto dal Ministero dell’Economia e subito dal Ministero della Salute, che la sanità pubblica è sotto attacco. Altro indizio di voler affossare il S.S.N. è il finanziamento del Fondo Sanitario Nazionale pari in era prepandemica all’8,7% contro l’11,7% della Germania o il 12% della Svizzera, ciò ha comportato che tra il 2009 e il 2018 la spesa sanitaria pro-capite è diminuita dai 1.893 euro ai 1.746 euro; oggi, purtroppo, grazie alla pandemia, il F.S.N. è passato dai 112 miliardi del 2018 ai 122 miliardi di euro del 2021 valorizzando la sanità di prossimità e d’iniziativa e la telemedicina che è ben esplicitata nel PNRR.

Questa visione economicistica della sanità applicata dal MEF in Calabria dal 2010 è stata devastante, comportando  la chiusura di 18 ospedali generali senza la contestuale riconversione in “ Case della Salute”, la forte riduzione della spesa del personale che non ha compensato il turn over con una perdita di oltre 4.000 unità in 12 anni che solamente per 1/4 è al di sotto dei 50 anni, il mancato rinnovo delle attrezzature medicali, nonostante la Regione avesse a disposizione 86 milioni di euro per acquistarle, il mancato utilizzo del miliardo e duecento milioni per costruire Presidi Ospedalieri, Case della Salute e Poliambulatori all’avanguardia, tutto ciò ha collassato il Sistema Sanità che ha due vittime illustri: i calabresi e gli operatori sanitari, entrambi costretti ad emigrare chi per farsi curare, circa 55.000 all’anno, chi per lavorare, chi per continuare ad operare in trincea in Calabria( vedi turni massacranti , continue aggressioni, morti per infarto e dimissioni) ! Dal 1986 la Calabria ha più che raddoppiato l’indice di fuga dei suoi residenti per farsi curare fuori Regione arrivando anche a 308 milioni  di euro di mobilità passiva!

Quelle poche assunzioni autorizzate dal Tavolo Adduce coordinato dai Ministeri dell’Economia e della Salute a leggere il verbale del 1° agosto 2019 stupisce ed indigna :” Si rileva che dai dati emerge una grave situazione relativa alla mancata gestione del turn over del personale da parte delle Aziende sanitarie, in special modo nell’ASP di Reggio Calabria”! Queste affermazioni sono un tentativo di precostituirsi un alibi  da parte dei Ministeri o lassismo e incompetenza della burocrazia aziendale come nel caso dei finanziamenti non spesi per l’edilizia sanitaria? Queste sono risposte che i calabresi si attendono dal Commissario Occhiuto.

Se non comprendiamo, infatti, l’eziologia della malattia del nostro Servizio Sanitario Regionale andremo avanti  fronteggiando i sintomi e non curando il paziente! La presenza in Calabria dei medici cubani è una potente aspirina, aldilà degli insoliti benefit inseriti nel contratto, né può essere un cavallo di Troia per le altre Regioni per scardinare il S.S.N., però mi domando perché  non si protestava in Italia ed in Calabria quando si autorizzavano pseudo cooperative di sanitari a lavorare negli ospedali? 

Quando Il 22 maggio 2020 121 Sindaci, 100 Associazioni e oltre 5.000 calabresi inviarono un documento al  Ministro della Salute, al Commissario ad acta ed al Presidente della Giunta Regionale con cui chiedevano, tra l’altro: A) la piena attuazione del Decreto legge 14/2020 nella parte attinente la “ Rideterminazione dei Piani del fabbisogno del personale delle Aziende Sanitarie, B) l’aumento delle ore degli specialisti ambulatoriali interni fino al completamento a 38 ore che, ricordo, possono operare sia nel Territorio che negli Ospedali, C) il potenziamento delle “ prestazioni sanitarie e sociosanitarie a domicilio”: Niente si mosse! Nessuna risposta ci venne data come se non pagassimo, in quanto calabresi, 100 milioni in più all’anno perché commissariati. Inoltre nessuna risposta venne data alla lettera del dicembre 2020 inviata alla Regione in cui Emergency manifestava la sua disponibilità a lavorare in Calabria!

Il 20 luglio scorso ci siamo confrontati, come Comunità Competente, a Lamezia con il subcommissario Esposito alla presenza di 22 Associazioni e consci dell’ immediata difficoltà ad assumere il personale medico abbiamo sollecitato da subito ad attivare o rafforzare nuovi modelli organizzativi sul territorio con i Medici di Medicina Generale, i Pediatri di libera scelta, gli specialisti ambulatoriali interni, gli infermieri di comunità con ambulatori h 12 e h 24; assumere infermieri professionali, psicologi, assistenti sociali, ostetriche, personale amministrativo e tecnico di cui c’è necessità ed abbondanza attivando, come previsto prima, le procedure di mobilità; fare un unico concorso regionale per figura professionale demandando la gestione all’ Azienda Zero o ad una Azienda Sanitaria individuata dalla Regione; avviare un grande processo di partecipazione, ognuno con il proprio ruolo, delle Istituzioni, dei Sindacati, degli Ordini e  delle Associazioni dei cittadini organizzati il cui modello abbiamo discusso con la struttura Commissariale perché solo la trasparenza e le competenze potranno abbattere i molti grovigli di interessi che si muovono nelle sanità calabrese. Utilizziamo subito questo tempo perché la sanità calabrese ha già perduto molti treni e finanziamenti.

 In questa mia riflessione c’è un convitato di pietra che è “ L’Autonomia differenziata” che, qualora fosse attuata nella sanità, produrrebbe una sanità calabrese di serie c e saremmo una colonia delle Regioni economicamente più forti. (rbc)

CONTRO L’AUTONOMIA CHE PIACE AL NORD
IL MEZZOGIORNO DEVE URLARE IL SUO NO

di MASSIMO MASTRUZZOSono diverse le aree del Mezzogiorno d’Italia che sono già sull’orlo del punto di non ritorno, praticamente a rischio concreto di desertificazione umana. Una condizione che con l’autonomia differenziata diverrà irreversibile.

Prendiamo ad esempio la provincia di Vibo Valentia, un territorio che ha vissuto dolorosi disastri idrogeologici: nel 2006 ci furono quelli che sconvolsero Longobardi, Vibo Marina, Bivona e Portosalvo. Nel 2010 toccò a Maierato. E poi Drapia, Vazzano, la zona delle Serre, e nel febbraio 2022 a San Calogero dove l’incubo di un paese risucchiato da una frana (che aveva già colpito quella zona nel 2018) ha rischiato di concretizzarsi a causa di uno smottamento che ha fatto scivolare a valle parte dell’arteria di collegamento alla Statale 18, causando di fatto non solo un danno milionario, ma una consequenziale sottrazione di diritti causati dagli effetti negativi che la frana ha avuto sulla mobilità quotidianità, oltre che sulla sicurezza, dei cittadini di San Calogero che si sono ritrovati con la via per la Statale 18 sbarrata.

Statale 18 e territorio comunale di San Calogero che sono già saliti sulla ribalta della cronaca per la vicenda della discarica fornace, discarica che che confina con le province di Vibo Valentia e Reggio Calabria, sulla statale 18 appunto, che dalla vicina Piana di Gioia Tauro porta verso Vibo Valentia, al bivio per la frazione Calimera, ritenuta tra le più pericolose d’Europa in quanto contiene oltre 130mila tonnellate di rifiuti provenienti da centrali termoelettriche a carbone, oggetto prima del processo “Poison”, (con la magistratura che non è riuscita a consegnare alla giustizia i 14 imputati ritenuti responsabili di “avvelenamento colposo” in quanto il reato è andato prescritto), e successivamente teatro della triste vicenda che ha visto l’omicidio di Soumaila Sacko, di 29 anni, maliano, bracciante agricolo ed attivista dell’Unione sindacale di base, ucciso nel giugno del 2018  mentre si trovava nell’ex fornace per recuperare lamiere da utilizzare nella tendopoli di San Ferdinando (Reggio Calabria) allo scopo di adattarle a coperture di alcune baracche che ospitavano migranti.

Quale legame tra gli eventi del territorio del Vibonese, del territorio comunale di San Calogero con l’autonomia differenziata?

I numeri, la realtà dei numeri prodotti dall’agenzia per la Coesione che ripartisce i mille e passa miliardi di spesa pubblica tra le Regioni. La spesa media pro capite del Nord-ovest è pari a 19.291 €, nel Nord-est 17.754 €, al centro 20.365 €, al sud 13.756 € e nelle isole 15.004 € (dati 2019). Facendo qualche conto, nel Mezzogiorno arrivano quasi 5.000 € all’anno in meno rispetto al Centro-nord, che per i 20 milioni di abitanti fanno 100 miliardi all’anno in meno, più della metà di tutto il PNRR.

E la disomogeneità territoriale istituzionalizzata non è finita, con i dati dell’indice di correlazione tra spesa pubblica e Pil regionale si arriva all’assurdo risultato che la spesa per le politiche sociali sia maggiore nelle regioni più ricche. Da notare che rispetto a una iniziativa che rischia di trasformare i diritti dei cittadini in beni disponibili a seconda del reddito, prevedendo il riparto delle risorse in base alla capacità fiscale territoriale nell’ambito di sistemi regionali autonomi, per la scuola come per la sanità, l’ambiente, la sicurezza, i beni culturali, la ricerca, le infrastrutture, nessuno ne parla, nè le istituzioni, né la stragrande maggior parte dei media e nemmeno molte realtà della società civile, che pure ne sono a conoscenza. Così come una sorta di inspiegabile consegna del silenzio, avvolge la mancata applicazione dei LEP, che a prescindere dell’autonomia differenziata, e previsti per legge dal 2009, attendono ancora di essere applicati. La mancata applicazione causa al sud una mancata assegnazione che si traduce in una perdita di 61 miliardi di euro ogni anno. Ogni anno dal 2009.

I LEP, infatti, sono i Livelli Essenziali delle Prestazioni, soldi, che lo stato dovrebbe destinare nella stessa quota di spesa pubblica pro capite in tutte le regioni d’Italia.

Per ogni cittadino ci dovrebbe quindi essere una quota X che viene destinata dalla ripartizione della spesa pubblica (e questa X dovrebbe essere uguale per tutti, in ogni parte d’Italia). Perché non sono ancora stati applicati, e perché la ministra Gelmini vorrebbe che l’autonomia differenziata venisse applicata prima dei LEP? 

Questo lo sa bene Giorgetti.

Nel 2009, quando i leghisti andarono al governo con Berlusconi, fecero passare la legge, nota come legge Calderoli, sul federalismo fiscale, convinti che il “Sud fannullone” derubasse il Nord, “Roma ladrona”, etc…

Analizzando i dati si scoprì che non era così, anzi, le regioni del Nord, nella redistribuzione, ricevevano, e contano a ricevere, molti più soldi pro capite.

Nello specifico fu proprio Giorgetti a scoprirlo, perché dal 2013 al 2018 nel ruolo di presidente della commissione per il Federalismo Fiscale, chiese e ricevette i dati sulla redistribuzione dei fondi dal ministero dell’Economia, ma una volta visionati insabbiò tutto (i dati fornitigli ufficialmente non risultano infatti agli atti), chiedendo anche di fare una seduta segreta come in antimafia, la cosa risulta dagli atti, dando come motivazione che: “i dati sarebbero potuti essere scioccanti”.

E in effetti i dati erano scioccanti, aveva scoperto, analizzando la spesa storica, che ogni anno al Sud arrivano miliardi in meno per la spesa pubblica.

Queste informazioni avvolte da un misterioso silenzio (avete presente il dito nascosto dietro la schiena perché sporco di marmellata?) sono la prova che dietro all’autonomia differenziata c’è del losco, come si suol c’è del marcio in Danimarca, dove la Danimarca altri non sono che le segrete stanze dove si fanno riunioni tra la ministra Mariastella Gelmini e i presidenti delle Regioni del Nord, lontano dagli occhi indiscreti dei presidenti delle Regioni del Sud Italia. Roberto Occhiuto (Calabria), Michele Emiliano (Puglia), Vincenzo De Luca (Campania) messi alla porta in nome delle esigenze economiche del Nord Italia.

Chi volta lo sguardo altrove, chi si arrende senza lottare di fronte a questa incostituzionale iniziativa di sottrazione di diritti, sarà colpevolmente complice, e nascondere il dito dietro la schiena non sarà sufficiente.

Il Movimento per l’Equità Territoriale il 17 dicembre 2021 ha presentato presso la Corte di Cassazione una Proposta di Legge di iniziativa popolare per l’abolizione del terzo comma dell’articolo 116, ovvero la cancellazione dell’autonomia differenziata dalla Carta Costituzionale. (mm)

[Massimo Mastruzzo è della segreteria nazionale M24A-Et – Movimento per l’Equità Territoriale] 

BEFFA DEI LIVELLI MINIMI DI PRESTAZIONE
ATTENTI ALL’AUTONOMIA DIFFERENZIATA

di MASSIMO MASTRUZZOUn DDL per l’autonomia differenziata con riunioni tra soli beneficiari, i presidenti delle Regioni del Nord, e con l’esclusione dei danneggiati, presidenti delle Regioni del Sud.

Un’azione già di per sé grave, che si eleva a gravissimo perché il testo della Gelmini non solo esclude i vari Occhiuto, De Luca, Emiliano, ma mette totalmente a tacere tutto il Parlamento, ovvero tutti i rappresentanti dei cittadini del Mezzogiorno. Sarà solo una “bicamerale” sulle questioni regionali a dare un parere sulle intese avanzate dalle Regioni, mentre l’aula si limiterà a votare sì o no, a maggioranza assoluta, il disegno di legge in cui sarà stato trasformato lo schema di intesa tra la singola regione e il governo.

La prima domanda che sorge spontanea è: possibile che Emiliano, De Luca, Occhiuto e gli altri presidenti del Sud non abbiano una minima reazione di stizza? Una viva irritazione che li spinga ad organizzare a loro volta un incontro per uscire con una posizione comune contro l’avidità dei presidenti del nord del voler gestire tutto il banco di soldi pubblici statali in base alla spesa storica.

Possibile che De Luca, Occhiuto, Emiliano abbiano abboccato alla barzelletta della Gelmini sulla determinazione in un anno dei LEP, dopo che questi attendono di essere determinati da 21 anni?

Possibile che L’art. 4 del provvedimento non abbia ancora fatto sobbalzare dalle loro sedie istituzionali tutti i rappresentanti dei cittadini dei propri territori? Avranno letto che:

“Le risorse finanziarie, umane e strumentali necessarie all’esercizio da parte della Regione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia sono definiti dall’intesa di cui all’articolo 2 nei termini di spesa storica sostenuta dalle amministrazioni statali nella Regione per l’erogazione dei servizi pubblici corrispondenti alle funzioni conferite quale criterio da superare a regime con la determinazione dei costi, dei fabbisogni standard (…)”.

Spesa storica, cari Emiliano De Luca, Occhiuto, è il concetto chiaro ed inequivocabile di una supposta nel deretano dei vostri concittadini, perché voi non potrete dire di non sapere che quell’infame passaggio significa tanto spendi, tanto ti viene riconosciuto dallo Stato: Reggio Emilia ha 171mila abitanti contro i 180mila di Reggio Calabria; eppure, la prima spende 28 milioni in istruzione, mentre la seconda solo 9. E ancora: 21 sono i milioni spesi in cultura da Reggio Emilia, mentre sono solo 4 quelli del comune calabrese.

È così se non hai speso in asili nido, vuol dire che non hai bisogno di asili nido, e che ciò che avrai sarà zero. Il programma Report, su RAI3 ha un’intera puntata su questa evidente sottrazione di diritti.

Un bambino calabrese già oggi vale molto meno di un coetaneo delle Regioni che stanno chiedendo di gestire i propri fondi, e il presidente Occhiuto non può ignorare che la Calabria, con 2 milioni di abitanti, ha zero terapie intensive infantili; il Veneto, con 5 milioni di abitanti, ne ha 3, ed probabile che questa situazione abbia concorso nella tragedia della bimba calabrese che – lo scorso gennaio – morì a 2 anni di Covid per mancanza di terapie intensive in regione. Regione Calabria che investe 77 milioni l’anno nel turismo sanitario, devolvendo alle regioni del Nord (prime tra tutte la regione della Gelmini) finanziamenti per sopperire alla tragedia della mancanza di ospedali.

L’autonomia differenziata in sostanza annulla definitivamente tutto ciò che è “pubblico”, cioè finalizzato all’interesse generale, destinato a diminuire le differenze tra ricchi e poveri, e questo in una nazione come Italia che per quanto concerne la disomogeneità territoriale non ha eguali nella UE, non a caso ha ricevuto, rispetto a tutti gli altri stati membri, la quota maggiore del PNRR (la Ministra per il Sud, Mara Carfagna dovrebbe saperlo).

Come Movimento per l’Equità Territoriale abbiamo già presentato una proposta di legge costituzionale presso la Corte di Cassazione chiedendo la cancellazione dell’autonomia differenziata dalla Carta costituzionale e quindi la sterilizzazione a priori di ogni tentativo di attuarla, ed invitiamo pubblicamente tutti i rappresentanti istituzionali dei cittadini del Mezzogiorno, ma non solo, a prendere posizione contro questo palese tentativo di ulteriore sottrazione di diritti ad una parte di cittadini italiani. (mm)

[Masssimo Mastruzzo è della Segreteria nazionale M24A-ET  / Movimento per l’Equità Territoriale]

L’OPINIONE / Orlandino Greco: Eliminare spesa storica per superare i divari

di ORLANDINO GRECONon posso che dare atto e merito allimpegno che la Ministra per il Sud e la coesione territoriale, Mara Carfagna, sta mettendo nel riconoscere lestrema urgenza e necessità di abbattere il divario Nord-Sud. Sin dallinizio del suo mandato ha mostrato una certa fermezza su alcuni punti fondamentali, come quello sullautonomia differenziata. La stessa in merito al disegno di legge sull’autonomia differenziata ha risposto, nei giorni scorsi, ad una interrogazione parlamentare presentata durante il Question time nell’Aula di Montecitorio.

La Ministra ha evidenziato come tre siano le questioni imprescindibili: finanziamento dei LEP, abbandono della spesa storica e coinvolgimento del Parlamento. Sono temi, questi, di cui LItalia del Meridione, da anni, si è fatta portavoce e su cui poggia il suo programma politico che non è attestazione o rivendicazione di una ormai anacronistica Questione meridionalema mira ad una generale assunzione di responsabilità.

Una Questione che ha mostrato il suo vero volto e i meccanismi, quanto mai perversi e ben strutturati a discapito delle regioni del sud, con i quali è stata portata avanti, legittimando misure come la spesa storica. Populismo e sovranismo, escludono per definizione forme di secessione politica che viene così tradotta in secessione economica, lasciando apparentemente intatto lassetto democratico e istituzionale ma di fatto sovvertendo e violando principi fondanti della nostra Costituzione. Ma entrambi sono arrivati al capolinea e nelle loro rivendicazioni’ hanno trovato ferma opposizione, da parte di chi, meridionali o no, hanno ben compreso le reali conseguenze di quella mancata unità’ in termini di equità territoriale, perequazione e giustizia sociale.

Se la riforma delle Autonomie ormai non è più rinviabile e deve trovare compimento attraverso una Legge, questa deve essere pensata in maniera tale da escludere sperequazioni tra le regioni, in particolare nelle risorse destinate alla copertura dei servizi primari, e quindi continuando a creare cittadini di serie A o B. 

L’elemento imprescindibile, quindi, è e rimane il superamento e poi leliminazione della spesa storica, riequilibrando il rapporto popolazione-spesa pubblica che determina i livelli essenziali delle prestazioni e di assistenza, così come deve essere ridefinito il fondo perequativo, per colmare le distanze tra i territori più ricchi e quelli più poveri.  

In questo momento storico, più che in altri, bisogna stare in campo, incalzare e sviluppare una visione univoca che abbia come obiettivo, ciò che oggi ci viene richiesto con linee guida chiare e precise dalla stessa Comunità Europea: abbattere i divari! Che vanno ben oltre i gap infrastrutturali, la mancanza o meno di servizi, ma definiscono il riconoscimento di quella parte del Paese dimenticata e defraudata.

Bisogna intercettare e far convergere le forze più avvedute e lungimiranti, facendo partire dal Sud una proposta forte, concreta e positiva ed inequivocabili per far capire a tutti che questo Paese o cresce insieme o, insieme, perisce. (og)

Lo Schiavo (De Magistris presidente): Occhiuto difenda la Calabria sull’autonomia differenziata

Il consigliere regionale di De Magistris PresidenteAntonio Lo Schiavo, ha lanciato un appello al presidente della Regione, Roberto Occhiuto, di difendere la Calabria sull’autonomia differenziata.

«L’incontro tra il ministro Gelmini e il governatore Zaia – ha spiegato – non lascia intravedere nulla di buono se l’obiettivo è quello di per avere più risorse e funzioni a beneficio di alcune regioni e a discapito di altre. C’è il rischio concreto di portare avanti un federalismo sbilanciato che rappresenterebbe un colpo al cuore per il Sud Italia e per la Calabria. Quindi mi chiedo: il presidente Occhiuto sarà il presidente dei calabresi? Metterà in atto una difesa delle politiche di coesione e di solidarietà nazionale? O sarà, invece, esponente di primo piano di una forza di governo che porta avanti logiche diverse?».

«In sostanza ci chiediamo – ha proseguito – quale sarà il ruolo della Calabria nei prossimi mesi rispetto al tentativo messo in atto dalle Regioni del Nord di rompere il patto di solidarietà nazionale? Quale l’idea rispetto alla concretizzazione dei Lep che devono essere uguali in tutto il territorio nazionale? Quale la visione sullo sviluppo della regione, sul ruolo strategico degli enti pubblici in Calabria, sulla governance pubblica negli asset strategici?».

«L’ultimo rapporto Svimez – ha illustrato il consigliere regionale – mette in evidenza le grandi disparità sociali che conosciamo bene, non è il caso di soffermarsi troppo su ciò che tutti noi abbiamo sotto gli occhi. Dobbiamo, piuttosto, avere una visione di sistema partendo, anche, da alcuni aspetti interessanti sul profilo tecnologico, sulla defiscalizzazione, sulle residenze fiscali legate alle Zes. Ma la vera sfida è come riuscire ad attirare investimenti sulle infrastrutture immateriali, oltre che su quelle materiali, investimenti su capitale umano, formazione, ricerca, università e scuola, innovazione. Questa è la sfida decisiva per la Calabria».

Quindi, il consigliere regionale si è soffermato sul lavoro. «La dignità del lavoro, la lotta al precariato – ha detto Lo Schiavo –, rappresentano temi urgenti e sentiti. Padri di famiglia che chiedono occupazione per i propri figli sono l’emblema del fallimento di intere classi dirigenti. Mai più bisognerà speculare sul bisogno, sulla disperazione, sulle clientele. Si cambi passo, si scelga il merito, si prediligano criteri oggettivi e di trasparenza. Senza merito e competenze la Calabria non potrà mai decollare».

«Lei, presidente Occhiuto – ha affermato –, non ha bisogno di un governissimo come quello nazionale. Ha una maggioranza solida, non le servono le larghe intese. Ha invece bisogno di un’opposizione che la possa pungolare per fare meglio, che insista sul miglioramento delle proposte e dei metodi. Perché non faccia la fine di Aureliano Buendia, il colonnello di Cent’anni di solitudine di Garcia Marquez, che vedeva i suoi ordini eseguiti ancor prima che fossero impartiti, individuando in questo i contorni del suo fallimento». (rrc)

L’OPINIONE / Filippo Veltri: Autonomia Differenziata, svegliamoci!

di FILIPPO VELTRI –  Il pericolo dell’autonomia differenziata è tutt’altro che svanito e sta ripartendo sotto copertura. Si colgono i segnali di trattative occulte tra il Ministero delle autonomie e alcune regioni. Si leggono sulla stampa esternazioni della ministra Mariastella Gelmini che annuncia a breve novità, per una legge-quadro erede di quella che fu già di Boccia, e per le intese con le regioni capofila (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna). Ma tutto rimane segreto, come già ai tempi del Conte I e della ministra leghista Stefani.

Il costituzionalista Massimo Villone ha lanciato un appello: «Tutti – dice – dobbiamo scendere in campo. Personalmente, lavoro a una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare per una riforma mirata del titolo V. Dopo venti anni, è venuto il tempo di correggere gli errori fatti, rinsaldare la casa comune, ritrovare eguaglianza e pienezza di diritti».

Il punto è proprio quello, cioè quella sciagurata riforma del Titolo V, voluta dalla sinistra che sperava di arginare il nascente leghismo e invece ha portato all’attuale disastro di un regionalismo fallito su tutti i fronti.

Il nuovo tentativo è nascosto: viene inserito tra i collegati alla legge di bilancio il disegno di legge attuativo dell’art. 116, comma 3, della Costituzione. Meglio, si inserisce l’annuncio, visto che il testo ancora non esiste. L’inserimento tra i collegati di un ddl non è di per sé conclusivo. Ma si può giungere ad autonomie diversificate persino senza formale ricorso all’art. 116, comma 3. 

Il servizio sanitario nazionale è stato già distrutto, come la pandemia ha dimostrato, dal regionalismo oggi vigente. Lo afferma l’Anaao-Assomed in un recente documento. E allora di che parliamo? Il punto – dice sempre Villone – è che il collegamento al bilancio dimostra che l’autonomia differenziata è prioritaria nell’indirizzo di governo. Anzi, sopravvive con ben quattro governi (Gentiloni, Conte I, Conte II e ora Draghi).

Quattro governi, e ancor più quattro stagioni molto diverse: centrosinistra, gialloverde, giallorossa, e ora dei tecnici. È prova che forze potenti spingono per realizzarla, e che una corrente profonda passa nella politica, nelle istituzioni, nell’economia, nella società civile.

Il noto costituzionalista rileva inoltre come non ogni diversità territoriale va rigettata a prescindere. Ad esempio, si è avviato il 28 ottobre nell’Aula del Senato l’iter di un disegno di legge costituzionale di iniziativa popolare (AS 865) volto ad inserire nell’art. 119 della Costituzione il concetto di “insularità”. In sostanza, recupera in parte e attualizza il testo originario della Costituzione del 1948 poi cancellato dalla riforma del 2001 che richiamava il Mezzogiorno e le Isole. «Vanno invece respinte le differenziazioni che assumono le diseguaglianze come elemento propulsivo e di competitività per questo o quel territorio, in quanto capace di mettere più e meglio a frutto le risorse: Nord vs Sud, aree urbane e metropolitane vs aree interne. È la filosofia sulla quale si fonda la strategia della “locomotiva del Nord”. Una strategia che le classifiche territoriali europee dimostrano fallimentare. E rispetto alla quale l’autonomia differenziata è servente». 

Anche su questo tema, infine, si segnala la perenne ambiguità del PD. A parole per il Mezzogiorno, nei fatti sulla linea Bonaccini, il presidente pd dell’Emilia Romagna d’accordo in tutto e per tutto con i suoi colleghi di Veneto e Lombardia. Anche da ultimo il neo-sindaco dem di Torino ha chiamato i sindaci del Nord a una santa alleanza contro le burocrazie romane.

Ma per chi vuole un paese più unito, più eguale, più giusto il percorso è lungo e impervio. Va anzitutto chiesta visibilità e trasparenza sul processo decisionali in atto. Va sostenuta ogni iniziativa – sempre parole di Villone – volta a una alfabetizzazione di massa su temi non facili, come è anche il programma delineato nella mozione conclusiva dell’assemblea. (fv)

In copertina, il costituzionalista Massimo Villone