L’OPINIONE / Santo Biondo: Occorre riscrivere e superare la legge 42/09

di SANTO BIONDO – Sul Mezzogiorno, si continua a rimanere in silenzio. Addirittura si sta per aprire nel Paese, una forte contraddizione tra gli obiettivi che l’Europa assegna all’Italia attraverso il Pnrr e la volontà, espressa dalla nuova compagine di Governo, di realizzare una autonomia differenziata che contrasta fortemente con la visione solidaristica dell’Europa post pandemia.

Infatti, se da una parte Bruxelles chiede al nostro Paese di porre la massima attenzione sui temi della convergenza territoriale e della coesione sociale e invita la politica e le istituzioni ad intervenire, per risolverle, sulle problematiche ancora aperte del divario territoriale tra il Sud e il Nord del Paese – divari nelle infrastrutture, nella sanità, nei trasporti e nella scuola, solo per fare alcuni esempi – che ogni anno contribuiscono a determinare l’uscita dal Mezzogiorno di circa 130 mila abitanti; dall’altra parte c’è, invece, l’idea di una certa politica, che si affianca alla pretesa incostituzionale di alcune regioni, di disporre in autonomia di più competenze e più risorse, andando ad indebolire le regioni più fragili del Paese.

In questo progetto di autonomia differenziata, su cui punta in modo particolare la Lega, si continua a non voler discutere della parte della Carta costituzionale che è di più interesse per le regioni del sud, quella che inserisce nel nostro ordinamento strumenti quali: la perequazione, la tassazione locale, e la definizione, appunto, dei Livelli essenziali delle prestazioni.

Mentre si mette in un cassetto la corretta applicazione di questi dettami costituzionali, si prova a spingere la discussione sugli aspetti della riforma costituzionale che stanno più a cuore alle aree economicamente più forti del Paese: calcolo dei costi standard, autonomia fiscale, che ha prodotto una progressiva riduzione delle rimesse statali in favore dei territori del Sud.

Di recente sul Mezzogiorno la Banca d’Italia e non un incallito meridionalista, nel suo rapporto annuale, ha sottolineato che, soprattutto nel periodo compreso tra il 2010 e 2020, nel nostro Paese si è realizzata una sperequazione nella distribuzione della spesa pubblica nazionale che ha penalizzato i comuni del Sud.

La Banca d’Italia chiarisce, in modo inequivocabile, come ormai la ingiusta distribuzione delle risorse statali tra Nord e Sud non appartiene al libro delle leggende metropolitane, ma è invece una reale condizione del nostro Paese che rischia di ottenere un definitivo riconoscimento istituzionale.

Dalle analisi della Banca d’Italia emerge, con evidenza, il fatto che per mettere in atto un graduale azzeramento dei divari tra il Nord e il Sud del paese il Pnrr da solo non basta, ma all’attuazione del Piano occorre abbinare una efficace spesa delle politiche di coesione 21/27 e un non più rinviabile riordino nella distribuzione della spesa statale che, partendo dall’assunto che le risorse europee devono essere complementari e non sostitutive delle risorse nazionali, sappia mettere fine alle storture prodotte nei bilanci degli enti territoriali meridionali dalla legge sul federalismo fiscale, la famigerata 42/09.

La 42/09 che, nel silenzio generale, da alcuni anni sottrae risorse ai territori del Mezzogiorno e rappresenta un assaggio di cosa sarebbe un Paese in autonomia regionale ha come punto centrale il criterio della spesa storica, criterio che ha finito per garantire i servizi essenziali di cittadinanza dove c’erano già e ha invece cristallizzato l’assenza degli stessi nelle regioni del Sud.

La legge sul federalismo fiscale non è solo incostituzionale ma addirittura si scontra con lo stesso Pnrr, dato che l’arretratezza dei Lep nel Mezzogiorno è stato uno degli indicatori che ha permesso all’Italia di strappare in Europa la quota più alta del finanziamento di Ngeu. Piuttosto che di autonomia regionale, occorre che politica e le istituzioni si adoperino ad avviare una discussione seria, diretta a rivedere totalmente la legge sul federalismo fiscale, per riscrivere e superare la legge 42/09! (sb)

Il PD Calabria: Occhiuto tenga ferma la posizione sull’autonomia differenziata

«Occhiuto tenga ferma la posizione sull’autonomia differenziata e difenda la Calabria». È l’appello lanciato dal Partito Democratico Calabria, chiedendo la convocazione di un Consiglio ad hoc.

«Se il Ministro leghista Calderoli – si legge in una nota – si complimenta con il presidente Occhiuto per la sua posizione sull’autonomia differenziata, è il presidente Occhiuto che dovrebbe farsi qualche domanda. Noi siamo molto preoccupati,  perché la bozza messa a punto da Calderoli sull’autonomia differenziata non fa altro che disegnare la secessione delle Regioni ricche, facendo perno sul criterio inaccettabile della spesa storica e disancorando, sostanzialmente, la riforma dalla definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni. Eppure il presidente Occhiuto diceva cose ben precise neanche un anno fa ed erano molto diverse».

«Presentando in Consiglio regionale le sue linee programmatiche – ricorda il Pd nella nota – il 14 dicembre dello scorso anno, Occhiuto aveva testualmente detto:  “Basta con la spesa storica; i livelli essenziali delle prestazioni devono essere garantiti dallo Stato; quando, al termine della perequazione, ci avranno assicurato, il soddisfacimento di tutti i fabbisogni standard, allora se ci fossero Regioni con quote ulteriori di fiscalità, potrebbero occuparsi pure di aumentare il livello dei diritti per i loro cittadini”».

«Noi ci aspettiamo – hanno detto i consiglieri dem – che il governatore Occhiuto tenga fede a queste parole. Comprendiamo le difficoltà nascenti dal doversi posizionare rispetto alle linee nazionali della sua maggioranza ma, prima di tutto, egli è il presidente della Calabria e dei calabresi che deve difendere in ogni sede e a partire già dai confronti che avrà nei prossimi giorni con il ministro Salvini per il ponte sullo Stretto e con Calderoli sull’autonomia differenziata».

«Questioni cruciali sui quali riteniamo sia opportuno – hanno concluso – che venga convocata una seduta ad hoc del Consiglio regionale per un confronto che sia il più ampio possibile». (rrc)

 

UIL, LA RICETTA DEL SINDACATO PER IL SUD
DEVASTANTE L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA

di PIERPAOLO BOMBARDIERI – Tutti gli indicatori socioeconomici mostrano una Italia alle prese con i complessi ed irrisolti “dualismi” e “disuguaglianze” sociali e territoriali. L’irrisolta “questione meridionale” è e deve diventare di nuovo tema nazionale attraverso una forte politica di rilancio dello sviluppo del Mezzogiorno in grado di riequilibrare le differenze e le disuguaglianze territoriali.

È dal lavoro, dal lavoro dignitoso e di qualità che dobbiamo ripartire se vogliamo che il Mezzogiorno riparta. E noi vogliamo ripartire dal Mezzogiorno per unire il Paese, per dare un futuro al lavoro, promuovere la coesione nazionale e riconoscere in quell’area del Paese quei diritti spesso negati. Le donne e gli uomini che vivono nel Mezzogiorno chiedono lavoro, buona occupazione e servizi degni di un Paese civile.

Il 40% dei contribuenti nel Mezzogiorno dichiara meno di 10 mila euro l’anno cioè 5 milioni di contribuenti su un totale di 12 milioni vivono con un reddito sotto la soglia di sopravvivenza. Dobbiamo ridurre una volta per tutte i divari con il Centro-Nord. Dobbiamo creare lavoro per le donne e i nostri giovani altrimenti questi scappano e il Mezzogiorno diventerà sempre più povero.

Negli ultimi 16 anni, più di 1,2 milioni di persone hanno lasciato il Mezzogiorno: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto, erano laureati. il 16% si è trasferito all’estero.

Oggi, assistiamo anche ad un nuovo fenomeno: il pendolarismo di lungo periodo che rappresenta la nuova forma di emigrare.

Nel Mezzogiorno c’è tanto da fare. Il divario con il resto del Paese, anche a causa della pandemia, è aumentato e con la guerra in atto rischia ancor più di acuirsi. C’è bisogno di nuovi investimenti e di una politica industriale degna di questo nome che metta al centro il lavoro, gli investimenti infrastrutturali sociali e materiali e la lotta alle ingiustizie sociali.

Ma dovrà trattarsi di una “crescita nella legalità” e ciò richiede da parte delle amministrazioni pubbliche e delle parti economiche e sociali un impegno straordinario.

Siamo stati tra i primi a dire che l’assegnazione del 40% delle risorse era insufficiente e non adeguata a risolvere i divari. Noi diciamo che con le risorse a disposizione dobbiamo fare bene, non possiamo sbagliare.

Come? In primis affrontando il nodo dell’efficienza e l’efficacia del funzionamento della Pubblica amministrazione, ad iniziare proprio dalla capacità di spesa e quindi dall’“assorbimento delle risorse” in tempi europei. L’ammodernamento della Pubblica amministrazione, gli investimenti per il suo funzionamento devono esser percepiti e concepiti come proprie e vere precondizioni allo sviluppo. Nuove assunzioni per la Pubblica Amministrazione e non precari.  E chiediamo che gli investimenti vadano in primis a ridurre le disuguaglianze infrastrutturali e dell’accesso ai servizi di cittadinanza.

L’autonomia differenziata rischia di essere devastante per il Mezzogiorno. Per noi, l’autonomia differenziata è una riforma che scava una profonda frattura tra Nord e Sud del Paese ed è un processo che non porta ad effettivi benefici nel breve e soprattutto nel medio e lungo termine a tutte le persone. A nostro avviso vanno respinte le differenziazioni perché si rischia di creare le “diseguaglianze” quale elemento propulsivo e di competitività per questo o quel territorio: Nord vs Sud, aree urbane e metropolitane vs aree interne. Non può essere questa la filosofia!Noi vogliamo creare un Paese più unito, più eguale, più giusto, più coeso. Con l’autonomia differenziata, non solo non si pone riparo alle disfunzioni delle Regioni, ma al contrario si accentuano le inefficienze complessive del sistema. L’autonomia differenziata rischia di mettere in discussione definitivamente il carattere pubblico e nazionale dell’istruzione e di conseguenza mina, alla radice, le basi dei diritti di garantiti dalla costituzione.

Quindi ci domandiamo: è sensato decentrare anche ulteriori materie ad iniziare dall’istruzione a Regioni che, tra l’altro, hanno mostrato e mostrano una certa “difficoltà” a gestire il sistema sanitario? Noi crediamo di no e diciamo che dobbiamo mettere i territori del Mezzogiorno alla pari con il resto del Paese. Noi non possiamo permettere che i diritti di cittadinanza siano garantiti a seconda della zona geografica in cui si nasce.

La sfida è quella di coniugare “efficienza”, “qualità”, “partecipazione” e “coesione”. E allora, prima di parlare di regionalismo differenziato, parliamo di infrastrutture materiali ed immateriali. Parliamo di come assicurare il diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione, all’accesso ai servizi sociali su tutto il territorio nazionale. E questo significa, prima di devolvere ulteriori materie e poteri alle Regioni, parlare di perequazione infrastrutturale, significa passare dal concetto della spesa storica ai fabbisogni standard, significa individuare i livelli essenziali delle prestazioni per assicurare i diritti di cittadinanza in tutte le aree del Paese. (ppb)

[Pierpaolo Bombardieri è stato riconfermato segretario nazionale Uil. L’articolo è un estratto del discorso all’ultimo Congresso del sindacato]

 

A GIORGIA LA LEGA PRESENTERÀ IL CONTO
CON LA “CAMBIALETTA” DELL’AUTONOMIA

di SANTO STRATI – C‘è una “cambialetta” elettorale che Salvini presenterà a breve a Giorgia Meloni: l’autonomia differenziata che il Nord (Lombardia, Veneto ed Emilia) reclama da tempo, facendo valere l’ingiusto e crudele criterio della spesa storica. Sarà il modo di recuperare l’elettorato settentrionale che non sorride più tanto a Salvini, come faceva prima, quando la Lega aveva accanto l’appellativo Nord. Questo ovviamente significherà che il leader leghista dovrà farsi bifronte per non scontentare il Nord e non perdere completamente (già un primo salasso l’ha subito) l’elettorato del Mezzogiorno. Un’operazione difficile, di acrobazia politica che ha decisamente poche possibilità di successo.

La domanda, allora, è cosa farà Giorgia Meloni che nelle regioni meridionali (ma non solo) ha raccolto a piene mani senza, abilmente, sbilanciarsi nei rapporti Nord-Sud. L’unica concessione è stata al Ponte sullo Stretto: siccome fa trend, da buona frequentatrice di Twitter, la Meloni ha seguito l’onda senza esporsi più di tanto. 

La grana vera, in realtà, sarà la richiesta leghista di approvare in tempi rapidi il federalismo fiscale basato sulla spesa storia, meglio conosciuto come autonomia differenziata. Sarà “merce di scambio” per dire sì ai progetti di presidenzialismo che i Fratelli di Giorgia covano nonostante non abbiano i numeri costituzionalmente necessari per le modiche alla Carta. Ma dopo le elezioni – dovrebbero saperlo entrambi –, le cambiali generalmente non si pagano mai… 

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TRA INTOLLERANZA E DISEGUAGLIANZE, TORNA LA LEGA DI BOSSI?

di ORLANDINO GRECOPer chi ha realmente a cuore le sorti del Sud ed è impegnato quotidianamente nel rilancio di una prospettiva di unità concreta del Paese, non saranno passate inosservate le ultime mosse politiche del “senatùr”, Umberto Bossi, miranti la riorganizzazione della Lega. 

Più che di Lega, infatti, si torna a parlare di Lega Nord, con quella che a tutti gli effetti diventa la prima corrente del partito nato in Veneto nei primi anni ‘90. “Per il Nord riparte la battaglia” è il titolo dell’iniziativa scritto nel manifesto, su sfondo verde. Un chiaro ed inequivocabile messaggio evocativo delle storiche battaglie leghiste per il primato e l’indipendenza del Nord sul resto del Paese.

Una manifestazione rispetto alla quale non si sono fatte attendere le svariate adesioni di militanti ed amministratori locali del Nord stanchi, a loro dire, di una gestione salviniana poco attenta agli interessi dei territori storicamente rappresentanti la roccaforte del partito. Dunque un Nord autonomista, in pieno fermento, sarebbe pronto a ripartire e a riorganizzarsi sui principi della “Roma ladrona” e del Sud parassitario, alla luce anche del mal digerito sorpasso di Fratelli d’Italia sulla Lega.

Il silenzio che in queste ore caratterizza la neo deputazione meridionale, e non per ultimo Salvini, è imbarazzante e desta preoccupazione. Il Paese è sofferente a causa degli ulteriori danni economici inflitti dalla pandemia e dalla crisi energetica, non abbiamo bisogno di ulteriori elementi di divisione in un dibattito pubblico che già stenta di suo a trovare risoluzioni alle tante emergenze. 

I parlamentari leghisti eletti al Sud conoscono il divario economico ormai insostenibile tra le due Italie? 

Lo sanno che il reddito medio pro capite di Milano ammonta a 29.980€ è quello di Vibo a 10.080€? Hanno contezza lor signori di come la Spesa Storica penalizzi i Comuni del Meridione? Si sono mai imbattuti nei servizi minimali offerti a queste latitudini nell’ambito socio-sanitario, pur pagando le Regioni del Sud cifre che superano il miliardo per finanziare la sanità lombarda? È giusto che il denaro a un giovane che vuole aprire qualsiasi attività arrivi a costare il doppio che al Nord?

La smettano una volta per tutte di utilizzare la maschera salviniana per raggiungere solo e soltanto mere postazioni personali e lo stesso Salvini rompa gli indugi e sgomberi il campo dalle ambiguità. Ci dica Salvini se Bossi parla a nome personale o ancora rappresenta la voce del più obsoleto leghismo. Stiamo parlando di colui il quale, prima del verdetto dei riconteggi elettorali, era nell’immaginario di Salvini un candidato in pectore per il ruolo di Senatore a vita. Sostenere il manifesto di Bossi sarebbe l’ennesima beffa verso un Sud che non solo subisce da tempo l’iniqua redistribuzione di risorse per asili, scuole e infrastrutture ma anche verso quei tanti elettori che genuinamente hanno fornito supporto elettorale ad un partito che non può permettersi simili prese per i fondelli.

Oggi è tempo che i tanti cittadini meridionali, i molti sindaci e amministratori che come me sono in trincea diventino movimento, facciano de L’Italia del Meridione, per le nostre ragioni fondative, lo strumento politico pronto alle barricate contro ogni forma di diseguaglianza ed intolleranza verso il Sud. Il mancato rispetto verso le vocazioni territoriali rappresenta una miope visione ormai sconfitta dalla storia e dunque non avalleremo nuove forme di oscurantismo. 

L’OPINIONE / Rita De Lorenzo: L’autonomia differenziata non conviene nemmeno al Nord

di RITA DE LORENZONessuno ne parla, ma adesso che si sta formando il governo è un tema di attuale importanza, un tema significativo per tutto il paese: l’autonomia regionale differenziata.

La maggior parte dei  cittadini non hanno ben chiaro il significato di ciò e soprattutto delle sue implicazioni in termini di disuguaglianza dei diritti e divari sociali tra Nord e Sud.

Questa manovra comporterebbe la sottrazione di ingenti risorse finanziarie alla collettività nazionale e il disgregarsi dei servizi ed infrastrutture logistiche come aeroporti, porti, reti di distribuzione dell’energia, ecc., che hanno una entità nazionale ed una struttura unitaria.

Il Centro studi Eurispes ha evidenziato, nel rapporto del 2020, che dal 2000 al 2017 al sud sono stati sottratti in media 46,7 miliardi di euro l’anno,  più di 840 miliardi di euro netti. A fortificare questa tesi anche i dati Svimez confermano ancora di più il divario, sottolineando che il Nord riceve una percentuale della spesa pubblica molto superiore al Sud: circa 4 mila euro pro capite in più.

L’autonomia differenziata accentuerebbe di più tale divario aumentando ancora di più le tensioni sociali e il sottosviluppo economico del sud Italia.

Ma nemmeno le Regione  “ricche” che ottengono l’autonomia differenziata possono trarne beneficio: perché il Sud rappresenta il mercato essenziale del Nord; l’impoverimento del Sud ridurrebbe drasticamente le richieste del mercato, essenziale per il Nord, a causa dell’impoverimento della popolazione in generale e dei ceti medi in particolare; perché anche nelle “ricche” Regioni del Nord le condizioni interne tra le varie realtà territoriali non sono uguali; perché una regione non ha alcuna possibilità di affrontare la competizione globale in solitudine.

Oggi come rappresentante politica di Italia del Meridione ritengo sia necessaria una lunga riflessione sulla questione dell’autonomia differenziata che reca danno a tutti, e non solo al sud. Sarebbe opportuno pensare ad un progetto di sostegno e sviluppo del Mezzogiorno, con investimenti nel territorio che porterebbero vantaggi a tutto il paese. (rdl)

PNRR, ZES, PONTE, PNRR, TURISMO, LAVORO
PRIORITÀ IN AGENDA DEL FUTURO GOVERNO

di PIETRO MASSIMO BUSETTAAlla sofferenza si addice il silenzio. E certamente il compito che spetta al Presidente del Consiglio che, con quasi certezza, sarà incaricato da Sergio Mattarella, dopo i brillanti risultati elettorali ottenuti, sarà Giorgia Meloni, non sarà di quelli facili, né per gli italiani senza dolore. 

Per questo fa bene il prossimo Presidente,  probabile, a parlare poco. I dossier  che si troverà ad affrontare sono di quelli che farebbero tremare i polsi a chiunque. La situazione del Covid, che ancora morde, quello della guerra in Ucraina che uccide e destabilizza,  il caro energia già presente prima del conflitto,  che però quest’ultimo ha aggravato, fanno prevedere una navigazione non facile e piena di pericoli. 

Ma a fianco ad un’agenda internazionale e nazionale  non bisogna dimenticare che ve ne é  una che riguarda il Mezzogiorno. Non si può incentrare una campagna elettorale sui cosiddetti sprechi del reddito di cittadinanza  e subito dopo, quando c’è da agire, dimenticare la problematica ampia che attanaglia quest’area del Paese. 

Per cui ci permettiamo di ricordare al Presidente le cose da fare, ma anche quelle da evitare assolutamente. Come molti sanno il vero problema del Sud è la mancanza di lavoro. Su 21 milioni di abitanti il nostro Istituto di statistica  ci dice che hanno un lavoro, tra gente messa in regola e sommersi,  poco più di 6 milioni di persone. Il che vuol dire che per arrivare al rapporto occupati popolazione delle realtà a sviluppo compiuto sono necessari tre milioni  di posti di lavoro di saldo occupazionale.  Per questo l’insistenza con cui si parla delle politiche attive del lavoro, dei centri per l’impiego, fa capire come non sia assolutamente  chiaro a molti  che il problema non è quello di far incontrare domanda ed  offerta di lavoro quanto creare tale domanda.

Ed è questo il tema sul quale bisogna che si concentri il futuro Presidente. Ma per evitare che si rimanga sul generico vediamo come. Dovrebbe intanto monitorare la situazione delle Zes manifatturiere, che hanno come scopo quello di attrarre investimenti dall’esterno dell’area, e che invece sono state piegate a strumento di consenso politico.

Riportarle al loro originario obiettivo significa dare budget da raggiungere in termini di nuovi occupati, di importi di investimenti da attrarre. Le otto Zes manifatturiere ormai hanno i commissari al lavoro, ma non si sa niente di quello che sta accadendo nelle singole realtà.

Bisogna riprendere in mano questa situazione per cercare di fare in modo che finalmente esse raggiungano lo scopo per cui sono state create.

Il secondo dossier che va ripreso in mano immediatamente, nel primo Consiglio dei Ministri, é quello del Ponte sullo stretto di Messina.

Bisogna abbandonare gli studi sulle tre campate, che avevano il solo scopo di non decidere nulla, e, visto che il progetto era già cantierabile, aggiornarlo in modo da far partire i lavori nel più breve tempo possibile. 

Probabilmente i 50 milioni, che sono stati destinati alla Rfi per studi ulteriori, si possono dirottare per aggiornare il progetto esistente. Salini, AD di We Build, la società che dovrebbe costruirlo e che ha vinto l’appalto, ha sostenuto che nei cinque anni della sua costruzione saranno impiegati 100.000 persone e mi pare una cifra interessante. 

Un altro capitolo che dovrebbe essere aperto riguarda la branca del turismo nel Sud. Finora è stata trattata come un’attività che ha molta dell’improvvisazione e poco della pianificazione. Passare da un’attività spontanea a un industria turistica significa fare passi da gigante.

Non è pensabile che il Mezzogiorno abbia un numero di presenze così limitate, equivalenti a quelle del solo Veneto, o, per capire meglio,  a quelle della sola Ibiza. Allora si studi un modo per attrarre investimenti dall’esterno dell’area anche nel settore dell’impresa turistica, in maniera da aumentare il numero di posti letto disponibili, e da far insediare i maggiori players internazionali che sarebbero felici, se le condizioni lo rendessero possibile, di  localizzarsi nel Sud. 

L’istituzione delle Zes turistiche potrebbe essere un modo per accelerare tale processo, soprattutto se lotta alla criminalità, infrastrutturazione, cuneo fiscale differenziato, e vantaggi sulla tassazione degli utili di impresa rendessero gli investimenti molto favorevoli. Questi i tre driver sui quali concentrarsi: manifatturiero, logistica, e turismo. 

Ma ci sono tre altri dossier importanti da non sottovalutare. Che potrebbero far molto male al Mezzogiorno. Il primo dei quali riguarda l’autonomia differenziata che sarà portata al primo Consiglio dei Ministri,  come è stato annunciato da Salvini e che trova consenso non solo nei Governatori della Lega Nord, ma anche in alcuni Presidenti di Regioni  del Centro Sinistra come Stefano Bonaccini.

Il tema è di quelli scottanti perché la sua adozione significherebbe  confermare che le risorse saranno distribuite nel Paese sulla base della spesa storica e che quindi la spesa pro capite, per la gente che vive nel Sud, sarà sempre di gran lunga inferiore a quella di chi ha la “fortuna” di nascere nel Centro Nord. 

Né si fa più riferimento all’adozione dei livelli essenziali di prestazione (Lep), prima di pensare a qualunque forma di autonomia. La Presidente deve stare molto attenta perché un tale provvedimento potrebbe portare a una secessione di fatto. 

Ma l’altro pericolo che corre il Mezzogiorno é quello di vedersi sottrarre le risorse del Pnrr. Gì si sente parlare di rinegoziarlo che significa limitare le risorse per il Sud. 

Un altro tema che non dovrebbe farsi sfuggire è quella  della localizzazione dell’Intel, che sembra essere destinata al Veneto. Tale indicazione porterebbe a nuovi posti di lavoro in una realtà che già adesso non riesce ad avere risorse umane sufficienti per le attività che lì si svolgono. Una tale localizzazione avrebbe l’effetto di far spostare un numero considerevole di giovani dal Sud verso Nord, con una logica perversa che prevede che siano le persone ad inseguire il posto di lavoro e non   le aziende a localizzarsi laddove il capitale umano è disponibile. 

Trattasi di quelle contraddizioni molto diffuse nel nostro Paese, per cui si abbaia continuamente alla centralità della problematica del Mezzogiorno, si inveisce contro gli oltre due  milioni di reddito cittadinanza che vengono erogati al Sud, e poi si creano i posti di lavoro la dove non servono. Non sarà un percorso facile per questo concentrarsi e parlare poco é certamente un modo di affrontarlo seriamente. (pmb)

BENVENUTI AL SUD, L’ELDORADO IGNORATO
MA CHE FA GOLA AI POLITICI QUANDO SERVE

di ORLANDINO GRECO – Sta per terminare l’ennesima “discesa al Sud” dei cosiddetti leader nazionali dei partiti politici. Siamo nelle battute conclusive di una campagna elettorale che mai come stavolta non ha suscitato l’entusiasmo e la speranza dei calabresi a causa non solo di una legge elettorale che sempre più mantiene distanti i cittadini dai propri rappresentanti ma anche di candidature blindate frutto solo del compromesso e tra dei desiderata delle segreterie romane.

Benvenuti al Sud! Terra di storia e cultura già utilizzata dagli alleati per lo sbarco in Sicilia ma incoronata dai giornali padani come terra di mafia, la più potente organizzazione criminale. Un alibi, vista la diffusa illegalità presente in tutto lo Stivale, per non investire al Sud, non fare infrastrutture e sottrarre risorse.

Benvenuti al Sud! Vi siete inventati il Nord come “locomotiva” dell’economia nazionale per mettere il Sud agli ultimi vagoni con l’assistenzialismo clientelare, generatore di quel serbatoio di voti ricattabili che fanno la gioia e il risultato di classi politiche diversamente ineleggibili.

Benvenuti al Sud! Dove i treni viaggiano in una sola direzione, verso il Nord, portando via migliaia di giovani ogni anno. Siamo le regioni del reddito di cittadinanza per eccellenza, geniale intuizione per un consenso permanente, punto di orgoglio del partito del “vaffa”, il quale ha dimostrato che, pur essendo maggioranza relativa in parlamento, non si può governare se sono l’inadeguatezza e l’approssimazione a connotare il nuovo che avanza.

Benvenuti al Sud! Nelle regioni della Spesa Storica, espediente politicamente scorretto, complici i governi nazionali di ogni colore politico, per sottrarre al Sud risorse destinate ad asili nido, trasporti, fasce deboli e welfare. Ideato da menti raffinate e ciniche per sottrarre scientificamente risorse al Sud e tenerlo in una condizione di bisogno e, quindi, di subalternità. La stessa subalternità dell’assordante silenzio che ha caratterizzato sul tema la nostra deputazione, spesso prone ai diktat romani al fine di assicurarsi un posto al sole nelle prossime elezioni politiche.

Benvenuti al Sud! Dove ad accogliervi per come meritereste non possono esserci i nostri giovani in quanto sono, diplomati e laureati, gli emigrati di oggi, costretti ad inseguire altrove i propri sogni. Costretti ad osservare malinconicamente da lontano le regioni del Sud invecchiare e spopolare, essendo quelle con l’età media più avanzata ed un tasso di natalità sempre più basso nel Paese

Benvenuti al Sud! Dove la Calabria è  la regione del disastro sanitario per eccellenza. I vostri governi e i vostri ministri ci hanno rifilato commissari pagati a peso d’oro ma dimostratisi incapaci di gestire un sistema corporativo privo di colpevoli ma pieno di vittime: la malasanità. Versiamo ogni anno agli ospedali del Nord una cifra fra i 250 e i 300 milioni di euro, una “pacchia” come si dice in questi giorni di campagna elettorale, nel mentre gli ospedali del Sud vengono tenuti in condizioni da quarto mondo, ridotti a serbatoi elettorali e nei quali nessun medico di valore vuol venire ad operare.

Benvenuti al Sud! Venite pure a promettere il Ponte sullo Stretto e l’alta velocità ma attenzione, perché siamo poveri ma non imbelli. Torna alla ribalta politica, da Pontida, la manfrina dell’autonomia differenziata, cioè un altro espediente scorretto per negare risorse al Sud forzando la Costituzione ed il pensiero di Luigi Einaudi. Non solo.

Emergono inquietanti elementi di una scuola di pensiero secondo la quale i miliardi del Pnrr destinati alle regioni meridionali sarebbero sprecati perché i sindaci del Sud non sono capaci di progettare e aprire i cantieri. Se, invece, i miliardi vengono dirottati al Nord, si aiutano le imprese della “locomotiva d’Italia” a fronteggiare la crisi energetica e l’impatto sui costi di produzione.

Benvenuti al Sud! Questa volta, però, ci sono sindaci pronti a fare le barricate e noi con loro. Vogliamo un’Italia unita, da nord a sud, nella solidarietà e nel benessere: lavoro, istruzione, sanità, trasporti. Al Sud come al Nord. Qualche passo avanti c’è stato. Non si saltella più cantilenando: “Senti che puzza… scappano anche i cani… stanno arrivando i napoletani”. L’Italia di mezzo, divertita, rideva. Ora vengono a chiedere i voti meridionali necessari per poter governare.

Benvenuti al Sud! Godetevi questo scampolo di fine estate: il nostro mare, il “nostro” sole, i borghi, i parchi, le testimonianze della nostra storia, tutto ciò, insomma, che non avete potuto prenderci e portare al Nord. Con l’occasione visitate il Porto di Gioia Tauro, il più importante del Mediterraneo, che avete discriminato per privilegiare i porti del Nord. In termini di cultura di governo e di interesse nazionale si può essere più miopi?! Avremmo dovuto avere il rigassificatore già da anni ed oggi si litiga per Piombino.

Benvenuti al Sud! Abbiamo la certezza che, alla fine, riusciremo a fare ciò che non è riuscito a Garibaldi e Cavour e non per colpa loro: un’Italia unita, giusta, uguale da Nord a Sud, con gli stessi diritti e gli stessi doveri in una Europa che col Recovery Plan vuole finalmente mettere fine alle diseguaglianze che avete creato e alimentato per decenni, impunemente.

Alla fine, nonostante i dubbi e le ipocrisie, andremo a votare perché il voto è un diritto che va esercitato e per noi è anche un dovere costituzionale. D’altronde il Sud è anche questo, è legalità accompagnata da un alto senso delle istituzioni ma su questi temi vi è ormai una consapevolezza diffusa per la quale le sorti del Mezzogiorno sono strettamente correlate alla ripartenza del Paese.

La politica, tutta, non potrà far finta a lungo di non saperlo ma noi saremo sempre pronti a ribadirlo, nell’interesse generale.

Benvenuti al Sud! (og)

(Orlandino Greco è segretario federale del Movimento Italia del Meridione)

RISCOPERTO IL SUD PER NON PERDERE VOTI
MA I MERIDIONALI NON SONO MICA FESSI

di GIOVANNI MOLLICACrediamo non si sia mai vista, in Italia, una campagna elettorale nazionale così sgangherata e becera. Adesso che è quasi terminata abbiamo l’impressione che il merito – o, meglio, il demerito – sia soprattutto di esponenti politici di sesso maschile. 

Che hanno ecceduto in attacchi personali (il nemico fascista, traditore della Nato, temuto da Ue e americani), in proposte cialtronesche (meno tasse per tutti, aumento delle pensioni, migliaia di nuovi posti di lavoro). 

Fino ad arrivare a più o meno aperte minacce da bulli di periferia (“…dovranno buttare sangue” e “…vieni senza scorta se hai il coraggio”).

Immaginiamo lo sconforto di Draghi. Viene il dubbio che il suo No a un nuovo incarico derivi dalla triste riscoperta dell’attualità del motto mussoliniano: “Governare gli Italiani non è impossibile: è inutile”.

In questo guazzabuglio di chiacchiere senza costrutto, diviene sempre più evidente che “l’agenda Draghi” è una pura invenzione: quello che un qualsiasi nuovo governo dovrebbe perseguire è “il metodo” dell’ex Presidente della Bce: affrontare i problemi del Paese uno a uno e con serietà.

E, soprattutto, dire la verità alla gente, anche se è poco gradita. Basta con le menzogne.

Solo Meloni – forse perché donna, più equilibrata dei maschietti e meno usa alla rissa e ai toni arroganti (chiedo scusa per il femminismo d’antan) – è rimasta una spanna al di sopra di polemiche. Più squallide che efficaci. Non parliamo di “politica” ma di “buona educazione”.

È anche vero, però, che le elezioni non sono un pranzo di gala e la conclusione della campagna elettorale merita qualche ulteriore riflessione. 

Vanno analizzati con realismo e crudezza sia l’eredità lasciata dall’attuale governo che gli aspetti più “politici” del confronto, sottolineando la sospetta tempistica con la quale alcuni leader hanno affrontato problemi che riguardano la vita dei cittadini.

In altre parole, la credibilità di un’iniziativa dipende anche dal momento nel quale viene proposta: le forze politiche che pontificano sull’energia solo quando appare imminente il suo razionamento sono poco affidabili, soprattutto se hanno ignorato il tema per anni. 

Magari irridendo con l’accusa di “sovranismo” chi sosteneva la necessità di una minore dipendenza dall’estero.

Lo stesso dubbio nasce se si parla di Ponte sullo Stretto, da realizzare immediatamente dopo essere andati al governo. 

Quando, solo poche settimane fa, chi oggi lo promette è uscito dall’aula per non votarne l’inserimento tra i programmi urgenti dell’Esecutivo.

Analogamente, gli strenui difensori di Draghi dovrebbero avere l’onestà intellettuale di ammettere che si è circondato di Ministri e Sottosegretari culturalmente e tecnicamente inadeguati rispetto ai pesantissimi compiti che il Premier aveva loro affidato. Giovannini, Carfagna, Gelmini e lo stesso Cingolani – a nostro personalissimo parere – si sono guardati bene dall’affrontare temi fondamentali per i loro Dicasteri. Che l’abbiano fatto per ignoranza (difficile!) o solo al fine di evitare grane, poco cambia perché il loro fingere di non vedere è la negazione del “metodo Draghi” ed espone il Premier all’accusa di “doroteismo”. 

Meglio tirare a campare che tirare le cuoia.

L’esempio più eclatante è la Questione meridionale che si porta appresso un’infinità di “grane” – sarebbe meglio chiamarli drammi –, impossibili da occultare sotto il tappeto di media compiacenti. Così è accaduto che a pochi giorni dal voto è emersa la prorompente crescita del M5S nel Meridione, rendendo indispensabile una reazione da parte dei partiti che perdevano vistosamente i consensi che, scioccamente, credevano acquisiti.

In epoca non sospetta avevamo detto che solo chi era convinto che gli elettori del Sud fossero idioti poteva credere di prenderli in giro a lungo e in modo così volgare; ma evidentemente l’arroganza e il cinismo dei leader politici, degli opinion maker da salotto romano e dei direttori di media asserviti ai loro editori supera le più pessimistiche congetture.

Adesso sono in molti a tentare, pateticamente, di “metterci una pezza”.

Si è improvvisamente scoperto che “L’Italia non cresce se non cresce il Sud”, dopo che, per vent’anni, sono stati ignorati gli appelli di tanti meridionalisti disperati. 

Compreso chi scrive. Ci si accapiglia sul Ponte di Messina senza capire che è la premessa dell’individuazione di aree territoriali innovative, nelle quali sperimentare il futuro del trasporto, della mobilità e dell’economia green. 

Proiettandosi verso il Mediterraneo, l’Africa (Moraci).

Altro argomento che ha dominato la campagna elettorale è il ruolo dell’Italia nell’Ue e nel sistema politico internazionale. Non certo dal punto di vista economico (come sarebbe doveroso) né in quello geostrategico (da definire urgentemente, vista la nostra posizione geografica e quanto accade nel Mediterraneo) ma esclusivamente per quanto concerne lo schieramento. 

Ricorda l’intimazione “Amiken o Nemiken?” del soldato nazista creato dal grande Bonvi. Senza accettare la geniale risposta “Semplice conoscente”. 

Un’alternativa tragica che non dovrebbe essere la premessa ma la conseguenza logica delle prime due scelte. 

L’atlantismo può benissimo convivere con la nuova globalizzazione, senza essere figlio della Guerra fredda.

Aver evitato il confronto sulle fonti energetiche, sul futuro del Sud e sull’atlantismo sono solo alcuni dei tanti temi furbescamente utilizzati per mascherare la carenza di sensibilità sociale e di una vera cultura di governo da parte dei futuri policy maker. 

Speriamo che questo sia l’ultimo Parlamento imbelle, più legato alle poltrone che ad affrontare i problemi del Paese. Un Parlamento nelle cui spire Draghi è rimasto avvinto e dai cui riti (riteniamo) non vede l’ora di scappare.

Tornando all’oggi, era facile prevedere che l’aver fatto del Reddito di Cittadinanza l’unico efficace strumento di ricerca del consenso in un terzo del Paese diverrà un elemento di stravolgimento dei risultati elettorali e nella formazione di maggioranze omogenee. 

E darà nuovo vigore a metodi di governo basati sul compromesso. Finalizzati soprattutto all’ingresso nella “stanza dei bottoni”, allo scopo di non far fare ciò che serve veramente al Paese. Speriamo di sbagliarci. (gm)

L’OPINIONE / Santo Biondo: La Lega a Pontida ha detto sì all’Autonomia differenziata

di SANTO BIONDO – A Pontida la Lega, mettendo al centro del proprio programma elettorale l’Autonomia Regionale a danno del Sud; ha buttato giù la maschera!

Sul Mezzogiorno, si continua a tentennare. In questi mesi addirittura si è aperta nel Paese, una forte contraddizione tra gli obiettivi, che l’Europa assegna all’Italia attraverso il Pnrre la richiesta, proveniente da alcune regioni del centro-nord e sostenuta da una parte politica, di una autonomia differenziata che contrasta fortemente con la visione solidarista dell’Europa post pandemia.
Infatti, se da una parte Bruxelles chiede al nostro Paese di porre la massima attenzione sui temi della convergenza territoriale e della coesione sociale e invita la politica e le Istituzioni ad intervenire, per risolversi, sulle problematiche ancora aperte del divario territoriale tra il Sud e il Nord del Paese- divari nelle infrastrutture, sanità, trasporti e scuola solo per fare alcuni esempi – che ogni anno contribuiscono a determinare l’uscita dal Mezzogiorno di circa 130 mila abitanti; dall’altra parte c’è, invece, l’idea di una certa politica e la pretesa incostituzionale di alcune regioni di disporre in autonomia di più competenze e più risorse, andando ad indebolire le regioni più fragili del Paese.
In questo progetto di autonomia differenziata, portato avanti in questi anni e sul quale probabilmente dopo il 25 settembre una certa politica proverà ad accelerare, si continua a non voler discutere della parte della Carta costituzionale, che è di più interesse per le regioni del sud: perequazione, tassazione locale, definizione, appunto, dei Livelli Essenziali delle Prestazioni.
Mentre, si prova, a spingere la discussione sugli aspetti della riforma costituzionale che stanno più a cuore alle aree più forti del Paese: calcolo dei costi standard, autonomia fiscale, che ha prodotto quest’ultima negli anni una progressiva riduzione delle rimesse statali in favore dei territori del Sud.
Di recente sul Mezzogiorno la Banca d’Italia e non un incallito meridionalista, nel suo rapporto annuale ha sottolineato che, soprattutto nel periodo compreso tra il 2010 e 2020, nel nostro paese si è realizzata una perequazione nella distribuzione della spesa pubblica nazionale che ha penalizzato i comuni del sud. Nella versione integrale della relazione troverete lo stralcio del rapporto annuale della Banca d’Italia che chiarisce il modo inequivocabile, come ormai la ingiusta distribuzione delle risorse statali tra nord e sud non appartiene al libro delle leggende metropolitane, ma è invece una reale condizione del nostro paese che rischia di ottenere un definitivo riconoscimento istituzionale.
Nelle analisi della Banca d’Italia è evidente il fatto che per mettere in atto un graduale azzeramento dei divari tra il Nord e il Sud del paese il Pnrr da solo non basta, ma all’attuazione del Piano occorre abbinare una efficace spesa delle politiche di coesione 21/27 e un non più rinviabile riordino nella distribuzione della spesa statale, che partendo dall’assunto che le risorse europee devono essere complementari e non sostitutive delle risorse nazionali, sappia mettere fine alle storture prodotte nei bilanci degli enti territoriali meridionali dalla legge sul federalismo fiscale, la famigerata 42/09.
La 42/09, che ha come punto centrale il criterio della spesa storica, ha finito per garantire i servizi essenziali di cittadinanza dove c’erano già e ha invece cristallizzato l’assenza degli stessi nelle regioni del sud. La legge sul federalismo fiscale non è solo incostituzionale ma addirittura si scontra con lo stesso PNRR, dato che l’arretratezza dei Lep nel mezzogiorno è stato uno degli indicatori che ha permesso all’Italia di strappare in Europa la quota più alta del finanziamento di Ngeu. (sb)

L’AUTONOMIA PREMIA LE REGIONI RICCHE
MA IL SUD NON CHIEDE ASSISTENZIALISMO

di PIETRO MASSIMO BUSETTA Il Mezzogiorno è diventato, negli ultimi giorni, da soggetto dimenticato nei programmi dei partiti ad elemento di attenzione notevole, da quando si è percepito che probabilmente molti dei seggi del maggioritario sono ancora contendibili. 

Ed allora il PD, che con Boccia era quasi pronto a varare l’autonomia differenziata nel Conte due, diventa difensore di un Sud che con essa verrebbe discriminato. Ma un’altra forza sta tentando di caratterizzarsi come difensore dei diritti del Sud, ponendosi in modo molto deciso a difendere quel reddito di cittadinanza, tanto contestato da molte forze nazionali, che hanno stupidamente consegnato al Movimento lo scudo di difensore di tale provvedimento. Si tratta dei Cinque Stelle che sulla base di tale difesa stanno recuperando molti dei consensi che avevano perso.

Il risultato è che l’immagine di un Mezzogiorno, che chiede assistenzialismo e norme che portino a fregare il pubblico, sta diventando prevalente. Eppure sul vero tema che dovrebbe essere centrale rispetto alle politiche ed ai programmi non si concentra l’attenzione né dei partiti né della opinione pubblica nazionale. 

Il vero tema è quello che si racchiude in pochi dati: popolazione del Mezzogiorno pari a poco meno di 21 milioni di abitanti, occupati, compresi i sommersi, 6 milioni e 100.000. In un rapporto funzionale, come quello esistente in Emilia-Romagna, gli occupati dovrebbero essere circa 9 milioni, quindi mancano all’appello oltre 3 milioni di posti di lavoro. Chi si stupisce del fatto che vi sia una popolazione così numerosa che ricorra al Reddito  di cittadinanza evidentemente ha poca dimestichezza con i dati.

Lamentarsi che vi siano tanti fruitori e poi lavorare, come ha fatto il ministro Giorgetti, per portare l’Intel a Torino, che costringerà migliaia di persone ad emigrare, visto che forza lavoro disponibile in Piemonte non se ne trova, è una contraddizione in termini. E assume come inevitabile il fatto che la gente del Mezzogiorno o debba trasferirsi, desertificando il territorio, oppure deve rimanere nei propri territori in una situazione di indigenza.

Ma l’attenzione a questa parte dello sviluppo purtroppo anche lo stesso Mezzogiorno non riesce ad averla adeguatamente, dando consenso non a chi propone un progetto  credibile in tempi non infiniti, ma piuttosto a chi promette ogni giorno di dare un pesce per sfamarsi senza mai insegnare a pescare. Bisogna invece gridare che il Mezzogiorno non vuole essere più assistito, ma vuole ritrovare la dignità di essere industrializzato adeguatamente, e questo non significa diventare la batteria del Paese, quanto piuttosto finalmente far funzionare le Zes  manifatturiere, che stentano a decollare, visto che non funzionano da moltiplicatori di consenso. 

Il Mezzogiorno deve pretendere che vi sia un progetto per la propria logistica, che preveda che i porti frontalieri di Suez siano messi a regime, collegandoli  adeguatamente con la rete ferroviaria italiana, costruendo il  ponte sullo stretto di Messina. Come pure che il turismo, oggi anche se in crescita, con presenze equivalenti per tutto il Mezzogiorno a quelli della sola Ibiza, abbia un progetto che lo faccia passare ad industria turistica, che riesca a dare occupazione adeguata ai tanti giovani. 

Il primo soggetto che dovrebbe rifiutarsi di essere trattato da mendicante, al quale dare le mollichine che avanzano dal lauto pranzo dei signori,  dovrebbe essere proprio il Sud. Pretendere che l’offerta di lavoro diventi tale da assorbire quei tanti giovani disoccupati che si offrono sul mercato, ma che non vogliono essere sfruttati con lavori stagionalizzati, contrattualizzati per quattro ore per poi farne dodici.  

Ma su un progetto di sviluppo vero del Sud non vi è alcun indirizzo, perché non ci sono idee, non vi è una visione sistemica, una volontà vera di affrontare e risolvere il problema, anche perché destinare risorse importanti al Sud, anche quando provengono dall’Unione Europea, significa sottrarle alle mille esigenze che un Nord bulimico continua ad avere, con il risultato non auspicato magari di mettere  fra l’altro il Sud in condizione di competere proprio con le realtà che si vogliono proteggere. 

Prima fra tutti i porti di Genova e Trieste che dallo spostamento dei movimenti nei porti del Sud temono di perdere la loro centralità.

È un approccio che invece di moltiplicare i tavoli a disposizione pensa che l’unico modo sia quello di tenere alcuni in piedi per monopolizzare gli unici posti a sedere. Approccio che viene teorizzato nel principio della locomotiva e dei vagoni, per cui un Sud, che per lunghi anni prima dell’Unificazione aveva rappresentato grandi eccellenze oltre che problematiche non indifferenti, diventa una palla al piede che rallenta lo sviluppo di tutto il Paese. (pmb)

[courtesy il Quotidiano del Sud / l’altravoce dell’Italia]