Il deputato Eugenio Sangregorio dopo la votazione sul taglio dei parlamentari, ha stigmatizzato come venga così squilibrato il rapporto con gli italiani all’estero. «Pur rischiando di apparire impopolare non condivido la riduzione dei parlamentari. – ha commentato l’on. Sangregorio – La trovo una mera manovra propagandistica. Non sono questi i tagli che aiutano a risollevare le sorti del nostro Paese e questo lo dovrebbero capire prima di tutto gli italiani. Da oggi questo “taglio” ha fatto saltare impunemente la proporzione tra la popolazione e gli stessi parlamentari. E in tutto questo verranno ancora tagliati i rappresentanti degli italiani all’estero. Per questo motivo non ho partecipato al voto in aula, per non essere complice di una manovra che è solo di facciata ma che non ha giustificazione nei numeri. Nel mondo risiedono oltre 6 milioni di italiani e di questi – dati ufficiali dell’Ambasciata – oltre un milione nella sola Argentina. Invece di aumentare proporzionalmente il numero dei loro rappresentanti, questo viene ridotto drasticamente e incoerentemente. Quello che deve capire questo Governo è che noi italiani all’estero siamo una risorsa, siamo una seconda Italia abbiamo il diritto ad avere i giusti rappresentanti all’interno del Parlamento Italiano. La riduzione del numero dei parlamentari ad oggi è assolutamente ingiustificata. Mi auguro che ci possa essere un ripensamento fra qualche mese, quando questa legge verrà portata al referendum popolare come stabilito dalla Costituzione». (rp)
Passa alla Camera il taglio dei parlamentari. Alla Calabria toccano 13 deputati e 7 senatori
di SANTO STRATI – Ha vinto il populismo più bieco, quello che vuol far passare i parlamentari come fancazzisti e svogliati frequentatori del Palazzo: la riforma costituzionale che taglia 345 tra deputati (saranno 400 al posto di 630) e senatori 200 (al posto di 315) è stata votata quasi all’unanimità alla Camera con 553 sì, 14 no, 2 astenuti. Non è un bel regalo alla democrazia rappresentativa che vede ridursi solo il numero dei parlamentari, ma tiene in piedi una legge elettorale che è un bel pastrocchio. E a pagare saranno ovviamente le regioni più deboli: la Calabria dovrà fare a meno di dieci tra deputati (-7) e senatori (-3), da 30 passeranno in tutto a 20. Ancora peggio la situazione dei seggi all’estero: prima erano 12 deputati e 8 senatori, diventano rispettivamente 8 e 4. Con un risparmio risibile (0,06%, pari a poco meno di 100 milioni di euro) che apparentemente è la motivazione primaria ad avere spinto i Cinque Stelle a imporre il provvedimento, a fronte del rischio di tenuta del governo. Di sicuro non ha vinto Di Maio e la sua ideologia contro il Parlamento, ma, probabilmente, ha perso l’Italia che crede nella democrazia della rappresentanza parlamentare costituzionalmente garantita. Il rischio dell’avanzare delle élites è fin troppo evidente: molti parlamentari non troveranno spazio (salvo i magici pescaggi premiali della piattaforma Rousseau), altri penseranno che sarà impossibile gestire in modo adeguato il “rapporto” col collegio. Troppo ampio, con una dispersione di forze e un dispendio di energie (e di risorse economiche) che solo pochi potranno permettersi: 1 deputato ogni 151.20 abitanti (oggi 96.006), 1 senatore ogni 302.420 abitanti (oggi 188.424). E se passerà la legge del voto ai sedicenni, il rapporto elettori-eletto sarà ancora più dilatato, allontanando ancor di più il popolo dalla politica, a svantaggio delle minoranze. Tutto questo grazie alla deriva antiparlamentare di Di Maio e partners che, probabilmente, serve soltanto a far da collante coi delusi del Movimento, nel momento in cui sono in tanti a rivedere le proprie convinzioni pentastellate.
Così i dem, con la lacrimuccia di rito, «prima non eravamo convinti – ha detto compunto Graziano Del Rio nella dichiarazione di voto – ora diciamo di sì perché sono state accolte le nostre ragioni», hanno votato compatti, turandosi il naso per compiacere l’alleato di governo, giustificando la scelta come primo passo per «riforme e garanzie precise, frutto di un lavoro serio e di una sintesi efficace». Roberto Giachetti (Italia Viva) si è discolpato del voto favorevole del suo gruppo, annunciando che un minuto dopo l’approvazione sarebbe passato all’attacco di un provvedimento che così com’è certamente non va. E il segretario Nicola Zingaretti ha rincarato la dose con un entusiasmo inspiegabile: «Oggi abbiamo deciso di votarlo tenendo fede al primo impegno del programma di Governo». In poche parole, buoni tutti o salta il banco.
E i “vecchi” politici hanno dovuto incassare la mortificazione di vedere un provvedimento anti-casta spacciato per “riforma istituzionale improrogabile”, quando della vera riforma auspicata, quella per la governabilità, nemmeno s’intravede un minimo tratto. Anche il centro-destra, però, non si è tirato indietro: dopo il bel discorso del vicecapogruppo Roberto Occhiuto i forzisti si aspettavano una decisa opposizione e, invece, c’è stato un rassegnato “volemose bene” che in tanti non hanno mostrato di digerire. Per non parlare di Lega e della Meloni: dai loro banchi è venuta persino la rivendicazione di essere stati tra i primi a volere la riduzione dei parlamentari. Come se, al posto della Costituzione, si trattasse (copyright di Carlo Calenda) di “un regolamento di condominio”. Un voto sorprendente e inaspettato, ma non chiamatelo trasversale: agli storici il compito di capire cosa ci sta dietro questa improvviso colpo di follia (suicidio di massa?) che, di fatto, ha delegittimato, vergognosamente, tutto il lavoro dei parlamentari.
La nuova legge non va, (e non lo diciamo noi, ma fior di costituzionalisti), perché in assenza di una legge elettorale che chiarisca i contorni del proporzionale e del maggioritario, rischia di provocare seri disastri e di produrre nuove situazioni di ingovernabilità. La vera “porcata” (permetteteci il termine) è, però, un’altra: aver fatto passare un’idea becera di un Parlamento inutile e sovraffollato da una “casta” che persegue solo privilegi e guarentigie a danno del popolo. Anche la chiassosa e miserevole manifestazione in piazza Montecitorio di Luigi di Maio & Co. davanti al portone della Camera, dopo l’approvazione del provvedimento, (davanti a pochissimi “odiatori” della casta) ha fatto ripensare alla pagliacciata dell’affacciata al balcone di Palazzo Chigi di alcuni mesi fa. Siamo caduti nel ridicolo totale, ma il guaio è che nessuno lo fa più notare.
Ridurre il numero parlamentare non è, comunque, un’idea originale dei grillini: a più riprese, dopo la revisione costituzionale del 1963 che determinava il numero fisso dei parlamentari (e non più in rapporto alla popolazione), è stata in più occasioni portata avanti da destra e da sinistra, senza una vera specifica finalità. I grillini se ne sono riappropriati, nell’ambito della controffensiva anti-casta, il 12 luglio 2018 con l’audizione del ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro (oggi sottosegretario della Presidenza del Consiglio) e con la nota di aggiornamento al Documento di economia e Finanza (DEF) del 2018. In esso si indicava, nel programma di riforme istituzionali da attuale, la necessità di intervento per ridurre il numero dei parlamentari. Il 10 ottobre dello scorso anno il Senato ha avviato l’esame di tre proposte di legge costituzionale di iniziativa parlamentare che si sono poi trasformate nella proposta di legge costituzionale 1585, quella che ieri ha ricevuto l’ultimo voto necessaria per la ratifica. L’assemblea del Senato – per la cronaca – in prima deliberazione aveva espresso il 7 febbraio 2019 (governo a maggioranza giallo-verde) 185 voti favorevoli, 54 contrari e 4 astenuti. La Camera, il 9 maggio ha licenziato il provvedimento con 310 sì, 107 no e 5 astenuti. Al Senato, in seconda deliberazione il 10 luglio (poco prima della crisi di governo) sono stati 180 favorevoli e 50 contrari.
Perché questa legge non convince i costituzionalisti che, con unanimi dissensi, hanno sottolineato l’inefficacia del provvedimento? Mancando una vera riforma elettorale propedeutica al taglio dei parlamentari si rischia di provocare insanabili guasti di natura istituzionale. Se, per ipotesi, la legislatura non arrivasse alla fine naturale, come si svolgerebbero le elezioni? Con l’attuale legge, che – abbiamo visto – sancisce in modo netto l’ingovernabilità? Gli unici a gioire sono i cosiddetti peones che vedono allontanarsi, in questo modo il rischio di fine anticipata della legislatura e soprattutto la salvaguardia del diritto al vitalizio, visto che eventuali iniziative contrarie alla legge avrebbero una tempistica lunga che farebbe scattare la rendita garantita: 4 anni, sei mesi e un giorno.
L’art. 138 della Costituzione, in casi come questo, ovvero di revisione costituzionale, prevede che entro tre mesi (ossia il 7 gennaio) è possibile proporre un referendum confermativo del provvedimento: a chiederlo devono essere 500mila elettori o un quinto dei componenti di una delle due Camere, o cinque consigli regionali. In questo caso il referendum non potrebbe tenersi prima di di maggio-giugno e, in caso di risultato positivo che conferma la legge, il Governo avrebbe diritto a 60 giorni (come prescrive la legge delega n. 51 del 2019) per ridisegnare i collegi elettorali. A conti fatti si arriva a settembre-ottobre e solo qualche parlamentare incosciente potrebbe decidere di fermare la legislatura e rinunciare al vitalizio.
Certo, in caso di referendum, vista l’impostazione anti-casta che è stata data al provvedimento difficilmente verrebbe meno la conferma. Quindi la legge costituzionale C 1585 volenti o nolenti ce la teniamo, alla faccia della rappresentanza parlamentare, mortificata e trattata poco onorabilmente dall’insana furia grillina. Il guasto non è la riduzione dei parlamentari (che in un contesto di seria riforma costituzionale ci potrebbe anche stare), è aver alimentato il falò della diffidenza e del risentimento (in pochissimi casi più che giustificato, diciamo la verità), nei confronti dei rappresentanti del popolo che legittimamente (sono stati eletti) siedono in Camera e Senato. Nessuno di loro è “abusivo” o può essere, in modo raccogliticcio, indicato al pubblico ludibrio, mescolando comportamenti serissimi e ammirevoli (ce ne sono!) a pochi emendabili atteggiamenti (di cui deve occuparsi la magistratura). Non è una difesa d’ufficio della “casta” ma l’esigenza di sottolineare il dovuto rispetto a organi costituzionali, eletti secondo le norme della nostra Carta. Non crediamo che per la stragrande maggioranza degli italiani, alle prese con ben altri problemi di natura economica e di futuro per i propri figli, la seduta di ieri abbia rappresentato – come ha pomposamente chiosato Luigi Di Maio – “una data storica”. È un giorno triste per la nostra Repubblica, la cui sovranità appartiene al popolo, come si legge nel dettato costituzionale, ma non ha assolutamente un animo populista né tanto meno sovranista. (s)
Wanda Ferro (FdI): Interrogazione sui sussidi di Stato ai brigatisti
La deputata di Fratelli d’Italia Wanda Ferro ha depositato una interrogazione insieme al collega Walter Rizzetto sulla vicenda dei sussidi di Stato concessi ai brigatisti rossi Saraceni ed Etro. «Accanto allo scandalo del reddito di cittadinanza – scrive la Ferro – concesso ad ex brigatisti e criminali condannati per reati gravissimi, c’è un altro scandalo che riguarda non l’incapacità di una certa classe politica, ma il suo cinismo, la sua disonestà intellettuale, la sua doppia morale. Il “soccorso rosso” scatta puntuale per difendere chi porta il marchio della sinistra, anche se accusato di fatti orrendi come quelli avvenuti a Bibbiano. Se invece chi viene insultato o minacciato è di destra, ci si volta dall’altra parte e si lascia cadere tutto nel silenzio. I quotidiani insulti volgari e sessisti verso Giorgia Meloni non scandalizzano le paladine delle donne, le minacce e le ingiurie verso il Secolo d’Italia non scompongono gli alfieri della libertà di informazione. Ai giornalisti del ‘Secolo‘ va la mia piena solidarietà dopo i violenti insulti ricevuti per essersi occupati di una vicenda davvero scandalosa e la cui reale portata appare ogni giorno più vasta. Non solo Federica Saraceni, condannata a 21 anni e mezzo di carcere per l’omicidio di Massimo D’Antona, percepisce il reddito di cittadinanza, ma anche Raimondo Etro, condannato per concorso nel sequestro Moro, libero di insultare i giornalisti sui social, e ancora Massimiliano Gaeta, condannato per banda armata ed eversione. Delinquenti che avevano l’obiettivo di sovvertire lo Stato, ma che da quello stesso Stato non disdegnano di ricevere a casa la paghetta mensile a discapito dei cittadini perbene e delle famiglie bisognose».
«Parliamo – afferma la Ferro – di assegni da 600 o 700 euro mensili, somme che molti giovani precari faticano a ricevere per sgobbare ore e ore sul posto di lavoro. Il tutto perché in Parlamento sono state puntualmente ignorate le osservazioni di Fratelli d’Italia sui rischi della norma, perché sono stati bocciati tutti gli emendamenti che abbiamo presentato, con il risultato che oggi il reddito di cittadinanza può essere erogato a persone che hanno inferto ferite sanguinose alla società, compiendo reati gravissimi, se la loro condanna risale a soli dieci anni fa. Soggetti che non sono neppure in condizioni di accettare una proposta di lavoro perché magari ristrette ai domiciliari, come nel caso della Saraceni. Il problema, per chi fa finta di non comprendere, non è quindi se l’erogazione del sussidio sia o meno legittima, ma proprio il fatto che sia legittimata da una norma assurda, che premia i delinquenti con le tasse pagate dalle vittime. Una mortificazione ulteriore da parte di uno Stato che non è mai stato capace di assicurare il giusto sostegno alle famiglie delle vittime della criminalità, del terrorismo e del dovere». (rp)
Nesci (M5S) – Sanità, le lentezze burocratiche del commissariamento a Locri
La deputata pentastellata Dalila Nesci, dopo una visita all’Ospedale di Locri, ha denunciato le inaccettabile lentezze della Struttura commissariale sulle assunzioni. «Ho appena effettuato – ha dichiarato la deputata – una visita ispettiva presso l’Ospedale di Locri insieme al Sindaco della città, Giovanni Calabrese, ed accompagnata dal delegato della Commissione Prefettizia Sergio Raimondo e dal Direttore Sanitario f.f. Fortugno. Con me c’erano anche alcune sigle sindacali rappresentate da Domenico Minniti, AAROI EMAC, Claudio Picarelli, Segretario regionale FISMU, Nuccio Azzarà e Nicola Simone, rispettivamente Segretario confederale e Rappresentante di categoria della UIL, Gianluigi Scaffidi, delegato per UIL Medici, Giuseppe Rubino Segretario Generale di CISL FP. Tutti i fatti gravissimi, le carenze e le assunzioni non avvenute, le renderò formalmente note al Ministro della Salute e dell’Economia per chiarire le posizioni di inerzia o incapacità».
«Ho potuto verificare anche insieme al delegato della Commissione Prefettizia, il dott. Raimondo, gli sforzi compiuti nell’Asp di Rc purtroppo sciolta per mafia, ma devo constatare che l’entità delle carenze strutturali e gestionali permangono ed oggi condannano -sottolinea l’on. Nesci – l’Ospedale ad un progressivo depauperamento di attività specialistiche, specie nell’ambito del settore dell’emergenza-urgenza così come avvenuto con la ridotta operatività del reparto di Ortopedia. Il Presidio, dunque sta scontando un’irresponsabile opera di dequalificazione della propria rete assistenziale provinciale, nonché del proprio status di Ospedale spoke, funzione assegnatagli con apposito decreto ministeriale».
«A peggiorare ulteriormente le cose – ribadisce la deputata – non esiste alcun raccordo funzionale tra i presidi ospedalieri dell’ASP di Reggio Calabria e il GOM di Reggio Calabria, sempre più sovraccaricato dalle inefficienze dei due Ospedali spoke di Locri e Polistena. E’ urgente, dunque, siglare un protocollo di attività interaziendale. Tutto ciò è frutto intanto della gestione miope portata avanti dall’ex Direttore generale designato dalla Regione a guida PD Oliverio, le cui passate nomine ai vertici delle Aziende ne hanno oggi fatto quadruplicare il deficit, con buona pace dei livelli di assistenza minimi da garantire ai pazienti».
«Ho avanzato, dunque – sottolinea l’on. Nesci – proposte concrete, efficaci e verificabili, che spero vorranno sostenere tutti gli amministratori locali che intendono portare a fondo queste battaglie e con le parti sociali, perché chiunque sia investito di alte responsabilità abbia il coraggio di aggregarsi e di operare a favore della collettività. Qui da Locri oggi abbiamo iniziato proficuamente a lavorare già con il Sindaco Calabrese e le sigle sindacali presenti per ottenere le assunzioni necessarie, che risultavano già richieste dalla Commissione Prefettizia ma mai autorizzate dal Generale Cotticelli. Nonostante molti addossino al Decreto Calabria la responsabilità sui ritardi nella soluzione di tali problematiche – secondo la deputata – è la Struttura commissariale guidata dal Generale Cotticelli a possedere tutte le prerogative ed indicazioni ministeriali per muoversi a tal fine».
«Serve subito – conclude l’on. Nesci – una revisione dell’assetto della Rete Ospedaliera e del Territorio, l’indicazione di nuovi parametri del fabbisogno del personale che rispondano alle esigenze reali e dell’attualità, interventi mirati al recupero della migrazione sanitaria, l’adozione di seri provvedimenti contro il fenomeno del precariato, un puntuale monitoraggio ed un’accelerazione nella realizzazione di nuovi ospedali, una più precisa mappatura del patrimonio tecnologico sanitario a disposizione, un immediato ripristino della legalità e della trasparenza nei casi di accertate irregolarità commesse dalle precedenti amministrazioni». (rp)
Nicola Carè spiega perchè ha lasciato il Pd per Italia Viva
Eletto per il Pd nella circoscrizione estera Africa Asia Oceania Antartide l’on. Nicola Carè ha lasciato il gruppo dem per passare a Italia Viva di Renzi.
«La scelta di aderire ad Italia Viva, ad un partito nuovo – ha dichiarato l’on. Carè – è nata dall’aver attentamente valutato una serie di fattori. Ho sempre seguito attivamente la politica che Matteo Renzi ha inaugurato anni fa, apprezzandone la capacità di mettersi in gioco con determinazione, ascoltando e collaborando anche con visioni politiche differenti per un progetto più ampio. Penso che l’Italia abbia proprio bisogno di una nuova stagione politica che si traduca in inclusione, nuove idee ed impegno. Ho deciso di aderirvi perché voglio essere parte attiva, attore e non più spettatore di una moderna sfida politica che si propone di lavorare con passione e dedizione verso i tanti traguardi e successi, che il nostro Paese ha diritto di raggiungere e che si tradurranno in benessere per l’Italia e gli italiani. La mia personale scelta di adesione a questo nuovo Governo è stata dettata da un forte senso di responsabilità e da un altrettanto sentito rispetto per le istituzioni. Per il bene dell’Italia e degli italiani, è stata inaugurata una nuova stagione politica e un moderno percorso di collaborazione ed impegno che, sono sicuro, fronteggerà con coraggio tutti i problemi sociali ed economici di questa nostra Italia».
Cosa cambia per gli italiani all’estero col Governo Conte 2? Il sottosegretario Merlo è stato riconfermato… «Le parole chiave del nuovo governo, – ha detto Carè – sono ‘internazionalizzazione’, ‘apertura’ e ‘ricerca’. Con queste premesse, è certo che i tantissimi cittadini italiani anche di seconda, terza generazione, nonché tutti i giovanissimi che si trasferiscono all’estero per accrescere le proprie competenze avranno un ruolo determinante nella realizzazione dei progetti ambiziosi che si profilano all’orizzonte. Sta progressivamente crescendo la consapevolezza dell’enorme patrimonio costituito dalla nostra l’Italia oltre confine’, che lavora all’estero e per l’estero. Io certamente continuerò a battermi affinché l’opzione pubblica sia sempre più conscia di questa enorme ricchezza nazionale. Necessità, problematiche e pregi degli italiani oltre confine devono avere la giusta considerazione e ricevere il merito e lo spazio da tempo attesi. Tutto ciò è stato e continuerà ad essere la ‘mission’ del mio mandato parlamentare e il motivo fondamentale per cui ho deciso di dedicarmi ad essa con determinazione.»
Carè si schiera anche contro il progetto di riduzione del numero dei parlamentari. «Da tempo il nostro elettorato, più di sei milioni di connazionali i soli iscritti all’Aire, chiede una maggiore considerazione per chi, all’estero, contribuisce ad esportare il Made in italy ed il Softpower italiano. Ridurne la rappresentanza, ignorare il loro apporto insostituibile potrebbe incidere sulla fiducia nelle istituzioni democratiche; spero perciò che questa nuova maggioranza sia in grado di adottare politiche più lungimiranti, attente e moderne». (rp)
Maria Tripodi (FI): Messa in sicurezza delle strade reggine, un’interpellanza urgente
La deputata reggina di Forza Italia Maria Tripodi annuncia un’interpellanza urgente al Governo, chiamato a rispondere in Aula, sulla gravissima situazione delle strade calabresi. La loro messa in sicurezza è di priorità assoluta – dice la deputata – «La sicurezza delle strade in Calabria è roba da Terzo Mondo, i miei concittadini si trovano quotidianamente a dover far fronte a innumerevoli disagi, per usare un eufemismo, con gravissimi rischi per la propria incolumità. nella seconda decade di ottobre chiamerò il Governo a risponderne in Aula». La deputata Tripodi ha documentato su fb lo stato pietoso di numerose strade dell’area metropolitana di Reggio, con relativo altissimo livello di pericolosità. (rp)

Maria Tripodi (FI): Impegno per la tutela dell’olio d’oliva della Calabria
L’on. Maria Tripodi (Forza Italia) illustrerà il prossimo 4 ottobre alla Camera dei Deputati un’interpellanza urgente al ministro dell’Agricoltura sulle necessaria tutela dell’olio d’oliva prodotto in Calabria. «Il territorio – ha dichiarato la deputata – rimane al centro dell’azione politica. Ho accolto le istanze dell’Associazione Giovani Agricoltori Calabresi per la tutela del nostro prezioso olio d’oliva».

«La Calabria è la seconda regione italiana (la terza in Europa) produttrice di olio con oltre 84mila aziende, una superficie investita in olivo di oltre 189mila ettari, circa 25milioni di piante e oltre 100 varietà di olive. Un vasto tesoro di biodiversità, con tre Dop e una Igp, quasi il 50% biologico, un impiego di manodopera, nella filiera, di oltre 15milioni di giornate lavorative e 692 frantoi, il 15% del totale italiano. Il Governo è tenuto a preservare il nostro Made In Calabria troppo spesso bistrattato dai prodotti di importazione a scapito delle nostre aziende. La Calabria merita risposte concrete!». (rp)
Nicola Carè (PD): «Perché aderisco a Italia Viva»
L’on. Nicola Carè è, al momento, insieme con il sen. Ernesto Magorno, è uno dei due calabresi che hanno aderito al movimento di Matteo Renzi Italia Viva. In una nota ha spiegato le ragioni della sua scelta.
«L’Italia – scrive l’on. Carè – ha da tempo bisogno di un nuovo modello di politica: più vicina e attenta alle persone e alle imprese, che ne ascolti i bisogni e, soprattutto, trovi soluzioni e garantisca risposte. Si è concretizzata sempre più una spinta trasversale a svecchiare le logiche di partito e oltrepassare gli schemi legati alle ideologie politiche.
La loro rigidità è stata infatti spesso causa di immobilismo e stagnazione, vere paludi, che ci hanno allontanato da un futuro prospero e carico di promesse.
«La mia scelta di aderire al nuovo movimento politico “Italia Viva”, con Matteo Renzi e tanti colleghi deputati e senatori, è la medesima che mi ha spinto a candidarmi come rappresentante degli italiani all’estero. È la stessa che mi ha indotto ad accordare fiducia al nuovo Governo Conte: il Paese richiede, senza più temporeggiare, azioni concrete, idee e onestà intellettuale.
«Partecipazione, impegno e dedizione che tantissimi connazionali, anche all’estero, vorrebbero vedere tradotti in scelte coraggiose e libere, idee e volti nuovi. Dobbiamo costruire, anche per ‘l’immensa Italia oltre confine’, una nuova dimensione: giovane, innovativa, globalizzata, imprenditoriale, attenta alle realtà dinamiche della società.
Non è più tempo di ignorare chi cerca una rappresentanza politica che non ritrova tra quelle esistenti.
Ho deciso perciò di essere parte attiva, attore e non spettatore, di un ampio progetto di inclusione di forze democratiche, europeiste, liberali e repubblicane.
«Cercherò di farlo con lo stesso entusiasmo di sempre, ma con forme nuove, per rispettare quello che resta l’obiettivo-guida del mio mandato: essere voce degli oltre sei milioni di italiani all’estero, dei tantissimi di seconda e terza generazione, cercando di ottenere quel peso politico e quello spazio sociale che meritano.
«Si tratta di onestà intellettuale che non mette in alcun modo in discussione il sostegno al nuovo Governo, ma anzi lo rafforza: fare politica, essere parte delle istituzioni non è garantirsi un ‘posto al sole’, non è fare la scelta più comoda; ma è avere il coraggio di incamminarsi verso sentieri impervi se ciò appare necessario per provare a cambiare le cose. Dobbiamo trasformare i No e in Sì, le promesse in fatti, con l’impegno e la passione della politica fatta da tutti e per tutti. Il momento è adesso». (rp)
Un solo sottosegretario alla Calabria: la Cultura alla grillina Annalaura Orrico
Un solo sottosegretario alla Calabria: nell’elenco dei 42 tra viceministri e sottosegretari nominati dal presidente del Consiglio Conte con la ratifica del Presidente Mattarella c’è solo la grillina Annalaura Orrico cui è stata assegnata la Cultura. Laureata in Scienze Politiche all’Unical, la Orrico ha esperienze di organizzazione di eventi e di progetti innovativi. La nomina a sottosegretario al Ministero dei Beni Culturali (in passato toccato a un’altra “calabrese”, Dorina Bianchi) premia l’impegno politico e, certamente, rappresenta una nuova sfida che Annalaura Orrico affronterà con passione ed entusiasmo. La cultura con la “C” maiuscola può svolgere un ruolo fondamentale nel processo di rinnovamento e di crescita della regione. Auguri.
Il sen. Marco Siclari, dall’opposizione, ha postato un ruvido commento sulla nomina. «Nel nuovo governo #Conte – scrive Siclari si ostenta interesse per il #Sud, ma si contraddice da solo con le ultime nomine. All’ultima regione di “Europa”, la #Calabria, questo nuovo governo, lascia soltanto #1posto su 64 ministri, vice ministri e sottosegretari».
«I partiti de PD, M5S e LEU hanno assegnato alla deputata calabrese del #M5S, un posto da sottosegretario alla #CULTURA! Probabilmente si sono convinti che con questo “sottosegretario alla Cultura” (sicuramente abbiamo bisogno anche di “cultura”) saranno in grado di creare #occupazione in Calabria sviluppando l’enorme potenziale #turistico (investendo nei trasporti, nelle attività ricettive ecc), #agroalimentare, #ittico, #portuale, #sanitario ecc ecc. La Calabria è la regione che cresce meno in “#Europa” e tutti conosciamo l’urgenza e la necessità di creare #occupazione sana dando possibilità di “#vivere” nella nostra regione. Continuerò a fare un’opposizione attenta e dura su tutti i temi che riguardano il #Sud e la Calabria soprattutto dopo l’incredibile “#DecretoCalabria” che ha “ingessato la sanita”». (rp)
Sangregorio (USEI): Una lettera al ministro del Sud Provenzano
Il deputato italo-argentino Eugenio Sangregorio (USEI) ha inviato una bella lettera al nuovo ministro per il Sud. «Egregio Ministro, – scrive l’on. Sangregorio – Le scrivo perché, pur essendo stato eletto nel collegio dell’America Meridionale, vivendo da tanti anni in Argentina, nel mio cuore rimango sempre un calabrese, nato a Belvedere Marittimo, provincia di Cosenza, emigrato all’età di 17 anni, perciò la questione del Mezzogiorno mi riguarda molto da vicino. Sapendo che lei le nostre terre stanno a cuore essendo come me meridionale di nascita, ed esperto dal punto di vista lavorativo, sono certo che in questo suo incarico compierà un ottimo lavoro. Posso dirlo a voce alta che finalmente è stato eletto un Ministro esperto di Mezzogiorno».
«In questo momento storico il Sud Italia ha bisogno di un nuovo piano di investimento che possa rilanciare l’area sia dal punto di vista economico creando una maggior offerta turistica, sia dal punto di vista delle infrastrutture che ad oggi sono ancora carenti in molte zone. Non sono un politico di razza, né un politico professionista, ma sono un politico di “cuore” e anche un imprenditore (con 2500 dipendenti), perciò sappia che potrà contare sul mio appoggio in qualsiasi momento. Amo l’Italia, amo la Calabria e vorrei tanto poter contribuire alla crescita di zone meravigliose come quelle che abbiamo al Sud. È necessario ridurre la discrepanza che oggi è ancora così evidente rispetto al Nord Italia. Le auguro un buon lavoro». (rp)






