CATANZARO, ASPETTANDO LA ‘PRIMAVERA’:
VETI INCROCIATI, RANCORI E RITORSIONI

di RAOUL ROMANI – “È peggio del Viet-Nam”. L’espressione è di uno dei partecipanti alle interpartitiche del centrodestra di Catanzaro chiamato a scegliere il successore (potenziale, ovviamente) di Sergio Abramo che con i suoi quattro mandati ha battuto tutti i record di longevità e non può più riproporre la sua candidatura. L’autore della colorita, ma efficace battuta, ha voluto rimanere anonimo. Riferisce di scontri al calor bianco, quasi al limite dello scontro fisico tra le varie componenti al tavolo. Più che riunioni politiche, ha aggiunto, sembrava di assistere a scontri tra fazioni di congiurati, uno contro l’altro armati.

Occorre capire perché le tensioni del centrodestra, che a Roma hanno avuto l’apice durante le votazioni per il Presidente della Repubblica, si sono scaricate con tale violenza proprio a Catanzaro che sarà uno dei quattro Capoluoghi di Regione dove si voterà in primavera.

Non bisogna essere cartomanti per individuare la natura delle tensioni. Le ultime elezioni regionali hanno avuto l’effetto di uno tsunami sulla Città, lasciando “morti e feriti” soprattutto nella coalizione di Roberto Occhiuto. Tutti i disegni politici dei vari Abramo, Tallini, Esposito e compagnia bella si sono infranti nelle urne. Un solo candidato, il leghista Filippo Mancuso, si è salvato dall’azzeramento della classe politica del Capoluogo.

Ognuno rimprovera all’altro i motivi del fallimento e dalla cancellazione sostanziale di Catanzaro dal panorama politico calabrese. È perfino difficile compilare la geografia dei conflitti tra partiti e all’interno del partiti.

Il più clamoroso è tutto interno a Forza Italia, il partito del presidente Occhiuto. Il coordinatore regionale, il senatore vibonese Giuseppe Mangialavori, ha approfittato della situazione di debolezza del coordinatore provinciale Mimmo Tallini, alle prese con un delicato processo, per piazzare due fedelissimi in Consiglio regionale. Non ha però fatto i conti con la grinta di Tallini che, assolto trionfalmente dalle accuse che gli aveva lanciato la Procura, ha ripreso il centro della scena.

Lo scenario da complicato è diventato quasi irrisolvibile. Non si contano i nomi di potenziali candidati bruciati come i falò sulla spiaggia d’agosto, vittime di velenosi veti e di altrettanto velenosi dossieraggi. Uno dopo l’altro sono caduti il giovane Marco Polimeni, gradito ad Abramo e Mangialavori, ma non a Tallini, UdC e altri soggetti. Il medico-politico Baldo Esposito, non rieletto alla Regione, era stato proposto dalla Lega, ma dopo avere constatato la freddezza degli altri partner, ha ritirato la sua disponibilità. Stessa sorte per l’avvocato Saverio Loiero, volto storico della destra, molto amico di Wanda Ferro e Michele Traversa, gradito dallo stesso Tallini, ma osteggiato da Lega, Forza Italia targata Mangialavori e partitini di centro. Non è nemmeno arrivato alla discussione il nome pesante del professore universitario Arturo Puija, rampollo dell’ex padrone della Dc calabrese. Di Antonello Talerico, primo dei non eletti alla Regione in Forza Italia e nemico dichiarato di Mangialavori, nessuno ha voluto sentire parlare, a parte la difesa di Mimmo Tallini.

Dal tavolo di centrodestra è anche partita una polpetta avvelenata, destinatario il presidente del Consiglio regionale Filippo Mancuso, indicato all’unanimità quale migliore candidato possibile. Furbescamente, l’inquilino di Palazzo Campanella si è ritirato, ben cosciente che sarebbe andato incontro a notevoli rischi e ad un sicuro fuoco amico nelle urne. Ha preferito giustamente  mantenere il prestigioso (e ben remunerato) incarico regionale.

Anche Wanda Ferro, parlamentare molto vicina a Giorgia Meloni, ha gentilmente declinato l’invito: «Non se ne parla proprio».

La carta che viene giocata negli ultimi giorni, quasi per disperazione, è quella dell’avvocato Valerio Zimatore che ha la fiducia di Tallini e Abramo (nel collegio di difesa del primo, consulente legale delle aziende del secondo), ma che viene ritenuto dai più una candidatura debole e perdente, al punto che molti consiglieri uscenti volerebbero alla corte della grande incognita-sorpresa di queste elezioni, il docente universitario Valerio Donato. Che aspetta con pazienza l’arrivo di truppe cammellate dall’esercito in disfacimento del centrodestra.

Tutti contro tutti, come nemmeno nella Firenze dei Medici. O come nelle giungle del Viet-Nam. (rar)