IL SUD SI SVUOTA, IL NORD RESISTE: ECCO
LE DUE ITALIE DELLA CRISI DEMOGRAFICA

di FRANCESCO AIELLO – L’Italia affronta una crisi demografica profonda, con dinamiche differenti tra Nord e Sud. Mentre il Mezzogiorno perde popolazione a ritmi preoccupanti, il Nord mostra una maggiore tenuta.

Attraverso un’analisi descrittiva dei dati 2019-2024, questa nota conferma tendenze già note: il calo demografico non è solo una questione di numeri, ma anche di un profondo cambiamento nella composizione della popolazione. Comprendere queste dinamiche è essenziale per cogliere la frattura territoriale e le sue implicazioni economiche.

Italia: un declino demografico senza segnali di inversione

Dal 2019 al 2024, la popolazione italiana si è ridotta di 845 mila unità, attestandosi a 58.971.230 abitanti nel 2024. In cinque anni, il Paese ha perso l’1,4% dei residenti. Lo spopolamento è un fenomeno che inizia a mostrare caratteri di persistenza, ma è impressionante la dimensione che sta recentemente assumendo. Basti pensare che, in soli cinque anni, l’Italia ha perso l’equivalente dell’intera popolazione di città come Torino o (quasi) Napoli o di due città come Bologna e Firenze. Analogamente, è come se due regioni come Molise e Basilicata fossero diventate, ipoteticamente, completamente disabitate in così poco tempo.

Spopolamento e invecchiamento: il Mezzogiorno in crisi

Il dato medio nazionale riflette dinamiche molto differenziate a livello regionale. Per evidenziare un’eventuale relazione tra la dimensione della regione e lo spopolamento, sull’asse delle ascisse è riportata la quota della popolazione regionale nel 2019, mentre sull’asse delle ordinate è indicato il contributo di ciascuna regione alla perdita complessiva di popolazione a livello nazionale osservato negli anni 2019-2024. Delle 20 regioni italiane, 18 registrano un calo demografico, mentre solo la Lombardia e il Trentino-Alto Adige mostrano una crescita, seppur marginale, contribuendo, quindi, “negativamente” al fenomeno dello spopolamento complessivo.

Un elemento particolarmente significativo è la forte concentrazione del fenomeno nel Mezzogiorno: quattro sole regioni meridionali – Campania, Sicilia, Puglia e Calabria – spiegano quasi il 50% dello spopolamento osservato in Italia. Se si includono le altre quattro regioni del Sud, il Mezzogiorno arriva a rappresentare il 66% della perdita complessiva di popolazione a livello nazionale.

È possibile osservare la maggiore vulnerabilità del Mezzogiorno alle dinamiche demografiche guardando il tasso di spopolamento in ciascuna regione. Rispetto al 2019, le variazioni più elevate della popolazione si hanno in Molise (-4,8%), Basilicata (-4,5%) e in Calabria (-3,8%), seguite dalla Sardegna (-3,2%) e dalla Campania (-2,5%). Nel Centro-Nord, il calo è meno accentuato, con la Liguria (-1,6%) e il Piemonte (-1,8%) tra le regioni più colpite. Al contrario, l’Emilia-Romagna (-0,2%) e il Veneto (-0,7%) mostrano variazioni contenute. Complessivamente il fenomeno si manifesta con intensità diverse, penalizzando in particolare il Sud e alcune aree del Centro-Nord.

Di per sé, la riduzione della popolazione non è necessariamente un fenomeno negativo: esistono infatti economie nazionali e regionali di piccole dimensioni, ma con elevati livelli di reddito pro capite. Ciò che preoccupa nelle recenti dinamiche demografiche italiane è la distribuzione dello spopolamento tra le diverse fasce di età.

Emerge che il calo demografico in Italia non è uniforme, ma colpisce maggiormente alcune fasce rispetto ad altre. In particolare, si osserva una riduzione significativa nella popolazione più giovane: in Italia i bambini e ragazzi tra 1 e 14 anni diminuiscono dell’8,7%, mentre la fascia 15-24 anni registra una lieve flessione dello 0,6%. Ancora più marcata è la contrazione della popolazione tra i 25 e i 34 anni (-4,2%) e, soprattutto, tra i 35 e i 49 anni (-10,9%), segnalando un netto declino della popolazione in età lavorativa. Al contrario, le fasce di età più avanzate mostrano un andamento opposto. Gli individui in età lavorativa tra i 50 e i 64 anni aumentano del 6,1%, mentre la popolazione tra i 65 e i 74 anni cresce del 3,6%. Ancora più accentuata è la crescita della popolazione over 75 (+5,6%), con un incremento particolarmente elevato tra gli ultranovantenni (+10,1%).

Il divario Nord-Sud si amplia

L’analisi dei dati regionali evidenzia come lo spopolamento sia un fenomeno eterogeneo sia all’interno delle singole regioni che nel confronto tra di esse. In tutte le aree del Paese si osserva una riduzione della popolazione più giovane e in età lavorativa, accompagnata da un aumento della popolazione anziana, sebbene con differenze nei tassi che, evidentemente, riflettono differenze nelle cause di queste dinamiche.

Ad esempio, in Calabria e Sardegna il calo della popolazione tra i 25 e i 34 anni è particolarmente marcato (-15,2% e -13,9% rispettivamente), evidenziando una forte emigrazione giovanile. Al contrario, in regioni come l’Emilia-Romagna (+3,4%) e la Lombardia (+1,9%) la popolazione ricadente in questa fascia d’età è in crescita, segnalando una maggiore capacità di attrazione legata alle opportunità lavorative. Lo spopolamento del Sud risulta strettamente legato ai flussi migratori che sono in costante ripresa nel periodo 2019-2024.

L’invecchiamento della popolazione è un fenomeno comune a tutte le regioni, ma con tassi di incremento diversi. In Lombardia, Lazio, Toscana, Trentino-Alto Adige e Veneto la popolazione over 90 cresce in modo significativo, in linea con la tendenza nazionale. Tuttavia, nelle otto regioni del Mezzogiorno (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna), l’aumento degli ultranovantenni è ancora più marcato, con una crescita superiore al 30% nell’ultimo decennio. Parallelamente, in queste stesse regioni si registra una riduzione sistematica della popolazione in tutte le fasce d’età fino ai 50 anni, un dato che contribuisce a un incremento preoccupante dell’indice di dipendenza, ossia il rapporto tra popolazione non attiva e popolazione in età lavorativa (in questo caso fino a 50 anni). Il forte squilibrio demografico del Sud solleva interrogativi sulla sostenibilità del welfare e sulle prospettive di crescita economica di questa parte del paese.

Osservando le tendenze su scala nazionale, emerge un quadro chiaro: mentre nel Mezzogiorno la perdita di popolazione riguarda in modo sistematico tutte le fasce d’età fino ai 50 anni, nel Nord molte regioni mostrano una maggiore stabilità demografica o addirittura una crescita in alcuni segmenti della popolazione.

Ad esempio, il Molise perde il 9% della popolazione tra i 15 e i 24 anni e l’11,8% tra i 35 e i 49 anni, mentre in Calabria il calo tra i 25 e i 34 anni è superiore al 15%. Questa dinamica, che colpisce in modo trasversale le generazioni più giovani e attive, aggrava il declino demografico del Sud, riducendo progressivamente la base produttiva su cui costruire il futuro delle economie regionali. Al contrario, in regioni come Lombardia, Trentino-Alto Adige ed Emilia-Romagna, la popolazione giovane e lavorativa risulta più resiliente, con incrementi in alcune fasce d’età. Tuttavia, non tutte le regioni settentrionali seguono la stessa tendenza: in Liguria e Friuli-Venezia Giulia, ad esempio, si registrano cali demografici significativi, sebbene con caratteristiche diverse rispetto al Mezzogiorno. (fa)

[Francesco Aiello è prof. ordinario di Politica Economica al Dipartimento di  Economia, Statistica e Finanza “Giovanni Anania”

dell’Università della Calabria]

[Courtesy OpenCalabria]

COESIONE E RIFORME, DIFFICILE L’AGENDA
DEL NUOVO COMMISSARIO EUROPEO FITTO

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – “Rispondere alle sfide demografiche e offrire opportunità a tutti, in particolare ai giovani, affinché possano rimanere e prosperare nelle loro regioni d’origine, utilizzando il cosiddetto “approccio basato sul territorio” per rispondere meglio alle esigenze locali e collaborare più strettamente con le autorità locali”.

Cosi Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea, responsabile per la coesione e le riforme, quando è stato audito, nelle osservazioni introduttive dichiarate  al Parlamento Europeo.

Ma proviamo a proporre una agenda per il nuovo Commissario, in particolare per gli interessi che riguardano il nostro Paese.

Un compito arduo, quello a cui è chiamato il  cavallo di razza pugliese. Ma cambiare cappello e indossare quello super partes dell’ Unione non sarà né semplice né automatico.         

Mentre nel ruolo rivestito nel Governo italiano doveva fare i conti con le esigenze di compatibilità con la politica e il bilancio nazionale, adesso dovrà puntare a raggiungere gli obiettivi che l’Europa si pone.

Primo fra questi, come dice bene nelle sue dichiarazioni, puntare a che si eliminino le disparità.                        Già in queste prime dichiarazioni però si rileva una contraddizione rispetto a quello che si continua a fare a livello nazionale, perché al di là di una distribuzione delle risorse del PNRR, che non ha tenuto conto dell’algoritmo costruito dall’Unione Europea, modificandolo a vantaggio del Nord del Paese, vi è proprio un modello di sviluppo da mettere in discussione.

Poiché il nostro prevede ancora, contrariamente alle sue dichiarazioni, che vi sia uno spostamento delle persone verso i luoghi dove continuano a crearsi posti di lavoro, invece che procedere al contrario. L’esempio di Amazon e Microsoft, come anche la richiesta fallita di una localizzazione della Intel a Vigasio, a due passi da Verona, dimostra che oggi, malgrado tutte le provvidenze sbandierate a favore del Mezzogiorno, l’individuazione della Zes unica di tutto il Sud come nuova terra promessa nella quale investire è solo un mantra.

Che l’affermazione che localizzarsi nel Mezzogiorno  diventa molto più interessante che in qualunque altra parte d’italia e  d’Europa è solo uno slogan. Perché  il risultato è che quando le aziende devono decidere la loro localizzazione hanno più convenienza a stabilirsi nelle realtà già sviluppate, contribuendo a quell’estremo affollamento di alcune aree, che porta a fenomeni di sovra popolazione nazionale  e straniera, prodromi agli episodi di violenza che registriamo negli ultimi mesi e che, in una corsa tra affollamento ed esigenza di controllo, esigono l’aumento di Polizia e in generale di Forze dell’Ordine.

Accanto ad una crisi abitativa che certo non viene risolta da  quei piccoli vantaggi che il nostro Governo ultimamente, in una visione di un Sud ancillare e colonia interna, riserva a coloro che cambiano la residenza, senza che si affronti mai il vero problema di far creare i nuovi posti di lavoro laddove vi è capitale umano formato disponibile.    

Queste le azioni necessarie se non si vuole che le  dichiarazioni rimangano grida manzoniane ripetute periodicamente, come litania che dimostra l’inconsistenza delle azioni.

“La politica di coesione si trova al cuore dell’integrazione europea. Deve svolgere un ruolo essenziale per garantire il progresso sociale ed economico dell’Unione europea e nel ridurre le disparità tra i diversi territori e le diverse regioni. Le nostre regioni, le nostre città, le nostre comunità locali e i nostri cittadini sono al centro di questa politica”, ha rilevato Raffaele Fitto.

Per questo nella sua agenda non può esserci soltanto il raggiungimento teorico degli obiettivi del PNRR, in modo da poter incassare le varie rate, ma il controllo effettivo di un’azione che deve produrre risultati tangibili, che vanno misurati sulla base di due parametri fondamentali che sono l’aumento del Pil delle aree interessate e dell’occupazione regolare.

In tal senso Raffaele Fitto sottolinea l’importanza di garantire un’occupazione di alta qualità, la capacità amministrativa locale, le infrastrutture, anche digitali, e i servizi pubblici in ogni regione. Obiettivi importanti se non saranno solo parole.

Avere un commissario italiano, per lo più meridionale, dovrebbe servire a imporre al Paese, che prevalentemente privilegia le esigenze di un Nord bulimico, una politica più equilibrata, che porti fuori dalle secche di uno sviluppo che si confronta con gli zero virgola e conduca a regime quasi la metà  del territorio ed un terzo della popolazione.

Un controllo che dovrebbe privilegiare la destinazione dei fondi strutturali, in modo che non vadano a sostituire le risorse ordinarie, come è accaduto anche recentemente per il Fondo Sviluppo e Coesione, destinato in parte al finanziamento del Ponte sullo Stretto, e invece siano utilizzati come risorse aggiuntive.

In alcuni casi tali indirizzi complessivi potranno rientrare nei suoi compiti istituzionali, in altri probabilmente dovranno  passare quali indirizzi generali, con le difficoltà che comporta qualunque azione che vuole sovrapporsi alle esigenze nazionali, come si è visto dal comportamento del nostro Paese che per anni ha utilizzato i fondi strutturali per sostituirli a quelli ordinari, con il risultato di avere una spesa pro capite per il Mezzogiorno invece che superiore, come sarebbe naturale considerati  i fondi aggiuntivi, invece inferiore visto che era basata sulla spesa storica.

Potrà  il nostro Commissario fare molto se riuscirà a comprendere la delicatezza del compito e se le indicazioni della politica nazionale glielo consentiranno, ma anche limitarsi a una continuità che penalizzerà il Sud, come è avvenuto negli anni passati. λ

(Courtesy Il Quotidiano del Sud /

L’Altravoce dell’Italia)