20.000 IN CALABRIA, L’INSOLITA MATURITÀ.
QUALE FUTURO SOGNANO I NOSTRI RAGAZZI

di SANTO STRATI – Fra circa dieci anni, i ragazzi calabresi che stamattina alle 8.30 affronteranno un insolito quanto inaspettato esame di maturità si troveranno forse a ripensare al 17 giugno del 2020, quello del post-covid, e qualcuno si troverà sicuramente a tracciare il bilancio del dopo-maturità: studi universitari, anni di speranze, di sogni, di aspettative. Molti saranno laureati da un po’, qualcuno già con famiglia e figli, forse occupati o forse no nella propria terra. Ricorderanno quest’esame senza scritti, e la speranza di copiare dal più bravo, senza la notte d’incubi prima della prova che ha accompagnato la generazione dei loro genitori o dei loro nonni. Un solo colloquio, per guardare poi al futuro. Con la consapevolezza che la scuola, nel nostro Paese, non è tenuta nella considerazione che meriterebbe. Nel post-covid si sono riaperte palestre, discoteche, club, spiagge, ma nulla è stato fatto per le università. Atenei sbarrati come fossero pericolosi serbatoi di “cultura virale”, quella che i nostri ragazzi mettono al centro del proprio avvenire. Capacità e competenza sono frutto di cultura e conoscenza: studiare è un obiettivo di futuro, non una pigra obbligazione contratta con la propria famiglia. C’è voglia di crescere soprattutto culturalmente, di sperimentare, di confrontarsi, di condividere esperienze e progetti. Sono questi i ragazzi che stamattina affrontano quest’insolita prova dove non prevale solo il più bravo, ma anche chi ha già dentro di sé un progetto di futuro. La nostra generazione di padri e di madri ha un debito nei confronti dei figli: ha offerto loro ampie possibilità di studiare, di specializzarsi all’estero, di formarsi, ma non ha saputo mettere insieme una classe politica che ponesse al primo posto il lavoro, l’occupazione e il futuro dei giovani. I nostri politicanti hanno rubato il futuro delle generazioni intermedie, non possiamo più permettere che lo rubino anche alla generazione nata in questo millennio.

Dunque, è lecito domandarsi quale futuro attende i ragazzi di Calabria del 2020. Dieci anni è il tempo che il Piano per il Sud del ministro Peppe Provenzano richiede per la sua attuazione completa: 100 miliardi che dovranno trasformare tutto il Mezzogiorno e, a maggior ragione, la Calabria in un’isola se non felice quanto meno vivibile e ricca di opportunità per i nostri laureati che, forse, potranno smettere di abbandonare famiglie, amici, affetti per cercare lavoro all’estero o nelle ricche regioni del Nord. Che si sono fatte d’oro grazie al lavoro dei nostri emigrati prima, e dei nostri cervelli poi. Cosa chiedono questi ragazzi e quali prospettive può offrire loro questa terra che è sempre a un passo dalla crescita, dallo sviluppo possibile, ma poi, immancabilmente, si ferma, offrendo in cambio amarezza e delusioni. Bisognerà vedere se i progetti di questo ambizioso disegno strategico, fatto da un meridionalista convinto (Provenzano era vice direttore della Svimez prima di diventare ministro) si scontrerà con l’ottusa burocrazia di un dirigismo regionale che deve solo scomparire.

Il Consorzio AlmaLaurea – come riferisce Il Quotidiano del Sud – nel suo XXII rapporto sul profilo e sulla condizione occupazionale dei laureati fa emergere un dato sorprendente: il 91,6% dei laureati degli atenei calabresi è molto soddisfatto dell’esperienza complessiva maturata e quasi l’80% si riscriverebbe nello stesso ateneo.

«Facendo riferimento ai laureati nelle università calabresi, – si legge nel Quotidiano del Sud – l’indagine AlmaLaurea fornisce importanti dettagli sulla loro esperienza formativa. A tale scopo si fa riferimento ai 6.819 laureati che hanno conseguito il titolo nel 2019 (3.923 di primo livello, 1.626 magistrali biennali, 1220 a ciclo unico, i restanti corsi sono pre-riforma). Il 43,4% dei laureati termina l’Università in corso. L’età media al traguardo è di 26.2 anni. È un dato che risente del ritardo nell’iscrizione al percorso universitario, poiché non tutti i diplomati si immatricolano subito all’Università. Il voto medio è 100,1 su 110.  Il 53,4% dei laureati ha svolto attività di tirocinio e il 5,9% ha compiuto un’esperienza di studio all’estero (Erasmus in primo luogo).

«Il 47,4% dei laureati ha svolto un’attività lavorativa durante gli studi universitari, contro una media nazionale del 65,2%. Questo gap occupazionale segnala le più difficili condizioni che i giovani calabresi incontrano sul mercato del lavoro locale e viene confermato anche dopo gli anni dell’università. Una delle caratteristiche più interessanti dell’indagine Almalaurea è, infatti, quella di fornire un quadro abbastanza aggiornato della condizione occupazionale dei laureati ad uno e a cinque anni dal conseguimento della laurea. Il tasso di occupazione ad un anno dalla laurea per i laureati “triennali” è del 60%. Il tasso di occupazione per i laureati di secondo livello a cinque anni dalla laurea è di circa il 76% con un incremento di circa il 2% rispetto agli intervistati dell’anno precedente».

I risultati dell’ultimo Rapporto AlmaLaurea confermano che i laureati calabresi, pur essendo altamente specializzati, hanno difficoltà di entrare nel mercato del lavoro regionale a causa della debolezza dell’economia calabrese. «Si tratta – scrive il Quotidiano del Sud – di un fenomeno che, evidentemente, genera elevati costi sia per gli individui sia per la collettività. L’unica soluzione è accettare anche in piena crisi Covid la sfida della modernizzazione e specializzarsi nella produzione di beni e servizi ad elevato contenuto tecnologico che, in quanto tali, richiedono forza lavoro altamente qualificata. È in questa direzione che occorre intervenire oggi per pensare di avere tra 5-10 anni un sistema di imprese in grado di offrire serie prospettive occupazionali ai laureati che desiderano lavorare e vivere in Calabria».

Come interpretare questi numeri? Non è poi così difficile: i giovani laureati calabresi chiedono formazione e specializzazione nella propria terra, oltre naturalmente a un’occupazione che valorizzi la competenza acquisita. Le capacità dei nostri ragazzi è fuori discussione: chiedono di restare nella propria terra (fatta salva qualche esperienza “estera” che sicuramente non guasta) e di vivere mettendo a profitto per la “loro” Calabria le competenze acquisite. Fermare l’emorragia dei giovani laureati non può essere soltanto un’enunciazione di buoni propositi: occorre rivedere, da subito, le politiche della formazione, dell’istruzione, della ricerca. Le tre Università calabresi sono una invidiabilissima fucina di eccellenze, con docenti preparati e capaci, e giovani desiderosi di crescere e costruire il proprio avvenire, respirando l’aria (pulita) di casa. Non per nostalgia, ma con l’orgoglio di essere protagonisti della crescita e dello sviluppo che non ci possiamo più permettere di vedere svanire in un mare di promesse. Oggi quasi 20mila ragazzi calabresi fanno il loro esame della vita, certamente indimenticabile per le circostanze dell’emergenza, ma i nostri governanti hanno un esame ben più gravoso che li attende. È quello della loro maturità politica, che i nostri ragazzi sono pronti bocciare, da oggi ai prossimi dieci anni. E nessun potrà scusarsi di non essersi preparato bene… (s)