SVIMEZ: LA FUGA DEI CERVELLI VERA PIAGA
FORMAZIONE E LAVORO PER LA CRESCITA

Una politica industriale «attiva» passa anche per la formazione. Nel contesto della nuova globalizzazione, segnata da una maggiore intensità dei conflitti economici e commerciali, la riconfigurazione delle global supply chain fornisce nuove opportunità di sviluppo al Mezzogiorno. Si tratta di opportunità che possono essere colte solo se le politiche saranno in grado di valorizzare le sue competenze – spesso inutilizzate e in fuga verso altre aree – e di avviare una riconfigurazione del tessuto produttivo, in particolare di quelle aree di specializzazione già presenti in settori strategici nel raggiungimento dei target dell’autonomia europea.

Se la doppia transizione – energetica e digitale – e le riconfigurazioni produttive globali implicano la nascita di nuove filiere strategiche, il cambiamento strutturale investe anche in settori di specializzazione tradizionale, che rappresentano la struttura portante dell’economia italiana e meridionale. Risulta dunque indispensabile sviluppare una nuova politica industriale e accompagnare la transizione a partire dal tessuto produttivo esistente. In questo contesto, serviranno competenze avanzate da formare e la politica industriale deve farsene carico.

Quello formativo deve necessariamente rientrare tra gli obiettivi della politica industriale, specialmente se consideriamo che il fenomeno delle migrazioni intellettuali ha assunto proporzioni preoccupanti. La perdita di capitale umano qualificato è questione italiana, come testimonia il dato di 138 mila laureati che nell’ultimo decennio ha lasciato il Paese, che diviene vera emergenza nel Sud, dove all’emigrazione estera si somma quella interna verso le regioni del Centro-Nord.. Dal 2002 al 2022, circa 500mila laureati, di ogni età, si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centro-Nord, con un saldo negativo che supera i 320mila laureati nell’area (-250mila i giovani laureati). Negli stessi anni, la quota di emigrati meridionali con elevate competenze (in possesso di laurea o titolo di studio superiore) è quasi quadruplicata, passando da circa il 10 al 35%.

Uno degli elementi di novità delle nuove migrazioni, oltre alle elevate competenze, riguarda la crescente quota della componente femminile. I dati sulle emigrazioni verso l’estero delle laureate italiane evidenziano un ancor più rilevante disallineamento tra le competenze acquisite dalle ragazze e la domanda di lavoro espressa su base nazionale. Complessivamente, nel periodo 2002-2022, hanno lasciato il Paese 82 mila laureate, 58 mila dal Centro-Nord e 24 mila dal Mezzogiorno, per una perdita di quasi 50 mila “talenti” femminili, al netto dei flussi in entrata di giovani laureate con cittadinanza italiana provenienti dall’estero.

Le migrazioni intellettuali da Sud a Nord sono alimentate anche dalle scelte di mobilità studentesca che spesso anticipano la scelta migratoria. Nell’ultimo quindicennio, la capacità degli atenei del Mezzogiorno di immatricolare studenti residenti nell’area è diminuita. Due studenti meridionali su dieci (20mila all’anno) si iscrivono a una triennale al Centro-Nord, quasi quattro su dieci (18mila all’anno) a una magistrale in un ateneo settentrionale. Per alcune regioni meridionali il tasso di uscita degli studenti magistrali è nettamente superiore: in Basilicata l’83% lascia la regione, il 74% in Molise, più del 50% in Abruzzo, Calabria e Puglia.

Tra il 2010 e il 2023, il sensibile aumento del numero di laureati meridionali si è realizzato esclusivamente grazie ai titoli conseguiti presso atenei del Centro-Nord (+40mila), mentre è addirittura diminuito il numero di laureati presso gli atenei meridionali. Un’evidenza che segnala da un lato la diminuita capacità degli atenei meridionali di trattenere studenti, dall’altro il continuo drenaggio di capitale umano che favorisce il Centro-Nord.

tuali ha assunto proporzioni preoccupanti e interessa soprattutto il Mezzogiorno. Dal 2002 al 2022, circa 500mila laureati, di ogni età, si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centro-Nord, con un saldo negativo che supera i 320mila laureati nell’area (-250mila i giovani laureati). Negli stessi anni, la quota di emigrati meridionali con elevate competenze (in possesso di laurea o titolo di studio superiore) è quasi quadruplicata, passando da circa il 10 al 35%.

I dati sulle emigrazioni verso l’estero delle laureate italiane confermano un disallineamento tra le competenze acquisite dalla componente femminile e la domanda di lavoro espressa su base nazionale. Complessivamente, nel periodo 2002-2022, hanno lasciato il Paese 82 mila laureate, 58 mila dal Centro-Nord e 24 mila dal Mezzogiorno, per una perdita di quasi 50 mila “talenti” femminili, al netto dei flussi in entrata di giovani laureate con cittadinanza italiana provenienti dall’estero.

Le migrazioni intellettuali da Sud a Nord sono alimentate anche dalla mobilità studentesca. Nell’ultimo quindicennio la capacità degli atenei del Mezzogiorno di immatricolare studenti residenti nell’area è diminuita. Due studenti meridionali su dieci (20mila all’anno) si iscrivono a una triennale al Centro-Nord, quasi quattro su dieci (18mila all’anno) a una magistrale in un ateneo settentrionale. Per alcune regioni meridionali il tasso di uscita degli studenti magistrali è nettamente superiore: in Basilicata l’83% lascia la regione, il 74% in Molise, più del 50% in Abruzzo, Calabria e Puglia.

Tra il 2010 e il 2023, il sensibile aumento del numero di laureati meridionali si è realizzato esclusivamente grazie ai titoli conseguiti presso atenei del Centro-Nord (+40mila), mentre è addirittura diminuito il numero di laureati presso gli atenei meridionali. Un’evidenza che segnala da un lato la diminuita capacità degli atenei meridionali di trattenere studenti, dall’altro il continuo drenaggio di capitale umano che favorisce il Centro-Nord.

Rimane il nodo cruciale delle risorse ordinarie destinate all’Università che, in termini reali, sono diminuite dagli inizi degli anni Duemila. Nel 2024, con un taglio dell’Ffo di circa il 5%, si è interrotta la fase espansiva del finanziamento iniziata nel 2019 e protrattasi fino al post-pandemia. Una tendenza che penalizzerà prevalentemente gli atenei periferici e soprattutto quelli del Mezzogiorno, già in sofferenza per il calo demografico e per i meccanismi di funzionamento del Fondo.

Il Sud vanta una dotazione di competenze e conoscenze troppo spesso inutilizzate e in fuga verso altre aree. Si tratta di un potenziale fattore di attrazione degli investimenti che solo un disegno di politica industriale prospettico può tradurre in effettivo vantaggio localizzativo per nuove iniziative in ambiti produttivi che generano domanda di lavoro qualificato e meglio retribuito.

In questo quadro, rimane il nodo cruciale delle risorse ordinarie destinate all’Università che, in termini reali, sono diminuite dagli inizi degli anni Duemila. Nel 2024, con un taglio dell’Ffo di circa il 5%, si è interrotta la fase espansiva del finanziamento iniziata nel 2019 e protrattasi fino al post-pandemia. Una tendenza che penalizzerà prevalentemente gli atenei periferici e soprattutto quelli del Mezzogiorno, già in sofferenza per il calo demografico e per i meccanismi di funzionamento del Fondo.

Il Sud vanta dunque una dotazione di competenze e conoscenze troppo spesso inutilizzate e in fuga verso altre aree. Si tratta di un potenziale fattore di attrazione degli investimenti che solo un disegno di politica industriale prospettico può tradurre in effettivo vantaggio localizzativo per nuove iniziative in ambiti produttivi che generano domanda di lavoro qualificato e meglio retribuito.

La sfida della crescita del sistema produttivo si gioca oggi sull’innovazione e sulla capacità di sviluppare e valorizzare le competenze avanzate delle persone. Implementare politiche in grado di accompagnare le transizioni digitali ed ecologiche vuol dire anche integrare il sistema di istruzione terziaria professionalizzante a quello della politica industriale.

Il Paese ha intrapreso negli ultimi anni un percorso di rafforzamento dei percorsi alternativi ai tradizionali curricula accademici e maggiormente orientati a rispondere alla crescente domanda delle imprese di profili con elevata specializzazione tecnica (Its Academy e Lauree professionalizzanti). Il sistema Its si sta configurando in misura crescente come un valido strumento ma, nonostante la sua costante crescita in termini di iscrizioni e capacità di occupare i suoi diplomati, permangono alcune criticità.

Con l’attuale trend di crescita della domanda di competenze tecniche, ancora prevalentemente concentrata al Nord del Paese, il rafforzamento degli Its può contribuire ad arginare i deflussi già consistenti di capitale umano dalle regioni meridionali.

A fronte dei circa 7mila diplomati del sistema Its, nel 2022 le imprese esprimevano una domanda di profili professionali coerenti pari a circa 47mila unità. Un evidente disallineamento tra domanda e offerta indicativa di un gap che divide l’Italia da molti dei paesi tecnologicamente più avanzati. In Italia, la quota di immatricolati a percorsi di istruzione terziaria professionalizzante sul totale degli iscritti al ciclo di istruzione terziaria si fermava nel 2021 all’1,1%, a fronte di un valore medio tra i paesi che hanno istituito la formazione terziaria di ciclo breve del 7,8% e quote superiori al 20% in paesi come la Francia, Spagna e Germania.

I tassi di occupazione dei percorsi Its si attestano all’88% al Centro-Nord e all’82% al Mezzogiorno. Il tasso di abbandono dei percorsi Its al Centro-Nord è il 20%, mentre al Mezzogiorno è il 40% circa. Incidono su queste performance le differenti strutture dei sistemi produttivi locali e i differenti modelli di partecipazione alla governance degli Its a livello locale.

Il potenziamento degli Its potrebbe incrementare la presenza di imprese nel Mezzogiorno stimolando anche la domanda di lavoro qualificato che riguarda i laureati dei percorsi accademici. Una maggiore presenza di imprese al Mezzogiorno non solo ridurrebbe il costante deflusso di capitale umano di laureati da Sud a Nord, ma migliorerebbe anche i tassi di immatricolazioni dell’area in virtù delle migliori aspettative occupazionali. (Courtesy Svimez)

UNIVERSITÀ: CONTRO IL CALO DI ISCRIZIONI
CAMBIARE SCENARIO FORMAZIONE-LAVORO

di NICOLA IRTO – I dati sulle immatricolazioni universitarie elaborati dall’Osservatorio Talents Venture sulle statistiche ministeriali e pubblicate da Il Sole 24 Ore segnano una perdita del 5,2% di iscrizioni rispetto all’anno precedente su scala nazionale. Dentro il quadro nazionale, la Calabria si mantiene stabile con l’Unical tra gli atenei fino a 10.000 immatricolati e cresce con la Magna Graecia (+10%) e la Mediterranea (+9%) tra gli atenei fino a 2.500 studenti.

Come poteva facilmente essere previsto, il lieve aumento delle immatricolazioni nelle Università italiane era stato solo frutto della pandemia e dei lockdown che avevano provocato la brusca interruzione di molti rapporti di lavoro e reso possibile anche la frequenza on-line. Adesso che si avvicina la fine dello stato di emergenza, i dati sulla crescita degli Atenei italiani tornano in linea con la fase pre-pandemica e, anzi, riprendono a diminuire, interrogando in maniera forte il Paese e la sua classe dirigente.

I dati nazionali preoccupano e confermano lo stato di crisi dell’Università italiana sulla quale non si è intervenuti con l’indispensabile attività di riforma che dovrebbe svecchiare i piani di studio e rendere finalmente efficace il canale di contatto tra il mondo universitario e quello del lavoro. In una fase come questa, in cui tra mille difficoltà si sta provando ad uscire dalla crisi economica scatenata dalla pandemia e rafforzata dalla crisi internazionale in Ucraina, servirebbe come non mai un tessuto universitario forte, appetibile, in grado di fornire competenze adeguate ai tempi e figure professionali da spendere immediatamente sul mercato del lavoro.

Servirebbero Atenei moderni e strutturati che la politica dovrebbe coinvolgere nei processi decisionali generali attraverso un confronto continuo che negli ultimi decenni è venuto sempre di più a mancare, indebolendo anche l’efficacia stessa dell’attività del legislatore.

In Calabria la situazione richiede attenzione sebbene vadano sottolineati gli sforzi delle Università regionali che riescono a mantenere un trend di tenuta e sviluppo, in un clima generale di forte perdita. Questo testimonia la bontà delle offerte formative e della capacità dei nostri Atenei di riuscire ad intercettare anche studenti da fuori Regione. I numeri complessivi, però, non sono soddisfacenti e soprattutto non lo sono i dati occupazionali relativi al dopo laurea. I nostri giovani, seppure formati in Calabria, sono spesso costretti ad emigrare per trovare occupazione. Ed allora pare evidente che, partendo dalla tenuta delle nostre Università, si debba fare ogni sforzo possibile per rafforzare il sistema complessivo e renderlo in grado di formare i giovani ancora meglio, con un’attenzione crescente alle nuove tecnologie, all’informatica, alla medicina, e soprattutto attraverso la creazione di sbocchi occupazionali in loco.

Non è più rinviabile, dunque, una discussione, ampia e aperta a tutti gli attori del comparto per avviare una riforma del sistema universitario che coinvolga anche i rappresentanti degli stessi Atenei per creare collegamenti stabili tra Istituzioni, Università e mondo del lavoro. L’obiettivo deve essere quello di rendere l’offerta accademica coerente con l’idea di sviluppo di questa terra». (ni)

[Nicola Irto è segretario regionale del Partito Democratico]