Piattaforme logistiche e sviluppo economico: il futuro del Mezzogiorno

di PIETRO SPIRITO – Siamo in una fase che dovrebbe favorire e facilitare la discussione pubblica. Le elezioni politiche, che si terranno il prossimo 25 settembre, dovrebbero costringere le forze politiche a tirare fuori il meglio delle idee e delle proposte per il rilancio del Paese. Francamente non sta andando così. Sinora anzi il livello della discussione  pubblica è piuttosto degradato, invece di orientarsi verso una maggiore qualità dell’offerta.  

Su molti temi non si discute per nulla, su altri si compiono semplificazioni drammaticamente sbagliate, su altri ancora si fanno promesse iperboliche sganciate dal vincolo di bilancio e dal confronto con la realtà.

Logistica e Mezzogiorno sono questioni che viaggiano in queste settimane tra la dimenticanza e la trascuratezza. Eppure si tratta di problematiche dense, dalle quali dipende per buona parte il futuro dell’economia italiana. Sulla logistica si concentrano molti degli aspetti che hanno determinato il rallentamento nella produttività totale dei fattori: per un Paese a forte vocazione esportatrice, non aver saputo costruire  un reticolo di connessioni competitive ed una rete di infrastrutture di elevata qualità è una debolezza che sta costando cara all’industria italiana. 

Nei programmi di tutte le forze politiche il Mezzogiorno è uno dei punti da affrontare, ma non costituisce mai l’elemento centrale per una strategia riformatrice. Dovremmo  invece sapere che il miracolo economico italiano si è realizzato quando il Mezzogiorno ha registrato tasso di crescita  superiori rispetto al resto del Paese. 

Mezzogiorno e logistica sono un incrocio che può generare una nuova politica industriale capace di trasformare l’assetto concorrenziale ed il modello operativo di funzionamento del nostro Paese.

Certamente vanno superate quelle interpretazioni, come quella del Ministro Giovannini,  ribadita nel suo intervento al Meeting di Rimini, che tendono a rappresentare il futuro logistico del Mezzogiorno solo come un punto di arrivo delle merci in transito verso destinazioni finali. Ovviamente, seguendo questo approccio non si va da nessuna parte, perché le rotture di carico saranno sempre tali da determinare scelte logistiche maggiormente orientate verso le tutte dirette alle destinazioni finali. 

Proprio questo è l’equivoco che non consente ai porti ed ai territori meridionali di avviare un processo di riconversione nel posizionamento competitivo  che è indispensabile per tracciare sentieri di cambiamento profondo. 

Le piattaforme logistiche, come è del tutto evidente, non potrebbero essere mai concorrenziali se si specializzassero solo in un flusso unidirezionale. Devono essere in grado di attivare rote e flussi di merci equilibrate, sia in import sia in export. Non ci vuole Mandrake per comprenderlo. 

È stata questa la matrice che ha costituito e determinato il successo delle zone economiche speciali, laddove si sono insediate industrie competitive che hanno modificato drasticamente il volto del sistema produttivo locale, entrando in modo integrato nelle catene globali del valore e modificando la divisione internazionale del lavoro e della logistica. 

L’Italia non si è attrezzata in questa direzione, ed anzi continua a consolidare un modello logistico a trazione nordista che non fa altro che aumentare la congestione e spingere nella direzione di investimenti infrastrutturali molto costosi ed inutili. Nemmeno la approvazione nel 2017 del provvedimento che ha istituito le zone economiche speciali nelle regioni meridionali del nostro Paese ha modificato la matrice concettuale con la quale analizziamo la logistica nazionale, che peraltro deve ormai essere letta in una chiavetta europea ed internazionale. 

È noto che il maggior progetto di investimento nei porti italiani  – nell’ambito del PNRR – è la realizzazione della nuova diga foranea nel porto di Genova. 

Si tratta di un’opera che, allo stato attuale della progettazione  defihita, reca beneficio essenzialmente solo ad una singola banchina del traffico contenitori, ma presenta al tempo stesso costi e tempi di realizzazione completamente fuori controllo, mentre alcuno dubitano anche sulla robustezza statica dell’intervento. 

Poche voci su levano a far notare la gravità di un progetto che viaggia ormai oltre i 2 miliardi di costo, senza nessuna garanzia che sia comperato entro il 2026 (anzi), con un beneficio limitato solo ad un segmento dell’offerta portuale. Neanche le dimissioni del direttore tecnico, uno dei più stimati progettisti di porti, ha finora indotto ad una revisione progettuale che sarebbe davvero necessaria.

Questa scelta è figlia non solo di una matrice ideologica  inadeguata rispetto al disegno logistico del Paese, ma costituisce anche un “inchino” verso uno dei grandi soggetti della logistica internazionale, in nome di quel nuovo capitalismo della mobilità a cui ho dedicato il mio ultimo libro. 

Si riuscirà ad avviare una riflessione seria su logistica e Mezzogiorno nella prossima fase? Ne avremmo davvero gran bisogno, ma le premesse non sono per niente positive. Toccherà continuare ad insistere, con ostinazione. In gioco c’è il futuro del Mezzogiorno e la competitività industriale dell’Italia. 

(Pietro Spirito è docente all’Universitas Mercatorum di Roma, già Presidente dell’AdSP del Mar Tirreno centrale)

CALABRIA, DELUSIONE INFRASTRUTTURE
CAMBIARE STRATEGIA PER LO SVILUPPO

di NINO FOTI – Se esiste una reale e concreta possibilità per il Mezzogiorno, probabilmente l’ultima, di riallinearsi al resto del Paese e diventare allo stesso tempo elemento trainante della nostra economia, è ormai chiaro che la si deve trovare nella capacità di sfruttare tutte le opportunità di sviluppo che questo momento storico ci offre, sia da un punto di vista politico che di risorse.

Negli assetti geopolitici mondiali, come ha di recente dichiarato il Presidente del Consiglio Mario Draghi, “l’Europa ha davanti un profondo riorientamento destinato a spostare sempre di più il suo asse strategico verso il Mediterraneo, ed in questo contesto il nostro Sud può giocare un ruolo fondamentale per il futuro dell’Europa”.

Il cambio di paradigma che sembra essersi messo in moto rispetto al Sud, che da problema del nostro Paese sembra poter rappresentare una possibile soluzione, ci incoraggia a sperare che siamo finalmente di fronte ad una svolta.

La disponibilità di risorse finanziarie che si concentrano in questa fase storica sembra volerci spingere nella medesima direzione. Siamo infatti nella fase di passaggio tra due cicli di programmazione della politica di coesione dove per il completamento del ciclo 2014/2020 dovranno essere spesi entro il 2023, oltre 30 miliardi ai quali si aggiungono i fondi della programmazione 2021/2027 che assegnano al Mezzogiorno 55 miliardi di euro, da utilizzare entro il 2030.

Ulteriori risorse saranno poi disponibili, provenienti come sappiamo dal PNRR, da spendere entro il 2026 -circa 86 miliardi-, pari al 40,8% dei 211,1 miliardi complessivi del PNRR stesso. Quello che bisogna assolutamente fare tuttavia è focalizzare gli obiettivi, affidarsi alla competenza ed evitare di ripetere gli errori del passato.

Se concretamente vogliamo parlare di sviluppo del mezzogiorno, ad esempio, non possiamo pensare di farlo senza mettere al centro lo sviluppo infrastrutturale e la realizzazione di alcune opere fondamentali, come ad esempio l’Alta velocità ferroviaria. Se pensiamo che, dagli studi sugli impatti dell’Alta velocità, è emerso come nei territori con l’AV, il PIL è cresciuto in 10 anni di 7 punti rispetto ai territori che ne sono privi risulta evidente che solo da questa strategia può passare la crescita del territorio.

Bisogna tuttavia valutare con attenzione le soluzioni migliori. Proprio nel caso dell’Alta Velocità, un’opera sostanziale che consentirebbe di ridurre, dopo quasi 35 anni, una parte di quel gap infrastrutturale che inspiegabilmente esiste fra le due parti del nostro Paese, al momento ad esempio esiste una proposta del Ministero dei Trasporti che presenta diversi aspetti poco chiari. Innanzitutto è prevista la costruzione di un nuovo tracciato – 445 chilometri – più lungo di 50 chilometri sia rispetto a quello studiato nel 2005 da RFI che a quello dell’attuale linea lunga 393 chilometri.

Questa nuova linea inoltre andrebbe ad attraversare, senza un apparente valido motivo, le zone più impervie della Calabria tagliando i Parchi Nazionali del Pollino e della Sila. Un progetto che nonostante costi 24 miliardi di euro, collegherebbe Roma e Reggio Calabria in 3 ore e 40 minuti facendo mancare quindi l’obiettivo dichiarato di collegare Roma a Reggio Calabria in 3 ore. Sarebbe oltretutto la prima volta in cui un nuovo tracciato che unisce le medesime destinazioni risulti più lungo di un tracciato precedente. Senza contare che il progetto presentato farà si che la nuova linea ad Alta Velocità non venga realizzata in continuità con quello esistente. La linea che senza interruzioni va da Milano a Salerno infatti, si interrompe per poi ricominciare da Battipaglia.

Non si capisce quindi perché si continui ad insistere sulla realizzazione di questo progetto che, proprio per via della maggiore lunghezza del tracciato, costerebbe oltre 2,5 miliardi in più rispetto ad esempio, ad un altro progetto esistente, già proposto in un documento condiviso da Professori ordinari di Strade, Ferrovie, Aeroporti e Trasporti di tutte le università Calabresi e Siciliane che, consentirebbe invece di collegare Roma e Reggio Calabria in 3 ore.

Come se non bastasse si naviga a vista anche sui tempi. Nell’ultimo aggiornamento del quadro economico di RFI per le principali opere in gara nel 2022, resosi necessario per monitorare l’andamento dei costi complessivi previsti in modo da non mettere a rischio gli equilibri previsti dal PNRR, non c’è traccia del progetto dell’Alta Velocità Salerno – Reggio Calabria che dovrebbe rappresentare, per il mezzogiorno, l’opera più importante prevista dal PNRR stesso. Ciò vuol dire, ad esempio, che l’avvio dei lavori dei primi due lotti calabresi di Alta Velocità, quelli relativi alla tratta Romagnano – Praia e il raddoppio della galleria che collega Paola e Cosenza, slitterà al 2023, con tempi di consegna che sforeranno il 2026, data prevista per la conclusione dei lavori.

Ma se pensiamo a un Sud che, finalmente, con un sistema di alta velocità ferroviaria si connette all’Europa in modo tale che l’Italia possa diventare la porta dell’Europa nel Mediterraneo come si può escludere da questo ragionamento la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina?

Non si può non prescindere da quest’opera, così come Genova è ripartita con il nuovo ponte Morandi, il Sud dovrà ripartire con il Ponte di Messina, che va rimesso al centro dell’agenda politica facendo tesoro degli errori del passato.

Basti pensare, ad esempio, agli effetti della scellerata scelta del Governo Monti che nel 2012 decise di interrompere bruscamente lo stato di avanzamento dell’opera facendo si che il definitivo abbandono del progetto finisse per pesare sulle tasche degli italiani più della sua stessa realizzazione.

Il costo complessivo dell’opera, infatti, al tempo era stato stimato in 8,5 miliardi di euro, dei quali erano a carico dello Stato solo 1,3 miliardi. La chiusura della società concessionaria Stretto di Messina Spa, che aveva già stipulato contratti e bandito gare ha obbligato lo Stato italiano al pagamento di penali per oltre 700 milioni di euro – per le quali ad oggi sono ancora aperti dei contenziosi – ai quali vanno aggiunti i soldi spesi per le opere propedeutiche, circa 300 milioni e i costi per la smobilitazione dei cantieri e il ripristino dei terreni già predisposti per l’opera. In sintesi, invece di spendere 1 miliardo 300 milioni per realizzare il ponte sono stati spesi circa 1 miliardo e 150 milioni per non farlo.

Tutto con un progetto esecutivo già stato approvato che consentirebbe, con un dovuto aggiornamento tecnologico e finanziario, anche oggi di iniziare subito a costruire.

L’ultimo esempio indicativo dello stato dell’arte, qualora fosse necessario, è evidenziato dall’allegato infrastrutture al Documento di economia e finanza. Su 280 miliardi destinati alla mobilità sostenibile, quelli cioè legati principalmente alla realizzazione di interventi sulle reti stradali, ferroviarie, portuali e viarie, quelli toccati alla Calabria sono solo 4, o forse no. Il finanziamento dei lavori di completamento della banchina di ponente lato nord del Porto di Gioia Tauro ad esempio, prevede un intervento da 16,5 milioni che, stando al documento, proverrebbero dal Pnrr.

Peccato che quei lavori fossero già contemplati nell’Accordo di programma quadro siglato nel 2018 tra Regione, Autorità portuale, Corap, lo stesso Mit e finanziato con risorse del Fondo sviluppo e coesione 2014-2020. Uguale copione per gli interventi di adeguamento e risanamento della banchina “Margottini” di Reggio. Anche qui nell’allegato si fa riferimento a 6,5 milioni provenienti dal Pnrr, ma in realtà quelle somme erano già previste nell’Apq del 2018 con risorse Fsc 2014-2020. Così anche per la banchina del porto di Villa San Giovanni: 4 milioni contemplati come risorse Pnrr, ma già finanziati con risorse Fsc 2014-2020.

Insomma, come appare evidente, la strada da percorrere in direzione di un cambio di passo resta ancora molto lunga e non corrisponde alla realtà narrata dai buoni propositi. (nf)

[Nino Foti è responsabile Mezzogiorno di Noi con l’Italia e presidente della Fondazione Magna Grecia]

 

LE PAROLE NON BASTANO PIÚ, LA CALABRIA
È ALLA RICERCA DI UNA VISIONE ORGANICA

di FRANCESCO RAOL’Italia, nel suo insieme, racchiude una serie di risorse umane, materiali e immateriali dal valore inestimabile e il Made in Italy continua ad essere uno dei Brand più ambiti a livello planetario. In contropartita, molti tra i nostri migliori studenti, ancora oggi, per realizzare i loro sogni, sono “costretti” a fare le valige e partire con un biglietto di sola andata. Volendo essere buoni, sarebbe opportuno chiedersi il perché, nel 2022, si continuano ad affrontare le sfide della quotidianità con metodi simili a quelli utilizzati durante la metà del Secolo scorso.

Sicuramente qualcosa non ha funzionato nel verso giusto, oppure vi è una manifesta volontà tesa a non far funzionare un sistema avanzato come il nostro, costringendo la società a vivere in una perenne mediocrità ma con l’appannaggio dettato da aspettative futuristiche nelle quali l’innovazione più recente risulta essere allo stesso tempo obsolescenza conclamata. Alcuni potranno asserire che tutto ciò è il prezzo del progresso. Personalmente credo sia altro. Le risposte a queste domande, volutamente formulate senza l’utilizzo del punto interrogativo, preferirei consegnarle ai miei gentili lettori, magari dopo aver letto i contenuti della presente riflessione.

Da un punto di vista territoriale, ogni singola regione italiana, con il passare del tempo, ha saputo costruire una propria identità puntando principalmente sulle varie peculiarità possedute, senza trascurare la valorizzazione del microsistema, presente su scala provinciale e comunale. Sappiamo benissimo dell’esistenza di numerose regioni virtuose e non possiamo più negare che molte regioni sono ancora ferme, anzi, impegnate a segnare il passo e insieme a loro sono costrette a farlo milioni di cittadini. La presente riflessione, focalizzata sulla realtà calabrese, vuole ripercorrere quella metodologia insegnataci dalle nostre maestre ai tempi delle scuole elementari, quando l’interrogazione di geografia si svolgeva osservando la cartina fisica o politica per illustrare le peculiarità del territorio. 

Osservando la cartina della Calabria, percepiamo immediatamente la quantità e la qualità delle macro-disponibilità che necessiterebbero più di uno sforzo mentale volto a vedere le opportunità e non strutturale per doverle costruire. Con la certezza di non poter fare una approfondita analisi, sommariamente indico una breve didascalia iniziando dagli 800 km di coste (buona parte di esse non utilizzabili a seguito della conformazione montuosa del territorio e dall’intersezione dei binari ferroviari che ne inibiscono la realizzazione di apposite infrastrutture per valorizzarne il litorale. In buona sostanza, pensando al territorio della Locride, perché non vi è stata una progettualità tesa a traslare a monte i binari, attuando da una parte la rivitalizzazione delle aree interne e dall’altra l’implementazione degli insediamenti balneari?

Per quando riguarda le coste non balneabili, perché non si accetta la sfida della Blue Economy, ivi compresa l’acquacoltura? Vi sono poi i tre Parchi Nazionali (Pollino, Sila e Aspromonte). Quali segmenti turistici e quali piani strategici vengono attuati per coinvolgere annualmente un turismo di nicchia, desideroso di vivere questi luoghi, per molti versi ancora sconosciuti oppure trasformati in una cornice utile a narrare quanto le Istituzioni dovrebbero debellare in pochi mesi? Quante guide turistiche e quanta ospitalità diffusa si potrebbe accogliere? Andando avanti, dopo il mare e la montagna, poniamo l’attenzione sulla pianura. Per l’esattezza, nei confronti delle sei pianure della Calabria (Scalea, Sibari, Crotone, Sant’Eufemia, Gioia Tauro e parte della Locride), esiste un progetto strutturale dell’agricoltura nel quale oltre ai prodotti siano compresi appositi marchi identitari per conferire valore tanto alla produzione quanto ai territori? Da un punto di vista culturale: i numerosi monumenti storici, i musei e gli scavi archeologici, in parte visitabili ed in parte inaccessibili a causa di lavori finanziati con il contagocce, ci siamo chiesti in quale circuito nazionale ed internazionale dell’Arte sono rintracciabili?

Senza voler inveire, le guide turistiche, utili a promuovere questi luoghi, sono reperibili su portali specifici e tradotte in tedesco, giapponese, cinese e arabo? Per quanto riguarda il capitolo dei libri, da una parte mi fa piacere apprendere una forte presenza di scrittori calabresi, ma quali saranno le sorti delle nostre biblioteche, stracolme di pregiatissimi volumi?  Attualmente, tali patrimoni librari, sembrerebbero essere stati assegnati d’ufficio ai famelici tarli in quanto, l’idea di mettere in rete le biblioteche della Calabria ed a sua volta creare un portale internet contenente l’intero patrimonio letterario e scientifico, non è stata ritenuta strategicamente utile. Altra domanda: quanti studiosi, ricercatori, restauratori e visitatori avremmo potuto accogliere?

Le Università attive in Calabria, seppur concentrate ad affrontare quotidianamente le sfide poste alla loro attenzione da un mercato del lavoro intento a reperire elevate competenze, vista la professionalità e la preparazione dei docenti e vista la propensione dei discenti nel voler studiare in Calabria, motivazione che comprende anche l’impossibilità per molte famiglie di mantenere i loro figli negli Atenei del Nord oppure presso le costose Università telematiche, quando riusciranno a superare un paradosso, racchiuso in tutti quei corsi di laurea ormai superati e causa del mismatch occupazionale? La parola d’ordine oggi risiede nella ricerca tecnologica, nella gestione dei big data, nell’elaborazione di strumenti informatici utili ad alimentare i logaritmi dell’intelligenza artificiale i quali, affiancati alla robotica e all’info mobilità segnano il futuro. 

Occorre guardare ai prossimi 150 anni e non al tempo passato, altrimenti i giovani e le future generazioni somiglieranno alle generazioni del passato i quali, trovandosi al cospetto del progresso e non sapendolo interpretare, hanno scelto di essere conservatori per sentirsi più forti senza palesare tutta la loro ignoranza. 

Accanto a quei corsi di laurea tradizionali ma utili allo sviluppo, occorre dedicarsi alla sperimentazione di nuovi percorsi innovativi, superando l’esperienza vissuta da migliaia di laureati, costretti a studiare sino a 45 anni per poi poter sperare di vivere una vita da precari oppure doversi consegnare alla servitù della malavita o nel dover ripiegare per accontentarsi riponendo in un cassetto titoli di studio, entusiasmo e capacità indispensabili a generare sviluppo. In Calabria vi sono anche insediamenti industriali di pregevole virtuosità. Buona parte di essi attendono la materializzazione della famosa “Zona Economica Speciale” e della strutturazione degli interporti per poter avviare processi di produzione, capaci di invertire l’attuale curvatura del sistema occupazionale. Intanto, proprio questa mattina, si apprende da Gazzetta del Sud, che dopo 15 anni, è stato superato il limite che impediva il trasferimento della rete ferroviaria dal CORAP a RFI, frutto dell’Accordo di Programma Quadro adottato nel 2007 dall’allora Giunta regionale e riproposto nel 2020 con caparbia dall’Assessore regionale ai Trasporti Domenica Catalfamo.

Anche questi risultati, perché sono giunti così in ritardo? Quanto occasioni perse? Chi ne ha la responsabilità? Il Porto di Gioia Tauro, vista la movimentazione di container e vista la particolare predisposizione dei fondali (tra i più profondi del Mediterraneo) avrebbe meritato maggiori attenzioni e maggiori investimenti, invece di dover attendere così a lungo il collegamento con la rete ferroviaria? Naturalmente, manca ancora un altro importantissimo passaggio per completare l’opera: rendere possibile la percorribilità ai convogli ferroviari lunghi 750 metri, attualmente non possibile a causa di una galleria presente lungo la linea Reggio Calabria-Battipaglia. Anche in questo caso, vuoi vedere che il ritardo è stato causato per non incidere sulla produttività di qualche altro Porto Italiano? Di questo passo, come si può pensare di poter creare nuova occupazione, sviluppo e crescita socioeconomica in una Calabria affamata di lavoro? Al fine di poter fornire un quadro d’insieme ai gentili lettori, vorrei puntualizzare che la portualità in Calabria, oltre allo stesso Porto di Gioia Tauro, conta altri 38 Porti. Seppur di minore dimensione, parte di questi Porti sono stati adibiti ad approdi turistici ed altri a scali commerciali. Anche in questo caso, la domanda sorge spontanea: si potrebbe fare molto di più, oppure va bene così? Vi è poi il capitolo afferente alla mobilità. 

In tal senso abbiamo un primato che la penuria di autostima non ci consente di valorizzare nei modi dovuti. Forse non tutti sono al corrente che la vecchia autostrada Salerno-Reggio Calabria, oggi Autostrada del Mare, sta per divenire una tra le arterie autostradali più evolute d’Europa. Tutto ciò sarà possibile grazie alla lungimirante visione di ANAS che ha progettato e sta realizzando lungo l’A2 la prima Smart Road Italiana. Tutti i processi di manutenzione, aggiornamento e supporto, necessari per questa innovativa via di trasporto, destinata ad accogliere mezzi condotti dall’intelligenza artificiale grazie al sistema cellulare 5G, li commissioneremo ai neolaureati cinesi oppure vogliamo iniziare a formare le nostre Risorse Umane, fissando gli obiettivi riconducibili alla tecnologia informatica, alla robotica e all’intelligenza artificiale come innovazione capace di trattenere le migliori intelligenze? Inoltre, le Scuole e Università quando inizieranno a pensare e investire di più, magari promuovendo sistemi di fund raising per finanziare borse di studio, laboratori ultra moderni, viaggi studio per i meno abbienti e promuovere un modello di orientamento scolastico volto a porre fine alle tante fiere del nulla, con annesse distribuzioni di gadget e sorrisi smaglianti, donati da quei dirigenti che temendo il sotto dimensionamento e il trasferimento dimenticano volutamente il loro ruolo e  improvvisandosi di anno in anno in tutt’altro contribuiscono a rubare il futuro dei giovani?

Il sapere e la meritocrazia possono tornare di moda quando la serietà di un sistema politico-istituzionale inizierà a dare ascolto e porre attenzione alle competenze del futuro da intersecare sapientemente alle abilità richieste in passato e rispondere ai richiami dell’OCSE con la crescita culturale che sino ad ora abbiamo saputo soltanto perdere. Per quanto riguarda il trasporto ferroviario e aereo, purtroppo siamo ancora ai litigi dell’asilo. Tante volte è un fatto antropologico, registrato quotidianamente tra i tanti contendenti i quali, da una parte sarebbero propensi a vantare pubblicamente i meriti dell’alta velocità e dall’altra sono impegnati a stracciarsi le vesti pretendendo fermate dei treni che da Alta Velocità finirebbero per diventare Espressi perdendo l’efficacia di quei collegamenti veloci indispensabili per i nostri viaggiatori. Solo per espletare meglio il concetto ricorro ad un esempio: per la tratta Roma-Milano, in treno, necessitano 3 ore e 10 minuti e sono previste due fermate intermedie (Firenze e Bologna). Un voluto treno Alta velocità, da Reggio Calabria a Roma, secondo l’acclarata necessità proveniente dagli amministratori locali dovrebbe effettuare soltanto in Calabria almeno in dieci fermate per servire i centri più importanti situati lungo la linea. La domanda sorge spontanea: ci rendiamo conto dove nasce il ritardo? Idem per gli aeroporti: in una regione di 1.900.000 abitanti si può pretendere che ci siano tre aeroporti con collegamento da Roma a Milano giornalieri?

In questo caso la curiosità potrebbe essere intuibile ma la condivido: quante persone viaggiano quotidianamente in aereo su queste tratte? Forse, con un solo aeroporto, situato nel centro della Calabria (Lamezia), servito da una metropolitana di superficie capace di collegare in meno di un’ora tutto il territorio regionale con lo scalo aereo, non saremmo stati più al passo con i tempi, ottenendo maggiori rotte nazionali e internazionali e implementando le opportunità di far giungere in Calabria un turismo abituato a muoversi utilizzando le combinazioni aereo, treno e autobus? Pensateci bene, prendendo la valigia e uscendo da casa, quanto tempo necessita per raggiungere l’aeroporto più vicino utilizzando un mezzo pubblico? Raggiunto l’aereo porto, quale frequenza di voli è disponibile?

Anche queste scelte potrebbero essere annoverate tra i primi segnali di una transizione ecologica reale che da noi stenta ad essere compresa e attuata, soprattutto per mera questione culturale. Volutamente non entro nel merito del segmento afferente alle attività produttive della Calabria, sono profondamente convinto che sino ad ora non sia stato possibile esprimere tutta la potenzialità produttiva di questo territorio per penuria di pianificazione, programmazione e organizzazione. Tali regole aziendali, valgono tanto e rappresentano il valore aggiunto di un mondo artigianale, agricolo, commerciale e societario troppo preso dall’idea che l’imprenditore sa fare tutto e poi spreca fiumi del proprio profitto in spese inutili per tentare di far crescere la propria azienda. Anche questa è una questione culturale. Inoltre, mancando la diffusione del modello cooperativo, i numerosi ritardi registrati nell’organizzazione aziendale, riconducibili anche alla penuria di formazione continua, hanno plasticamente rappresentato la sommatoria degli ulteriori  ritardi strutturali, consolidandone le difficoltà produttive e a sua volta divenendo causa determinante di una crescente difficoltà anche nell’accesso al credito per far fronte al pagamento delle tasse e per affrontare quei costi aggiuntivi, legati al trasporto e alla distribuzione, che incidono sul prezzo finale dei prodotti. 

Percorrendo ancora questa strada, quale futuro potrà avere il nostro segmento produttivo? Potrà mai concorrere a pari dignità con altre aziende più evolute e insediate in un Centro-Nord iperconnesso e veloce? Purtroppo, a noi manca anche la cultura delle filiere di produzione e la capacità di promuovere insieme al prodotto l’immagine mediante la realizzazione di confezioni più raffinate capaci di veicolare l’importanza racchiusa nella storia di ogni prodotto e soprattutto il valore impresso dalle generazioni che hanno custodito nel tempo i vari processi di produzione, tramandando ad altre generazioni non un lavoro ma una grande cultura produttiva.

Per il momento mi fermo. Non scrivo altro. Vorrei sperare che negli spunti offerti possa esserci motivo di riflessione e soprattutto voglia di immaginare una Calabria capace di volare alto attraverso nuove scelte e nuovi percorsi. (fr)

[Francesco Rao è giornalista e sociologo, presidente della Sezione Calabria dell’Associazione Nazionale Sociologi]

PER LA CALABRIA OLTRE 16 MILIARDI DA FS
BUONA PARTENZA, MA SONO ANCORA POCHI

Le Ferrovie dello Stato puntano sulla Calabria, investendo oltre 16 miliardi di euro degli oltre 190 miliardi previsti nel Piano Industriale 2021-2031 che è stato presentato a Roma dalla presidente Nicoletta Giadrossi e dall’Amministratore Delegato, Luigi Ferraris.

Il Piano, dunque, prevede una profonda ridefinizione della governance e un nuovo assetto organizzativo che aggrega le società controllate da FS in quattro poli di business: “Infrastrutture”, “Passeggeri”, “Logistica” e “Urbano”. La visione strategica e industriale di lungo periodo ha, tra i suoi principali obiettivi, dare certezza di esecuzione alle opere infrastrutturali nei tempi previsti; favorire il trasporto collettivo multimodale rispetto al trasporto privato; incrementare fino a raddoppiare rispetto al 2019 il trasporto merci su ferro; rendere le infrastrutture ferroviarie e stradali più sostenibili, accessibili, integrate efficacemente fra loro e resilienti, incrementandone la dotazione anche per ridurre il gap tra nord e sud del Paese; aumentare il grado di autonomia energetica del Gruppo attraverso fonti rinnovabili e contribuire, anche in questo campo, alla transizione ecologica del Paese.

Per la nostra regione, dunque, una vera e propria boccata d’ossigeno, che va a sommarsi all’importante somma stanziata dal Def Infrastrutture che prevede 3 miliardi per la Strada Statale 106 che, tuttavia, per l’eurodeputato di Fratelli d’ItaliaVincenzo Sofo, sono «assolutamente insufficienti per procedere con i lavori di potenziamento di questa dorsale infrastrutturale, tenuto conto che sulla metà di questo tracciato ancora nulla è stato fatto».

Per l’eurodeputato, infatti, «bisogna assolutamente evitare di far rivivere ai calabresi l’incubo della famigerata epopea dei lavori di realizzazione della Salerno-Reggio Calabria perché questa terra ha urgente bisogno di sviluppo e non ha più tempo da perdere».

Tornando al Piano Industriale del Gruppo FdS, è previsto un rinnovato scenario di mobilità – ferroviaria e stradale – all’insegna dell’interconnessione e della sostenibilità e le cui risorse saranno distribuite nel Polo Infrastrutture, Polo Passeggeri, Polo Urbano e Polo Logistica.

Per quanto riguarda il Polo Infrastrutture, è previsto lo stanziamento 15,28 miliardi di euro. Di questi, 8,8 miliardi riguardano le infrastrutture ferroviarie e saranno per lo più destinati alla realizzazione dell’AV Salerno-Reggio Calabria, al potenziamento e all’elettrificazione della linea ionica e della dorsale Lamezia-Catanzaro Lido e ai collegamenti con il porto di Gioia Tauro.

Ammontano invece a 6,48 miliardi di euro le risorse destinate alle infrastrutture stradali: tra gli interventi principali la SS 106 (in particolare per il Megalotto 3, l’adeguamento da Sibari a Crotone e la Catanzaro-Crotone), alcuni miglioramenti funzionali dell’A2 e il completamento della SS 182, la Trasversale delle Serre.

Per il Polo Passeggeri, sono 309 invece i milioni di euro destinati al “Polo Passeggeri”, che si tradurranno in 29 nuovi treni e in nuovi servizi, fra cui il miglioramento del servizio metropolitano nell’area di Reggio Calabria e la velocizzazione dei treni Intercity sulla linea ionica, fra Reggio Calabria e Taranto.

Per il Polo Urbano, si stimano circa 600 mila mq di aree da valorizzare, per un valore pari a 1,1 miliardi di euro; i principali progetti riguardano i territori di Reggio Calabria, Cosenza e Montebello Ionico.

Infine, per il Polo Logistica, è previsto un potenziamento e lo sviluppo di nuovi collegamenti. I servizi intermodali (legati al traghettamento nello Stretto di Messina) passano da circa 1,3 milioni di euro nel 2022 a circa 4,1 milioni nel 2031, equivalenti a circa 276 treni l’anno. I servizi convenzionali cresceranno da 1 milione di euro nell’anno corrente a 1,5 milioni nel 2031, determinando un fatturato incrementale (2031 vs 2022) del 47%, che interesserà in modo particolare la filiera automotive.

Ma non è solo Ferrovie dello Stato a puntare a un «rinnovato scenario di mobilità»: Il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, nei giorni scorsi, ha presentato gli obiettivi strategici  da conseguire entro il 2030 per rendere la mobilità locale sostenibile dal punto di vista economico, sociale e ambientale indicati nel Rapporto “Verso un nuovo modello di mobilità locale sostenibile”, realizzato dagli esperti del Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili.

Come sottolineato dal ministro Enrico Giovannini, infatti, «è necessario stimolare l’uso del trasporto pubblico, ancora molto basso soprattutto nel Mezzogiorno e nelle aree suburbane e periurbane dove la qualità del servizio è insoddisfacente e c’è una maggiore propensione a ricorrere all’auto privata».

«Una recente indagine dell’Istat – ha spiegato ancora – mostra segnali di un’inversione di tendenza e bisogna cogliere il momento. È perciò necessario stimolare la domanda di mobilità sostenibile, come il Governo ha fatto di recente introducendo il bonus sugli abbonamenti, disincentivare l’uso dell’auto e creare piattaforme digitali per facilitare la pianificazione degli spostamenti e la scelta dei mezzi anche in base alle emissioni inquinanti e climalteranti prodotte. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, la legge di Bilancio 2022 e il Fondo Sviluppo e Coesione mettono a disposizione risorse per migliorare in modo significativo il sistema di mobilità locale, ma è necessario rivedere anche la regolazione del settore».

Nel Rapporto del Mims, realizzato sulla base di dati statistici raccolti da diverse fonti (tra cui, Istat, Eurostat, Eurobarometro, Isfort, Asstra, Osservatorio sul TPL Mims, Ministero dell’Interno) è stato evidenziato come «la qualità del servizio pubblico locale è piuttosto bassa, in particolare in alcune regioni del Centro e del Mezzogiorno. Collegamenti scarsi, vetustà del parco mezzi e basso livello di digitalizzazione dei servizi sono alcune delle criticità evidenziate nel Rapporto, che sottolinea anche come, sebbene in crescita, la mobilità condivisa e quella ciclabile presentino ancora forti ritardi rispetto ad alcune realtà europee».

«In base ai dati 2019 dell’indagine campionaria “Aspetti della vita quotidiana” condotta dall’Istat, una famiglia su tre segnala, nella zona in cui abita, abbastanza o molta difficoltà di collegamento con i mezzi pubblici. Tale percentuale è più elevata nel Mezzogiorno, dove raggiunge il 40 per cento. Differenze più marcate si registrano in funzione della realtà urbana: le difficoltà di collegamento maggiori riguardano le periferie delle aree metropolitane, mentre esse sono più contenute nelle loro aree centrali».

Inoltre, nel rapporto viene evidenziato come sul livello di soddisfazione degli utenti del Tpl «si registrano divari territoriali significativi: sia il Centro che il Mezzogiorno, infatti, riportano livelli di soddisfazione significativamente inferiori rispetto a quelli del Nord».

«Per conseguire una mobilità locale che sia sostenibile dal punto di vista economico, sociale e ambientale è necessario poter  misurare le diverse dimensioni con indicatori che consentano di monitorare il cambiamento nella governance, nella programmazione, negli investimenti, nell’innovazione tecnologica e nella gestione del servizio», ha proseguito il ministro, spiegando che «fissare obiettivi quantitativi può servire alle istituzioni e agli operatori pubblici e privati a identificare le azioni più efficaci per ridurre le disuguaglianze territoriali e le distanze con gli altri paesi europei». (rrm)

 

L’OPINIONE / Antonio Errigo: La sicurezza delle infrastrutture pubbliche una leva per uguaglianza sociale e nuova occupazione

di ANTONIO ERRIGO – La sicurezza delle infrastrutture è sempre un tema molto delicato da affrontare. Lo è in Calabria così come lo è nel resto del mondo. La mia opinione, dunque, sarà improntata alla semplice condivisione di un pensiero con tutti i lettori di Calabria.live, senza voler scendere nei particolarismi tipici di questa materia che per sua stessa natura richiederebbe ben altri approfondimenti.

Vado subito al dunque: con la messa in sicurezza delle infrastrutture pubbliche, siano esse autostradali, ferroviarie, portuali o aereoportuali in Calabria – attraverso le necessarie manutenzioni protettive e conservative delle opere – non solo si si ridurrebbero moltissimo i prevedibili rischi di collasso di quelle più obsolete ma si creerebbero le giuste condizioni per generare una rilevante occupazione di personale qualificato, abilitato e specializzato e migliori condizioni sociali.
Mi spiego meglio.

Un lavoro onesto e giusto, che crei e garantisca sicurezza generale, credo che sia il meglio che una società evoluta come la nostra possa e debba attendersi. È una mia convinzione: non pensare di adoperarsi per raggiungere il bene dei singoli e della collettività significa pure ignorare che la crescita economica di un popolo sia strettamente legata alla quantità di risorse che riesce a produrre o acquisire per soddisfare bisogni sempre più eterogenei. Io, quindi, non riesco a concepire una società nella quale il benessere psicofisico ed economico sia limitato a una ristretta quantità di esseri umani. Un mondo più giusto passa da una società più equa e da una minore discriminazione nel godimento di beni individuali e pubblici primari.

Ecco allora che la Calabria, nella sua conformazione e vastità regionale dove vivono una moltitudine di individui, se non viene messa nelle giuste condizioni di sviluppo sostenibile dal punto di vista economico, sociale ed ambientale, arriverà al punto tale di vedere costantemente violato quell’ideale patto di civile convivenza che lascia spazio ad ogni tipo di violenza, corruzione e collusione.
Mi sono trovato spesso, nel corso della mia precedente esperienza professionale presso la Rappresentanza Permanente Italiana presso l’Unione Europea a Bruxelles, a presenziare a numerosi incontri di studio o dibattiti istituzionali durante i quali si cercava di decifrare il presente e ragionare su come sarebbe stato, in via di previsione, il futuro di alcune realtà economiche degli stati membri dell’UE, ma molto meno su come alcune scelte avrebbero impattato sulle società dove esistevano ed esistono delle eccessive inuguaglianze e differenze economiche reddituali pro-capite.

Allora oggi posso ben dire con cognizione di causa che gli Stati (Italia in primis) devono adoperarsi nell’acquisire e produrre le necessarie risorse economiche ma, al contempo, devono impegnarsi al fine di far giungere ad ogni individuo presente al nord, al centro, al sud e nelle isole, le necessarie opportunità di lavoro equamente retribuito, per poter accedere liberamente alle risorse necessarie per soddisfare i proprio bisogni personali e famigliari.

In Calabria questo ideale patto sociale tra lo Stato è l’individuo non mi pare garantito: una generale insoddisfazione e indifferenza si palesa nei giovani residenti delle cinque province; è altresì riscontrabile una conseguente e costante emigrazione del capitale umano (magari formatosi nelle migliori università di tutto il mondo e specializzato nei più importanti atenei e centri di ricerca esteri) verso destinazioni economicamente, civilmente e socialmente migliori della Calabria.

Sulle analogie del passato (nel 1876, i due deputati nazionali, Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, chiesero di accertare le reali condizioni sociali ed economiche in Sicilia dopo l’Unità d’Italia) sarebbe interessante che fosse costituita una Commissione Parlamentare bicamerale avente per fine una indagine conoscitiva sullo stato e sulle condizioni di vita economica e sociale dei cittadini residenti nella Regione Calabria. Solo in seguito, eventualmente, prevedere misure legislative di necessità e urgenza ritenute utili alla creazione di uguaglianze sociali, civili e di paritetico accesso al lavoro onesto e legale, adeguatamente retribuito. (ae)

Occhiuto chiede al Governo 3 miliardi per i lotti già progettati della SS 106

La Calabria attende fatti: è drastico il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto, dopo il positivo incontro con i vertici e le rappresentanze dei sindacati confederali, avvenuto a Roma la scorsa settimana. Al Governo Occhiuto chiede interventi per le infrastrutture  che la Calabria è stanca di aspettare: soprattutto per la statale 106.

«Su alcune grandi infrastrutture – ha dichiarto il presidnete Occhiuto – la Calabria non può più attendere. In settimana ho incontrato i sindacati nazionali per chiedere loro un supporto concreto alle battaglie che la nostra Regione vorrà portare avanti nei prossimi mesi: presto, i miei uffici sono già al lavoro, nascerà la ‘vertenza Calabria’, un dossier – articolato in almeno cinque punti – che condividerò con Landini, Sbarra e Bombardieri, e che poi presenteremo insieme al presidente del Consiglio, Mario Draghi.

Ma nel frattempo ci sono altri step legislativi che possono rappresentare un’opportunità per pretendere ascolto e risorse. 

Poche settimane fa il governo ha approvato in Consiglio dei ministri il Documento di economia e finanza, la cornice contenutistica dentro la quale verrà costruita la prossima legge di bilancio, e in questi giorni si stanno perfezionando i diversi allegati tecnici.

Ho chiesto a Palazzo Chigi di inserire la Strada Statale Jonica come opera strategica all’interno dell’allegato Infrastrutture del Def, con un finanziamento dedicato di almeno altri 3 miliardi di euro per la realizzazione dei lotti che hanno già una progettazione definitiva o quasi definitiva.

Il governo, inoltre, questa la mia ulteriore richiesta, dovrà finanziare integralmente il tratto calabrese della SS106 attraverso una specifica norma – che stabilisca da subito stanziamenti pluriennali, così come è già stato fatto per l’Alta velocità – da inserire il prossimo autunno all’interno della manovra. 

Ribadisco l’importanza del coinvolgimento dei segretari generali nazionali di Cgil, Cisl e Uil, del Consiglio regionale – che si è già espresso sul tema in modo bipartisan -, dei sindaci, del mondo dell’associazionismo, dei territori e della cittadinanza.

Questa non è una battaglia solo calabrese. Dobbiamo gettare le basi per il tempestivo rifacimento di un’opera strategica non solo per la nostra Regione, ma per l’interno Mezzogiorno e per il Paese». (rp)

Occhiuto incontra i segretari generali di Cisl, Cgil e Uil a Roma: Focus su infrastrutture, Statale 106 e Porto di Gioia Tauro

È un incontro importante, se non fondamentale, quello che si sta svolgendo a Roma, nella sede della Regione Calabria, tra il presidente Roberto Occhiuto, e i segretari nazionali di CgilCislUil, Maurizio Landini, Luigi Sbarra, e Pierpaolo Bombardieri e i segretari generali regionali dei tre sindacati, Angelo Sposato, Tonino Russo, e Santo Biondo.

Si tratta, infatti, della prima volta in cui è stato avviato un confronto tra la Regione e le confederazioni nazionali, che si sta concentrando su infrastrutture, rifacimento della Strada Statale 106 e Porto di Gioia Tauro.

«Sin dall’inizio del mio mandato – ha ricordato Occhiuto – ma anche durante la campagna elettorale, ho fatto del dialogo e del confronto costante con le associazioni di categoria, con i corpi intermedi e con i sindacati, un metodo di lavoro che mi ha accompagnato in questi primi quasi sei mesi di governo».

«Sono molto soddisfatto del rapporto che si è venuto a creare con i segretari regionali di Cgil, Cisl e Uil – ha proseguito – che ho incontrato già in diverse occasioni e con i quali ho condiviso provvedimenti e iniziative. Ovviamente non la vediamo sempre allo stesso modo – io ho il colpito di governare una Regione, loro quello di rappresentare le istanze dei propri iscritti -, ma la nostra collaborazione ha certamente prodotto frutti positivi per la Calabria. Per questa ragione ho deciso di allargare il raggio d’azione del confronto, volendo coinvolgere i segretari generali nazionali di Cgil, Cisl e Uil su alcune tematiche chiave che oltre ad essere fondamentali per il nostro territorio, rappresentano vere e proprie emergenze nazionali. Con Landini, Sbarra e Bombardieri vorrò parlare principalmente di due argomenti».

«Il primo – ha spiegato – riguarda gli investimenti in infrastrutture che lo Stato deve fare sulla Calabria, in modo particolare sulla Strada Statale Jonica: sul rifacimento e sull’ampliamento della Ss106 c’è già stato un voto unitario da parte di tutte le forze politiche in Consiglio regionale, ma è utile che su questa battaglia ci sia anche la convergenza delle forze sociali, e dunque del sindacato».

«Il secondo punto decisivo, invece – ha concluso – riguarda le azioni da mettere in atto per lo sviluppo del porto di Gioia Tauro, con annessa Zona economica speciale: una opportunità per il nostro territorio e per l’intero Paese. Mi auguro, su questi temi, di avere al mio fianco il sindacato, regionale e nazionale. La Calabria è pronta a rinascere, vuole ripartire sfruttando gli investimenti e le opportunità che arriveranno dal Pnrr, ma per farlo davvero ha bisogno della compartecipazione di tutte le energie positive del Paese». (rrm)

L’OPINIONE / Antonio Errigo: Il Governo dovrebbe investire in opere e iniziative pubbliche in Calabria

di ANTONIO ERRIGO – Investire in opere e iniziative pubbliche in Calabria, ora più che mai, sembrerebbe essere una buona azione politica.
In Calabria, infatti, il noto principio  utilitaristico del tornaconto economico, di «raggiungere massimi risultati economici con minimi sforzi» – e quindi  a fronte di adeguate spese pubbliche, registrare conseguenti maggiori entrate  tributarie, con il minimo sforzi di investimenti finanziari pubblici e privati – ora potrebbe essere una realtà.
Tenuto conto e considerato che in nessuna regione d’Italia si può vivere onestamente in assenza di lavoro, credo che occorra che il Governo e la Regione Calabria, insieme aiutandosi e sostenendosi  l’un l’altro,  si adoperino per generare occupazione ricorrendo al completamento, ammodernamento e messa in sicurezza delle opere e infrastrutture pubbliche, al fine di garantire  servizi pubblici in maniera paritetica tra le Regioni del Sud, del Centro e del Nord Italia.

Ho la sensazione che, per la prima volta a mia memoria, tutti i politici nazionali  e regionali calabresi (senatori, deputati, consiglieri regionali, assessori di destra, sinistra, centro), stiano comprendendo che la Calabria ha veramente tanto bisogno  del loro  importante impegno in favore di una seria riorganizzazione infrastrutturale, economica e sociale.

I dati statistici, comparati con le altre regioni d’Italia e strettamente connessi e correlati all’ordine e la sicurezza pubblica,  fanno emergere non solo una migliore  qualità della vita di relazione sociale, ma soprattutto una maggiore percezione del valore immenso della legalità diffusa.

Mi pare che alcuni politici e segretari regionali di partito siamo persone che sino ad oggi hanno voluto e saputo dimostrare sul campo con serietà, dedizione  e tanto impegno politico, la loro buona volontà di fare e fare bene, per il bene della Calabria, senza lasciarsi (almeno in apparenza) fuorviare da elementi estranei e mantenendo fede al loro mandato finalizzato alla nobile, sana e onesta politica.

Con uno sguardo ottimistico, quindi, mi pare esistano tutte le necessarie condizioni ambientali e i presupposti giuridici per attrarre  investitori e consentire di far investire  in sicurezza il capitale “di rischio” in Calabria.

Oggi nelle cinque province della Regione (tutte con tantissima bella e cara gente) mi pare si cominci ad avvertire più fiducia nelle istituzioni.
Auspico che il Presidente del Consiglio dei Ministri, cointeressando direttamente i Ministri e Ministre del Governo della  Repubblica Italiana, indirizzi, sostenga  e supporti il cambiamento in corso.

Occorre far comprendere (in ogni modo e con tutti i mezzi possibili), a quanti sono ancora resistenti nel convincersi che  investire in Calabria conviene. Si dovrà spiegare bene il perché di questa convenienza e, soprattutto, si dovrà avviare un piano di sostegno per le PMI, motore dell’economia calabrese.

Le Regioni nelle quali sono state istituite le Zone Economiche Speciali italiane dovrebbero creare attrattive finanziarie e convenienze economiche regionali, per risultare  appetibili ai potenziali investitori stranieri così come avviene in altri Paesi e regioni del mondo.

Non dico di azzerare l’imposizione contributiva prevista dall’art.53 della Costituzione. Sarebbe troppo! Ma viste le difficoltà post Covid 19, si potrebbe ideare un programma per attenuare  di molto il carico fiscale e ricorrere a misure incentivanti sulla produzione del reddito d’impresa  per almeno i primi 10 anni di attività nelle aree Zes.

Certo che gli investimenti dovrebbero essere connotati dalla Sostenibilità e nessuno creda che nelle aree della Zona Economica Speciale in Calabria, si possano realizzare industrie inquinanti e nocive per l’ambiente e la salute dei Calabresi e dei turisti.

Si investano risorse pubbliche e private nelle altamente redditizie attività turistiche ricettive alberghiere e residenziali, a supporto di maggiori iniziative fieristiche, congressuali e convegnistici di interesse nazionale e internazionale.

Sarebbe molto utile alla debole economia regionale poter beneficiare di una o più iniziative pubbliche quali congressi e convegni di livello europeo ed internazionale da svolgersi in una delle tante località turistiche della Regione Calabria.

Si comprende che non è cosa facile da proporre e realizzare, ma si è convinti che sia molto importante per la ripartenza della Calabria.

Coniugare le note naturali attrattive turistico-ambientali della Calabria, con esposizioni fieristiche di pregio, eventi, congressi scientifici, seminari e convegni di studio, si ritiene che possa rappresentare un modello economico vincente di crescita e benessere per gli investitori, turisti e per i cittadini della Calabria. (ee)

Il ministro Giovannini: Il Mims investirà nei prossimi 10 anni 7 miliardi in Calabria

Con il Pnrr e gli altri fondi nazionali il Mims investirà in Calabria, nei prossimi 10 anni, circa 7 miliardi di euro. È quanto è emerso dalla visita al Porto di Gioia Tauro del ministro delle Infrastrutture, Enrico Giovannini, che ha ribadito come «il porto di Gioia Tauro è un’eccellenza che si inquadra nella strategia complessiva di integrare la logistica nazionale con quella europea».

Il Ministro, accompagnato dal Presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, dal sindaco di Gioia Tauro, Aldo Alessio, dal Presidente dell’Autorità di Sistema Portuale dei Mari Tirreno Meridionale e Ionio, Andrea Agostinelli, e dai rappresentanti delle autorità locali, ha visitato i terminal operativi, il gateway ferroviario e il cantiere Fincosit finanziato con le risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr).

«Gioia Tauro è una realtà straordinaria, unica – ha aggiunto il Ministro – che può diventare motore di cambiamento non solo per il trasporto marittimo, ma anche per tutte le attività economiche collegate. Abbiamo bisogno di investire in questa direzione».

«Oltre all’alta velocità ferroviaria, le risorse saranno destinate al potenziamento dei porti, alla Statale Jonica e ad altri interventi – ha concluso il Ministro Giovannini – che consentiranno alla regione di fare un salto di qualità».

Per quanto riguarda il potenziamento della strada statale SS106 Ionica il Ministro ha ricordato l’investimento di 200 milioni di euro previsto grazie all’anticipazione del Fondo Sviluppo e Coesione, risorse che serviranno a avviare i lavori fino a Crotone. Con Anas si stanno valutando i passi successivi.

«Confido nell’apertura di credito verso la Calabria», ha dichiarato il Governatore Occhiuto, assicurando che «la Regione farà la sua parte per superare tutto quanto è in suo potere per rimuovere gli ostacoli che ne frenano lo sviluppo».

«In questo senso, oggi – ha proseguito – sono molto contento della presenza a Gioia Tauro del ministro Giovannini, con il quale ho discusso a lungo per risolvere velocemente tutto ciò che è di nostra competenza – con il nuovo ruolo del Corap e la tranquillità dei suoi dipendenti – per definire ogni questione che porti ad una rapida soluzione che sblocchi le iniziative e i collegamenti intermodali al servizio del porto».

«Inoltre – ha continuato il presidente della Regione – ho dato mandato ai capi dipartimento della Regione affinché, entro mercoledì, riferiscano la quantità della spesa che può essere realizzata con i fondi europei giacenti, altrimenti siamo dell’idea di sottoscrivere un accordo con il Governo affinché le risorse che potremmo perdere entro il 31 dicembre, siano riallocate per la realizzazione di infrastrutture strategiche».

«Voglio ricordare – ha concluso – che per completare la statale 106 ionica fino a Catanzaro mancano cinque miliardi di euro, a fronte di una dotazione attuale pari a settecento milioni di euro, mentre non vi è alcuna progettazione per quel che riguarda la parte di tragitto per Reggio Calabria. Questo porto – ha detto Occhiuto – è cresciuto e si è sviluppato talvolta nell’indifferenza nazionale e della comunità calabrese. Oggi, un ministro e il Presidente della Regione stanno lavorando insieme per dimostrare all’Italia che la Calabria, con le sue infrastrutture d’eccellenza, contribuisce in maniera determinante allo sviluppo della comunità nazionale». (rrc)

 

Biondo (Uil Calabria): Aprire una vertenza su Statale 106 e Alta velocità

Il segretario generale della Uil Calabria, Santo Biondo, ha chiesto ai parlamentari calabresi di « con il Governo una vertenza Calabria sulle infrastrutture che ci aiuti, che aiuti questa regione, a vedere finalmente assecondate le proprie aspettative e realizzate interamente l’Alta velocità ferroviaria e ammodernata la Strada statale 106».

«La Calabria – ha spiegato – pretende di essere trattata per quello che è: una regione dell’Italia e non una contea sulla quale esercitare azioni di vassallaggio. La Calabria ha bisogno di vedere riconosciute le proprie aspettative e di ottenere l’interno finanziamento e la realizzazione in tempi certi e veloci dell’Alta velocità ferroviaria sino a Reggio Calabria e di una Strada statale 106 finalmente degna di questo rango».

«Ai parlamentari calabresi – ha detto ancora – che ancora oggi gioiscono per un finanziamento parziale, diciamo che ciò è poca cosa. Chi rappresenta questa regione in Parlamento dovrebbe battersi per pretendere il finanziamento dell’intera tratta dell’Alta velocità e dovrebbe aiutarci a portare a compimento la battaglia sulla Strada statale 106 sulla quale, questa è cosa concreta, apriremo una grande vertenza nazionale con il sostegno dei segretari generali delle Organizzazioni sindacali».

«Lo ribadiamo – ha concluso – non è tempo di accontentarsi delle briciole, non è più tempo che la politica pensi solo alla propria circoscrizione elettorale senza un pensiero di grande respiro per il futuro della nostra Calabria». (rcz)