L’OPINIONE / Antonio Errigo: La Calabria ha il bisogno urgente di una forte economia legale

di ANTONIO ERRIGO – Quando un corpo sociale lancia reiterati segnali di allarme, dai quali si deduce di essere condizionato da patologie economiche pericolose per il tessuto umano del quale è composto, occorre prenderne atto, esaminarne le cause e porre i necessari e urgenti rimedi, prima che il danno patologico diventi disastro vitale per l’economia legale.

La Calabria è una di quelle realtà economiche considerate a ragione a forte componente reddituale pro capite non in linea con i coefficienti di produzione del reddito regionale. Cerco di essere più chiaro. Se il Pil regionale della Regione Calabria, dai dati sino a oggi a noi disponibili, parrebbe essere tra i più bassi tra le altre regioni italiane, ma addirittura più basso di quasi tutte le Regioni del Mezzogiorno, significa che in Calabria, economicamente non andiamo per niente bene. Il reddito pro capite dalla lettura e interpretazione dei dati statistici 2021, stante alle più accreditate fonti di rilevazione, scende in picchiata verso gli ultimi posti della graduatoria nazionale ed europea.

Ma da osservatore dei comportamenti economici sociali, il dato rilevato dagli analisti, non mi torna. Osservo una qualità della vita nelle cinque province della Calabria , non in linea con le rilevazioni statistiche rappresentate nei dati ufficiali.
Come mai questa erronea rappresentazione del PIL regionale e reddito individuale?

Sarà perché ai rilevatori sfuggono tecnicamente gli indicatori più significativi della realtà economica legale e soprattutto illegale? Se i conti non tornano, occorre rivedere gli elementi di calcolo, coefficienti e matrici numeriche. Anche perché esistono parametri di riferimento non convergenti, anzi molto divergenti.

Non convince il confronto tra tenore di vita manifestato e reddito pro capite per esemplificare al massimo. Gli indici e coefficienti presuntivi di reddito individuale e famigliare, in linea di analisi generale, non combaciano, sono fuorvianti e divergenti. Salvo poi registrare in diversi ambiti territoriali della Regione, una pessima qualità della vita crescente in taluni segmenti sociali particolari, pensionati, emarginati sociali e famiglie con portatori di handicap e di altre patologie sanitarie e difficoltà di ogni ordine e grado, che con il minimo reddito disponibile, non gli permette di arrivare al giorno 15 di ogni mese.

Con il nostro semplice ragionamento non si vuole lasciare intendere che in Calabria, gli abitanti saltano di gioia e felicità per la loro ricchezza prodotta nascosta al fisco, ma si vuole significare che esistono disparità e disomogeneità tra dati statistici e realtà sociali non adeguatamente monitorati e calcolati.

La Calabria ha assoluto urgente bisogno di una economia legale, nel senso che il reddito pro capite percepito e regionale calcolato, deve essere prodotto e rappresentato dal lavoro autonomo, dipendente e da altre categorie di reddito legale, non da elementi di reddito che nulla hanno a che vedere con una economia sana.

Se cresce l’economia illegale o criminale, con un reddito pro capite e regionale, derivante da attività nascoste o non assoggettabili a tassazione e imposizione tributaria, significa che non solo la Calabria è la Regione con il Pil tra i più più bassi d’Europa, tanto da avere il diritto di beneficiare degli interventi di politica economica incentivanti di sostegno al reddito, ma che in Calabria sono presenti e pure in forte crescita, fenomeni di economia illegale pericolosissimi, sia per il Corpo Sociale più rappresentativo, che per il tessuto umano maggiormente esposto alla criminalità economica: i Giovani. (ae)

L’OPINIONE/ Domenico Lanciano: A Badolato c’è già un piccolo monumento alle spose del Sud richieste dal Nord

di DOMENICO LANCIANO – Nel 1966, quando in pieno boom economico e emigratorio dal nostro meridione milioni di persone si sono trasferite al centro-nord Italia, il bravo cantautore genovese Bruno Lauzi (1937-2006) ha pubblicato la bella canzone La donna del Sud. Dice proprio di una emblematica “Maria”… più o meno come la Maria dello sceneggiato di Rai Uno in tre puntate “La Sposa”, di cui è andata in onda la prima, domenica sera 16 gennaio, suscitando, com’era prevedibile, una marea di polemiche ma anche di apprezzamenti (con ben 6 milioni di spettatori e uno share assoluto del 26,8%).

Poi, un anno dopo, nel 1967 l’indimenticabile cantautore istriano, Sergio Endrigo (1933-2005), ha fatto eco a Lauzi con un’altra memorabile canzone intitolata “Il treno che viene dal sud” con un testo meno idilliaco e più attinente al dramma dell’emigrazione.

Dal 2015 Rubbettino editore diffonde Ti ho visto che ridevi, un accorato e drammatico romanzo tratto dal vero, cui probabilmente si potrebbero essere ispirati gli autori della fiction di Rai Uno. Tale libro, firmato da Lou Palanca narra appunto di una donna che, proveniente da Riace di Calabria, è richiesta in sposa da un allevatore e agricoltore delle Langhe (vasto territorio nelle province di Asti e Cuneo). Nella prefazione di tale opera, Carlo Petrini (famoso promotore di “Slow Food”) afferma che le Langhe sono state addirittura “salvate” proprio dalle “calabrotte” cioè dalle ragazze calabresi che, andate in sposa ai giovanotti della ruralità piemontese, hanno contribuito in modo determinante al progresso demografico ed economico di quella parte del nord padano divenuto marchio internazionale. Come intende dimostrare lo sceneggiato televisivo della Rai, che proseguirà con la seconda puntata domenica 23 e con la terza il 30 gennaio. 

Ma è anche probabile che l’idea per una fiction sia venuta alla Rai da un’intera campagna di informazione fatta pure a livello nazionale dall’Università delle Generazioni che, nel febbraio 2021, ha fatto circolare, su innumerevoli siti e giornali web e cartacei, una propria documentata dissertazione proprio sulle ragazze (vergini e forti, mansuete e grandi lavoratrici), non solo calabresi ma meridionali in genere (portando delle storie raccontate dalle protagoniste), allegandovi seri studi sociologici universitari di notevole importanza.

Però è altresì probabile che lo spunto sia scaturito dal piccolo monumento alla sposa del sud, realizzato nel gennaio 2021 dallo scultore Gianni Verdiglione proprio alla parete esterna della casa di una di queste ragazze, sita alla Via Regina Margherita di Badolato Superiore. Tale monumento è una delle tante “pietre parlanti” che Verdiglione ha fabbricato in numerose via e piazze di quel borgo antico, divenuto molto ricercato e trandy per via della notorietà datagli dalle vicende internazionali del “paese in vendita” nel 1986-88 e per l’accoglienza ai quasi novecento profughi curdi della nave Ararat nel dicembre 1997. In tale pietra parlante viene ricordato il matrimonio avvenuto il 25 agosto 1979 tra Luciano Gambaretti, agricoltore veronese, e la badolatese Giuseppina Carnuccio come esempio di quando gli uomini padani cercavano moglie nel Sud Italia: «Vinna nu bellu giuvanottu da campagna ‘e Verona e sa levàu», ovvero «È venuto un bel giovanotto della campagna di Verona, l’ha sposata e se l’è portata via».

Qualsiasi sia l’ispirazione di partenza del racconto televisivo in corso, sta di fatto che le centinaia di migliaia di donne del Sud (che hanno “fecondato” il centro-nord Italia) meritano una memoria evidente e seria, come possono essere i monumenti e gli studi universitari. Ma anche campane.

Infatti è giunta notizia che la Pontificia Fonderia di Campane Marinelli di Agnone del Molise sta per realizzare proprio la “Campana Spose del Sud” a ricordo di quante hanno lasciato le loro calde e soleggiate case per riempire quelle degli altri, nel lontano, nebbioso e freddo nord padano, affrontando innumerevoli sacrifici e privazioni, spesso pure razzismo e violenze di ogni genere. Come Rai racconta in questa “fiction-monumento” alle donne del Sud. (dl)

L’OPINIONE / Franco Cimino: Perché Catanzaro è in crisi

di FRANCO CIMINO – Diciamolo subito, non sono stati atti vandalici soltanto le distruzioni provocati l’altra notte negli edifici delle due scuole, l’Aldisio e la Patari-Rodari, della nostra Città. Un qualcosa di leggermente delittuoso, cioè, che starebbe tra la bravata “giovanilistica” e la stupidità, ovvero un’altra qualcosa che scompostamente si muova tra l’ubriachezza e la follia, l’insana allegria e l’eccesso di forza.

Diciamo, pertanto, che non può essere soltanto un affare di polizia, di quelli che possano essere trattati con il codice in mano e le investigazioni difficili a causa dell’assenza di telecamere in quelle scuole, come in quasi tutte quelle del territorio. Chiunque sia stato bisogna tracciarne il profilo e la situazione che l’ha prodotto. Ovvero, la dinamica del contesto, come usa dire in ambiti più strettamente sociologici.

I “bravi” della considerevole bravata, sono catanzaresi, intesi anche come chi vive o vi sosta in Città, che non amano Catanzaro, ignorano la bellezza, odiano la cultura, non sentono per nulla il senso delle cose, anche attraverso il quale si avverte il senso della vita. Ché anche in ciò che è inanimato c’è vita, anche oltre quelle presenti nella Natura. I banchi, le sedie, i computer, le pareti le porte e le finestre, sono opera dell’uomo, quindi sono vita, la vita di chi ha lavorato per realizzarli. E la vita di chi, amministrando, ha deciso che andassero lì. Sono ambiti e strumenti usati dai nostri ragazzi, in questo caso i bambini, attraverso i quali crescono, anche nel corpo oltre che nella mente, nei sentimenti e nei saperi. Sono, pertanto, la vita che in essa i nostri figli e i loro maestri vi trasmettono.

Dei quaderni e dei libri, distrutti, dentro questo spirito neppure parlo, di questo orrore dicono già chiaramente le immagini di quei fogli strappati, sporcati, gettati per terra. Della distruzione del cartellone realizzato dai bambini disabili, che l’hanno firmato con l’impronta delle loro manine, dico qui, in mancanza di parole adeguate, tutta la mia rabbia. Una rabbia che vorrebbe, quasi me ne vergogno e perciò immediatamente l’annullo, io mi trovassi lì, in quella notte e in quel posto, per fronteggiarli con le mie pur indebolite forze fisiche.

Magari, non per prenderli a botte, ma per mettere il mio petto contro la loro cattiveria, le mie mani a paramento protettivo di quel cartellone. Questi “ bravi” sono dominati dall’ignoranza piena. Quella che non si racchiude dentro i libri chiusi ai loro occhi e a quei quaderni su cui non hanno fatto scorrere le loro penne, ovvero, che ermeticamente resta chiusa dentro quelle scatolette che li fanno viaggiare alla ricerca nell’etere di quella cultura della forza fisica che ne esalti l’ambizione di primeggiare sui deboli e di imporsi con la violenza sui diversi e i disarmati, i buoni di cuore e i naviganti nella ragione, il mare infinito e pulito. L’ignoranza di questi delinquenti è fatta, invece, di occhi serrati sulla realtà.

Chiusi come sono all’interno del loro buio, essi non vedono il sole, né quando nasce né quando tramonta, non sentono il vento sul viso, non guardano il mare e non si commuovono quando la luna lo colora d’oro e d’argento. Probabilmente vogliono più soldi nelle tasche ma non hanno mai guardato in faccia la povertà, i poveri veri non li hanno incontrati. Non amano i luoghi in cui vivono perché non li conoscono fermi come sono stati nel perimetro del loro habitat e dei loro stretti rapporti amicali, che molto avranno di cameratismo e assai poco dell’amicizia. Questo il loro profilo, tanto che non sarebbe stato difficile, prima di ogni loro cattivo agire, individuarli e fermarli.

Prima, molto prima del loro manifestarsi con quel carico di odio e indifferenza, che stiamo conoscendo. Nelle famiglie, nella scuola, nelle vie, negli spiazzi dei loro bar, sempre poco distanti da quegli altri “ anfratti urbani”che non sono più neppure le vecchie periferie di cui ha memoria la vasta letteratura del degrado e dell’abbandono. In tutti questi luoghi si sarebbero potuti incontrare. In tempo utile per correggerli, farli crescere in maturità e bontà, in responsabilità. E per educarli al rispetto del bene comune, dentro il quale si trova, quasi sempre indifesa, la cosa pubblica. Ma questo orribile fatto non si sarebbe consumato, unitamente ai tanti anche di diversa fattura, se in Città non si fosse indebolita la coscienza sociale, il senso della comune appartenenza e quello della identità catanzarese da sempre radicato nell’antica cultura della solidarietà, dell’amicizia, dell’accoglienza.

E, soprattutto, della cura delle istituzioni, a salvaguardie delle quali, come presidi militari, stanno le scuole e le università, le organizzazioni sociali e sindacali, il mondo della Chiesa e della cultura. Vi sta, la Politica, con tutte le sue ramificazioni, ivi comprese le classi dirigenti. La mancata, giusta, adeguata, necessaria, reazione collettiva, diciamo sociale e politica, anche rispetto ai fatti odierni, conferma che il contesto abbia finora favorito tutti quei gesti di degradazione del senso civico e morale. Comportamenti delinquenziali che, se non arrestati in tempo, accresceranno la pesantezza della crisi in cui Catanzaro si trova.

È evidente, pertanto, che la nuova Città, quella bella che ritrovi la sua Bellezza, la Città che intendiamo costruire in occasione del suo tempo storico ravvicinato, dovrà partire dal recupero di questa cultura e di quel senso della Vita che è andato smarrito. Il primo atto da compiere, nel ricostruito sentirsi unica comunità in un territorio unificato, consiste nella lotta ad ogni forma di degrado e di ignoranza, per la cancellazione di ogni ambito nel quale la bruttura fisica si fa aiutare dal buio fisico, inteso anche come mancanza di illuminazione degli spazi. Una alleanza malefica, questa, per rendere davvero invivibili e irraggiungibili quelle parti di Città abbandonate.

Catanzaro, però, è ancora viva, tanta gente in essa vuol riprendere a vivere pienamente la Città. Non possiamo deluderla. Paradossalmente, affermo che non c’è più molto tempo. Ma quel poco che rimane, è il suo tempo. Quello della rinascita. Della liberazione. Del Progresso. Della Bellezza. Della Vita. (fc)

 

L’OPINIONE/ Emilio Errigo: Cresce il divario tra Nord-Centro e il Sud nella logistica retroportuale

di EMILIO ERRIGO – La evidente discriminazione sociale e imprenditoriale, ravvisata ed esistente, nella diversa e differente possibilità di accedere pariteticamente ai diritti di mobilità, storicamente negati alla Calabria, in favore delle regioni del nord, centro, e a sfavore del sud Italia, si riflette negativamente, come è ovvio che sia, non solo sulla logistica retroportuale e retro aeroportuale della Calabria, ma anche sui molteplici non insignicanti profili economici per le PMI.

Il Piano Strategico Nazionale dei Trasporti e della Logistica, ne quello della Portualità e della Logistica, in verità non parrebbe a scrive, che in astratto creino le condizioni per differenziare questo stato dell’arte e delle cose, sulle quale si esprime la propria opinione.

Non risulta per esemplificare, che i citati “Piani Strategici Nazionali”, precludano alla Regione Calabria di creare uno o più Interporti Intermodali retroportuali, allo scopo di favorire la Blue e Green Economy regionale.
La costituita e ancora poco valorizzata, Zona Economica Speciale (Zes), risente molto di questa disparità di trattamento regionale, tra le sempre più sostenute economicamente e finanziariamente, regioni del Nord, del Centro e la sempre più dimenticata, disorganizzata e penalizzata, Regione Calabria.

Si può affermare senza il timore di commettere alcun peccato, se si dice che la Logistica Itermodale Integrata e la rete degli Interporti regionali, si sono fermati ad Eboli, così come il “Cristo” ben rappresentato nel notissimo Romanzo di Carlo Levi.
I Ministeri competenti, delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili, dell’Economia e delle Finanze, il Misee per il Sud e la Coesione Territoriale, assieme con Ferrovie dello Stato Italiane e le Consociate: Trenitalia, Ferrovie del Sud Est, Rete Ferroviaria italiana, l’Anas, Mercitalia e le altre società controllate, potrebbero contribuire in modo significativo al cambio dello scenario Logistico esistente in Calabria, divenendo Partners economici importanti nella creazione dei necessari Interporti.

Le aree territoriali aeroportuali e portuali, già peraltro espropriati per pubblica utilità , quindi senza alcun esborso di altre risorse finanziarie, sono disponibili. Basti pensare alle aree di retroportuali di Villa San Giovanni-Reggio Calabria, Saline Ioniche, Gioia Tauro, Lamezia Terme, Vibo Marina-Pizzo Calabro, Corigliano e Crotone (Porti e Aeroporto).
Si pensi che proprio a Saline-Montebello Ionico, sono presenti le interconnessioni ferroviarie e superstradali.

In quei luoghi sono stati commessi degli errori di valutazione di impatto ambientale e forse pure in danno dell’erario!
Hanno ragione da vendere, coloro i quali asseriscono che allo stato, gennaio 2022, non esistano in Calabria, le condizioni logistiche retroportuali e retro aeroportuali, necessarie e indispensabili a coloro che dovessero decidere di fare degli investimenti finanziari economicamente rilevanti, sia nelle aree perimetrate della Zes, che nei territori adiacenti i Porti e Aeroporti della Calabria.

Concludendo, i nodi della rete ferroviaria nazionale ed europea, così come le arterie autostradali devono interconnettersi con le aree logististe e i mercati di riferimento regionali, caso contrario, avere uno o più porti e aeroporti potenziati per il traffico merci e passeggeri, non apporterebbero alcun beneficio economico, ne occupazionale alla Regione Calabria.
Il tanto atteso Ponte sullo Stretto, l’ammodernamento e velocizzazione della rete ferroviaria, Salerno-Reggio Calabria-Taranto, (via Ionica), e la messa in sicurezza delle arterie autostradali e delle ramificate Inter connessioni provinciali, costituirebbero la base per iniziare l’opera di parificazione Logistica retroportuale e retro aeroportuale tra le regioni del Nord, quelle del Centro e la regione del Sud Italia, ancora fortemente più svantaggiata in tutti i sensi, chiamata Calabria. (er)

[Emilio Errigo è nato in Calabria, docente universitario titolare di Diritto Internazionale e del Mare, e di Management delle Attività Portuali, e Consigliere Giuridico nelle Forze Armate]

L’OPINIONE/ Raffaele Malito: Massimo D’Alema, l’eterno che ritorna

di RAFFAELE MALITO –   Con l’arrivo del nuovo anno mi ha sorpreso la rivelazione che, qualche tempo fa, quando ero ancora iscritto al Pd, sono stato seriamente malato. Una malattia grave, quella che aveva colpito il Pd, al tempo di Matteo Renzi.

Non me ne ero accorto, non avevo avvertito i sintomi: il 41% alle elezioni europee del 2014, l’approvazione, dopo un’intelligente mediazione politica, della legge sulle unioni civili e, ancora, meno tasse sul lavoro e sull’impresa con Industria 4.0, un provvedimento che ancora c’è, ed è stato rifinanziato,  il primo governo con parità di genere, un milione di nuovi occupati, 17 Regioni su 20, governate. Non mi pare che tutto questo, per un partito, sia da  diagnosticare come sintomo di grave malattia o di deriva disastrosa.

L’Eterno che ritorna, Massimo D’Alema, ha detto sì, mentre brindava al nuovo anno: la fase renziana del Pd- ha esclamato- è stata una malattia che, fortunatamente, è guarita da sola. Già il ricorso all’espressione della malattia come diagnosi  di scelte, opinioni, progetti, e conseguenti ruoli leaderistici non condivisi, fa venire i brividi: sono evidenti categorie mentali e culturali ineliminabili dal Dna di comunista di D’Alema.

La diversità, o dissidenza, di opinioni e scelte politiche fuori dai dogmi indiscutibili di chi possiede la verità e il dominio della corretta via, erano, per i bolschevichi  spiegabili solo come malattia. Chi sbagliava o proponeva progetti diversi, non importa se vincenti- esattamente come Renzi- era affetto da grave malattia, quella  grave, da inquadrare  nella categoria psichiatrica uilizzata per  mistificare i motivi della lotta politica. La delicatezza, del resto, con la quale ha fatto fuori i suoi avversari è storia: lo sanno Occhetto, Veltroni, Cofferati nel sindacato, Prodi, al Governo.  Rimossa la malattia,  dunque, niente più impedisce che gli exDs,  fondatori del periclitante Art. 1, possano tornare a casa per imprimere al Pd una svolta verso una sinistra  dura e pura, la stessa che non riesce a vincere in nessun paese europeo, uno dei quali, simbolico per ottusità di visione, la Gran Bretagna di Corbyin, allontanato a viva forza dalla guida del partito laburista. Si è aggiunto a dar man forte, il “non vincente” Bersani che ricordiamo, vergognandocene, umiliato e deriso, in streaming, dai 5 stelle, mentre, nel 2013, chiede alleanza per il governo, dopo” la non vittoria”, si dice pronto a tenere viva l’idea di una grande forza plurale della sinistra. Esattamente ciò che non  è riuscito a fare quando era segretario del Pd.                                                                                                                                                              

Adesso, si può immaginare che il plurale sia da intendersi come il “campetto” largo con protagonisti  i 5stelle Conte-Casalino, Bonafede, Toninelli, Morra, Raggi, Taverna. Ma la svolta vera  sarà data dall’Eterno che ritorna: perché, per D’Alema, il Pd è tale se è quel che pensa D’Alema. Una qualche preoccupazione la deve aver fatta scattare, se gli attuali dirigenti, ex-renziani e non, hanno risposto stizziti e, in alcuni casi, con durezza all’uscita del superamento del male renziano.                                                                                                                                           

D’Alema è risultato fragoroso e preoccupante per chi, come Il segretario Enrico Letta,  non nasconde il sostegno a Draghi, quando, ha lanciato una freccia avvelenata, oltre che a Renzi,  al presidente del Consiglio. “Che si autoelegga capo dello Stato – ha detto D’Alema – e nomini un alto funzionario del Tesoro al suo posto, mi sembra inadeguato per un grande Paese. Non contento, ha bollato il governo guidato da Draghi come una sospensione della democrazia, subordinato alla grande finanza internazionale. Preoccupazioni che non mostra di avere quando esalta i grandi traguardi raggiunti da quel grande paese democratico che è la Cina. Illuminanti le sue considerazioni sullo “straordinario salto verso la modernità e il progresso compiuto dalla Cina che ha fatto uscire almeno 800 milioni di persone dalla povertà”. 

Di qui l’esaltazione: “un risultato straordinario. Mai nessun paese, nella storia dell’umanità, è riuscito a realizzare  una così immensa trasformazione della vita delle persone”.  Nessuno cenno a come questi ipotizzati risultati siano stati raggiunti: lo spaventoso inquinamento ambientale, un mercato del lavoro con aziende che operano in regime di semi-schiavitù, con lavoratori  senza diritti, senza sindacato, senza alcuna possibilità di protesta, con prodotti di livello spazzatura che invadono i nostri mercati e con l’arte del plagio che crea seri problemi di concorrenza sleale per le eccellenze occidentali. E per quanto riguarda i principi e i valori della libertà e della democrazia, senza riandare al passato del massacro degli studenti di piazza Tienammen, il regime del partito-Stato senza libere istituzioni democratiche?

Nulla. D’Alema pensa che uno stomaco pieno e una testa vuota siano la stessa cosa. Su questi grandi temi aveva parlato, di recente, Draghi a proposito degli obiettivi dell’alleanza atlantica:”affrontare- aveva detto-tutti coloro che non condividono i nostri stessi valori e il nostro attaccamento all’ordine internazionale basato sulle regole e che sono una minaccia per le nostre democrazie”. Draghi aveva anche preannunciato di metter mano al memorandum con cui l’Italia di Conte e dei 5Stelle avevano aperto fortissimamente a un’intesa con il regime di Xi Jinping.  Altro che un Draghi – secondo D’Alema –  subordinato alla finanza internazionale e di insufficiente affidabilità democratica.

Il prestigio e il rispetto, mai tanto riconosciuti e declamati, che l’Italia ha guadagnato, in questa fase della  sua storia politica, a livello internazionale oltre che in Europa, per D’Alema non conta nulla. Draghi, nella sua conferenza stampa di fine d’anno, si era, semplicemente, e, con  grande dignità e finezza di spirito, dichiarato a disposizione delle istituzioni.                                   

In realtà, questo rientro a piedi uniti di D’Alema è il sintomo di una malattia tutta italiana per cui i protagonisti, di destra o di sinistra, sono sempre gli stessi, sia se hanno fatto grandi cose, sia se sono stati cacciati per scelte e atteggiamenti sbagliati: questo riguarda D’Alema, ma anche Berlusconi, Prodi, Renzi, anche se ancora giovane, e molti altri. Pochi, che hanno perso, hanno lasciato il campo: Veltroni, Rutelli, Alfano, Fini, per ricordarne alcuni. Altrove, in Europa e nel mondo, se perdi te ne vai.

E l’elenco sarebbe lungo. Non si può prevedere – si può solo ipotizzare il rischio – se il ritorno degli ex-Ds imprimerà al Pd una svolta netta a sinistra lasciando decadere, a solo tentativo, la scelta di un orizzonte riformista e gradualista, smarrendo, così, la costruzione di quel campo che, per essere largo deve essere davvero inclusivo, senza veti e pregiudizi, basato sui principi dell’equità sociale, della non discriminazione, della sostenibilità ambientale, della difesa della nostra democrazia costituzionale e, perché no?, di un internazionalismo solidale. (rm)

L’OPINIONE/ Emilio Errigo: Cantori, cantautori e musicisti in Calabria: Mino Retitano

di EMILIO ERRIGO – Se c’è stato un Cantore, Cantautore e Musicista, che più di tutti i tantissimi cari e noti Cantanti Calabresi, hanno valorizzato le bellezze della Calabria, in tutti gli aspetti caratteriali e caratteristici più evidenti, sicuramene è e sono convinto rimarrà per sempre tra noi, è Mino Reitano.

Già nello scrivere il suo nome e cognome, mi piange il cuore. Il caro e indimenticabile Artista musicale polistrumentista, con i testi e musiche delle sue canzoni, dedicati alla nostra Calabria, ha rappresentato molti delle realtà storiche che toccano i valori più profondi e umani della Calabria.

In “Calabria mia” e “Gente di Fiumara”, queste due bellissime poesie d’amore, ideate da Mino, musicate e cantate in tutti i Teatri e Piazze del mondo, da Mino Reitano, sono incastonati come due grossi preziosi diamanti, i sentimenti di amore e fede, più autentici del figlio più caro della Calabria.
“Calabria mia simu malati d’amuri simu malati, comu sti mandolini e sti chitarri”… “ciangi stu cori di nostalgia, ciangi pi tia Calabria mia…” e che dire, “Gente, gente di Fiumara o gente mia…, per un emigrato, ora Calabrese nel Mondo, solo nell’iniziare a cantare da solo o meglio in compagnia, queste parole, si sente scoppiare il cuore da una grande emozione.

In verità non sono certo mancati eccellenti Cantori e bravi Cantautori, nati in Calabria o figli di Calabresi, i quali con le loro canzoni e importanti interpretazioni musicali, hanno dato lustro e prestigio alla Calabria, tra i più noti cantori dialettali: Otello Profazio in primis, poi Demetrio Aroi (amico caro di Mino Reitano e cointerprete), il caro Mimmo Martino (El Domingo dei Mattanza), Enzo La Face (il Re della satira politica cantata), il Cantaurore Reggino Cecè Manti, Vincet De Rosa (il più allegro e moderno interprete musicale), ai più grandi musicisti e cantautori Calabresi, Peppe Voltarelli, Mimmo Cavallaro, (Otello Profazio consentendo).

Tra le più note interprete di canzoni in lingua italiana e popolare, meritano di essere citati le notissime e belle sorelle Domenica (Mimì) e Loredana Bertè, i grandi Cantautori, Rino Gaetano e Rocco Cammarieri. Ci sono tanti altri e pure molto bravi, basti sfogliare le pagine del web e conoscere, giovani Cantanti, Cantautori e Cantori Folk della Calabria.

I Cantori generalmente oltre a interpretare testi letterari in lingua madre calabrese, dialetto Grecanico-Calabrese o con musicalità tipiche Calabrò-Greco-Albanese, sapevano suonare e ancora suonano con rara maestria, quasi tutti gli strumenti antichi sia a corda, a fiato, che a percussione, e a sollecitazione vibrante.

La “Lira” e la “Chitarra battente , tra gli strumenti antichi a corda. La “Ciararameddha” strumento a fiato più nota come (Zampogna) e “l’Organettu” (Organetto a mantice) e il “Tambureddhu battenti” (Tamburello a percussione manuale), sono ancora i più diffusi strumenti folkloristici Calabresi. La più antica e allegra, Ballata Popolare
“La Tarantella Calabrese”, si è tramandata dal IV secolo d.c, fino ai nostri giorni, tanto da essere ballata in ogni dove, pure in spiaggia a due passi dal mare, al cospetto delle luci riflesse nelle acque dello Stretto di Scilla e Cariddi (oggi Stretto di Messina).

Centinaia di Giovani si ritrovano durante la stagione estiva e nelle festività, felicemente e con tanta gioia, ballando la tarantella, assieme ai tantissimi turisti italiani e stranieri, che sempre più numerosi visitano e si godono le bellezze umane, paesaggistiche e storiche della Calabria.

Oggi vive a Reggio Calabria, credo che sia considerato, il più esperto collezionista al mondo, restauratore e manutentore di “Grammofoni” il Prof. Giuseppe Nicoló.

Ho avuto modo e pochissimo tempo, per visitare la ricca Mostra di Grammofoni d’epoca, tutti perfettamente restaurati e resi funzionanti dallo Storico dei Grammofoni Reggino, il quale custodisce gelosamente centinaia e forse migliaia di dischi antichi in gomma lacca e vinilico di musiche e canzoni di Musicisti del primo e secondo ottocento Calabresi, Italiani e stranieri.

Ritornando a dire del nostro Mino Reitano, la Calabria, così come accade per i “Grandi” gli ha dedicato Piazze, Vie e Teatri.
Ogni anno il fratello batterista della storica Band F.lli Reitano, Gege (Vincenzo) , organizza presso il Teatro Comunale di Reggio Calabria, intitolato al grande Maestro Francesco Cilea, una serata di musiche e canti, per ricordare Mino.

Inoltre per rendere immortale Mino, la nota Casa Editrice italiana Media &Books, ha pubblicato la prima e a breve la seconda edizione, del volume crono-fotografico della storia di Mino Reitano, considerato in ragione della sua popolarità internazionale , ancora oggi il più noto tra i Cantori ,Cantautori e Musicisti della Calabria. (er)

[Emilio Errigo è nato in Calabria, già autore di parte letteraria iscritto alla S.I.A.E.]

L’OPINIONE / Emilio Errigo: Le brutte parole ammalano il cuore dei calabresi

di EMILIO ERRIGO – Una o mille belle parole dette con tutto il cuore nobile dei Calabresi, fanno un gran bene a chi le dice e a chi le ascolta.

“Na parola duci ti zuccara lu cori” dice il detto degli antichi saggi Calabresi.

Credo e mi sono pure convinto, che avessero buone ragioni per divulgare in ogni dove, dalle montagne alle marine della bella Calabria, questo dolce detto popolare.

I detti dei saggi, si sa da molti secoli, che sono la filosofia delle persone semplici, colte e buone, i quali con le loro ragionate parole esprimevano pensieri e convinzioni derivanti da secolari modus vivendi tramandati da padre in figlio in Calabria.

“La lingua non avi ossa ma rumpi l’ossa”, odo ripetere ancora da gente benpensante Calabrese.

“Si tu dici na parola duci ti senti tuttu u mussu zuccaratu”.
Provate per rendervi conto!

Se non siete abituati a pronunciare belle parole, perché ritenete che vi potrebbero far affievolire la vostra mascolinità o far venir meno la vostra nomea di persona determinata e intransigente, provate per credere.

Tentate almeno una volta nella vita, a indirizzare una bella e dolce parola, alla vostra consorte di vita. Manifestate un ti voglio bene, a vostra moglie o marito, figlio, figlia, fratello, sorella, nipoti, a una amica, amico o conoscente, fosse anche a un estraneo mai visto incontrato per la prima volta, una parola di fraternità e di solidarietà umana.

Perdonare è importante, ma occorre del tempo, ma dire ti voglio bene, impiegate molto poco tempo.

A parte che è buona educazione, in verità molto contagiosa più forte di ogni virus, dire a chiunque: buongiorno, buonasera, buonanotte, salve, non si preoccupi, mi scusi, mi perdoni, non me ne voglia, come sta, stai, a va tutto bene, un ti voglio bene, posso esserle di aiuto, vedrà che si riprenderà, ha bisogno di qualcosa, sii felice, non pensarci ridi, ti amo tanto.

Date libertà alle belle e dolci parole, cosa vi costa, solo un po’ di buona e sana aria pura, vi renderete conto che il vostro cuore continuerà a batterà regolarmente e per lunghissimo tempo.

La vostra mente vi gratificherà regalandovi momenti di intensa gioia e felicità. Santificate con belle parole le festività e le ricorrenze annuali e gli eventi famigliari. Gioite della luce degli occhi riflessa da coloro che ascoltando le vostre benevole e belle parole, vi esprimeranno col mutare della loro espressione facciale, un inizio di vistoso sorriso.

Si un sorriso, un sorriso sappiate figli e figlie di Calabria, che è l’anti camera del bene, un bene profondo che oltre a rallegrarvi l’anima, vi accompagnerà felici per tutta la vita.
Ricordate Calabresi: le brutte parole, non servono proprio a niente e ammalano il cuore dei Calabresi”!

[Emilio Errigo è nato in Calabria, docente di Diritto Internazionale e del Mare, e Consigliere Giuridico nelle Forze Armate]

L’OPINIONE / Emilio Errigo: Conquistatori, dominatori e dominati in Calabria

di EMILIO ERRIGO  – In Gente in Aspromonte, il grande scrittore di San Luca, Corrado Alvaro, oramai salito agli onori della letteratura mondiale, assieme ai tanti nostri scrittori Calabresi, ad iniziare da Saverio Strati, con Il Selvaggio di Santa Venere e proseguire con Leonida Repaci, Nicola Misasi, Vincenzo Padula, Tommaso Campanella, Francesco Perri, Mario La Cava, Fortunato Seminara, Girolamo Grillo, Mimmo Gangemi, e a tanti altri non meno noti, non per carenza di bravura, ma per scarsa diffussione e conoscenza dei testi editi dalle Case Editrici presenti in Calabria, Milano, Napoli e a Roma, scriveva: «è dura la vita in Aspromonte».
E si, in buona sostanza, era ed è ancora molto dura la vita in terra di Calabria, in effetti direi difficile, quasi impossibile da vivere una vita normale, senza grandi privazioni e pericoli, così come accade per la maggioranza di coloro che vivono in territori e regioni economicamente più favorite e sviluppate d’Italia.
Noi in Calabria sin da bambini, conosciamo il valore e i sapori, della natura incontaminata dei boschi e il profumo dell’aria marina del Tirreno e dello Jonio, l’essenza di zagara, l’olio essenziale del bergamotto e di altri inebrianti agrumi. Null’altro o poco altro, che madre natura ci assicurerà per sempre.
Noi Calabresi, amiamo la nostra terra e la bella Gente che vi abita, con una intensità partecipativa ed emotiva incomprensibile, forse pure troppo esagerata.
Erano gli anni settanta, che affacciato al finestrino del treno non troppo veloce, (per volontà del macchinista)…., respiravo a polmoni pieni l’aria del mare della luccicante e splendente Scilla, guardando con attrazione, le lampare dei pescatori allora numerosi che illuminavano i ricchi fondali.
È bella veramente Scilla! Quanti conquistatori, dominatori e dominanti, hanno navigato e doppiato le acque di Chianalea, guardando alzarsi verso il cielo di Scilla, l’imponente fortezza e inespugnabile Castello dei Ruffo di Calabria.
Quanti predoni, pirati, ubriaconi, violentatori, ladroni, vigliacchi, delinquenti, guerrieri, provenienti da mari e terre lontane, sono approdati e sbarcati con animus predatorio sulle coste della Calabria. Quante Colonie greche, romane, etrusche, albanesi, bizantine, spagnoli, portoghesi, aragonesi, angioini e svevi, si sono insediate in Calabria, con la sola forza delle armi, della paura e del fuoco distruttivo dei pochi abitati allora esistenti.
Oggi non è più così è per alcuni aspetti sconosciuti peggio!
Si a mia opinione a parte le esistenti bellezze umane e paesaggistiche, i sapori unici degli alimenti, non è tanto meglio di allora, quando si bruciavano le case dei piccoli borghi di intere comunità costiere.
Oggi mi confidano che non c’è libertà d’impresa, l’iniziativa economica privata è condizionata da fattori e cause concorrenti, che non apportano alcun beneficio economico-sociale al territorio. Ora i nuovi conquistatori e i dominatori, predatori e divoratori insaziabili dei beni e risorse finanziarie, destinati dal Parlamento e Governo alla Calabria, crescono e si infiltrano nel tessuto sociale, giorno dopo giorno, a ritmo incalzante e incontrollato, in silenzio e senza avvisare o ricorrere alle armi di distruzione di massa o alla potenza devastante del fuoco.
Nessuno pare avvedersi di cosa stia accadendo in danno del Sud Italia, della Calabria in particolare, proprio nessuno, e non riesco ancora a capire mio malgrado, cosa di peggio e di nefasto debba ancora accadere per consentire ai dominati di comprendere, rendersi conto, avvertire il senso asfissiante della mancanza di libertà economica e sociale: del benessere non solo economico, ma civile!
L’attività preventiva assicurata con tanto impegno ad onor del vero dalle Forze di Polizia e dalla Magistratura, anche se incessante e reiterata nel tempo e presente nello spazio, non parrebbe allo stato, da sola sufficientemente idonea, per prevedere, prevenire e contrastare efficacemente, la malavita organizzata e affaristica ancora dominanti in Calabria. Occorrono altri metodi e mezzi più incisivi e protettivi delle fasce giovanili più esposte al crimine.
Il legislatore a mia opinione dovrebbe prevedere, attivare e rendere concrete, mirate azioni economiche controllate, a forte incremento del reddito individuale, che portino al benessere pubblico e migliori condizioni personali di lavoro, per giungere a una vita più democratica e civile.
Mi sono chiesto più volte, ma non ho trovato dentro di me e in altri, una o più risposte appaganti, ragionevoli, oneste, giuste, perché in Calabria, si deve subire e ubbidire sempre, sempre e senza mai trovare il necessario coraggio civile di opporsi e reagire con la sola forza della legalità e l’osservanza del diritto internazionale, alle continue prepotenze, immani ingiustizie e alle inenarrabili pratiche umane incivili?
Vivere da sudditi non credo sia una bella vita, ma vivere in Calabria da indifferenti è ancora più triste e dannoso!
Ecco allora spiegato il perché che solo i più forti riescono a sopravvivere in Calabria e gli altri, i meno coraggiosi, i forzuti e più colti, si sono convinti che per non essere dominati e sopraffatti dalla prepotenza, devono decidere di partire, conquistare e dominare, terre e popoli lontani dalla Calabria.
Che brutta cosa sono la dittatura, la violenza, la privazione della libertà e la paura. Queste forti pressioni psichiche negative sull’essere umano, non dovrebbero trovare nessuna accoglienza in alcun angolo della terra, neanche nel più sperduto e sconosciuto territorio del mondo!
[Emilio Errigo è nato in Calabria, Docente universitario di Diritto Internazionale e del Mare, e Consigliere Giuridico nelle Forze Armate]

L’OPINIONE / Emilio Errigo: Il Mediterraneo allargato e accogliente in Calabria

di EMILIO ERRIGO – Scienziati, Cardinali, Vescovi e Ordinari Militari, ricercatori, studiosi in tutte le discipline giuridiche ed economiche, chirurghi cardiovascolari riconosciuti delle vere eccellenze dalla comunità scientifica mondiale, cardiologi e cardiochirurghi, internisti, biologi, chimici, fisici, ingegneri architetti, professori universitari di fama internazionale, esperti, piloti, comandanti, alti dirigenti dello Stato e dell’Unione Europea, giornalisti, scrittori e mi fermo qui, per non apparire esagerato nel rappresentare la verità.
In Calabria la cultura dei Calabresi è pari alla loro solidarietà umana, che vede in prima linea questo Popolo di umana Gente, allargata e accogliente, nei confronti dei migranti in cerca di un futuro migliore provenienti dai 21 Paesi che si affacciano nel Mar Mediterraneo, più 5 Stati del Mar Nero. Valga il vero!
È sufficiente cliccare sul web nei vari motori di ricerca, per comprendere molto bene e chiaramente, quanti cittadini e di quanti Stati del Mediterraneo allargato, hanno trovato ospitalità, nella umana, solidale e accogliente, terra di Calabria. Mi emoziona un po’ nel leggere questi “freddi dati statistici”, ma la verità è questa: in Calabria sono presenti non meno di 150.000 migranti, originari da ogni parte del mondo.

Senza scomodare le Istituzioni democratiche, mi permetto di ricordare che tutto il Popolo presente e residente in Calabria, non ha risparmiato certamente energie psicofisiche per aiutare i tanti bambini e bambine con le loro Mamme, questi fratelli e sorelle in fuga dai loro continenti, provati da fame, sete, carestie e desertificazioni, guerre e conflitti sociali, in cammino verso la Calabria. Quanto bene hanno voluto e saputo donare i Meridionali del Sud Italia, ai poveri migranti sbarcati sulle coste calabresi?
Ci sarebbe da scrivere tanti copioni, da affidare a registi e attori internazionali, allo scopo di raccontare e filmare, la pura e santa verità!
Ho visto con i miei occhi, nel corso della mia lunga carriera di fedele servitore dello Stato, la perduta gente proveniente da ogni dove, soccorsa, salvata, aiutata e accolta, in Sicilia, Calabria e in Puglia, da Militari, Forze di Polizia e dalle le loro famiglie. Ho visto e capito in terra e sul mare d’Albania, (1999/2000), cosa significhi umanità e solidarietà. Quanta tristezza umana, quanta sofferenza.
Ora sono felice al solo pensiero di leggere nelle statistiche italiane ed estere, che la Calabria e i Calabresi, rappresentano il meglio dell’esistente di un Mediterraneo allargato e accogliente, a favore di tutti i poveri e sfortunati migranti del mondo.
Solo fiero di sapere che Poliziotti, Carabinieri e Finanzieri, assieme a Gente comune di Calabria e al Sud, cooperano in unità di intenti, per soccorrere, salvare e accogliere con cuore nobile e mente sana, una umanità in cerca di pace.
[Emilio Errigo è nato in Calabria, docente universitario di Diritto Internazionale e del Mar, e Consigliere Giuridico nelle Forze Armate]

L’OPINIONE / Emilio Errigo: Quali speranze per la mia Calabria: La cassa sacra

di EMILIO ERRIGO – Che la speranza in linea generale non va mai in pensione è una verità filosofica acclarata. Se poi questo auspicio eterno riguarda la speranza in un futuro migliore e più giusto in Calabria, c’è da ragionare un po’ e cronologicamente quantificare da quanti anni il Popolo della Regione Calabria, aspetta e spera, e spera pure da tanto tempo, che le cose cambino in meglio in questa dimenticata terra di conquiste , terremoti e bellezze uniche al mondo.
In Calabria, partendo dai presupposti essenziali di un territorio, c’è tutto quello che serve per vivere e vivere benissimo e pure oltre i cento anni di vita. Acqua purissima, cibo incontaminato, aria respirabile a polmoni pieni, ospitalità a costo zero, bellezze umane e ambientali in enorme quantità da valorizzare, intelligenze creative considerate di pregio internazionale, mare e monti che costituiscono le più grandi e inesauribili risorse che Dio Padre ha voluto donare alla terra di Calabria.
Allora perché occorre ancora sperare in un futuro migliore, se il presente è già colmo di beni naturali e umani, tanto decantati da scrittori e viaggiatori provenienti da tutto il mondo?
Non vi pare che sia giunta l’ora di rimboccarsi le maniche, sollecitare i muscoli, svegliare la mente creativa e iniziare a cooperare costruttivamente per il bene della nostra amata Calabria?
Non occorre attendere ne le distruttive e nefaste alluvioni, né tanto meno, l’arrivo di altri disastrosi e mortali terremoti, per chiedere la ri-costituzione della storica “Cassa Sacra” ben narrata e rappresentata, dal nostro illustre Archivista di Catanzaro, Achille Grimaldi, in un dettagliato memorabile testo titolato La cassa sacra, sottotitolato (ovvero) La soppressione delle manimorte in Calabria, pubblicato nel 1863, dalla Stamperia Dell’Iride di Napoli.
Allora per risollevare le tristi sorti della nostra dimenticata e distrutta Calabria, una volta denominata “Italia” (del Sud) e i suoi abitanti chiamati gli ” Itali” della Magna Grecia, si costituì una cassa sacra, una vera Banca dei Poveri, con fondi e beni ecclesiastici, prelevati o meglio dire sottratti (manu reali) ai numerosi ordini religiosi che allora come adesso abbondano in Calabria.
Ora mi chiedo e richiedo la presenza concreta e fisica, di Papa Francesco, perché la Calabria e i Calabresi è bene che tutti sappiano, hanno soccorso, salvato e accolto, oltre 200.000 migranti, centomila dei quali vivono così come possono, in Calabria. Credo che in tal senso la Calabria e i Calabresi, hanno dato prova del loro coraggiosa umanità, cristianità e solidarietà, tanto da meritare ampiamente la presenza e l’amore fraterno di Papa Francesco.

Poi se la Santa Romana Chiesa, intendesse destinare ai migranti e agli ultimi uomini, donne e bambini, che sopravvivono con molte difficoltà in Calabria, un po’ di risorse economiche e beni ecclesiastici inutilizzati, estrapolando dalla “cvassa sacra dello Stato del Vaticano, quel tanto o quel poco, delle tantissime risorse finanziarie disponibili, che il buon cuore del Papa, ritiene destinandoli a favore dei 100.000 migranti presenti in Calabria, sono ben accettati con cuore nobile e accogliente dai Calabresi e Migranti tutti. (er)
[Emilio Errigo è nato in Calabria, Docente universitario di Diritto Internazionale e del Mare, e Consigliere Giuridico nelle Forze Armate]