«Fottersene del Sud»: classico sport nazionale che piace a tutti i governi

di MIMMO NUNNARI – “Fottersene del Sud” [la frase non è elegante ma rende l’idea] è uno sport nazionale da sempre praticato volentieri da Governi di ogni colore, politici di tutti i partiti, burocrati famelici, giornalisti improbabili, intellettuali della domenica e opinionisti salottieri che considerano il Meridione un “fastidio”; sostenuti nel loro insolente e mal celato menefreghismo, da un’opinione pubblica indifferente, seduta sugli spalti, come una qualunque bifolca tifoseria. Ancora oggi è così. Lo abbiamo visto di recente col ciclone “Harry” e in questi giorni con la frana di Niscemi. Ci sono stati, con i primi stentati interventi governativi, solidarietà nazionali somiglianti alle lacrime artificiali dei film, che Anna Magnani chiamava “lacrime di mezza lira”.

Questa partecipazione incerta e miseria, non spontanea, verso la sofferenza delle persone colpite dalla furia di “Harry” l’ha spiegata bene con una lettera a Francesco Merlo, titolare della rubrica “Posta e risposta”su la Repubblica, un lettore di Bolzano (sic): «Caro Merlo, ho (ri)scoperto che esiste l’indifferenza nei confronti del Meridione. In Sardegna, Calabria e Sicilia sono state distrutte dal devastante ciclone spiagge, strutture economiche e commerciali, interi quartieri delle città. La triade geografica del Sud non è come l’Emilia Romagna: nessuna mobilitazione dei partiti, delle associazioni nessuna sottoscrizione indetta dai quotidiani (anche la Repubblica, il mio quotidiano che leggo dal 1978) e, infine, notizie riportate nelle pagine interne e nelle tv solo spazio marginale. E già tutto dimenticato. Quale amarezza. È la sedimentazione razzista che appare e ritorna quando si tratta del Sud?». [Firmato Antonio Testini – Bolzano]. Merlo, firma di prima grandezza del giornalismo italiano, catanese d’origine, uno che non le manda mai a dire, ha risposto: «Ha ragione a indignarsi: la disgrazia al Centro e al Nord fa esplodere gli animi e stimola la fraternità e le sottoscrizioni, mentre la disgrazia al Sud provoca rassegnazione e diffidenza, addolorate alzate di spalle, una stanca pietà che mai diventa solidarietà, aiuto e partecipazione. Un po’ perché nel nostro disgraziato Sud la disgrazia è considerata endemica, il prolungamento della normalità. E un po’ perché prevale l’idea che è meglio farsi gli affari propri, evitare di aiutare il Sud imprevedibile, inaffidabile, sprecone, confusionario, corrotto, mafioso, dove anche l’aiuto chissà poi dove andrebbe a finire: persino nella pietà si può bagnare il becco. Da tempo ho smesso di pensare che il buon giornalismo possa cambiare il mondo. Sono però sicuro che il cattivo giornalismo lo danneggia.

Buon giornalismo sarebbe chiederci, raccontare, spiegare perché quelle terribili immagini di distruzione del ciclone Harry, che ha colpito il Sud, fanno più paura che pena». Bene Merlo, giornalista raro è straordinario, e bene il lettore di Bolzano. Ma una cosa possiamo fare se un pezzo grande di Paese pensa (sbagliando) che è meglio «evitare – come scrive Merlo – di aiutare il Sud imprevedibile, inaffidabile, sprecone, confusionario, corrotto, mafioso». Possiamo smetterla di restare in silenzio e di usare, per denunciare l’insolenza storica, le discriminazioni, i pregiudizi nei confronti del Meridione, un linguaggio corretto, civile. Abbiamo sempre parlato con educazione, cedendo anche alla rassegnazione, al fatalismo. Ma basta. La nuova narrazione sul Sud non aspettiamola da fuori. Cambiamola, cominciando ad alzare la voce, usando un linguaggio “robusto”, aspro e legittimo quando occorre, senza atteggiamenti di riverenza, prudenza, o complessi di inferiorità. Serve solo controllo, per non uscire fuori dalle righe. Aristotele diceva che le parole sono dei suoni che diventano linguaggio quando attribuiamo loro un significato: quale miglior suono nel dire che c’è una parte d’Italia [Governi, politica, opinione pubblica] che del Sud “se ne fotte”? Per trovare una qualche verità sulla questione “differente” del Sud – la vera anomalia italiana – abbiamo dovuto aspettare non un meridionalista, un antropologo, uno storico ma un lettore (di Bolzano) che scrive al suo giornale e un signor giornalista che gli risponde, ricavando in sintesi la conclusione che “fottersene del Sud” è uno sport nazionale. Praticato da sempre.

Un esempio illuminante, per capire quando l’Italia cominciò a “fottersene del Sud”, lo troviamo negli atti parlamentari del primo anno di vita (1861) dell’Italia appena diventata nazione. Allora, con un voto vergognoso, si capì che direzione prendevano i programmi di sviluppo del nuovo Regno d’Italia. Successe che in una delle prime sedute del Parlamento fu approvato un progetto di legge per rilanciare i porti di Livorno, Genova e Venezia; e contestualmente si respinse analoga misura in favore dei porti di Napoli, Salerno e Palermo. Nessuno diede spiegazione per i due pesi e due misure. Era questo, all’inizio del cammino della nuova Nazione, l’andamento. E niente è cambiato nel modo di procedere. Tutte le promesse di fare dell’Italia un Paese veramente unito caddero nel dimenticatoio già all’inizio e seguitarono con tutti i Governi, alimentando fratture rancori e disuguaglianze. Quello dello sguardo indifferente e/o di disprezzo, che umilia terribilmente i meridionali, è quel primo tradimento compiuto dall’Italia verso il suo Sud e quel che ne venne dopo, diventando un modello. Negli anni di fuoco, a ridosso dell’Unità, l’antimeridionalismo (il “fottersene”) ha svolto un preciso ruolo nell’immaginario sociale italiano: ha creato categorie mentali e schemi interpretativi che hanno via via condizionato politiche, strategie, alleanze e scelte di campo, fino a “istituzionalizzare” l’esistenza delle due Italie, fenomeno unico nell’Europa democratica. L’esodo per fame, di dimensioni bibliche, con la prima e la seconda ondata migratoria, ha fatto il resto. Negli anni cruciali per la riedificazione della Nazione italiana gli emigrati del Sud hanno consentito al sistema del Nord Italia di funzionare ai massimi regimi e di agganciarsi alla locomotiva dell›economia europea.

Al contrario, al Sud l’esodo massiccio ha provocato, con l’impoverimento progressivo [e lo svuotamento dell’anima del Sud], una forte incrinatura nell’identità dei territori, favorendo lo stabilizzarsi di quella forma estrema di marginalità sociale che ha provocato tanti guai e continua a produrli . Alle regioni meridionali è stato poi cucito addosso il vestito di periferie assistite, precludendo loro tutti gli spazi possibili di crescita. La versione del welfare che il Sud ha conosciuto è stata centrata esclusivamente sulla diffusione non di servizi, ma di sussidi una tantum, funzionali all’assistenza, non alla produzione e allo sviluppo. E queste forme di assistenza sono state inoltre sempre mal indirizzate, diventando col passare degli anni forme di indebolimento della coscienza civile e della solidarietà collettiva.

Ognuna delle regioni del Sud ha cominciato ad aspettare paziente infrastrutture e servizi che altrove già si realizzavano, e velocemente; cosicché, quel poco di sviluppo che ha sfiorato le esteriorità di queste terre, fermandosi solo alla facciata, è stato uno sviluppo “distorto”, che ha favorito, insieme a illegalità, omologazione ai modelli di consumo del Nord, senza che ci fosse un corrispondente vero progresso. Con la conseguenza del riprodursi di una spaventosa crisi economica e civile: causa prima di una incontrollata espansione del fenomeno mafioso e motivo principale dell’aspetto [ad arte disegnato] di palude del Sud, di acqua stagnante, dove ogni cosa rimane immobile e maleodorante. Di questo Sud così mal nato e così malcresciuto, non per sua colpa, l’Italia se ne fotte. Lo abbiamo visto anche con la scarsa emozione di fronte al ciclone “Harry”: niente titoli in prima pagina o servizi adeguati, sui giornali nazionali, niente approfondimenti o servizi speciali nei Tg. Solo cronache scarne: il minimo sindacale. Se non ci fossero state le proteste sui social, la vicenda sarebbe passata in cavalleria, perché nei Tg e sui giornali si parla di… politica estera: un classico, quando si vogliono oscurare temi scomodi e seri. “Lacrime di mezza lira” anche dalla segretaria del Pd Elly Schlein, che ha proposto di utilizzare i fondi già stanziati per il Ponte sullo Stretto per gli interventi nelle zone colpite dal ciclone.

Cioè, se abbiamo capito bene l’ideona sarebbe impiegare fondi già destinati al Sud; cioè, pagarsi i danni con i propri soldi. È la filosofia del menefreghismo. La conferma che la sinistra – ma non solo –  sul Sud improvvisa ed è distratta, non ha una visione di lunga gittata.

Vecchia questione, sulla quale non è più tempo di sorvolare, continuando a usare un linguaggio da educande. Anche il linguaggio può essere ribellione, ribellione contro chi del Sud “se ne fotte” da più di un secolo e mezzo. Bisogna solo evitare – va detto chiaro a scanso di equivoci – di avere nostalgie per i tempi borbonici, quando al Sud le classi più povere furono impoverite ancora di più e furono soffocati ideali e tentativi riformistici per migliorare le condizioni di vita della gente. Cioè, ricordiamocelo, anche i Borboni se ne “fottevano” del Sud. (mn)