di FRANCESCO RAO – La questione del welfare in Calabria non può più essere relegata a una dimensione meramente compensativa. Essa investe, in modo diretto e strutturale, il modello di sviluppo regionale, la qualità della coesione sociale e la capacità delle istituzioni di produrre inclusione reale. I dati socio-economici disponibili delineano un quadro che rende improrogabile un ripensamento profondo delle politiche pubbliche, soprattutto nei territori caratterizzati da fragilità persistenti e cumulativi svantaggi.
Le analisi della Svimez collocano la Calabria tra le regioni con i più bassi tassi di occupazione del Paese, evidenziando come la debolezza strutturale del mercato del lavoro colpisca in modo selettivo gli adulti con basso livello di istruzione e i disoccupati di lunga durata. Non si tratta di una contingenza ciclica, ma di un modello che tende a riprodurre esclusione, inattività e dipendenza assistenziale.
A rafforzare questa lettura intervengono i dati Istat, secondo cui una quota significativa della popolazione calabrese adulta possiede al massimo un titolo di studio di scuola secondaria di primo grado. Tale condizione si traduce in una ridotta partecipazione al mercato del lavoro, in un’elevata esposizione al lavoro povero e in una scarsa capacità di accesso alle politiche attive standardizzate. Infine, sempre nel considerare l’autorevolezza degli indicatori per i quali la massima attenzione é dovuta in questi casi, proprio gli indicatori del Benessere Equo e Sostenibile (Bes) collocano stabilmente la Calabria nelle ultime posizioni per qualità dell’occupazione, mobilità sociale e fiducia istituzionale. È in questi contesti che il deficit occupazionale si trasforma in deficit di cittadinanza, compromettendo la tenuta del patto sociale e alimentando processi di marginalità territoriale. Alla luce di tali evidenze, appare sempre più chiaro come un welfare esclusivamente riparativo non sia in grado di incidere sulle cause strutturali dell’esclusione. Al contrario, il welfare generativo si configura come un paradigma capace di integrare protezione sociale, attivazione e sviluppo locale, trasformando la spesa sociale in investimento produttivo. In questo quadro si colloca la recente giurisprudenza della Corte costituzionale sulla co-progettazione tra enti locali e Terzo Settore, che riconosce tale strumento come modalità ordinaria di esercizio della funzione pubblica orientata all’interesse generale. La co-progettazione non rappresenta una semplificazione procedurale, ma un dispositivo di governo dei processi complessi, fondato sulla corresponsabilità e sulla valorizzazione delle competenze diffuse nei territori. Per la Calabria, questa impostazione assume una valenza strategica. I 31 Uffici di Piano, già presìdi delle politiche sociali regionali, possono essere riconfigurati come infrastrutture di sviluppo territoriale. Attraverso la co-progettazione, essi possono integrare politiche sociali, politiche del lavoro e strategie di sviluppo locale, costruendo percorsi occupazionali rivolti a persone con bassa scolarizzazione e disoccupazione di lunga durata. In tale prospettiva, con lo sguardo del
sociologo, professionalità poco presente negli uffici della Pubblica Amministrazione, il Pon Inclusione rappresenta il principale strumento finanziario di riferimento se a monte della spesa viene prevista una puntuale analisi dei bisogni sociali e territoriali. La finalità di un lavoro strutturato non è soltanto il contrasto alla povertà, ma l’attivazione di percorsi di inclusione socio-lavorativa fondati sulla presa in carico integrata, sull’accompagnamento e sull’empowerment delle persone. Utilizzato in chiave di welfare generativo, il Pon Inclusione può sostenere progettualità orientate alla creazione di lavoro nei contesti locali, superando la frammentazione degli interventi. Una delle direttrici strategiche più rilevanti riguarda la valorizzazione delle risorse locali. La Calabria dispone di un patrimonio territoriale, ambientale e culturale diffuso che, se adeguatamente attivato, può generare occupazione inclusiva. In questo senso, il welfare generativo consente di riconnettere politiche sociali e sviluppo economico, valorizzando le filiere locali e le economie di prossimità. Particolare attenzione va riservata alle maestranze e ai saperi tradizionali, spesso esclusi dai circuiti formali dell’economia. Attraverso percorsi di apprendimento situato, tutoraggio e riconoscimento delle competenze informali, è possibile trasformare tali saperi in opportunità occupazionali, soprattutto nei settori della manutenzione del territorio, dell’artigianato, dei servizi alla persona e della rigenerazione dei borghi. In questo quadro si inserisce anche il modello dell’ospitalità diffusa, che rappresenta una leva strategica di sviluppo inclusivo, in particolare nelle aree interne. La gestione di servizi di accoglienza, manutenzione, ristorazione e animazione territoriale può diventare terreno privilegiato di inserimento lavorativo per soggetti fragili, generando al contempo valore economico e coesione comunitaria. Il welfare generativo, come ho già anticipato, attraverso la co-progettazione, consente di costruire questi ecosistemi locali: cantieri sociali, cooperative di comunità, imprese sociali e reti territoriali capaci di integrare inclusione, lavoro e sviluppo sostenibile. Ambiti che non sottraggono risorse al mercato, ma colmano vuoti strutturali lasciati dall’economia tradizionale, soprattutto nei territori a bassa densità produttiva. La dinamica complessiva del welafare se non debitamente considerata, in ultima analisi, oltre ad essere un fatto politico rischia di mandare in stallo una platea molto ampia della popolazione. I dati Svimez, Istat e Bes dimostrano che l’attuale modello non è in grado di interrompere la trasmissione intergenerazionale della marginalità. Assumere il welfare generativo come metodo strutturale significa riconoscere che lo sviluppo, in Calabria, può e deve partire dal basso, valorizzando persone, competenze e territori. La Regione dispone oggi di una cornice normativa chiara, di strumenti amministrativi diffusi e di risorse dedicate come il Pon Inclusione.
Ciò che è richiesto ai decisori politici è un coraggio inedito da praticare attraverso una scelta di visione: fare del welfare non il luogo della compensazione permanente, ma l’infrastruttura primaria di uno sviluppo inclusivo, radicato nei territori e orientato al lavoro. (fr)
(Sociologo e docente a contratto Università “Tor Vergata” – Roma)







