di FRANCESCO RAO – Per anni abbiamo raccontato lo spopolamento delle aree interne come una questione generazionale. I giovani che partono per studiare, per lavorare, per costruire altrove il proprio futuro sono diventati il simbolo più evidente di una frattura territoriale che attraversa il Paese. Ma oggi quella narrazione non basta più. Sta accadendo qualcosa di più silenzioso e, per certi versi, più radicale: stanno partendo anche gli anziani. Non per ambizione, non per mobilità sociale, non per desiderio di modernità. Partono per necessità. Partono perché restare diventa, giorno dopo giorno, impraticabile. Non si tratta di una migrazione economica, né di una scelta culturale. È una migrazione della fragilità. Uomini e donne che hanno lavorato per una vita nei piccoli comuni, che hanno costruito famiglie, reti, economie di prossimità, si trovano oggi costretti a lasciare la propria casa per avvicinarsi ai figli o ai presidi sanitari, ai servizi assistenziali, a un contesto urbano capace di garantire ciò che il territorio d’origine non riesce più ad assicurare. Non migrano verso un luogo desiderato, ma verso un luogo funzionale. Non inseguono un progetto, ma gestiscono un rischio. La partenza non è quasi mai preventiva. È reattiva. Segue un evento concreto: una caduta domestica, una diagnosi cronica, la difficoltà di raggiungere un ambulatorio distante decine di chilometri, l’impossibilità di garantire continuità a una terapia riabilitativa. Episodi ordinari nella biografia dell’invecchiamento che, in un contesto urbano strutturato, resterebbero gestibili e che invece, nelle aree interne segnate dalla rarefazione dei servizi, diventano fratture definitive. Non è la patologia in sé a determinare lo spostamento, ma l’organizzazione materiale della vita quotidiana: la distanza dai poli specialistici, la discontinuità del trasporto pubblico, la fragilità dell’assistenza domiciliare, l’erosione delle reti sociali strutturate. Quando questi fattori si sommano, la permanenza nel territorio diventa fragile prima ancora che malata. La famiglia interviene e trasforma il trasferimento in una strategia di protezione. È una scelta che non è scelta, una rinuncia che assume la forma della responsabilità. Questo processo produce un effetto sistemico di portata spesso sottovalutata. Nelle aree interne, gli anziani non rappresentano soltanto una quota demografica, ma una vera infrastruttura sociale informale. Sostengono le economie locali di prossimità, alimentano reti di solidarietà intergenerazionale, custodiscono memoria comunitaria, garantiscono continuità relazionale. La loro uscita non comporta soltanto una diminuzione numerica della popolazione; determina una trasformazione qualitativa del tessuto sociale. Si abbassa la densità delle relazioni, si indebolisce la capacità comunitaria di auto-organizzarsi, si accelera la vulnerabilità dei nuclei rimasti. È una forma di de-istituzionalizzazione territoriale diffusa: non vengono meno solo i servizi pubblici, ma anche quelle risorse informali che consentono alla vita quotidiana di reggersi su equilibri minimi di reciprocità. In questo quadro, anche la longevità cambia significato. L’aumento dell’aspettativa di vita, conquista indiscutibile delle società contemporanee, non è una variabile neutra. Nei territori dotati di infrastrutture sociali robuste, amplia le opportunità di partecipazione e di invecchiamento attivo. Nei territori carenti, può trasformarsi in estensione temporale della vulnerabilità. La stessa età produce esiti radicalmente differenti a seconda della geografia. Non è l’invecchiamento in sé a generare fragilità; è il contesto a determinarne l’intensità e la gestibilità. La disuguaglianza non è soltanto sanitaria, ma territoriale. Non riguarda solo il reddito o l’accesso alle cure, ma la concreta possibilità di organizzare la propria quotidianità senza dipendere da una migrazione forzata. Qui si colloca la questione più profonda, che supera il dato demografico e investe il principio stesso di cittadinanza. Se la possibilità di invecchiare nel proprio luogo di vita dipende dal livello locale di servizi essenziali, allora il diritto formale all’assistenza, alla salute, alla dignità della vecchiaia si frammenta nello spazio. La permanenza diventa selettiva. Alcuni possono scegliere dove vivere; altri sono costretti a spostarsi per esercitare diritti che sulla carta sono universali. Quando la geografia condiziona l’effettività dei diritti, la cittadinanza si territorializza. E una cittadinanza che varia in base al luogo non è soltanto diseguale: è strutturalmente fragile. La Calabria che perde i suoi abitanti più silenziosi non sta assistendo solo a un declino numerico, ma a una trasformazione profonda della propria architettura sociale. Se partono anche coloro che avrebbero dovuto rappresentare la continuità, la memoria, la stabilità, allora il problema non riguarda più soltanto lo sviluppo economico delle aree interne. Riguarda la tenuta del modello di welfare e la coerenza del patto repubblicano. Perché un Paese nel quale si è costretti a lasciare la propria casa per poter invecchiare con dignità è un Paese che deve interrogarsi non solo sulla propria demografia, ma sulla propria idea di giustizia territoriale. (fra)
Sociologo e Docente a contratto Università “Tor Vergata” – Roma







