Un esodo silenzioso: il Sud che l’Italia continua ad abbandonare

di MASSIMO MASTRUZZO  – Che si tratti delle festività natalizie, di quelle pasquali o delle ferie estive, puntualmente il dibattito pubblico torna a concentrarsi sul caro-biglietti. Un problema reale, certo, ma raccontato quasi sempre in modo parziale.

Non si parla infatti di chi sceglie una vacanza o un weekend fuori porta, bensì di milioni di cittadini costretti a spostarsi per lavoro, studio o cure sanitarie: emigrati dal Sud Italia verso il Centro-Nord e oggi definiti con eufemismi rassicuranti come fuorisede, mobilità o rientro dei cervelli.

Ma il prezzo dei biglietti non è la causa, è solo uno degli effetti. La vera domanda, che sistematicamente nessun grande media sembra voler porre, è un’altra: è normale che una parte consistente della popolazione italiana sia costretta a lasciare la propria terra per poter vivere dignitosamente?

Ed è ancora più normale che la politica nazionale accetti questo fenomeno come inevitabile?

I dati ufficiali dell’Istat raccontano una realtà inequivocabile. Nel biennio 2023-2024, i trasferimenti di residenza dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord sono stati 241.000, a fronte di 125.000 movimenti nella direzione opposta, con un saldo migratorio interno negativo di 116.000 residenti per il Sud in soli due anni (Istat, “Migrazioni interne e internazionali della popolazione residente”).

Il fenomeno non è episodico ma strutturale.

Sempre secondo l’Istat, il saldo migratorio interno del Mezzogiorno è pari a –3,2 per mille abitanti, con punte ancora più drammatiche in alcune regioni: Basilicata (–5,6%) e Calabria (–5,0%. In alcune province il dato assume contorni da emergenza sociale, come nel caso di Vibo Valentia (–12,7%) (fonte: Istat, indicatori demografici regionali).

Nel solo 2024, dai Comuni del Mezzogiorno sono partite oltre 401.000 persone, mentre gli arrivi si sono fermati a circa 349.000, confermando un saldo negativo persistente e generalizzato

(Istat, “Indicatori demografici – anno 2024”).

Se si amplia lo sguardo storico, il quadro è ancora più allarmante: tra il 2001 e il 2024 il Mezzogiorno ha perso oltre 2,7 milioni di residenti, in gran parte giovani e persone in età lavorativa. Un’emorragia demografica paragonabile, per dimensioni e impatto, a quella del secondo dopoguerra.

Eppure, a fronte di questi numeri, continuiamo ad assistere a proclami governativi sull’aumento dell’occupazione nazionale, come se le medie statistiche potessero cancellare il fatto che una parte del Paese continua a svuotarsi. Crescita per chi? E soprattutto, a quale prezzo territoriale?

La narrazione mediatica si ferma troppo spesso all’aneddoto: il passeggero intervistato in stazione, all’aeroporto o alla fermata dei bus a lunga percorrenza.

“Torno a casa per le feste”, “Rientro al mio paese”, “Vado dalla mia famiglia”.

Quasi mai, però, la stessa domanda viene rivolta ai decisori politici: perché nel 2025 dal Mezzogiorno si continua a emigrare come settant’anni fa?

Perché lo Stato accetta che una parte della Nazione funzioni stabilmente da serbatoio umano per l’altra? Finché il dibattito resterà confinato al prezzo di un biglietto aereo o ferroviario, il problema continuerà a essere raccontato come un disagio stagionale. Ma i numeri parlano chiaro: non è un’emergenza temporanea, è una questione strutturale, politica e nazionale.

In questo silenzio istituzionale, una delle poche realtà politiche che ha portato il tema dell’emigrazione interna al centro del dibattito è il Movimento Equità Territoriale, che da anni denuncia, dati alla mano, l’abbandono sistematico del Mezzogiorno e l’assenza di politiche capaci di garantire pari diritti territoriali, a partire dal lavoro, dai servizi e dalle infrastrutture.

Continuare a ignorare l’esodo dal Sud significa accettare l’idea di un’Italia divisa, diseguale, destinata a perdere una parte fondamentale della propria identità e del proprio futuro.

E questa, più del costo di qualsiasi biglietto, è la vera emergenza nazionale. (mma)

(Direttivo nazionale Met – Movimento Equità Territoriale)

La Calabria tra spopolamento e rinascita:
un futuro possibile, da costruire

di UGO BIANCO – La Calabria è di fronte a una delle sue sfide più complesse: il progressivo spopolamento dei piccoli borghi e delle aree interne. Non si tratta di un problema marginale, né di una semplice questione demografica. È un fenomeno che coinvolge la vita quotidiana delle comunità, indebolisce l’economia locale, riduce i servizi essenziali e mina la stessa identità culturale della regione. Chi, come me, percorre oggi le strade della Calabria interna se ne accorge subito: case chiuse, piazze deserte, scuole con classi ridotte o accorpate, attività economiche costrette a chiudere per mancanza di clienti. È la fotografia di una realtà che rischia di diventare irreversibile se non si interviene con decisione. I numeri confermano l’emergenza. Nel 2024 le nascite sono state circa 12.700, in calo del 4,5% rispetto all’anno precedente. Il tasso di natalità si ferma al 6,9%, mentre quello di mortalità tocca l’11,3%. Il saldo naturale è negativo, pari a -4,4. A questo si aggiunge un altro dato allarmante: il numero medio di figli per donna è 1,25, ben lontano dalla soglia necessaria per garantire il ricambio generazionale. Dietro queste cifre ci sono storie concrete: giovani che lasciano la Calabria per studiare o lavorare altrove e raramente fanno ritorno; famiglie che, tra precarietà e incertezze, rinunciano ad avere figli. Anziani che restano soli in paesi sempre più vuoti. In alcune aree montane e collinari, negli ultimi vent’anni, la perdita di residenti ha raggiunto percentuali preoccupanti, con effetti a catena su tutto il tessuto sociale. Lo spopolamento non è soltanto la riduzione di abitanti. È la chiusura di botteghe storiche, il venir meno di tradizioni e saperi tramandati da generazioni, l’impoverimento culturale e umano dei territori. È la perdita di coesione sociale, di servizi, di vitalità. Eppure, la Calabria non è condannata a questo destino. Può invertire la rotta, a condizione di affrontare il problema con politiche mirate e coraggiose. Serve una strategia che metta al centro la pubblica utilità, intesa come visione di sviluppo che non si limiti al ritorno economico immediato, ma punti a migliorare la qualità della vita e ridare prospettiva ai cittadini. Il primo passo riguarda le infrastrutture. Strade e ferrovie efficienti sono essenziali per ridurre l’isolamento delle aree interne e rendere la regione competitiva. Viaggiare velocemente da un punto all’altro della Calabria deve diventare normale, non un ostacolo. Una mobilità moderna e integrata significa anche garantire accesso più facile a scuole, ospedali, luoghi di lavoro e attività culturali. Accanto alle infrastrutture, occorre rilanciare settori produttivi in grado di creare occupazione e rafforzare il legame con il territorio. L’artigianato, con il suo patrimonio di saperi e tecniche, può diventare un volano di sviluppo, soprattutto se integrato con il turismo culturale e di qualità. L’agricoltura, in particolare nella sua forma sociale, rappresenta un altro tassello decisivo: un modello capace di coniugare produzione sostenibile, inclusione di persone fragili, funzione terapeutica e valorizzazione ambientale. Un capitolo fondamentale di questa strategia riguarda il turismo.

La Calabria possiede un patrimonio storico, naturalistico e culturale straordinario, ancora troppo poco valorizzato. Investire in un turismo sostenibile e di qualità significa non solo attrarre visitatori, ma anche creare nuove economie legate all’accoglienza, alla ristorazione, alle produzioni locali e alla riscoperta dei mestieri tradizionali. In questo contesto, un’attenzione particolare va riservata al turismo delle radici, rivolto agli emigrati calabresi e ai loro discendenti sparsi nel mondo. Si tratta di un fenomeno in crescita, capace di generare ricadute economiche e sociali rilevanti. Riportare in Calabria chi ha origini in questi territori significa alimentare un legame affettivo, riscoprire tradizioni, rafforzare l’identità collettiva e trasformare i borghi in luoghi di memoria viva e di incontro tra generazioni e culture. Il turismo delle radici non è solo un’opportunità economica: è un ponte tra passato e futuro, in grado di contribuire alla rinascita dei paesi oggi più fragili. Fondamentale è anche il rafforzamento dei servizi pubblici. Sanità accessibile, istruzione di qualità, infrastrutture digitali e spazi culturali non devono essere considerati costi, ma investimenti indispensabili. Solo così si può costruire capitale sociale, attrarre giovani e stimolare nuove forme di imprenditorialità. La Calabria è a un bivio. Continuare a perdere abitanti, servizi e opportunità significherebbe scivolare sempre più verso la marginalità. Scegliere invece di investire in infrastrutture, servizi, agricoltura sociale e artigianato significa trasformare i borghi in luoghi vivi, attrattivi e resilienti. Al prossimo Presidente della Regione spetta una responsabilità storica: trasformare l’emergenza in occasione di rinascita. Non bastano annunci o promesse; servono azioni concrete, piani a lungo termine, investimenti mirati e una visione condivisa con le comunità locali. Lo spopolamento non è un destino inevitabile. È una sfida che, se affrontata con determinazione, può trasformarsi in opportunità. La Calabria può diventare un laboratorio di innovazione sociale, culturale ed economica, capace di restituire futuro ai borghi e dignità a chi vuole continuare a viverci.

(Presidente Associazione Nazionale Sociologi Calabria)

Il sud si svuota e la Calabria guida la fuga degli Under35

di MARIAELENA SENESELa Calabria continua a perdere i suoi giovani a un ritmo allarmante. Secondo le ultime elaborazioni basate su dati Istat, negli ultimi vent’anni la regione ha perso circa 162.000 giovani tra i 18 e i 34 anni, pari a un calo del 32,4% in questa fascia cruciale per lo sviluppo economico e sociale. Un trend che, se non invertito, rischia di compromettere in modo irreversibile il futuro demografico e produttivo del territorio.

Dietro tutti questi numeri ci sono storie di  ragazzi e ragazze che fanno le valigie per costruire un progetto di vita lontano dalla propria terra. Per la Uil la vera sfida, oggi,  è non solo far rientrare i giovani che sono andati via, ma fermare questa continua emorragia. Da tempo la Uil propone  l’istituzione di un Fondo Regionale dedicato, con l’obiettivo di   creare le condizioni per un rientro stabile e duraturo, attraverso un pacchetto integrato di misure economiche, fiscali e sociali.

Proposte concrete che possono contribuire ad arginare un fenomeno che oggi è strutturale, partendo dalle potenzialità di questa terra che,  se opportunamente valorizzate, possono contribuire a creare sviluppo e occupazione stabile.

Tra gli interventi previsti: Voucher “Torno in Calabria”: fino a 30.000 euro per chi rientra per lavorare, avviare un’attività o una start-up; Aiuti per l’affitto con opzione di acquisto affinché i giovani possano vivere in abitazioni a prezzo protetto, che potranno eventualmente acquistare successivamente. Il denaro versato come canone sarà conteggiato come anticipo sull’acquisto futuro; Fondo “Start-Up Rientro”: contributi a fondo perduto fino al 70% per imprese innovative fondate da calabresi tornati dall’estero o da altre regioni; Borse di ricerca “Ricerca a Sud”: incentivi per ricercatori che rientrano a lavorare in atenei, enti pubblici o privati calabresi; Credito d’imposta per le imprese: sgravi fiscali per chi assume professionisti rientrati.

E, ancora, Piano “Calabria Smart Work”: creazione di hub digitali e spazi di co-working nelle aree interne per attrarre lavoratori da remoto; Portale “Talenti di Ritorno”: un database regionale per facilitare il matching tra domanda e offerta e sostenere chi vuole tornare.

Non sono proposte astratte, ma realizzabili utilizzando le risorse europee.

Sebbene il Programma Regionale Calabria Fesr-Fse+ 2021-2027 non preveda esplicitamente il finanziamento diretto per l’acquisto della prima casa, la misura potrà essere strategicamente integrata nell’ambito dell’Obiettivo di Policy OP4 – “Una Calabria più sociale e inclusiva”, e in particolare attraverso l’Obiettivo Specifico 4.3.1, che dispone di oltre 56 milioni di euro destinati a interventi abitativi e di housing sociale.

La nostra proposta non si limita ad  incentivare il rientro, ma ha un obiettivo ancora più ambizioso: trasformare il ritorno in permanenza produttiva, legata ad un nuovo modello di sviluppo che valorizzi le risorse locali, puntando su settori strategici come l’agroindustria, l’energia rinnovabile, il turismo sostenibile, la blue economy, la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale, l’healthcare. Non un libro dei sogni, ma una visione  pienamente coerente con l’Obiettivo di Policy OP1 – “Una Calabria più competitiva e intelligente”, in particolare con l’Azione 1.1.2, che promuove: la creazione e il consolidamento di start-up innovative, spin-off universitari e PMI ad alto contenuto tecnologico; programmi integrati di formazione, orientamento, tutoraggio e incentivazione; investimenti iniziali e di espansione e la realizzazione di hub e acceleratori d’impresa.

A queste misure si aggiungono le opportunità offerte dal Piano Regionale nell’ambito dell’OP4, tra cui:

L’Azione 4.a.1 (oltre 31 milioni di euro) per il miglioramento dell’accesso al lavoro e la promozione dell’occupazione giovanile;

L’Azione 4.a.2 (quasi 11 milioni di euro) per il lavoro autonomo e lo sviluppo dell’economia sociale.Il progetto prevede lo sviluppo di percorsi formativi avanzati, in collaborazione con università, centri di ricerca e imprese locali, per formare professionisti altamente qualificati, capaci di guidare la transizione ecologica e digitale e attrarre nuovi investimenti.

Non si può parlare di sviluppo e rilancio del territorio se non c’è un deciso investimento nel capitale umano.

“Ritorno dei Cervelli” non è solo un piano tecnico, ma è la volontà concreta di trasformare una terra di partenze in un laboratorio di innovazione e crescita sostenibile. 

I giovani non sono solo il futuro: sono il presente che dobbiamo sostenere. L’impegno di tutti deve essere quello di dare una casa, un lavoro, un progetto di vita a chi vuole tornare.

I fondi europei disponibili – Fse+, Fesr e Fsc, oltre a risorse Pnrr ancora attivabili – rappresentano un’opportunità concreta per attuare questo piano.

Non si tratta di assistenzialismo, ma di un investimento sul futuro. Altre regioni e Paesi europei ci dimostrano che riportare a casa i talenti è possibile, se c’è una visione chiara e il coraggio di agire. Ma alla fine  la vera domanda non è se possiamo farli tornare. La vera domanda è: quanto siamo disposti a cambiare per meritare il loro ritorno? (ms)

(Segretaria generale Uil Calabria)

Il Sud che scompare nell’indifferenza della politica

di MASSIMO MASTRUZZO – Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge” — Art. 3 della Costituzione italiana.

Ma a leggere i numeri dell’emigrazione dal Sud, viene da chiedersi se questa uguaglianza non sia ormai solo sulla carta.

Il Sud che scompare: una crisi nazionale mascherata da problema locale

In Calabria si vive sempre più a lungo, ma sempre più da soli. I giovani partono, le culle si svuotano, le scuole chiudono e i borghi diventano silenziosi. La regione ha oggi meno abitanti della sola città metropolitana di Milano: circa 1,8 milioni contro oltre 3,3 milioni nella capitale economica del Paese. Un dato simbolico, ma devastante, che riflette una desertificazione demografica strutturale che riguarda anche la Basilicata, il Molise, parti della Sicilia, della Sardegna e della Campania interna.

Non è solo un cambiamento demografico, ma una vera e propria diaspora, che si consuma nell’indifferenza del potere centrale. Un’emorragia che dura da oltre un secolo, ma che negli ultimi anni ha assunto le dimensioni di una crisi democratica e costituzionale.

L’emigrazione dal Sud non è un fenomeno recente. Dal secondo Ottocento ai primi del Novecento, milioni di meridionali lasciarono le loro terre per le Americhe. Dopo la Seconda guerra mondiale fu la volta delle grandi migrazioni interne verso Torino, Milano, Genova e le fabbriche del “miracolo economico”. Oggi, oltre alla manodopera per le fabbriche del nord Italia, partono gli universitari, i laureati, i professionisti. Una nuova “fuga di cervelli” alimentata non solo dalla mancanza di lavoro, ma da un Sud sempre più marginale nei diritti, nei servizi, nelle prospettive.

Le cause dell’esodo: mancanze strutturali e diseguaglianza costituzionale

Lavoro che non c’è:

Secondo ISTAT 2024, il tasso di disoccupazione giovanile in Calabria e Sicilia supera il 40%, contro il 12% del Nord. Il lavoro, quando c’è, è spesso precario, sottopagato, irregolare.

Sanità negata: Le regioni meridionali spendono in media 600-700 euro pro capite in meno in sanità rispetto a quelle del Nord. Questo si traduce in carenza di strutture, liste d’attesa infinite, migrazione sanitaria verso Nord che costa ai cittadini del Sud circa 4 miliardi di euro l’anno.

Infrastrutture a due velocità:

In Sicilia e Calabria ci sono ancora linee ferroviarie a binario unico non elettrificate. Gli investimenti in trasporti e mobilità sono sproporzionatamente inferiori rispetto al Nord. Il treno ad alta velocità si ferma a Salerno. L’autostrada A3, simbolo dell’abbandono infrastrutturale, è un cantiere infinito da decenni.

Una Costituzione ignorata: L’art. 3 della Costituzione impone alla Repubblica di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che impediscono la piena uguaglianza tra i cittadini. Lo Stato non solo non li rimuove, ma li alimenta con politiche miopi e centraliste. Anche l’art. 5 (autonomia e decentramento), l’art. 34 (diritto allo studio) e l’art. 32 (diritto alla salute) vengono disattesi sistematicamente al Sud.

Il paradosso è che negli ultimi anni alcuni provvedimenti del governo non hanno invertito la rotta, ma l’hanno istituzionalizzata.

Il recente bonus affitto di 1.000 euro per i docenti meridionali che si trasferiscono al Nord è solo l’ultimo esempio. Una misura pensata per “aiutare” chi parte, senza interrogarsi sul perché non si possa insegnare, lavorare o vivere nel proprio territorio.

A fine 2024 il governo  all’interno della Manovra Finanziaria 2025, ha previsto un fringe benefit fino a 5.000 euro per i neoassunti che trasferiscono la residenza oltre 100 km dal luogo di lavoro, si tratta di uno dei temi centrali del Piano Casa, nato dal confronto del governo con Confindustria, studiato per favorire il trasferimento dei lavoratori, o per meglio dire un sottinteso incentivo ad emigrare, a lasciare il Sud:

il Governo anziché incrementare le opportunità di occupazione nel Mezzogiorno, contribuisce incredibilmente con un bonus, fino 5000 euro, per convincere anche i più riluttanti a fare le valigie e andare al Nord.

A completare il quadro, il progetto di autonomia differenziata, se approvato in forma attuale, rischia di cristallizzare le disuguaglianze. Le regioni ricche avranno più risorse e competenze, mentre quelle più povere resteranno ancora più indietro. È una rottura del patto nazionale, una forma di secessione mascherata.

Quando un territorio serve solo come bacino di manodopera, riserva elettorale e mercato passivo, senza ricevere gli investimenti necessari per crescere, si può parlare di colonialismo interno. È quello che accade al Sud da oltre un secolo, ma con particolare evidenza nell’Italia repubblicana.

Non è un problema del Sud, è una ferita per l’Italia intera

La questione meridionale non riguarda solo i meridionali. Riguarda la tenuta democratica del Paese, il rispetto della Costituzione, la coesione sociale. Un’Italia che abbandona il Sud è un’Italia che si indebolisce, economicamente e moralmente.

Non bastano bonus e pacche sulle spalle. Serve: un grande piano di investimenti strutturali pubblici per il Sud; incentivi al rientro dei giovani emigrati (non solo laureati); potenziamento reale della sanità, dell’istruzione, della mobilità; decentramento amministrativo con poteri veri agli enti locali, ma con risorse certe e uguali; una politica nazionale che non consideri il Sud un “peso”, ma una parte strategica del Paese; cambiare rotta, o accettare la morte lenta.

Continuare a ignorare l’emigrazione meridionale significa accettare che una parte d’Italia si spenga lentamente. Ma non si può essere uniti a metà. Il futuro dell’Italia passa anche e soprattutto da una rinascita vera del Sud, non a parole, ma nei fatti. (mm)

(Direttivo nazionale MET  – Movimento Equità Territoriale)

ALTRO CHE ADDIO: LA RINASCITA DEI
BORGHI CALABRESI È DAVVERO POSSIBILE

di SILVIO CACCIATORE – In Calabria, c’è chi non ha atteso un segnale dall’alto per decidere se valesse ancora la pena restare. Mentre nei documenti ufficiali si pianifica una lenta uscita di scena per interi territori, lontano dai riflettori alcuni borghi hanno cominciato a costruire futuro con le proprie mani. Niente piani calati dall’alto, nessun colpo di bacchetta. Solo la forza di un’idea condivisa, di un’appartenenza ostinata, di un’urgenza collettiva: non scomparire. Non spegnersi in silenzio.

A Sant’Agata del Bianco, a Pentedattilo, a Bova, la parola “spopolamento” non è stata cancellata. È stata guardata in faccia, compresa, e affrontata con strumenti apparentemente fragili: l’arte, la collaborazione, la memoria, il paesaggio, l’ospitalità. E invece, proprio questi strumenti hanno mostrato di poter aprire spazi nuovi, di invertire tendenze che sembravano irreversibili. Non ovunque, non in tutto, ma abbastanza da dimostrare che una strada diversa esiste.

Se la fine era data per certa, questi tre luoghi dimostrano che non tutti sono disposti a morire in silenzio. E che, quando la politica rinuncia a vedere, la realtà a volte si mette a parlare da sola.

«Nessuno verrà a salvarci, ma nessuno si è mai salvato da solo». Domenico Stranieri, sindaco di Sant’Agata del Bianco, ha deciso di non aspettare. «L’attesa ci ha condannati. Per anni siamo rimasti fermi, paralizzati dall’illusione che prima o poi qualcuno sarebbe intervenuto. E anche quando sono arrivati i fondi per il Sud, spesso sono stati spesi male. Senza visione, senza coscienza». Sant’Agata ha scelto di partire da sé stessa, e da un’idea semplice: la bellezza come forma di resistenza. In un borgo segnato dal cemento, è nato un progetto di rigenerazione urbana ispirato all’opera e al pensiero di Saverio Strati, che in quei luoghi era nato e che aveva scritto la sua Calabria più vera. «Strati credeva che l’arte potesse spiegare meglio della politica le lacerazioni dell’uomo. E noi, partendo da questa intuizione, abbiamo trasformato il paese in una narrazione viva: porte dipinte, murales, installazioni, artisti che raccontano e che curano». Il cemento è stato coperto, la bruttezza fermata, le pareti riscritte.

Ma non era un semplice restyling, è l’estetica “della rivolta”: « Noi crediamo che non possa esserci rivoluzione sociale o politica se non passa anche per una rivoluzione estetica». Il risultato è sotto gli occhi di tutti. A Sant’Agata, dove per anni si chiudeva tutto, oggi si aprono bed and breakfast, ristoranti, pizzerie, quindi posti di lavoro. Segni di una vita che ritorna. Eppure Stranieri non ha illusioni: «Non basta un murales per salvare un paese. Serve una nuova politica nazionale, serve coraggio, serve coerenza». Intanto, nel suo piccolo, lotta. E invita i colleghi a fare altrettanto: «Coinvolgete i cittadini. Coltivate la partecipazione. Perché il miglior sindaco del mondo, se resta solo, non può cambiare nulla».

A Pentedattilo, il principio è lo stesso: non c’è salvezza dall’alto, ma ci si può salvare insieme. E il “simbolo della rinascita” non è un’idea retorica, ma un progetto concreto, che si può toccare con mano. «Chi governa deve governare per tutti, non per una parte sola – afferma Giuseppe Toscano, presidente dell’associazione Pro Pentedattilo -. E noi, da anni, lavoriamo con il Comune, con la Regione, con la Città Metropolitana. Perché il colore politico cambia, ma i paesi restano. E se si vuole farli vivere, bisogna farlo insieme». Oggi, nel borgo incastonato tra le dita di pietra, le botteghe artigiane restano aperte tutto l’anno, l’ospitalità è diffusa, più di venti case private sono state recuperate e restituite ai legittimi proprietari. Le stesse oggi ospitano viaggiatori, eventi, laboratori, momenti di cura del paesaggio.

Anche la natura è diventata parte del progetto: «Creiamo linee tagliafuoco, difendiamo le piante autoctone, proteggiamo un ecosistema fragile. E tutto questo accade mentre ci dicono che questi paesi sono destinati a morire». Pentedattilo, invece, respira. Grazie anche ai campi di lavoro estivi, decine di ragazzi e ragazze da tutta Europa arrivano per restaurare, pulire, conoscere, raccontare. «Abbiamo invertito il paradigma. Ci dicevano che era tutto perduto, e invece siamo ancora qui. E ogni giorno qualcosa rinasce». Per Toscano, l’area grecanica offre due esempi evidenti di ciò che si può fare quando si scommette davvero sulla cultura e sulla cooperazione: Pentedattilo e Bova. «Basta con la narrazione dei borghi da cartolina. Qui si lavora, si accolgono persone, si generano economie. Qui, chi cammina può fermarsi. Chi si perde può ritrovarsi. E chi crede che sia finita, può ancora ricominciare».

Ed anche Bova, appunto, il cuore identitario dell’area grecanica, è riuscita a non spegnersi. Ma non per miracolo, né per decreto. Lo chiarisce bene il vicesindaco Gianfranco Marino: «Non basta essere amministratori illuminati. Serve anche incrociare il treno giusto, nel momento giusto. E poi bisogna essere capaci di salirci sopra, senza paura». Bova ha vissuto una stagione felice, frutto di visione, contingenze favorevoli, continuità. Ma sa bene che non tutti i territori possono dirsi altrettanto fortunati. «Quando il Governo afferma che lo spopolamento è irreversibile, sta semplicemente scattando una fotografia realistica.Ma non può fermarsi lì. Non può dire che ci accompagnerà con dignità verso la fine. Le istituzioni devono pianificare il futuro, non dichiarare la morte assistita dei paesi».

Marino rifiuta i toni della retorica, anche quando riguarda la difesa dei piccoli centri: «La parola “borgo” è diventata un brand. Plastificata. Svuotata. Non serve l’estetica turistica se non si accompagna con il lavoro, con i servizi, con il radicamento». Bova, in questo senso, è una buona pratica, ma non un’isola felice. Lo spopolamento riguarda ormai anche la costa, le città, non è più solo un tema di aree interne. Per questo servirebbe una nuova visione strategica, ma soprattutto uno scatto morale, come lo chiama Marino: «Mettere in campo un cambiamento di cui sai che non vedrai i frutti. Piantare qualcosa per chi verrà dopo. Ecco cosa significa davvero governare in questi luoghi». A Bova, questo passaggio generazionale è avvenuto. Ma non sempre accade. «Noi oggi raccogliamo il testimone di chi ha seminato senza vedere. E ci auguriamo, un giorno, di lasciare lo stesso dono a chi verrà dopo di noi».

Non si tratta di favole consolatorie. Né di eccezioni miracolose da contrapporre alla desertificazione in corso. Le storie di Sant’Agata del Bianco, Pentedattilo e Bova raccontano qualcosa di più profondo: che la fine non è scritta ovunque. E che, dove si è saputo seminare visione, partecipazione e bellezza, qualcosa continua a crescere.

Non basta il racconto dei borghi che resistono. Servirebbe un Paese che li ascolta, li sostiene, li mette al centro di una politica vera. Invece, la strategia attuale è ancora figlia della rassegnazione. C’è chi sceglie di “accompagnare con dignità” lo svuotamento. E c’è chi, senza mezzi e senza clamore, continua a costruire futuro con la forza della comunità.

La differenza, alla fine, è tutta qui. Tra chi firma la resa e chi, ogni giorno, continua a scrivere a matita nuovi inizi. Anche se sa che qualcun altro – un giorno – dovrà ripassarli a penna. (sc)

[Courtesy LaCNews24]

LE AREE INTERNE NON DEVONO DIVENTARE
LUOGHI FANTASMA, MA UN’OPPORTUNITÀ

di CARMELO VERSACE – Lo strumento di questo “killeraggio” è il “nuovo” Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne 2021/2027, scritto e prodotto nei nascosti antri di un ministero, senza alcuna trasparenza né confronto, come ben si addice ai colpi di mano.

In questo documento di programmazione 2021-2027 lo Stato conferma l’attenzione verso le Aree Interne garantendo le necessarie risorse finanziarie tramite lo stanziamento di ulteriori 310 milioni di euro, ma nell’elenco delle tipologie degli obiettivi fissati nella prospettiva di rafforzare le condizioni, prevede l’accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile.

Un numero non trascurabile di Aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni) oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività.

Queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita. Così si legge nel punto numero 4 del documento e perciò, secondo il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne, molti comuni delle aree interne che si trovano lontani dai centri dove si concentrano i servizi essenziali vanno semplicemente assistiti in un percorso di declino e invecchiamento e non possono aspirare ad una inversione di tendenza.

In sostanza, il Paese nella morsa del crollo demografico prende atto della condizione dell’Italia di dentro, e della forbice sempre più marcata tra l’osso e la polpa.

È inaccettabile che il governo presenti come ineluttabile e necessaria quella che è una scelta politica precisa quanto scellerata: la riduzione di fondi per aree delle quali non si vuole riconoscere il valore e la necessità.

Quanti anni sono trascorsi da quel particolare periodo in cui la pandemia in atto pareva avere innescato un processo di nuovo interesse per la vita di comunità lontane dalle grandi aggregazioni metropolitane?
Sembrerebbero secoli e non, invece, come è stato, qualche anno.

Un altro aspetto che sfugge al governo Meloni riguarda il cambiamento climatico che negli anni porterà sempre di più ad una migrazione verticale della popolazione dalle città infuocate verso le aree collinari e montane.

Un fenomeno che, se regolamentato, potrebbe costituire un nuovo scenario di ripopolamento per le aree interne. Invece di prepararsi a questo, si chiudono tutte le possibilità.

Le aree interne del nostro Paese non devono diventare luoghi fantasma, ma un’opportunità: spazi accessibili e vivibili per tantissimi giovani. Ma perché ciò accada, servono visione, amore, risorse.

Serve un’azione comune da parte di noi amministratori locali al fine di respingere questo progetto devastante per i nostri territori.

Le aree interne costituiscono il 60% del nostro Paese e non sono vuoti da riempire o cancellare ma costituiscono comunità e territori preziosi. Serve un’azione corale che parta dal basso, il dato è allarmante per il nostro territorio, dove i Comuni della Città Metropolitana inferiore ai 5 mila abitanti interessati da questo provvedimento sono circa il 75%.

È necessario uscire dallo schema tradizionale dei partiti e chiedere conto alle forze di Governo presenti in parlamento affinché si rendano conto del danno che stanno causando al futuro, anzi al non futuro.

Questo documento non fa altro che mettere nero su bianco l’impossibilità, secondo il Governo, di una strategia utile a favorire la “restanza”, riconosce una sfiducia nelle nostre azioni, nelle nostre politiche di coesione e salvaguardia del territorio, si disinteressa delle persone, delle famiglie, dei sogni di quei giovani che intendono credere ancora nelle potenzialità di queste aree, di attività economiche che vengono abbandonate ad un tragico destino di affossamento.

In buona sostanza, tutti i nostri sacrifici, i nostri investimenti, il nostro tempo dedicato come amministratori locali per trattenere i nostri giovani o attrarne di nuovi vengono gettati al vento, scartati come spazzatura, pianificando una “dignitosa” decadenza, un welfare del tramonto che fornisca badanti e medicine, una lenta agonia anagrafica e sociale abbandonando il sogno di un’opportunità e speranza di ripresa. Nonostante gli importantissimi investimenti che con il Pnrr si stanno facendo per colmare il gap con il resto del Paese, questo è il risultato. Perché il Governo non recupera le risorse del fondo di coesione, tolti al Sud per finanziare opere strategiche sul territorio? Perché li ha destinati esclusivamente alla faraonica  realizzazione del Ponte sullo stretto? Perché si preoccupa di intervenire su aree strategiche e non si preoccupa, invece, di verificare, ad esempio, un dato importante come quello del livello sanitario in Calabria e, più in generale, di tutto il territorio nazionale, che non risponde più agli standard europei?

Questa non è la politica che ci piace, non è una politica costruttiva ma distruttiva, tale da rendere irreversibile il fenomeno dello spopolamento che per tanto tempo abbiamo combattuto investendo con  risorse e tempo. Tutto questo è inaccettabile:  anziché alimentare speranza e fiducia si insiste sulla difficoltà e sull’impossibilità di fare interventi che possono cambiare in maniera radicale le cose. Il problema non è solo di ordine strutturale, economico e demografico, ma è proprio di ordine antropologico-culturale e di creazione di una sorta di disaffezione ai luoghi da parte dei giovani che non trovano un buon motivo per restare, oltre alla mancanza di interventi che realizzino esperienze positive, in controtendenza rispetto allo spopolamento.

Non si dice ai giovani che hanno il diritto di restare, che possono impegnarsi e mobilitarsi per cambiare le cose. Non si dice ai giovani che possono avere la speranza di cambiare le cose, questa è una sorta di resa per paesi che sono moribondi ormai da circa settant’anni e che adesso stanno arrivando a una vera e propria morte. In alcune dichiarazioni sembra quasi ci si rassegni a una sorta di eutanasia dei paesi, mentre bisognerebbe dire che i borghi hanno diritto di vivere anche se hanno un solo abitante, che semmai dovrebbero essere messi in condizioni di riprendersi.

Noi amministratori ci mettiamo la faccia, le aree interne non sono territori da accompagnare con rassegnazione verso il tramonto bensì realtà vive, ricche di risorse umane, ambientali e culturali, che aspettano solo di essere valorizzate con investimenti concreti, visione strategica e politiche coraggiose. Il nostro compito è quello di rivendicare dignità, futuro e pari diritti per chi ha scelto e continua a scegliere di vivere e lavorare in questi territori.

Serve una visione lungimirante di sviluppo, bisogna investire in infrastrutture e servizi, promuovere  politiche che incentivino il ritorno dei giovani, rafforzando la cooperazione tra Comuni e valorizzando le specificità locali. È per questo che faremo fronte comune per combattere questo approccio, per annientare questa strategia di eutanasia sociale che tradisce il senso delle politiche di coesione, tradisce i nostri obiettivi, i nostri valori, la nostra storia che parte necessariamente da questi territori ora dimenticati.

Nei prossimi giorni mi farò portavoce di una mozione da portare al vaglio del Consiglio Metropolitano, provando a coinvolgere in primis l’assemblea dei sindaci metropolitani con un messaggio chiaro e deciso da destinare alla Presidente Anci Calabria, Rosaria Succurro, e al Presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, i quali devono necessariamente sposare questa causa, provando ad andare oltre i “diktat” di partito, pensando agli interessi del territorio che rappresentano e delle tante popolazioni in attesa di un aiuto concreto contro questo atto scellerato. (cv)

[Carmelo Versace è vicesindaco della Metrocity RC]

PIANO STRATEGICO DELLE AREE INTERNE
IL “DE PROFUNDIS” DEI BORGHI CALABRESI

di DOMENICO MAZZA – In un documento ministeriale, pubblicato qualche settimana fa, è stato reso noto un articolato che dovrebbe far tremare i polsi agli Establishment politici locali. Nel nuovo PSNAI (Piano strategico nazionale aree interne) è stata dichiarata la volontà d’intenti, da parte del Governo centrale, di abbandonare i Centri d’area interna al proprio destino.

Nell’obiettivo 4, invero, è contenuto un passaggio che recita: «Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma nemmeno essere abbandonate a sé stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le accompagni in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento».

In pratica, senza fronzoli e orpelli, lo Stato somministra l’estrema unzione per oltre la metà delle circa 8000 Comunità locali italiane. Paesi prevalentemente montani e collinari, già provati da massivi fenomeni di spopolamento. Comuni che, nella stragrande maggioranza dei casi, per conclamate incapacità istituzionali, annaspano nell’offrire prospettive di crescita ai propri cittadini.

Nessuna visione. Zero prospettive. Stop agli investimenti. Fine delle politiche di programmazione e sviluppo. Solo accompagnamenti all’eutanasia amministrativa

Non è una facezia, né un malinteso. È un’epigrafe di commiato. Un necrologio di Stato. Si tratta di un cambio di paradigma silente e al contempo rovinoso. Si rinuncia all’idea di invertire la tendenza all’esodo demografico e lo si fa in maniera ufficiale e inesorabile. È una condizione di declino pianificato, venduto come accompagnamento normalizzato senza indennizzo.

Impatterà oltre 13 milioni di cittadini italiani su un totale di 59 milioni. Quasi un quarto dell’intera popolazione nazionale che, per oltre il 60%, risiede nelle Regioni del Mezzogiorno. Una condizione di marcata iniquità che stabilisce, in maniera netta e inesorabile, una distinzione fra due Italie: quella dei territori spendibili e vincenti e quella degli ambiti senza speranza a cui viene diagnosticato un cancro incurabile e irreversibile. Pertanto, si procede con una pianificazione di cure palliative degne del più spietato hospice privato. Una soluzione fredda e implacabile che sugella l’incapacità politica di ricercare sistemi di sviluppo e studiare obiettivi di rilancio.

Ma cosa comporta, di fatto, l’immane teatrino messo su dallo Stato a scapito delle piccole e diroccate Comunità? Significa, nessun investimento nel tentativo di trattenere giovani leve, tantomeno attrarre nuova linfa verso i richiamati contesti. Saranno banditi i servizi e si pianificherà una dignitosa decadenza dei luoghi oggetto del contendere. In pratica, il welfare sarà trasformato in una metodologia di cura che accompagnerà i Paesi d’entroterra sulla via del tramonto. Saranno fornite terapie e assistenze, ma sarà conclamata l’incapacità di strutturare opportunità e speranza.

Il nuovo PSNAI non è portatore di strategie risolutive: emette una sentenza che assevera l’inettitudine di un intero Establishment istituzionale a fornire risposte e soluzioni.

La condizione delle aree interne Alto Jonio e Sila-Greca/Marchesato: storia di una morte annunciata

Tutto il vasto ambito compreso tra le valli del Ferro, del Trionto, del Neto e del Tacina, si prepara a vivere tempi difficili. L’ambiente in questione, nel quale ricadono 2 ambiti d’area interna già compresi nel PSNAI e che annovera circa 30 realtà urbano-rurali complessive, si appresta a imbastire il proprio corredo funebre.

Una popolazione di circa 150mila abitanti, direttamente afferente ai quadranti geografici sibarita e crotoniate e gravitante sulle città di Corigliano-Rossano e Crotone, sarà lasciata a un destino crudele. Servizi, già oggi al lumicino, che diventeranno ancora più insufficienti con il passare del tempo. Non si pianificherà più. Non si tenterà di costruire percorsi per uscire dal baratro. Piuttosto, si guideranno detti contesti alla decrescita controllata. Un messaggio devastante che porterà la già risicata popolazione residente ad abbandonare le richiamate Comunità ancor prima che Dio decida per le loro sorti. Soprattutto, la consapevolezza che non fiorirà nuova linfa a rivitalizzare e rendere produttivi tali territori.

Penso a centri periferici e ultraperiferici come Campana, Bocchigliero, Longobucco, Savelli, Verzino. Ma anche Pallagorio, Umbriatico e Santa Severina. Così come Plataci, Alessandria del Carretto, Castroregio, Nocara e Canna. Ebbene, per le già citate e per tante altre Località, a fianco la dignità, finirà anche la speranza. Mi chiedo, a questo punto, a cosa serva tenere in piedi Istituzioni politiche se il destino di questi Centri sembra sia irreversibilmente segnato. Tanto vale investire in Commissari di Governo, che assolvano appieno il compito loro affidato: celebrare riti funerari per Paesi e Borghi disconosciuti dallo Stato.

Necessarie azioni congiunte e sensazionali da parte degli Amministratori

I sindaci dovrebbero alzare la voce: rappresentare le istanze delle relative Popolazioni e far valere i loro diritti di cittadinanza. Non è pensabile che, a fronte di una notizia del genere, tranne qualche composto dissenso a mezzo social, nessuno abbia avviato la benché minima azione dimostrativa per rispedire al mittente romano tale sciagurata ipotesi. Una soluzione, tra l’altro, che fa a pugni con azioni governative volte a favorire processi di unioni e fusioni delle Comunità al fine di ricreare servizi comuni e condivisi. Salvo poi, lasciar presagire che il termine servizio sparirà dalle prerogative di chi vive le Località d’area interna.

L’utilizzo, nell’attuazione del piano, da parte dello Stato, di criteri tecnici, tempi di percorrenza, densità, indicatori statistici che ignorano la realtà sociale e culturale dei luoghi, è un’offesa ai diritti universali costituzionalmente garantiti. Si dimentica, in verità, che molte fragilità, oggi imputate a Centri montani, sono state indotte da sconsiderate scelte politiche di tipo aziendalista e da tagli strutturali operati dai Governi della Seconda Repubblica.

La vitalità dei Borghi non può essere misurata solo con i numeri registrati alle rispettive anagrafi. Le implicazioni economiche sono enormi. Questa iattura annunciata genererà una polarizzazione tra grandi Città sempre più affollate e contesti marginali che diventeranno lande desolate.

Eppure, le opportunità per disegnare un futuro promettente non mancherebbero. Energie rinnovabili, difesa idrogeologica, agricoltura sostenibile e turismo lento sono solo alcuni dei settori su cui si potrebbe intervenire per cambiare la narrazione delle aree interne. Per declinare una rinnovata prospettiva di sviluppo e di crescita.

Non serve compassione. Sono necessarie giustizia e visione. Ancora, strumenti e possibilità. Ma per farlo, lo Stato, deve fornire investimenti e infrastrutture materiali e immateriali; non assistenzialismi spicci. Il nuovo PSNAI, purtroppo, ignora quanto poc’anzi dichiarato. Necessità, allora, una presa di coscienza da parte di tutti quegli Amministratori interessati a difendere con i denti le rispettive Comunità.

I sindaci smettano di essere burocrati. Inizino, piuttosto, a inverare realmente il ruolo che ricoprono per lo status rivestito nei rispettivi sistemi sociali. Le aree interne non rappresentano un problema da contenere. Piuttosto, sono scrigni d’opportunità da liberare dal tanfo del centralismo che ha asfissiato i territori negli ultimi 30 anni. C’è bisogno di coesione amministrativa, istituzionale e interdisciplinare. È necessario ritornare a fare politica, ma per davvero. Al bando i tentativi dello Stato centrale volti alla rassegnazione, alla dimenticanza, all’oblio e all’antistoria. (dm)

[Domenico Mazza, Comitato Magna Graecia]

LA CALABRIA IN 30 ANNI TRA MIGRAZIONE
SPOPOLAMENTO E GELO DEMOGRAFICO

di GIUSEPPE DE BARTOLOLa storia demografica della Calabria è stata segnata da fasi ben distinte. Regione scarsamente popolata fino ai primi dell’800, con l’Unità conosce una dinamica naturale positiva, temperata, tra la fine dell’800 e l’inizio della Prima guerra mondiale, dal grande esodo migratorio.

Questo esodo, interrotto nel ventennio fascista, prosegue con rinnovata, ma più ridotta intensità, fino agli anni ’70 del secolo scorso, epoca in cui termina la parabola dell’emigrazione italiana.

In seguito, anche se con cadenze e intensità differenti da regione a regione, l’Italia da Paese di emigrazione diventa luogo di accoglienza di flussi migratori via via più consistenti. Negli ultimi trent’anni, la potenzialità demografica della Calabria ha conosciuto un forte rallentamento per effetto della lenta ma costante riduzione delle componenti naturali della sua popolazione, natalità e mortalità, che hanno completato quella che viene chiamata la “Transizione Demografica”.

Nel contempo si sono affacciati nuovi processi di redistribuzione della popolazione, continui nel tempo ed estesi nello spazio. Terminata l’emigrazione tradizionale, è via via cresciuto però il numero dei giovani istruiti che emigrano dalla Calabria, conseguenza diretta della crisi economica. Tutti questi accadimenti ci consegnano oggi una regione profondamente segnata da denatalità, spopolamento, nuova emigrazione e immigrazione straniera.

Sin dalla fine degli anni ’70 del secolo scorso la propensione della donna a procreare (fecondità osservata) si è ridotta in tutte le regioni italiane, anche se in modo più o meno marcato, fino a scendere in ciascuna di esse al di sotto del livello di sostituzione delle generazioni di 2,1 figli per donna feconda. Si sono modificate anche le caratteristiche strutturali del comportamento riproduttivo, quali l’ordine e la cadenza delle nascite.

Questi cambiamenti hanno prodotto la contrazione del numero di nascite in tutte le regioni italiane, scese nel complesso del Paese sotto la soglia psicologica delle 400 mila unità. In Calabria, più in particolare, negli ultimi trent’anni le nascite sono diminuite del 28% e della medesima percentuale sono aumentati invece i decessi. L’effetto congiunto delle dinamiche naturali e migratorie ha fatto si che la popolazione calabrese sia diminuita progressivamente nel tempo: nel 1995 era di 2.064.738 abitanti, nel 2001 di 2.009.623 abitanti, al 1/1/2025 di 1.832.147 con una riduzione dell’11,3% nell’ultimo trentennio.

Un tratto che oggi caratterizza il territorio calabrese è lo spopolamento, definito come una sintesi delle conseguenze demografiche, economiche, sociali, culturali e psicologiche che si osservano in una popolazione a seguito dell’alterazione della sua struttura per età, sinteticamente rappresentata dalla forma quasi rovesciata della piramide della popolazione che per la Calabria del 2024 abbiamo qui di seguito riportato. La popolazione in età giovanile diminuisce per effetto della riduzione del numero delle nascite; quella anziana invece cresce  grazie all’aumento dell’aspettativa di vita che negli ultimi trent’anni ha superato la soglia degli 80 anni (nel 1995 era di 77, 8 anni; nel 2024 di 82,3 anni). Ciò nonostante, si osserva un costante aumento del suo divario rispetto al valor medio italiano che oggi è di 83,4 anni; sintomo evidente del peggioramento del livello del servizio socio sanitario calabrese.

Lo spopolamento, pur presente su tutto il territorio regionale, segnato da denatalità e emigrazione giovanile, ha interessato soprattutto le zone interne e montane. A questo fenomeno, rilevante per le sue conseguenze negative, come lo svuotamento di interi centri abitati, lo sperpero di risorse umane e economiche, la perdita di un grande patrimonio culturale e ambientale, fino ad oggi è stata data poca importanza, e comunque è mancato un disegno integrato per contrastarne gli effetti negativi.

Conseguenza delle dinamiche prima descritte è stato il progressivo invecchiamento della popolazione, misurato dal rapporto vecchi/giovanissimi. Più in particolare, dal 1995 al 2025 il numero dei vecchi per 100 giovanissimi è aumentato da 75,5% a 196,2% con differenze molto marcate tra centri più urbanizzati e piccoli comuni. In questi ultimi si osservano infatti indici di vecchiaia elevatissimi: solo per fare qualche esempio ricordiamo che ad Alessandra del Carretto e a Castroregio in provincia di Cosenza oggi convivono rispettivamente 988 vecchi per 100 giovanissimi e 667 vecchi per 100 giovanissimi; a San Nicola dell’Alto in provincia di Crotone questo rapporto è di 620 vecchi per 100 giovanissimi.

L’invecchiamento demografico ha conseguenze potenzialmente molto negative, in particolare in una regione come la Calabria, caratterizzata in passato da un intenso esodo e da scarsi flussi migratori in entrata, per cui essa può essere considerata a ragion veduta un chiaro esempio di come la recente evoluzione dei comportamenti demografici e familiari (e le modificazioni quantitative che ne derivano) rappresentino un forte ostacolo ad un armonico sviluppo del sistema sociale ed economico del suo territorio. Una regione, dunque, a rischio concreto di implosione demografica e sociale se non saranno messi in campo strategie a livello nazionale e locale quanto meno per temperare le forti criticità prima segnalate.

La diminuzione della natalità, oltre alle conseguenze esaminate in precedenza, sta causando la riduzione numerica della popolazione giovanile: i giovani stanno divenendo sempre di più una risorsa rara. Di contro, l’aumento continuo della sopravvivenza sta gonfiando a dismisura le classi di età più elevate. Ricordiamo che questi trend demografici non rappresentano una prerogativa della popolazione italiana, ma sono un tratto comune a molti Paesi sviluppati. In Italia, però, questi accadimenti si caratterizzano per la forte intensità e velocità, provocando un intenso “inverno demografico”, che si avvia a divenire molto “severo” con conseguenze sociali ed economiche di grande impatto, per esempio anche sul mercato del lavoro e sul sistema pensionistico, per citarne soltanto due.

Recentemente la CGIA di Mestre in un suo Report ha mostrato, sulla base degli ultimi dati Istat disponibili, gli effetti della natalità sulle età giovanili, e in particolare nella fascia tra i 15 e i 34 anni, che è il segmento in procinto di entrare nel mercato del lavoro o che vi è entrato da poco, evidenziandone il calo nell’ultimo decennio e rimarcando i decrementi differenziali a livello regionale e provinciale. Per l’autorevolezza della fonte, quest’analisi ha avuto una vasta eco nei media, con considerazioni e prese di posizione e proposte a volte estemporanee da parte di commentatori politici, commenti che denotano una scarsa conoscenza dell’impatto delle dinamiche demografiche sulla società mentre, come le esperienze della storia sociale passata e più recente insegnano, far nascere più figli in un paese, e nel nostro in particolare, richiede una politica demografica razionale e molto pervasiva, di non facile implementazione, con corposi investimenti finanziari di lungo periodo che vadano a incidere in modo profondo sulla vita delle famiglie, in modo da creare un clima favorevole verso una prole più numerosa; che sappia trasformare l’immigrazione da problema a risorsa strategica.

Politica demografica fino ad oggi da noi del tutto assente, a parte alcuni interventi: semplici “ristori” alle famiglie che hanno già dei figli. Dai dati del Report della CGIA si coglie ancora che le regioni del Mezzogiorno negli ultimi dieci anni hanno occupato le prime posizioni nella graduatoria delle regioni italiane per diminuzione della popolazione giovanile (15-34 anni), con riduzioni che vanno da -19,9% della Sardegna a -19.0 della Calabria, che è il valore negativo più elevato del Mezzogiorno dopo la Sardegna, e via via fino ad giungere al -12,7% della Campania, a fronte di un calo medio dell’Italia di -7,4%. Ricordiamo che, sempre nello stesso periodo, il calo della numerosità della fascia giovanile nelle altre ripartizioni italiane è stato molto contenuto: Nord- Ovest -1,0%; Nord-Est -0,5%; Centro -6,6%.

Gli effetti della denatalità sulle popolazioni giovanili del Mezzogiorno si associano a livelli di disoccupazione molto elevati. Ricordiamo che nel 2022 i tassi di disoccupazione giovanile (15-24 anni di età) di queste regioni sono i più alti d’Italia: Sicilia 43,2%, Campania 42,6%, Calabria 34,8%, Puglia 32,0%, Molise 30,8%, Sardegna 27,4%, Basilicata 25,1%, Abruzzo  23,8%, valor medio Italia 23,7%. Secondo le previsioni Istat, ipotesi mediana, nel 2030 la popolazione complessiva della Calabria dovrebbe ridursi a 1.755.756, nel 2040 a 1.646.306, nel 2050 a 1.516.652 e addirittura a 1.236.168 abitanti nel 2070. Sulla base di queste previsioni la fascia dei giovani calabresi conoscerà una ulteriore e continua diminuzione, passando da 395.436 giovani del 2023 a 267.758 nel 2050 (-32,3%): una risorsa dunque sempre più rara ma nel contempo sempre più fragile.

Questi dati, insieme con gli alti tassi di abbandono scolastico e livelli educativi bassi osservati, marcano un’area del Paese, e la Calabria in particolare, con un grave disagio sociale che sarà ancora più acuto se andrà in porto l’autonomia differenziata, che costringerà le giovani generazioni del Mezzogiorno a emigrare verso le aree più ricche del Paese, dove avranno la possibilità di trovare più facilmente un lavoro e salari più elevati. Coloro i quali resteranno andranno verosimilmente incontro ad una vita lavorativa precaria e frammentata, destinata a concludersi,”, con una pensione molto prossima a quella sociale, stante il sistema pensionistico attuale del “retributivo puro.

In epoca recente la mobilità degli italiani è cresciuta notevolmente. Questo aspetto si coglie chiaramente dalle statistiche dell’Aire – l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero. Infatti, negli ultimi diciotto anni il numero degli iscritti all’Aire è raddoppiato, passando da 3 milioni 106 mila del 2006 a 6 milioni 134 mila nel 2023. Ciò è da attribuire, oltre all’accresciuta mobilità degli italiani, anche alla maggiore consapevolezza che l’iscrizione all’Aire è il requisito essenziale per poter usufruire di tutta una serie di servizi forniti dalle rappresentanze consolari.

L’esame degli espatri degli anni più recenti, oltre a confermare che la gran parte di essi riguarda i giovani e i giovani adulti, fa emergere anche un aspetto nuovo, e cioè l’aumento degli espatri nell’età adulta (classe 50-64, incremento del 21,0%), ma soprattutto quello dei pensionati (classe 65 e oltre, incremento del 43,4%), fenomeno, quest’ultimo, ancora tutto da analizzare. Da questa fonte, anche se lacunosa ma comunque importante, si coglie anche quanto sia consistente la comunità dei calabresi all’estero, conseguenza in parte della sua storia passata ma anche della nuova mobilità: nel 2023 è la Sicilia ad avere la popolazione residente all’estero più numerosa, 815 mila iscritti all’Aire, seguono Lombardia con 611 mila iscritti, Campania con 549 mila, Veneto con 526 mila, Lazio con 502 mila e la Calabria con 441 mila iscritti, che risulta altresì una delle prime regioni per incidenza rispetto alla popolazione residente (24%). Dunque, un patrimonio di persone molti dei quali possiedono un livello di istruzione elevato; importante oltre che dal punto di vista numerico anche sociale ed economico; una comunità fortemente legata alla terra di origine dalla quale si aspetta attenzione e considerazione.

Da regione di emigrazione a regione di immigrazione e di accoglienza. Sono questi anche altri due tratti importanti che si colgono da uno sguardo alla Calabria degli ultimi decenni. Ricordiamo che al censimento del 2023 la popolazione residente straniera in Calabria è risultata essere 99.097 su una popolazione di 1.838.568 (incidenza 5,4%; valor medio italiano 8,8%). Ricordiamo ancora che a fine 2023 sono stati oltre 6 mila i presenti nelle strutture di accoglienza regionali e che la Calabria si colloca al decimo posto per  numero di persone accolte.

Questo fenomeno, pur ancora poco rilevante sia numericamente sia per incidenza sulla popolazione residente è comunque in crescita e sta trasformando sempre di più la nostra regione in una società multi etnica e multi culturale, facendo emergere è vero nuovi problemi, come quelli connessi per esempio all’integrazione, pur tuttavia non dobbiamo dimenticare gli indubbi apporti postivi dei lavoratori immigrati al settore agricolo, a quello dell’edilizia, all’assistenza familiare e il loro contributo alla crescita del Pil regionale. (gdb)

[Giuseppe De Bartolo, già ordinario di Demografia Università della Calabria]

LA CALABRIA E I 30 ANNI DI SFIDE TRA
CRESCITA, LAVORO E SPOPOLAMENTO

di FRANCESCO AIELLO – La popolazione residente in Calabria si è ridotta da 2.063.300 unità nel 1995 a 1.850.366 nel 2023, pari a una flessione del 10,3%. A fronte di una sostanziale stabilità della popolazione nazionale (+3,8% rispetto al 1995), e di una crescita nel Centro-Nord (+8,1%), il Mezzogiorno mostra una tendenza negativa (-3,8%). Questi dati testimoniano un progressivo svuotamento della Calabria, con impatti potenzialmente strutturali su offerta di lavoro, domanda interna e tenuta del sistema territoriale.

L’andamento temporale mostra che il declino demografico in Calabria è continuo e privo di fasi di stabilizzazione significative. Già nel 2000 l’indice scende sotto soglia 99, accelerando tra il 2003 e il 2005 e, in misura ancora più marcata, dal 2014 in poi. Tra il 2014 e il 2023 si registra un calo di quasi 6 punti percentuali (da circa 95 a meno di 90), segno di un intenso processo di spopolamento. Particolarmente rilevante è la discontinuità post-2015, periodo in cui la popolazione del Centro-Nord raggiunge il picco massimo (circa 113 nel 2017), mentre quella calabrese prosegue nella discesa senza soluzione di continuità. A partire dal 2020, anche l’Italia nel suo complesso inverte il trend, pur restando ben distante dalla dinamica negativa del Mezzogiorno e, ancor più, della Calabria.

In sintesi, il dato calabrese si caratterizza per una dinamica divergente non solo rispetto al Centro-Nord, ma anche rispetto al resto del Mezzogiorno, configurandosi come una delle regioni a maggiore contrazione demografica strutturale dell’intero Paese.

Valore aggiunto aggregato

Espresso a prezzi costanti 2015, il valore aggiunto della Calabria registra un incremento da 28,6 miliardi di euro nel 1995 a 29 miliardi nel 2023 (+1,7%). Si tratta di una crescita risibile, soprattutto se confrontata con l’aumento osservato a livello nazionale (+21%), nel Mezzogiorno (+8,7%) e, in misura ancora più marcata, nel Centro-Nord (+25%). Questo divario evidenzia la bassa capacità del sistema produttivo regionale di generare espansione economica nel lungo periodo, anche in fasi di relativa stabilità macroeconomica.

L’evoluzione temporale, riportata in Figura 2, consente di cogliere con maggiore dettaglio la dinamica delle singole macro-aree in diversi periodi temporali. Nella prima fase (1995–2007), la Calabria mostra una crescita in linea con le altre aree: nel 2007 l’indice supera quota 115, poco al di sotto della media nazionale. Tuttavia, la crisi del 2008–2009 rappresenta un primo punto di criticità: mentre il Centro-Nord recupera rapidamente (superando quota 120 già nel 2010), la Calabria entra in una fase di stagnazione e poi di lento declino. Il secondo momento di frattura si osserva a partire dal 2012: mentre l’Italia e il Centro-Nord riprendono gradualmente a crescere, la Calabria e l’intero Mezzogiorno seguono una traiettoria divergente. Il valore aggiunto della Calabria si contrae quasi ininterrottamente fino al 2020, anno della pandemia, in cui tocca il minimo relativo (circa 87). In nessun’altra area del Paese si osserva una caduta così profonda. La ripresa successiva, pur visibile, è più contenuta: nel 2023 l’indice calabrese è ancora al di sotto del livello del 2007 e poco al di sopra del valore del 1995.

La Figura 2 segnala la fragilità della struttura produttiva regionale, incapace di resistere agli shock esogeni (2008, 2012, 2020) e poco reattiva nelle fasi di espansione. In questo contesto, la distanza accumulata rispetto al Centro-Nord e al dato nazionale assume una valenza strutturale, non più solo congiunturale.

Produttività del lavoro

Alla debolezza dell’espansione del valore aggiunto aggregato si affianca una dinamica altrettanto contenuta della produttività del lavoro. Misurata come valore aggiunto per occupato a prezzi costanti 2015, indica non solo che l’Italia è un paese a bassa crescita, ma anche che i divari territoriali di sviluppo rimangono ampi senza mostrare alcun significativo segnale di convergenza.

Nel 2023, la produttività del lavoro in Calabria è pari a 55.882 euro, a fronte dei 75.071 euro del Centro-Nord, dei 58.854 euro del Mezzogiorno e dei 70.786 euro della media nazionale. Il divario con il Centro-Nord resta ampio: nel 1995 la produttività calabrese era pari al 73,2% di quella settentrionale; nel 2023 è al 74,4%. Dunque, nessuna vera convergenza si è realizzata: i ritardi rimangono pressoché invariati. Un secondo elemento rilevante è la debole crescita della produttività del lavoro. Sebbene l’incremento percentuale cumulato nel periodo 1995–2023 sia positivo (es. +9,2% in Calabria, +6,1% nel Centro-Nord), il tasso medio annuo composto segnala la presenza di stagnazione: Calabria: +0,31% annuo; Centro-Nord: +0,25% annuo; Mezzogiorno: +0,22% annuo; Italia: +0,26% annuo.

L’Italia si conferma un sistema a bassa crescita della produttività, con effetti sistemici sull’economia nazionale. La Calabria, pur mostrando un tasso annuo medio leggermente superiore alla media nazionale, lo fa partendo da livelli molto più bassi, senza riuscire a ridurre significativamente i divari.

Tra il 2015 e il 2020, la produttività del lavoro in Calabria mostra una tendenza regressiva, passando da un massimo di 58.493 euro a un minimo di 52.743 euro. Questo calo, pari a circa il 10% in cinque anni, segnala un arretramento significativo anche prima dell’impatto pandemico, che nel 2020 ha ulteriormente aggravato la situazione. Solo a partire dal 2021 si registra una parziale ripresa, ma i livelli del 2023 restano inferiori a quelli del 2015, a conferma di una traiettoria debole e discontinua. I dati nazionali mostrano un andamento simile, ma con livelli più elevati e recuperi più rapidi. In altri termini, le fluttuazioni della produttività calabrese riflettono una struttura economica esposta a shock esterni, con bassa capacità di adattamento e scarsa resilienza, anche rispetto al resto del Mezzogiorno.

La Figura 4 mostra per la Calabria l’andamento della produttività del lavoro, degli occupati e del valore aggiunto aggregato (1995=100).

L’aumento della produttività è in larga parte il risultato di una dinamica occupazionale negativa: la contrazione degli occupati ha determinato un incremento meccanico dell’output per addetto, senza un corrispondente rafforzamento del valore aggiunto aggregato. Ciò suggerisce una produttività “per difetto”, indotta dalla riduzione dell’input lavoro, e non “per merito”, ovvero sostenuta da investimenti, innovazione o riorganizzazione produttiva. Fenomeni analoghi si osservano tra il 2008 e il 2014 e tra il 2016 e il 2019: in entrambi i periodi, la produttività si mantiene elevata o stabile a fronte di un calo significativo degli occupati e di un valore aggiunto debole. Solo nel biennio 2021–2023 si osserva una ripresa congiunta di occupazione e valore aggiunto, ma su livelli ancora inferiori a quelli precedenti la crisi del 2008. In questo contesto, il sistema economico calabrese appare poco reattivo, strutturalmente debole e vulnerabile agli shock.

Il confronto con il Centro-Nord rafforza questa interpretazione. In Calabria, l’aumento della produttività del lavoro si realizza in concomitanza con un marcato calo degli occupati, soprattutto tra il 2008 e il 2014, segnalando un effetto composizione. Nel Centro-Nord, invece, la produttività del lavoro presenta una dinamica più stabile, senza crescite spurie legate a riduzioni dell’input lavoro. Qui, sia l’occupazione che il valore aggiunto aggregato mostrano un’evoluzione più equilibrata, con una crescita robusta prima del 2008, un rallentamento contenuto durante le crisi, e una ripresa sostenuta nel decennio successivo. In sintesi, mentre in Calabria la produttività cresce “per sottrazione”, nel Centro-Nord è più coerente con un’espansione reale dell’attività economica, sostenuta da investimenti, innovazione e maggiore resilienza strutturale.

Pil pro capite

Il Pil pro capite è la sintesi delle contrastanti dinamiche demografiche e della capacità di creare ricchezza aggregata. Nel 2023, il reddito per abitante (a prezzi 2015) in Calabria si attesta a 17.235 euro, in crescita rispetto ai 15.435 euro del 1995 (+11,7%). Un aumento miù basso di quello osservato nel Centro-Nord, dove il PIL pro capite è passato da 31.250 a 35.629 euro nello stesso periodo (+14%). Il Mezzogiorno, nel suo complesso, registra un incremento simile a quello calabrese, passando da 17.814 a 19.824 euro (+11,3%), ma mantiene un livello di reddito più elevato.

Nel confronto nazionale, il gap rimane ampio e persistente: il Pil pro capite italiano cresce da 26.376 a 30.320 euro (+14,9%), ampliando la distanza relativa tra il Sud e il resto del Paese. Per avere un’idea dei divari territoriali di sviluppo, basti pensare che nel 1995 il Pil pro capite in Calabria rappresentava il 58,5% di quello del Centro-Nord; nel 2023 tale rapporto scende al 48,4%. Questa dinamica segnala un progressivo peggioramento del posizionamento relativo della regione nel quadro nazionale. In altri termini, in 30 anni i divari regionali di sviluppo sono aumentati piuttosto che ridursi.

I dati indicano che tra il 1995 e il 2007 la Calabria conosce una fase di moderata espansione, raggiungendo un massimo vicino ai 18.000 euro, ma dal 2008 in poi il trend si appiattisce. In particolare, tra il 2010 e il 2019 il PIL pro capite si stabilizza poco sopra i 16.500–17.000 euro, mentre il Centro-Nord si mantiene stabilmente oltre i 34.000 euro. La caduta del 2020, indotta dalla pandemia, porta il PIL pro capite calabrese sotto quota 16.000 euro, per poi risalire molto lentamente negli anni successivi.

Alcune conclusioni

L’analisi dei dati tra il 1995 e il 2023 restituisce un’immagine coerente e preoccupante della distanza crescente tra la Calabria e il Centro-Nord. Il declino demografico si accompagna a una stagnazione della capacità produttiva, una crescita debole della produttività del lavoro e un livello di reddito pro capite che, in termini relativi, arretra ulteriormente. I dati segnalano che il dualismo territoriale italiano non solo persiste, ma si aggrava.

Questa evidenza conferma sia che la regione non ha beneficiato in modo significativo delle fasi di crescita nazionale sia che gli shock macroeconomici colpiscono più duramente le aree strutturalmente deboli, che stentano nelle fasi di recupero. In tale contesto, la bassa ricchezza disponibile per abitante non è solo la risultante di una combinazione sfavorevole di crescita, produttività e demografia, ma è anche un fattore che alimenta un circolo vizioso: ostacola gli investimenti, frena i consumi, e contribuisce alla fuoriuscita di capitale umano, soprattutto giovanile. Qualunque strategia di riequilibrio territoriale dovrà necessariamente affrontare in modo sistemico queste fragilità strutturali. Ne deriva la necessità di politiche territoriali integrate, orientate a rafforzare capacità produttiva, coesione demografica e qualità del lavoro. (fa)

[Courtesy OpenCalabria]

[Francesco Aiello è direttore del Dipartimento di Economia, Statistica e Finanza “Giovanni Anania” dell’Università della Calabria]

NEI BORGHI DEL SUD E DELLA CALABRIA
LO SPOPOLAMENTO È «IRREVERSIBILE»

Centinaia di borghi e paesi delle aree interne italiane, in particolare del Mezzogiorno, sono destinati a scomparire. Lo dice esplicitamente il Piano strategico nazionale per le aree interne (Psnai), firmato dal ministro per le Politiche di coesione, Tommaso Foti. Il fenomeno dello spopolamento viene descritto come ormai inarrestabile in molte zone e, per la prima volta, viene previsto un “accompagnamento” nel declino.

«La popolazione può crescere solo in alcune grandi città e in specifiche località particolarmente attrattive», si legge nel documento. Dove ciò non è possibile, l’obiettivo è «l’accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile».

Un passo indietro rispetto agli intendimenti sempre manifestati dalla destra, che ha sempre proclamato di voler difendere l’identità dei territori, i piccoli comuni, i borghi storici. Foti, invece, chiarisce che per alcuni non c’è nulla da fare.

Aree interne senza prospettiva: la resa del piano Foti

È l’Obiettivo 4 quello più drammatico. In questo segmento di analisi il piano ministeriale prende atto di una realtà già compromessa: «Un numero non trascurabile di aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività», si legge ancora.

Per queste aree, prosegue il testo, «non possono porsi obiettivi di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse» e «hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitosoper chi ancora vi abita».

Il Mezzogiorno paga il prezzo più alto

Il problema riguarda tutto il Paese ma colpisce soprattutto il Sud. Le aree interne del Mezzogiorno, già fragili, risultano le più colpite da emigrazione, crisi dei servizi e mancanza di opportunità. Le conseguenze si ripercuotono ovviamente anche sulla Calabria, dove la rinascita dei borghi è una parola d’ordine da anni (forse decenni) ma, davanti alla cruda realtà dei dati, dovrà tramontare, per lo meno nei piccoli comuni in condizioni più disperate.

«Al Sud quattro comuni su cinque perdono 35mila abitanti», ha detto lo stesso Foti in un’audizione parlamentare, confermando di fatto la geografia dello squilibrio demografico.

Alcuni borghi verranno “salvati”, ma secondo una logica selettiva: solo quelli con concrete possibilità di rilancio riceveranno risorse, con investimenti mirati su trasporti, sanità e servizi essenziali.

Il Pd all’attacco: «Condannati alla resa»

Dall’altro lato della barricata ci sono le opposizioni. E soprattutto il Pd che, negli ultimi anni, ha puntato molte iniziative proprio sulle aree interne. «Il governo getta la spugna e condanna questi territori alla resa. Ringraziamo il ministro Foti per averci dato ragione», ha dichiarato a Domani il deputato del Partito Democratico Marco Sarracino.

Il Pd prepara una proposta di legge per contrastare lo spopolamentoe intende avviare un tour nelle aree a rischio, per rilanciare la questione politica del riequilibrio territoriale.

Tanti fondi, ma strategia al ribasso

Nel documento, che conta 164 pagine, il governo annuncia anche una revisione della governance: sarà istituita una nuova cabina di regia con funzioni di coordinamento e supporto tecnico, sotto la supervisione del Dipartimento guidato da Foti.

Ma la linea di fondo appare rinunciataria. Una scelta sorprendente se si considera la dotazione disponibile: ai 600 milioni previsti dal Pnrr per le aree interne, si sommano altri 400 milioni provenienti da fondi europei già stanziati.

Risorse ampie, dunque, ma le linee guida del Governo vanno verso una gestione che rinuncia a invertire la rotta in ampie porzioni del territorio nazionale. Per molte aree interne, il declino sarà semplicemente “accompagnato”. È un fenomeno «irreversibile». (ppp)

[Courtesy LaCNews24]