di Antonietta Maria Strati – Dimenticanza voluta, o colpevole “distrazione”? I Giochi Olimpici e paralimpici di Milano-Cortina 2026 sono iniziati, ma della Calabria, terra in cui sono nate le mascotte Tina e Milo, nemmeno l’ombra. I due fratellini sono nati dall’idea degli studenti dell’Istituto Comprensivo “Costantino Mustari” di Taverna, vincendo su 1.600 proposte da tutta Italia. Un traguardo che ha inorgoglito la Calabria, ma che, purtroppo, si esaurisce lì. Gli studenti di Taverna, infatti, non sono stati invitati alla cerimonia d’apertura dei Giochi a Milano e, cosa peggiore, non viene mai fatta menzione che le due mascotte – che rallegrano i partecipanti e gli atleti durante le partite – sono e “parlano” calabrese. Eppure, le occasioni sono state tante. Basti pensare che, alla cerimonia di premiazione, oltre alla medaglia viene consegnato anche il peluche di Tina (l’ermellino bianco). Quanto costava ai cronisti ricordare le loro origini e riconoscere l’impegno degli studenti di Taverna? Probabilmente troppo, dato che siamo al quarto giorno di olimpiadi e la Calabria sembra essere la figlia di cui ci si vergogna e di cui non si parla mai. Eppure, i Giochi Olimpici parlano ampiamente calabrese: la giovane badolatese Giovanna Gallelli ha prestato la sua voce per il video che ha anticipato l’entrata delle squadre olimpiche durante la cerimonia di apertura. Nessuno ne ha parlato, né citato l’artista calabrese. Dimenticanza, o un’ennesimo caso in cui la Calabria viene lasciata ai margini? (ams)
Salvini a Bova e Melito: i soldi per la ricostruzione ci sono, intervenire subito
Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, ha fatto un sopralluogo a Bova Marina e Melito Porto Salvo, le zone più colpite dal ciclone Harry.
Presenti, al punto stampa in via Marina di Melito Porto Salvo, il sindaco Tito Nastasi, il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto, la Prefetta di Reggio Calabria, dott.ssa Clara Vaccaro, e la senatrice della Lega, Tilde Minasi, oltre ad altri esponenti del partito.
Al centro dell’intervento, la necessità di ridurre i tempi della burocrazia per consentire un utilizzo rapido delle risorse già disponibili e l’impegno del Governo a intervenire senza sottrarre fondi a Calabria e Sicilia.
Salvini ha chiarito che il nodo principale non è la mancanza di risorse, ma la capacità di spenderle in tempi rapidi. I primi 100 milioni di euro per l’emergenza, ha ricordato, sono già stati stanziati e vengono utilizzati dai sindaci per le urgenze immediate, come il ripristino di acqua, luce, gas e fognature e il rientro delle famiglie nelle abitazioni.
Tra le priorità indicate dal ministro figurano la protezione dei lidi, la realizzazione dei frangiflutti, l’estensione delle spiagge e la pulizia dei torrenti a monte, spesso all’origine dei danni che si riversano poi sulla costa. In questo contesto ha sottolineato la necessità di norme speciali e poteri in deroga per il commissario, soprattutto in presenza di piani spiaggia ormai superati.
Rispondendo alle domande sulle risorse, Salvini ha escluso l’ipotesi di sottrarre fondi alle grandi opere già programmate, come il Ponte sullo Stretto, ribadendo che uno Stato come l’Italia può intervenire sull’emergenza e portare avanti allo stesso tempo infrastrutture strategiche.Quanto alla stima complessiva dei danni, il ministro ha parlato di una cifra che non sarà inferiore a un miliardo di euro, assicurando che il Governo interverrà sulla base delle quantificazioni che arriveranno dai Comuni. Ha inoltre richiamato il recente decreto PNRR che prevede un ulteriore miliardo di euro per acqua, fognature e acquedotti, oltre agli oltre 90 milioni già stanziati da Anas e Ferrovie dello Stato per strade e linee ferroviarie.Salvini ha infine evidenziato le difficoltà operative dei Comuni, spesso legate alla carenza di personale tecnico, invitando a lavorare insieme senza polemiche politiche per affrontare l’emergenza. Nel corso dell’incontro ha fatto riferimento anche ai principali dossier infrastrutturali calabresi, dalla Statale 106 all’alta velocità ferroviaria fino a Reggio Calabria.Il sindaco f.f. della Metrocity RC, Carmelo Versace, ha consegnato a Salvini «un dossier che raccoglie tutta la documentazione, prodotta dal 2022 ad oggi e che rappresenta un quadro della situazione abbastanza drammatico della nostra Città metropolitana. Adesso è il momento però del fare, non soltanto quello di gestire l’emergenza, va pianificato il futuro».
«Servono delle risorse certe – ha concluso – le deroghe importanti per la Città metropolitana e per i nostri sindaci se vogliamo evitare che succeda nuovamente quello che abbiamo visto negli ultimi giorni. Oggi più che mai abbiamo un’opportunità, da questa grave tragedia ambientale è il momento di ripartire e programmare, tutti insieme, superando ogni bandiera politica che ognuno di noi ricopre».
Per la senatrice Minasi, «la visita del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini oggi a Bova Marina e Melito di Porto Salvo, nei luoghi colpiti dal ciclone “Harry”, è un segnale concreto di attenzione e responsabilità istituzionale. La sua presenza sul territorio, accanto ai sindaci e alle comunità colpite, dimostra che lo Stato c’è e segue da vicino l’emergenza e per questo lo ringrazio vivamente, come ringrazio anche gli altri rappresentanti istituzionali che hanno partecipato».
«È stata una grande tristezza – ha proseguito Minasi – vedere di persona l’entità dei danni, ma proprio per questo la presenza del Ministro Salvini è importante, perché in emergenze come questa la rapidità è tutto. Non basta annunciare risorse, bisogna mettere i Comuni nelle condizioni di spendere subito. È l’appello serio e unanime che arriva dagli Amministratori locali: procedure snelle, passaggi ridotti, interventi accelerati. Se la burocrazia rallenta, a pagare sono cittadini e imprese».
«Come il Ministro Salvini ha ribadito durante il sopralluogo – ha detto – in Consiglio dei ministri sono stati stanziati i primi 100 milioni di euro: un primo ristoro in emergenza, destinato agli interventi di somma urgenza. È un avvio necessario, ma non basta: ora serve correre, tagliare i tempi e dare ai Comuni strumenti rapidi per intervenire, mentre si completa la stima complessiva dei danni e si mettono in campo ulteriori risorse».
«Qui la costa – ha concluso – non è soltanto paesaggio. È lavoro, turismo, impresa, reddito per tante famiglie. Non possiamo permetterci che ritardi e tempi lunghi compromettano la stagione estiva. Servono ripristini e messa in sicurezza con la massima rapidità, perché ogni settimana persa rischia di trasformare un’emergenza in una crisi economica che lascia cicatrici durature». (rrc)
Giovanna Russo coordinatore nazionale garanti dei detenuti
di PINO NANO – Ci sono incarichi che, per natura, non cercano riflettori. Eppure cambiano la realtà delle cose. Il Garante regionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale è uno di questi quando a ricoprirlo ci sono persone che del ruolo ne hanno fatto una missione per senso del dovere. Una funzione di “frontiera”, dove istituzioni, fragilità, sicurezza e dignità umana si prendono per mano e si toccano ogni giorno.
In Calabria, dal 21 gennaio 2025, questo presidio è affidato all’avv. Giovanna Francesca Russo e dal 23 dicembre 2025 è Lei a ricoprire il ruolo di Coordinatore nazionale del Forum dei Garanti regionali in seno alla Conferenza nazionale.
«Leggo questa elezione e ricevo questo incarico con grande senso di responsabilità e spirito di servizio. Sia chiaro, non è un traguardo personale, ma un risultato di squadra. È un impegno collettivo, rappresentare tutti i colleghi regionali ai quali sono grata per la fiducia accordatami. L’impegno che oggi mi sento di assumere è di lavorare ancora di più perché la tutela dei diritti in ogni luogo di privazione della libertà, sia sempre più concreta, uniforme e misurabile per tutti nessuno escluso. Mai come i
Prima volta per una donna. Prima volta per la Calabria.
È questo suo un incarico di particolare rilievo istituzionale, che per la prima volta viene affidato a una donna e, contestualmente, per la prima volta la guida del Forum nazionale è toccata alla Calabria. Dall’elezione del 23 dicembre scorso, l’avvocato Giovanna Russo, succede dunque a Bruno Mellano ex Garante delle persone private della libertà personale della Regione Piemonte.
L’elezione dell’Avv. Russo – questo è il primo commento che cogliamo nei palazzi della politica romana – rappresenta il riconoscimento del lavoro svolto da questa giurista e ricercatrice calabrese, di tutti questi anni nel campo della tutela dei diritti fondamentali delle persone detenute o comunque private della libertà personale e, più in generale, “del valore di una presenza istituzionale competente, rigorosa e dialogante, capace di coniugare fermezza nella tutela dei diritti e collaborazione leale con le amministrazioni competenti”. C’è chi dice: “l’hanno vista arrivare e non l’hanno potuta fermare”.
La sua leadership è di metodo, benché molto selettiva, ama fare squadra. D’altronde ha un lungo percorso di formazione cattolica e un periodo accanto a un padre gesuita che tanti anni fa l’ha orientata al metodo ignaziano: “Prega come se tutto dipendesse da Dio. Lavora come se tutto dipendesse da te”, azione e fiducia.
Avvocato con un percorso professionale orientato alla protezione dei diritti umani e delle garanzie, Giovanna Francesca Russo, ricordo, è stata eletta Garante regionale in Calabria, all’unanimità dal Consiglio regionale nel gennaio 2025, dopo aver maturato un’esperienza significativa anche a livello territoriale come Garante a Reggio Calabria.
La sua nomina ai vertici del Coordinamento Nazionale del forum dei Garanti regionali dei privati della libertà assume anche un valore altamente simbolico e strategico, perché rafforza la centralità della Calabria nei luoghi di rappresentanza istituzionale nazionale e valorizza la leadership femminile in un ambito molto complesso e delicato, dove «competenza giuridica, capacità di ascolto, credibilità e autorevolezza – dice la stessa giurista reggina – sono decisive per costruire soluzioni, prevenire criticità e promuovere un sistema penitenziario più sicuro e umano nel quale la bussola sia sempre la Costituzione».
La traiettoria professionale di Giovanna Francesca Russo ha una coerenza rara: diritti umani, giustizia riparativa, mediazione dei conflitti, tutela dei vulnerabili non come etichette, ma come strumenti operativi.
Prima dell’incarico regionale, la studiosa ha svolto ruoli di garanzia anche a livello locale come Garante comunale per i diritti delle persone private della libertà personale a Reggio Calabria e Garante per i diritti umani nel Comune di Palmi.
Accanto all’esperienza istituzionale, la sua biografia restituisce una figura “di metodo”. Avvocato, Dottore di ricerca, docente e formatrice, impegnata in reti e organismi che lavorano su mediazione e politiche penitenziarie, con un’attenzione particolare alla dimensione europea e comparata. Nessuno ci crederebbe, ma il suo faro oltre a Falcone e Borsellino oggi è don Pino Puglisi, parroco del quartiere Brancaccio, il sacerdote palermitano ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993, in una Palermo segnata da piaghe sociali profonde e dal dominio invisibile, ma onnipresente di Cosa Nostra.
– Se dovessimo chiedere a Giovanna Russo un augurio per questo 2026 appena iniziato cosa ci risponderebbe?
«In questi anni ho incontrato volti, storie, silenzi e attese. Ho visto la forza quotidiana di chi lavora nei reparti, spesso in condizioni difficili e carichi emotivi enormi che badiamo bene non significa debolezza di un Corpo dello Stato, ma peculiarità di una missione non pienamente conosciuta all’esterno. Ho ascoltato l’inquietudine di chi vive la detenzione e si misura ogni giorno con l’assenza, con le distanze, con il peso del tempo, con la paura di non farcela. Ho incrociato lo sguardo di chi cura, di chi educa, di chi orienta, di chi entra da volontario senza clamore e con serietà e un senso alto del servizio. E ho conosciuto anche l’ansia di chi esce: perché uscire non significa automaticamente essere accolti, e la libertà, se non è accompagnata da opportunità e sostegni, rischia di essere solo un’altra forma di solitudine. A tutte e tutti desidero dire: vi vedo. Vi riconosco. E vi ringrazio perché al di là dei ruoli siamo tutti donne e uomini chiamati a fare la nostra piccola parte nel mondo per servire la causa della giustizia».
– Avvocato Russo, la sua funzione è spesso definita “di frontiera”. Cosa significa, concretamente, essere Garante dei detenuti?
«Essere Garante, in Calabria o altrove, significa operare nel punto in cui lo Stato è chiamato a dare prova della sua solidità: nei luoghi della limitazione della libertà, dove diritti, sicurezza e fragilità convivono, anche al limite delle loro tensioni, ogni giorno. È una funzione di presidio della giustizia: ascolto, verifica, intervento, proposta. Non si tratta di “commentare” il carcere, ma di entrarci con competenza, metodo e continuità, dialogando con tutte le istituzioni coinvolte e mantenendo sempre una bussola: la dignità della persona e la legalità delle procedure».
– Lei insiste molto su un concetto, quello di “antimafia penitenziaria”, potremmo dire che da Garante è stata la prima a parlarne con coraggio. Di cosa parla esattamente?
«Parliamo del fatto che il carcere, e ne siamo consapevoli, può diventare terreno fertile per gerarchie e condizionamenti criminali e mafiosi. Antimafia penitenziaria significa impedire che le mafie conservino potere e controllo anche dentro gli istituti o peggio che espongano a sopraffazione criminale/mafiosa i detenuti più fragili. Non possiamo permettercelo. E questo non si fa solo con misure investigative e repressive: si fa con precetti chiari, tracciabilità, trasparenza, tutela effettiva dei più deboli, prevenzione dei soprusi e presidio costante della legalità amministrativa delle procedure».
– C’è chi vede una contrapposizione tra tutela dei diritti e sicurezza. Lei come risponde?
«È una contrapposizione ingannevole. Diritti e sicurezza non sono alternativi. Sono complementari. Un sistema penitenziario che funziona, che rispetta la legalità e garantisce dignità, è un sistema più sicuro anche per gli operatori e per la società tanto interna quanto fuori le mura. Il disordine invece produce tensioni, conflitti, violenze, e crea spazi dove può e si annidano poteri criminali. La sicurezza vera, invece, passa da principi applicati costantemente, procedure trasparenti, sanità efficiente, trattamento rieducativo concreto e cultura del dopo-pena ossia di risposte sociali adeguate a non ricadere nelle maglie della criminalità o per il sol fatto di tornare a delinquere. I numeri di ritrovamenti di oggetti introdotti illecitamente, telefonini, piazze di spaccio all’interno delle carceri, i fatti noti alla cronaca e le relazioni semestrali delle DIA e della DNA parlano chiaro. È l’alterazione di un sistema che vive criticità strutturali e che nelle non scelte operate per tempo hanno creato spazi a una criminalità, quella organizzata in particolare, che comanda sempre di più da dentro, a discapito di chi è più fragile e magari vorrebbe vivere il tempo della pena ripensando al proprio percorso di vita».
– Diventa un inferno anche il carcere?
«Qui andrebbe articolata tutta una riflessione sui circuiti detentivi, che le risparmio. Ma proprio con riguardo all’attuale situazione carceraria che ci tengo a sottolineare come fondamentali siano state le misure dell’attuale Governo di implementare sin da subito gli arruolamenti nel Corpo di Polizia Penitenziaria, il completamento della pianta organica dei funzionari giuridico pedagogici e nuovi concorsi per i Direttori. Procedure ferme da troppo tempo, inaccettabili per la tutela della nostra democrazia. Parlare di sicurezza è l’abc per la tutela della tenuta costituzionale della funzione della pena. Chi ribalta questo concetto strumentalizza o peggio non conosce le realtà quotidiane degli Istituti dove i poliziotti sono in prima linea a garantire quella speranza che è sigillo nel loro motto. Una narrazione distorta è pericolosa!».
– Quante storie…
«Posso dirle questo? Ho conosciuto tante donne e uomini appartenenti all’Amministrazione Penitenziaria, al Corpo di polizia, ed è anche grazie alle loro esperienze che impariamo a leggere meglio il carcere. Questo ruolo non puoi rivestirlo con presunzione, ma devi farlo con l’equilibrio del leggere scientificamente il mondo penitenziario e le sue complessità».
– Il suo mantra, la sua filosofia di vita, la sua mission morale è piena di riferimenti cristiani…
«Non esiste strumento di giustizia più alto al mondo se non la carne viva del Vangelo, a prescindere dalla nostra professione di fede, il Vangelo letto in chiave laica è il portale della Speranza, il codice di relazioni sane, il fondamento della giustizia giusta. Esistono due modi di rappresentare un ruolo: rappresentarlo e basta, oppure farsi carico delle responsabilità che ci vengono affidate senza girarsi dall’altra parte. Noi oggi siamo chiamati ad essere autentici servitori dello Stato e per questo non possiamo mettere a tacere la Parola di Dio, siamo servitori della Parola. L’espressione in parole opere e senza omissioni deve essere per noi l’orpello e il baluardo di un’identità solida e umile che pare essere divenuta mite. Non sono i tempi della mitezza, deve tornare a bruciare dentro di noi il forte vento del cambiamento, quello dello Spirito che guida le nostre quotidiane azioni. Quel vento che per il crimine è tempesta e per noi cattolici impegnati si fa leggera brezza nel cammino che siamo chiamati a percorrere».
– Posso chiederle perché proprio don Puglisi?
«Per mille motivi. Il killer lo attese davanti casa, lo chiamò per nome, gli sparò un colpo alla nuca. Don Pino, come lo chiamavano tutti, morì con un sorriso, quello stesso sorriso mite ma ostinato con cui aveva cercato, per tutta la vita, di scardinare il potere mafioso partendo dal basso, dai volti dei giovani, dalle famiglie dimenticate dallo Stato, dall’educazione come atto rivoluzionario. Oggi la sua morte non è stata vana, non è assenza, ma si fa costante presenza nella vita di ciascun cristiano impegnato. Anzi, ha segnato uno spartiacque: per la prima volta, la mafia assassinava un sacerdote per il suo impegno evangelico e sociale. Una ferita che si trasformò in seme di speranza. Beatificato nel 2013 come martire della fede, oggi don Puglisi rappresenta un simbolo non solo spirituale, ma profondamente civile. E la sua figura continua a porre una domanda scomoda e attualissima: qual è il ruolo delle istituzioni cattoliche di fronte alle sfide della legalità, della povertà educativa e della lotta alle mafie? Falcone e Borsellino, ricordati anche dal Presidente Mattarella nel discorso di auguri di fine anno, e per me figure cardine del mio cammino, entrambi parlarono della necessità di non arrendersi, di lottare nonostante la paura contro l’indifferenza e la corruzione, e di portare avanti il loro lavoro, vedendo nei giovani e nella collaborazione dei cittadini la speranza per un’Italia più giusta. Don Pino Puglisi perché, da cattolica impegnata, sento e credo molto nella costruzione di una coscienza civile, non con le armi, ma con il sorriso e la fede».
– Chi l’avrebbe mai immaginato sentirla raccontare in questo modo don Pino Puglisi…
«Vede, don Pino Puglisi non fu mai un rivoluzionario di piazza, o un urlatore di popolo per consenso. Era un sacerdote che non amava i riflettori, ma che scelse consapevolmente di essere un presbitero di frontiera. Rifiutò la carriera ecclesiastica per servire nelle periferie più abbandonate. A Brancaccio, dove la criminalità organizzata reclutava i giovani già dai banchi di scuola, e la Calabria di oggi non è tanto diversa dalla Sicilia di allora, o, più spesso, direttamente dalla strada — don Pino aprì il Centro “Padre Nostro”, offrendo un’alternativa concreta: doposcuola, teatro, sport, aiuto per le famiglie. Lui non “parlava contro la mafia”, come amava sottolineare, ma predicava il giusto, la narrativa del Vangelo sottraeva potere deviato e malato attraverso la cultura del bene, del bello e del fresco profumo della speranza. In fondo “La speranza vede l’invisibile – diceva Madre Teresa di Calcutta – sente l’intangibile e realizza l’impossibile».
«È bello che lei me ne parli in un giorno così importante per la sua vita professionale…
«Vede, a più di trent’anni dalla sua morte, le istituzioni tutte, le cattoliche ancor di più, credenti e non credenti, laiche e di qualsiasi altra professione, sono chiamate a una scelta di Fede chiara e inequivocabile: essere parte vera del cambiamento o rimanere spettatori. Non possiamo essere testimoni tiepidi delle ingiustizie. Lì dove ancora permettiamo che i diritti di uno siano declinati come favore di qualcun’altro ammettiamo anche involontariamente che la logica mafiosa e mafioide avanzi. Non possiamo permettercelo e non abbiamo tempo».
– Cosa vuol dire?
«Che non si tratta solo di condannare le mafie con parole forti durante le celebrazioni ufficiali, ma di agire nella quotidianità, attraverso scuole, parrocchie, oratori, associazioni, università, fondazioni, carceri, ospedali e ogni comunità dove si compie la vita di ciascuno di noi. Lo dobbiamo alla memoria di chi è stato trucidato per amore di giustizia, lo dobbiamo ai giovani da salvare perché è compito di ciascuno di noi toglierli dalle maglie della criminalità, dalla devastazione creata dall’uso di alcool e stupefacenti. Il business della droga è vendita di morte e devastazione, distruzione di intere famiglie e la borghesia non si senta esonerata. Dobbiamo impegnarci tutti su questo fronte, potrebbe essere il figlio di chiunque quel ragazzo da salvare. Dobbiamo essere più appetibili dei venditori di morte e della criminalità organizzata. Le gambe dei giovani, la loro voglia di crescere, la distorsione del racconto di cosa sia il potere diventa la forza delle mafie, da cosa nostra alla sacra corona unita passando per la dominante ‘ndrangheta, ma noi dobbiamo essere più competitivi di loro e già qualche azione concreta in Calabria in poco tempo l’abbiamo determinata».
– Cosa, per esempio?
«Penso al protocollo lavoro con capofila la Prefettura avviato grazie ai fondi dell’Assessorato alla formazione e lavoro della Regione Calabria, penso allo Sport e al quadrangolare di calcio del dicembre scorso con le squadre di calcio dei magistrati, dell’Agenzia Nazionale per i Beni sequestrati e confiscati, la polizia penitenziaria e i detenuti, prodromico all’istituzione del tavolo permanente sport e alle tante attività istituzionali in programmazione grazie a una sinergia istituzionale costante con il Consiglio regionale e con la Giunta regionale della Calabria».
– Da questa storia di violenza tutta palermitana cosa trae lei oggi per la sua vita e il suo lavoro?
«Sono tante le domande che mi pongo. In principio quando iniziai ad approfondire questa figura, forte dello studio che conduco da anni sul metodo Falcone- Borsellino, mi chiedevo perché anche don Pino fu lasciato solo, in fondo lui era un sacerdote, un’istituzione ecclesiastica. Perché colpirla? Per chi era davvero scomodo? Perché solo dopo la sua morte è stato avviato un percorso esplicito e coraggioso di condanna delle mafie? Perché molti, ancora oggi, preferiscono il silenzio all’annuncio profetico?
La beatificazione di Puglisi non è solo un atto di riconoscimento spirituale, ma un potente atto d’accusa verso l’omertà e l’inerzia di chi ha storicamente preferito l’ambiguità alla profezia, il compromesso al conflitto, la guerra alla pace. In molti quartieri del Sud, la criminalità organizzata ha goduto per anni e purtroppo ancora gode di una tacita legittimazione sociale, alimentata da inchini, riverenze sociali, da una sfida educativa che si limita a fare il suo senza interconnettersi per incidere sulle strutture della criminalità organizzata scardinandole. Forse trentadue anni dopo, don Pino ce lo chiede ancora e ancora e ancora e il mondo penitenziario non è affatto esente da questa sfida».
– Lei davvero crede che questa storia di don Puglisi possa accompagnarla in futuro e aiutarla nel suo nuovo ruolo?
«Don Pino Puglisi non ha lasciato formalmente un testamento scritto, ma la sua vita è Vangelo incarnato. E quel sorriso, offerto nel momento della morte ai suoi aguzzini, non è solo un mero gesto di fede, ma un atto di resistenza gentile. Il suo martirio interpella ogni cristiano, ogni istituzione, ogni cittadino. E chiede a gran voce che le istituzioni tutte, cattoliche in primis non smettano di desiderare il cambiamento, di formare coscienze per disarmare concretamente il malaffare. Perché? Perché, come lui stesso ricordava, il cambiamento non è solo possibile, ma è dovuto. È necessario. Personalmente credo che anche se ritenuti scomodi e impopolari, siamo tenuti a fare ciascuno la nostra parte nel mondo e che le Istituzioni tutte dobbiamo smetterla di essere tiepide con certe logiche. Non possiamo permetterci l’indifferenza del tanto ci penserà qualcun altro. No! Non è più possibile. Quindi per rispondere alla sua domanda credo fermamente nella capacità rivoluzionaria del quotidiano discernimento, mia nonna lo chiamava “atto di coscienza prima di andare a dormire”. Ma mi creda la logica è tanto semplice quanto potente: e se questo fosse fatto a me? Una domanda capace di ribaltare ogni individualismo e il più becero dei personalismi perché a voler esemplificare, se ci pensiamo, nessuno vorrebbe essere sopraffatto dall’altro».
– Un testamento di straordinaria forza morale anche?
«Vede, don Pino Puglisi oggi continua a parlare. Lo fa con la vita dei ragazzi salvati dalla strada grazie al suo esempio. Lo fa con la scelta di tanti sacerdoti e laici, operatori di giustizia che, ispirandosi a lui, hanno scelto di testimoniare il Vangelo nelle periferie dell’anima e delle città. Lo fa ogni volta che la Chiesa decide di non voltarsi dall’altra parte. Ma guai ad abbassare lo sguardo, la sfida resta aperta. Perché le mafie non sono sparite. Si sono evolute. Hanno affinato linguaggi, si sono infiltrate nelle pieghe della burocrazia, dell’economia, delle istituzioni e persino, purtroppo del linguaggio religioso. Perché la povertà educativa è ancora un’emergenza nazionale e ogni spazio di sicurezza che creiamo è un seme di giustizia che prima o poi germoglierà».
– Avvocato, più che il Coordinatore Nazionale dei Garanti regionali lei sembra molto più una religiosa, posso dirglielo?
Sorride, poi risponde: «Da ragazzina le confesso che ebbi il dubbio, poi compresi che la mia vocazione era diversa. Cercherò di essere più chiara. In un tempo in cui la società e anche la Chiesa è spesso accusata anche ingiustamente di autoreferenzialità, la figura di don Puglisi è un richiamo potente a un ritorno alle origini, all’essenziale: una Chiesa coraggiosa, umile, presente. Una Chiesa che non si limiti a condannare il male, ma che scelga ponti di bene, semi di bellezza che diventa forza dirompente. Azione disarmata e disarmante, dice Papa Leone. Nel ricordo dei 32 anni dal suo martirio, il miglior modo per ricordarlo è raccogliere il suo testimone senza se e senza ma. Ogni scuola che combatte l’abbandono scolastico, ogni oratorio che forma coscienze libere, ogni comunità che si oppone alla cultura dell’illegalità, ogni Chiesa che annuncia il Vangelo senza paura è un pezzo di città, di comunità e di Stato redento, che si salva. È la questione del bene e del male che ritorna costantemente nelle nostre vite e la scelta del da che parte stare. Ecco è questa la misura della mia dimensione istituzionale, per rispondere alla sua domanda».
– Tutto questo cosa c’entra con il mondo del carcere e dei detenuti?
«Più giovani salveremo fuori, meno persone avremo ristrette, più potere sottrarremo alle mafie, supportando concretamente la cultura dell’antimafia e i sacrifici di tutte le forze dell’ordine e della magistratura che non vanno additati per meri “repressori” del male ma sono eroi dei nostri tempi e orpello di sicurezza, più giustizia e più benessere sociale avremo per le nostre comunità.
Mi trovo costantemente a confrontarmi con uomini e donne al comando delle forze dell’ordine: Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza, Questure, Procure e mi creda in Calabria, perché è la dimensione territoriale che conosco meglio, ma in Italia tutta mi sento di dire, siamo davvero fortunati. Riscontro una grande attenzione alla vita e al benessere dei cittadini. Lavorano indefessamente per proteggerci e per tutelare i nostri diritti e la nostra quotidianità. Anzi, dovremmo avviare una campagna per i giovanissimi nelle scuole sin dai primi anni di istruzione: “adotta un’uniforme anche tu”. Chi lo dice che i bambini che dobbiamo sensibilizzare non possano essere di ristoro ai tanti sacrifici che questi Uomini e queste Donne compiono su strada o nei loro uffici? Invertiamo la rotta, andiamo nelle scuole, parliamo, ma – visto che ci troviamo – responsabilizziamoli alla cultura del potere sano, quello di tutelare la legge e quindi la tenuta della democrazia».
– Torniamo al Forum nazionale dei Garanti regionali dei detenuti?
«Certo. Quello che posso dirle è che è uno degli organismi interni della Conferenza Nazionale che svolge una funzione essenziale di confronto e di coordinamento tra le Autorità di garanzia territoriali in ogni regione italiana. Nei fatti, il Coordinatore ne convoca i lavori e rappresenta il Forum all’interno della Conferenza e nelle relazioni esterne. Come dire. Una sorta di Autority di coordinamento Nazionale a tutela e a difesa dei diritti dei privati della libertà e delle garanzie di legge per espiare in questi luoghi che sono luoghi di silenzio, di solitudine, ma a volte anche di rabbia e di violenza, le proprie colpe, se colpe hanno».
– Da dove si parte?
«Personalmente, prima della mia candidatura al Coordinamento Nazionale, ho condiviso con i miei colleghi delle altre Regioni un documento che ci ha trovati concordi, argomenti che avevamo già affrontato a Roma poche settimane prima: donare una disciplina organica, linee di indirizzo stabili per lavorare meglio, ma soprattutto dialogare con metodo e disciplina, nel merito delle tematiche che seppur da ruoli diversi ci accomunano tutti nell’impegno a tutela dei diritti umani. Non sono tempi in cui possiamo permetterci sterili proclami o peggio scontri divisivi. Le istituzioni tutte hanno l’obbligo morare ed etico di fare fronte comune e dialogare per trovare soluzioni, oggi non è ammissibile una strada diversa. E sinceramente le colleghe e i colleghi sono concordi e al contempo co-promotori di questa visione. Rafforzare la rete in dialogo con il Garante nazionale e l’intero Collegio, con l’Amministrazione penitenziaria e le sue articolazioni per realizzare insieme spazi di giustizia giusta e un reale welfare penitenziario».
– Avvocato, qual è, secondo lei, il “termometro” della civiltà istituzionale dentro un carcere?
«Il termometro è la garanzia dei diritti nella sicurezza del quotidiano. Il tema della sicurezza garantisce i più vulnerabili e chi lavora con e per loro. Se un sistema regge con le persone vulnerabili — chi ha disturbi psichiatrici, dipendenze, disabilità, chi è solo, chi non ha rete familiare — allora significa che regge davvero per tutti. La fragilità non è un tema marginale: è un punto centrale di tenuta del sistema. E quando non viene governata, esplode in eventi critici e di sofferenza, con ricadute su tutti».
– Quali sono le priorità operative che lei avverte come più urgenti?
«Le priorità sono quelle che rendono i diritti “esigibili” e non speculativi».
– A cosa allude?
«Alla tutela della salute in primis. Alla presa in carico sanitaria, alla prevenzione del disagio, all’accesso ai percorsi trattamentali, all’attenzione al rischio suicidario, e al rafforzamento della rete tra istituzioni. Sulla Sanità penitenziaria abbiamo molto da costruire, una tematica ancora più complessa, ma sulla quale in Calabria abbiamo una visione dalla quale ripartire. Nei prossimi giorni una riunione che sia metodo e delinei best practice anche alla luce delle recentissime nuove che giungono da Strasburgo. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) ha messo nero su bianco il nuovo standard per l’assistenza sanitaria dietro le sbarre, un testo che nasce da trentacinque anni di visite ispettive in tutta Europa. Siamo qui e in scienza e coscienza abbiamo trovato molti problemi, ma non ci siamo fatti scoraggiare e unendo le forze e le competenze tecniche intendiamo avviare un nuovo corso».
– E la Regione?
«Ma questo è anche un obiettivo del Presidente Roberto Occhiuto, maggiore trasparenza e legalità delle procedure che concernono il diritto alla salute dei più fragili, e come vede siamo qui per scrivere tutti insieme ciascuno per la sua parte di competenza una storia nuova. Dietro una riunione c’è monitoraggio, confronto sul campo, visite negli istituti, documenti da collazionare, ricostruzione storica degli eventi. Mi creda non è piaggeria, ma è metodo, è ricostruzione, è ripristino della normalità, che anche se lenta produrrà i suoi risultati. Poi esiste sempre lo sciacallaggio mediatico volto a screditare, ma questo approccio evoca metodologie criminali piuttosto che istituzionali».
– Lei si senta soddisfatta di tutto questo?
«No, perché vogliamo fare di più e meglio, ma consapevoli da dove siamo partiti e dalle resistenze eso-endo penitenziarie che questo percorso incontra anche per interessi illegittimi che una sanità mal funzionante potrebbe determinare in ambito penitenziario. Per il futuro, ed è quello che faremo, serve un lavoro strutturale, che vuol dire rete dei servizi, linee guida chiare, procedure standard, protocolli, strumenti di monitoraggio, indicatori, perché l’azione pubblica deve essere misurabile e migliorabile, norme chiare per le quali sono certa che lavoreremo senza sosta».
– Lei parla spesso di giustizia più efficiente, questo le costa spesso l’appellativo di essere un Garante rigido. Le ha creato inimicizie? Che legame c’è tra efficienza e legalità?
«Qualcuna sì, ma non abbiamo tempo per pensare agli odiatori seriali. L’efficienza è una forma di giustizia sostanziale. Una giustizia efficiente non è quella più dura, è quella che funziona, che decide in tempi congrui, che garantisce procedure corrette, che rende attuabili i diritti e non li lascia sulla carta. Quando lo Stato funziona bene, riduce spazi di arbitrarietà e disuguaglianze. E in territori complessi come il nostro, questo ha un impatto diretto anche sul contrasto alla criminalità organizzata. Non sono rigida, forse sono troppo rigorosa, ma con me stessa in primis. Sono solo consapevole che nel campo dei diritti umani e nel caso di specie delle tutele dei privati della libertà ruotano troppi interessi e serve riacquisire autorevolezza. Tutto ciò può essere affrontato e raggiunto con metodo, disciplina e tanto lavoro. Il Garante opera a favore dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà, istituti penitenziari, esecuzione penale esterna, REMS, comunità terapeutiche, strutture assimilate, strutture sanitarie per TSO, e in qualunque altro luogo di restrizione della libertà, RSA; CPR e camere di sicurezza delle Forze dell’Ordine (Polizia, Carabinieri, GdF) luoghi di trattenimento temporaneo per arrestati e fermati. Siamo consapevoli che dobbiamo avanzare anche una riforma normativa congrua ed efficiente altrimenti rischiamo di vanificare le tutele dei diritti e non possiamo permettercelo».
– Qual è il messaggio che vuole dare a chi lavora ogni giorno negli istituti: polizia penitenziaria, direzioni, sanità, volontariato?
«Il messaggio è di rispetto e di vicinanza istituzionale, dialogo e confronto. La garanzia dei diritti non è mai “contro qualcuno”, è un lavoro che deve migliorare la qualità del sistema per tutti, anche e soprattutto con sguardo attento per chi opera in condizioni difficili. Sicurezza e giustizia, dignità e legalità devono camminare insieme. E quando si costruisce un clima professionale, ordinato e trasparente tra le parti si proteggono non solo i detenuti, ma anche gli operatori. Siamo e saremo sempre in dialogo rispettoso con l’Amministrazione nelle sue varie articolazioni, con la Polizia Penitenziaria, i medici e con chi esercita funzioni sanitarie, perché sono il baluardo primo di legalità all’interno degli istituti e un Garante non deve mai rinunciare all’etica del rispetto istituzionale che ci si deve reciprocamente riservare. Anzi questo valore va recuperato. Solo così si costruiscono veri percorsi di tutela, soprattutto per i detenuti più fragili, in fondo Don Pino con un sorriso ha prodotto molta più bellezza di quanto potesse immaginare».
– Per lei il ruolo ha un peso nella sua vita personale?
«Alcuni ruoli ti cambiano inevitabilmente il quotidiano e comprimono a volte la qualità del tempo per le cose semplici che vorresti donare alla tua famiglia o anche solo a te stessa. Da credente le dico che i ruoli passano, mentre resta la credibilità delle opere che riusciamo a realizzare. C’è una frase di Paolo Borsellino che ho inserito nella mia tesi di ricerca del dottorato: “Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare”.
Ecco, descrive il coraggio di restare, e di restare in Calabria, il desiderio di farcela anche per chi è dovuto andare via, la voglia di cambiare davvero le cose per i giovani e con i giovani che sono straordinari, il sogno di vedere sempre meno adolescenti rovinati dalle droghe, dall’alcool, dalla criminalità quindi da strade spesso senza ritorno. Quindi, per rispondere alla sua domanda, le dirò che il ruolo determina inevitabilmente rinunce che spesso nessuno vede, e di cui ci si fa carico per un fine comune più alto. Fa parte del cammino anche questo aspetto».
– Che cosa si sente di dire ai cittadini che guardano dall’esterno al carcere solo come “punizione”?
«Condividerei un punto semplice: la stragrande maggioranza delle persone detenute tornerà in società. Il modo in cui il carcere funziona incide sulla sicurezza di tutti. Se la detenzione è solo sofferenza e abbandono, aumentano i problemi e la recidiva. Se invece è sicurezza, legalità, cura, responsabilità e percorsi trattamentali, diminuisce la recidiva e quella persona anche se ha sbagliato potrà grazie a un percorso realmente trattamentale tornare ad una vita nuova. La giustizia migliore è quella che riduce le vittime future».
– Allora, avvocato Russo, tanti auguri a lei per il suo nuovo incarico…
«Li accetto molto volentieri, e mi consenta di ricambiarli. Anche voi fate una vita non sempre facile, e svolgete un ruolo di grande responsabilità come il mio. Comunicare con e per le persone. Anche questo ha rischi e difficoltà. Auguri infiniti anche a voi e grazie».
Paolo Campolo, il reggino eroe di Crans Montana: ha salvato una decina di ragazzi
L’eroe reggino della tragedia di Crans Montana si chiama Paolo Campolo: la notte di Capodanno ha tratto in salvo decine di giovani rimasti intrappolati nella discoteca Le Constellation della rinomata località svizzera.
Campolo, 55 anni analista finanziario, dal 2023 in Svizzera dove vive con la moglie, era stato avvisato dalla figlia dell’incendio scoppiato nella discoteca che si trova a pochissima distanza dalla loro abitazione.
Secondo quanto ha raccontato a Il Messaggero, la figlia diciassettenne Paolina, appena rientrata da Ginevra, doveva andare in discoteca ma aveva fatto tardi col brindisi di mezzanotte in casa con i familiari. «Per colpa nostra – ha detto – ha fatto tardi: in quel locale sarebbe dovuta arrivare già a mezzanotte. Oggi posso dirlo senza esagerare, quel ritardo le ha salvato la vita».
Quando è andata alla discoteca, dove l’aspettava il fidanzato, la ragazza ha visto le fiamme e gli ha telefonato avvisandolo che stava bruciando tutto.
«Mi sono precipitato subito in strada con un estintore quando Paolìna mi ha chiamato. Quelle fiamme non erano più così alte ma c’era tanto fumo nero, denso, che usciva ovunque. La combu-stione è stata rapidissima, vio-lenta, durata pochi minuti. Poi si è fermata. Ma dentro non c’era più ossigeno. Ed è quello che ha provocato la strage». Campolo riferisce al quotidiano romano: «attraverso il vetro, vedevo piedi e mani. Corpi a terra. La struttura non aveva ceduto, ma dentro era una trappola… Non ho pensato al dolore, al fu-mo, al rischio. Ho estratto a ma-ni nude i ragazzi. Uno dopo l’al-tro. Erano vivi, ma feriti, alcuni graven1ente, e intossicati. Con un altro uomo improvvisato soccorritore lì trascinavamo fuo-ri e li lasciavamo a terra. nel punto di raccolta davanti al locale. Continuavano a urlare. lo pensa-vo solo una cosa: potrebbero es-sere ì miei figli».
Campolo dopo aver estratto e portato in salvo decine di ragazzi è stato ricoverato in ospedale per intossicazione da fumo, ma le sue condizioni sono buone: «Non conta il mio affanno o la stanchezza – ha detto – conta che le vite salvate sono tante».
Il manager ha familiari a Reggio e ha provveduto a rassicurarli sul suo stato di salute. Il suo gesto, è fin troppo evidente, è stato dettato dall’innato senso di fraternità e solidarietà che da sempre contraddistingue il popolo calabrese.
Un grande orgoglio per la città di Reggio, ma anche per tutta la Calabria: il suo intervento ha mostrato determinazione e un innato spirito di solidarietà che ha permesso di salvare almeno una ventina di ragazzi sottraendoli alle fiamme. Quando sarà possibile sia la Regione, sia la Città di Reggio dovranno riconoscere il coraggio di Paolo Campolo, esempio di coraggio e di altruismo per tutti, soprattutto per i giovani calabresi. (rrc)
Felice anno nuovo! Buon 2026
Auguri a tutti i lettori per un felice 2026
Mons. Mimmo Battaglia: Buon Natale: che possiate lasciarvi sorprendere dalla vita»
di don MIMMO BATTAGLIA – Fratelli e sorelle miei, ci sono notti in cui il silenzio parla più di mille discorsi, notti in cui Dio sceglie la via più umile e sorprendente per farsi capire: quella di un Bambino che nasce senza rumore, nell’angolo più dimenticato del mondo. E mentre ci avviciniamo a questo Natale che chiude anche il Giubileo della Speranza, sento nel cuore il bisogno di condividere con voi una storia. Come quelle che i nostri nonni ci raccontavano quando eravamo piccoli, quelle storie frutto di fantasia e sogno, che però contenevano messaggi carichi di verità senza tempo.
Si racconta che, nella notte di Natale, mentre tutti nel presepe dormivano – i pastori stretti alle loro coperte, Giuseppe seduto con la testa tra le mani stanche, Maria finalmente assopita – il Bambino aprì gli occhi. Non come chi si sveglia, ma come chi sente una chiamata a cui non può sottrarsi. Una luce, più viva di quella della lampada a olio, pareva sussurrargli qualcosa. Era la luce interiore del Padre che lo aveva inviato per salvare il mondo.
Il Bambino conosceva bene quella voce. E non si tirò indietro. Così, accanto alla grotta, appeso alla cintura di un pastore, c’era un mazzo di chiavi: alcune lucide, altre storte, certe pesanti come un destino, altre piccole come un fiore. Il Bambino, senza che nessuno se ne accorgesse, allungò la mano e le prese. Le chiavi tintinnarono piano, come se lo riconoscessero. Poi si alzò. E con passi leggeri come un respiro abbandonò il presepe e si mise in cammino con quel mazzo di chiavi, con l’unico desiderio di aprire le porte che l’egoismo, il peccato, l’indifferenza avevano chiuso. La prima porta che incontrò non era visibile a tutti, ma il Cielo la vedeva benissimo: era la porta delle relazioni ferite, quelle fatte di parole non dette, di orgogli che non si piegano, di abbracci negati. Il Bambino scelse una chiave curva, fatta apposta per aprire ciò che è storto. La porta si sciolse come neve al primo sole, e dietro si affacciarono mani che tornavano a cercarsi, volti che si riconoscevano, cuori che ricevevano un’altra possibilità.
Più avanti trovò le porte chiuse delle fabbriche dismesse, quelle spente dalla fretta dell’economia che scarta. Le porte erano alte, arrugginite, mute. Lui prese una chiave pesante, di ferro vivo, e la girò nella serratura. La ruggine cadde a terra come pioggia, e da dentro uscì un vento tiepido: dignità che rinasce, lavoro che torna ad avere un volto umano, futuro che si riapre.
Proseguendo, il Bambino si fermò davanti ai cancelli sigillati dei porti chiusi, quelli serrati dalla paura di accogliere. Le loro porte erano fatte di timori, non di legno. Le aprì con una chiave di luce quasi trasparente. E il mare sembrò tirare un sospiro. Le onde tornarono ad accompagnare chi cerca una riva, una casa, un respiro nuovo.
Infine arrivò alle porte più difficili: quelle dei cuori senza speranza. Erano serrature fragili, custodite da buio e stanchezza. Il Bambino trovò nel mazzo una chiave minuscola, quasi invisibile, ma calda come una mano amica. Bastò sfiorare le serrature, e ogni porta iniziò a cedere. Non a spalancarsi: cedere. Come fa la speranza quando inizia a tornare. Una scintilla, una fessura, un inizio. E la vita fiorisce.
E poi, come se niente fosse, tornò alla grotta. Nessuno si era accorto della sua assenza. Depose le chiavi accanto al pastore, si sdraiò nella mangiatoia, guardo gli occhi teneri di sua madre, e chiuse gli occhi tornando a dormire.
E da quella notte, dicono, ogni volta che una porta si apre contro ogni logica – una riconciliazione insperata, un lavoro che riparte, un approdo che salva, un cuore che ricomincia a respirare – è perché quel Bambino continua a camminare nel mondo con il suo mazzo di chiavi. Perché è l’Emmanuele, ed è sempre con noi. Anche quando non lo vediamo. Anche quando non ci crediamo più. Perché Lui vuole che nessuna porta resti chiusa.
Amiche, amici, questa storia ci raggiunge mentre il Giubileo della Speranza giunge alla sua conclusione. Tra poco la Porta Santa si chiuderà, come accade alla fine di ogni Anno Santo. Ma se la porta si chiude, la speranza no. Non si chiude perché non è fatta di pietra. Non si chiude perché non dipende dai nostri meriti. Non si chiude perché ha un nome: Gesù. Che nella sua mano tiene sempre una chiave pronta ad aprire anche ciò che noi ormai diamo per perduto. Si, Cristo è la Porta viva. È la chiave della misericordia. È l’unica soglia che resta aperta, sempre. È il Bambino che, nella notte, cerca ciò che è chiuso e lo apre per farvi entrare la luce.
Sorelle e fratelli miei, buon Natale: che possiate lasciarvi sorprendere dalla vita, anche se oggi vi sembra di non avere più spazio per la fiducia. La speranza non è un fuoco d’artificio che scoppia nelle grandi occasioni, non è una grazia che si accende solo nei tempi giubilari o nei momenti solenni. La speranza è una compagna discreta: cammina accanto a noi nella ferialità dei giorni, si siede alla nostra tavola, cresce con noi quando abbiamo il coraggio di ripartire.
È il Bambino di Betlemme a ricordarcelo: non viene tra i potenti, non sceglie le luci né i palcoscenici. Viene nella nostra quotidianità, nei nostri silenzi, nelle notti in cui facciamo fatica a credere ancora. E dona la pace non come un premio, ma come una strada possibile: perché anche la porta della pace può essere aperta se accogliamo il Signore nella nostra vita.
Allora coraggio, mettiamoci in cammino, lasciamo che sia Lui ad aprire le nostre porte chiuse e fidiamoci della Sua Parola: Dio Bambino, tu che non smetti di aprire le porte chiuse della storia, le serrature più indurite dall’egoismo e dall’indifferenza, i nostri cuori troppo spesso chiusi alla fiducia e alla pace.
Tu che sei la Chiave di Davide, vieni e apri alla speranza le nostre relazioni ferite, le nostre città stanche, le fabbriche e i luoghi di lavoro che vengono meno, i porti che temono di accogliere, le case che esitano a vivere in pace,
i cuori che si sono arresi dinanzi al futuro. Apri le prigioni interiori, ciò che noi non riusciamo più ad aprire.
Apri dove le nostre chiusure hanno sbattuto le porte in faccia alla vita.
E insegnaci che nessuna ruggine è per sempre, nessun blocco è definitivo, e che per ogni porta santa che si chiude ve n’è una che rimane spalancata in eterno: quella dell’amore.
Tu – Porta viva, chiave sempre pronta – continua ad aprire varchi proprio lì dove noi, ostinati e impauriti, continuiamo a costruire muri.
Spalanca ancora le porte della speranza a questo mondo che mendica luce, e fai passare con noi, uno ad uno, i fratelli e le sorelle che attendono un varco.
Resta accanto al nostro passo incerto, e soffia ancora, oggi e sempre, il coraggio di ricominciare. Amen.
(Cardinale e Arcivescovo di Napoli)
Il messaggio di Natale dell’arcivescovo di CZ Maniago: «Dio non resta lontano»
di CLAUDIO MANIAGO – Dio non abbandona mai l’uomo. Nemmeno quando l’uomo si distrae, si allontana o vive come se Dio non esistesse. Quel Bambino nato a Betlemme continua a dire una fedeltà che non viene meno, perché nasce dall’amore e non dal merito». Una parola che, in un luogo segnato da storie difficili, diventa promessa di compagnia e di presenza. Mons. Claudio Maniago, arcivescovo di Catanzaro-Squillace, al Centro per la Giustizia Minorile per la Calabria, ha pronunciato l’omelia in preparazione al Natale 2025, scegliendo di annunciare il mistero dell’Incarnazione in un luogo dove la fragilità umana si mostra senza maschere e dove la speranza, spesso, ha bisogno di essere ricostruita giorno dopo giorno.
Al centro della riflessione dell’Arcivescovo, la distanza netta da ogni immagine di Dio lontano o indifferente. Il Natale cristiano, ha ricordato, non parla di un Dio che osserva dall’alto, ma di un Dio che entra nella storia, che “si sporca le mani” facendosi uomo in Gesù Cristo.
Non un’apparenza, non un superuomo, ma vera umanità: tanto che negarla significherebbe uscire dal cuore stesso della fede. L’Incarnazione dice che Dio ha voluto condividere il tempo, le fatiche e le relazioni dell’uomo per restargli vicino, sempre.
Il Natale, ha sottolineato l’Arcivescovo, parla anche della grandezza dell’uomo. Se Dio ha assunto la nostra natura, allora ogni vita umana è preziosa. Tutti, senza esclusioni, siamo figli agli occhi di Dio. Anche quando sbagliamo, anche quando deludiamo, anche quando ci perdiamo.
Chiamare Dio “Padre” significa riconoscere che la dignità non viene mai cancellata dall’errore. Resta, perché fondata sull’amore di Dio e non sulle prestazioni dell’uomo.
Da questa consapevolezza nasce un messaggio di speranza forte e concreto: esiste sempre una possibilità di rimettersi in cammino. Anche quando si paga il prezzo delle proprie scelte, la vita non è mai chiusa. Il Natale ricorda che nessuna storia è definitivamente spezzata.
È un appello che interpella la responsabilità personale, ma anche quella sociale: una comunità è davvero umana quando sa custodire la dignità di ciascuno, soprattutto nei momenti di caduta.
A rendere visibile questa parola è stata anche la visita dell’Arcivescovo al nuovo centro diurno polifunzionale per minori e giovani, annesso alla Comunità Ministeriale del Centro per la Giustizia Minorile per la Calabria. Uno spazio pensato per accompagnare, educare e offrire opportunità, chiamato a diventare un punto di riferimento per il territorio e per le fasce giovanili più fragili.
Un segno che racconta un Natale che non resta idea, ma si fa prossimità, ascolto e speranza possibile.
(Arcivescovo della Diocesi Catanzaro-Squillace)
Mons. Giuseppe Alberti (Vescovo di Oppido): «Non lasciamoci rubare il Natale»
di mons. GIUSEPPE ALBERTI – Non lasciamoci rubare il Natale! Ma cosa vuol dire questa frase ad effetto? C’è un Natale vero che va difeso, va protetto, va illuminato, va vissuto, va distinto da altri ‘natali’ che sono solo corollari. C’è il natale consumista che diventa occasione per fare spese e qualche regalo; c’è il natale godereccio che si riduce a qualche cenone in famiglia o tra amici; c’è il natale vacanziero, occasione buona per andare sulla neve e regalarsi qualche giorno di relax; c’è il natale buonista nel quale si compie qualche gesto di solidarietà per mettere apposto la coscienza; c’è il natale tradizionalista dove non possono mancare i riti classici di questo periodo, compreso qualche rito religioso.
Tutto questo è coreografia. Noi vorremmo arrivare al cuore del Natale. Qual è la sua verità? Perché nella storia si è celebrato come una strabiliante e inaudita novità che ha rapito il cuore di Francesco d’Assisi e che è diventato opera artistica di tanti poeti e pittori? Sotto sotto ci deve essere qualcosa di particolarmente importante che non possiamo disperdere nella superficialità di questi giorni. Noi lo chiamiamo ‘mistero’ (del Natale), cioè realtà più grande di noi e del nostro pensiero, dono gratuito eccedente che non avremmo mai congetturato si potesse realizzare: Dio si è fatto uomo, si è fatto bambino, ha assunto la nostra carne. Se ci pensiamo, è qualcosa di inaudito; per un filosofo è irrazionale; per un ateo, un assurdo; per una persona normale, incredibile. Fermiamoci un attimo per percepire la rivoluzionaria novità di questo evento, il più importante della storia umana. Ci permette di cogliere con nitidezza che Dio ha scelto di entrare nella nostra umanità perché imparassimo pure noi ad essere umani. Quanto bisogno di ‘umanità’ oggi, di fronte a tanta solitudine, a tanta povertà, a tanta guerra! Sentiamo la necessità di rivolgerci a quel bambino, che ha deciso di percorrere la nostra strada, nascere e crescere come noi, amare e soffrire come noi, donarsi e morire come noi. Un grande esempio di umanità raccontata in quattro libretti, chiamati ‘vangeli’, diventati ‘buona notizia’ per gli uomini e le donne di sempre (varrebbe la pena tornare a leggerli, da soli, in famiglia, in comunità). Torniamo al Natale vero, da cui è partito tutto: la gioia di un ‘Dio-con-noi’ che non ci abbandona a noi stessi; la speranza che i sogni di giustizia e di pace non sono vani; la possibilità concreta che l’amore vinca e il bene sia più forte del male. Non lasciamoci rubare ciò che di più prezioso ci è stato dato: “un bambino è nato per noi” (Is 9,5). La piccola grande storia di Gesù ha cambiato la storia e le sorti del mondo. Non lasciamoci rubare questa rivoluzionaria e consolante verità, affogandola nel nostro smemorato oblio o nelle nostre frettolose distrazioni. Lasciamoci rapire dalla scelta di quel Dio-bambino che può ancora illuminare e orientare la storia dell’umanità di oggi. Qualcuno ha detto: “solo nel Cristo fatto uomo, il divino si poteva fare così umano e l’umano così divino”. Che il Natale di quest’anno sia l’occasione di condividere con il Dio-bambino questa scelta di ‘umanità’, ne va della verità di ciò che celebriamo, del senso di questi giorni che viviamo, ne va della possibilità di un presente che possa aprirsi a un futuro umano.
L’augurio allora è quello di non lasciarci rubare il Natale, quello vero, quello che ci fa più umani tra noi e con tutti!
(Vescovo Diocesi Oppido Mamertina-Palmi)
A Bruxelles il Natale calabrese con l’evento Christojenna promosso da Giusi Princi
Giovedì, nella sala Yehudi Menuhin della sede del Parlamento Europeo di Bruxelles, si terrà “Christojenna: l’anima del Natale calabrese”, l’evento fortemente voluto dall’europarlamentare Giusi Princi e presentato nei giorni scorsi in Consiglio regionale.
La manifestazione vedrà la Calabria protagonista in Parlamento con la sua storia musicale, enogastronomica e dolciaria ma soprattutto con la sua cultura.
Oltre all’europarlamentare Giusi Princi, alla conferenza sono intervenuti: il Presidente del Consiglio regionale della Calabria Salvatore Cirillo; il Vice Capogruppo di Forza Italia alla Camera dei Deputati e Segretario regionale di Forza Italia Calabria, Francesco Cannizzaro; l’Assessore all’Istruzione della Regione Calabria Eulalia Micheli; Angelo Musolino, Presidente di Conpait; il Maestro Alessandro Calcaramo del gruppo “Corde Libere” e in videocollegamento Fulvia Caligiuri, Direttore generale di Arsac, che parteciperanno all’evento a Bruxelles.
«Per la prima volta il Sud e la Calabria – ha dichiarato Giusi Princi – diventano protagonisti in Parlamento con una narrazione nuova, autentica e orgogliosa delle proprie tradizioni. Finalmente la nostra regione si riappropria di una storia che per troppo e per lungo tempo è stata messa in ombra da pregiudizi e semplificazioni. Oggi, invece, la Calabria si presenta come una terra che crea, che innova, che custodisce tradizioni millenarie ed è capace di trasformarle in opportunità concrete per il presente e per il futuro».
Il concerto “Christojenna: l’anima del Natale calabrese” vedrà esibirsi il gruppo musicale calabrese “Corde Libere”, guidato dal Maestro Alessandro Calcaramo. Grazie al supporto di Arsac (Azienda Regionale per lo Sviluppo Agricolo della Calabria) e Conpait (Confederazione Pasticceri Italiani), inoltre, a conclusione dell’evento sarà allestita in Parlamento un’area che permetterà di degustare le eccellenze enogastronomiche e dolciarie calabresi. La degustazione prenderà vita tra aromi e sapori autentici, con la preparazione sul posto di specialità tipiche. L’Arsac proporrà una selezione di vini e salumi accuratamente scelti, mentre le tradizionali crespelle calabresi regaleranno un’immersione nei profumi della tradizione. Conpait allieterà il gusto in un percorso sensoriale alla scoperta delle eccellenze della pasticceria italiana e calabrese: dal gelato al bergamotto al panettone e al torrone.
L’evento è stato presentato nella sede del Consiglio regionale in una sala gremita, con una suggestiva atmosfera pre-natalizia, arricchita dall’entusiasmo degli studenti del Liceo Tommaso Gulli di Reggio Calabria, accompagnati oltre che dai docenti anche dal Dirigente scolastico Francesco Praticò, e dell’Istituto d’Istruzione Superiore “Nostro – Repaci” di Villa San Giovanni. A fare da cornice un’anteprima della performance del gruppo “Corde Libere” e il coinvolgente video realizzato da Ylenia Musolino.
Al termine dell’incontro, è stata proposta una degustazione di dolci e gelato artigianale a cura di Conpait. (rrc)







