LAVORO AL SUD: LA SOLUZIONE NON STA
NEL REDDITO DI CITTADINANZA COSÌ COM’È

di FRANCESCO AIELLO – Il reddito di cittadinanza rischia di diventare in modo strutturale un mero strumento di sostegno dei consumi. È una strategia fallimentare per lo sviluppo del Mezzogiorno già sperimentata nel corso degli ultimi 60 anni, perché non crea sviluppo, ma alimenta dipendenza.

Alla fine del processo di revisione dell’aiuto al reddito di cui si parla molto in questi giorni, molti degli attuali percettori del reddito di cittadinanza potranno rimanere senza lavoro. Dipenderà sia dall’efficacia delle politiche attive che saranno adottate, ma questo richiede sforzi immani in un paese in cui i Centri per l’Impiego hanno vincoli organizzativi non banali e le agenzie private hanno poco spazio di azione, sia dalle prospettive economiche dell’Italia.

Uno scenario verosimile che potrà manifestarsi nei prossimi due-tre anni è che per garantire “pace sociale”, si dovrà pensare a forme di sostegno del reddito alle persone che rimarranno senza sostegno e senza lavoro. La soluzione più immediata, ma molto rischiosa, è di perpetuare meri trasferimenti di reddito. Ecco perché la riforma del reddito di cittadinanza diventa una nuova sfida del paese, perché oltre ad azioni finalizzate ad aumentare l’occupabilità dei beneficiari dell’income support, è necessario che aumenti la domanda di lavoro delle imprese, ossia che l’Italia inizi a crescere dopo quasi tre decenni di stagnazione. È complicato immaginare la creazione di nuova occupazione se il paese non riprende a crescere.

È importante anche capire cosa succederà nella fase di transizione. Se l’attuale aiuto diventa temporaneo – le ipotesi al vaglio sono 6 mesi, o un anno – ed è pensato solo per chi cerca lavoro, la platea di beneficiari non cambia rispetto allo scenario attuale, perché tutti cercheranno lavoro e aderiranno al Patto per il Lavoro o similari (che diventa condizione di accesso al sostegno). Alcuni troveranno lavoro e, al fine di rendere capillare questa circostanza, è cruciale aumentare il differenziale tra il sussidio e la retribuzione. Tanto maggiore è questa differenza tanto più attrattivo sarà il lavoro.

La questione della congruità dei salari da parte del settore privato è di difficile risoluzione, ma la differenza deve essere sostanziale, di almeno il 30%, affinché chi rinuncia all’aiuto possa essere sanzionato con la revoca del sostegno. È complicato applicare sanzioni se il mercato del lavoro non remunera con salari congrui. L’effetto sarà anche di ridurre il lavoro in nero, se parallelamente si riduce l’onere contributivo a carico delle imprese.

In alternativa, in questa fase di modifiche, gli attuali percettori non lavoratori riceveranno un sussidio per la formazione: l’ammontare della spesa per gli occupabili non cambierà, ma cambierà la fonte del finanziamento. Per esempio, la proposta del presidente del consiglio, Giorgia Meloni, è di utilizzare per la formazione dei percettori del reddito di cittadinanza il canale dei fondi europei. Alla fine del periodo di formazione, si può trovare occupazione o no. Per coloro che rimarranno non occupati – molti a Sud – l’alternativa può essere di irrobustire il terzo settore o l’impiego obbligatorio in servizi di pubblica utilità gestiti dai comuni.

È un percorso tortuoso, con rischi ed opportunità sia per i lavoratori che per il Paese. La natura «tortuosa» di questo percorso dipende non solo dalle caratteristiche individuali dei percettori del sostegno, ma anche dal funzionamento dei Centri per l’Impiego, dalla diffusione della cultura del lavoro e soprattutto dal fatto che il sistema Italia riesca ad uscire dalla bassa crescita che si osserva da almeno 25 anni.

Il rischio da annullare, a Sud, è che l’income support diventi un nuovo canale di finanziamento dei consumi interni dei meridionali. È un’ipotesi che bisogna evitare perché, in modo analogo all’occupazione non necessaria nella pubblica amministrazione degli anni ‘70 e ‘80 o a tutte le forme di trasferimento e di sussidi incondizionati di cui hanno goduto le regioni del Sud, non aiuta lo sviluppo, ma alimenta la dipendenza. (fa)

Francesco Aiello è ordinario di Politica Economica dell’Unical e presidente del think tank OpenCalabria]

LA SFIDA DI LOCRIDE “CAPITALE CULTURA”
NO AI DETRATTORI, PENSANDO IN POSITIVO

di ARISTIDE BAVA – Locride Capitale della Cultura. Bisogna combattere anche contro il “fuoco amico”. Siamo alle solite. C’è chi rema contro la candidatura di Locride Capitale della cultura italiana 2025. Tanto che il direttore del Gal, Guido Mignolli, scende in campo con una sua piccata nota per chiarire – se c’è veramente qualcosa da chiarire – qual è la vera essenza di questa iniziativa che per lui è  una sfida per il futuro» e che – ribadisce – «è una sfida che negli ultimi quattro anni ha prodotto iniziative e progetti di ricerca e sviluppo, tanti, nei settori della cultura, dell’ambiente storico, dell’agricoltura, dell’inclusione sociale, in cooperazione con enti e istituzioni italiani ed europei, coinvolgendo aziende, associazioni, enti locali».

Guido Mignolli,  esprime il suo rammarico anche se – dice – «L’opinione di uno non incrina la compattezza, ma forse scalfisce l’immagine verso l’esterno, anche solo concedendo un elemento per insinuare dubbi e rinvigorire le convenzioni becere. Tutta un’altra storia? No. La solita storia! Del fuoco “amico”, che distrugge più dell’altro».

Mignolli aveva parlato a lungo in una lunga intervista che aveva concesso al nostro giornale di questa sfida «che le comunità hanno intrapreso, accantonando le proprie idee a vantaggio di quella di tutti, dimostrando una compattezza unica, evitando qualsiasi voglia di critica “esterna” al percorso. Così si lavora – dice –. Il momento del dibattito per prendere le decisioni può essere pure cruento, ma a decisione presa si va tutti in quella direzione, con onestà e volontà. Così si può vincere. Che poi, vincere significa non per forza conquistare un titolo, ma trovare consapevolezza ed entusiasmo. Così si cresce. Dimostrando una maturità, che molti negano sia nelle corde della gente della Locride. Che invece sta testimoniando il contrario».

Poi si chiede qual è la causa principale dei mali del mondo? E dà le risposte «L’ignoranza. Non solo… Allora, la cattiveria! Pure. Soprattutto è l’inconsapevolezza. È distruttiva la mancanza di consapevolezza. È diffusa, abita dappertutto, penetra nei tessuti fragili come un alieno e crea degli automi ristretti in una piccola stanza, chiusa da spesse mura, che credono essere il mondo. Si può curare l’inconsapevolezza? Certo, ma ci vuole forza, umiltà, visione sorridente della vita; i più fragili rimangono la vita intera nella stanza. Che credono essere tutto l’orizzonte possibile… Sui valori del patrimonio storico-culturale, ci siamo. Arduo sarebbe sostenere che la Locride non meriti attenzione sotto questo profilo. Pure qui, però l’inconsapevolezza colpisce. E le pagine meno note, che potrebbero consentirci di riscrivere la storia? E le ‘minime’ testimonianze della cultura popolare?».

Quindi l’elenco di tutta una serie di iniziative che si accompagnano all’ipotesi progettuale di Locride Capitale Italiana della cultura 2025. Dai progetti di cooperazione che si stanno realizzando nella Locride, per vedere i vitigni autoctoni unici al mondo agli  allevamenti di maiali neri d’Aspromonte  al partenariato di 12 paesi del Mediterraneo per un progetto sull’uso razionale dell’acqua, (il territorio è stato  individuato pure come territorio della sperimentazione), ai sindaci delle ‘aree estreme’, che stanno lavorando alacremente sul solco dell’importanza della scuola, soprattutto quella per i più piccoli per combattere  la ‘ndrangheta veramente e con gli strumenti giusti!

Quelli della cultura… Ed ancora le fabbriche di comunità, nelle quali non prende forma la materia, ma il coinvolgimento sociale alle decisioni senza dimenticare oltre 100 progetti d’azienda in campo agricolo e i tanti piani di rigenerazione dei nuclei storici.

«Un “successo” di territorio – dice Mignolli – per il grande numero di iniziative approvate. Uno dei centri della Locride rappresenta la Calabria in contesto nazionale, sia per l’intervento di restauro sia per le green communities. E i progetti della montagna- aggiunge – Leggi il piano approvato e finanziato per le aree interne: piste ciclabili, offerte diverse al visitatore, istruzione e imprenditoria, scuole nei castelli, mobilità verde, servizi sociosanitari innovativi. Un lungo elenco che abbiamo sintetizzato con l’invito anche a dare un’occhiata alle iniziative intraprese a favore dei Neet, insieme a realtà nazionali e internazionali di settore».

E quindi la chiosa finale indirizzata al detrattore di turno «Ora non rifugiarti nel “non sapevo, ma è colpa vostra perché non fate comunicazione, non informate. Hai visto quante cose?! E tante non te le abbiamo raccontate. Le stiamo facendo. C’è un territorio in fermento. Basta andarci per conoscere. Aiuta pure a vincere l’inconsapevolezza. A proposito! Si sta operando pur senza il sostegno della ‘ndrangheta. Lo sai, cultura, lavoro ed entusiasmo sono un forte antidoto. Il fuoco “amico”, invece, – conclude Guido Mignolli – va in direzione opposta… Continua a distruggere».

Una precisazione, quella del direttore del Gal che forse ci voleva perché non è a tutti chiaro che la vera vittoria per la Locride e per La Città Metropolitana, ma adesso anche per la Regione Calabria che ha “sposato” il progetto, non è affatto la eventuale vittoria della “sfida” – ammesso, cosa molto difficile – che ci sia, ma è piuttosto l’ipotesi progettuale che questa candidatura ha creato e che potrebbe veramente cambiare il volto del territorio e della stessa Regione in una proiezione nazionale e internazionale. Ecco la necessità della massima coesione.

Ecco la necessità, come giustamente afferma Mignolli, di non tener conto dei detrattori di turno. Questo sul territorio lo si è compreso. E, non a caso, proprio in questi giorni è stato diffuso un significativo comunicato da parte del Corsecom, struttura associativa di primo piano che da anni si batte per il rilancio del territorio.

«Le molte criticità esistenti sul territorio della Locride, a partire da quella sanitaria, possono giocare in maniera negativa sulla “sfida” per Locride capitale Italiana della cultura 2025. Ma è ormai opinione diffusa che l’apprezzamento per le candidature che vedono una partecipazione attiva dei cittadini nella valorizzazione e qualificazione del proprio territorio è notevole anche se, nel caso della Locride, non sono certo qualificanti le endemiche criticità esistenti».

Però, dice la nota,«in questi ultimi mesi tutti abbiamo potuto assistere all’intenso e capillare battage promozionale avviato dalle strutture associative e, in particolare da quello dell’Associazione Lions che ha valicato i confini territoriali spingendosi su tutta l’area metropolitana fino ad arrivare al congresso di Paestum dove la candidatura è stata fatta propria dai clubs lions di Calabria, Campania e Basilicata. E molti – aggiunge la nota – sono stati anche i Convegni e gli Eventi che hanno evidenziato in maniera chiara e particolareggiata le notevoli ricchezze di varia natura presenti nel territorio e che rappresentano le fondamenta dell’articolato, e qualificato Progetto presentato nelle settimane passate dalla Città Metropolitana alla Commissione Ministeriale preposta a valutare i primi dieci siti da ammettere alla scrematura delle Candidature di “Capitale Italiana della Cultura 2025».

D’altra parte è fuor di dubbio che la Locride con i suoi 2.500 anni di storia, il suo patrimonio naturale con al centro il Mitico Aspromonte, la ricchezza delle varie eccellenze enogastronomiche, i suoi 42 Comuni distribuiti tra mare, colline e suggestivi Borghi, il suo ricco potenziale archeologico, ha tutti i requisiti per concorrere a pieno titolo a questa importante candidatura.

Una candidatura che ha stimolato molti cittadini, orgogliosi e determinati, a organizzarsi per sostenere e incoraggiare Amministratori, sindaci e politici ad essere più incisivi e più determinati a risolvere le varie problematiche la soluzione delle quali renderebbe il territorio più qualificato e con una immagine più appetibile.

E, proprio con questi obiettivi, annuncia il Corsecom, il mondo della cittadinanza attiva si è mobilitata ed è in continua espansione tanto che «si sta creando una rete di Gruppi Operativi mirati a seguire da vicino, con costanza e competenza ma anche acquisendo dati e informazioni per seguire e vigilare il percorso di servizi, di opere, di progetti finanziati ma ancora fermi. Una rete di persone pronte anche a mobilitarsi – precisa il Corsecom – con azioni decise quando si andranno a verificare eccessive lentezze o ritardi non giustificati».

Di questi gruppi, organizzati dallo stesso Corsecom, fanno parte principalmente soggetti appartenenti ai vari Club Service della Locride ( Lions, Rotary, Kivanis,  Associazioni e Fondazioni con riferimenti Nazionali come le Fidapa , l’Ammi il Fai e anche quelle locali  che si distinguono per impegno e  serietà come Borghinfiore, lo storico Sidus Club che, proprio  quest’anno registra quaranta anni d’intensa attività.

«Alcuni gruppi, informa il Corsecom, sono già formati e sono operativi; altri stanno per essere costituiti. Ogni gruppo può contare sulla disponibilità di Sindaci e di qualificati Tecnici ed esperti nei vari settori che possono fornire informazioni sulle diverse iniziative e problematiche che sono in corso di attuazione e la cui soluzione è prevista nel breve e medio termine».

Insomma una mobilitazione decisamente interessante che garantisce la costituzione di una positiva rete tra le Associazioni e le Organizzazioni locali. Gruppi che si stanno impegnando soprattutto per stimolare la soluzione di molti problemi del territorio e che, indipendentemente dal risultato della candidatura a capitale della cultura (si spera, intanto di superare il primo turno, step previsto in questo mese) «potrebbe segnare un momento molto importante per la qualificazione e il rilancio del territorio e per la soluzione di tanti problemi che si trascinano da anni».

I riflettori accesi su “Locride Capitale Italiana della cultura 2025” hanno, intanto, fatto raggiungere questo primo importante risultato. Il resto farà parte della storia dell’immediato futuro. (ab)

 

QUEL FILM GIÀ VISTO «PONTE SÌ-PONTE NO»
2 PESI E 2 MISURE DEI GOVERNI PER IL SUD

di MIMMO NUNNARI – Non, per non voler credere a Salvini («Il ponte si farà»), o credere a Sgarbi («Il ponte non si farà mai»), ma il “ritornello” di fiamma, per la costruzione del Ponte sullo Stretto, è un film già visto, come rileggere una vecchia favola, di quelle che cominciano col “c’era una volta”. 

Di collegare la costa siciliana a quella calabrese se ne parla da oltre un secolo, anzi, stando ad una vecchia simpatica leggenda già nel 251 a.C. un console romano di nome Cecilio Metello ci provò. Fece unire una lunga fila di botti legate l’una all’altra e coperte da grandi zattere. Lo scopo del console era portare sul continente gli elefanti abbandonati nell’isola dai Cartaginesi sconfitti. Purtroppo, l’opera, per quanto ingegnosa, non resse ad una terribile tempesta che arrivò in corso d’opera e fu distrutta. Da allora, non si fece più nessun tentativo di unire Messina con i territori del Reggino, almeno fino al 1870 quando fu redatto il primo progetto scientifico firmato dall’ingegnere genovese Carlo Alberto Navone, che discusse la sua idea geniale al famoso Politecnico di Torino, immaginando, però, di realizzare un tunnel sottomarino. 

Sarebbe lungo, fare la storia dei progetti e delle idee successive: il punto vero, da sempre, non è il fatto tecnico (gli italiani nel mondo hanno realizzato grandissime e ineguagliabili opere ingegneristiche), ma la volontà politica; che c’è, non c’è, c’è poco, c’è quasi zero, secondo i periodi. 

Il motivo, più che tecnico, o di valutazione economica è il solito – e vale per tutte le opere infrastrutturali del Meridione – : al Sud, non vale la pena di fare niente. Poi, c’è la Grande Ipocrisia di chi dice di volerlo realizzare, e poi si rimangia le sue stesse parole. 

Tra i tanti, del prima si e dei poi no, troviamo il professor Romano Prodi, e ci dispiace dirlo, poiché personalmente lo stimiamo molto e ci ricordiamo l’affettuosa espressione che pronunciò da presidente del Consiglio dei Ministri, sorprendendoci: «La Calabria è la figlia prediletta». Comunque, per la storia, fu lui quand’era presidente dell’Iri nel 1985 alla domanda di un giornalista di Panorama – “Quando avverrà la posa della prima pietra del ponte sullo stretto? – a rispondere – «Al più presto». E fu sempre lui, con la legge 24 novembre 2006, quand’era capo del Governo, a decretare lo stop alla costruzione dell’opera, non considerandola una “priorità” nel programma di governo, dirottando, per giunta, i fondi previsti, verso altri lidi. 

Ecco, un’altra parola magica: Priorità. L’abbiamo sentita anche l’altra sera nella trasmissione di Barbara Palombelli sulla bocca di una distinta signora, industriale di Brescia: “Si, va bene il Ponte, ma non è una priorità”. Appunto, la favola. Sono in molti a dire da sempre che sono altre le priorità del Sud, dimenticando, tuttavia, che le priorità (che sino ritardi, ingiustizie e diritti negati) appartengono all’elenco lunghissimo delle cose che il Meridione attende da oltre un secolo e mezzo, e che non sono mai state realizzate, poiché i Governi – tutti – hanno  usato due pesi e due misure nei confronti del Sud. 

A sfogliare vecchi giornali, in date non molto lontane nel tempo, il ponte dovrebbe essere già stato costruito da un pezzo: “Entro gli anni 70 la Sicilia non sarà più un’isola”, titolava nel luglio 1971 “Famiglia Cristiana”, che essendo un settimanale cattolico ci credeva, era ottimista e parlava di “ottava meraviglia del mondo”. E non erano di meno, in quel periodo, altri importanti giornali: “La Sicilia non sarà più un’Isola” (La Stampa), “Una lunghissima campata e la Sicilia sarà continente” (Il Messaggero), “Il ponte dei sospiri” (Avvenire). Pure il Corriere della Sera e Il Sole 24 ore, se ne occuparono molto. Si snocciolavano date per l’inaugurazione, e un ministro dei Trasporti determinato, che ci credeva seriamente, il socialista pugliese Claudio Signorile, nel settembre 1985, arrivò a dire: «Siamo ad un passo, il progetto c’è, i soldi si trovano, quello che manca è la scelta politica». Con quelle parole di Signorile (scelta politica) si toccò il nervo scoperto della questione ponte: la volontà di farlo davvero. Ogni volta che sembra di essere vicini alla realizzazione, tutto, come in un sogno, come nelle favole, svanisce. Anche chi ci crede nel ponte, non si entusiasma più: troppe sono state le delusioni tanto da pensare che il ponte lo si può vedere solo in cartolina, o sulla copertina di qualche giornale, come fece La Domenica del Corriere nel 1965, quando pubblicò una tavola illustrata dello Stretto con disegnati il ponte e un carretto siciliano che ci passava sopra. 

In cartolina è stato visto davvero il ponte. Accade negli anni Sessanta quando il titolare di una rivendita di tabacchi e giornali di Messina mise in commercio, al prezzo di cinque lire, una cartolina in bianco e nero che riproduceva un disegno dell’ingegnere italo americano Mario Palmieri. La cartolina andò a ruba in Italia e all’estero. La ricevettero inviata da parenti e amici tanti emigrati siciliani in America. Era il 1956, e qualcuno, tra gli stranieri, o tra gli emigrati che scendendo giù, dalle parte dello Stretto, venendo dall’America, dove appunto la cartolina era molto diffusa, rimaneva deluso scoprendo che nella foto aveva visto soltanto un disegno. Anche zio Paperone ha sognato di costruire il ponte sullo Stretto. La storia è apparsa in uno storico numero di Topolino, nell’ottobre 1982, scritta da Elisa Penna e Giorgio Pezzin e disegnata dal bravo fumettista Giorgio Cavazzano. Non finì bene, per il riccastro Paperone, perché l’acerrimo nemico Rockerduck gli rubò l’idea. 

 La storia, tuttavia, non fece finir bene il progetto.  non andò bene neppure a lui. Insomma, neanche con una striscia fumettistica si è riusciti a fare il ponte. Ora se ne parla di nuovo, ed è giusto, legittimo, avere una posizione favorevole o contraria, senza pregiudizi. Quello che non è sopportabile è continuare a dire ipocritamente che sono altre le priorità, o fare proclami sapendo che sono bugie o falsità.  Quali siano le priorità calabresi e siciliani lo sanno da un pezzo, e bisognerebbe darsi una mossa, a prescindere dal ponte si o ponte no. 

Bene ha fatto il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto nel dichiararsi favorevole alla costruzione del ponte a pragmaticamente ricordare quel che si può e si deve fare subito: per esempio  il completamento della strada statale ionica 106, la strada della morte, dove i calabresi misurano da decenni l’assenza vergognosa dello Stato, e le falsità dei ministri di turno. 

Sorvoliamo infine, sulle scemenze di chi dice che il ponte  servirebbe a collegare due cosche più che due coste. Idiozie. L’alibi della mafia è un congegno a orologeria che scatta al bisogno. (mnu)

BENVENUTO IN CALABRIA, PRINCE ALBERT
TESTIMONIAL DELLA TUTELA AMBIENTALE

di SANTO STRATI – La visita di tre giorni che il Principe Alberto di Monaco farà da domani in Calabria, non solo onora la nostra terra, dove peraltro esistono anche radici lontane dei Grimaldi, ma soprattutto è uno stimolo a occuparsi e preoccuparsi della natura e del territorio. L’Aspromonte con le sue straordinarie testimonianze di biodiversità, sia di flora, sia di fauna, e il mar Mediterraneo, laboratorio permanente di biodiversità marina, sono due ricchezze che i calabresi – in particolare le nuove generazioni – devono imparare a rispettare e proteggere. E lo stesso discorso vale per la Sila e il Pollino (non dimentichiamo che la Calabria ha la bellezza di tre parchi nazionali) e le grandi rocce, i laghi, i reperti archeologici e rupestri, oltre alle tracce, meravigliosamente uniche, della civiltà classica che la Magna Grecia ci ha lasciato. La presenza del Principe Alberto è l’occasione per fare tesoro del suo impegno, mondiale, nella salvaguardia di mari, foreste, territori: occorre diffondere la cultura ambientale, educando sin da bambini ad avere cura dell’habitat naturale.

E l’attenzione che il Principe Alberto II di Monaco riserva all’Ambiente, sin dal primo momento della sua incoronazione, lascia guardare con ottimismo verso il futuro. Lo sviluppo sostenibile non è soltanto una serie di belle parole utili a disegnare scenari non apocalittici del pianeta: c’è il segnale di un concurante impegno nei confronti della biodiversità e delle risorse naturali della Terra, con l’obiettivo di ridurre i gas serra e ristabilire quell’equilibrio troppo spesso compromesso della sostenibilità ambientale.

E, considerando, che il Principato si affaccia sul Mediterraneo (che contiene il 7,5% delle specie mondiali della biodiversità marina), il ruolo da protagonista del Principe Alberto, a favore della tutela dell’Ambiente, diventa ancora più rilevante nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica. 

Nel 2006 il Principe Alberto ha creato un’apposita Fondazione per combattere i cambiamenti climatici e difendere la biodiversità, i mari e le risorse idriche del nostro pianeta: molte altre sezioni, oltre quella monegasca, sono seguite in tutto il mondo, inclusa l’Italia, con l’obiettivo, ammirevole, della salvaguardia del patrimonio ambientale. 

Ben 720 progetti di sostenibilità ambientale sostenuti da risorse personali del Principe e donazioni (ben 92 milioni di euro raccolti in questi anni) indicano un percorso di impegno globale per ridare il giusto equilibrio all’ambiente, col rispetto della natura e la tutela di un ecosistema che rischia di collassare.

Il pensiero del Principe è noto: occorre lavorare tutti insieme, scienziati, capi di Stato e rappresentanti delle Istituzioni, politici ed esponenti  delle organizzazioni internazionali, mondo economico e produttivo, senza dimenticare il coinvolgimento della società civile, al fine di individuare le soluzioni per la sostenibilità necessaria e possibile del Pianeta. Occorre cooperare per raggiungere l’obiettivo di un’etica sociale che garantisca la salvaguardia ambientale e consegni alle nuove generazioni un futuro non più irrimediabilmente inquinato e soffocato da fumi e scarichi che uccidono l’ambiente e sconvolgono l’ecosistema.

Per giungere a risultati concreti è, soprattutto, necessario sensibilizzare i giovani al rispetto della natura, alla tutela della biodiversità, alla salvaguardia delle foreste, anche attraverso piccoli gesti di vita quotidiana che non trascurino mai l’attenzione verso l’ambiente e la natura. Abituarsi a proteggere e preservare l’ecosistema significa limitare i danni che, inevitabilmente, in assenza di sostenibilità, l’atmosfera rischia di subire e con essa il clima, le cui mutazioni sono sotto gli occhi di tutti, ogni giorno, e, non da ultimo, le coltivazioni, che rappresentano il benessere di milioni di individui che di esse vivono. 

C’è, dunque, l’esigenza di diffondere la cultura ambientale e fare in modo che si realizzino modelli di tutela della sostenibilità: il Principe Alberto di Monaco è il propulsore di quella necessaria attitudine a rispettare l’habitat in cui viviamo, e questo lo rende un sovrano illuminato, ammirevole esempio di nobile impegno per il futuro del Pianeta. L’ultimo principe di un’Europa che nel Mediterraneo trova la sede naturale per il suo nuovo Rinascimento. Prossimo venturo e di sostenibilità. Benvenuto in Calabria, Principe Alberto. (s)

ENERGIA, OCCHIUTO: CI SIANO VANTAGGI
PER CHI PRODUCE FA FONTI RINNOVABILI

di ANTONIETTA MARIA STRATI – La Calabria è una regione che produce tanta, troppa energia. Eppure, i calabresi pagano le stesse bollette degli altri cittadini di regioni che producono meno energia. Come fare allora? Una idea l’ha offerta il Governatore della Regione, Roberto Occhiuto, intervenendo a Buongiorno Regione.

Il Governatore ha evidenziato come «sulle autonomie regionali penso innanzitutto che vada applicata la Costituzione, che stabilisce che i diritti devono essere assicurati ai cittadini italiani in maniera uguale e uniforme su tutto il territorio nazionale».

«Per questo occorre la perequazione, proprio per dare la possibilità alle Regioni più povere di assicurare gli stessi diritti a tutti. Al termine della perequazione, quando tutti i cittadini hanno acquisito gli stessi diritti, se poi ci sono Regioni che hanno capacità fiscali maggiori, credo che sia giusto consentirgli interventi ulteriori per i loro cittadini».

Occhiuto ha rilevato come «purtroppo la perequazione in questo Paese non ha mai funzionato negli ultimi anni, anzi quando si sono finanziati i servizi pubblici, lo si è fatto in ragione della spesa storica e non dei fabbisogni standard. Cominciamo a cambiare queste cose. Per quanto riguarda le materie delegate, ho già detto al ministro Calderoli che su questo tema noi accettiamo la sfida col governo».

«Faccio un esempio molto attuale, quello sull’energia – ha spiegato –. La mia Regione produce molta più energia rispetto a quella che consuma, ma i miei cittadini pagano le bollette elettriche allo stesso modo dei cittadini di altre Regioni che producono meno energia. Eppure produciamo una percentuale molto più alta di energia da fonti rinnovabili e dall’idroelettrico. Perché la mia Regione non può, dunque, tenere per sé i maggiori introiti fiscali derivanti da una maggiore produzione di energia alternativa?».

«Se io domani – ha continuato – dovessi ricevere un gruppo industriale che vuole realizzare un grande impianto eolico offshore, visto che la Calabria è una Regione molto esposta al vento, io dovrei convincere le popolazioni a ospitare quell’impianto.
È una cosa complessa, difficile, lo faccio perché è giusto per il Paese, ma sarebbe ancora più giusto che i cittadini avessero dei vantaggi concreti».

«Se non si interviene in questo modo, dando appunto dei vantaggi ai territori che investono sulle rinnovabili, non ci può essere un reale incentivo allo sviluppo dell’energia pulita», ha concluso il governatore.

E proprio di autonomia regionale e costituzione ha parlato, nei giorni scorsi in una intervista a La Repubblica Napoli, il presidente della Svimez, Adriano Giannola.

Nell’intervista, Giannola ha parlato di un’autonomia regionale che «è un siluro alla Costituzione sin dal 2001, ed è fuori dalla legge del 2009 che è stata elaborata e firmata dall’attuale ministro Calderoli. Questa si chiama eversione».

L’autonomia, che «è prevista dalla Costituzione – ha detto il presidente della Svimez –. Se fosse intellettualmente onesto, Fassino dovrebbe illustrare la corretta procedura prevista dall’articolo 116, che prevede possibili maggiori competenze per le Regioni e chiude con una frase molto semplice: “Nel rispetto dell’articolo 119” e della legge del 2009 mai applicata, dove si parla di fondi perequativi, senza vincolo di destinazione, e si rinvia a un altro stile ancora».

Del tema ne ha ampiamente parlato Pietro Massimo Busetta in un suo editoriale, sottolineando come «il Sud può contribuire insieme a tutto il Paese alle energie rinnovabili o anche ad ospitare i rigassificatori, ma non si vede il motivo per cui le pale eoliche, o i campi di impianti solari, che certo non migliorano il paesaggio, possano essere messe sulle colline siciliane o sul tavoliere delle Puglie o sugli Appennini e non possano essere piazzate invece anche sulle Alpi, o i rigassificatori non siano distribuiti per tutto il Paese».

«Bene bisogna – ha continuato – che ogni realtà regionale possa essere autonoma rispetto all’energia che consuma e nel caso invece si debba ricorrere a quella di regioni diverse, che queste siano indennizzate per il servizio che compiono nei confronti del Paese. Perché deve essere chiaro a tutti che gli impianti che creano energia sono un peso per le realtà che le accolgono che devono essere compensate in qualche modo».

Busetta nel suo editoriale ha ribadito che non è necessario «che profeti improvvisati e mai visti si presentino al Sud per venderci come opportunità quelle che invece sono solo esigenze legittime, ma da considerare più prezzi da pagare che incassi da ricevere. Il Sud non chiede soltanto di essere interlocutore adulto del sistema Paese, ma pretende di non essere considerato area coloniale nella quale catapultare, oltre che  i paracadutati della politica,  profeti per convincere i più riottosi della bontà di progetti della cui esigenza sono portatori le aree più industrializzate».

D’altronde, è da tanto ormai che la Calabria si sta muovendo sul tema dell’energia, soprattutto delle rinnovabili. Era il 25 maggio del 2021 quando l’allora assessore regionale all’Innovazione e Ricerca, Sandra Savaglio, aveva annunciato che «la Calabria può essere un centro di riferimento sulle energie rinnovabili e, con i suoi siti di ricerca, si candida a essere un nucleo strategico sul Mediterraneo nell’ambito del Pnrr».

E da qui, tantissime cose sono nate in Calabria. Sono nate le prime Comunità energetiche (secondo un report de La Repubblica, attualmente ce ne sono quattro), il presidente della Regione ha stipulato un importante accordo con il Gestore Servizi Energetica, società del Ministero dell’Economia, dalla durata di tre anni.

Un protocollo, questo in particolare, che prevede di sostenere la Regione Calabria nella pianificazione energetica regionale generando modelli virtuosi di economia circolare e agevolando il raggiungimento dei target di sostenibilità attraverso la diffusione delle fonti rinnovabili, dell’autoconsumo e della riqualificazione energetica del patrimonio edilizio pubblico.

Le fondamenta ci sono. Serve solo attuare quello che Occhiuto ha suggerito, in modo da consentire ai cittadini calabresi di beneficiare del vantaggio di avere l’elettricità a km zero e prodotto in modo pulito. Se ciò venisse fatto, la Calabria potrebbe essere apripista per una perequazione che non è mai stata applicata. (bl)

 

NUOVA VITA DAI RIFIUTI AGROALIMENTARI
I RISULTATI DELLA RICERCA DELL’UNICAL

di FRANCO BARTUCCI – La trasformazione industriale dei prodotti agroalimentari è accompagnata, spesso, da una tale quantità di sottoprodotti che a volte supera, in peso, il prodotto finito. Da sempre gli scarti di lavorazione sono stati utilizzati per scopi secondari, o come mangime per animali o come fertilizzanti.

Tuttavia, oggi i procedimenti per valorizzare gli scarti di produzione sono molto attenzionati e sono oggetto di numerosi studi che mirano all’ottenimento di materie prime ad alto valore aggiunto che vanno dalla produzione di carta, di coloranti, fragranze, di cosmetici nutraceutici e farmaci, packaging commestibile, plastica compostabile, biocarburanti, alle biomasse.

Oggi, il paradigma di economia circolare impone una revisione profonda di tutti i cicli produttivi, in cui la valorizzazione dei sottoprodotti significa, non soltanto risparmiare i costi di smaltimento e salvaguardare l’ambiente, ma significa anche garantire la sostenibilità di un processo produttivo.

In Calabria, le grandi produzioni agroalimentari riguardano le colture di olivi, viti e agrumi intorno alle quali si sono interessate molteplici industrie farmaceutiche e biochimiche per la creazione di sinergie virtuose e la realizzazione di estratti ad alto valore aggiunto caratterizzate principalmente dalla presenza di polifenoli, composti antiossidanti che consentono di contrastare il fenomeno ossidativo apportando effetti benefici sulle malattie croniche

Nella produzione del vino si stima che per ogni ettolitro di vino prodotto si producano circa 30 kg di scarti costituiti da vinacce, raspi, e altri residui. Da sempre gli scarti della lavorazione del vino sono stati utilizzati per produrre prodotti secondari. Le vinacce sono utilizzate per produrre la grappa, l’acido tartarico e il cremor tartaro.

Possono essere utilizzate come fertilizzante o addizionate ai mangimi per animali o semplicemente come biomasse per la produzione di energia. Dai vinaccioli, ovvero i semi dell’uva, viene ricavato un olio. Gli scarti dunque sono inseriti integralmente nella filiera produttiva. Anche le olive, che come l’uva accompagnano la storia dell’umanità, vengono sfruttate al 100%, dopo la spremitura per ricavare l’olio il residuo, costituito dai noccioli frantumati e dalla polpa e la buccia delle olive, viene filtrato e si separano i frammenti dei noccioli. Questi frammenti sono ricchi di potere calorico per la presenza di olio e vengono trasformati in pellet per il riscaldamento civile o industriale.

La frazione rimanente separata dall’ acqua è detta sansa e viene usata come aggiunta al mangime bovino. Le acque reflue di lavorazione delle olive vengono filtrate e se ne ricavano acqua pulita, un residuo melmoso che si aggiunge alla sansa ed un concentrato di polifenoli che possono essere utilizzati dall’ industria cosmetica e farmaceutica oppure possono essere usati come concime fogliare.

Ma è intorno ai sottoprodotti della trasformazione industriale degli agrumi che si è concentrata la maggior parte della ricerca innovativa. Negli scarti di lavorazione di tutti i membri del genere citrus, sono presenti composti bioattivi, dalle molteplici proprietà funzionali, quali attività antiossidante, antinfiammatoria, anticancerogena, antivirale e antimutagena.

Ad oggi, gli agrumi rappresentano una delle colture di frutta più importanti ed abbondanti del mondo, con una produzione annuale superiore a 122,5 milioni di tonnellate, di cui un terzo viene lavorato e destinato per la produzione di succhi, marmellate o per l’estrazione di oli essenziali. Il processo produttivo di un’azienda agrumaria produce principalmente due rifiuti: il pastazzo di agrumi (quantitativamente pari al 50-60% della frutta processata) e le acque reflue.

Durante la lavorazione, i residui di buccia sono la frazione primaria degli scarti, pari a quasi la metà del peso totale del frutto. La maggior parte della ricerca volta alla valorizzazione dei sotto prodotti si è concentrata proprio su questi residui, che hanno in realtà un grande valore, in quanto contengono una serie di importanti composti bioattivi, come pectina, polifenoli e terpeni che possono essere riutilizzati in svariati settori (nutraceutica, alimentazione umana e animale, agricolo, cosmetico, ecc.). Molti processi innovativi di recupero di sostanze funzionali da pastazzo di agrumi riguardano le estrazioni di pectina (con un grado di esterificazione notevolmente basso), di polifenoli (flavanoni e derivati dell’acido idrossicinnamico) e di terpeni (principalmente d-limonene) migliorando soprattutto il rendimento e la durata di processo.

La ricerca applicata ha portato anche alla messa a punto di metodiche innovative per l’estrazione di una fibra cellulosica dalla buccia d’arancia, o da altri scarti dell’industria di produzione di succhi di agrumi. Questo rappresenta una frontiera della valorizzazione dei sottoprodotti agrumari. Le fibre, infatti, pur se vengono estratte mediante reagenti chimici dagli scarti degli agrumi dopo la spremitura, dopo essere filate creano un tessuto versatile e biodegradabile.

Quindi, il completo riutilizzo sembra essere il destino di tutti i residui dei processi di trasformazione di prodotti agroalimentari, soprattutto per l’interesse verso quelle sostanze ad alto valore aggiunto contenute nei sottoprodotti. 

Fatta questa ampia premessa sulle nuove frontiere per il recupero degli scarti agroalimentari, con il contributo illustrativo del prof. Giancarlo Statti, entriamo nel merito di una importante ricerca e lavoro progettuale europeo in corso di svolgimento all’Università della Calabria ed in collaborazione con altre Università europee, del quale ne parliamo a seguire in quanto il gruppo si è appena trovato nel Campus universitario di Arcavavata.

Tutto rientra nel progetto Erasmus KA2 “Strategie per la valorizzazione dei sottoprodotti agro-alimentari come alimenti funzionali nel contesto di un’economia circolare (BYPRODUCTS) project no. 2020-1-RO01-KA203-080172”, che ha visto coinvolti  il prof. Giancarlo Statti e la prof.ssa Filomena Conforti del dipartimento di Farmacia, Scienze della Salute e della Nutrizione dell’Università della Calabria, condividendone il percorso di studio e ricerca con altri colleghi della Facoltà di Ingegneria Alimentare dell’Università di Scienze della Vita “King Mihai I” di Timisoara (Romania), della Facoltà di  Scienze e tecnologie alimentari dell’Università di Scienze Agrarie e di Medicina Veterinaria di Cluj Napoca (Romania), dell’Istituto di Scienze Agrarie e Ambientali della Università di Estonia, di Scienze della Vita di Tartu, nonché dell’associazione non governativa Rompan (Patrocinio rumeno dell’industria della molitura, dei prodotti da forno e della farina) di Bucarest. 

Il transnational meeting (così è stato definito) appena concluso presso l’Università della Calabria ha evidenziato importanti strategie per la valorizzazione dei sottoprodotti come fonte di reddito aggiunto per le industrie di produzione e di trasformazione dei settori agroalimentari.

«Tali strategie innovative – ha dichiarato il prof. Giancarlo Statti –  possono trovare applicazioni di immediata attuazione, che aumentano la sostenibilità economica, ambientale e sociale di molte imprese operanti nel settore agroalimentare in Calabria, come dimostrato anche dagli accordi di collaborazione realizzati con le aziende che hanno ospitato parte del meeting: la START-Up Reolì S.r.l. e la società agricola Terzeria».

«Come output di progetto – ha concluso il prof. Statti – il team si è proposto di intraprendere congiuntamente ricerche finalizzate all’ottenimento di nuove tecnologie per la realizzazione di estratti ad alto valore aggiunto, dalle colture tipiche dei paesi partner, utilizzabili in settori di rilevanza economica, quali quello nutraceutico e cosmetico, che rappresentano settori ancora in forte crescita in Europa». (fb)          

CI PENSI IL MINISTERO DELL’ECONOMIA
A RILANCIARE DAVVERO IL MEZZOGIORNO

di ERCOLE INCALZA – Sta cominciando una stagione nuova; è l’inizio di una nuova Legislatura ed è anche l’inizio di una esperienza che da molti anni il Paese non viveva: un politico alla gestione del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Con questo non intendo criticare l’operato dei Ministri tecnici che si sono succeduti nella gestione di tale Dicastero, anzi ritengo che Daniele Franco sia stato un grande Ministro, sia stato un membro del Governo che ha davvero reso il Pnrr un riferimento strategico difendibile e per rendersene conto del lavoro encomiabile fatto dal Ministro Franco è sufficiente leggere cosa era il Pnrr prodotto dal Governo Conte 2.

Ma affrontiamo il ritorno, dopo oltre venti anni di un Ministro politico al Dicastero di Via XX Settembre (ricordo in proposito che il Ministro Tremonti era stato eletto nelle fila di Forza Italia ma era e rimane senza dubbio un Ministro tecnico). Ed allora questo ritorno di un politico pone, a mio avviso, un problema non facile: come sarà affrontata la emergenza Mezzogiorno? Forse sarà bene che al Mezzogiorno pensi essenzialmente il Ministero dell’Economia e delle Finanze d’intesa con la Presidenza del Consiglio.

Non ha senso nominare un Ministro senza portafoglio per affrontare una emergenza che, soprattutto, nella passata Legislatura, in particolare con i Governi Conte 1 e Conte 2, ha prodotto solo annunci, ha sottoscritto solo impegni, ha garantito solo percentuali e che, nel campo delle infrastrutture, in particolare di quelle strategiche, ha però prodotto Stati Avanzamento Lavori (Sal) solo per circa 6 miliardi di euro in quasi cinque anni. 

Quindi primo atto da prendere subito dovrebbe essere quello di trasferire al Ministero dell’Economia e delle Finanze ed alla Presidenza del Consiglio la gestione delle scelte da varare per il rilancio di una realtà che, come da me più volte ricordato, da 70 anni mantiene inalterate tante distanze con il Centro Nord e tra queste una riveste una patologia incredibile per un Paese come il nostro “industrialmente avanzato”, mi riferisco alla distanza nel “reddito pro capite”. Sono diventato noioso ma chi non è noioso come me che ripete sistematicamente questo dato vuol dire che gode constatando che nel terzo millennio esista una dicotomia così folle.

La distanza è nota da sempre a tutti, alla Sinistra, al Centro ed alla Destra e, purtroppo, è rimasta solo nota e basta per la Sinistra, per il Centro e per la Destra. Anche perché non era e non è facile porre fine a questa drammatica ed offensiva discriminazione.

Riporto quindi un dato che, spesso, la stessa Unione Europea stenta a credere: in otto Regioni del paese il reddito pro capite si attesta su un valore medio pari a 17.400 euro, nel resto del Paese tale valore varia tra 32.000 e 40.000 euro. 

Allora l’agenda del nuovo Governo deve porre nella fascia temporale dei primi 100 giorni oltre alla esplosione delle bollette e quindi della crisi energetica, oltre alla crescita pericolosa della inflazione, la “emergenza del Mezzogiorno”. Non ha senso, ripeto ancora una volta, parlare di percentuali, non ha senso annunciare interventi inesistenti come le Zone Economiche Speciali (Zes) (decise con apposite norme cinque anni fa e rimaste solo tali), non ha senso nominare commissari per affrontare e risolvere problematiche che non saranno mai risolte.

Non voglio proporre soluzioni, o meglio, non voglio anticipare possibili soluzioni che competeranno al futuro Governo ma voglio solo ricordare un dato: la infrastrutturazione del Paese, sia quella relativa alle grandi reti di trasporto urbane ed extraurbane, sia quella legata alla funzionalità dei nodi urbani e logistici, sia quella legata al riassetto idrogeologico, sia quella legata al riassetto funzionale dell’offerta sanitaria e scolastica, sia quella legata all’articolata e complessa attività manutentiva, cioè tutti gli interventi che rendono vivibile e funzionale la griglia strutturale ed infrastrutturale su cui viviamo, se realizzata in modo organico e contestuale (per contestuale intendo avvio contemporaneo di tutti gli interventi e non per fasi disgiunte dell’intero processo), consente ad un sistema territoriale, già nella fase di avvio degli interventi, di crescere come Prodotto Interno Lordo per un valore superiore al 25 – 30% ed una volta completate le infrastrutture tale soglia si attesta su un valore stabile superiore al 15 – 20%.

Sappiamo, sulla base di una serie di studi ed approfondimenti fatti da diverse Società, che la sola infrastrutturazione organica e contestuale del Mezzogiorno ha un costo di circa 140 miliardi di euro. Il Pnrr ne assegna globalmente circa 55 miliardi e la cosa davvero non positiva e che questo volano di risorse presenti nel Pnrr è relativo a tessere infrastrutturali di un mosaico che non esiste; cioè segmenti di ferrovie, segmenti di interventi in aree urbane, segmenti in comparti logistici privi di un contesto pianificato, sono cioè tessere di un mosaico che volutamente non è stato neppure immaginato. Solo se il nuovo Governo accettasse da subito un approccio basato su almeno 4 condizioni chiave:

 

  • Il quadro globale delle iniziative infrastrutturali da avviare tutte contestualmente
  • Le esigenze finanziarie globali
  • Gli strumenti capaci di coinvolgere capitali privati ricorrendo a forme di Partenariato Pubblico Privato
  • La rivisitazione integrale dell’utilizzo del Fondo di Sviluppo e Coesione 


allora verrebbe meno questa prorogata atarassia che ha caratterizzato, specialmente durante i Governi Conte 1 e Conte 2, la politica del Governo nei confronti del Sud. 

Un simile approccio, in realtà, rappresenterebbe, finalmente un cambiamento sostanziale nei confronti di quell’area che geograficamente chiamiamo Sud ma che economicamente dovremmo definire “area del sottosviluppo”.

Devo però aggiungere una ulteriore condizione: il rispetto del “fattore tempo”, cioè la capacità che questo rivoluzionario processo accada a partire già nel primo semestre del 2023. 

Se lo si vuole è possibile realizzare un simile progetto e, sembra davvero strano ed inconcepibile ma questo approccio da sempre è seguito nelle aree settentrionali del Paese. (ei)

(Courtesy Il Quotidiano del Sud / L’altravoce dell’Italia)

PERCHÈ VA SOSTENUTA L’UNICITÀ ITALIANA
DEL “BERGAMOTTO DI REGGIO CALABRIA”

di SANTO STRATI – Se qualcuno dice Bergamotto soltanto,  il prof. Pasquale Amato, presidente dell’omonimo Comitato, s’inalbera, con buona ragione: si chiama “Bergamotto di Reggio Calabria”  e non è una tipicità locale, ma un’unicità nazionale, espressione fino ad oggi mai adeguatamente utilizzata. Il Bergamotto di Reggio Calabria è l’oro della Calabria (senza di esso non si produrrebbero i profumi in qualunque parte del mondo) e costituisce la parte più cospicua dell’export regionale, ma in realtà dovrebbe essere acquisito e promosso da prodotto identitario reggino a unicità nazionale. Pochi lo sanno ma il Bergamotto di Reggio Calabria cresce soltanto in 45 comuni della Città Metropolitana di Reggio, dove venne avviato, in Rada Giunchi, il primo bergamotteto nel 1750: hanno provato a farlo crescere altrove, ma la pianta non attecchisce. Evidentemente il microclima di Reggio e l’aria dello Jonio sono essenziali per far crescere la pianta. Hanno tentato molti anni fa i francesi, massimi utilizzatori del Bergamotto di Reggio a usare un distillato sintetico per fare a meno dell’agrume, ma i risultati sono stati disastrosi e la richiesta dell’essenza originale è tornata a crescere costantemente di anno in anno. E c’è di più: del Bergamotto di Reggio Calabria non si butta via niente: in passato addirittura il succo veniva classificato “tossico”, da tempo si è scoperto che contiene diverse centinaia di principi attivi contro colesterolo e, da ultimo, contro la glicemia elevata (diabete), senza contare gli usi che i meravigliosi chef e pasticceri del capoluogo dello Stretto hanno saputo cogliere, proponendo leccornie indescrivibili sia a livello dolciario che in molte pietanze della tavola tradizionale.

Di tutto ciò si è parlato domenica sera a Reggio in un incontro promosso dalla Conpait (l’associazione nazionale dei pasticceri che ha per presidente il reggino Angelo Musolino) e organizzato dal prof. Pasquale Amato, apprezzato storico e docente reggino e principale promotore della tutela del nome completo del Bergamotto di Reggio Calabria. L’incontro è avvenuto nell’ambito dell’evento EpiCuRe realizzato dalla Camera di Commercio di Reggio per festeggiare i suoi 160 anni.

Il prof. Amato ha chiamato il Rettore dell’Università Mediterranea, Giuseppe Zimbalatti, il presidente del Consorzio di tutela Ezio Pizzi, il sindaco ff della Città Metropolitana Carmelo Versace, l’assessore comunale alle attività produttive Angela Martino e il presidente della locale Camera di Commercio (e presidente dell’Unioncamere regionale) Ninni Tramontana per discutere delle potenzialità del principe degli agrumi e della tutela del suo brand. Il dibattito, moderato da chi scrive questa nota, è stato vivace e, sicuramente, propositivo, in quanto sono emerse le tante opportunità che questa ricchezza “unica” della Città metropolitana di Reggio è in grado di offrire.

La relazione introduttiva del prof. Amato, peraltro autore di un magnifico volumetto sul principe degli agrumi, ha offerto un quadro esaustivo, anche storicamente parlando, del Bergamotto di Reggio Calabria e spiegato le finalità dell’omonimo Comitato che ha l’obiettivo di difendere e promuovere ovunque la denominazione corretta. «Abbiamo adottato come logo – ha spiegato il prof. Amato – la suggestiva immagine liberty realizzata dall’architetto reggino Michele Prestipino per la Ditta Vilardi all’alba del ‘900. “È intenso il profumo nel giardino di Rada Giunchi” si leggeva in un antico libro a proposito della prima piantagione di bergamotti di Nicolò Parisio “vicinissima al mare, in luogo protetto dai venti e con tiepide brezze. La nuova coltura dei bergamotteti si è rapidamente diffusa ai piedi della dorsale appenninica reggina, lungo. il mare…”. Amato ha messo a confronto altre tipicità (ma non unicità) che hanno investito sul marchio: il parmigiano è “reggiano” l’aceto balsamico è “di Modena”, il prosciutto “di Parma”, etc: solo del bergamotto c’è ritrosia a declamare il nome completo, aggiungendo “di Reggio Calabria”, al contrario di altre tipicità (e non unicità) del territorio. Amato ha fatto l’esempio della cipolla “di Tropea” (pur essendo coltivata nella Riviera dei cedri, un po’ più a nord della perla marina del Tirreno, o la ‘nduja “di Spilinga”, o la patata “della Sila”. La differenza tra tipicità e unicità non è sottile: le patate crescono dovunque, quelle della Sila sono solo più buone e  lo stesso vale per la cipolla rossa divenuta “regina” della gastronomia calabrese, ma il bergamotto no, è un prodotto unico che non cresce da nessun’altra parte al mondo, eppure c’è chi parla di bergamotto calabrese, o addirittura (sfidando il ridicolo e spacciando il falso) “siciliano”. Quindi la tutela del marchio identitario non è una questione di orgoglio o di campanile, ma è l’opportuno riconoscimento di un prodotto che rappresenta un elemento straordinario di crescita e sviluppo per l’intero territorio reggino.

Il Bergamotto di Reggio Calabria è diventato una DOP (denominazione di origine protetta) nel 2001 per quel che riguarda l’olio essenziaa. Oggi – come ha spiegato l’avv. Pizzi – si sta lavorando per ottenere l’estensione a tutto il frutto, visto che viene praticamente utilizzata ogni parte, sia a livello farmacologico sia per gli usi gastronomici. È un obiettivo di grande importanza – ha detto il prof. Amato – perché consente una tutela completa e totale del prodotto e la sua valorizzazione. Che – aggiungiamo noi – non dev’essere soltanto a livello locale o regionale, bensì deve diventare un elemento di “unicità” italiana, nel novero delle esportazioni mondiali. occorre interessare e coinvolgere, attraverso l’assessore regionale all’agricoltura Gianluca Gallo che si è mostrato molto sensibile alla coltivazione reggina, il ministero delle Politiche agricole perché avvi una campagna di sostegno all’unicità italiana del Bergamotto di Reggio Calabria: significherebbe, non solo dare prestigio al made in Italy nel campo dell’agro-alimentare ma anche in quello medico-scientifico. I risultati eccellenti degli studi dei prof. Enzo Montemurro e Vincenzo Mollace sono davvero sorprendenti e la Grande Distribuzione Organizzata ha cominciato a rifornire non solo l’Italia, ma gran parte del mondo, del prodotto fresco e dei succhi da esso derivati. Sono ormai acclarate le proprietà benefiche di questo agrume in grado di ridurre i livelli di glucosio nel sangue e di agire, al pari delle statine, per bloccare gli enzimi della sintesi del colesterolo cattivo (LDL), alzando quelli del colesterolo buono (HDL), nonché la sua riconosciuta azione antiossidante che limita la produzione di radicali liberi.

Le iniziative sul Bergamotto di Reggio Calabria, però, non si fermano alla difesa del brand, di un marchio che – per pigrizia o ignoranza – viene declinato a metà, senza la specificità “di Reggio Calabria”, ma riguardano una filiera produttiva che, in prospettiva, diventa determinante per lo sviluppo del territorio.  Secondo il Rettore Zimbalatti ci sono tutte le condizioni per creare un distretto produttivo che offra opportunità di lavoro, oltre che di studio, con un ruolo attivo della Facoltà di Agraria e dell’intera Università Mediterranea.

C’è un vecchio progetto per l’istituzione di un Istituto Superiore di Profumeria, destinato a formare i “nasi” che servono a creare nuovi profumi ed estrapolare essenze: una professionalità ricercatissima in tutto il mondo. Ma si può andare oltre all’Istituto per profumieri – ha detto l’assessore Angela Martino – occorre pensare agli altri utilizzi, soprattutto nel campo agro-alimentare e gastronomico, per immaginare una struttura di formazione ben più ampia con il coinvolgimento dell’Università e di altre realtà di istruzione professionale.

Il Bergamotto di Reggio Calabria rappresenta, dunque, una ricchezza solo parzialmente utilizzata e messa a profitto: il sindaco ff della Città metropolitana Carmelo Versace ha sottolineato l’esigenza di fare rete e di coinvolgere nel tessuto di crescita tutti i 45 comuni interessati alla coltivazione: non è più soltanto – come avveniva un tempo – un’industria di estrazione dell’olio essenziale, ma un comparto a tutto tondo che comprende svariate attività produttive che vanno promosse e sostenute. L’utilizzo totale del frutto lascia ipotizzare la crescita di nuove imprese per la lavorazione dei succhi, l’imbottigliamento, la distribuzione alimentare. La cucina mediterranea arriverà – non è un’esagerazione – a non poter fare a meno del Bergamotto di Reggio Calabria: perciò è una risorsa che va sostenuta e tutelata, anche con incentivazioni e agevolazioni per stimolare lavoro e crescita del territorio.

Di grande rilevanza, poi, il ruolo della Stazione sperimentale delle essenze agrumarie e derivati, caduta nel dimenticatoio per anni e completamente “rigenerata” grazie al presidente Ninni Tramontana della Camera di Commercio: la Stazione sperimentale di Reggio (una delle otto create da una legge del 91918, firmata guarda caso dall’illustre parlamentare reggino Giuseppe De Nava) oltre a essere un laboratorio di altissimo livello, possiede una biblioteca unica e straordinaria per quel che riguarda l’ambito agrumario. E a questo proposito, nel corso del dibattito, si è parlato della vecchia Fiera Agrumaria di Reggio: un appuntamento che fino agli anni Sessanta era il punto di riferimento mondiale e di tutto il Mediterraneo per produttori e coltivatori. La Fiera – ha “promesso” a nome del sindaco di Reggio il primo cittadino metropolitano ff Versace – dovrà tornare a essere un elemento distintivo della città di Reggio. Un auspicio che la Regione dovrebbe impegnarsi a far tornare realtà. Bergamotto e Bronzi due simboli identitari di Reggio, una città che vuole (deve) emergere dall’incuria e l’abbandono cui è stata costretta. Rimane pur sempre la più popolosa e importante città della Calabria e fa da traino, con il capoluogo e le altre province, a una rinascita ineludibile di una Regione che sarebbe ora cominciasse a scoprire le sue ricchezze e condividerle con il mondo. Dunque, l’obiettivo dev’essere: «Bergamotto di Reggio Calabria, unicità italiana nel mondo». Un claim che va fatto proprio dal Paese, a supporto del made in Italy sempre più apprezzato in ogni angolo del pianeta.. (s)

DA PAESTUM LA METROCITY RC CANDIDA
«I BRONZI DI RIACE PATRIMONIO UNESCO»

di ANTONIETTA MARIA STRATI – «Candidiamo i Bronzi come Patrimonio Unesco e la Locride Capitale della cultura 2025». È il messaggio che la Città Metropolitana di Reggio Calabria ha voluto ribadire alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum, chiusosi nei giorni scorsi.

Un messaggio forte e chiaro, quello lanciato dalla Metrocity, che indica la forte volontà di rilanciare e valorizzare ancora di più due eccellenze del territorio reggino, celebrate in ogni parte del mondo. Un memorandum che arriva a pochi giorni dalla presentazione della candidatura a Roma di Locride Capitale Italiana della Cultura 2025, che sta raccogliendo sempre di più sostegno e consensi.

«Il vero obiettivo di “Locride Capitale Italiana della cultura 2025” – ha scritto Aristide Bava – non è quello di vincere la “sfida” con le altre 15 località  candidate all’ambito titolo ma è anche, e soprattutto, una tappa di un progetto di innovazione sociale e culturale che vuole fare partire dalla Locride il cambiamento della Regione».

«Un progetto certamente ambizioso – ha continuato Bava – che si sviluppa su un piano triennale attraverso il quale il Gal terre Locridee, Officina delle idee e la Città Metropolitana con il coinvolgimento generalizzato delle associazioni e delle varie comunità punta non solo a riscattare una fama negativa che la Locride si porta appresso da troppo tempo  ma che punta decisamente  a dare al territorio un’idea di crescita sostenibile e proporre prospettive diverse e innovative per un futuro che intende poggiare le sue fondamenta sulla legalità, sulle bellezze culturali, sull’innovazione sociale con nuovi modelli operativi capaci di costruire, nei prossimi tre anni, e quindi realizzare per il 2025, un modello integrato di sviluppo che possa diventare dì esempio all’intera Calabria e al nostro Paese».

«Abbiano fatto un patto d’onore con il territorio – ha detto – e la Cultura è una leva molto importante per il suo riscatto sociale. Abbiamo intenzione di lanciare un forte messaggio a livello nazionale e siamo convinti che possa essere recepito. La competizione con le altre località è certamente importante ma non è il fine ultimo della nostra iniziativa perché la cultura è alleanza e non competizione», ha dichiarato Antonio Blandi.

Ma protagonista di questa manifestazione non è solo la Locride. Quest’anno Reggio e la Calabria hanno festeggiato un anniversario importante: i 50 anni del ritrovamento del Bronzi di Riace. Una ricorrenza che è stata celebrata a livello nazionale, e che ha portato “virtualmente” i Bronzi anche a Roma, rendendoli protagonisti della Festa del Cinema di Roma.

E la candidatura dei Bronzi a patrimonio Unesco arriva proprio in occasione di questo anniversario. Una decisione assunta a giugno dalla Città Metropolitana che ha istituito un Comitato apposito, composto dalla Metrocity e Comune di Reggio.

«Questa candidatura  – ha spiegato il consigliere delegato alla Cultura, Filippo Quartuccio – rientra nella logica più ampia che vede collaborare diverse istituzioni così com’è stato per la promozione della Locride quale capitale italiana della Cultura. Queste delibere non sono meri provvedimenti amministrativi, ma testimoniano l’impegno della Città Metropolitana nella cultura, nella promozione e nel marketing territoriale in una strategia di sviluppo complessiva dell’intera area metropolitana».

La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico è stata l’occasione, dunque, per ribadire due obiettivi che non possono essere mancati.

«Raccontiamo, oggi, l’anno delle celebrazioni, ma siamo solo all’inizio. Si parte dai Bronzi per far conoscere tutto il nostro territorio, che ha un patrimonio vasto e diversificato, ricco di bellezza – ha dichiarato Carmelo Versace, sindaco f.f. della Città Metropolitana di Reggio Calabria –. Stiamo lavorando proprio in questa direzione investendo anche fuori dalla Calabria, come oggi a Paestum, per raggiungere e attirare nuovi visitatori. La cultura nella nostra area offre tantissime opportunità e la collaborazione tra tutti i soggetti impegnati nella tutela del nostro patrimonio, ci sta consentendo di ottenere importanti risultati».

«Un percorso intenso – ha proseguito – quello alle nostre spalle, ma siamo comunque soltanto all’inizio, perché intendiamo andare avanti con convinzione e con slancio per promuovere i nostri territori, anche chiedendo al Ministero della Cultura maggiore attenzione e supporto per la valorizzazione di tutto ciò che di bello ha da offrire la nostra terra. Candidiamo la Locride a Capitale italiana della cultura 2025 e abbiamo aperto proprio a Locri le attività del programma per le celebrazioni dei Bronzi. Questo perché la Città metropolitana è l’insieme di 97 Comuni, tutti diversi e tutti straordinari. Abbiamo tanto da dire e tanto da raccontare. Continuiamo sulla nostra strada e lo facciamo ponendoci importanti obiettivi perché oggi più che mai siamo consapevoli delle nostre potenzialità. Abbiamo avviato un importante progetto di valorizzazione delle due statue e abbiamo attivato la piattaforma territoriale perché intendiamo candidare i Bronzi come patrimonio dell’umanità dell’Unesco».

«Il sistema cultura sicuramente va valorizzato al massimo – ha dichiarato Fabrizio Sudano, Soprintendente Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Reggio Calabria e la provincia di Vibo Valentia – perché è un punto di partenza fondamentale per le regioni del sud che hanno la cultura come priorità, anche se dobbiamo fare ancora molto. Dobbiamo riuscire ad andare avanti su questo filone perché le regioni del Mezzogiorno hanno, in questo ambito, una marcia in più e riuscire a valorizzare adeguatamente questo patrimonio è uno dei compiti fondamentali per le istituzioni».

«Gli enti territoriali locali – ha evidenziato – devono capire che si può ripartire da questo, perché per parlare di turismo si devono avere le idee chiare sulle proprie risorse, coinvolgendo i soggetti scientifici come le università. Queste sinergie istituzionali oggi stanno dando dei frutti importanti e quest’anno dedicato ai Bronzi è un anno di sperimentazione per tante iniziative e speriamo che possa essere utile anche in futuro, utilizzando anche nuove e moderne forme di comunicazione e promozione della cultura».

«L’esperienza delle celebrazioni dei bronzi è solo una delle tante esperienze che stiamo portando avanti in questi anni con tutte le forze attive del territorio. La direzione regionale musei della Calabria che rappresento lavora da anni con la città metropolitana di Reggio Calabria e con gli altri enti per promuovere il patrimonio archeologico territoriale. Noi abbiamo un grande rapporto con il museo archeologico nazionale che è la casa dei Bronzi e la storica collezione di questo museo è formata dai reperti provenienti da tutti i musei della Calabria, quindi rappresenta il simbolo del nostro immenso patrimonio straordinario. In realtà già raccogliamo i frutti di questa attività e infatti le presenze nei nostri musei in questi ultimi anni sono raddoppiate, triplicate in alcuni casi, segno che la strada intrapresa è quella giusta», ha sottolineato Elena Trunfio, Direttrice del Museo e Parco Archeologico Nazionale di Locri e del Museo e Parco Archeologico Archeoderi di Bova Marina. (rrm)

 

OGGI I SOTTOSEGRETARI: E LA CALABRIA?
MACCHINA DEL FANGO SU MANGIALAVORI

di SANTO STRATI – Quanta Calabria ci sarà nelle nuove nomine di sottosegretari e viceministri, attese per oggi? Il centrodestra calabrese insorge e reclama spazio, presentando il conto di una fortunata (e vincente) campagna elettorale. Cosa avrebbe fatto Forza Italia senza i voti della Calabria (ha raddoppiato la media nazionale)? È il segnale dell’inquietudine che attraversa il fedelissimi (e non) di Berlusconi: il dubbio è quanto ancora conti davvero il cav. nella compagine di governo e che peso può ancora esprimere nel  nuovo scenario del “destra-centro”. C’è pericolo di fuga anche se i sorrisi – a denti stretti – vorrebbero simboleggiare una concordia che,  in realtà, scricchiola malamente: Forza Italia – come partito – perde consensi, a favore della Meloni, e le lusinghe del terzo polo (Calenda, Renzi e dintorni) non vanno certamente sottovalutate. Se il Paese vira a destra – ed è evidente – c’è da immaginare che, in prospettiva, la destra cercherà di avvicinarsi di più al centro, in cerca di consensi, allontanando nostalgici sguardi verso il passato: detto in altre parole, la Meloni  dovrà scegliere se il suo destra-centro starà più (troppo?) a destra o, sulle orme di una mai dimenticata politica democratico-cristiana, cercherà il consenso dei moderati di centro, ancora alla ricerca di un leader. Le condizioni – nel caso seguisse il secondo percorso – sarebbero estremamente favorevoli anche in ambito europeo, a tutto danno degli alleati Lega e Forza Italia, avviati a una caduta libera senza rete. Con la differenza che la Lega può sempre sperare di ricucire e recuperare il sentiment nordista, ma Berlusconi rischia di perdere persino l’aura di “padre nobile” del progetto centrista, con la diserzione (obbligata) di molti (ex) fedelissimi.

È in questo quadro che si gioca la partita dei sottosegretari. Ci sono una quarantina di posti di sottogoverno da assegnare e probabilmente entro stasera il presidente del Consiglio Giorgia Meloni presenterà i nomi per le nomine che saranno ratificate dal presidente Mattarella. La Calabria, è evidente, è sottorappresentata (come al solito), ma questa volta, forse, sarebbe opportuno battere i pugni e far valere il risultato elettorale (di Forza Italia) per suggerire e orientare le scelte. Da giorni s’inseguono voci che, praticamente, assorbono un buon 50% dei parlamentari che posso aspirare all’incarico, ma la verità la conosce solo Giorgia (ha detto di chiamarla così), al riparo di occhi indiscreti, che è spintonata da ogni parte per la distribuzione delle nuove nomine. Con l’avvertenza che scelte di merito e premianti la competenza non farebbero che rafforzare il suo esecutivo, anziché indebolirlo, malgrado i maldipancia della coalizione.

Se consideriamo l’apporto notevole dato da Forza Italia Calabria al risultato (insperato) del partito di Berlusconi, sarebbe normale pensare che almeno uno-due sottosegretari forzisti toccherebbero alla regione. «La centralità che il Sud sta finalmente conquistando – ha detto il segretario-questore del Consiglio regionale Salvatore Cirillo – ci spinge a considerare ineludibile una valorizzazione dei nostri dirigenti». Il tema della centralità del Mezzogiorno che dovrebbe essere in cima all’agenda del Governo è indiscutibile. Ma non siamo un Paese normale, nemmeno nella spartizione del “bottino” dei vincitori. Un tempo c’era il cosiddetto manuale Cencelli che misurava al millesimo le presenze dei rappresentanti dei partiti, senza che nessuno potesse obiettare alcunché: la logica dello spoil system che prevale abitualmente su dirigenti e funzionari, spesso si applica anche a livello correntizio.

L’ex senatore Giuseppe Mangialavori, oggi eletto alla Camera, – lo abbiamo già scritto – sarebbe un ottimo viceministro alla salute, ma contro di lui si è scatenata un’offensiva mediatica di insinuazioni e sospetti, seguendo l’infame logica che “solo perché sei calabrese hai sicuramente a che fare con la ndrangheta”. Mangialavori ha competenza, capacità, e di mestiere fa il medico (è senologo, per l’esattezza), oltre a essere il coordinatore regionale di Forza Italia. Considerando che il Governo Meloni sembra tener conto delle specifiche competenze, c’è da immaginare un ruolo adeguato per il possibile rappresentante calabrese. Nel precedente esecutivo è capitato che un ricercatore di economia (Speranza) finisse alla Salute, un esperto di statistica (Giovannini) alle Infrastrutture, un “inoccupato” (Di Maio) agli Esteri. Nel nuovo Governo, almeno – a parte la “stranezza” di Salvini alle Infrastrutture –, abbiamo un medico e ricercatore alla Salute (Schillaci) e un ex presidente del Parlamento europeo agli Esteri: vorrà confermare il Presidente Meloni un criterio di competenza e merito, pur nel rispetto – impossibile da evitare – degli equilibri politici della coalizione?

Se la Meloni sta pensando seriamente a far prevalere capacità e competenze, i forzisti calabresi alzano la voce, anche per esprimere solidarietà al medico vibonese: «Non permetteremo – ha detto Occhiuto – che la macchina del fango, messa ancora una volta in moto a orologeria, nei giorni caldi delle decisioni legate alle ultime caselle dell’esecutivo, possa sporcare l’immagine della nostra Regione e la carriera politica senza macchia di Giuseppe Mangialavori, persona dalla specchiata onestà. Tutto ciò è inconcepibile, non è da Paese civile. La ‘ndrangheta fa schifo, l’ho detto più volte e lo ripeto con convinzione, e il nostro coordinatore regionale non c’entra nulla con il malaffare e con la ‘ndrangheta.
«Forza Italia – ha sottolineato Occhiuto –, alle elezioni politiche del 25 settembre, ha conseguito in Calabria un risultato straordinario: il 16%, esattamente il doppio rispetto al dato nazionale. Questa percentuale è stata raggiunta grazie all’impegno dei simpatizzanti, dei militanti, e di una classe dirigente regionale di grande valore. Ci aspettiamo, dunque, che questo dato venga valorizzato dal nostro partito e che venga riconosciuto il lavoro del nostro coordinatore regionale Giuseppe Mangialavori, che merita di entrare nel governo guidato da Giorgia Meloni. Avere un sottosegretario per Forza Italia Calabria è il minimo sindacale».

E anche il coordinatore forzista del Sud, il deputato reggino Francesco Cannizzaro (che meriterebbe una delega ai Trasporti) non ha fatto mancare la sua vicinanza a Mangialavori: «Certa informazione, raccontando falsità e proponendo assurde e fantasiose ricostruzioni, pensa di poter colpire con un vero e proprio manganello mediatico l’avversario politico di turno. Esprimo solidarietà all’onorevole Giuseppe Mangialavori, persona di qualità, onestà, e che nulla ha a che vedere con la criminalità organizzata. Ci auguriamo che un articolo indecente come quello apparso l’altro giorno su Repubblica.it non possa mettere in dubbio il suo ingresso nel governo Meloni, il giusto riconoscimento per il lavoro fatto negli ultimi anni e negli ultimi mesi alla guida di Forza Italia in Calabria. Il nostro partito – ha detto Cannizzaro – tenga la barra dritta nel pretendere che la nostra Regione sia rappresentata all’interno dell’esecutivo e che uno dei suoi migliori dirigenti venga messo nelle condizioni di lavorare al meglio per la sua gente e per la sua terra».

Che la Calabria debba avere una rappresentanza nei sottosegretari non è questione di orgoglio campanilistico: nello scenario prossimo venturo è fondamentale poter avere una rappresentanza adeguata che, all’occorrenza, faccia sentire il dissenso – forte e deciso – contro l’autonomia differenziata che piace tanto alle regioni del Nord. Per questo si sta mobilitando tutta l’area del centrodestra calabrese.

A parte la “calabresità” (dei genitori) del neo ministro della Salute Schillaci che non nasconde e anzi vanta le proprie origini, per la verità la rappresentanza calabrese nel Governo è inesistente: Wanda Ferro (altro papabile sottosegretario, di Fratelli d’Italia) ha confessato che preferirebbe la Presidenza della Commissione Antimafia, mentre il buon Cannizzaro ha rinunciato ad ogni ambizione a favore di Mangialavori. Si perderà, invece, con molta probabilità, il ruolo ricoperto dalla ex grillina – poi “impegno civile” – non eletta Dalila Nesci di Sottosegretario per il Sud e la Coesione territoriale. Una funzione di primaria importanza, alla luce degli investimenti da fare con le risorse del PNRR: la casella dovrebbe venire occupata da Matilde Siracusano (deputata messinese, compagna di Roberto Occhiuto) che farebbe il paio con il neo ministro Nello Musumeci (palermitano) che è Ministro per il Sud e le Politiche del Mare.

I sottosegretari, è opportuno farlo notare, coadiuvano i ministri con specifiche deleghe ma non partecipano al Consiglio dei ministri, al contrario dei viceministri che (senza diritto di voto) possono essere convocati alle riunioni del CdM. I sottosegretari devono essere parlamentari, i viceministri no e a questi ultimi i titolari dei relativi dicasteri conferiscono deleghe per la guida di dipartimenti o direzioni. La proposta la fa il Presidente del Consiglio, la nomina è del Presidente della Repubblica. La scelta è al 95% politica, ma Giorgia sta mostrando di saper essere imprevedibile… (s)