L’AMPIA SOTTOSCRIZIONE AL SUD CONTRO
AUTONOMIA È IL SEGNO DEL CAMBIAMENTO

di PIETRO MASSIMO BUSETTAInvece che il Ponte sullo stretto di Messina vogliamo l’acqua. In questo agosto con un solleone che rende difficile anche la respirazione, mentre la temperatura anche di notte non scende al di sotto dei 26° e le piogge diventano un miraggio, i luoghi comuni imperversano sui social. 

E visto che la carenza idrica ormai è diventata drammatica, non c’è miglior slogan che lanciare un nuovo luogo comune e contrapporre l’esigenza idrica alla madre di tutte le infrastrutture. 

Il tema è sempre lo stesso invece che… Di volta in volta cambia il secondo soggetto. Invece che il ponte, l’acqua; invece che il ponte, la sanità; invece che il ponte, le opere di difesa ambientale; invece che il ponte le fognature. Potrei continuare con una sfilza infinita di invece che. 

Sembra che i meridionali si siano convinti di non avere gli stessi diritti degli altri italiani. Che invece avrebbero diritto a recuperare le realtà alluvionate dell’Emilia-Romagna, ma contemporaneamente anche a completare il percorso della Tav per collegare Torino a Lione. Devono poter contare sull’aiuto del Governo Centrale in caso di calamità naturali, ma contemporaneamente non rinunciare alle tante opere che si stanno portando avanti, né tantomeno a organizzare eventi sportivi come le Olimpiadi invernali di Milano- Cortina, che costano alla fiscalità generale importi certamente non piccoli di risorse. 

Tale approccio è frutto di una atavica condizione di subalternità, prima nei confronti dei Baroni e della Chiesa, poi nei confronti di uno Stato che era stato visto come nemico ed invasore, e infine di una politica che fa passare il soddisfacimento dei diritti come l’elargizione di favori. 

Per cui non si hanno diritti da soddisfare contemporaneamente ma elargizioni che vanno richieste con una certa gradualità per evitare che il padrone possa infastidirsi. In fin dei conti è la stessa logica che prevede che si dibatta in modo serio sui Lep, Livelli Essenziali delle Prestazioni, senza manifestare indignazione per uno Stato che prevede che in alcune parti possano esserci non livelli uniformi rispetto a quelli esistenti in altre parti del Paese, ma solo quelli essenziali. 

È la logica che sottende tutta la legge sulla Autonomia Differenziata, che Roberto Calderoli dichiara essere a favore del Sud, perché finalmente si è messo per iscritto che in alcuni settori anche il Mezzogiorno ha diritto ad avere i livelli essenziali, cioè minimi. 

È un’affermazione grave perché vuol dire che fino adesso nemmeno quelli si sono avuti. Ci si potrebbe chiedere dove è stato lo Stato Centrale che ha permesso che ci fossero due realtà, così distanti tra di loro, in uno stesso Paese. Dove sono state le Istituzioni di garanzia. Dove i Partiti nazionali, dove i Sindacati e perfino la Chiesa. 

Altro che “Questione Settentrionale” strombazzata ai quattro venti da  opinionisti spesso al libro paga di interessi precisi. Questa è la realtà con la quale dobbiamo confrontarci, certamente non con i tecnicismi e i finti dati reali che il Ministro per gli Affari Regionali, nella sua campagna d’autunno anticipata ad agosto, vuole, con gli Uffici e i Centri Studi al suo servizio, diffondere perché continui la vulgata di un Sud che ha avuto risorse infinite che sono state sprecate, che ha avuto una classe dirigente inesistente, cosa in parte vera, ma funzionale agli interessi di un Nord bulimico. 

Tale incapacità di difendere i propri interessi e i propri elettori si è vista anche nelle votazioni per l’Autonomia Differenziata, per cui moltissimi rappresentanti meridionali al Parlamento, pur di non perdere la possibilità di continuare a fare politica, si sono sparati ai piedi. 

In fin dei conti bisogna accreditare la vulgata che il Sud deve soltanto  guardare a se stesso se è nelle condizioni per cui 100.000 persone ogni anno devono scappare via per avere un progetto di futuro, con un costo per le casse regionali di riferimento di oltre 20 miliardi annui. Che deve guardare alla sua incapacità se nelle case di alcuni Comuni del Sud l’acqua arriva soltanto una volta alla settimana e si è costretti ad avere sui tetti i recipienti di accumulo, per poter fruire di un servizio minimale per ogni Paese appena sviluppato. 

Che deve fare “mea culpa” se per risolvere un problema di sanità importante deve trasferirsi, spesso con la famiglia, e spendere decine di migliaia di euri per poter avere la speranza di essere curato adeguatamente. D’altra parte se a qualcuno instilli la convinzione che la colpa della sua condizione sta solo nella sua incapacità, è evidente che non avendo un nemico da attaccare si rifugerà nell’inazione, nella frustrazione e spesso nel desiderio di passare dalla parte vincente.

Per cui è normale che la maggior parte dei tifosi delle società calcistiche settentrionali siano nelle aree meridionali e che spesso anche nei paesi più sperduti vi sia un Club Juventus o Milan. O che dopo pochi mesi di residenza a Milano, vi siano interlocuzioni nel linguaggio assolutamente estranei rispetto alle origini dei soggetti. Atteggiamento tipico dei colonizzati che tentano in tutti i modi di non farsi riconoscere cadendo poi nel grottesco. 

C’era un Dipartimento per le Politiche di Coesione, istituito da Carlo Azeglio Ciampi, che calcolava in un modo neutro il pro capite in ciascuna parte del Paese e che ha rilevato che vi era una differenza tra il Sud e il Nord, in costanza di spesa pro-capite uguale, come peraltro prevede la nostra Costituzione, di 60 miliardi annui. Troppo neutra la posizione per farlo continuare a lavorare. È infatti è stato chiuso. Meglio avere i dati dalla Cgia di Mestre o dall’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani di Carlo Cottarelli

Perché la base della vulgata deve essere quella raccontata prima: molti soldi dati, incapacità di gestirli, responsabilità degli stessi meridionali. 

Ma la sottoscrizione ampia per un referendum che prevede l’abolizione dell’Autonomia Differenziata, l’orgoglio che viene dalla città di Napoli, che malgrado sia stata massacrata nell’immagine per anni, riesce ad esprimere un’identità mai cancellata, ci fa capire che la musica è cambiata. Ed è questo che rende alcune forze territoriali del Nord, come la Lega, estremamente nervose e pronte ad attaccare, sperando che quella testa che si vuole sollevare dalla sabbia ritorni nel suo alveo naturale. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

C’È UN BUCO NELLE RISCOSSIONI COMUNALI
AI SINDACI QUASI ZERO DA IMU TARI E IRPEF

di PABLO PETRASSO – Accertamenti pochi e riscossioni ancora meno, soprattutto al Sud. I Comuni non riescono a incassare e il buco è miliardario tra Imu, Tari e addizionale Irpef: una voragine che, secondo l’ultima “Relazione finanziaria sugli enti locali” della Corte dei Conti, vale 158 euro per abitante nel 2021 e 159 nel 2022. Si tratta di 9 miliardi all’anno: una quota consistente si concentra nel Mezzogiorno e il tema non è slegato dall’Autonomia differenziata.

Il gap delle mancate entrate, infatti, al momento non viene compensato se non in parte dai trasferimenti statali. La situazione è destinata a precipitare quando la riforma Calderoli entrerà a pieno regime e ogni ente dovrà contare quasi esclusivamente sulle proprie risorse perché aumenteranno i tributi che ogni territorio terrà per sé, sottraendoli a esigenze di solidarietà nazionale. Potrebbe essere un disastro, perché chi riscuote meno è obbligato a “congelare” parte della spesa, in previsione del fatto che non riuscirà a incassarla. Una condizione che potrebbe paralizzare molti enti locali, soprattutto del Meridione.

Per quattro regioni – Lazio, Campania, Calabria e Sicilia – il divario tra i tributi accertati e quelli riscossi è superiore a 200 euro pro capite. Per la Calabria, in particolare, il gap va dai 221 euro del 2021 ai 239 del 2022.

E la situazione è ancora più grave se si guarda alle tariffe, acqua inclusa, per i comuni con le gestioni “in economia” e ancora per rette degli asili nido e delle mense scolastiche, per i proventi dell’occupazione di suolo pubblico e per gli affitti degli immobili di proprietà dei Comuni. La media nazionale arriva circa al 65% dell’accertato ma il dato calabrese è il più basso d’Italia: la quota di riscossione per i Comuni tra il 2021 e il 2022 si ferma a una quota tra il 31 e il 35%. In Campania si arriva al 40-47%, nel Lazio al 50-57%.  Si generano così consistenti residui attivi: cifre che gli enti locali mettono in bilancio ma che forse non riusciranno mai a riscuotere. Se ora lo Stato arriva, almeno in parte, in aiuto, l’Autonomia differenziata darà il via a una sorta di “ognuno per sé” che finirà per incidere sui conti dei Comuni del Sud.

L’analisi della Corte dei Conti si allarga anche al tax gap dell’Imu. Si tratta della differenza tra il gettito teorico e quello effettivo della tassa sugli immobili: l’evasione, in questo caso, è stimata in circa 5,1 miliardi di euro, pari al 21,4% dell’Imu teorico.

Divario significativo che, secondo i giudici contabili, «potrebbe essere ridotto anche attraverso il recupero di ambiti di evasione». Il dato peggiore riguarda proprio la Calabria, la regione in cui l’evasione risulta più elevata. A livello regionale, l’indicatore del tax gap (cioè la parte dell’imposta che non si riesce a riscuotere) dell’Imu varia dal 40% del gettito teorico in Calabria al 10,9% in Emilia-Romagna e presenta valori più elevati nelle Regioni meridionali. Particolarmente significativo è anche il tax gap registrato in Campania (34,3% del gettito teorico), in Sicilia (33,3%) e in Basilicata (31,2%). Valori più bassi si osservano, invece, in Valle d’Aosta (11,5%), in Liguria (13,5%) e nelle Marche (14,3%).

Anche sul piano della capacità fiscale il Paese è spaccato in due. Nel biennio 2021-2022 i Comuni delle Regioni del Nord e di alcune del Centro (tra cui, in particolare, il Lazio e la Toscana) presentano una capacità fiscale adeguata; tutte le Regioni del Sud e le Isole, oltre a Umbria e Marche, mostrano invece entrate correnti di natura tributaria, al netto dei fondi perequativi, in termini pro-capite, inferiori alla media nazionale (pari a 567 euro nel 2021 e a 591 euro nel 2022).

La parte compensata dallo Stato riesce a mitigare solo in parte i divari: per la Corte dei Conti «è interessante notare che, dopo gli interventi perequativi, i livelli di capacità fiscale dei Comuni del Centro-Sud si avvicinano ai livelli di media nazionale senza tuttavia raggiungerli in pieno». Con l’Autonomia differenzia la perequazione scomparirà: un altro pezzo di solidarietà nazionale svanito che provocherà la paralisi degli enti locali al Sud. (pp)

[Courtesy LaCNews24]

CHE CALDISSIMA ESTATE, SEN. CALDEROLI!
MA DOVREBBE SCEGLIERSI UN UNICO RUOLO

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Bisognerebbe che qualcuno suggerisse a Roberto Calderoli di scegliersi un ruolo. Quello di arbitro, di centravanti di attacco, di Presidente dell’Istat, di difensore degli interessi del Sud, ma uno.

E invece l’Autore del porcellum, vuole  ricoprire tutte le posizioni. Adesso anche quella di Giudice Costituzionale. Ufficialmente ha quella di Ministro della Repubblica, uomo al di sopra delle parti che lavora per il bene del Paese.

In realtà ricopre quella di Ministro della costituenda macroregione del Nord, che tenta di attuare il principio, inesistente, di un residuo fiscale, che dovrebbe essere mantenuto nelle Regioni in cui si formerebbe, stabilendo una regola strana e cioè  che si dovrebbero avere diritti diversi a seconda di dove si nasce.

In realtà la Costituzione stabilisce che ogni cittadino ha il dovere di pagare le imposte in base al reddito prodotto e di avere servizi analoghi in qualunque parte del Paese, ma la risposta immediata è che ne è parte anche la modifica del Titolo V e l’Autonomia Differenziata. E questo è vero. Ma certamente non il tipo di normativa che hanno approvato, “di notte e di fretta”, come dice Roberto Occhiuto, Governatore della Calabria di Forza Italia, al quale certo non si può  attribuire una opposizione  preconcetta e ideologica.

Si è autoproclamato, Calderoli, anche difensore degli interessi dei cittadini del Sud, costretti, a suo dire, a subire una classe dirigente che li vessa e spreca le risorse, ovviamente del Nord.

Ora vuole essere anche Presidente dell’Istat, sedicente  unico a conoscere i dati veri e di ricercatore del Dipartimento delle Politiche di Coesione per contraddire ciò che lo stesso Dipartimento ha evidenziato, e cioè che ogni anno, se la spesa pro-capite fosse uguale tra le varie parti del Paese, il Mezzogiorno dovrebbe ricevere 60 miliardi in più, e infine anche quella di Giudice della Corte Costituzionale visto che vorrebbe stabilire se il referendum abrogativo è ammissibile o meno.

Cosi con tutti questi cappelli, che cambia a seconda le esigenze, cerca di negare l’evidenza. Vecchio approccio che conosciamo bene. Con argomenti all’apparenza sofisticati tesi a dimostrare che in realtà il Sud ha avuto molti soldi, che li spreca, che è gestito da incapaci e che se i servizi sono minori, anzi spesso inesistenti come l’Alta Velocità Ferroviaria, la colpa è solo dei meridionali.

Se poi si sostiene che vi è stata  una volontà di abbandono totale,  di tagliare lo Stivale e farlo affondare da solo, sguscia su tecnicismi vari per dimostrare che il sole gira attorno alla terra, che l’agnello che sta sotto gli sta sporcando l’acqua, e che lo ha offeso quando ancora non era nato.

Negli ormai frequentissimi interventi su tutti i Quotidiani nazionali, novello azzeccagarbugli dei ricordi manzoniani, trova sempre il modo di sostenere l’insostenibile e cioè che le risorse che vengono date al Sud sono molto consistenti e sovrabbondanti. Il concetto di spesa storica accettato da tutti non lo sfiora nemmeno.

Ormai è chiaro che è iniziata la campagna d’autunno anche se si è in piena estate. L’Ultima accusa è che politici e gli intellettuali meridionali, oltre che i Quotidiani del Sud, che peraltro sono  pochi e non molto diffusi, non raccontino la verità, anzi la mistifichino, e che stanno facendo una operazione di disinformazione: «Un po’ li capisco. Ogni mattina guardo la rassegna stampa e quando leggo le ‘balle’ che scrivono sull’Autonomia i giornali del Sud , mi vien da pensare che se io fossi un cittadino che vive in Meridione andrei di corsa a firmare per il referendum», afferma.

Potrebbe continuare il nostro Ministro affermando che non è vero che il tempo pieno a scuola al Sud è inesistente, che i viaggi della speranza per una sanità efficiente sono una illusione, che l’alta velocità arriva fino ad Augusta, e che non è vero che in molte province della Sicilia l’acqua arriva, non a giorni,  ma a settimane alterne.

Calderoli si dice pronto a fare “un’operazione trasparenza”: “«D’ora in avanti – annuncia – tirerò fuori i numeri ufficiali che dicono come vengono spese le risorse dello Stato dalle Regioni. Perché il punto è tutto lì».

La cosa strana è che in realtà non vi è una grande mobilitazione del Sud. Se l’operazione avvenisse al contrario sarebbero cadute le mura di Gerico. Si è vero sono state raccolte 500.000 mila firme on line e ci si avvicina alle 200.000 nei banchetti.

Tale risultato viene considerato un grande successo, e certamente lo è, tanto che sta spaventando un po’ i partiti al  Governo del Paese, e che Forza Italia ha preso le distanze dalla legge, ma rispetto alla protervia e all’atteggiamento tracotante del Ministro mi sembra ben poca cosa e che la reazione sia contenuta.

Nessuna richiesta di dimissioni, nessuna invasione di campo, come accade quando l’arbitro fa stupidaggini, per un Ministro che gioca per una squadra quando dovrebbe essere l’arbitro, nessun invito a smetterla perché con le tante affermazioni si ha la sensazione che creda che i meridionali abbiano  ancora l’anello al naso. Rimane al suo posto invitando nelle commissioni tecniche professionalità che contemporaneamente lavorano per il ministro e per la Regione Veneto.

La certezza comunque che i meridionali non siano capaci di vere reazioni si manifesta in ogni passaggio e vi è un diffusa convinzione che in ogni caso basta poco per zittirli.

D’altra parte quale voce hanno nel dibattito nazionale, se la maggior parte dei quotidiani è di fede nordista, se molti media, compresa la Rai pubblica, difendono  gli interessi economici forti, che prevalentemente hanno radici in una parte del Paese.              

Il 14 agosto  del 1861 nelle città di Pontelandolfo e Casalduni, in provincia di Benevento, si diede vita ad una rappresaglia militare che registrò un numero imprecisato di morti, un centinaio secondo la storiografia ufficiale, secondo altre stime invece circa 400 o 900, forse oltre mille.  Un vero e proprio massacro attuato  per rivendicare l’attacco dell’11 agosto dello stesso anno in cui furono uccisi da briganti e contadini del posto 45 militari dell’esercito unitario, arrivati in città per ristabilire l’ordine pubblico e porre fine alle ribellioni popolari.  Bene non bisogna dimenticare che l’unità del Paese  ha avuto prezzi altissimi. Bisogna quindi evitare  che il livello dello scontro tra Nord e Sud si  alzi sempre di più. E che possano alzarsi le voci per una separazione rispetto ad una parte che viene ritenuta colonizzatrice, mentre l’altra si sente colonia.

Per questo bisogna impedire a un Ministro della Repubblica di prendere posizione così sfacciatamente di parte.

Perché come Catilina sta approfittando della nostra pazienza. (pmb)

(Courtesy Il Quotidiano del Sud / L’Altravoce dell’Italia)

PER LA RIQUALIFICAZIONE DI AREE URBANE
NECESSARIO CONFRONTO STATO-REGIONI

di ERCOLE INCALZA – Recentemente ho indicato le aree al cui interno era presente una serie di interventi che, entro un arco temporale di medio e lungo periodo, sono in grado di far passare la partecipazione delle otto Regioni del Mezzogiorno, nella formazione del Prodotto Interno Lordo del Paese, da un valore pari a circa il 21% ad oltre il 32%.

A tale proposito mi ero soffermato su alcune opere che coinvolgevano tre Regioni come la Campania, la Puglia e la Basilicata ed avevo ribadito la opportunità che il confronto tra organo centrale ed organo locale non avvenisse più in modo disarticolato ma, vista la rilevanza e la dimensione strategica delle opere avvenisse attraverso un confronto tra Stato e le otto Regioni del Sud. Oggi continuo nella elencazione di altre opere che da sole testimoniano la dimensione completamente diversa da una logica “localistica”

Riporto, come la volta scorsa, il quadro delle aree: Riqualificazione funzionale della offerta dei trasporti nelle grandi aree metropolitane del Mezzogiorno (le esigenze finanziarie sono pari a circa 7.000 milioni di euro di cui disponibili 2.800 milioni di euro): Realizzazione organica del sistema ferroviario ad alta velocità/alta capacità nell’intero sistema Mezzogiorno attraverso l’adeguamento funzionale di alcuni assi come quello “adriatico” ed il completamento dell’asse Napoli – Bari e la realizzazione degli assi Salerno – Reggio Calabria, Palermo – Messina – Catania e Taranto – Battipaglia (le esigenze finanziarie sono pari a circa 29.650 milioni di euro di cui disponibili 12.260 milioni di euro); Realizzazione di assi viari essenziali e strategici come quello relativo al collegamento tra Taranto e Reggio Calabria lungo il tratto jonico o l’adeguamento funzionale del collegamento tra Cagliari e Nuoro (le esigenze finanziarie sono pari a circa 10.100 milioni di euro di cui disponibili 3.110 milioni di euro; Realizzazione di interventi mirati alla ottimizzazione della offerta logistica di alcuni HUB del Mezzogiorno attraverso sia la creazione di retroportualità funzionale del porto di Gioia Tauro, del porto di Napoli, sia la ristrutturazione dei porti transhipment di Cagliari; Augusta e Taranto (le esigenze finanziarie sono pari a circa 2.400 milioni di euro di cui disponibili 100 milioni di euro); Realizzazione del sistema integrato relativo al collegamento stabile sullo Stretto di Messina (le esigenze finanziarie sono pari a circa 14.000 milioni di euro di cui disponibili 12.800 milioni di euro).

Ebbene, questa volta prendo in esame due assi: uno ferroviario ed uno viario; in particolare: Asse ferroviario ad alta velocità Salerno – Reggio Calabria – attraversamento dello Stretto di Messina – Palermo e Catania; Asse viario Taranto – Sibari – Crotone – Catanzaro – Reggio Calabria (106 Jonica).

Sono due corridoi, uno ferroviario ed uno stradale, che danno continuità funzionale a cinque distinte Regioni (Campania, Calabria, Sicilia, Puglia e Basilicata) e che non solo annullano le attuali distanze tra realtà urbane e produttive dell’intero territorio meridionale ma consentono una reinvenzione funzionale di ambiti che, supportati da collegamenti stradali e ferroviari non adeguati, si sono sempre più allontanati dai mercati chiave della produzione e del mercato.

Il corridoio ferroviario ad alta velocità come si evince dalla Tavola di seguito riportata ha un costo (comprensivo anche del collegamento stabile sullo Stretto) di 37 miliardi di euro e di tale importo sono già garantite assegnazioni per 21 miliardi di euro; questi due dati, automaticamente, ci portano verso una considerazione che ritengo storica: mai nel Mezzogiorno si era identificata un’opera con un valore di investimento così elevata e con una disponibilità finanziaria superiore al 50%. A tale proposito, anche per motivare quella che definisco una rilevanza storica ricordo che in tutto il Mezzogiorno nell’ultimo decennio, sì dal 2014 al 2024, si sono impegnati interventi per opere strategiche pari ad un importo di 7,6 miliardi di euro e spesi appena 4,2 miliardi di euro.

Ma a questo dato, che da solo fa anche capire quanto sia rilevante il coinvolgimento delle attività imprenditoriali e occupazionali, ne aggiungo altri più importanti: questo cordone ombelicale oltre ad offrire due gradi di libertà ad un’isola come la Sicilia oggi priva di un collegamento fluido e sistematico con l’intero impianto comunitario attraverso un asse stradale e ferroviario, assicura anche un rinnovo inimmaginabile delle abitudini residenziali e dei rapporti commerciali tra Napoli, Salerno, il Sistema centrale della Calabria (attraverso due fermate della alta velocità simili a quella di Reggio Emilia in grado di aggregare una domanda di utenti di realtà urbane delle Province di Cosenza, Vibo e Catanzaro) ed il sistema delle tre aree metropolitane siciliane (Messina, Palermo, Catania). Un cordone ombelicale che finalmente incrementa le potenzialità di questo vasto territorio del Sud ed esalta i ruoli e le funzioni anche di cinque aeroporti come quelli di Lamezia, Reggio Calabria, Catania, Comiso e Palermo.

L’altro corridoio, come anticipato prima, è quello relativo all’asse viario Taranto – Sibari – Crotone –  Catanzaro – Reggio Calabria (106 Jonica); per questo asse il quadro delle esigenze e delle coperture è riportato di seguito e sulla base di sollecitazioni del Presidente della Regione Occhiuto si pensa che la quota delle disponibilità sarà implementata; questo asse in realtà persegue da anni (oltre quaranta) tre obiettivi: Ridimensionare la incidentalità che negli ultimi anni ha raggiunto una soglia drammatica (16 morti in un anno); Ridare ruolo e funzione alle realtà produttive del sistema Jonico lucano e calabrese, (un sistema con una forte presenza di attività legate al settore agro alimentare); Offrire finalmente un asse viario adeguato ad una delle realtà turistiche più attraenti del Paese.

Mi fermo qui perché penso sia chiara la dimensione e la ricaduta di una simile intuizione programmatica, però anche in questo caso, come detto all’inizio, mi chiedo se il Governo debba interloquire, nella attuazione concreta di un simile action plan, con i singoli Presidenti delle Regioni Campania, Calabria, Sicilia, Lucania e Puglia; penso invece che il Governo debba interloquire con le otto Regioni del Sud perché questo arricchimento di alcune tessere del Sud rappresenta il primo vero atto misurabile di rilancio dell’intero mosaico Mezzogiorno. (ei)

SANITÀ PRIVATA, IN CALABRIA È ALLARME
CONTI SALATISSIMI E POCHE PRESTAZIONI

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Quasi 50mila euro per operare un tumore al seno in Calabria, circa 400 euro per un check up cardiologico nella stessa regione, 1.500 euro al giorno per un ricovero a bassa complessità e quasi 30mila euro per una degenza di due settimane ad alta complessità nel medesimo territorio. Sarebbero questi gli effetti che si avrebbero se in Calabria la sanità fosse privata. Numeri che «fanno rabbrividire» e che sono emersi da un recente studio della Uil e condotta dal segretario confederale Santo Biondo, «finalizzato a mettere in evidenza gli effetti che subirebbero i bilanci delle famiglie, nell’ipotesi in cui per curarsi, in presenza di un progressivo smantellamento della sanità pubblica, si fosse costretti a rivolgersi alla sola sanità privata pura».

Per lo studio sono state prese in considerazione la Lombardia, il Lazio e la Calabria, calcolando i costi medi di alcune prestazioni sanitarie più comuni, sulla base dei tariffari di alcune strutture sanitarie private, ubicate nei territori osservati.

«In sintesi – si legge – si può evincere che una persona che necessitasse di un ricovero per bassa complessità assistenziale, in assenza del Ssn, dovrebbe sostenere una spesa giornaliera che varia da un minimo di 422 euro fino a un massimo di 1.178 euro in Lombardia, da un minimo di 435 euro a un massimo di 1.278 nel Lazio e da un minimo di 552 euro a un massimo di 1.480 euro in Calabria. Se il ricovero fosse ad alta complessità assistenziale, la somma aumenterebbe e, al giorno si andrebbe da un minimo di 630 fino a 1.470 euro in Lombardia da un minimo di 530 a un massimo di 1.800 euro nel Lazio e da un minimo di 570 a 1.800 euro in Calabria.

Nel caso di un check up cardiologico, invece, tenendo conto che le tariffe sono variabili a seconda di età, sesso ed esami previsti, il costo in regime privato varia da un minimo di 220 a un massimo di 295 euro per donna e uomo in Lombardia, da un minimo di 234 a un massimo di 275 euro per una donna, e da 235 a 275 euro per un uomo nel Lazio, da un minimo di 373 a 400 euro per una donna, e da un minimo di 343 a un massimo di 397 euro per un uomo in Calabria.

Per un intervento chirurgico, come l’asportazione del tumore alla mammella, il più delle volte seguita dalla radioterapia, se si dovesse ricorrere come unica soluzione al servizio privato, si dovrebbe sostenere una spesa che può arrivare sino a un massimo di 29.400 in Lombardia, di 32.400 nel Lazio e di 48.400 euro in Calabria. Infine, per la chirurgia pediatrica, per risolvere un’occlusione intestinale del neonato o per affrontare casi più gravi come quelli correlati a una spina bifida, il costo, oltre la parcella dovuto al chirurgo, varia da 4.300 a 9.000 euro in Lombardia, da 6.100 a 9.000 euro nel Lazio, e da 6.400 a 11.000 euro in Calabria.

Un quadro desolante che indica come il Sistema sanitario nazionale sia vicino al collasso, ma non solo: per la Uil, infatti, «il Governo per strizzare l’occhio alla sanità privata, volta le spalle alla sanità pubblica. Tutti i provvedimenti dell’Esecutivo Meloni in materia di sanità, a partire dalle leggi di bilancio per finire al recente decreto “abbatti liste”, vanno nella direzione di un rafforzamento della sanità privata a discapito di quella pubblica. Direzione che aggrava sempre più “il malessere economico” di molte famiglie italiane, le quali sono costrette a modulare il proprio bisogno di cura, in funzione delle proprie disponibilità reddituali».

Cosa fare, allora? Per il sindacato si deve investire sui due assi fondamentali del Servizio sanitario nazionale: personale e territorio, ,ma non solo:«occorre: fermare la legge Calderoli, impropriamente definitivo regionalismo differenziato; attestare il rapporto Pil/spesa sanitaria sui livelli della media europea; combattere gli sprechi delle Regioni evidenziati, ormai da diversi anni, dalle sezioni regionali di controllo della Corte dei Conti» e «occorre – viene ribadito – far maturare nelle persone una maggiore consapevolezza sull’importanza di avere un sistema sanitario pubblico e universale. E, per raggiungere questo obiettivo, abbiamo scelto di utilizzare l’oggettività e l’evidenza dei numeri».

Dall’analisi comparativa tra le Regioni osservate, infatti, emerge come al diminuire dell’offerta sanitaria privata, rispetto alla domanda di cura, crescano le tariffe. Il che potrebbe configurare un regime di monopolio con poche cliniche private che definiscono condizioni di “cartello”, i cui effetti ricadono sui cittadini in termini di prestazioni più salate. Questo spiega perché i costi di alcune prestazioni in Calabria risultano più alte delle stesse attenzionate in Lombardia e nel Lazio. Al Sud, infatti, con la scarsa presenza sul territorio di cliniche private e in assenza di dotazione di personale sanitario, si verifica ciò che viene definito un aumento di “payment for performance”, ossia un aumento del costo della prestazione.

«Pertanto, con il nostro approfondimento – si legge nella nota – abbiamo voluto sottolineare, che tra le tante sue funzioni il nostro Ssn, svolge anche quella di “tranquillizzante” sociale. Il suo carattere pubblico e universale, infatti, garantisce alle persone, che si trovano ad affrontare un problema di salute, una forma di protezione a prescindere dalla loro condizione economica e reddituale. Nel nostro Paese dal 1978 ad oggi, la salute rappresenta un diritto costituzionale, riconosciuto a tutti i cittadini, grazie alla presenza del Servizio sanitario nazionale».

«Ciò non è scontato e pertanto, per noi non è banale ribadirlo – viene evidenziato –. Come tutti i diritti, anche quello legato alle cure del cittadino di fronte alla malattia, è un diritto che per essere mantenuto va sorvegliato socialmente, rivendicato continuamente e difeso collettivamente. Nella nostra Costituzione, il diritto alla salute è riconosciuto alla persona in quanto tale e il suo esercizio non può essere condizionato al lavoro che si svolge oppure alle disponibilità economiche. La salute del singolo è un bene della collettività. Per tale ragione, il cittadino partecipa al finanziamento del nostro sistema salute in proporzione alle proprie possibilità e lo stesso ne usufruisce, al verificarsi di un suo bisogno di cura: questa è l’universalità garantita.

«Per quanto concerne poi, il rapporto tra sanità pubblica e quella privata – viene evidenziato nello studio – occorre fare la seguente riflessione. Nell’ ipotesi in cui le famiglie per curarsi avessero come scelta obbligata la sanità privata, in un contesto in cui vi è una costante perdita di potere d’ acquisto di salari e delle pensioni, la rinuncia alle cure per alcune categorie di lavoratori e pensionati sarebbe una via obbligata. Pertanto, il progressivo arretramento della sanità pubblica è, con evidenza, un colpo mortale per i bilanci delle famiglie e un ridimensionamento del diritto alla salute».

«Occorre, perciò– dare applicazione al decreto attuativo n. 305 31/12/2022, il quale in continuità con quanto disposto dalla normativa contenuta nella Legge Concorrenza 2021 (legge 118/2022), definisce le nuove regole del gioco, che all’interno del sistema salute del nostro paese, dovranno sovrintendere al rapporto pubblico/privato. Le nuove regole, improntate al principio della trasparenza pubblica e della leale concorrenza tra le parti, stabiliscono nel sistema degli accreditamenti regionali, criteri omogenei e standardizzati su tutto il territorio nazionale. In riferimento a ciò, la legge sulla concorrenza rimane inattuata per volontà legislativa dell’ultimo decreto mille proroghe varato dal governo, il quale concede alle Regioni la possibilità di derogare, fino al 31 dicembre prossimo, all’applicazione della stessa legge».

«Le Regioni, pertanto, in modo interessato – conclude lo studio – sul tema accreditamento della sanità privata, continuano ad andare in ordine sparso. Il che vuol dire perseguire interessi che non sono dei cittadini, dato che dai primi approfondimenti, è riscontrabile che molte strutture private ad oggi accreditate, non dispongono dei reali requisiti relativi ai volumi (definiti dal Dm 70/2015), all’adesione al Cup e all’alimentazione del fascicolo sanitario». (ams)

IL VERO PERICOLO DELL’AUTONOMIA È CHE
TRASFORMI L’ITALIA IN NUOVA ARGENTINA

di DAMIANO SILIPOLa legge sull’autonomia differenziata è stata definitivamente approvata, ma quasi certamente passerà al vaglio del referendum. 

Capire quali sono le conseguenze, con analisi scevre da pregiudizi politici, diventa quindi fondamentale per indurre i cittadini del Nord come quelli del Sud a votare e a fare scelte consapevoli.

La legge prevede il trasferimento della gestione dallo Stato alle regioni di 23 materie, su richiesta di queste ultime. Si tratta di materie fondamentali per lo sviluppo e la garanzia dei diritti essenziali di cittadinanza, come scuola, sanità,  energia, infrastrutture, trasporti, ecc. Una volta concordato il trasferimento delle competenze richieste, lo Stato deve trasferire alla regione le risorse finanziarie e il personale dipendente dal ministero competente. Da quel momento, la regione può legiferare nelle materie devolute in piena autonomia, stabilendo anche salari e stipendi dei suoi dipendenti.

È facile prevedere che le regioni ricche useranno l’autonomia per incrementare l’offerta di servizi ed attrarre personale laddove c’è più carenza, come nella sanità, offrendo stipendi doppi o tripli rispetto a quelli delle regioni povere, come già oggi avviene con le regioni a Statuto speciale, a cui questa legge si ispira. 

I fautori della legge sostengono che, comunque, verranno garantiti i livelli essenziali delle prestazioni (Lep) su tutto il territorio nazionale. Per capire se l’autonomia differenziata è compatibile con la realizzazione dei Lep, basta osservare che già oggi lo Stato, con una capacità fiscale ben superiore a quella che avrebbe dopo la realizzazione dell’autonomia, non è in grado di garantire i Lep nel solo settore della sanità (cioè i Lea), a causa dei vincoli di bilancio imposti dall’enorme debito pubblico dell’Italia. Comunque, la Banca d’Italia ha stimato che per realizzare i Lep su tutto il territorio nazionale occorrono 100 miliardi aggiuntivi all’anno. Se a questi si aggiungono altri 100 e più miliardi di debito derivanti dalla realizzazione del Pnrr, si può comprendere come l’autonomia differenziata creerà una miscela esplosiva fatta di maggiore spesa pubblica, a cui lo Stato italiano non sarà in grado di farvi fronte, perché intanto con l’autonomia differenziata ha trasferito gran parte della capacità fiscale alle regioni ricche. Altro che spingere le regioni del Sud a svegliarsi e non vivere di assistenzialismo!

Il vero pericolo dell’autonomia differenziata è quello di trasformare l’Italia in un paese come l’Argentina, e questo non può non preoccupare i cittadini del Nord come quelli del Sud. Consapevole di questo pericolo, la stessa maggioranza all’ultimo minuto ha introdotto un emendamento (articolo 8 della legge) che stabilisce che ogni anno verrà ridefinita la percentuale di tasse che rimane nella regione che ha ottenuto l’autonomia. Come dire: quello che ti abbiamo dato oggi te lo possiamo togliere domani, se lo Stato non sarà in grado di ripagare il debito pubblico. Con la differenza che comunque lo Stato non sarà più in grado di far fronte a crisi finanziarie repentine, come quella che nel 2011 ha costretto Berlusconi alle dimissioni. Un altro esempio di porcata alla Calderoli!

Senza contare che ci sono delle ragioni economiche di efficienza ed equità che giustificano una gestione centralizzata di alcune materie. In teoria, con l’autonomia differenziata ogni regione potrebbe avere un sistema energetico, di trasporti o scolastico differente. Inoltre, solo una gestione centralizzata della sanità, che tenderebbe ad uniformare gli standard dei servizi sanitari pubblici offerti su tutto il territorio nazionale, consentirebbe di garantire il diritto alla salute di tutti i cittadini. Infine, con l’autonoma differenziata ogni regione deve dotarsi di una propria politica ambientale per far fronte ad un problema globale come quello del cambiamento climatico. In altri termini, le problematiche in settori come energia, ricerca e ambiente richiederebbero di essere affrontate a livello sovranazionale, mentre in Italia vengono devolute alle regioni. Comunque, è immaginabile prevedere quali saranno le conseguenze per le imprese che vorranno operare in regioni diverse da quelle di origine, dovendo fare i conti con 20 diverse legislazioni e burocrazie regionali.

In definitiva, l’autonomia differenziata, nata per soddisfare l’egoismo delle regioni ricche, rischia di portare l’Italia al default, perché toglie allo Stato italiano il potere di far fronte a shock esogeni, sempre più frequenti sui mercati finanziari, e riduce le opportunità di crescita del paese, perché la desertificazione del Mezzogiorno a cui porterà l’autonomia differenziata non sarà solo a vantaggio delle regioni ricche, poiché gran parte delle giovani generazioni si trasferiranno all’estero, dove avranno occasioni di vita e di lavoro anche migliori di quelli offerti dal Nord del paese. (ds)

[Courtesy LaCNews24]

PER LE INFRASTRUTTURE MANCANO AZIONI
PER PROGETTI DI MEDIO E LUNGO PERIODO

Infrastrutturedi ERCOLE INCALZA – Fra due anni ci sarà la scadenza delle scelte inserite nel Pnrr e, ormai, almeno per il comparto infrastrutture, in questa fase si sta solo cercando di dare concreta attuazione a programmi ed azioni già contemplate. Lo stato di avanzamento, come annunciato formalmente appena una settimana fa, è pari al 28%. Quindi è inutile continuare ad inseguire un possibile completamento dell’intero Piano e invece penso sia arrivato il momento per dare vita ad una nuova impostazione programmatica. Una impostazione che però tenga conto di una serie di elementi nuovi che ci impongono una attenta impostazione metodologica. Infatti non possiamo sottovalutare i seguenti nuovi atti:

La Ragioneria Generale dello Stato ha diramato una circolare alle Amministrazioni centrali dello Stato (tra cui Ferrovie dello Stato, Anas, ecc.) e agli Uffici centrali del bilancio di tutti i Ministeri in cui si precisa: «È necessario un approccio improntato alla sostenibilità economica in un’ottica di medio – lungo periodo, prestando attenzione anche agli anni successivi al triennio di previsione».

Il rispetto dei parametri comunitari alla luce sia del nuovo Piano di Stabilità che della esigenza di riportare il rapporto tra debito e Pil verso un sostanziale ridimensionamento; in tal modo si riportano in ambito fisiologico i margini per l’extradeficit e ciò impone un controllo più capillare e sistematico della spesa sul medio e lungo termine.

La richiesta formale del Ministero dell’Economia e delle Finanze a tutte le Amministrazioni centrali di «determinare gli stanziamenti da inscrivere in bilancio sia in termini di competenza che di cassa tenendo conto in maniera puntuale dell’esercizio finanziario in cui la obbligazione verrà a scadenza sulla base della pianificazione della spesa».

Entro il corrente anno disporremo di una riforma del Parlamento europeo, una riforma già definita e che sarà varata solo a valle dell’insediamento dei nuovi parlamentari. Una riforma che dà un ruolo determinante al Parlamento e ne consente anche la produzione di nuove norme e di nuove direttive.

I primi tre punti sono, a mio avviso carichi davvero di un forte spirito riformista, da parecchio tempo, insieme al professor Paolo Costa, attraverso anche un’apposita ricerca effettuata dal Centro di ricerca Astrid diretto da Franco Bassanini, abbiamo denunciato l’assenza di azioni programmatiche di medio e lungo periodo. In fondo lo stesso Pnrr si caratterizzava come un atto programmatico di breve periodo e per le proposte infrastrutturali contenute al suo interno non poteva assolutamente considerarsi uno strumento di ampio respiro. Quindi non possiamo assolutamente sottovalutare un vero cambiamento che riusciamo a leggere dopo dieci anni di stasi programmatica. Nella circolare del Ministerio dell’Economia e delle Finanze penso che il passaggio più significativo sia proprio il richiamo a «tenere conto in maniera puntuale dell’esercizio finanziario in cui la obbligazione verrà a scadenza sulla base della pianificazione della spesa».

Sembra strano ma questa circolare reinventa integralmente l’impianto della stessa Legge di Stabilità e questo cambiamento lo leggeremo sicuramente, in modo più articolato e motivato, nella prossima Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (Nadef).

Ed allora di fronte a questo cambiamento più volte invocato e motivato soprattutto negli ultimi mesi come detto prima, ritengo utile cominciare ad elencare le aree programmatiche che, proprio nel rispetto della circolare del Ministero, dovranno essere adeguatamente caratterizzate da una identificazione finanziaria non generica ma insilata nelle possibili annualità entro cui effettuare, davvero, la spesa. In fondo la stessa Ragioneria Generale dello Stato non chiede, a mio avviso, Piani e Programmi generici ed estranei da un riferimento misurabile di reale accesso alle risorse.

Per ora indico delle aree che, in modo trasversale, dovranno poi trovare concreta attuazione in specifici filoni strategici; in particolare ritengo prioritarie le seguenti aree: La rilettura integrale della offerta logistica, in particolare di tutti gli Hub (porti, interporti, aeroporti e aree del mercato). Allo stato il Paese vive di una articolazione di tali Hubcompletamente sbilanciata: il Mezzogiorno ed in parte anche il Centro del Paese sono privi di adeguati impianti. Inoltre la digitalizzazione dei singoli HUB e la interazione degli stessi con i vari operatori logistici sta diventando concreta solo in questi ultimi mesi dopo praticamente quasi quattro anni di stasi, ricordo in proposito che il Regolamento Ue 2020/1056 sulle informazioni elettroniche sul traporto merci (electronic Freight Transport Information– eFTI) è disponibile da 4 (quattro) anni e che la direttiva Nis2 (Network and Information Security) impone l’implementazione di controlli di sicurezza olistici e rigorosi per ridurre i rischi e prevenire danni di cybersicurezza a sistema e dati, entro la fine del 2024.

Quindi dopo praticamente quattro anni di approfondita meditazione oggi non abbiamo più alibi per partire e offrire un impianto gestionale di medio e lungo periodo, ripeto di medio e lungo periodo, che consentirà, grazie anche alla Ram – Logistica Infrastrutture e Trasporti S.p.A., alla domanda di trasporto, alla miriade di piccole e medie imprese, di trovare una rete di informazioni ed una assistenza capillare. Sembra strano ma questo intervento sicuramente ridimensionerà quel danno che nel 2022 ha subito il mondo della produzione del nostro Paese, un danno superiore a93 miliardi di euro (dati Istituto di Ricerca Divulga della Coldiretti)

Riforma della offerta portuale ed interportuale; da tempo segnalo l’urgenza di una riforma organica dell’intero comparto, cioè sia della portualità che della interportualità e della interazione funzionale tra le due tipologie. In realtà occorre intanto definire cosa siano davvero gli assetti interportuali, il riferimento normativo è nella Legge 240 del 1990, cioè trattasi di un provvedimento di 34 anni fa che non poteva tener conto di tutto quello che, in tutti questi anni è successo in un mondo in cui la digitalizzazione è diventata la base vitale. Analogo discorso va fatto per la portualità in cui la riforma di base è nella Legge 84 del 1994 (cioè un provvedimento di trenta anni fa). Ho più volte lamentato, dopo venti mesi di vita dell’attuale Governo, l’assenza di proposte di riforme e, addirittura, ho anche ribadito che se non si è ancora pronti a produrre una riforma organica delle due realtà logistiche (porti ed interporti) si produca quanto meno una norma singola da inserire in qualche provvedimento già in corso di esame del Parlamento in cui si definisca e si autorizzi la “autonomia finanziaria” dei soggetti preposti nella gestione di tali Hub.

Mi fermo qui e nelle mie prossime note elencherò quali debbano essere gli oggetti, le caratteristiche e le possibili procedure attuative delle altre aree portanti di un nuovo quadro strategico di medio e lungo periodo. (ei)

COGLIERE L’OPPORTUNITÀ DI RIDISEGNARE
LA CALABRIA CHE L’ITALIA NON SI ASPETTA

di MIMMO CRITELLI – Gli ultimi avvenimenti, nazionali e regionali (Autonomia Differenziata, Bonifica Sin, etc.) che hanno riguardato il posizionamento degli schieramenti politici Calabresi (Cdx e Csx), spingono ad una riflessione di merito per coglierne i punti di forza piuttosto che quelli di debolezza.

A questo si somma anche il documento-riflessione promosso dal Comitato Magna Graecia, del quale mi pregio di far parte anche in termini di ispirazione teorica, relativamente l’immobilismo amministrativo della fascia jonica: pienamente condivisibile.

Non appaia pretenziosa la simmetria fra l’autonomia delle Regioni e la conseguente perifericità dell’Arco Jonico, dal momento che in esso si sommano tutta una serie di criticità speculari alla stessa differenza fra nord e sud del Paese.

Parafrasando Roberto Occhiuto: il Tirreno e i Capoluoghi “borbonici” (Reggio Calabria, Catanzaro, Cosenza) rappresentano una Ferrari, a differenza dello Jonio accostabile alla Panda tanto cara al “mio” Governatore.

Non è una semplificazione, ma semplicemente una presa d’atto. Ho apprezzato e difeso il comportamento tenuto dal “mio” Presidente in ordine alle zone d’ombra e alla frettolosità con le quali la maggioranza Parlamentare di Cdx ha approvato il disegno di legge che regola l’autonomia delle Regioni.

Una maratona notturna, come i “compari” di Pisa, alla quale si sono sottratti molti parlamentari PopolarLiberali, per come mi piace appellare quelli di Forza Italia, in special modo quelli calabresi.

Ebbene, trascorse alcune settimane da quel contraddittorio politico e istituzionale con la Lega e la costituzione di qualche “Osservatorio” sugli effetti e le implicazioni dell’applicabilità della legge, si è mancato di mettere in evidenza che, ancora una volta, il ministro Calderoli si è dimostrato un “prestigiatore” dei meccanismi parlamentari e legislativi.

Sono stati colti con le mani nella marmellata, Calderoli e Zaia, dalla loro stessa frettolosità propagandista, un pò come quegli ambulanti avventizi del mordi e fuggi.

La richiesta di autonomia del Veneto, per le molte ed importanti materie non soggette ai Lep, e senza la prescrizione di un’area perequativa che azzeri il criterio della spesa storica, ha di fatto svelato l’azione unilaterale della Lega che ha finito per spiazzare anche Fratelli d’Italia che oggi è un partito che raccoglie uniformemente il suo consenso nazionale.

La successiva iniziativa europea di collocazione della Lega nel partito dei “Patrioti” di Orban, per circoscrivere la leadership di Giorgia Meloni al campo nazionalista piuttosto che europeista, è stato l’altro tassello di una strategia lucida che prova a marginalizzare il ruolo dei Popolari-Liberali-Riformisti italiani.

Ormai non sono più da annoverare come movimenti carsici quello che sta avvenendo nel rapporto fra Lega e FdI, dalla costituzione del Governo, sbilanciato a favore della Lega rispetto a FI, passando per Autonomia, Premierato, Giustizia ed Europa.

Su questi capisaldi programmatici, FI riesce a difendere le sue radici liberali e riformiste solo grazie al Ppe. Ma ritornando alla Calabria, e alla controversa legge sull’autonomia differenziata, ho motivo di pensare che Occhiuto sia rimasto più condizionato dal suo ruolo nazionale, nel porsi sulla stessa linea degli altri Governatori del Sud, insieme a Bardi, a sostegno di un Referendum che surclasserà, in termini di firme e di esito elettorale, persino quello sul nucleare o sulla riduzione dei Parlamentari.

Questa legge farlocca, da “compari” di Pisa, può solo essere disinnescata dall’esito Referendario. In caso contrario, anche se dopo due anni per le materie LEP e da subito per tutto il resto, non c’è bisogno di aspettare il parere di illustri economisti per stabilirne gli effetti distorsivi e separatisti.

Quali speranze ha un Paese dal debito pubblico sproporzionato che, nel frattempo, ha persino accentuato il divario economico e sociale fra macro aree (anche al loro interno), di vedere crescere omogeneamente e in competetizione paritaria l’intero sistema Paese? A mio giudizio, nessuno.

E spero, ardentemente, di essere smentito anche dal più semplice studente di economia senza dover scomodare luminari. Cambiando lo scenario territoriale, la Calabria non si sottrae alle dinamiche nazionali.

Se per decenni, non qualche anno, lo sviluppo e le strategie progettuali hanno orientato risorse e infrastrutture sull’asse Tirrenico o Ten-T (trasversale europea), non è forse ciò che è avvenuto fra Nord e Sud del Paese?

Non è forse che sullo “storico” calabrese oggi sentiamo parlare più di Ponte sullo Stretto che di “Autostrada dei tre mari”? In tal caso mi lascio prendere dalla mia personale suggestione di congiunzione fra le due sponde mediane del Tirreno e dello Jonio per poi procedere verso l’Adriatico nell’ambito della Macro Regione Mediterranea. E chissà che quest’ultima non sia più di una suggestione ma, forse, la soluzione al problema dell’autonomia, dove il Sud e i suoi circa 20Ml di abitanti potrebbero rappresentare una opportunità per l’Italia e per l’Europa.

Non nascondo di aver temerariamente accostato Autonomia, Bonifica dell’area Sin e Provincia della Magna Graecia, appena ho appreso che Occhiuto ha impugnato il provvedimento del Governo, e del “suo” ministro Pichetto Fratin, di smaltire i rifiuti in discarica privata adibita a ricevere quelli speciali e altamente inquinanti che giacciono in mare, da 50 anni, e sulla “consortile” da almeno 20 anni. L’occasione di un Presidente temerario, oltretutto “mio” Presidente, mi ispira una conclusione.

Se lo Jonio sta alla Calabria, come la Calabria sta all’Italia, si colga l’opportunità di ridisegnare la nuova Calabria, un’altra Calabria che «l’Italia non si aspetta».

Non la Calabria delle 3 macro Province di emanazione Sabauda, ma l’inedita Calabria che non torna indietro, ma guarda avanti e recupera il protagonismo delle periferie, spesso per auto-afflizione ed irrilevanza.

Crotone e Corigliano-Rossano nuovo asse dello sviluppo poliedrico poggiato su Bonifica e rilancio produttivo del Sin di Crotone-Cassano-Cerchiara insieme all’ex sito Enel. La Zes unica come strumento programmatico ed economico per rilanciare la piattaforma logistica e intermodale del Mediterraneo orientale.

Senza campanilismi, ma in una visione ampia, solidale e di coesione.

Il sistema politico locale è inidoneo ad intravedere il futuro che si sta prospettando, salvo stracciarsi le vesti dopo prendendosela con gli altri e mai con il proprio pressappochismo.

Persino Cgil e Cisl si sono lasciati riaccorpare nell’area Centro, lasciando la sola Uil di Fabio Tomaino, alla quale mi sono iscritto, a resistere sull’autonomia organizzativa provinciale.

Si procede a grandi passi per un ritorno alle tre macro Province attesa l’irrilevanza delle piccole Crotone e Vibo.

Non voglio credere che il riformista Occhiuto, il liberalpopolare Occhiuto, il Presidente della scommessa di Governo nella Regione più depressa che sta affrontando con sicurezza e autorevolezza, possa assecondare un ritorno allo status quo ante 1993, senza aver tastato il polso ai cittadini, anche solo come parere consultivo come nella fusione di Cosenza Rende e Castrolibero e, mi auguro, anche di Montalto (inspiegabilmente esclusa dal virtuoso processo).

Nell’unica occasione di interlocuzione, de visu, che ebbi con Roberto Occhiuto nel luglio 2021 a Gizzeria, e della quale conservo piacevole ricordo e lo ringrazio, ne condivisi, insieme al compianto Peppino Cosentino, gli spunti e la visione progettuale.

Dal canto mio, gli espressi il convincimento che la Calabria avesse bisogno di un intervento meditato e partecipato, una conferenza interistituzionale regionale di riorganizzazione amministrativa, istituzionale e territoriale. I tempi sono maturi per lanciare anche questa sfida al sistema anchilosato dei partiti.

Il “mio” Presidente è in grado di andare oltre gli schemi, come ha dimostrato in questi tre anni di Governo, senza particolarismi ma con una visione generale e oggettiva?

La sfida del Governo si vince quando si recuperano gli ultimi e gli si offre una prospettiva migliore. Questo vale per la Calabria in Italia, come per lo Jonio in Calabria. (mc)

L’INGIUSTIFICATA NECESSITÀ DEL MINISTRO
FITTO DI RIESAMINARE IL PNRR PER IL SUD

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – «La Commissione Europea ha versato all’Italia la quinta rata del Pnrr, pari a 11 miliardi di euro. Il pagamento segue la valutazione positiva, adottata formalmente lo scorso 2 luglio, connessa al conseguimento di 53 traguardi e obiettivi della quinta rata del Pnrr italiano».

Questa la notizia delle Agenzie che riguarda un fatto estremamente importante, che viene confermato da numeri inoppugnabili: vi è un versamento nelle Casse dello Stato italiano di una cifra considerevole. Parliamo di 11 miliardi che certamente aiutano il bilancio. 

Giancarlo Giorgetti sarà molto soddisfatto e grato nei confronti di Raffaele Fitto, che porta a casa già oltre 100 miliardi. Con l’incasso della quinta rata, infatti l’Italia ha ricevuto ad oggi il 58,4% delle risorse complessive del Pnrr, pari a 113,5 miliardi di euro su un totale di 194,4 miliardi. 

Già il 2 luglio Bruxelles aveva approvato una valutazione preliminare positiva delle 53 tappe e obiettivi richiesti, per sbloccare la rata da 11 miliardi, tra cui l’attuazione di 14 riforme e 22 investimenti, in settori quali il diritto della concorrenza, gli appalti pubblici, la gestione dei rifiuti e dell’acqua, la giustizia, il quadro di revisione della spesa e l’istruzione.

L’Italia ha già richiesto a Bruxelles il pagamento della sesta rata da 8,5 miliardi di euro, ed è al lavoro per la verifica e rendicontazione dei 69 traguardi e obiettivi previsti per la settima rata del Pnrr, equivalenti a 18,2 miliardi di euro.  

I rumors della minoranza che parlano di gioco delle tre carte perché il Pnrr sarebbe solo al «37% del totale del cronoprogramma» non fanno breccia. Né può essere preso sul serio un Angelo Bonelli, leader di Europa Verde, che pensa che il Governo non sia impegnato «a risolvere i problemi reali del Paese». 

Troppa generica l’accusa e l’attivismo della Premier va proprio nel senso opposto, qualcuno addirittura chiederebbe che avesse meno iniziative. E allora tutto bene? Intanto non vi è dubbio che è meglio incassare le risorse che sono state destinate all’Italia provenienti dal debito comune che invece non essere in condizione di esigerle. 

Ma qualche considerazione più ampia deve essere fatta. Le notizie circa il fatto che a livello territoriale le risorse non stanno arrivando nel Mezzogiorno, nella quantità destinatagli dal Paese, che è inferiore a quella che sarebbe toccata se l’algoritmo europeo fosse stato applicato senza alcuna correzione, sono molto frequenti e da fonti diverse. 

 Lo stesso Raffaele Fitto ha parlato della necessità di rivedere il piano per quanto attiene il Sud, con una rimodulazione che rivela alcune difficoltà, peraltro attese, considerato lo stato degli uffici tecnici delle istituzioni locali dopo anni di “dimagrimento”.  

«Dovremo garantire che il 40% delle risorse del Pnrr vengano spese al Sud e su questo bisognerà interrogarsi. Ci sarà l’esigenza di valutare qualche altra ulteriore revisione? Forse sì». Cosi il Ministro,  in una recente audizione presso le Commissioni Riunite Bilancio e Affari Europei di Camera e Senato, nella quale non ha escluso un’ulteriore modifica al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. 

Forse siamo andati nel senso delle proposte indecenti di Giuseppe Sala e Luca Zaia, che si offrivano di spendere loro le risorse, visto che avevano progetti esecutivi e capacità di spesa? 

E che dimenticavano entrambi che il primo obiettivo del Pnrr era di diminuire i divari non di aumentarli, e che solo perché esiste il Sud sono arrivate risorse consistenti, senza dimenticare che in parte sono a debito e quindi dovranno essere restituiti da tutti gli italiani, ovviamente in modo progressivo rispetto al reddito prodotto, concetto che alcuni “nordici” non riescono ad accettare e forse capire. E che prevede che a parità di reddito si paghi lo stesso importo di tasse e che, indipendentemente da ciò che si versa, si abbia diritto agli stessi servizi essenziali, quelli che sono stati definiti come Lep (Livelli Essenziali di Prestazioni) e che invece dovrebbero essere Lup (Livelli Uniformi di Prestazioni ). 

Ma se “bisognerà” interrogarsi sulla garanzia che il 40% delle risorse del Pnrr vengano spese al Sud allora vuol dire che nel raggiungimento degli obiettivi non è prevista alcuna clausola territoriale.  Se così fosse l’Unione confermerebbe una disattenzione alla quale ormai siamo abituati, e confermerebbe un assenza di governance sull’utilizzo corretto dei fondi strutturali provenienti dall’Europa. 

È accaduto che per anni i fondi strutturali siano stati sostitutivi dei fondi ordinari, che dovevano arrivare nel Mezzogiorno, tanto che il pro-capite che avrebbe dovuto essere superiore nel Sud, per l’utilizzo dei fondi aggiuntivi dell’Europa, sia risultato poi invece, malgrado questi, inferiore, senza che ciò fosse in qualche modo rilevato e sanzionato da parte della Commissione, sempre molto attenta invece  a controllare l’andamento di altri indicatori. 

E non per per una piccola cifra ma per oltre 60 miliardi annui, come è stato ampiamente documentato dal Il Quotidiano del Sud, sulla base dei dati del Dipartimento per le Politiche di Coesione voluto da Carlo Azeglio Ciampi

Bene se il raggiungimento degli obiettivi, che hanno fatto pagare la quinta rata, seguisse la stessa logica, sottovalutando il tema della territorialità, motivo per cui i vari Sala e Zaia non si lamentano più, sarebbe molto grave. 

Perché come al solito avremmo eluso il vero obiettivo che l’Unione si era data, quando per stabilire gli importi da destinare a ciascuno aveva utilizzato tre parametri: il tasso di disoccupazione, il reddito pro capite e la popolazione. 

È chiaro che la Commissione può essere disattenta rispetto ai divari territoriali, considerato che il solo vero Paese duale in Europa,  nel quale coesistono due realtà opposte,  é l’Italia, e che gli altri, che hanno problemi simili, hanno avuto sempre una considerazione estrema, come la Spagna e la Germania, delle loro realtà periferiche. 

Ciò non toglie però che l’Unione pagando le varie rate senza controllare la destinazione territoriale, come sembrerebbe stia facendo,  in realtà diventerebbe  complice del possibile fallimento  dello strumento, che invece di diminuire i divari li aumenterebbe. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud  – L’Altravoce dell’Italia]

CULTURA IN REGIONE: FALLIMENTO TOTALE
CANCELLATE LE CELEBRAZIONI STRATIANE

di SANTO STRATI  – Non ci sarà alcuna celebrazione ufficiale della Regione Calabria per il centenario di Saverio Strati, che cade il prossimo 16 agosto: soltanto le lodevoli e meritevoli iniziative del suo paese Natale, Sant’Agata del Bianco, il cui sindaco, Domenico Stranieri, ha dovuto combattere fino all’ultimo contro le ottusità di burocrati regionali.

È un film già visto (si pensi all’occasione mancata due anni fa con il 50° dei Bronzi, nonostante il profluvio di soldi utilizzati-buttati) che conferma il fallimento acclarato della politica culturale della Regione Calabria. Che, pur avendo avuto un solido sostegno da parte dell’ex vicepresidente Giusi Princi (che sa benissimo cosa significa Cultura e fare cultura) cozza regolarmente con una totale incapacità amministrativa e gestionale di programmare, pianificare e ottenere il massimo dalle opportunità culturali che via via si presentano.

Il caso delle celebrazioni di Strati100 (così avrebbero dovuto caratterizzarsi tutte le iniziative) è mestamente significativo di come si buttino a mare non solo occasioni importanti per far parlare – in maniera positiva – della Calabria e dei suoi illustri figli , ma – allo stesso tempo – si sprechino risorse per finanziare inutili baracconi da strapaese che non portano turismo né tantomeno ritorni economici al territorio.

La vicepresidente Princi aveva preso a cuore (accogliendo anche le tante sollecitazioni del mondo culturale calabrese) per celebrare in maniera importante l’anniversario di uno degli scrittori più importanti del Novecento italiano, su cui, peraltro, un protocollo firmato dalla stessa Princi e l’Ufficio scolastico regionale prevede studi approfonditi negli istituti scolastici della regione.

Uno scrittore che – nonostante la grandezza – è morto quasi in miseria (il compianto prof. Nuccio Ordine con il Quotidiano del Sud gli fece ottenere il sussidio Bacchelli) e rimane ancora oggi pressoché sconosciuto in larghe fasce dei cittadini calabresi. Per assurdo, conoscono, apprezzano e amano Saverio Strati più in Europa che nella sua terra. La Princi aveva costituito un Comitato tecnico culturale con fini consultivi per le celebrazioni (nel quale, indegnamente, era stato chiamato anche chi scrive, che – per la cronaca – non ha alcuna parentela con lo scrittore) e un Comitato esecutivo per la realizzazione delle iniziative che sarebbero state decise.

Il primo finanziamento di un milione di euro è sembrato a qualcuno in Cittadella probabilmente eccessivo e prima di dare il via ai lavori del Comitato (che ha sempre operato a titolo gratuito, senza neanche alcun rimborso spese), la somma venne decurtata in 500mila euro. Troppo, ancora per qualcuno, decisamente scarsa per chi (come i componenti del Comitato) pensava di coinvolgere Università e Istituti di Cultura anche all’estero e realizzare incontri e convegni che andassero oltre i ristretti limiti regionali. Già, perché non si faccia l’errore di pensare a Saverio Strati come “scrittore calabrese”: è uno scrittore “nato in Calabria”, orgogliosamente fiero delle proprie origini, cantore di un Sud poco raccontato nella letteratura del Novecento. Quindi, l’obiettivo delle celebrazioni del “mancato” Strati100 sarebbe  stato quello di dare una dimensione non solo nazionale, bensì internazionale all’opera dello scrittore di Sant’Agata del Bianco. Un’idea più volte rimarcata anche in occasione del Salone del Libro di Torino, ma non accolta se non in modo inefficace e banale.

E le celebrazioni di Strati100 sono finite per essere una fastidiosa incombenza per la Giunta regionale che due giorni fa ha cancellato la delibera che stanziava i fondi previsti (500mila euro) e, a pochi giorni della ricorrenza, il 16 agosto, chiedeva al sindaco di Sant’Agata del Bianco Domenico Stranieri che aveva raccolto le indicazioni del Comitato tecnico sulle iniziative da prendere, di riformulare una nuova proposta da 250mila euro. Ma come si può pensare di chiedere, a pochi giorni dall’inizio delle celebrazioni stratiane  a chi (il sindaco Stranieri) ha fatto i salti mortali per mettere a profitto i suggerimenti e le indicazioni del Comitato culturale?

Il progetto – frutto di diversi incontri tra i vari componenti del Comitato culturale – prevedeva un anno di iniziative in modo da coinvolgere il Paese: un’occasione per parlare al Paese della Calabria più bella attraverso uno dei suoi figli più apprezzati. Il sindaco Stranieri – giustamente e forse con un garbo non dovuto – ha rimandato tutto al mittente: «Il Comune di di Sant’Agata del Bianco – ha scritto il sindaco in un comunicato dove traspare tutta l’amarezza per questo epilogo – non invierà più nessuna proposta e si tira fuori da questo gioco senza fine. Il 16 agosto onoreremo Saverio Strati nella sala consiliare del Comune di Sant’Agata del Bianco, con gli studenti, i cittadini e gli studiosi ma senza politici (non inviteremo nessuno)».

Per i Bronzi la Calabria, due anni fa, ha perso più di un’occasione per mostrare al mondo le sue infinite ricchezze, partendo dagli Eroi di Riace: cos’è tornato indietro in termini di notorietà e attrazione turistica? Poco o niente: non si fa promozione culturale con i gadget che non sono altro che paccottiglia inutile, né con un logo (è il caso di ricordarlo) che non aveva nemmeno la figura dei Bronzi. Né, tantomeno, con cartelloni nelle metropolitane, senza un minimo di pianificazione per la logistica, la recettività e l’accoglienza. A Reggio, poi, il cinquantenario è passato quasi inosservato: in qualsiasi altra parte del mondo avrebbero riempito di festoni, locandine e altro materiale di orgogliosa promozione cittadina le strade, i negozi, i bar, i locali. Qualcuno ha visto qualcosa? Eppure, sono stati spesi due milioni…

Quest’indegno e vergognoso passo indietro della Giunta sul centenario stratiano certifica che c’è un problema serio nella programmazione culturale della Regione: si finanziano bandi che premiano inutili eventi (solo perché “storicizzati”) e si vieta anche solo un euro a qualsiasi nuova iniziativa (perché appunto “non storicizzata”). Ma che vuol dire? Non vanno considerati il contesto e gli obiettivi culturali che si intendono perseguire con le iniziative? Per dirne una: sono stati tagliati i fondi che una legge regionale assegnava a benemerite associazioni culturali (il caso del Rhegium Julii è eclatante) e allo stesso tempo si distribuiscono, in maniera indiscriminata spiccioli che non bastano nemmeno a pagare un biglietto di treno a qualche ospite.

Il nuovo assessore regionale alla Cultura Caterina Capponi dovrà rassegnarsi – anche lei – a combattere con la mostruosa burocrazia regionale, ma un colpo d’ali è sempre auspicabile e possibile.  Un suggerimento gratuito: si circondi di personalità eminenti del mondo della Cultura calabrese e investa nel marketing culturale (pagando fior di professionisti che non mancano anche nella regione) se vuole ottenere concreti risultati. L’attrazione culturale in Calabria può contare su un territorio che in ogni angolo ha qualcosa da vantare e da mostrare, testimonianza di una civiltà millenaria che il mondo ci riconosce e ci invidia.

Quasi dimenticato da vivo, oltraggiato da morto Saverio Strati. Non è solo un’offesa a un grande figlio di Calabria, ma un’inaccettabile arroganza nei confronti di tutti i calabresi. Avremmo dovuto avere già a partire dal Salone di Torino pagine e pagine sui giornali, promozione, pubblicità dell’evento, etc. Nulla, il vuoto assoluto (escludendo un paio di incontri al Salone nello stand regionale). Di fronte a tanta palese incapacità di gestire amministrativamente qualsiasi evento culturale importante e in grado di dare visibilità e lustro alla regione, i calabresi non dovrebbero più restare indifferenti. L’indignazione è il minimo che dobbiamo aspettarci. (s)