I POLITICI LOCALI FRENANO E MANCANO DI
VISIONE PER RILANCIARE L’ARCO JONICO

Proprio in questi giorni ricorre il quinto anniversario della nascita del Comitato Magna Graecia. Sorto, quest’ultimo, all’indomani della fusione delle estinte città di Corigliano e Rossano, per fornire una nuova prospettiva che restituisse orgoglio e dignità agli ambiti della Sibaritide e del Crotonese. Contesti, i richiamati, schiacciati dalle deviate dinamiche d’assoggettamento ai rispettivi centralismi storici.

Certamente, quelli trascorsi, sono stati anni difficili: una pandemia inaspettata, ha colpito il Mondo intero. I rapporti umani, per quasi due delle ultime cinque annualità si sono ridotti a dirette interattive, causa i continui lockdown che si sono susseguiti.

Tuttavia, occorre tirare le somme e ripercorrere quello che questi cinque anni trascorsi hanno rappresentato.

Nel bene e nel male, l’idea Magna Graecia, ha permeato diversi strati della società civile. La rettifica dei confini provinciali jonici, includendo il Crotonese e la Sibaritide in un’unica Provincia con un doppio Capoluogo (Crotone a Sud, Corigliano Rossano a Nord), per aprirsi ad un contesto d’area metropolitana interregionale calabro-appulo-lucana, ha convinto più di ogni auspicabile aspettativa.

Spiace, purtroppo, constatare quanto ancora la Politica locale sia volutamente e colpevolmente distante da un’idea straordinariamente innovativa.

Nel corso di quest’intervallo temporale, infatti, oltre ad incontri con diversi Amministratori locali, tanto nel Crotonese quanto nella Sibaritide, è stato realizzato un progetto editoriale che ha racchiuso tutti i capisaldi dell’idea. Il libro, presentato sia nelle Comunità rivierasche sia in quelle pedemontane afferenti al contesto jonico, ha ricevuto apprezzamenti e consensi da parte di tutti i Sindaci a cui l’idea è stata proposta. Taluni, tuttavia, hanno preferito mantenere una posizione più ibrida. È il caso del sindaco di Crotone che si è espresso con un “Ni”; è il caso del Sindaco di Corigliano-Rossano che, interpellato sulla questione, riferiva: «Vediamo se ci sono i presupposti per poter immaginare un percorso di natura amministrativa».

In area interna (Campana, Longobucco, Acri) i rispettivi primi cittadini si sono dichiarati aperti verso l’idea, rimarcandolo pubblicamente. Così come nei contesti terminali della identificata nuova Provincia (Cutro, Rocca Imperiale, Isola di C.R.), dove gli Amministratori hanno manifestato interesse ad intraprendere ragionamenti che abbraccino ambiti omogenei. Anche la Comunità di Cariati, per voce del Sindaco, ha rimarcato partecipazione ad un’idea che vedrebbe la Città inquadrata al centro dell’identificata nuova Provincia.

Attestati di stima e voglia di intraprendere un percorso inclusivo e di rilancio territoriale sono stati espressi dal sindaco di Rocca di Neto e già Assessore Regionale, Alfonso Dattolo. Anche gli ex primi cittadini di Terravecchia e Paludi hanno espresso pubblicamente la necessità di guardare ad un ambiente rinnovato che includa la Sibaritide ed il Crotonese.

Così come, il sindaco di Cassano-Sibari, pur vivendo il dissidio della sua Comunità contesa tra il contesto del Pollino e quello rivierasco, non ha espresso chiusure all’idea.

Senza dimenticare le manifestazioni di interesse che sono state avviate da parte di Consiglieri regionali e Parlamentari, sia nell’attuale Governo, sia nei precedenti.

A giorni, poi, il progetto sarà illustrato anche in Lucania, nella vicina Nova Siri, e verificheremo l’appeal dell’idea anche fuori dai confini regionali.

Tuttavia, resta da constatare che nessuna Amministrazione, ad oggi, si è espressa con dedicate delibere di Consiglio sul tema ampiamente illustrato. Con ogni probabilità, gli atteggiamenti attendisti dei due Sindaci degli identificati Capoluoghi, non hanno trasmesso fiducia agli altri Amministratori. Eppure, ci chiediamo cos’altro debba succedere a Crotone affinché la relativa classe dirigente realizzi di essere ormai fanalino di cosa su tutto. Non bastava, forse, dipendere dal punto di vista sanitario da Catanzaro, così come aver subito l’accorpamento della Camera di Commercio.

Solo pochi giorni fa, infatti, pezzi della locale MC venivano trasferiti sulla ex Provincia madre di Catanzaro. Ormai, il destino delle piccole Province è segnato da oggettivi limiti demografici e territoriali. Pertanto, essere fagocitati dal rispettivo sistema centralista è il minimo sindacale. Non realizzare quanto appena riferito è sinonimo di vivere in un mondo fantastico e ben lontano dalla cruda realtà dei fatti. Parimenti, su Corigliano-Rossano dove ci culliamo sugli allori della terza Città della Calabria. Disconoscendo, purtroppo, non sappiamo se per conclamata cecità o se per malafede, un tessuto economico (specie in area bizantina) ridotto a brandelli. Quanto detto, mentre le aree dei Capoluoghi storici incassano oltre 20ml a testa dei fondi di Agenda Urbana, lasciando al palo le aree urbane joniche.

Segnaliamo, infine, ancora qualche sentimento d’attacamento a progettualità superate dalla storia e dai fatti. Forse tali atteggiamenti sono motivati da stucchevole campanilismo e da poca inclinazione al cambiamento e alla novità. Registriamo, infatti, ragionamenti che ancora oggi parlano di “inviolabile” autonomia del Crotonese, nonostante quell’ambito, per le motivazioni su richiamate, perda pezzi ogni giorno. Così come, a circa 20 anni dall’aborto dell’idea Sibaritide e poi Sibaritide-Pollino, qualcuno lungo l’Arco Jonico vorrebbe parlare della Provincia di Corigliano-Rossano.

Ignorando, probabilmente, che non basterà il semplice cambio di nome per coprire il limite demografico che renderebbe vana un’azione volta in tal senso. Non è un mistero, infatti, che a seguito della Legge 56/12 (Riforma Delrio) gli Enti di secondo livello sono stati inquadrati per contesti demografici e territoriali. Oggi, un’ambito per poter aspirare ad una legittima autonomia dovrebbe essere classificato come contesto di almeno 350mila abitanti e 2500km di superficie. La Sibaritide, la Sibaritide-Pollino, tantomeno il Crotonese non dispongono, autonomamente, di tali requisiti.

È chiara, pertanto, la necessità di fare sintesi tra aree ad interesse comune. E non è certamente guardando alle aree vallive che Corigliano-Rossano troverebbe affinità. Piuttosto l’amalgama del Crotonese e della Sibaritide potrebbe rappresentare il riassunto perfetto per immaginare una Provincia forte della sua territorialità e di una demografia importante (oltre 400mila ab). Numeri che consentirebbero una oggettiva perequazione con i contesti dei Capoluoghi storici. Le piccole Province, d’altronde, hanno dimostrato ampiamente i propri limiti. Non hanno prodotto quel ragionevole tasso d’interesse per le popolazioni che vi sono rientrate. Piuttosto, una perdita continua e costante di servizi che nel tempo hanno trasformato questi piccoli contesti in lande sempre più desolate e periferiche.

A tal riguardo si guardi Crotone, ma anche Vibo e tante altre in Italia. Tale andazzo, purtroppo, continuerà anche adesso che ci avviciniamo alla Riforma governativa che riporterà il suffragio universale alle Province. La Calabria, dunque, ha bisogno di una revisione amministrativa che possa generare un rinnovato rapporto d’equità tra i vari ambiti regionali. La creazione di una realtà policentrica lungo l’Arco Jonico, con due Capoluoghi, consentirebbe alle città di Corigliano-Rossano e Crotone di sedere ai tavoli politici che contano; di gestire, autonomamente, le proprie scelte e non già di subire i diktat delle scrivanie catanzaresi e cosentine.

Siamo certi che, prima o poi, la dirompente idea-progettuale proposta dal Comitato sarà oggetto d’agenda delle Amministrazioni locali. A tal riguardo, invitiamo a non commettere l’errore di scambiare la nostra sicurezza con arroganza intrisa a saccenza. Piuttosto, è frutto di consapevolezza per aver studiato, descritto e illustrato, un progetto rivoluzionario che avrebbe risvolti positivi non solo per lo Jonio, ma per la Calabria e il Mezzogiorno tutto. (Comitato Magna Graecia)

TROPPE INFORMAZIONI ERRATE SUL SUD
CHE FAVORISCONO LE REALTÀ DEL NORD

di PIETRO MASSIMO BUSETTAEsiste una vulgata sul Sud  che propala informazioni errate. Da quelle relative a un Mezzogiorno che è stato inondato di risorse, a quella che elegge una classe dirigente inadeguata. 

Per il primo tema basta guardare i conti economici territoriali voluti da Ciampi per contestare tali affermazioni. Per il secondo tema si dimentica che si tratta spesso  di elezioni che individuano una classe dominante estrattiva, che non ha come obiettivo il bene comune ma quello di alimentare le proprie clientele. Ma ciò avviene con la collusione e il sostegno della classe dirigente del Paese, che ha interesse ad avere una classe ascara sulla quale fare riferimento per le tante esigenze.

Tale classe dominante, “che ha i voti”, al momento opportuno, si tratti delle pale eoliche o degli impianti solari, o negli anni sessanta di localizzare le raffinerie, costituisce la terza colonna pronta a dare una mano per gli interessi settentrionali. 

Classico “amico all’Avana”, che serve per sparigliare le carte quando si vuole dire no a un rigassificatore a due passi dalla valle dei Templi, o dare autorizzazioni per parchi eolici o per parchi solari utili ad un Nord energivoro. Uno schema tipo delle realtà colonizzate esistenti all’interno di un Paese, solo formalmente unito, ma in realtà spaccato in due per reddito procapite, per tassi di occupazione, per contributo all’occupazione dell’industria manifatturiera, per dimensione dell’industria turistica, per contributo all’export. 

In tal senso esiste un Partito Unico del Nord, che al momento opportuno si compatta per utilizzare anche all’interno dei diversi Partiti lo stesso schema, in cui la rappresentanze meridionali contano in modo molto contenuto se non inesistente. Quando si parla di responsabilità dei meridionali e della loro incapacità di scegliere una classe dirigente adeguata si dimenticano poi le responsabilità dello Stato centrale, che non ha investito adeguatamente nella formazione e nella scuola, consentendo una dispersione scolastica al 30%, oltre che una carenza di asili nido scandalosa e una discriminazione nella scuola del tempo pieno tale che al Nord esiste e al Sud è solo un’idea lontana o la mancanza di domanda di lavoro che porta a cercare vie alternative.

Controbattere tali fake in modo adeguato è estremamente complesso, in assenza di quotidiani  che abbiano diffusione nazionale, di televisioni che possano controbattere quelle che hanno sede e testa al Nord; in assenza del servizio pubblico che, visto che viene pagato per un terzo dal Sud dovrebbe ritornare  in cambio una informazione equilibrata, ma che viene gestito a favore delle realtà settentrionali, sia in termini di spot, per tutto ciò che accade nel Centro Nord, che in termini di opinione. 

Tale informazione parziale trova una colonna “armata” che mette in campo  una strumentazione scientifica importante, con professionalità di altissimo livello e che entra nel dibattito a gamba tesa per sostenere alcune posizioni che difficilmente i Centri di Ricerca del Sud, o le stesse Università meridionali, riescono a confutare. 

La difficoltà poi di mettersi contro spesso una Comunità Scientifica che trova nell’appoggio e nelle citazioni vicendevoli un punto di forza per affermare le proprie posizioni porta molti “sudici” a non  sbilanciarsi troppo, per non ritrovarsi in una isolata minoranza. 

Esempi recenti di tale approccio si verificano quando si parla di Autonomia Differenziata. L’esigenza di dare forza alle posizioni favorevoli porta alcune volte ad affermazioni a dir poco discutibili. Un esempio recente riguarda la posizione dell’Istituto Bruno Leoni che afferma in un suo editoriale recente: «Il dibattito sull’Autonomia Differenziata si sta facendo sempre più rovente. I suoi avversari hanno raccolto, nel giro di qualche settimana, centinaia di migliaia di firme per indire un referendum abrogativo della legge Calderoli».

«I critici dell’Autonomia raccontano un mondo che non esiste: le nuove disposizioni possono piacere oppure no, ma raccontarle come l’anticamera della secessione è semplicemente ridicolo… In particolare, l’autonomia non potrà determinare alcuna differenza nella distribuzione delle risorse economiche tra le regioni né darà luogo ad alcun cambiamento della ripartizione dei denari tra le regioni che accedono all’autonomia e quelle che non lo fanno. Questo è un punto fermo della legge Calderoli, che infatti prende le mosse dalla definizione dei Livelli essenziali di prestazione e affida a essi il ruolo di guida dell’intero processo…, fino a quel momento, si litiga sul nulla». 

Affermare in modo così apocalittico che  una parte dell’intellighenzia meridionale, che si è schierata contro, vive in un mondo irreale (un mondo che non esiste), offendendo pesantemente molti ricercatori seri che hanno preso posizioni (raccontarla come l’anticamera della secessione é semplicemente ridicolo), utilizzando termini che manifestano una spocchia ingiustificata, dimostra la sicurezza che l’avversario non ha gli stessi mezzi per difendersi.     

Affermazioni che non hanno alcun fondamento nemmeno nelle motivazioni leghiste che hanno portato all’approvazione della legge che invece sono molto chiare (né darà luogo ad alcun cambiamento della ripartizione dei denari tra le regioni che accedono all’autonomia e quelle che non lo fanno). 

Nel comunicato numero 733 del 30 aprile 2010 del portale della regione del Veneto il presidente Zaia affermava «Ogni anno almeno 50 miliardi di euro partono da Veneto, Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna – le regioni più virtuose – diretti al Sud Italia. Si tratta dell’85% del totale dei trasferimenti Nord – Sud. Il Veneto, da solo, spende annualmente non meno di dieci miliardi di euro per coprire i disavanzi nei bilanci delle regioni del Mezzogiorno. Risorse che, con il federalismo, potranno essere destinate a migliorare la vita dei veneti e di tutti coloro che responsabilmente, attraverso il loro lavoro, pretendono servizi pubblici adeguati».

«Il tasso di spreco medio – che al Nord resta sotto il 15% – cresce al Sud e nelle Isole fino ad arrivare al 50% in Sicilia, Calabria, Basilicata e Sardegna».

Anche sulle  altre affermazioni (Lep) ci sarebbe molto da ridire, ma quello che è manifesto e che in qualunque occasione il Sud è quel famoso vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro, che come scelta ha solo quello di farsi trasportare in maniera isolata altrimenti il suo destino è di rompersi. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

IL PARADOSSO DEL SUD CHE MIGLIORA IN
REPUTAZIONE MA LA CRESCITA È BLOCCATA

di ERCOLE INCALZA – Una serie di comunicati stampa ha fatto presente un dato senza dubbio noto ma che non immaginavamo così preoccupante, mi riferisco alla sostanziale crescita del nord rispetto ad una stasi del Sud. Riporto sinteticamente il dato: il Mezzogiorno tra il 2007 ed oggi ha cumulato un differenziale negativo di crescita rispetto al Nord di 9 punti e questo ha fatto sì che il Prodotto Interno Lordo del Sud è ancora 7 punti sotto rispetto ai livelli che precedono la crisi del debito pubblico scoperta nel 2008. E, cosa ancora più preoccupante, è da ricercarsi nel fatto che il recupero integrale dello shock subito dal Paese sempre nel 2008 avvenuto con un ritardo di oltre dieci anni nel nostro Paese rispetto alla Germania e alla Francia riguarda solo il Nord.

Eppure in questi ultimi anni gli indicatori sulla occupazione nel Sud, sulle eccellenze imprenditoriali del Sud, sulla serie di interventi infrastrutturali attivati proprio nell’ultimo biennio dopo dieci anni di stasi, sulla crescita rilevante del comparto turistico e sulla forte impennata della produzione agro alimentare, lasciavano ben sperare.

D’altra parte questa nuova narrazione positiva del Sud era emersa in occasione del Festival Euromediterraneo di Napoli sia del 2023 che del 2024 e, senza dubbio, era ed è una narrazione vera in quanto questa serie di fattori aveva prodotto un aumento sostanziale della occupazione ma non aveva, in nessun modo, incrementato la partecipazione alla formazione del PIL da parte delle singole Regioni. Infatti, come ho ricordato più volte:

Le otto Regioni del Sud sono tutte all’interno dell’Obiettivo Uno della Unione Europea, cioè tutte hanno un PIL pro capite inferiore al 75% della media europea

Nessuna delle otto Regioni supera la soglia del 5% nella formazione del Pil nazionale. Il Pil pro capite nelle otto Regioni non supera la soglia dei 22 mila euro e addirittura in alcune si attesta su un valore di 17 mila euro; al Centro Nord si parte da una soglia di 26 mila euro per arrivare addirittura ad 40 mila euro.

Ma allora sicuramente ci sono delle cause o delle condizioni che bloccano la crescita del Mezzogiorno, cause che da sempre abbiamo cercato di scoprire ma che in modo quasi paradossale sono rimaste sempre rimaste all’interno di interessanti ricerche, di interessanti approfondimenti ma mai siamo stati capaci di misurare e, soprattutto, di leggere in modo trasparente; come ho ribadito più volte, dopo una diagnosi superficiale, abbiamo fatto sempre ricorso ad una terapia ridicola: quella basata su una assegnazione percentuale elevata, almeno il 30%, delle risorse assegnate dallo Stato per interventi infrastrutturali. Invece stiamo solo oggi capendo che questo assurdo paradosso: si cresce su alcuni comparti ma non si implementa il Pil, è legato ad una serie di elementi che questo Governo, proprio perché ha tutte le caratteristiche di essere un Governo di Legislatura, deve necessariamente affrontare; mi riferisco in particolare a: I Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) all’interno delle otto Regioni sono indifendibili; per la offerta di servizi socio – assistenziali si passa da 22 euro pro capite in Calabria ai 540 euro nella Provincia di Bolzano. La spesa sociale del Sud è di 58 euro pro capite, mentre la media nazionale è di 124 euro.

Il livello di infrastrutturazione del Sud produce un danno annuale nella organizzazione dei processi logistici superiore a 58 miliardi di euro. Nelle otto Regioni esiste solo un interporto quello di Nola – Marcianise, nel Centro Nord ne esistono sette (interporti veri, vere eccellenze logistiche); Nelle otto Regioni esiste solo un porto transhipment, quello di Gioia Tauro, con una rilevante movimentazione di container; La distanza dell’intero Mezzogiorno dai mercati del Nord d’Italia e del centro Europa è un vincolo alla crescita per tutte le otto Regioni.

Di questi punti il primo, a mio avviso, rappresenta quello che sicuramente rappresenta la causa più incisiva di ciò che prima ho definito un folle paradosso perché, in realtà, i consumi delle famiglie del Sud e le attività legate anche a forme di risparmio sempre delle famiglie, sono sempre più limitati perché nelle varie attività i margini prodotti sono limitati ed inoltre questa crescita della produttività, non trovando adeguati Hub logistici, viene gestita da imprenditori del Nord veri attori chiave nella gestione delle attività logistiche ed in questo caso il Prodotto Interno Lordo (Pil) del Sud si trasforma in Prodotto Esterno Lordo (Pel), come ho ricordato spesso, del sistema imprenditoriale del Nord.

Ma, insisto, quei dati relativi alla offerta di servizi socio – assistenziali che in Calabria non supera pro capite la soglia di 22 euro pro capite e che nella Provincia di Bolzano si attesta su un valore di 540 euro o il dato relativo alla spesa sociale del Sud di 58 euro pro capite contro una media nazionale di 124 euro, producono un dato che rimane quasi fisso dal dopo guerra ad oggi (sì da oltre settanta anni): il reddito pro capite medio del Sud si attesta su un valore medio di 21.000 euro (negli anni sessanta era di17.000 euro) mentre nel Nord si attesta su un valore medio di 39.000 euro con soglie superiori ai 42.000 euro.

Di fronte a queste banali considerazioni ho più volte proposto che le otto Regioni del Sud utilizzino il comma 8 dell’articolo 117 della Costituzione che consente il ricorso a forme federative e chiedano, in modo coeso ed unitario, con la massima urgenza al Governo di affrontare e risolvere questa assurda discrasia che, da sempre, penalizza la crescita del Sud e, cosa ancor più strana, offre una immagine falsa dello stato socio economico del Mezzogiorno: di un Mezzogiorno che da settanta anni assicura una crescita di altre realtà del Paese. Con questo non voglio assolutamente denunciare il settentrione del Paese di “parassitismo”, voglio solo però fare presente che le azioni del Governo devono essere capillari e devono essere caratterizzate da un vero Action Plan, cioè da uno strumento che affronti contestualmente sia le carenze legate ai servizi offerti, sia la costruzione organica di reti e nodi capaci di ridimensionare la distanza dell’intero Mezzogiorno dai mercati del Nord e del centro Europa.

Lavorando in tal modo molti, in modo critico, diranno che si ricreano le condizioni definite da Gabriele Pescatore e da Pasquale Saraceno attraverso la istituzione della Cassa del Mezzogiorno, io ritengo che aver spento un simile strumento è stato a tutti gli effetti un atto incomprensibile ed irresponsabile che, a mio avviso, ha danneggiato molto di più lo stesso sistema economico ed imprenditoriale del settentrione del Paese. (ei)

RILANCIARE I SITI INDUSTRIALI DISMESSI
LA CHIAVE DI SVOLTA PER L’ARCO JONICO

di DOMENICO MAZZA – Ciclicamente la Questione Meridionale torna alla ribalta. Oggi, poi, in piena stagione Pnrr, il tema acquisisce anche rinnovata valenza. Abbiamo un termine perentorio: fine ’26. Poco meno di due anni e mezzo per cercare di riequilibrare il Paese; rettificare le sperequazioni tra nord e sud e consentire a chi rimasto indietro di procedere alla stessa velocità di chi invece viaggia spedito.

Non basteranno piogge di finanziamenti, il più delle volte parcellizzati e dilapidati in mille rivoli, a consentire al Mezzogiorno di equipararsi al resto del Paese. Non sarà tanto la quantità di spesa investita al Sud Italia a fare la differenza, ma la capacità che questo spicchio di territorio avrà di attrarre finanziamenti invoglianti le imprese, italiane ed europee, ad investire in una terra, per certi versi, larva di sé stessa.

Commettere l’errore di pensare il Recovery Plan come una spesa risarcitoria ai torti subiti negli anni non renderà il Sud un posto migliore. Piuttosto, sarebbe opportuno approcciarsi attivamente all’idea di sovvenzioni finanziare atte a facilitare interventi pubblico-privati. Le richiamate sovvenzioni, invero, potrebbero riverberare benessere e stabilire un deterrente reale all’esodo incontrollabile che, altrimenti, nel giro di 30 anni, porterà il Mezzogiorno all’abbandono totale. Bisognerà studiare, quindi, condizioni che rendano conveniente, per i capitali privati, l’investimento nelle aree del sud, senza pensare ad incentivi distorsivi.

L’Arco Jonico ha un’opportunità unica: rilanciare i siti industriali dismessi. La loro rigenerazione e il rilancio funzionale rispetto la primaria fonte di sostentamento del territorio rappresentata dall’agricoltura, potrebbe essere la chiave di svolta per una rinnovata prospettiva del territorio. Sarà necessario svecchiare il processo di produzione agricola e modernizzarlo in ottica di produttività e filiera aziendale. Non basta raccogliere il prodotto al fine di inviarlo su altre piazze perché questo venga lavorato.

Andranno creati processi industriali puliti per riverberare lavoro, al fine di aumentarne significativamente l’offerta. Bisognerà avere il coraggio di fare qualcosa mai fatta prima per riscrivere la storia di un terriorio dalle innate potenzialità, ma spesso dimenticato. Solo così si potrà cambiare il paradigma che vuole uno dei territori più promettenti del Mezzogiorno avviato a processi di periferizzazione, causa decenni di politiche centraliste. I sistemi per invertire la tendenza ci sono, ma vanno saputi pianificare. Non saranno le piccole operazioni di restiling conservativo a declinare in maniera differente le sorti economiche di un territorio.

Sull’adriatica Pugliese, nella stesura del dedicato Cis (Contratto istituzionale di sviluppo), non hanno pensato a progetti di piccolo cabotaggio. Paesi, Città, Enti di secondo livello, Regione, hanno lavorato in sinergia mettendo a terra un progetto che riverserà circa 600 milioni tra gli ambienti rivieraschi delle Province di Lecce e Brindisi.

Si abbia il coraggio di mettere attorno ad un tavolo i Presidenti delle 5 Province che si affacciano sulla baia jonica. Si allarghi ai Sindaci dei Comuni demograficamente più rappresentativi, ai Presidenti delle regioni Puglia, Calabria e Basilicata e si lanci l’idea di un progetto unitario e coerente per tutto l’Arco Jonico calabro-appulo-lucano.

Porti, distretti agroalimentari, siti industriali (attivi e dismessi) possono realmente rappresentare il ragionevole tasso di interesse per creare un deterrente all’emorragia demografica in atto.

Solo ragionando per aree ad intessere comune, dando vita a reali processi di coesione territoriale, si potranno creare i presupposti per attrarre investimenti.

Contrariamente, il destino della Sibaritide, del Crotonese, così come di tutti gli altri ambienti che si affacciano sulla baia jonica, sarà quello di restare piccole aree dalle innate potenzialità, ma incapaci di offrire un futuro ai propri figli. (dm)

IL PIANO RETI TEN-T PRIVILEGIA IL SUD
ORA SI DEVE COMPLETARE L’ALTA VELOCITÀ

di ERCOLE INCALZA –  In questi ultimi anni ci siamo innamorati del Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza, abbiamo cercato di salvare il salvabile delle risorse non spese del Fondo di Sviluppo e Coesione 2014 – 2020, non riuscendoci, ci siamo interessati al nuovo Fondo di Sviluppo e Coesione 2021 – 2027 e grazie all’azione del Ministro Raffaele Fitto stiamo cercando di evitare la perdita secca di circa 80 miliardi di euro della passata esperienza, ma ora, proprio in occasione di questo nuovo Parlamento dovremmo ricordare a coloro che nel prossimo mese si insedieranno nel nuovo consesso comunitario che esiste un’altra grande occasione strategica per il rilancio organico del nostro Mezzogiorno.

Mi riferisco, in particolare alla nuova edizione delle Reti Trans European Network (Ten – T); sì di quel Pian strategico che produce direttamente la Unione Europa e che ogni cinque anni lo aggiorna. Un Piano che è supportato dagli Uffici della Unione Europea e dalla Banca Europea degli Investimenti. Un Piano che dispone anche di un volano di risorse pari a circa 35 miliardi di euro. L’importanza di un simile strumento, il cui aggiornamento è stato approvato venti giorni fa, è quanto meno duplice: Ratifica ancora una volta le scelte relative al Corridoio Helsinki – La Valletta e, quindi, contiene integralmente l’asse ferroviario ad Alta Velocità Napoli – Bari, Salerno – Reggio Calabria – Messina – Palermo – Catania. Riconferma la essenzialità del Ponte sullo Stretto. Prolunga il Corridoio Baltico – Adriatico fino alla Regione Puglia (prima si fermava a Ravenna).

In base ad una decisone assunta dal Consiglio Europeo in occasione della approvazione del Patto di Stabilità comunitario, gli interventi relativi a scelte programmatiche comunitarie (e quindi quelli ubicati sulle Reti Ten – T non gravano sul debito pubblico delle singole Nazioni).

Appare evidente che in presenza di simili sostanziali decisioni, i nostri rappresentanti nel nuovo Parlamento dovranno perseguire la concreta attuazione di una volontà che già la Unione Europea ha condiviso e ratificato. In realtà dovranno dare concreta attuazione al completamento della offerta ferroviaria ad alta velocità nell’intero Mezzogiorno.

Diventa improcrastinabile portare a termine, davvero, la offerta ferroviaria ad alta velocità nell’intero Mezzogiorno e quando intendo “intero” Mezzogiorno mi riferisco oltre alle linee già definite come la: Salerno – Reggio Calabria, Napoli – Bari Palermo – Catania – Messina, mi riferisco anche alle linee: Cagliari – Sassari – Porto Torres, Trapani – Palermo, Siracusa – Catania, Bari – Brindisi – Lecce, Bari – Taranto – Battipaglia.

Questa scelta, in un certo senso, denuncia una discutibile impostazione iniziale del progetto della rete ferroviaria ad alta velocità; in fondo la mia è un’autocritica e devo anche precisare che Lorenzo Necci sin dal primo momento ribadì che la famosa T (Torino – Venezia e Milano – Napoli) “era solo l’inizio di “una rivoluzione del nostro rapporto con il treno, una rivoluzione che terminerà quando l’intero Paese avrà un sistema ferroviario ad alta velocità; ho detto sistema perché coinvolge il rotabile, la sicurezza ed i nodi stazioni” (sono parole di Necci) in una audizione al Senato nel 1992. Cioè Necci era convinto che il sistema ad alta velocità sarebbe stato una offerta non più legata alla “convenienza dell’investimento” ed alla “rilevanza della domanda” ma sarebbe stata una condizione obbligata per rispondere alle esigenze di un Paese che non poteva essere diviso in due distinte aree: una di serie A ed una di serie B. Ebbene questo impegno dovrebbe essere intanto prodotto subito dalle Ferrovie dello Stato ed inserito nel prossimo Contratto di Programma.

Questa proposta contiene un respiro programmatico lungo e consente, al tempo stesso, un ritorno alla intuizione programmatica di medio e lungo periodo che da almeno dieci anni avevamo dimenticato e, soprattutto, assicura al Mezzogiorno un grado di libertà che non possiede e cioè: una rete ferroviaria ad alta velocità vera. (ei)

L’UTOPIA DELL’OCCUPAZIONE FEMMINILE
AL SUD È ANCHE UNA QUESTIONE EUROPEA

di PABLO PETRASSO – «Con l’Autonomia differenziata la condizione delle donne siciliane peggiorerà». E sarà così per tutto il Sud, «uno degli effetti di una misura che indebolirà complessivamente il Mezzogiorno andando a incidere negativamente su servizi essenziali come sanità e scuola, sulle infrastrutture, sullo sviluppo e il lavoro. E a farne maggiormente le spese saranno i soggetti, come appunto le donne ma anche i giovani, che hanno già una posizione di debolezza nel mercato del lavoro».

A inaugurare il nuovo fronte è il manifesto che sarà presentato in Sicilia ed è intitolato “La controffensiva delle donne all’Autonomia differenziata”. Non a caso l’appuntamento è a Nicosia, in provincia di Enna, davanti al punto nascita dell’ospedale. La precarietà delle donne e le difficoltà che si vivono nelle aree interne: due vittime annunciate della riforma Calderoli.

Dati e prospettive fanno dire a Svimez che il tema del lavoro delle donne al Sud è una questione europea. Una di quelle materie in cui il divario Nord-Sud è netto e cristallizzato. «Il divario di genere nelle opportunità di accesso e carriera nel mercato del lavoro – argomenta l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno – rimane un tema fortemente attuale nel nostro Paese, e particolarmente allarmante nel Meridione. Le regioni del Sud occupano le ultime posizioni nella classifica europea per tasso di occupazione femminile: circa sette donne su dieci non lavorano; a livello nazionale, la percentuale si attestava al 57,3% a fronte di una media europea del 65%».

La mappa restituisce plasticamente le differenze regionali: il Sud mostra tassi di occupazione femminile tra il 31 e il 35%; al Centro-Nord si raggiungono punte del 62%. La Cgil si aspetta, per cancellare la legge, «un forte contributo» dalle donne «che invece di vedere diminuiti divari e migliorata la loro condizione la vedranno senza dubbio peggiorare».

Altri numeri che aiutano a inquadrare il caso: l’indagine straordinaria sulle famiglie italiane della Banca d’Italia mostra come, durante le sospensioni scolastiche connesse alla pandemia, il lavoro di cura sia ricaduto sul genitore che non lavorava (solitamente la madre) nel 61% dei casi nel Mezzogiorno (41,5% nel Centro-Nord). Allo stesso tempo, al Sud, i genitori hanno fatto meno ricorso allo smart working (4,1% contro il 17,6% nel Centro-Nord). La pandemia, peraltro, «ha fiaccato – riporta Svimez – maggiormente l’occupazione femminile, allargando la forbice con gli occupati maschi, compromettendo anche le opportunità di progressione delle madri. Più in generale, a livello nazionale, nel 77% dei casi, le convalide di dimissioni di genitori con figli tra 0 e 3 anni è ascrivibile alle donne, principalmente con profilo impiegatizio (53%) e operaio (39%)».

È un problema di sistema: al Sud ci sono meno possibilità per svolgere attività extra didattiche e sono le donne a mettere in secondo piano le proprie ambizioni lavorative per sopperire alle carenze dello Stato. Ovviamente si sconta la mancanza di un welfare e di politiche che incentivino la conciliazione famiglia-lavoro. In questo senso, l’Autonomia differenziata rischia di cristallizzare disagi e differenze, assieme al gap per la condizione femminile.

E la condizione attuale dice che «al Sud la condizione di genitorialità per le donne risulta ancora più penalizzante in ambito lavorativo, specialmente se con figli in età prescolare: solo il 37,8% delle madri meridionali con figli fino a 5 anni ha un lavoro (65,1% al Centro-Nord), la metà rispetto ai padri (82,1%). Dati allarmanti che ci restituiscono l’immagine di un Mezzogiorno ancora schiacciato sul male breadwinner model, un modello di sostentamento economico delle famiglie prevalentemente maschile». Lo Stato non aiuta le donne meridionali e questa versione della riforma rischia di lasciare tutto com’è.

Il problema è strutturale e non regge neppure la spiegazione del più basso grado di scolarizzazione delle donne tradizionalmente utilizzata per motivare la “segregazione” femminile sul mercato del lavoro. Per Svimez il dato è contraddetto dall’evidenza empirica: «I divari di genere nei tassi di occupazione e nelle retribuzioni persistono nonostante i percorsi formativi delle donne siano divenuti nel tempo più ambiziosi di quelli degli uomini».

Nel confronto europeo, invece, la quota di donne italiane laureate è sensibilmente più contenuta: nessuna regione italiana presenta un valore pari o superiore alla media. Valori particolarmente bassi si osservano in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. Italia tra le ultime in Europa, il Sud staccato dal resto del Paese. Uno schema che si ripete, al quale l’Autonomia differenziata à la Calderoli offre risposte insufficienti, che rischiano di affossare il Sud e non tireranno il Nord fuori dalle secche della crisi. (pp)

[Courtesy LaCnews24]

fotografia: Karolina Grabowska da Pixabay

AMICI DEL NORD, LA BATTAGLIA CONTRO
L’AUTONOMIA È DA COMBATTERE INSIEME

di MIMMO NUNNARICarissime amiche e carissimi amici del Nord dobbiamo fermarci prima del precipizio che abbiamo davanti, non solo chi vive al Sud ed è “meridionale con difficoltà”, come diceva Sciascia con riferimento alla Sicilia, perché il Sud è notoriamente terra di contrasti e contraddizioni e il popolo è un popolo che soffre, perché dominato da secoli, lasciato ai margini della comunità nazionale per colpe che non conosce, e patisce insieme all’assedio mafioso soffocante di un deficit civile di proporzioni altissime, conseguenza principalmente del vivere senza gli stessi diritti e opportunità dei connazionali dei territori del Nord.

Il precipizio nel quale rischiamo di cadere tutti, per una serie di ragioni interne: scarsa competitività, corruzione, invecchiamento della popolazione, inefficace politica di rilancio economico, ma anche esterne – declino globale, allontanamento dall’etica e dalla morale che da anni permea la società occidentale – riguarda anche voi, che che state al Nord, e in teoria avreste meno problemi dei meridionali, almeno materiali.

La vostra situazione è la situazione non buona dell’Italia degli ultimi decenni nascosta come la polvere sotto il tappeto, che nel 1992, in un saggio che ho avuto l’onore di scrivere insieme al cardinale Carlo Maria Martini e all’arcivescovo Giuseppe Agostino [“Nord Sud l’Italia da riconciliare” edizioni Paoline], l’allora arcivescovo di Milano impietosamente così: «Siamo di fronte ad una società percorsa da forze dissolutrici, gravemente intaccata da corruzione e illegalità, sovente incapace di trovare le vie di una vera convivenza civile; e il pericolo è di credere che tutto sia così, che tutto sia marciume, che non ci sia più alcuna forza positiva, che manchino le persone oneste e capaci». 

È un ritratto, quello fatto da Martini trent’anni fa, purtroppo ancora attuale. Abbiamo tutti perciò un problema, al Nord e al Sud, ma voi al Nord ne avete uno in particolare, che vi deve far riflettere, e riguarda la qualità della classe politica settentrionale ormai da molti anni pessima.  Spesso il Sud vi serve come alibi per non parlare della vostra classe politica impresentabile, specchio della vostra indifferenza, non certo della vostra cultura e intelligenza. Di quella del Sud sappiamo: è suddita, nel senso che pensa che i diritti debbano arrivare per elemosina, è portatrice insana di consensi elettorali, per convenienza personale, un incarico, una prebenda. 

Ma che sia scarsa la classe politica del Nord è qualcosa davvero difficile da spiegare non solo all’Italia ma anche all’Europa. Perché se il Nord che ha le migliori Università, una ricerca eccellente, una buona sanità, un’impresa che vola in alto,  un diffuso benessere, esprime una classe dirigente mediocre, scarsa, qualche problema c’è. E quando parliamo di mediocrità non parliamo dell’aurea mediocritas, che per i latini aveva una connotazione positiva, significava stare in una posizione intermedia tra l’ottimo e il pessimo, tra il massimo e il minimo, ed esaltava il rifiuto di ogni eccesso, ma parliamo di quella poco lucente mediocritas simbolo di ignoranza, di vuoto a perdere, che invade ogni sfera della vita sociale.

Prendo in prestito la battuta di un caro e illuminato amico del Nord (ne ho tantissimi) che a proposito di cultura costituzionale mi dice sconsolato: «Siamo passati da Calamandrei a Calderoli». Calamandrei, giurista, scrittore e uomo politico ha lasciato pensieri profondi: «La libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare». Frase che pronunciò nel suo celebre discorso sulla Costituzione agli studenti di Milano del 26 gennaio 1955. Di Calderoli, chirurgo maxillofacciale, triumviro della prima Lega e più volte ministro, la frase che probabilmente sarà tramandata ai posteri sarà: «La legge elettorale? L’ho scritta io, ma è una porcata». Outing, fatto da Enrico Mentana durante la trasmissione Matrix, che poi Calderoli spiegò meglio: «…Una porcata, fatta volutamente per mettere in difficoltà destra e sinistra, che devono fare i conti col popolo che vota».

Qualche domanda lassù al Nord dovreste farvela, per capire in che mani siete finiti. Potreste rileggere per fare un esame di coscienza un testo teatrale di Marco Giacosa, dedicato ai fratelli Terroni che votano: «Vent’anni fa ci furono i gazebo per l’indipendenza della macro-regione del Nord, si dibatteva se un marchigiano era un terrone e andava fatto affondare nei debiti della sanità, o salvato nella gloriosa Padania…. Secondo me, terroni, dovreste vergognarvi a votare Salvini. Almeno quanto noi del Nord, certo… Ma voi, terroni, Salvini proprio no. Comunque, contenti voi». Si parlava in quel testo breve di teatro a nuora (Sud) perché suocera (Nord) intendesse.

Ecco, siamo ancora fermi lì, ad arrovellarsi su quanto bisogna vergognarsi al Sud a votare Salvini, ma anche a ragionare su come abbia fatto il Nord a sperperare il patrimonio di cultura, competenza e dignità, ereditato dai giganti della politica che hanno operato nel dopoguerra. Pensiamo, per fare un solo esempio, non alle prime file, ai grandi leader, ma al lavoro intelligente di quanti hanno pensato, scritto e attuato programmi sociali ed economici per la nuova Italia nata dalla Resistenza, come gli economisti valtellinesi Ezio Vanoni, Pasquale Saraceno, Sergio  Paronetto, Tulio Bagiotti, Bruzio Manzocchi;  alcuni dei quali – come Saraceno – concepivano il problema dell’unificazione economica dell’Italia anzitutto come una questione etico-politica. Saraceno, pensava che l’obiettivo del superamento del divario tra il Nord e il Mezzogiorno chiamava in causa responsabilità dello Stato, e che il permanere del divario poteva alla lunga riflettersi negativamente sulla stessa unità nazionale, con conseguenze che potevano risultare esiziali anche dal punto di vista politico e degli equilibri sociali.

Il suo era un pensiero profetico. Come il Nord abbia potuto dimenticare quelle pagine gloriose per arrivare alle rappresentazioni di oggi bisognerebbe studiarlo, interrogarsi su come sia potuto accadere. Cari amici del Nord la battaglia contro l’Autonomia differenziata bisogna dunque combatterla assieme. La sfasatura del dualismo Settentrione Meridione, pesa, in maniera preoccupante, e dietro l’angolo c’è il caos, cioè il disordine, il disorientamento. L’Autonomia è una via di fuga dalle responsabilità, irresponsabile e pericolosa. Le guerre civili sono nate a volte per cause imponderabili. La soluzione è la riconciliazione del Paese, non una spaccatura ulteriore.

È l’unica strada percorribile la riconciliazione in questa fase di fragilità della storia italiana. E Il primo banco di prova per quest’Italia debole e smarrita è il “No” all’Autonomia voluta dal Governo Meloni che definire antipatriottico e antiunitario è il minimo. (mnu)

LA CALABRIA SI SPOPOLA SEMPRE DI PIÙ
IL PROBLEMA VA AFFRONTATO E RISOLTO

di GIOVANNI MACCARRONENon di rado mi capita di leggere sui quotidiani che i giovani fuggono dalla Calabria, sempre più numerosi.

Questo è un problema anche molto noto ma di cui nessuno si interessa seriamente. Affrontarlo creerebbe un disagio difficile da sostenere. Far finta di nulla, però, non ne elimina comunque la presenza.

Qualche volta mi incontro con amici della mia stessa età che non lavorano oppure lavorano sporadicamente. Cerco di evitare qualsiasi discorso che anche lontanamente tocchi il problema. Sono coscienti e consapevoli della realtà lavorativa che tocca l’intero mezzogiorno e potrebbe essere di grande aiuto parlarne. Solo che ci vuole sensibilità, buon senso ed aspettare il momento opportuno per riuscire a far esprimere “liberamente” il loro dolore, le proprie paure e le proprie speranze.

Oggi come oggi trattare questo problema è veramente difficile, ma, nei modi e nei tempi adeguati, è necessario affrontarlo e, soprattutto, risolverlo.

Tempo fa mi sono recato a Milano. All’aeroporto di Lamezia Terme ho visto un gran numero di passeggeri. Inizialmente ho pensato che fossero tutti turisti, mentre in realtà per gran parte si trattava di calabresi emigrati al Nord che in estate e durante altre festività scendono giù per rivedere amici e parenti, di studenti universitari che ogni fine settimana oppure durante il periodo estivo rientrano in famiglia.

Al ritorno, nell’area di attesa dell’aeroporto di Milano Malpensa, ho incontrato vecchi amici e qualche vecchio compagno di scuola. Molti di loro sono riusciti a fare carriera dopo vari tentativi nella nostra regione (non a caso l’età media dei dipendenti nella pubblica amministrazione è superiore ai 50 anni). Qualcuno di loro mi ha raccontato che, nonostante il curriculum professionale e i buoni elaborati presentati durante i concorsi banditi in qualche comune della regione Calabria, non era mai riuscito a rientrare tra i vincitori. Concorsi quasi sempre banditi per un solo posto. Per cui, dopo diversi tentativi, aveva deciso – con grande dispiacere – di spostarsi, lasciando moglie e figli a casa. Quasi tutti laureati. Chi non si è spostato ha dovuto accontentarsi di fare altro o comunque qualcosa di diverso rispetto al suo corso di laurea

Un vero dramma. 

Secondo Aristotele ogni uomo è fornito di una vocazione, di una inclinazione, che lui chiama daimon, ciascuno ha il suo demone, il musicista, l’artista, il filosofo, l’uomo che lavora manualmente, e la felicità in greco si dice eudaimonia: «la buona realizzazione del tuo demone».

Con la conseguenza che la felicità è sostanzialmente l’autorealizzazione di se medesimi, di se stessi. Uno se si autorealizza, se fa ciò per cui è chiamato o che è evocato, appunto, è felice e lavora meglio.

Non credo che qualcuno si sia mai soffermato su tale questione fondamentale. Sarebbe invece il caso che il legislatore si occupasse di questo aspetto prevedendo, in futuro, un apposito reato contro la persona (da inserire dopo l’art. 582 c.p.) oppure un apposito risarcimento per danno provocato da “mancato raggiungimento della felicità”.

Solo il ricorso a questo sistema di garanzie positivo è assolutamente in grado di tutelare i partecipanti alle procedure selettive indette dalle pubbliche amministrazioni, unitamente alla previsione di concorsi a cui far partecipare solo commissioni con personale preso all’esterno dell’amministrazione che bandisce la procedura stessa 

Lo ha già sostenuto il procuratore scelto dal Csm per guidare la procura partenopea, Nicola Gratteri, il quale a più riprese ha auspicato concorsi asettici per assumere personale affinché non venga favorito nessuno, con commissioni esterne da comporre a livello nazionale.

Comunque sia e indipendentemente da quanto sopra detto, è certo che il problema occupazionale spinge le persone (giovani e non) ad andare fuori dalla nostra regione e, quindi, ad emigrare.

Ed infatti, nel corso della sua recente visita in Calabria (avvenuta il 30 aprile scorso), anche il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha prontamente evidenziato che «nel Meridione il tasso di occupazione è più basso rispetto al Centro e al Nord. Donne e giovani pagano un costo elevato e sono tanti coloro che, a malincuore, lasciano la terra d’origine, accentuando un rischio di spopolamento che andrebbe frenato. Per rispetto del valore, della storia e del futuro di quei territori».

Ma la sua sensibilità si è spinta oltre, individuando con precisione tutti i motivi che in qualche modo possono spingere la popolazione calabrese ad emigrare.

Uno fra tutti è quello legato al reddito. In particolare, secondo il Presidente Mattarella «le Regioni meridionali dispongono oggi di un reddito che non raggiunge quello di altre aree nazionali».

Altro motivo è legato all’inefficiente gestione delle spese e delle entrate da parte dei comuni e delle regioni meridionali. Il che, come è evidente, determina inevitabilmente che – come evidenziato dallo stesso Presidente della Repubblica – «per alcuni aspetti i loro cittadini fruiscono di servizi meno efficienti»: basti pensare all’erogazione dei Lea, alla sanità (commissariata da ben 14 anni), alle infrastrutture, all’inefficienza dei trasporti urbani ed extraurbani (pensate ai collegamenti da e verso gli aeroporti), ecc.

Insomma, per dirla con le parole del Presidente Mattarella, «lo sviluppo della Repubblica ha bisogno del rilancio del Mezzogiorno. È appena il caso di sottolineare come una crescita equilibrata e di qualità del Sud d’Italia assicuri grande beneficio all’intero territorio nazionale. Una separazione delle strade tra territori del Nord e territori del Meridione recherebbe gravi danni agli uni e agli altri. È ben noto che il lavoro è una delle leve più importanti di progresso e di coesione sociale».

Che, letto tra le righe, vuole semplicemente dire che il meridione si deve attrezzare meglio e lo Stato italiano (a prescindere da chi lo gestisce) non può limitarsi a mettere poche gocce di olio nel sistema (credito alle assunzioni, decontribuzione ecc.), quando invece servirebbe molto di più.

Sempre che le gocce non finiscano nelle tasche di qualcuno, come fino ad oggi è accaduto. Perché, diversamente, noi continuiamo ad essere una sorta di palla al piede proprio per le regioni del Centro-Nord che, in qualche modo, giustificherebbe la richiesta da parte di tali regioni di una sorta di secessione, di distacco dalle regioni meridionali.

La qual cosa non va bene, va assolutamente evitata, dato che – come già segnalato – essa è in grado di produrre un aumento della pressione fiscale, un’inevitabile sottrazione di risorse importanti al bilancio dello Stato e un conseguente consolidamento dei conti pubblici a carico probabilmente alla restante parte del Paese e, più in generale, di contribuire a compromettere la garanzia dei diritti sociali, già messa a dura prova da un decennio di crisi.

Bisognerebbe quindi evitare tutto ciò e riflettere sulla considerazione fatta dal Presidente Mattarella in ordine al fatto che «l’Europa – e in essa l’Italia – deve essere protagonista a livello globale. Il Mezzogiorno d’Italia è parte dell’Europa». 

Meditate gente… meditate.

Speriamo bene. (gm)

REFERENDUM, LA PROROMPENTE ADESIONE
ALLE FIRME È LA DECISA RISPOSTA DEL SUD

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Quasi 300.000 sottoscrizioni in pochi giorni, apposte sulla piattaforma per la raccolta delle firme digitali. In più vanno aggiunte le firme sui documenti cartacei nei gazebo aperti in tutta Italia. L’obiettivo delle 500 mila firme è a portata di mano. Parlo  della richiesta di sottoporre a referendum abrogativo la legge sull’autonomia differenziata.

Un incredibile successo, forse inaspettato. Certamente dalle forze politiche nazionali di sinistra, che ne vorrebbero acquisire i meriti e farne un vulnus contro il Governo Meloni.  Ma anche dalle forze territoriali del Nord, stupiti da una reazione che non avevano prevista, convinti che il Sud, come sempre  non avrebbe reagito.

Il fatto importante che si registra, con un andamento esponenziale dell’apposizione delle firme contro  l’autonomia, che probabilmente verranno nella maggior parte dei casi da elettori del Sud, è una mobilitazione che non si era mai vista prima.

E che ha un consenso trasversale rispetto ai partiti, tanto che alcuni Governatori meridionali di Centrodestra, come Roberto Occhiuto, Vito Bardi, e in parte anche Nello Musumeci, adesso Ministro ma già Governatore della Sicilia nella legislatura precedente, stanno prendendo le distanze dall’accelerazione che alcuni Governatori settentrionali, guidati da Luca Zaia, vorrebbero imporre, acquisendo le autonomia per le materie non Lep.

La sensazione sentendo parlare Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio, Segretario di Forza Italia, ma anche Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, è che in molti non si erano resi conto di cosa stava portando avanti Roberto Calderoli. E che, messi di fronte alle azioni derivanti da una legge ormai approvata, cominciano a frenare bruscamente.

Ma anche se dovesse rallentare, come probabile accadrà, il processo di realizzazione dell’autonomia differenziata, nulla sarà più come prima. Sembrerebbe che il genio della lampada del Sud, che era racchiuso, costretto e imprigionato, stia finalmente  uscendo fuori, manifestando tutta la sua potenza e la sua identità.

I primi segnali sono stati quelli relativi alla vittoria dello scudetto del Napoli, poi il totale cambiamento della vulgata sul Mezzogiorno, per cui Napoli e Palermo e Bari da destinazioni da evitare sono diventate mete ambite. E poi il racconto, alcune volte sopra le righe, del Presidente del Governo e del Ministro Fitto, amplificato da alcuni quotidiani meridionali,  sulla centralità del Mediterraneo e sul nuovo ruolo che questa parte d’Italia, una volta che i rapporti con la Federazione Russa  si sono bloccati e non potranno essere ripresi prima di parecchi anni, potrà giocare nello scacchiere europeo e  internazionale.

Il piano Mattei, la Zes unica, la Batteria del Nord, alcuni solo slogan, danno la dimensione di qualcosa che sta mutando. Ma c’è un fatto che è fondamentale rispetto al passato. Riguarda il cambiamento rispetto alla vulgata prevalente che un racconto pilotato dai media del Nord avevano fatto, convincendo delle teorie anti Sud, spesso, anche la borghesia meridionale.

Si tratta di alcuni paletti che sono stati completamente divelti. il primo di questi è che il Mezzogiorno sia stato inondato di risorse. Il racconto prevalente era che lo Stato aveva riversato somme incredibili nella realtà meridionale, che erano state sprecate. Un racconto che è stato ripreso anche recentemente da alcuni opinionisti dei giornaloni, ma che ormai non ha più presa perché il Dipartimento delle politiche di Coesione ha calcolato in modo inconfutabile, e il nostro Giornale ha tra i primi diffuso questa informazione, che se il pro capite, destinato dallo Stato centrale a ciascun individuo, fosse uguale il Mezzogiorno avrebbe diritto ogni anno ad un risarcimento di 60 miliardi.

Il concetto della spesa storica e della ingiustizia derivata dall’applicazione di essa ormai non è più un’informazione che hanno  solo alcuni addetti ai lavori, ma grazie ad un lavoro tenace di alcuni Media Meridionali, di alcuni Centri di Ricerca con in testa la Svimez, e di pochi ma combattivi opinionisti del Sud, è arrivato a un pubblico più ampio e soprattutto all’intellighenzia meridionale, che finalmente comincia a dare una risposta diversa alla domanda tradizionale che recitava: di chi è la colpa del sottosviluppo del Mezzogiorno?

Infatti mentre prima la risposta era: è colpa nostra perché non sappiamo autogestirci, adesso andando alla testa dell’acqua si riescono a vedere quali sono le responsabilità di uno Stato centrale che ha considerato questa parte come residuale, ed alcuna volte, da fare affondare da sola.

Che non ha investito nella scuola adeguatamente, nel tempo pieno, negli asili nido, nella lotta alla dispersione scolastica, non riuscendo a formare quella consapevolezza per un voto avvertito.

he ha consentito la desertificazione di una realtà che continua ancora oggi, a perdere ogni anno 100 mila persone qualificate, con un costo, per le casse delle Regioni di provenienza degli emigranti,  di circa 20 miliardi.  Che ha fatto fermare l’Autostrada del Sole per anni a Napoli e l’Alta Velocità Ferroviaria a Salerno. Questa grande consapevolezza oggi si riversa nel voto a favore del Referendum, contro la legge sull’autonomia differenziata, ma ha implicazioni molto più ampie di una realtà che pretende ormai, incredibilmente, l’equità territoriale. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

SULLA COSTA JONICA, LA SANITÀ IN AGONIA
REPARTI AL COLLASSO E MANCA PERSONALE

La sanità in Calabria è arrivata a un punto di non ritorno. La carenza di personale nelle strutture ospedaliere è elevatissima e i pochi operatori rimasti sono costretti a turni massacranti. Definire “sanità” il minimo servizio offerto nelle strutture pubbliche calabresi è ormai un eufemismo.

Mancata attuazione dell’ex “Piano Scura”

Sulla costa jonica, poi, la situazione è ulteriormente complicata dalla mancata attuazione del piano Scura, sacrificata per mero campanilismo e interessi politici. Nonostante il piano prevedesse una netta distinzione tra area medica (fredda) e chirurgico-interventistica (calda) nei due plessi dello Spoke di Corigliano-Rossano, oggi persiste una commistione di reparti ingiustificata. L’ultimo Documento di pianificazione sanitaria regionale (marzo 2024) ha previsto l’attivazione del punto nascita nel presidio di Cetraro, a seguito del trasferimento della terapia intensiva da Paola.

Ci chiediamo perché ciò che è stato applicato sul Tirreno non venga attuato anche alla struttura jonica, dove la divisione materno-infantile rimane nel presidio Compagna di Corigliano, nonostante la terapia intensiva si trovi invece nel Ginnettasio di Rossano.

Mancanza di reparti d’emodinamica e pneumologia

Il richiamato Documento di pianificazione sanitaria regionale ha previsto l’attivazione del reparto di emodinamica a Crotone e la predisposizione dello stesso reparto nello Spoke di Corigliano-Rossano. Ad oggi, però, lungo l’Arco Jonico calabrese non c’è traccia di questo reparto salvavita. Le prescrizioni prevedono l’allocazione di tale reparto in aree con almeno 300.000 abitanti, ma la prassi seguita è stata quella di sezionare la Calabria per ambiti orizzontali, ignorando le difficoltà geografiche e le affinità tra aree limitrofe. In questa logica, tutta l’ambito compreso tra la Valle del Trionto e quella del Neto resta fuori dalla “golden hour”. “L’ora salvavita” — lo ricordiamo — resta il periodo entro cui le persone colpite da patologie cardiache devono essere trattate in un punto ospedaliero dotato d’emodinamica.

Relativamante la pneumologia, gli spoke di Corigliano-Rossano e Crotone, risultano sprovvisti di tale reparto. Invero, a poco è valso aver ospitato, nonostante la mancanza di percorsi separati, reparti Covid durante il periodo pandemico. Le dinamiche centraliste, infatti, continuano imperterrite a marginalizzare dette strutture. Non c’è stata alcuna opposizione agli smantellamenti di reparti vitali per la sanità jonica, lasciando 400.000 abitanti senza assistenza adeguata per patologie respiratorie, in preoccupante aumento.

Nuovo Presidio ospedaliero della Sibaritide: Nessuna chiarezza sul suo futuro utilizzo

Fortunatamente, i lavori per il nuovo ospedale unico dello Jonio procedono, ma senza una visione chiara e coerente del suo utilizzo futuro. Invero, il nascente nosocomio appare sottodimensionato rispetto alla previsione dei Lea (livelli essenziali d’assistenza) regionali. L’ospedale, infatti, è stato pensato per un’utenza di circa 180.000 persone, con 373 posti letto. L’offerta sanitaria, quindi, inquadra 2 posti letto ogni 1.000 abitanti, mentre la pianificazione regionale prevede 3.15 posti letto ogni 1.000 abitanti. Si rischia seriamente di completare una struttura che, una volta ultimata, potrebbe rivelarsi una scatola vuota.

La vera battaglia politica e di dignità che la Classe Dirigente del territorio jonico dovrebbe intraprendere sarebbe quella di caratterizzare il nuovo presidio come ospedale Hub. I numeri demografici della Sibaritide e del Crotonese, infatti, consentirebbero piena attuazione all’ipotizzato disegno e, con ogni probabilità, si riuscirebbe ad intravedere uno spiraglio di luce all’orizzonte. (Comitato Magna Graecia)