AEREI E TRENI, TARIFFE INTERPLANETARIE
PER VENIRE IN CALABRIA SERVE UN MUTUO

di FRANCESCO CANGEMI – Dopo la drammatica giornata di sciopero del trasporto aereo, Calabria e Sicilia  devono investire il Governo centrale per l’assurda politica tariffaria che penalizza oltre ogni ragionevole tolleranza il Mezzogiorno. I trasporti aerei sono sempre più cari, il più delle volte i biglietti da e per la Calabria costano più di una traversata transoceanica. Costa meno andare a New York di un Milano-Reggio Calabria. E non è un fatto occasionale: chiunque tenti in questi giorni, di fare un biglietto per il Sud si scontra con tariffe folli e impossibili. e non solo nel trasporto aereo. In buona sostanza, chi vuole tornare in Calabria deve fare i conti  (nel vero senso della parola), con il portafoglio che rischia seriamente di sgonfiarsi a causa di prezzi di aerei e treni troppo, troppo alti.

A dirlo è Federconsumatori Calabria, solita a monitorare l’andamento dei prezzi, anche per l’estate 2023, ha fotografato l’offerta dei voli e dei treni per raggiungere la Calabria prendendo a riferimento gli arrivi nazionali ed internazionali verso gli aeroporti di Lamezia Terme, Reggio Calabria e Crotone. Stessi i criteri utilizzati di simulazione del viaggio: stesso margine di prenotazione (un mese), stessa settimana di arrivo in Calabria, stessa classe economy. Le tariffe di volo riportate sono prive delle tasse aeroportuali che contribuiscono a far lievitare ulteriormente il costo finale e che variano in rapporto all’aeroporto, alla destinazione, al prezzo del volo, al peso del bagaglio trasportato e ad eventuali commissioni di agenzie di viaggio.

Il rilevamento sul costo dei biglietti ferroviari rappresenta un capitolo a sé. Se è stata implementata l’offerta sulla lunga percorrenza dei treni Intercity è anche vero che le tariffe complessive registrano aumenti su scala nazionale oltre il 9% di aumento. Verso la Calabria risulta possibile trovare qualche offerta accettabile sulle frecce ma quando si scelgono orari di partenza di maggior traffico i prezzi salgono notevolmente con tariffe da Milano a Lamezia sino a 190,90 euro, da Torino sino a 217,00 euro, da Bologna sino a 147,00 euro mentre con le soluzioni di Intercity notte se si risparmia sensibilmente nel costo del biglietto si sprofonda sino a 16 ore e 35 minuti di tempo-viaggio per esempio, per un Torino-Lamezia.

Il solo viaggio di arrivo in Calabria da Londra costa da 250,00 a 784,99 euro con la compagnia Swiss, da 296,00 a 550,00 euro con Klm, da 274,33 a 638,86 euro con Ita, da 423,00 a 677,00 euro con AirFrance. Rynair e Lufthansa non hanno offerte per quel periodo. Sul 2021 si segnalano i picchi di aumenti sino a +469,02 euro per SWISS e +251,05 euro per Ita ex Alitalia. Per arrivare da Parigi con Ita costa da 184,81 euro a 614,94 euro e da 340,00 a 1.445,00 euro con Air France. Da Berlino, escluse Lufthansa, Ita ed Eurowings che non hanno offerte per quel periodo, arrivare con Klm costa da 287,00 a 435,00 euro. Da Vienna individuati solo voli con Klm da 393,00 a 539,00 euro con 2 scali, da Barcellona solo voli Ita da 227,42 a 545,77 euro mentre da Zurigo voli con Ita da 194,79 a 302,42 euro e con Swiss Air da 264,60 a 312,11 euro.

Ancora più variegata è l’offerta dei viaggi nazionali verso i 3 aeroporti calabresi atteso che, quelli di Reggio Calabria e Crotone scontano una significa contrazione dell’offerta. Per Lamezia Terme da Torino Caselle tariffe Ita in economy da 188,13 a 533,13 euro, Ryanair da 191,00 euro. Da Milano Malpensa da 103,99 a 208,16 euro con Ryanair, con Swizzair da 122,00 a 147,00 euro, con ITA 166,75 a 369,43 euro (Ita non più prenotabile a 2 giorni dal sondaggio). Da Milano Linate con Ita costi invece da 143,75 euro (diretto). Da Bergamo Orio al Serio per Lamezia solo voli Ryanair da 151,03 a 236,43 euro con leggera riduzione sul 2021. Da Bologna offerte di viaggio Ita da 173,26 a 538,26 euro con circa +100,00 euro sulle tariffe Alitalia 2021, le offerte Ryanair da 102,84 a 167,02 euro, anche queste ultime in contenimento sul 2021. Da Roma Fiumicino per Lamezia voli Ita da 191,60 a 778,65 con 2 scali, Lufthansa da 521,38 a 706,38 euro, con Swiss da 452,00 a 698,00 euro, mentre Ryanair non ha offerte disponibili. Arrivare da Catania a Lamezia con Ita costa invece da 226,92 euro a 305,83 euro e con 1 scalo.

Si segnalano voli nazionali Ita da Torino da 162,13 a 352,13 euro, da Milano M. da 211,75 a 369,43, da Bologna da 153,26 a 399,85, da Roma da 161,60 a 713,65 euro con 2 scali mentre da Bergamo solo offerte con Easyjet da 161,00 a 172,00 euro. I voli internazionali per Reggio Calabria seguono l’andamento complessivo di aumenti che registrano le seguenti offerte: da Parigi (Ita da 203,00 a 576,00 euro, Air France da350,00 a 530,00 euro, Klm da 388,00 a 624,00 euro), da Londra (Ita da 274,00 a 641,00 euro,  Air France da  484,00 a 795,00 euro Klm da 286,00  euro), da Berlino (Klm da 247,00 a 302,00 euro 2 scali e Air France da 571,00 a 897,00 euro) e da Zurigo (Ita da 194,84 a 270,47 euro, Air Europa da 468,00 a 475,00 euro, Klm da 252,00 a 772,00 euro con 2 scali).

Verso Crotone non risultano voli nazionali Ita prenotabili da Milano, Bologna e Torino. Da Bergamo voli Ryanair da 121,76 a 214,91 euro contro le offerte finanche a 14,95 euro del 2021 e da Roma 189,00 a 203,00 euro con 2 scali ed un tempo di viaggio di 32 ore, mentre da Catania da 130,00 a 160,00 euro con scalo per circa 20 ore di viaggio. Dall’estero solo voli Ryanair da Parigi (da 173,00 a 206,00 euro), da Londra (da 156,00 euro), da Berlino (da 148,00 a 161,00 euro) e da Zurigo (da 203 a 215,00 euro) tutti con 2 scali e lunghi tempi di viaggio.

Per la presidente di Federconsumatori Calabria Aps Mimma Iannello «Si parla di Ponte sullo Stretto e si promuove la Calabria turistica ma intanto non si arresta la corsa agli aumenti per arrivare in Calabria. Inoltre, non migliora la qualità delle infrastrutture viarie che troverà chi arriva nella nostra regione: dai cantieri autostradali, alle interruzioni su importanti arterie stradali, all’insicurezza di interi tragitti per il manto stradale, le sterpi che invadono le carreggiate, la carenza di segnaletica e di percorsi protetti per pedoni e ciclisti nelle località turistiche, rotatorie al limite della norma e tutor che rendono il viaggio uno stress. Per chi visita per la prima volta la nostra regione non è un bell’impatto e non lo è per chi vi risiede tutto l’anno. Per non dire della carenza d’informazione dei servizi di collegamento di Tpl e taxi nelle stazioni ferroviarie, nelle autostazioni e nelle principali fermate dei bus. Chi arriva in Calabria non cerca solo mare pulito ma qualità dei servizi, buona accoglienza ed il giusto rapporto prezzi-qualità. Su molti di questi punti non si colgono i necessari progressi nonostante su tutta la filiera turistica lievitano i prezzi per i consumatori. Quanto alle offerte dei voli monitorati c’è da segnalare il permanere di problemi congiunturali che si ripetono ad ogni stagione quando le offerte di volo sono inferiori alla domanda ed i prezzi diventano una variabile indipendente da ogni ratio. A distanza di soli due giorni dal nostro primo rilevamento abbiamo notato ad esempio che Ita non propone alcun viaggio di arrivo da importanti aeroporti nazionali per l’intero mese di agosto ed intanto il costo dei viaggi, esaurite le offerte più abbordabili, raggiungono di giorno in giorno costi assurdi che penalizzano gli arrivi in Calabria. Se poi il costo di un volo viene moltiplicato per i componenti di un nucleo familiare medio significa sottrarre al badget dell’intera vacanza una quota importante considerato che al viaggio di partenza va aggiunto quello del rientro e poi i costi di vitto, alloggio e dei servizi annessi alla vacanza. Non c’è da stupirsi se per tanti la vacanza è sempre più breve o si scelgono altre mete più competitive. C’è ancora molto da fare per affermare programmi tariffari verso la Calabria che siano socialmente sostenibili, per impedire ogni speculazione ed assicurare servizi adeguati nella quantità, nella qualità e nell’equità delle tariffe. Il viaggio in aereo, sia low cost che di linea, così come sulle frecce, non può essere un privilegio per pochi. Considerati gli aumenti su scala nazionale che vanno in media dall’8% per i voli nazionali sino al 22% sui voli internazionali, ma con picchi più alti su alcune tratte, il Garante dei Prezzi già nelle scorse settimane ha deciso di indagare sul fenomeno convocando le compagnie aeree operanti nel nostro Paese per analizzare le dinamiche dei prezzi. In questa direzione Federconsumatori continuerà a chiedere che vengano contrastati i fenomeni speculativi in atto ed a segnalare all’Agcom le irregolarità e le stranezze finora raccolte». (fc)

NON SERVE IL SALARIO MINIMO IN CALABRIA
SE POI MANCA PROPRIO IL LAVORO STABILE

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Meglio essere sfruttati che non essere nemmeno sfruttati». Così un economista  di nome Hollis Chenery evidenziava che di fronte al nulla anche il poco può essere in qualche modo una soluzione. Ma non ci si può assolutamente accontentare e il vero tema è quello di avere condizioni di lavoro che siano accettabili e degne dell’essere umano.     

Ma il trade off è ben messo in evidenza dalle affermazioni del noto economista, che ci mette in guardia dall’evitare che forme di protezione possano eliminare il bene che vogliamo proteggere, cioè il buon lavoro.

Per questo non bisogna fermarsi alle dichiarazioni, assolutamente apprezzabili, di chi pretende che vi sia  un salario minimo, senza guardare alle conseguenze dirette ed indirette.

Ma a cosa ci si riferisce quando si parla di salario minimo?

Rappresenta, secondo una nozione condivisa, la retribuzione minima che dovrebbe essere garantita ai lavoratori per una determinata quantità di lavoro.

L’istituto del salario minimo non deve essere confuso con il reddito minimo. Concetto che va a collegarsi con l’esigenza di un reddito di cittadinanza per chiunque non abbia le risorse necessarie per la sopravvivenza, inteso in questo caso in termini assistenziali, finalizzato  a garantire un minimo vitale a tutti i cittadini, anche non lavoratori, in ragione di uno stato di bisogno accertato; o ancora con il reddito di cittadinanza, misura invece che dovrebbe essere a-selettiva, e che non dovrebbe considerare le condizioni economiche del percipiente, e che quindi non dovrebbe considerare l’occupabilità del soggetto quanto piuttosto la sua condizione momentanea.

Con lo scopo di consentirgli la ricerca di un posto di lavoro adeguato.

Ritornando al salario minimo, la sua principale finalità  è quella di contrastare la povertà attraverso la garanzia di una retribuzione che sia proporzionata al lavoro svolto.

In tale prospettiva lo Stato dovrebbe  intervenire  nella contrattazione collettiva, limitando la libera determinazione dei salari operata dal mercato al fine di incrementare le retribuzioni di coloro che sono in fondo alla scala salariale.

Le resistenze verso l’attuazione di un provvedimento di tal genere riguardano la preoccupazione che una tale norma possa smarcare il mondo del lavoro, eliminando dalla competizione alcune attività, che potrebbero essere messe fuori mercato o ancora peggio alimentando il sommerso, già molto consistente in alcune parti del Paese, facendolo diventare prevalente rispetto al contrattualizzato.

Nella maggior parte dei Paesi europei il salario minimo viene fissato in maniera unica ed universale dalla legge. Soltanto in una minoranza di paesi 6 su 28 (Danimarca, Finlandia, Svezia, Cipro, Austria, Italia) è la contrattazione collettiva a prevedere settorialmente la misura dei minimi di retribuzione.

Il percorso del salario minimo è di recente tornato all’ordine del giorno in Parlamento, prima con il disegno di legge proposto dal Partito Democratico, e poi con quello presentato dal Movimento 5 Stelle.

I due disegni di legge si differenziano per la dimensione monetaria del salario orario, 9 euro netti nella proposta del PD (da incrementarsi secondo gli indici Istat), 9 euro lordi nel DdL del M5S, da incrementarsi secondo l’indice Ipca.

Come evidenziato dall’Osservatorio sui Conti pubblici italiani un salario minimo fissato in 9 euro lordi, aumenterebbe notevolmente il costo del lavoro per le aziende. Un semplice confronto con i 28 paesi OCSE, che già dispongono di un salario minimo fissato per legge, consente di notare come un salario minimo di 9 euro lordi sarebbe il più alto nell’area Ocse.                  

Se da un lato è necessario che il livello non sia troppo basso – altrimenti non svolgerebbe la funzione di sostenere il reddito delle persone – dall’altro sarebbe opportuno evitare un livello troppo alto perché potrebbe causare una riduzione della occupazione regolare da parte delle imprese e un aumento del lavoro nero. Secondo l’Ocse, quindi, una soluzione che rispetti questi requisiti e sia anche in linea con l’esperienza degli altri paesi europei prevedrebbe un salario minimo orario compreso tra i 5 e i 7 euro lordi.

Ma al di là del quanto, le principali voci contro l’introduzione di un salario minimo legale provengono dai sindacati dei lavoratori, che vedrebbero nell’introduzione del salario minimo un ostacolo alla loro azione contrattuale. Inoltre l’individuazione ex lege di un salario minimo, non sembra tener conto delle peculiarità dei CCNL, dove i minimi retributivi non sono costituiti solo ed esclusivamente dai cosiddetti “minimi tabellari”, ma anche dalla incidenza delle mensilità aggiuntive.

Si potrebbe, pertanto, arrivare al paradosso della determinazione di un salario minimo di gran lunga inferiore rispetto ai minimi retributivi stabiliti dalla contrattazione collettiva. L’introduzione poi del salario minimo se fosse unico per tutto il Paese potrebbe mettere in difficoltà molte attività marginali che si svolgono nel Sud, soprattutto nel settore agricolo, con un un ulteriore sostituzione della manodopera locale con manodopera straniera, più facilmente “gestibile”.

D’altra parte l’individuazione di due salari minimi differenti al Nord e al Sud riporterebbe a forme di gabbie salariali, tanto contrastate per gli effetti di incoraggiare le attività meno innovative e con minore redditività a vantaggio di imprese che si pongono in concorrenza con le realtà a sviluppo ritardato, con le quali sono destinate ovviamente a perdere, in una rincorsa al ribasso tra basse remunerazioni, bassi profitti, bassa innovazione, nessuna capacità di competizione.

Anche per il salario minimo così come per le norme che vorrebbero incoraggiare il rientro dei meridionali fuggiti all’estero la ricetta vera è quella dell’incremento della base produttiva, dell’attrazione di investimenti dall’esterno dell’area nei settori tecnologici avanzati, che consentono remunerazioni adeguate e richiesta di professionalità di alto livello.

In tale prospettiva  probabilmente stabilire il salario minimo diventerebbe  inutile e nel caso in cui invece si voglia stabilire una remunerazione di dignità potrebbe aversi l’effetto opposto di eliminare qualunque corrispettivo perché eliminerebbe alcune attività. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’altravoce dell’Italia]

IL CROLLO DEL PONTE DI LONGOBUCCO È
L’ESEMPIO DI QUANTO POCO CONTI IL SUD

di GIUSEPPE TERRANOVA – Lo scorso 3 maggio crollò, nello stupore generale, il ponte di Longobucco, creando enormi disagi e nei fatti l’isolamento del comune della presila ionica in Calabria.  A quasi due mesi da quel crollo si sono succedute visite sul luogo di esponenti istituzionali e continui annunci di pronto intervento da parte anche di organi nazionali preposti.

Ad oggi, le travi di quella strada crollata sono riverse nel letto del fiume di una terra piegata e debole che vive nella sfiducia imperante e nell’abbandono diffuso. Eppure le proteste e le richieste sono incessanti e forti, soprattutto da parte del sindaco di Longobucco che vive sulla propria pelle le tensioni dei suoi cittadini con ansie e paure e il peso dell’anima di un intero territorio che si sente emarginato.

C’è da chiedersi perché tutto questo e, soprattutto, perché i calabresi e i meridionali sono considerati come figli di un Dio minore?

Perché di questo si tratta. Anche a Genova il 14 agosto del 2018 crollò il ponte Morandi che creò sgomento e dolore nel Paese per le decine di morti e, un mese dopo, il Parlamento nazionale approvò con  urgenza il decreto Genova, meglio conosciuto “Decreto Ponte Morandi”.

Non ci furono annunci e passerelle. Nel decreto approvato dal Parlamento furono scritte norme chiare e precise, in particolare: Il provvedimento, innanzitutto, delineava la figura del commissario straordinario per Genova, specificando che rimaneva in carica per 12 mesi rinnovabili per non più di un triennio.

Nel decreto, poi, si mise nero su bianco che le spese per la ricostruzione del nuovo ponte sarebbero state  a carico di Autostrade. Venivano comunque stanziati 30 milioni l’anno fino al 2029 in caso la società non dovesse rispettare l’impegno o dovesse ritardare i pagamenti.

Altre misure, poi, istituivano  la zona franca a Genova, a sostegno delle imprese che hanno avuto difficoltà economiche a causa del crollo del ponte. Specifiche norme riguardavano invece la zona portuale e retroportuale. Sono stati previsti aiuti e sostegni, anche sul fronte della tassazione, ai cittadini del capoluogo ligure, e in particolare a sostegno di chi ha perso la casa o ha dovuto abbandonarla.

Furono stabilite Risorse anche per il trasporto locale (poco più di 40 milioni totali) e per gli autotrasportatori che hanno subito forti disagi in conseguenza del crollo del ponte e delle difficoltà notevoli sulla viabilità.

Infatti 21 mesi dopo il crollo, il Ponte era stato ricostruito e aperto normalmente al traffico.  Questo avvenimento, che segue tanti altri episodi dimostra la diversa sensibilità istituzionale e politica esistente verso il Nord e il Sud. Si potrebbero riportare svariati momenti per supportare la tesi che il mezzogiorno è puntualmente emarginato nelle scelte nazionali. Eppure al Sud risiede e vive quasi il 40% della popolazione nazionale.

È stato giusto e opportuno ripristinare il ponte a Genova con immediatezza, così come è stato giusto stabilire misure eccezionali e urgenti di sostegno economico e finanziario ai genovesi. Perché Genova collega l’Italia al cuore dell’Europa e soprattutto perché quel ponte ha tolto la vita a molti innocenti. Sarebbe  anche giusto e opportuno un simile intervento a Longobucco e per i longobucchesi per dare una speranza di vita al territorio e trasmettere fiducia al meridione e ai meridionali.

Perché Longobucco nei fatti, come tanti borghi montani calabresi, è il cuore vero della Calabria che per storia e collocazione geografica è l’unica terra che collega l’Italia al mediterraneo, nuovo baricentro delle relazioni tra sud e nord del mondo. Ma per Longobucco ad oggi così non è.

Perché probabilmente il Nord vive nella consapevolezza che il mezzogiorno sia il ventre molle dell’Italia e che sia destinato a confermarsi solo come area di consumo per le grandi industrie del Veneto, del Piemonte e della Lombardia.

Eppure i fatti dicono che la criticità economica e sociale del Sud ha contribuito in larga misura all’assegnazione da parte dell’Europa di 230 Miliardi  che e’ la quota più grande di tutti gli stati membri. Nessuno ha avuto i soldi del Pnrr che ha avuto l’Italia  per il semplice fatto che nessuno in Europa ha territori sofferenti come la Calabria e il resto del mezzogiorno.

Ora è anche il caso di chiedersi come, quando e dove quei soldi vengono spesi. E soprattutto porsi l’interrogativo, e anche la speranza, se nel 2027 la Calabria e il mezzogiorno saranno usciti dalla sofferenza e quindi avremo territori maggiormente progrediti?

Ad esempio dei 1.857 nuovi asili nido e 333 scuole materne previsti nel Pnrr in Italia, quanti saranno costruito nel mezzogiorno e in Calabria?

Perché costruire asili nido significa progettare il futuro. E poi ancora, il Pnrr prevede la costruzione di nuovi ospedali. Per gli ospedali di comunità, in termini di finanziamento, è previsto 1 miliardo di euro dal Pnrr con l’obiettivo di costituire almeno 400 ospedali di comunità sull’intero territorio nazionale.

Viene spontaneo chiedersi: realisticamente quanti ne verranno costruiti  nel Mezzogiorno e in Calabria,  dove è enormemente maggiore il bisogno di sanità e anche dove e’ sensibilmente minore la media di attesa di vita?

Anche perché la Calabria è la terra dove da 13 anni si è in attesa di tre grandi ospedali in territori importanti e nevralgici, come Sibari, Vibo Valentia e piana di Gioia Tauro, ma tranne qualche muro, per il resto non vi è traccia e notizia.

In questo scenario ha un ruolo e una funzione lo Stato centrale? Oppure prevale la stessa visione e funzione che da un quindicennio ha instaurato il commissariamento della Sanità che in questa terra ha significato sopratutto aumento del debito, nomine clientelari, ispessimento della corruzione nella sanità, Asp che stabilmente non approvano bilanci, e soprattutto assenza di risposta ai cittadini, che sempre più in fuga oggi finanziano nei fatti altri sistemi sanitari regionali come in Veneto, Lombardia, Liguria, Toscana ed. Emilia Romagna.

Inoltre negli assi assi strategici, il Pnrr pone l’attenzione anche sulle strade e sulle autostrade. La missione “Infrastrutture per la Mobilità sostenibile” nel particolare stanzia 25,4 miliardi per completare, entro il 2026, un “sistema infrastrutturale moderno, digitalizzato e sostenibile”, e interessa principalmente gli investimenti in ambito ferroviario e, in secondo luogo, la sicurezza stradale. A tal proposito, sono due le componenti fondamentali: la prima riguarda “il trasferimento della titolarità delle opere d’arte (ponti, viadotti e cavalcavia) relative alle strade di secondo livello ai titolari delle strade di primo livello (autostrade e strade extraurbane principali)”, mentre la seconda prevede, grazie a 1,45 miliardi di euro, l’attuazione delle Linee guida previste dal decreto ministeriale 578 del 2020 “per la classificazione e gestione del rischio, la valutazione della sicurezza e il monitoraggio dei ponti esistenti”.

Inoltre, è direttamente collegato al Pnrr il Piano Nazionale Complementare (Pnc) che riguarda il miglioramento della sicurezza, della mobilità e dell’accessibilità di circa 2 mila chilometri di strade provinciali e comunali.

Il ministero delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili ha approvato i relativi piani d’intervento, che prevedono un investimento di 300 milioni di euro finanziato dal Pnc. A questi si aggiungono ulteriori 450 milioni per la sicurezza di 12.000 tra ponti, viadotti e tunnel della rete viaria principale, 6.500 dei quali saranno dotati di sistemi di monitoraggio dinamico per il controllo da remoto.

Quanti di questi interventi realisticamente saranno realizzati nel Mezzogiorno e in Calabria?

C’è da chiedersi con immediatezza: in questa enorme disponibilità monetaria, Longobucco, il suo ponte, il suo popolo e la voglia di vivere il futuro troveranno spazio e risposte?

Si può accettare che con tutti questi soldi a disposizione, lo Stato centrale non riesce a trovare la parte necessaria per Longobucco?

In buona sostanza i soldi, e non gli slogan e gli annunci, verranno spesi per superare i ritardi che il Mezzogiorno paga in termini sostanziali rispetto al Nord e che oggi rappresentano questa enorme area territoriale come la più debole e povera dell’occidente?

Il crollo del Ponte di Longobucco è lo schermo più vasto e limpido dove si possono leggere le tante storture e le infinite contraddizioni della storica contrapposizione Nord e Sud che e’ la vera debolezza italiana.

E c’è da riflettere compiutamente sul perché queste aree meridionali del Paese puntualmente consegnano larghi consensi elettorali al sistema governativo Nordcentrico.

E poi in aggiunta vi è da chiedersi se le classi dirigenti nazionali, non solo quelle relative all’articolazione politica, abbiano la  consapevolezza  reale che il mezzogiorno è fondamentale e necessario all’ Italia sia per fattori interni economici e demografici, sia per fattori esterni, dovuti all’unicità della nostra collocazione territoriale che ci  consegna la funzione  impareggiabile di snodo tra est e ovest, o meglio dire tra Sud e Nord del mondo?

Rispetto a tale consapevolezza e realtà dei fatti, vi è’ la visione e la volontà di assumere una scelta di investire sul mezzogiorno in termini di infrastrutture materiali e immateriali per sanare i divari che fino ad oggi hanno reso debole e poco competitiva l’Italia nel contesto globale?

Ecco perché Longobucco è assolutamente importante come non mai. Ed ecco perché Longobucco e i tanti Longobucco sparsi nel mezzogiorno parlano all’Italia.

Su questo aspetto ritengo vi siano le condizioni reali per segnare nettamente una linea di rottura e vera discontinuità rispetto al passato. Ed ecco perché ritengo che Longobucco mai come adesso interessi l’Italia. (gt)

L’OMBRA DEL DIVARIO NELLE PROVE INVALSI
PER I GIOVANI DEL SUD MENO OPPORTUNITÀ

di GIUSEPPE VALDITARA – Ci siamo lungamente confrontati anche per commentare questi dati delle Prove Invalsi 2023, certamente molto significativi e importanti. Devo dire che purtroppo confermano una tendenza. Danno una fotografia della scuola del nostro Paese che replica altre rilevazioni, per esempio il test Ocse Pisa, che fotografano una spaccatura del Paese. Noi non possiamo più accettare che l’Italia sia divisa in due.

È questo il messaggio forte che oggi voglio lanciare. Partendo da questi dati, abbiamo il dovere morale di ricomporre in unità il sistema scolastico. Per dare a tutti i ragazzi, ovunque essi vivano, le stesse identiche possibilità di successo formativo e, quindi, di successo lavorativo. È proprio partendo da questo, perché credo che un Ministro debba dare una lettura politica e non limitarsi semplicemente all’apprezzamento e alle considerazioni tecniche, che voglio incentrare il mio breve intervento.

Paradossalmente, già nella Scuola primaria si individua quella spaccatura che penalizza tanti ragazzi italiani. E il fatto che questo nasca proprio nella Scuola primaria è ancor più moralmente inaccettabile, perché la Primaria anticipa e influenza profondamente i risultati del percorso successivo. È proprio nella Scuola primaria che lo studente acquisisce le competenze che sono alla base dei futuri apprendimenti. Ora, in seconda primaria si osservano già divari di risultato, a sfavore dei ragazzi del Mezzogiorno, di circa 5 punti percentuali in italiano e di circa 10 punti percentuali in matematica rispetto ai ragazzi delle Regioni più avvantaggiate del Paese. Questo dato è drammatico soprattutto in tre Regioni: Calabria, Sicilia, Campania.

Nella classe quinta, la percentuale di allievi che non raggiunge un certo livello di competenze è doppia rispetto agli alunni delle Regioni più fortunate. Purtroppo, nel 2023 questa situazione è andata ancora peggiorando. In particolare, per quanto riguarda matematica e inglese. In italiano si registra qualche interessante eccezione. Nel 2023, rispetto al 2022, nella seconda primaria il divario è cresciuto di circa il 3% per la matematica e di circa il 4-5% per l’inglese.

Sappiamo tutti quanto la matematica sia fondamentale: è l’indicatore correlato più fortemente con lo sviluppo di un Paese e del suo Pil e con tutti gli altri indicatori di crescita sociale. È un indicatore di propensione per la tecnologia, che sta a fondamento della crescita di uno Stato. Per questo, insistere sulla matematica è fondamentale ma lo stesso vale anche per l’inglese, perché le lingue straniere sono la chiave per accedere all’internazionalità. Una studentessa o uno studente che non abbiano adeguate competenze in inglese sono fortemente penalizzati rispetto ad altri loro compagni.

I divari a sfavore del Mezzogiorno si accentuano nella Scuola secondaria, dove troviamo anche un aumento del divario in italiano: -15 punti percentuali rispetto all’Italia settentrionale al termine del Primo ciclo e -22/23 punti percentuali al termine della Scuola secondaria di II grado. Per quanto riguarda la matematica, si arriva addirittura a percentuali di svantaggio pari rispettivamente a 25 punti e a 30 punti. Quali sono le cause? Ne ho parlato ieri con il Presidente Ricci, anche nell’ambito di una discussione più ampia con il gruppo di lavoro da lui presieduto, che ho costituito presso il Ministero, per studiare il pacchetto di interventi che ho definito Agenda Sud. Le cause sono tante, fra queste la fragilità sociale del territorio. Per esempio, la percentuale di assenze nelle scuole del Sud nel 2019 è stata di 15 giorni all’anno superiore ai giorni di assenza degli studenti del Nord. Moltiplicato per 13 anni in classe, è quasi un anno scolastico.

Un altro grande tema sono gli asili. Tutte le ricerche, anche internazionali, confermano che hanno un effetto perequativo fondamentale, soprattutto quando la società è fragile. Vorrei sottolineare come, grazie alle norme di semplificazione che abbiamo introdotto e alla collaborazione fra Governo, Anci e Comuni, abbiamo raggiunto un risultato che sino a qualche mese fa era impensabile: il 91% delle aggiudicazioni. Non è casuale, perché se prima per un’aggiudicazione sino a un milione di euro si impiegavano tre anni (rilevazioni del mio Ministero) e per quelle da 1 milione a 5 milioni si impiegavano 4 anni, adesso si impiegano dai 7 ai 9 mesi. Un altro dato significativo è che circa il 15% delle aggiudicazioni è stato raggiunto grazie a Invitalia. Questo risultato è stato possibile anche grazie al pacchetto di semplificazioni che abbiamo varato.

Voglio ricordare come nel Rapporto Invalsi ci sia anche qualche dato positivo. Per esempio, la dispersione scolastica implicita, cioè il mancato raggiungimento delle competenze, è calata di un punto, siamo all’8,7%; per quella esplicita, cioè l’abbandono, la flessione è netta e abbastanza generalizzata: siamo al 10,3-10,4%, non lontani dunque dagli obiettivi del Pnrr. Ma è evidente che dobbiamo realizzare una svolta e che questo si può fare soltanto con degli interventi mirati. Ho parlato con il Ministro francese dell’Istruzione, con il quale ho sviluppato un rapporto di grande collaborazione, e con l’Ambasciatore spagnolo ma anche, a Bruxelles, con il Ministro spagnolo: la dispersione scolastica è un tema che tocca tante nazioni europee. Il punto di partenza dell’Agenda Sud è individuare le scuole più a rischio e Invalsi ci ha sottoposto un elenco.

Partiremo da 240 istituti, 120 Primarie (proprio perché questi dati ci invitano a riflettere), 60 Secondarie di I grado e 60 Secondarie di II grado. Per la selezione, Invalsi ha individuato alcuni criteri, come la dispersione scolastica, le assenze, la fragilità del territorio, l’abbandono in corso d’anno, l’instabilità nei risultati d’apprendimento. Mettere insieme questi indicatori ha consentito di individuare una serie di scuole su cui avviare già da settembre una serie di interventi, il cuore del mio progetto Agenda Sud, con investimenti economici importanti. Innanzitutto, mettere studentesse e studenti al centro e dunque estendere a tutte queste scuole il percorso di personalizzazione dell’educazione che abbiamo iniziato con il tutor per l’ultimo triennio delle Secondarie di II grado, sottolineando come prendersi cura del singolo studente sia un concetto centrale.

Vogliamo una didattica innovativa, laboratoriale; e vogliamo cambiare il paradigma prevalente dell’insegnamento basato sulla lezione frontale, introdurre nuove metodologie didattiche che saranno poi gradualmente curate e sviluppate, anche da Invalsi. Una scuola aperta tutto il giorno e più vicina al territorio. Più docenti, in particolare in italiano, matematica, inglese, in quelle 240 scuole. Per questi docenti occorreranno una formazione particolare, coordinata con Invalsi, una didattica orientativa, una progettazione e saranno necessarie più risorse per questi insegnanti che svolgeranno attività extracurricolari. Sarà decisivo il coinvolgimento delle famiglie, con l’organizzazione di gruppi di supporto alla genitorialità, e costruire una grande alleanza tra famiglia e scuola. Il supporto e l’accompagnamento a questo progetto saranno seguiti costantemente da Invalsi.

È previsto anche l’allungamento del tempo scuola, per realizzare in questi istituti un altro passaggio importante, il tempo pieno. Per questo abbiamo voluto, oltre il PNRR, un investimento importante nelle mense per le scuole del Sud e altri stanziamenti per favorire le attività sportive, destinati a palestre e attrezzature, sempre nel Mezzogiorno.

Ho anche parlato con alcuni Presidenti di Regione di progetti speciali per l’offerta formativa che valorizzino le peculiarità del territorio. Due esempi: è chiaro che il Ponte sullo Stretto sarà un’occasione di sviluppo del territorio per cui dovremo formare tecnici adeguati, non soltanto per la realizzazione ma anche per la gestione del “dopo”. Un altro esempio, di cui ho parlato con il Presidente della Regione Calabria Occhiuto, ma pensabile per tutte le Regioni del Mezzogiorno: Cosenza ha una straordinaria Facoltà di Informatica che raggiunge risultati apprezzati in tutto il mondo. L’idea è di radicare attorno a questa eccellenza un sistema di scuole tecniche che favorisca l’insediamento sul territorio di strutture produttive. Insomma, insieme con i Presidenti delle Regioni, concentrare l’attenzione per promuovere e far esplodere lo sviluppo del territorio.

Abbiamo già autorizzato e sbloccato 2,5 miliardi di euro del Pnrr specificamente per il Sud. Voglio sottolineare le risorse che mettiamo a disposizione: un miliardo di euro da ripartire tra le scuole, proprio per garantire più adeguate competenze di base, con riguardo agli istituti che presentano criticità; abbiamo distribuito 600 milioni di euro per le Stem che potranno essere utilizzati nell’ambito dell’autonomia scolastica per sviluppare la didattica personalizzata; abbiamo distribuito 450 milioni di euro per l’educazione digitale e 150 milioni per le competenze linguistiche.

E poi i fondi Pon, in aggiunta ai fondi Pnrr: mezzo miliardo di euro, una cifra importante da ripartire fra le scuole, che potrà essere utilizzata per far decollare l’Agenda Sud. Monitoreremo la sperimentazione nell’arco di un biennio: se funzionerà, intendiamo estenderla alla gran parte delle scuole del Mezzogiorno, perché è da qui che si ricostruisce l’Italia e da qui si costruisce un futuro per tutti i nostri giovani. (gv)

[Giuseppe Valditara è ministro dell’Istruzione e del Merito]

IL MARE DELLA CALABRIA È BALNEABILE
BASTA DENIGRARE LA NOSTRA ECCELLENZA

di EMILIO ERRIGO – Credo e sono fermamente convinto, che non esista alcun autentico ambientalista, uomo o donna di mare, naturalista, navigante, pescatore marittimo, esperto e appassionato fotografo subacqueo, biologo marino, chimico studioso delle acque del mare, consigliere giuridico e legale marittimista, cultore e studioso di oceanografia, ricercatore o docente universitario di diritto della navigazione, diritto internazionale del mare, studioso economista dell’ambiente e del mare, che possa avere il coraggio di affermare, senza alcun evidente rossore di vergogna in faccia, che non esistano differenti forme e cause d’inquinamento delle acque del mare e dei fondali marini del Mare Mediterraneo, così come degli Oceani. 

Ma da qui a dire che le acque del mare della Calabria, non sono balneabili, ce ne vuole veramente tantissimo di coraggio e pure tanta biasimevole sfacciataggine.

Infatti, per grazia ricevuta dal buon Dio e fortunata verità, per la gioia dei Cittadini e a noi carissimi milioni di turisti, vacanzieri, diportisti e crocieristi, i quali ogni anno amano visitare, vivere e pure molto bene in Calabria, possiamo affermare che non è così!

Questa mia affermazione potrà anche non far piacere a qualcuno degli immancabili denigratori, forse grafomani retribuiti o cacciatori di “like” che si divertono, non si comprende ancora bene il perché, a sparlare, dire, raccontare e scrivere male della Calabria e dei Calabresi. 

Sarà la competente Autorità Giudiziaria e la Polizia Giudiziaria a indagare le vere cause di questi reiterati tentativi finalizzati a ledere l’immagine, l’onore e il personale prestigio, di quanti operano giorno e notte, con dedizione e notevole impegno, onestamente per affermare la legalità in Calabria.

L’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Calabria, a tutti nota con l’acronimo Arpacal, e chi scrive ha l’onore di essere il Commissario Straordinario da circa sei mesi, è costituita da donne e uomini, veri professionisti, dirigenti, funzionari e collaboratori tecnici che operano nella legalità e avverto la sensazione che siano persone leali, oneste e fedeli.

Certo, non si può assolutamente escludere che all’interno di Arpacal, così come in ogni realtà umana, siano presenti persone che meritano il rigore dell’Autorità Giudiziaria e la forza rigenerante e rieducante, della legge penale. 

Oggi, consapevoli dei limiti del sapere di ognuno di noi, con la nostra grande e immensa gioia, possiamo affermare liberamente che le acque e i fondali marini della Regione Calabria sono, per oltre il 90% dei suoi circa 800 chilometri di coste bagnate dal mare, fruibili e balneabili, (tranne ed esclusi quei tratti di mare e litorale, vietati alla balneazione per legge e per cause diverse); il mare della Calabria è vivo, balneabile e gode di buona salute.

Lo affermo con convinzione, cognizione di causa e determinazione, quale Commissario Straordinario dell’Agenzia della Regione Calabria. Le risultanze delle analisi biologiche e chimiche, eseguite obbligatoriamente, in attuazione e ottemperanza alle Direttive emanate dall’Unione Europea e recepite con leggi degli Stati membri, sui campioni di acque marine, prelevate nei punti espressamente indicati e rappresentati pubblicamente, fanno emergere una bella e salutare realtà ambientale marittimo – costiera delle spiagge sempre più affascinanti e incontaminate d’Italia.

Sono felicissimo per la Calabria e soprattutto per il nostro caro Presidente Roberto Occhiuto, sempre in prima linea in ogni dove a Mare e sul Territorio insieme a noi di Arpacal per combattere l’illegalità ambientale. A lui va la mia e la nostra profonda gratitudine e riconoscenza, per aver accolto favorevolmente tutte le richieste pervenute da Arpacal, consentendoci di acquisire sia nuovi mezzi operativi con tecnologie adeguate sia Risorse Umane ed economiche necessarie per continuare la nostra doverosa opera di servizio verso i Cittadini e l’ambiente della Calabria.

In verità, riconoscendone il merito, in questi ultimi due anni, in Calabria, sono state approvate e pubblicate nel Bollettino Ufficiale nuove e importanti Leggi Regionali, Ordinanze Presidenziali, compresi gli atti di indirizzo e direttive provenienti dal Direttore Generale del Dipartimento Territorio e Tutela dell’Ambiente della Regione Calabria, Ing. Salvatore Siviglia.

Tutti questi atti, legislativi e amministrativi, sono stati emanati a tutela, salvaguardia, valorizzazione e protezione dell’ambiente marino e terrestre, della biodiversità e gli ecosistemi, ancora integri, della nostra Regione.

Senza alcun altro commento, si riportano qui di seguito, per la trasparenza e l’onestà che si deve sempre riservare a quanti amano villeggiare e godere in Santa e felice pace le acque del mare di Calabria, i risultati di sintesi delle analisi eseguite, validate, firmate e sottoscritte, dai Biologi e Chimici dei tanti laboratori dei cinque Dipartimenti Provinciali di Arpacal.

Questi stessi esiti sono pubblicati tempestivamente e consultabili accedendo al portale web del Ministero della Salute www.portaleacque.salute.gov.it, dove, nell’apposita area di navigazione, sarà possibile visionare per ogni Comune gli indicatori di balneazione e le date dei campionamenti effettuati.

Ad onore del vero, esistono realtà ambientali in alcuni Comuni costieri e montani, non perfettamente in linea con gli adempimenti di legge. Rimangono in Calabria ambiti territoriali non collettati alla rete comunale di raccolta dei reflui urbani, così come non mancano i Comuni nei quali le vasche di sollevamento risultano essere non perfettamente funzionanti.  

Grazie alla preziosa e importante cooperazione col Corpo della Capitanerie di Porto – Guardia Costiera, alla collaborazione continua dell’Arma dei Carabinieri di tutti i Comandi Provinciali, Forestali per l’Ambiente, che assicurano una continua presenza ad ogni richiesta di intervento congiunto del personale militare dipendente dal Comando Regionale della Guardia di Finanza, dai cinque Comandi Provinciali e Reparto Operativo Aeronavale, Sezione Aerea e Stazione Navale del Corpo della Guardia di Finanza, si sta oggettivamente facendo molto. 

Sento però il dovere e la necessità di chiedere ancora con maggiore insistenza, un maggiore impegno ambientale da parte dei Cittadini e dei Sindaci di tutti i 404 Comuni della Calabria e della Polizia Locale. 

Relativamente alle strisce sgradevoli a vedersi di materiale vario galleggiante, che disturbano effettivamente molto i bagnanti e gli operatori turistici, devo assicurare quanti chiamano e chiedono l’intervento di Arpacal che, dai prelievi e dalle analisi puntualmente eseguite, risulta che il più delle volte sono costituite da fogliame, rami e tronchi, arbusti di siepi tagliate, produzione algale, mucillagine e filamenti di posidonia alla deriva; vegetali che, per loro stessa natura, non sono da considerare assolutamente inquinanti per le acque del mare della Calabria e di ogni regione costiera.

Non mancano, con nostra grande amarezza, gli sversamenti abusivi in mare e nei fiumi di acque reflue civili e industriali, non consentiti, né autorizzati e trattati, così come non sono assenti l’accertamento di violazioni amministrative e denunce di rilevanza penale alla competente Autorità Giudiziaria.

Aggiungo che,  tutto è sempre migliorabile nelle attività lavorative, come nella vita, ma la verità non va né negata, men che meno alterata, sicuramente pronti a correggere, ove mai necessario, i propri eventuali errori di valutazione giuridico-ambientale, a beneficio della esclusiva verità.

Rimarranno nella mia mente e nel mio cuore, due realtà molto complesse e complicate, come lo sono quelle delle Città di Crotone e la Città Metropolitana di Reggio Calabria. Entrambe queste bellissime e a me care Città, necessitano senza alcun giustificato ritardo, di un’attenta, continua e particolare attenzione di Arpacal, sotto un duplice profilo: il primo di rigenerazione – riqualificazione e difesa paesaggistica costiera e il secondo, il più importante, per quanto mi compete, di protezione e tutela ambientale in generale.

Vi assicuro e prometto tutto il mio e tutto il nostro massimo impegno, impiegando tutte le energie del personale di Arpacal, per una Calabria sempre più bella, Green e Blue. Il tutto a totale beneficio della salute dei Cittadini, Calabresi e non, e dell’economia ambientale del territorio costiero, marittimo e montano. 

L’ambiente è la vera grande incommensurabile ricchezza da proteggere e noi di Arpacal, con costante impegno e dedizione, la proteggeremo con ogni forza per il bene della nostra Regione Calabria. (ee)

[Emilio Errigo è commissario Straordinario di Arpacal]

ANCHE NEL TEMPO PIENO C’È UN DIVARIO
NELLE SCUOLE DEL SUD È SOTTO IL 25%E

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Fa specie vedere le classifiche relative al tempo pieno nelle scuole pubbliche nel nostro Paese. Che l’Italia sia duale non lo scopro certamente io oggi, ma vedere come ogni volta, anche in quelli che sono i servizi che dipendono dallo Stato Centrale, vi siano grandi differenze tra le varie parti stupisce sempre. E qui non parliamo solo di servizi essenziali, perché bisogna  fare la differenza tra quelli  che riguardano il passato ed altri che riguardano il futuro. 

Mi spiego meglio quando parliamo di sanità il tema di cui si parla è quello della vita media dell’individuo, della sua qualità della vita, di diritti certamente fondamentali, ma che attengono alla vita dei cittadini e per una parte, quella relativa ai giovani, anche il futuro. Così come la mobilità nei territori riguarda il presente perché mette in discussione la qualità della vita, la possibilità di investimenti e di attrazione di essi dall’esterno dell’area. 

Ma il tempo pieno è qualcosa di più perché attiene all’investimento per il futuro. Quando la Sicilia ha un tempo pieno, che riguarda la metà degli istituti di quelli della Lombardia, si capisce come alle realtà meridionali si stia rubando il futuro. Si dice spesso che la responsabilità del mancato sviluppo del Mezzogiorno sia nella mancanza di classe dirigente. E che il Sud sia colpevole per l’incapacità di scegliere la sua classe politica. Per cui accade che una classe dominante estrattiva riesca a permanere ai vertici delle Istituzioni.  

Ma nelle analisi bisogna andare alla testa dell’acqua per evitare che quelli che sono gli effetti vengano scambiati con le cause.  E le cause della carenza di vera classe dirigente, sopratutto politica nel Mezzogiorno, quella che ha come obiettivo il bene comune e non quello dei propri clientes, deriva da una mancata consapevolezza dell’elettorato attivo, che é fortemente legata al ruolo della scuola pubblica. 

 Se ancora oggi assistiamo a classifiche in cui ancora Lombardia, Lazio, Toscana, Emilia-Romagna sono tutte vicine al 50% e Calabria, Abruzzo, Puglia, Campania, Sicilia e Molise tutte al di sotto del 25% delle classi a tempo pieno, allora tutto quello che da anni viene raccomandato è stato totalmente inutile e questo Paese in realtà non vuole risolvere il suo problema atavico e principale. 

L’Ufficio parlamentare di Bilancio si è concentrato sul «tempo pieno» e sulla disparità enorme che In Italia esiste. Lo aveva già rilevato la Svimez in uno studio intitolato «Un Paese, due scuole». Un bambino del Mezzogiorno frequenta in media quattro ore in meno alla settimana rispetto a un suo coetaneo del Nord. Significa che nell’arco del ciclo scolastico della primaria è come se studiasse un anno in meno. Senza pensare alla mancanza di asili nido che già nella prima infanzia incide sul percorso formativo iniziale.

Risolvere questo divario dovrebbe essere una priorità politica. Ma se si volesse garantire in tutte le Regioni d’Italia il tempo pieno a tutti i ragazzi, bisognerebbe trovare una somma di oltre 4 miliardi di euro annuali. Non mi pare siano somme particolarmente rilevanti, mentre mi pare sia proprio il problema da cui partire, insieme a quello della occupazione, anche femminile, che consenta di avere in famiglia una educatrice preparata e che conosce il mondo, oltre che quella lotta alla dispersione scolastica che non permetta  più che i bambini ed i ragazzi possano fare altro che giocare e studiare, mentre non sia consentito loro di lavorare.

E considerata la dispersione scolastica esistente nel Sud non vi è dubbio che tale fenomeno è ancora molto diffuso e poco combattuto. Come  volete che votino in modo consapevole coloro che arrivano all’età per essere elettori, coloro che ai quali manca qualunque educazione civica e conseguente capacità di scelta di coloro che dovranno amministrare la cosa pubblica?

E come non sia naturale quel distacco da qualunque impegno civico che sfocia poi in un astensionismo generalizzato, prodromico al sostegno a movimenti populisti, che illudano  le popolazioni che si possa uscire da problemi complessi con soluzioni semplificate?

Senza pensare che l’impostazione ancora vigente non sia stata modificata per tenere il Sud in una  posizione di colonia, più facile da conservare se invece che da una classe dirigente esso venga gestito da una classe dominante ascara, pronta a vendersi per pochi spiccioli al miglior offerente. 

A pensar male diceva qualcuno   si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. E molti elementi ritornano  nella gestione di questo Paese, come il ritardo del collegamento con la ferrovia del porto di Gioia Tauro, e  concorrono a far pensare che in realtà moltissime delle decisioni, compresa quella di aver fatto fermare l autostrada del sole a Napoli e l’alta velocità ferroviaria a Salerno, non siano proprio casuali, ma facciano parte di un progetto strategico che prevedeva un Nord produttivo ed un Sud asservito e ancillare. 

Che fornisse manodopera facile a cui attingere, territori nei quali localizzare gli impianti inquinanti, ora per diventare batteria del Nord, realtà da cui estrarre il più possibile, rendendola dipendente in termini sanitari, formativi, produttivi; mercato di consumo per le iniziative persino editoriali che avrebbero trovato lì una parte del mercato di cui avevano bisogno. Pronti a giocarsi la dimensione dei 60 milioni di abitanti sui tavoli internazionali, sui  quali alcune volte era necessario presentarsi con la forza dei numeri demografici per ottenere vantaggi diversi, dalla localizzazione dei grandi eventi a quella delle agenzie internazionali, sempre per caso poi da svolgere o localizzare nel Centro Nord. 

Cambiare passo sarebbe indispensabile ma il fatto che ancora oggi si assista a carenze così fondamentali ci fa essere molto dubbiosi sulla volontà di affrontare seriamente il divario che, prima che economico, é sociale e culturale.

 Il ricco bulimico Nord non vuole perdere quella dominanza  che viene assicurata dall’avere il monopolio di tutti i quotidiani nazionali, la vera gestione di tutte le televisioni private  e pubbliche, di tutti i grandi eventi e delle agenzie internazionali, di tutti i grandi centri di ricerca e delle Università di eccellenza.  Mentre bisognerebbe partire dal riequilibrio fondamentale se si volesse essere credibili rispetto ad una volontà di unificazione, che sembra essere molto dichiarata e poco perseguita. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

CLASSIFICA DEL SOLE 24 ORE: OCCHIUTO
RISULTA TRA I PRESIDENTI PIÙ APPREZZATI

di SANTO STRATI – Se qualcuno volesse sminuire il significato del piazzamento nella classifica del Sole 24 Ore dei più apprezzati Presidenti di Regione, direbbe che ha preso la “medaglia di cartone” (IV posto). Ma sarebbe in malafede e in grande torto perché il monitoraggio (sulla cui serietà non c’è da discutere) del quotidiano della Confindustria sugli amministratori locali fotografa una realtà di cui andare orgogliosi. Mentre la triade del Nord (Fontana è al VI posto) auspica l’autonomia differenziata (ai danni delle regioni meridionali), c’è un governatore del Sud che conquista una quarta, prestigiosissima, posizione e la prima di tutto il Mezzogiorno, a significare il gradimento per un lavoro che è appena iniziato.
Una partenza  che ha rivelato ai calabresi le buone intenzioni e i tanti propositi di rinnovamento dell’ex capogruppo di Forza Italia alla Camera. Roberto Occhiuto ha fatto una scommessa su se stesso e, siamo convinti, non disdegna un eventuale bis a fine mandato, con buona pace di quanti hanno messo in giro, nella passata settimana, una presunta volontà di mollare tutto e candidarsi alle europee.
Occhiuto si è premurato a smentire, confermando di essere totalmente (e convintamente) preso dall’impegno di trasformare la Calabria, ma, d’altro canto – chi glielo farebbe fare di mollare Germaneto, dove l’aria è pulita e raccoglie le brezze marine che provengono da Lido, per andare a “intossicarsi” nello smog di Bruxelles o Strasburgo?
Prestigioso incarico, per carità, ma vuoi mettere quanto conta un Presidente di Regione?

E torniamo alla classifica del gradimento degli amministratori locali. Se Bonaccini (Emilia Romagna) conquista quasi il 70% dei consensi (tanto che sarebbe rivotatissimo nel caso di elezioni alla data del sondaggio realizzato da Noto, il più “scarso” in termini di gradimento è il governatore della Sardegna Christian Solinas con un modesto 35% distanziato a otto punti da Michele Emiliano (Puglia) ed Eugenio Giani (Toscana), quest’ultimo appaiato coi i Presidenti Marche (Francesco Acquaroli) e Abruzzo (Marco Marsilio).

In questo contesto, il 59% conquistato da Occhiuto (che gli è valso la quarta posizione) assume significato particolare.

Non che IL Governatore le abbia azzeccate tutte fino ad ora – sia ben chiaro – però tendenzialmente il giovane Occhiuto (l’atro, Mario, è senatore) sta facendo un gran lavoro non solo nel campo della sanità (dove ultima ratio rimane il pellegrinaggio a Lourdes), ma anche dell’ambiente (per la depurazione delle acque del mare) e del turismo. Quest’ultima delega Occhiuto, dopo il passaggio al Senato Fausto Orsomarso, l’ha trattenuta per sè, convinto che si debba fare un lavoro straordinario per un rilancio serio dell’attività turistica.

La Calabria nonostante le sue ricchezze naturalistiche, i suoi tesori archeologici, il potenziale inespresso del turismo religioso e l’opportunità (mal utilizzata) di quello congressuale, ancora arranca nel panorama internazionale delle mete preferite dai vacanzieri.

Una ragione ci sarà, anzi di sicuro sono tante le ragioni di questo continuo rinviare delle azioni propositive per ricettività e turismo. È cambiato poco, pochissimo, dalla nascita delle regioni nonostante le sostanziose risorse finanziarie, spesso generosamente (e inutilmente) messe a disposizione.

Il ritorno degli investimenti si esprime in decimali e questo conferma che le azioni e le iniziative fin qui intraprese non hanno espresso risultati apprezzabili, anche se bisogna riconoscere che la tendenza negli anni è comunque cresciuta in positivo.

C’è un problema di fondo che si chiama reputazione: in questa terra s’è persa – per varie circostanze e per responsabilità di chi è rimasto a guardare senza reagire – qualsiasi credibilità. La Calabria, per lunghi anni, è finita sui media nazionali (e internazionali) come terra di violenza, di sequestri (sono passati ben 50 anni dal terribile rapimento di Paul Getty che ebbe eco mondiale), di mafia (genericamente intesa) fino a che la ‘ndrangheta non ha fatto valere a livello intercontinentale tutto il suo spregevole potere. Qualcosa è cambiato, qualcosa sta cambiando, ma sono passati cinque anni da quando il New York Times (non un giornaletto di quartiere) indicava la Calabria tra le mete preferite dagli americani.

Come è stata sfruttata questa opportunità? La risposta è nei fatti e non ha bisogno di commenti. Il turismo non è offrire una pizza al villeggiante con contorno di tarantella, questo si chiama folclore e non aiuta a far crescere l’attrattore che questa terra potenzialmente sarebbe in grado di esprimere.

Servono scienza, cervello, marketing.

Gli stessi componenti che andrebbero messi a profitto (in parte sono stati usati) per la Sanità e l’Ambiente.

Occhiuto deve costituire – lo abbiamo scritto già tante volte, ma repetita juvant – una serie di task force con le migliori teste pensanti (e guarda un po’ quanti calabresi sono a disposizione, gratuitamente) per trasformare radicalmente una regione che deve diventare la California d’Europa. Un think-thank permanente fatto di persone disinteressate ai propri obiettivi, ma onestamente e coerentemente motivate solo dall’amore per questa terra.  Ci sono e non si fa fatica a cercarli.

Presidente Occhiuto si circondi di ottimi collaboratori (come sta facendo per la Sanità, per combattere il mare sporco, per ridurre la burocrazia, e vedrà i risultati.

Potrà davvero aspirare a essere il presidente dei calabresi, di quelli che vivono in Calabria  e degli oltre sei milioni che sono sparsi in ogni angolo della terra.

C’è da lavorare – è evidente – ma questa medaglia di “cartone” vale più del primo posto se il nostro Governatore saprà mettere a profitto idee e buoni propositi. Auguri. (s)

DIFFERENZIATA, LA CALABRIA È VIRTUOSA
MA LA STRADA È ANCORA MOLTO LUNGA

di FRANCESCO CANGEMI – La Calabria si distingue per la raccolta differenziata. Sono ben otto, infatti, i Comuni virtuosi nella nostra regione per la raccolta dei rifiuti. Si tratta di Parenti, Carolei, Gimigliano, San Benedetto Ullano, Cerisano, Pietrafitta, Cortale e San Marco Argentano. Ne esce bene la provincia di Cosenza con sei amministrazioni comunali virtuose da questo punto di vista. I dati arrivano direttamente da Legambiente.

Sulla strada giusta, ma un traguardo ancora distante. È questa la fotografia dell’Italia che emerge dalla 30esima edizione di “Comuni Ricicloni”, lo storico dossier di Legambiente che fa il punto, premiando i risultati più virtuosi, sull’impegno degli italiani e delle singole comunità nella raccolta differenziata per un corretto smaltimento dei rifiuti.

Secondo la nuova edizione del report 2023 (dati del 2022) sono 629 (+39 rispetto alla scorsa edizione) i Comuni Rifiuti Free, cioè quelli in cui la produzione annuale pro-capite di rifiuti avviati a smaltimento è inferiore ai 75 Kg. Il numero più alto finora raggiunto nell’ambito dell’iniziativa.

Non si arresta la crescita del Sud Italia, che conta 176 Comuni Rifiuti Free (il 28%, + 11 rispetto alla scorsa edizione). Il primato resta ancora del Nord Italia con 423 (67,2%, +32 rispetto alla scorsa edizione). Fanalino di coda ancora il Centro Italia, che registra una lieve flessione: appena 30 Comuni (solo 4,8%, -2 rispetto lo scorso anno).

Tra le regioni che registrano una crescita maggiore la Sicilia che, rispetto alla scorsa edizione, ha più che raddoppiato il numero di Comuni Rifiuti Free (da 9 a 23); la Sardegna che addirittura lo triplica (da 10 a 30 comuni) e che si aggiudica la prima posizione in ambito consortile con la Comunità Montana del Gennargentu Mandrolisai nella speciale classifica “Cento di questi Consorzi” per la categoria al di sotto dei 100.000 abitanti. Il Piemonte che passa da 18 a 49 Comuni e il Veneto che, dopo l’arresto dello scorso anno, aggiunge 18 Comuni arrivando così a 169 Comuni Rifiuti Free.  Peggiorano le performance in graduatoria di Abruzzo (-7 Comuni), Lombardia (-21 Comuni) e Campania (-20 Comuni). Rispetto a quest’ultima la diminuzione consistente è imputabile alla incompletezza di alcuni dati messi a disposizione da Arpa Campania, perciò utilizzabili solo in piccola parte.

In Calabria, come accennato in precedenza, sono 8 i Comuni Rifiuti Free: Parenti, che è nella classifica nazionale dei vincitori assoluti con il 78,3% di Rd e 52,7 kg/Ab/Anno. Seguono Carolei, Gimigliano, San Benedetto Ullano, Cerisano, Pietrafitta, Cortale tra i Comuni sotto i 5mila abitanti e San Marco Argentano tra i Comuni tra i 5mila e i 15mila abitanti.

La percentuale di cittadini che risiedono nei Comuni Rifiuti Free e che contribuiscono a contenere i quantitativi di rifiuti da avviare a smaltimento, rapportata al totale della popolazione italiana, è del 6%, con un aumento di 34.206 persone servite da sistemi di raccolta differenziata significativamente efficienti. Dei 629 comuni virtuosi, sono ben 409 i piccoli Comuni al di sotto dei 5.000 abitanti, 180 quelli con un numero di abitanti compreso tra i 5.000 e i 15.000 e 36 quelli oltre i 15.000. Oltre agli ormai consueti 4 capoluoghi del Triveneto: Trento, Treviso, Belluno e Pordenone. Pochi i centri oltre i 30.000 abitanti, dove le difficoltà nel gestire in modo efficiente le raccolte sono maggiori se non opportunamente progettate e organizzate. Ad eccezione di Capannori (46.253 abitanti) e Fonte Nuova (32.684 abitanti), sono tutte realtà collocate nel Nord Italia: Castelfranco Emilia (33.054 abitanti), Carpi (71.869 abitanti), Montebelluna (31.095 abitanti), Conegliano (36.007 abitanti), Castelfranco Veneto (32.935 abitanti), Mira (37.542 abitanti) e Belluno (35.529 abitanti). Tra i centri oltre i 50.000 abitanti riscontriamo solo i capoluoghi di Pordenone (51.725 abitanti), Treviso (97.298) e Trento (135.753 abitanti), unica città oltre i 100.000 abitanti.

«I numeri dell’edizione 2023 – ha dichiarato Giorgio Zampetti, Direttore generale Legambiente – ci confermano come il passaggio da un’economia di tipo lineare a una di tipo circolare sia possibile a partire dal lavoro di amministrazioni virtuose e sindaci attenti; ma, anche i dati della trentesima edizione del nostro concorso, che c’è ancora molto da fare, dai piccoli Comuni ai centri più grandi fino alle città, dove stentano a diffondersi sistemi di raccolta che tengono insieme qualità e prevenzione dei rifiuti avviati a smaltimento, primo tra tutti il porta a porta combinato con la tariffazione puntuale. L’efficacia che si estende a scala ancora più ampia quando lo stesso criterio viene inserito anche nella legislazione regionale, con una modulazione dei costi sostenuti dai Comuni per l’avvio a smaltimento del secco residuo, che premia i più virtuosi. Un gioco di squadra tra i diversi livelli amministrativi necessario a consentire che, le esperienze virtuose che premiamo oggi, possano diventare una buona prassi nazionale di economia circolare grazie anche alle risorse messe a disposizione dal PNRR per il tema della gestione dei rifiuti». (fc)

AUTONOMIA DIFFERENZIATA, C’È LA FUGA
DI CHI SI ERA (MAL)FIDATO DI CALDEROLI

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Forse non bisognava nemmeno entrare nella commissione Calderoli. Andare in cordata con chi sai che ti può tagliare la fune che ti unisce agli scalatori in qualunque momento è un’operazione a dir poco temeraria. E molti di coloro che sono entrati in tale commissione, compreso il presidente Sabino Cassese, non potevano non immaginare che i problemi sarebbero arrivati, laddove si fosse voluto tenere un atteggiamento equilibrato nei confronti del Paese e delle esigenze di equità  nella spesa. 

Che la spesa storica fosse distribuita in maniera non equilibrata era già venuto fuori dai conti economici territoriali, voluti da Carlo Azeglio Ciampi.

Al di là della valutazione che veniva fatta di 50-60 miliardi di differenza tra un pro capite uguale, sia che che che uno nascesse a Reggio Calabria o a Reggio Emilia, e il pro capite effettivo, al di là delle contestazioni di alcune appostazioni che alcuni ritenevano opportune e altri invece non adeguate, uno zoccolo duro di differenza rimaneva sempre ed era riconosciuto da tutti.

Chi è entrato nella commissione evidentemente non aveva chiaro il vero obiettivo delle autonomie differenziate che era quello di rimanere con la spesa storica rendendo tale sistema legittimo, considerato che invece adesso è anticostituzionale perché cittadini non sono tutti uguali in qualunque parte del Paese essi nascano.

Era evidente peraltro che la spesa storica delle regioni avvantaggiate dovesse rimanere tale e che bisognava aumentare quella delle regioni penalizzate per adeguarla alle altre. Operazione che non può essere fatta se non in presenza di crescite molto consistenti che vengano destinate ad una parte del Paese e che coprano la spesa corrente relativa ai servizi che coprano i livelli essenziali delle prestazioni.

Perché invece il fatto strutturale doveva in realtà essere coperto con le risorse del PNRR, malgrado esse dovessero essere destinate al sistema economico del Mezzogiorno, per far partire la seconda locomotiva, invece che essere investite nei diritti di cittadinanza in maniera da consentire di avere strutture  di partenza analoghe.

Adesso che il vaso di Pandora è stato scoperchiato ed è noto a tutti che vi sono differenze nella spesa pro capite tra le varie regioni, tanto che diversi uomini politici, governatori di regioni del Sud come De Luca, ne reclamano l’uguaglianza credo che non si possa più far rientrare il genio della lampada uscito ormai dal suo prigionia o far rientrare la pasta dentifricia di nuovo dentro il tubetto.

Adesso bisogna prendere atto delle differenze in tutti settori: dalle infrastrutture, alla sanità, alla scuola, che rappresenta il passo fondamentale per costruire una vera classe dirigente del Sud e permettere, aumentando la consapevolezza dell’elettorato passivo, l’elezione invece che di una classe dominante estrattiva di una vera classe dirigente che abbia come obiettivo il bene comune.  E l’occasione dei fondi disponibili e del piano di ripresa e resilienza dovrebbe essere assolutamente non persa perché altre, a questo livello, sarà difficile che se ne presentino.

Ma anche questa volta, senza voler essere pessimisti per forza, sarà complicato riuscire a completare una operazione così articolata.

Non parliamo di una realtà come la Corsica o come Malta, con poco meno di mezzo milione di abitanti, ma di un territorio che se fosse un’unica nazione, nella graduatoria dei paesi più popolati dell’Unione,  sarebbe al sesto posto tra i 27.

Si è già visto cosa è accaduto con gli asili nido, per errori di impostazione del Governo Draghi, ma certamente anche per incapacità da parte delle comunità locali di utilizzare le risorse disponibili.

Ma non bisogna sottovalutare che questo aspetto che riguarda l’incapacità, per carenza di capitale umano formato, è una parte fondamentale del problema.

Infatti il tema non riguarda soltanto la disponibilità delle risorse ma anche la capacità sia centrale che periferica di mettere a terra, come ormai é uso dire, ciò che è disponibile.

È accaduto tutto questo con i fondi strutturali, ovviamente è facile che accada anche con quelli del piano di resilienza.

D’altra parte la centralità più volte predicata  del  Mezzogiorno si scontra poi con tutta una serie di esigenze di un Paese complesso, non ultime le calamità naturali che richiedono interventi urgenti e risorse infinite.

Mi riferisco alla alluvione dell’Emilia-Romagna che fa dire a molti che invece di fare per esempio il ponte sullo stretto si dirottino quelle risorse per la messa in sicurezza di un territorio molto fragile. Ovviamente qualunque problema si verifichi potete stare sicuri che, dopo aver contato fino a tre, qualcuno dirà che invece del ponte si possono fare le mille cose che sono necessarie nel nostro Paese.

D’altra parte il timore da parte dei territori sviluppati di  perdere alcune rendite di  posizione che li hanno caratterizzati da sempre,  ma anche il dubbio che mettere a regime il Sud potrebbe voler dire far perdere affari ad alcune realtà settentrionali é un tema che non va sottovalutato.

Parlo per esempio di Genova e Trieste che vedrebbero nella concorrenza di Gioia Tauro e Augusta la possibilità della diminuzione dei loro affari o che da un turismo più consistente delle coste o delle città d’arte meridionali vedrebbero la perdita del primato ormai acquisito da anni delle presenze.

È difficile far passare il messaggio che la crescita del Sud in realtà non può che portare a un nuovo sviluppo di tutto il Paese, avvantaggiando enormemente anche le realtà che hanno raggiunto livelli importanti di reddito pro capite e che nell’ultimo periodo, invece, stanno perdendo posizioni rispetto alle realtà più evolute della Mittel Europa. Il pensiero dominante é invece che le risorse che vengono destinate al Sud vengano considerate perse rispetto ad un utilizzo che potrebbe essere migliore e possano  trovare destinazione più opportuna e proficua.

Come si vede il cambio culturale è di quelli a 180° e deve coinvolgere la vera classe dirigente del Paese, quella che accede ai media nazionali, e che dà gli indirizzi veri dello sviluppo, al di là del rumore di fondo che riguarda le abbondanti grida che nel tempo risultano tali. Un Governo, che ha una speranza di vita di cinque anni, potrebbe e dovrebbe porsi tali  problematiche strutturali. (pmb)

[courtesy Il Quotidiano del Sud / L’Altravoce dell’Italia]

L’ARCO JONICO PIACE MOLTO AI TURISTI
LA POLITICA NE PROGETTI IL RILANCIO

di DOMENICO MAZZA – Dal controllo dei dati sul Por Calabria 2014/20 — pur nella consapevolezza che a dicembre ’23, con ogni probabilità la Regione, per mancato utilizzo, dovrà restituire all’Europa ingenti somme — si rilevano indici di particolare interesse. Tuttavia, ad oggi, i richiamati riscontri appaiono poco tenuti in considerazione. Almeno, non in quella che avrebbero dovuto o meritato di avere.

Mi riferisco alle informazioni sui flussi turistici, così come alle località particolarmente gettonate dalle presenze di ospiti.

Quando pensiamo all’insieme di attività e servizi che si riferiscono al trasferimento temporaneo di persone dalle località di abituale residenza, così come ai centri maggiormente prediletti dalla partecipazione antropica, immaginiamo, a giusta ragione, che la scelta si rivolga alle piccole località.

In Calabria, forse anche per oculate campagne di marketing perpetuate nel tempo, Tropea, Ricadi (Capo Vaticano) ed altre mete toccano, nel nostro immaginario, un numero di presenze particolarmente rilevante.

Quanto detto trova parziale giustifica, anche, nella oggettiva ed insindacabile constatazione che le menzionate località hanno impostato tutta la loro economia sul turismo. A questo si aggiunga la vicinanza delle su riportate comunità a nodi della mobilità intermodale (aeroporto e stazione di Lamezia) ed il gioco è fatto.

Tuttavia — da un’attenta analisi dei numeri — il dato relativo alle presenze turistiche sembra arridere, in maniera particolare, agli ambiti urbani ed ai contesti dirimpettai e conurbati a Corigliano-Rossano e Crotone. Collegando le presenze dei Comuni di Villapiana, Cassano-Sibari, Corigliano-Rossano e Crotone, Isola C.R.,Cutro, ci troviamo innanzi al più imponente sistema turistico-ricettivo della Regione. I circa 100 km di litorale dei richianti comuni dell’Arco Jonico assemblano oltre 41mila posti letto complessivi. Quasi 7mila in più al confronto con la Costa degli Dei e circa il doppio rispetto la Riviera dei Cedri.

Un sistema imponente, mastodontico, gigantesco. Tuttavia, sottovalutato o, comunque, non adeguatamente valorizzato e messo in condizione di essere un reale motore economico. Forse anche snobbato. Eppure, poco sfruttato o, almeno, non appieno. E che per caratteristiche di costa, assimilabili  quasi esclusivamente a riviera, potrebbe crescere ancora in maniera esponenziale.

Quanto descritto chiarisce due fondamenti. Da un lato le notevoli presenze nei due principali centri urbani della Sibaritide e del Crotoniate, configurano le Città pitagorica ed ausobizantina come un unicum distinguendole dagli altri principali centri calabresi che neppure si avvicinano a numeri così importanti. Dall’altro che, iniziando ad investire concretamente in un sistema turistico integrato dell’Arco Jonico, tutta la linea di costa, compresa tra la Sibaritide e Capo Rizzuto, potrebbe concorrere efficacemente a rilanciare l’intero sistema Calabria.

Vieppiù, allargando il contesto a tutto il bacino del Golfo di Taranto, l’area assumerebbe le caratteristiche della principale piattaforma turistica rivierasca non già del Mezzogiorno, ma dell’intero Paese. E non esagero se azzardo a dire, finanche, d’Europa.

Bisognerebbe, quindi, puntare sul definitivo completamento ed efficientamento delle opere ferro-aero-stradali (aeroporti di Crotone e Taranto, ferrovia jonica, SS106). Così come al rilancio dell’attività diportistica interregionale fra i 24 approdi sparsi tra Le Castella e Santa Maria di Leuca.

Le nuove infrastrutture e la rigenerazione di quelle esistenti, dovrebbero essere i capisaldi da cui partire.

È il caso che la politica si interroghi su quanto illustrato. Ed è ora che lo faccia favorendo progetti integrati anche fra realtà amministrativamente legate a concezioni superate dalla storia e dai fatti. Così da finalizzare una declinazione della Regione rinnovata e, straordinariamente, innovativa che possa riscrivere la storia del territorio.

Un  concetto, quello delle affinità tra aree ad interesse comune, ancora troppo ancorato a sistemi di tipo centralista e con spiccate diseconomie sperequative tra una costa e l’altra.

Solo così la Calabria potrà candidarsi ad essere il reale fulcro degli equilibri mediterranei e il principale polo attrattivo per gli imponenti flussi turistici internazionali.

Il brand Magna Graecia, può essere un richiamo di valenza mondiale. La Locride l’ha già capito e, di recente, ha avviato rapporti di reciproco interesse con la Grecia per rilanciare turismo balneare ed esperienziale.

Sibaritide e Crotoniatide non stiano alla finestra!

Si aprano ad una straordinaria visione del territorio che dall’estrema porzione di levante calabrese si allarghi al dirimpettaio ambito di ponente pugliese, passando per la lingua di costa lucana. La baia del golfo di Taranto, non è, semplicemente, il fulcro dello Jonio; è il baricentro del Mediterraneo.

Si sfrutti, mettendo a sistema, la favorevole geografia che ci è stata regalata. Si avviino processi di rivisitazione del territorio con politiche che amplifichino un nuovo paradigma turistico. Non già e non solo per lo Jonio, ma perché il riverbero di un’operazione del genere rilancerebbe tutto il farraginoso e minorato sistema calabrese.

E i benefici arriderebbero a tutta la Regione. (dm)

[Domenico Mazza è del Comitato Magna Graecia]