UNA RETE CHE CURA: LA VERA MEDICINA
DI PROSSIMITÀ PARTE DAL TERRITORIO

di MARIAELENA SENESE E WALTER BLOISE – Nel dibattito sulla riorganizzazione della sanità regionale, il termine “medicina di prossimità” è ormai diventato una formula ricorrente, ma troppo spesso svuotata di significato. In Calabria, una regione con ampi divari territoriali e sociali, parlare di prossimità non può significare semplicemente costruire nuove strutture, come le Case della Comunità, se queste non sono accompagnate da servizi reali, professionisti presenti e una rete funzionante.

Come Uil Calabria e Uil Fpl Calabria, riteniamo fondamentale concentrare l’attenzione su ciò che davvero garantisce accesso, continuità e diritto alla salute nei territori: i medici di medicina generale, i consultori familiari, i poliambulatori territoriali e le guardie mediche. Questi presìdi, se messi in condizione di funzionare, sono il vero volto della medicina di prossimità.

Oggi però la realtà è diversa: la Uil Calabria e la Uil Fpl Calabria da tempo sostengono che, in Calabria la carenza di medici di medicina generale rispetto al fabbisogno stimato sia elevata, secondo i dati della Fondazione Gimbe in Calabria mancano oltre 350 medici di medicina generale, con una carenza destinata ad aggravarsi a causa del blocco del turnover, dei pensionamenti e della fuga verso l’estero nel corso del 2026.

I consultori familiari, che per legge dovrebbero essere presenti in rapporto di almeno 1 ogni 20.000 abitanti, ma in Calabria di fatto ve ne  è 1 ogni 35.000 abitanti. Questi presidi, poi, sono spesso sprovvisti delle figure previste per legge, come psicologi, assistenti sociali, ginecologi e ostetriche. I poliambulatori sono spesso ridotti a contenitori vuoti, privi di prestazioni specialistiche e con tempi di attesa inaccettabili anche per esami di base. Le guardie mediche, soprattutto nelle aree interne, soffrono di gravi carenze di personale, coperture a singhiozzo e condizioni logistiche precarie.

Il sistema sanitario regionale non può più essere pensato come una struttura esclusivamente “sanitaria”, concentrata su ospedali e reparti. È necessario superare questa visione per abbracciare una logica socio-sanitaria integrata, in cui la presa in carico della persona – anziana, fragile, cronica, disabile o in condizione di esclusione – sia condivisa tra diversi professionisti: medici, infermieri, Operatori socio sanitari, assistenti sociali, educatori, psicologi.

In questo senso, la carenza ormai strutturale di medici di base può e deve essere compensata con l’introduzione e la valorizzazione di figure paramediche e sociosanitarie, più rapidamente reperibili e in grado di assicurare una risposta operativa alle esigenze quotidiane dell’utenza. Non si tratta di sostituire i medici, ma di costruire équipe di prossimità che lavorino insieme, condividendo obiettivi e competenze.

Inoltre, la medicina territoriale deve essere anche un presidio di prevenzione e di giustizia sociale. Occorre rafforzare l’educazione alla salute, la prevenzione delle dipendenze, la salute mentale, la diagnosi precoce e il sostegno alle famiglie. Il tutto in stretta sinergia con i servizi sociali comunali, il terzo settore e la rete del volontariato.

In un contesto dove, secondo l’Agenas, il tasso di scopertura degli infermieri sul territorio calabrese supera il 30% rispetto agli standard previsti, è evidente che investire su figure sociosanitarie diventa non solo utile, ma urgente. A differenza dei medici di medicina generale, per i quali l’attuale sistema di reclutamento rende difficile il ricambio, molte figure paramediche e professioni sanitarie intermedie sono più facilmente reperibili e formabili, rappresentando una risorsa immediata per garantire continuità assistenziale, domiciliarità, prevenzione e supporto alle famiglie.

Rafforzare la medicina di prossimità in Calabria significa non solo evitare l’intasamento degli ospedali, ma soprattutto portare il sistema sanitario vicino alla vita delle persone. Significa investire nella salute mentale, nella prevenzione, nella riabilitazione, nella disabilità e nella non autosufficienza. E significa farlo con un’organizzazione integrata, territoriale e flessibile, in grado di rispondere alle esigenze delle comunità locali, con particolare attenzione ai contesti rurali e alle aree interne. Oggi tutto questo non è solo una proposta, ma una necessità. Lo dimostrano i dati, ma lo dicono anche i cittadini, ogni volta che si trovano soli di fronte a una malattia, a un bisogno o a una diagnosi che non arriva.

Per questo, come Uil Calabria e Uil Fpl Calabria, siamo convinti che serva una svolta vera: non una medicina di prossimità fatta di muri, ma una rete pubblica che funzioni davvero, con professionisti assunti, formati, presenti, valorizzati e meglio retribuiti. La sanità territoriale deve essere il cuore pulsante del sistema pubblico, e non un’appendice residuale. Ora servono scelte politiche concrete e investimenti mirati, altrimenti il diritto alla salute resterà, per troppi calabresi, solo sulla carta. (ms e wb)

[Mariaelena Senese e Walter Bloise sono rispettivamente segretaria generale Uil Calabria e segretario generale Fpl Calabria]

IDROGENO, RIFIUTI, E ACQUA: QUELLA RETE
“CELATA” CHE PUÒ CAMBIARE LA CALABRIA

di BRUNO GUALTIERILa Calabria è oggi chiamata a una scelta cruciale: continuare a inseguire emergenze ambientali  mai del tutto risolte – come la scarsità d’acqua, la gestione inefficace dei rifiuti, l’abbandono  delle aree industriali e il ritardo nella transizione energetica – oppure intraprendere con  determinazione un nuovo percorso, basato sulla sostenibilità e sull’integrazione tra i sistemi.  Sta affiorando una visione alternativa, che mette insieme acqua, rifiuti ed energia in un’unica  rete circolare. Una prospettiva che potrebbe finalmente offrire alla nostra terra una traiettoria  industrialmente attrattiva e in grado di generare valore duraturo. 

Dalla depurazione all’idrogeno: un modello in cammino 

Nel mese di aprile ha attirato l’attenzione il progetto CeWS – Circular Engineering for  Wastewater Systems, che propone di trasformare gli impianti di depurazione in veri e propri  poli per il recupero e la valorizzazione. Non più solo smaltimento, ma produzione di acqua  depurata, nutrienti, energia dai fanghi, e – con gli investimenti giusti – anche biogas e  biofertilizzanti. 

A questa visione si affianca oggi una proposta strategica: inserire nella programmazione  energetica regionale una rete infrastrutturale per l’idrogeno verde, partendo da progetti già  avviati come la Hydrogen Valley di Lamezia Terme. Ad oggi, si prevede solo produzione e  stoccaggio con distribuzione su gomma. Ma pensare a una condotta regionale per il trasporto  dell’idrogeno – come già accade in Germania con la Hydrogen Backbone o nel progetto H2Med tra Spagna e Francia – significherebbe scommettere su un’infrastruttura strategica per il futuro  del nostro territorio. 

Dai rifiuti all’energia, dal territorio all’autonomia.

Questa rete dell’idrogeno non è un’iniziativa isolata, ma parte di un piano integrato che  valorizza le risorse già presenti nel territorio: La Forsu (la frazione organica dei rifiuti differenziati) si può ottenere biogas attraverso  digestione anaerobica, trasformabile in energia o biometano. I fanghi di depurazione, se trattati correttamente, possiamo produrre energia e  biomateriali, tagliando costi e impatti ambientali. Il patrimonio idrico regionale consente, attraverso il potenziamento dell’idroelettrico  (oggi si produce circa 1,0 TWh, pari al 7% del mix elettrico regionale), lo sviluppo del  “mini-idro diffuso” per valorizzare infrastrutture esistenti come acquedotti, canali di  bonifica e reti irrigue, portando benefici alle comunità montane e rurali. Le fonti rinnovabili intermittenti (sole e vento), possono alimentare elettrolizzatori per  produrre idrogeno verde certificato. 

Queste risorse, se collegate in rete, possono dar vita a un vero ecosistema energetico  calabrese, dove l’ambiente non è più un problema da gestire, ma un’opportunità da  valorizzare. 

Un’infrastruttura strategica per il futuro della Calabria.

Un progetto ambizioso, senza dubbio, ma assolutamente realizzabile. Immaginiamo una  dorsale dell’idrogeno che, partendo da Lamezia Terme, si dirami verso Gioia Tauro, Crotone,  Rossano-Corigliano, Vibo Valentia e Reggio Calabria: un asse energetico capace di connettere  i principali poli produttivi della regione. In alternativa o in parallelo, è possibile prevedere la  conversione selettiva dell’attuale rete del metano al trasporto di idrogeno puro, laddove le  condizioni tecniche lo consentano. Un’infrastruttura strategica, pensata per ridisegnare la  mappa energetica della Calabria, fornendo energia pulita a industrie, trasporti pubblici, porti  e rete ferroviaria. 

Sarà un sistema alimentato dalle nostre risorse più generose e affidabili: sole e vento, che in  Calabria non tradiscono mai. Una rivoluzione dal volto familiare, che nasce dal territorio,  valorizza ciò che già abbiamo e restituisce alla Calabria ciò che le è sempre spettato:  autonomia energetica, occupazione stabile e qualificata, e una speranza concreta per le  nuove generazioni

Una visione chiara e condivisa per attrarre investimenti. 

Affinché tutto questo si realizzi, serve una scelta politica forte e lungimirante. È il momento di  includere la rete dell’idrogeno nei piani energetici regionali, coinvolgendo enti gestori, ZES e  operatori del settore. È una proposta di sistema, non solo energetica. Significa connettere  ambiente, industria e coesione sociale e posizionare la Calabria come nuovo hub dell’energia  sostenibile nel cuore del Mediterraneo, come “porta sud” dell’idrogeno europeo. 

Da visione a proposta politica: la rete è anche istituzionale.

La Hydrogen Valley di Lamezia ha già il via libera: il primo passo è compiuto. Ora è necessario  fare rete anche tra istituzioni, territori e visioni strategiche. Solo così possiamo dimostrare che  anche in Calabria è possibile costruire un modello innovativo di sviluppo. 

È tempo di trasformare una visione tecnica in un’infrastruttura concreta. La politica è chiamata  a raccogliere questa sfida, con coraggio e lungimiranza. La Calabria non può più permettersi di  attendere – e nemmeno noi. Cittadini, imprese, istituzioni: tutti dobbiamo fare la nostra parte  per cogliere questa occasione storica e costruire, insieme, un futuro migliore. (bg)

[Bruno Gualtieri è già Commissario Straordinario dell’Autorità Rifiuti e Risorse Idriche della  Calabria (ARRICal)]

SERVE UNA NUOVA LEGGE SULLA FAMIGLIA
IN CALABRIA PER FUTURO DELLA REGIONE

di CLAUDIO VENDITTIIn occasione della Giornata Internazionale della Famiglia (15 maggio), il Forum delle Associazioni Familiari della Calabria insiste affinché il valore della famiglia sia riconosciuto come pilastro della nostra società, specialmente in una regione come la Calabria, dove il tessuto familiare rappresenta da sempre un presidio cardine di solidarietà tra le generazioni, identità e crescita e testimonianza di cittadinanza attiva.

A livello regionale è giunto il momento anche di una nuova legge sulla famiglia, rendendola concreta nelle azioni, che sostituisca la L.R. n.1 del 2004, (oltre vent.anni fa!!) “Politiche regionali per la famiglia”. una legge che possiamo definire “manifesto” di fatto inapplicata.

La Calabria conta 818.317 famiglie, con una media di 2,24 componenti per nucleo familiare e un’incidenza di famiglie unipersonali. La regione affronta sfide demografiche significative. Non più inverno demografico bensì “glaciazione demografica” con una popolazione in calo e la natalità che fatica a sostenere il ricambio generazionale mettendo a rischio la tenuta delle pensioni e dei servizi pubblici essenziali.

La migrazione giovanile e la difficoltà di accesso ai servizi essenziali rendono ancora più urgente un intervento mirato per sostenere le famiglie e garantire un futuro stabile. Insieme all’impegno di tante realtà associative l’appello va alle istituzioni affinché si rafforzino strumenti fondamentali come l’Assegno Unico Universale rendendolo più sostanzioso per i secondi e terzi figli ed estendendolo ai figli fino al termine del percorso di studi, revisione Isee/Fattore Famiglia che preveda anche una riduzione delle addizionali comunali e regionali in base al numero dei figli (quoziente familiare), maggiori sostegni per le giovani coppie per l’acquisto o l’affitto di una casa, facilitandone l’accesso al credito con fondi a garanzia per i mancati pagamenti di rate, politiche fiscali e patrimoniali che incentivino la donazione e la successione anticipata, prevedendo forti agevolazioni per chi trasferisce parte del proprio patrimonio ai figli o ai nipoti per l’avvio di un’attività. Incentivi alle aziende che adottano politiche familyfriendly, come orari ridotti (a parità di retribuzione) o telelavoro. I congedi parentali e i servizi di prossimità, educativi e sanitari sui territori, affinché ogni famiglia possa contare su un ambiente favorevole in cui crescere figli e prendersi cura dei propri cari.

Questo è ancora più urgente in Calabria dove le distanze geografiche e le difficoltà economiche rendono essenziale un sostegno capillare e concreto. Politiche di integrazione e inclusione per le famiglie di immigrati. Apertura di più asili nido pubblici e gratuiti e sussidi per quelli privati, orari scolastici più flessibili e prolungati, con servizi di doposcuola gratuiti o a basso costo, maggior supporto economico per le babysitter e per la cura dei figli.

Politiche mirate che valorizzino il ruolo della famiglia come risorsa e non come problema perché oggi la famiglia è il più grande “ammortizzatore sociale”. Occorre, in sintonia, un’azione culturale che restituisca alla famiglia il posto che merita nel dibattito pubblico, nei media e nella scuola. Per il Forum c’è ancora speranza. Solo con interventi strutturali e una visione di lungo periodo possiamo contrastare la “glaciazione demografica” che minaccia il futuro della nostra regione e dell’intero Paese.

La Calabria, con la sua storia di resilienza e comunità, deve essere al centro di questa sfida, riaffermando il valore della famiglia come cuore pulsante della società. Amareggia un mondo che, attraversato da oltre 60 conflitti, sceglie di spendere ancora per armamenti che distruggono vite, culture ed intere società, invece che investire per rilanciare la natalità e per la funzionalità delle famiglie. (cv)

[Claudio Venditti è presidente del Forum Famiglie Calabria]

NON È SOLAMENTE PRECARIO: IN CALABRIA
IL LAVORO SFRUTTA, DISCRIMINA E UCCIDE

di SILVIO CACCIATORE – «Il lavoro in Calabria non è solo precario. È spesso pericoloso, diseguale, silenziosamente violento». Con queste parole la relazione 2024 dell’Osservatorio regionale contro le discriminazioni nei luoghi di lavoro apre una pagina che non concede attenuanti. Non si tratta di una formula giornalistica, né di una provocazione. È la constatazione di un dato reale, ripetuto nei numeri, nei racconti, nei silenzi. Parlare di discriminazioni nel lavoro, oggi, in questa regione, significa descrivere un sistema in cui la negazione dei diritti non è l’eccezione, ma la condizione diffusa.

Il documento, presentato nella sede del Consiglio regionale, non si limita a raccogliere statistiche. È un atto politico. È un atto d’accusa preciso contro chi governa, controlla, assume, gestisce. Perché se tutto questo continua ad accadere, non è per caso. È perché lo si consente. È perché fa comodo. È perché nessuno ha ancora deciso davvero di cambiare le regole del gioco. L’Osservatorio, guidato da Ornella Cuzzupi, mostra che l’alternativa è possibile. Ma serve chiamare le cose con il loro nome. E oggi il nome è questo: discriminazione sistemica.

La sicurezza negata

I numeri che emergono dalla relazione sono inequivocabili. E cominciano da quello che pesa di più: la vita umana. Nel 2024, in Calabria, 26 persone hanno perso la vita sul luogo di lavoro. La cifra è stabile rispetto all’anno precedente (erano 29), ma questo non è un dato che si possa accogliere come una semplice statistica. «È inaccettabile che non si faccia il massimo, e anche oltre, per evitare simili sciagure» si legge nel testo. Dietro ogni numero ci sono famiglie spezzate, lacrime, assenze che non si colmano. Eppure, come denuncia lo stesso Osservatorio, si continua a trattare il lavoro solo come un’urgenza economica, mentre dovrebbe essere anzitutto una questione di dignità e di sicurezza.

Il dato complessivo sugli infortuni registra un preoccupante aumento: 8.857 denunce nel 2024, con un incremento del +2,04% rispetto al 2023, superiore al +0,7% registrato a livello nazionale. Le province più colpite sono Cosenza (37,7%) e Reggio Calabria (23,3%), mentre la fascia d’età con maggiore incidenza è quella tra i 50 e i 69 anni, che raccoglie oltre un terzo degli infortuni totali. I settori più colpiti sono la sanità, l’amministrazione pubblica, l’edilizia e il trasporto.

Ma il nodo centrale non è solo nella quantità degli incidenti. È nella loro natura strutturale. Perché, come sottolineato più volte nella relazione, «la prima discriminazione da combattere nei luoghi di lavoro è la mancanza di sicurezza». Non si tratta solo di incidenti casuali: si tratta di un sistema in cui il lavoratore viene lasciato solo, spesso ricattabile, senza strumenti per difendersi né garanzie minime per denunciare. Un sistema in cui la precarietà si traduce in esposizione quotidiana al rischio. E dove la rassegnazione ha sostituito la fiducia.

Il lavoro nero come normalità

In Calabria il lavoro nero non è un’eccezione: è un segmento strutturale del sistema produttivo. Lo dicono i numeri, lo confermano le ispezioni, lo testimoniano le storie raccolte sul campo. La regione è la prima in Italia per incidenza del lavoro non dichiarato, con un tasso del 7,9% sul valore aggiunto regionale, il doppio rispetto alla media nazionale. Un dato che non può essere archiviato con leggerezza, soprattutto se messo in relazione con un altro indicatore contenuto nella relazione: il 19,1% dell’intera economia calabrese rientra nell’area dell’economia non osservata, ovvero sommersa.

Nell’area metropolitana di Reggio Calabria, nel 2024, l’Ispettorato ha individuato 179 lavoratori in nero, di cui 52 donne, su un totale di 623 soggetti tutelati. L’INPS, nel solo anno 2023, ha scoperto in Calabria 365 posizioni lavorative completamente in nero e oltre 1.600 rapporti di lavoro fittizi. L’Ispettorato nazionale del lavoro ha certificato irregolarità nel 69% dei controlli effettuati, con picchi superiori al 70% nei settori del commercio e del terziario.

Dietro questi numeri ci sono decine di migliaia di vite che vivono sospese tra ricatto e invisibilità. Il lavoro nero è discriminazione nella sua forma più pura: esclude da ogni diritto, riduce al silenzio, normalizza lo sfruttamento. E spesso riguarda le fasce più vulnerabili della popolazione: donne, giovani, stranieri. Proprio questi ultimi rappresentano circa il 15% della forza lavoro calabrese e sono spesso impiegati in condizioni al limite del caporalato, senza protezione alcuna, nei settori dell’agricoltura, dell’edilizia e della logistica. La relazione lo afferma chiaramente: la discriminazione è anche il carburante che tiene in piedi l’irregolarità, perché rende più facile isolare, intimidire, dividere.

La violenza sul lavoro ha tanti nomi

Una delle sezioni più inquietanti della relazione riguarda la violenza e le molestie nei luoghi di lavoro. Perché se la discriminazione salariale o contrattuale è un’ingiustizia quantificabile, qui si entra nel terreno più complesso della violenza invisibile, fatta di abusi verbali, prevaricazioni quotidiane, pressioni psicologiche, ricatti e micro-aggressioni. Secondo l’indagine condotta da IPSOS-INAIL, il 60% dei lavoratori calabresi è a conoscenza di episodi di violenza sul posto di lavoro. Ma c’è di più: il 42% ha dichiarato di esserne stato testimone diretto o vittima.

Le forme più diffuse sono la violenza verbale (56%), il mobbing (53%), l’abuso di potere (37%), fino ad arrivare ai casi di violenza fisica (10%). Ma la relazione richiama con forza anche un’altra dinamica, spesso banalizzata o ignorata: la dimensione sessista del lavoro, che si manifesta sotto forma di battute, esclusioni sistematiche, allusioni, mansioni neglette o affidate sulla base di stereotipi di genere. Tutto questo, sottolinea l’Osservatorio, avviene troppo spesso in ambienti privi di qualunque presidio etico e culturale, dove la gerarchia si trasforma in arbitrio e la paura vince sulla consapevolezza.

In questo contesto, denunciare è difficile. Per molti è più sicuro tacere, abbassare lo sguardo, resistere, nella speranza che passi. La relazione punta il dito contro questo silenzio: non come colpa individuale, ma come effetto sistemico di un contesto che non protegge, non ascolta, non accompagna. È anche su questo fronte che l’Osservatorio vuole agire: costruendo ambienti di lavoro sicuri, accessibili, capaci di riconoscere e prevenire la violenza. Perché nessun contratto, nessuna retribuzione, nessuna necessità giustifica l’umiliazione.

Il peso silenzioso del divario di genere

Nel 2025, in Calabria, una donna continua a guadagnare meno di un uomo anche se ha lo stesso titolo di studio, la stessa mansione, le stesse competenze. È un dato tanto evidente quanto ignorato. La relazione lo documenta con precisione, mettendo in fila numeri che raccontano una discriminazione tanto antica quanto viva. Il gender pay gap è una ferita aperta che attraversa l’intero sistema produttivo calabrese, colpendo soprattutto le lavoratrici più qualificate e quelle appartenenti alle fasce più deboli, come le donne extracomunitarie.

I dati INPS lo confermano: tra i lavoratori comunitari, gli uomini percepiscono in media 496,5 euro a settimana, contro i 436,3 euro delle colleghe. Ma è tra gli extracomunitari che il divario si fa abisso: 326,8 euro per gli uomini, 243,5 euro per le donne. Un vuoto che non può più essere giustificato con spiegazioni di comodo. Perché il problema, chiarisce l’Osservatorio, non è la produttività, non è l’impegno, non è la formazione. È la cultura del lavoro che continua a penalizzare in base al genere.

A essere penalizzate non sono solo le buste paga, ma anche le possibilità di crescita, la stabilità contrattuale, la conciliazione tra vita e lavoro, l’accesso ai ruoli di responsabilità. In molte aziende calabresi, soprattutto di piccole dimensioni, le donne vengono ancora considerate un “rischio”, una variabile da gestire con prudenza, un costo. Un retaggio che affonda nelle radici più profonde del tessuto sociale, e che richiede una rivoluzione culturale prima ancora che normativa.

Non bastano più leggi scritte e programmi annunciati. Occorre, come afferma Ornella Cuzzupi, «trasformare la cultura d’impresa e quella istituzionale, perché una terra che penalizza le sue donne è una terra che sceglie di restare povera».

«Abbiamo la responsabilità di trasmettere fiducia ai giovani e alle donne di questa terra – prosegue la Presidente dell’Osservatorio -. La Calabria può diventare la California d’Europa, ma serve passione, serve coscienza, serve voglia di rimboccarsi le maniche». Una chiamata alla mobilitazione civile, prima ancora che politica. «Troppa gente ha paura di denunciare, di esporsi, di farsi valere. Perché manca la certezza di essere ascoltati, protetti, creduti. E invece è proprio lì che dobbiamo intervenire».

Con uno sguardo che integra i dati regionali in una cornice nazionale, Mattia Peradotto, direttore dell’UNAR, evidenzia come il tessuto delle microimprese calabresi, pur tra mille difficoltà, possa diventare un laboratorio virtuoso. «Se ben stimolato, questo sistema può trasformarsi in presidio di legalità e rispetto. Ma servono strumenti, serve visione, serve continuità».

A fare il punto sul quadro istituzionale è infine Filippo Mancuso, presidente del Consiglio regionale. «Non è solo una questione di ritardo. È qui che le disuguaglianze sono più profonde, più strutturali, più difficili da scardinare. L’occupazione femminile è ferma al 40%, la disoccupazione è al 16%, e il primo morto sul lavoro del 2024 è stato in Calabria. Basta girare lo sguardo». Poi rilancia il ruolo dell’Osservatorio come strumento “non decorativo”, ma operativo. Come antenna, come radar, come mappa viva per agire con consapevolezza. «Se non lo facciamo ora, continueremo a raccontare sempre le stesse tragedie».

In troppi casi, lavorare in questa regione significa accettare condizioni che altrove non sarebbero nemmeno tollerate. Il lavoro nero, le molestie, il ricatto occupazionale, la differenza salariale tra uomo e donna, l’impunità nei confronti di chi viola le regole: tutto questo compone un sistema che conviene a pochi e danneggia tutti. Un sistema che si regge sul silenzio e sulla mancanza di alternative. (sc)

[Courtesy LaCNews24]

LA CALABRIA, LA CULTURA E I LIBRI
MA SI LEGGE ANCORA TROPPO POCO

di SANTO STRATI – Si apre oggi a Torino la XXXVII edizione del salone del Libro. Importante e qualificata la partecipazione della Calabria, presente sia come Regione (Spazio Calabria) sia come Città Metropolitana di Reggio Calabria che fa il bis dell’edizione passata, con notevoli migliorie organizzative per mostrare una “presenza” significativa di un territorio particolarmente attento al libro (Taurianova è stata la Capitale italiana del libro fino allo scorso marzo) e alla formazione culturale dei giovani. Analogo obiettivo che si pone la Regione Calabria che, pur tuttavia, investe ancora poco sulla cultura e la formazione.

Ma sono temi che verranno fuori in questa cinque giorni di incontri, dibattiti e presentazioni di libri ma anche di idee e progetti di cultura.
Calabria.Live al Salone di Torino dedica il suo supplemento mensile Calabria.Libri, con una guida giorno per giorno, degli appuntamenti e degli incontri con gli autori e gli editori che operano in Calabria e chiedono visibilità nazionale (e perché no?) internazionale. Buon Salone a tutti.

Da quanti anni la Regione Calabria partecipa al Salone? Tanti e, a ogni edizione, c’era l’ambizione (e la tentazione) di lanciare il messaggio ben identificabile di una terra che, ingiustamente, era (è ancora) vittima di preconcetti e pregiudizi. La facile affermazione, largamente offensiva e non più tollerabile, di “Calabria, terra di mafia” ha trovato negli anni, terreno fertile tra i media che all’approfondimento preferivano il sensazionalismo. E, non a caso, sulla stampa, in tv, si parlava di Calabria unicamente in occasioni di omicidi, di mafia, faide, maxiprocessi, etc. Tutto il resto veniva bellamente ignorato.

Da una ventina di anni però, il vento è cambiato e una nuova narrazione della Calabria è stata possibile: il quotidiano Calabria.Live – scusate l’autocitazione, visto che l’ho fondato e lo dirigo da 9 anni, ma è inevitabile – ha mostrato che si può fare informazione su “tutto il resto”, ovvero parlare della vera Calabria, la Calabria positiva, con le sue eccellenze, il suo straordinario capitale umano, il forte senso della giustizia e della legalità, il suo patrimonio naturale, artistico e culturale. La sua storia, le sue tradizioni. E la cultura? Quella con la C maiuscola appartiene a un lascito ereditario che si perde nella notte dei tempi: dai classici magnogreci, a Pitagora, ai grandi filosofi e pensatori come Campanella, Barlaam, Gioacchino da Fiore, Telesio giusto per citarne qualcuno, ai suoi scrittori, ai suoi poeti: ieri Lorenzo Calogero e Franco Costabile, oggi Corrado Calabrò e Pino Bova, per citarne qualcuno. Ce ne sarebbe, insomma, di che riempire migliaia di pagine o centinaia di ore di video o podcast.

E il Salone del Libro doveva, poteva, ma può ancora oggi, rappresentare non solo una vetrina per coraggiosi editori che operano in Calabria, ma l’occasione per parlare e far parlare della Calabria e del suo patrimonio culturale.
Non siamo scettici sui risultati passati, ma certo – se sono arrivati – devono essere stati abbastanza modesti, visto che della partecipazione calabrese al Salone – escludendo i media regionali – se n’è parlato sempre pochissimo.
Oggi sarebbe il caso di voltare pagina e avviare un processo reputazionale – non più rinviabile – che parta proprio dai libri, da quella cultura che questa terra detiene in quantità industriale, ha a quintalate da “vendere”.

Ma la cultura non si compra in qualche negozio specializzato o su Amazon, ma offerta, arricchita delle risorse necessarie, per un consumo illimitato, perché – ricordiamolo – può… generare “dipendenza”. La cultura è il patrimonio di un popolo, del suo territorio e stimola il bisogno di conoscenza perché – come dice il sommo Poeta – “non siamo fatti a viver come bruti”.

Con questa premessa, i libri devono diventare, dunque, il pretesto, se non l’opportunità di mostrare il lato meno conosciuto della regione: uno stimolo a cercare percorsi, individuare protagonisti di cultura (i francesi direbbero maîtres à penser), un invito a scoprire i segni identitari di una terra che promana cultura in ogni angolo. Con i vantaggi evidenti che tale operazione porterebbe: la cultura è un traino potentissimo al pari di belle spiagge e montagne incantate e incantevoli. Il turismo culturale, purtroppo, è sempre stato sottovalutato, come quello religioso pur avendo la Regione, promosso e incentivato, per esempio, i percorsi basiliani o quello di San Francesco: non lo sa quasi nessuno dei tantissimi potenziali turisti delle vacanze intelligenti.
È come avere la Ferrari in garage: se nessuno la vede e nessuno sa che ce l’hai, chi ti potrà mai chiedere se gliela fai vedere?

La Ferrari, nel nostro caso, è tutta la Calabria con un patrimonio culturale immenso (e sottovalutato, se non, addirittura, messo in disparte. Un patrimonio che ha bisogno di curatori (e Dio sa quanti giovani laureati potrebbero vedersi offrire un’occupazione seria e stabile senza dover lasciare la propria terra!), ma ha bisogno, prima di tutto, di una specifica opera di valorizzazione e di promozione, con azioni mirate di marketing non improvvisate o basate su paccottiglia gadgettizzata che non serve a nulla.

Si faccia esperienza del passato, scartando iniziative discutibili e prive di risultati, e si metta in piedi una task force culturale con teste pensanti (sono tanti gli illustri calabresi pronti a lavorare e “pensare” gratis) in grado di immaginare scenari diversi e operazioni di grande respiro che offrano quel “rimborso reputazionale” di cui questa terra ha proprio bisogno.

Possiamo dirlo senza timore di essere smentiti: fino a oggi tante belle idee, alcune davvero ricche di suggestioni, ma con pochi riscontri che non hanno lasciato il segno. L’improvvisazione si fa a teatro, non va bene quando c’è da pianificare e programmare il futuro. Quello che abbiamo rubato ai ragazzi calabresi e che sarebbe ora di restituire. Un futuro che la cultura potrebbe aiutare non poco a modificare in positivo, creando occupazione e prospettive di crescita anche nel campo librario.

Quindi, sarebbe opportuno guardare a questa partecipazione non come esposizione di libri con copertine più o meno belle (le potete vedere nelle pagine che seguono) ma come opportunità di crescita per gli editori che operano in Calabria.

Lo abbiamo detto spesso, non ghettizziamo geograficamente una produzione editoriale che non ha nulla da invidiare alle imprese del Centro e del Nord. Solo che le condizioni operative per gli editori del Sud sono decisamente diverse: il divario, purtroppo in costante crescita, si avverte nella quotidianità del lavoro. Nessun sostegno per la distribuzione, nessuna agevolazione che pur sarebbe meritevole visto l’impegno di chi produce cultura (e libri), nessuna iniziativa che permetta la creazione di una rete con il coinvolgimento di tutti gli operatori professionali

E poi manca un piano operativo per le biblioteche calabresi (oltre 600) che potrebbe sostenere l’acquisto di volumi prodotti in Calabria (i 30 milioni stanziati nel 2020 dal Mibact si sono decisamente rivelati insufficienti e la nuova iniezione di contributi del Governo è ancora modesta). Ma non si tratta soltanto di comprare libri per rifornire le biblioteche (alcune di esse non hanno neanche gli spazi per accogliere persino donazioni) ma creare un circuito virtuoso che avvicini i giovani alle biblioteche del territorio. Biblioteche che devono essere centri operativi di cultura, in fattiva collaborazione con scuole e associazioni.

Soprattutto nelle aree interne è fondamentale offrire supporto culturale ai giovani e tenerli lontani dalle lusinghe malavitose: tentazione inevitabile quando non ci sono i ragazzi e offrano spunti di interesse, li avvicinino alla lettura

Insomma, la Calabria legge pochissimo, ma è un gap superabile. La produzione libraria calabrese è una buona base di partenza per tracciare percorsi innovativi per la crescita culturale del territorio.
Se ne dovrebbe parlare al Salone, durante e ma anche dopo, coinvolgendo l’Ufficio Scolastico Regionale (Usr), le associazioni e gli operatori culturali del territorio. Non sembra difficile, basta volerlo, lo chiedono i nostri ragazzi. (s)

DISASTRO AMBIENTALE, LA CALABRIA È
PRIMA PER I REATI COMMESSI: SONO 59

di ANTONIETTA MARIA STRATI – La Calabria è al primo posto per i reati per disastro ambientale. È quanto emerso dal bilancio realizzato da Legambiente e Libera in occasione del decimo anniversario della legge sugli ecoreati,  che posiziona la nostra regione settima nella classifica assoluta.

Andando più nello specifico, nella nostra regione si può notare come, tra il 2015 e il 2024, sono stati fatti 1.937 controlli, commessi 368 reati, 772 persone denunciate, 80 sono state arrestate. Sono 252 i sequestri, e il valore sequestrato si aggira sui 154.287.974 di euro.

L’analisi aggregata dei dati relativi ai due “assi” della legge 68 del 2015 (delitti contro l’ambiente nel Codice penale e riforma del sistema sanzionatorio previsto nel Testo unico ambientale) conferma, come numero di controlli effettuati (4.178), reati (1.440) e sequestri (382, per un valore di oltre 209 milioni di euro) il primato della Campania negli illeciti penali contro l’ambiente accertati nel nostro Paese grazie al lavoro delle forze dell’ordine e delle Capitanerie di porto.

Non mancano, relativamente all’applicazione della legge 68, le sorprese, rispetto alle tradizionali classifiche sull’illegalità ambientale pubblicate nel “Rapporto Ecomafia”: al secondo posto, con 726 reati, si colloca infatti la Sardegna, che occupa la prima posizione sia per le persone denunciate (1.627) che per i reati (179) relativi alla violazione del Codice di responsabilità degli enti, il D.lgs 231 del 2001, una regione già segnalata comunque in crescita anche nei dati complessivi del rapporto del 2024.

Al terzo posto figura la Puglia (540 reati) che è prima, però come persone arrestate (100) e per reati di inquinamento ambientale (260), seguita dalla Lombardia (498 reati) e dalla Sicilia, a quota 482, che è, però, la prima regione come valore economico dei sequestri effettuati, pari a 432,1 milioni di euro e la seconda come persone denunciate. Il dato relativo al Trentino-Alto Adige, sesto in questa classifica con 374 reati, è frutto, in particolare, di tre tipologie di illeciti penali: l’applicazione della parte Sesta-bis del Testo unico ambientale, con 255 reati (art. 318-bis), pari al 68,2% del totale; il Codice di responsabilità degli enti (art. 25 del D.lgs 231/2001), con 58 reati e l’attività organizzata di traffico illecito di rifiuti (40 illeciti).

 Il 40,5% dei reati accertati grazie all’applicazione della legge 68 dal 2015 al 2024 si concentra nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Puglia, Sicilia e Calabria).

«In questi dieci anni grazie alla legge sugli ecoreati – commentano Legambiente e Libera – tante denunce fatte sono diventate processi e sono arrivate le prime sentenze definitive come, ad esempio, quella per la gestione criminale della discarica Resit, in provincia di Caserta. Tutto ciò è stato possibile grazie a quella riforma di civiltà che ha visto finalmente la luce il 19 maggio del 2015 con l’approvazione della legge sugli ecoreati».

«Dell’importanza di questa normativa parleremo a ControEcomafie a Roma il 16 e 17 maggio – spiegano – e la due giorni dei lavori si concluderà con l’approvazione di un “Manifesto” in cui verranno raccolte le proposte che faremo al governo e al Parlamento e gli impegni che ci assumiamo, per rafforzare quella rivoluzione iniziata dieci anni fa e contrastare con più efficacia le ecomafie in tutti i settori dove fanno affari d’oro a discapito dell’ambiente, della salute dei cittadini e dell’economia».

La riforma della disciplina sanzionatoria del Testo unico ambientale. Il secondo “asse” della legge 68 del 2015 è quello relativo alla nuova disciplina sanzionatoria prevista dalla parte Sesta-bis del Testo unico ambientale (D.Lgs 152/2006), che rappresenta poco più del 50% delle attività di controllo svolte dalle forze dell’ordine e dalle Capitanerie di porto.

Da giugno 2015 a dicembre 2024, a fronte di 11.156 controlli effettuati sulla base dell’art. 318 bis, sono stati contestati 3.361 reati, con 4.245 persone denunciate, 3 ordinanze di custodia cautelare e 553 sequestri, per un valore di 159,7 milioni di euro. Il meccanismo previsto per l’eventuale estinzione dei reati ha visto 794 prescrizioni impartite (art. 318 ter) e 510 adempimenti (318 quater).

«Questa riforma, introdotta con la legge 68 – prosegue la nota delle due Associazioni – oltre a “decongestionare” il sistema giudiziario da procedimenti relativi a illeciti penali di minore gravità, ha consentito di incassare nel Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, dal 2018 al 2023, oltre 33 milioni di euro, da utilizzare interamente per il rafforzamento delle attività di controllo svolte dalle stesse Agenzie regionali e provinciali in materia di protezione ambientale, comprese quelle relative agli anni precedenti al decreto del ministero dell’Ambiente del 2022 sulla loro destinazione».

Nell’applicazione di questa parte specifica della legge 68, infatti, un ruolo decisivo viene svolto proprio dalle Agenzie regionali e provinciali per la protezione dell’ambiente, i cui risultati vengono pubblicati ogni anno, grazie al lavoro di analisi curato dall’Ispra, nel “Rapporto Ecomafia” di Legambiente. Dal 2018 al 2024 sono state emesse ben 8.092 prescrizioni (relative in particolare ad emissioni in atmosfera, rifiuti, scarichi e autorizzazioni integrate ambientali), delle quali 5.893 sono state ottemperate e ammesse al pagamento, a cui si aggiungono altre 2.690 ammissioni a pagamento per condotta esaurita o adempimento spontaneo. (ams)

 

L’EDUCAZIONE COME ATTO DI RESISTENZA
IN CALABRIA: UNA QUESTIONE DI GIUSTIZIA

di ANGELO PALMIERI – La Calabria continua a presentare un quadro preoccupante sul fronte della fragilità formativa, con indicatori che si discostano significativamente dalla media nazionale. Secondo i dati Invalsi 2023, oltre il 20% degli studenti del primo ciclo non raggiunge i livelli minimi di competenza in italiano e matematica, segnalando gravi criticità nei processi di apprendimento e inclusione.

Ancora più allarmante è il dato relativo ai giovani Neet: nel 2023, il 27,2% dei calabresi tra i 15 e i 29 anni risulta fuori da percorsi di istruzione, lavoro o formazione, con uno scarto di oltre 11 punti percentuali rispetto alla media nazionale. L’abbandono scolastico precoce, nel Mezzogiorno, coinvolge il 14,6% dei giovani tra i 18 e i 24 anni, evidenziando un’incapacità sistemica di trattenere i ragazzi nei percorsi formativi. A tutto ciò si aggiunge la cronica carenza di servizi per la prima infanzia: la copertura regionale per la fascia 0–2 anni si ferma al 4,6%, a fronte di una media nazionale del 16,8% e di un obiettivo europeo fissato al 33%. Questi dati, intrecciati tra loro, disegnano la mappa di una zona grigia dell’anima collettiva, dove il sapere svanisce e la speranza si assottiglia, mentre l’esclusione diventa destino e non eccezione.

Territori interni: tra isolamento e resistenza educativa

Le aree interne rappresentano l’epicentro di questa emergenza. Molti piccoli comuni calabresi, in particolare quelli montani o a bassa densità abitativa, presentano condizioni particolarmente critiche in termini di accesso all’istruzione e tenuta dei servizi educativi. Per esperienza diretta, avendo operato come sociologo e progettista sociale nella Diocesi di Cassano all’Ionio, posso confermare quanto questa fragilità sia evidente in realtà come Alessandria del Carretto, Nocara, Albidona, San Lorenzo Bellizzi, Morano Calabro e Mormanno.

Si tratta di comuni collocati in aree interne, spesso nel cuore del Parco Nazionale del Pollino, caratterizzati da isolamento geografico, bassa popolazione e progressivo spopolamento giovanile. In questi contesti, la scuola rischia di perdere non solo la funzione educativa, ma anche quella simbolica e comunitaria, aggravando la già critica povertà educativa. In questi stessi luoghi, tuttavia, emergono anche pratiche educative resistenti, nate dalla cooperazione tra scuola, comunità e territorio.

Le alleanze educative come strategia di tenuta e rilancio

Di fronte a una tale complessità, appare sempre più evidente che il contrasto alla povertà educativa non può essere affidato alla sola scuola. Serve una visione integrata, fondata su una logica di alleanza educativa territoriale, capace di mobilitare risorse comunitarie, competenze diffuse e nuovi attori sociali. Nel contesto calabrese, questa alleanza deve avere una doppia direzione: orizzontale, per costruire reti tra scuola, terzo settore, famiglie, istituzioni locali; e verticale, per colmare la distanza tra politiche nazionali e bisogni locali, promuovendo un modello di governance partecipata.

In questa prospettiva, le comunità educanti non sono un’utopia, ma una possibilità concreta, già sperimentata in alcune realtà della regione dove le scuole sono riuscite a sopravvivere grazie al sostegno di associazioni, cooperative sociali, parrocchie e cittadini attivi. Un esempio emblematico di alleanza educativa orizzontale nel contesto calabrese è rappresentato dal progetto “L’appetito vien studiando”, promosso dalla Caritas della Diocesi di Cassano all’Ionio. Attivo dal 2016, è stato avviato grazie ai fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica e rappresenta una risposta concreta al rischio di dispersione scolastica e di isolamento educativo in un contesto segnato da gravi vulnerabilità educative.

Questa iniziativa nasce dalla visione profetica del vescovo Francesco Savino, guida inquieta e innamorata del suo gregge, che ha intuito fin dall’inizio la necessità di una formazione incarnata e vicina, capace di trasformare il territorio dal basso. È stato proprio lui a ispirare il nome stesso dell’iniziativa, immaginando un percorso in cui il nutrimento del corpo e quello della mente potessero camminare insieme. Nato con l’obiettivo di contrastare la povertà educativa e la dispersione scolastica, il progetto si sviluppa attraverso un centro socio-educativo attivo ogni pomeriggio, che accoglie circa 40 minori tra i 6 e i 14 anni.

Accanto allo studio assistito, i ragazzi partecipano a laboratori artistici, sportivi, linguistici e di educazione civica, in un ambiente capace di restituire dignità e fiducia. Il progetto è reso possibile da un’équipe formata da dieci educatori e animatori, affiancati da due cuoche e circa venti volontari, tra cui anche giovani del Servizio Civile Universale. È nel confronto quotidiano, nella condivisione delle fatiche e delle scoperte, che si costruisce una comunità educante viva e autentica. Tutto ha inizio con un gesto antico quanto l’uomo: spezzare il pane insieme. Un pasto caldo che non è solo nutrimento, ma carezza, appartenenza, primo seme di riscatto.

Il momento della mensa non è mero nutrimento, ma un gesto simbolico di riconoscimento e dignità. Sedersi a tavola insieme si trasforma in un rito quotidiano, dove il pane spezzato diventa linguaggio silenzioso di cura, appartenenza e reciprocità. In quel tempo condiviso, fatto di sguardi, attese e ascolto, si educa alla comunità.  E quel pranzo, per molti l’unico pasto completo della giornata, non è soltanto ristoro del corpo, ma primo mattone per edificare fiducia, metodo e concentrazione: una grammatica sottile del crescere che parte dalla tavola e si apre alla vita. Come afferma Angela Marino, responsabile del progetto: «Vogliamo educare al rispetto dell’altro, all’accoglienza della diversità, al riconoscimento delle emozioni. Sono semi che, se curati, diventano radici forti nella vita di ognuno».

Situato nel cuore del centro storico di Cassano all’Ionio, in un quartiere segnato dalla marginalità e dalla presenza silenziosa della criminalità organizzata, questa casa dell’apprendimento rappresenta un varco quotidiano nella solitudine e nella rassegnazione. Qui, ogni pomeriggio, prende vita una resistenza mite ma decisa, dove la bellezza non è più spettatrice silenziosa, ma voce che educa, mani che accolgono, cuore che accompagna.

Il valore aggiunto del progetto risiede nella sua capacità di generare rete: parrocchie, famiglie, scuole, operatori sociali e istituzioni locali vengono coinvolti in una trama di corresponsabilità educativa. Non si tratta di semplice assistenza, ma di un modello pedagogico partecipato, che mira a rafforzare le competenze relazionali, cognitive ed emotive dei ragazzi, valorizzando al contempo il capitale sociale delle comunità. Il collegamento con il Centro per le famiglie, spazio dedicato all’ascolto e all’accompagnamento genitoriale, conferma l’approccio integrato e intergenerazionale dell’iniziativa.

La struttura, infatti, non si rivolge solo ai minori: offre gratuitamente supporto psicologico e consulenza educativa anche alle famiglie, costruendo una rete di prossimità che cura e rialza. Dal 2016, sono oltre 35 i nuclei familiari accompagnati, in un’azione costante che contrasta la cultura dell’illegalità con la pazienza dell’ascolto e la forza del quotidiano. Le politiche pubbliche – a partire dal Pnrr – dovrebbero riconoscere e rendere sistemiche queste esperienze, promuovendo una regia collettiva dell’educazione che metta al centro la prossimità, la continuità e la personalizzazione degli interventi.

Il cammino pedagogico, in questo senso, non è soltanto un diritto individuale, ma un bene relazionale e comunitario, la cui cura riguarda l’intero tessuto sociale. Come afferma la responsabile Angela Marino, due desideri accompagnano oggi l’evoluzione del progetto: da un lato, l’avvio dell’educativa domiciliare, per raggiungere i minori più fragili anche all’interno delle mura domestiche, offrendo un accompagnamento personalizzato; dall’altro, la creazione di un centro per adolescenti, capace di proseguire il lavoro educativo oltre la scuola media, in un’età critica in cui i rischi di devianza, abbandono e isolamento aumentano in modo esponenziale.

Il Pnrr scuola in Calabria: opportunità e limiti di un piano trasformativo

Secondo stime aggregate, la Calabria ha beneficiato di alcune centinaia di milioni di euro nell’ambito del PNRR per il settore dell’istruzione, sebbene non sia disponibile una cifra ufficiale univoca per l’intera dotazione regionale. Gli ambiti di intervento comprendono l’edilizia scolastica, la costruzione di asili nido e scuole dell’infanzia, il potenziamento delle mense e delle palestre, la digitalizzazione degli ambienti didattici, la formazione dei docenti e il contrasto alla dispersione scolastica.

Tuttavia, a fronte dell’ampia mole di risorse, l’attuazione concreta dei progetti risulta ancora frammentata e disomogenea, soprattutto nei contesti più periferici. Secondo i dati disponibili a fine 2024, la spesa effettiva certificata rimane contenuta rispetto ai fondi assegnati. Diversi interventi risultano ancora in fase di progettazione o affidamento, in particolare nei piccoli comuni e nei territori montani, dove le carenze di personale tecnico e di governance locale rallentano i processi decisionali. Questa criticità è particolarmente evidente nei comuni a bassa densità abitativa, spesso situati nelle aree interne, dove l’urgenza di contrastare la povertà educativa si scontra con la fragilità strutturale dell’apparato amministrativo. In assenza di un accompagnamento tecnico adeguato, il rischio concreto è che il Pnrr finisca per rafforzare le disuguaglianze invece di ridurle, avvantaggiando i territori già dotati di maggiore capacità progettuale. Il paradosso è evidente: laddove il bisogno educativo è più acuto, la risposta istituzionale tende a essere più debole. In questo senso, il Pnrr rappresenta non solo un’opportunità, ma anche un banco di prova per il sistema scolastico regionale, chiamato a dimostrare capacità di visione, coordinamento e inclusione.

Conclusione

In Calabria, oggi, la sfida educativa è la vera cartina al tornasole della democrazia. Dove la scuola arretra, avanzano le disuguaglianze, si insinua la marginalità, si radica la povertà come destino. Non è solo questione di banchi vuoti o connessioni deboli: è una questione di giustizia. Se ogni generazione ha diritto a crescere, apprendere, costruire il futuro e contribuire al bene comune, allora negare queste possibilità equivale a una colpa collettiva. È alla politica, alla scuola e alla società civile che spetta il dovere, non l’opzione, di creare condizioni reali di uguaglianza formativa. Perché ogni bambino lasciato indietro, tra le pietre di una montagna o il cemento di una periferia, è un fallimento della Repubblica. Perché la povertà educativa non è soltanto vuota di contenuti: è amputazione di sogni, esilio precoce dalla dignità. E se bastano un piatto caldo e una stanza piena di libri a disinnescare il destino, siamo davvero certi che sia solo una questione di risorse? (ap)

[Courtesy OpenCalabria]

VOLA L’AGROALIMENTARE CALABRESE
E IL SUO POTENZIALE È STRAORDINARIO

di MASSIMO TIGANI SAVA – L’agroalimentare calabrese cresce, ma ha un potenziale ancora enorme da sprigionare. Ne è stata un’ulteriore prova l’edizione di Tuttofood Milano che si sta per concludere. Oltre cento gli espositori che hanno partecipato alla collettiva proposta dalla Regione Calabria e da Arsac.

Circa 40 le aziende, in genere più grandi e consolidate, che hanno utilizzato propri spazi espositivi nei vari padiglioni specializzati (pasta e prodotti da forno, salumi e carni, formaggi, conserve…). Che cosa occorre per conquistare spazi più importanti di mercato tali da far crescere pil, ricavi e posti di lavoro? Le istituzioni stanno supportando un’azione progressiva di crescita del “brand” Calabria.

Alla Fiera di Rho è giunto personalmente anche il presidente Roberto Occhiuto, mentre l’assessore all’Agricoltura Gianluca Gallo ha presidiato l’area Calabria in maniera costante. Da Rimini, dove era in corso la concomitante manifestazione Macfrut, dedicata all’ortofrutta, è giunta anche Fulvia Caligiuri, direttore generale dell’Arsac (a proposito, quando penseranno Rimini e Milano di esprimersi in date diverse, favorendo così la fruizione di entrambe le fiere da parte di esperti del food and beverage?).

La stessa Arsac ha visto i suoi “uomini-macchina”, come nel caso di Michelangelo Bruno Bossio, seguire con scrupolo l’evoluzione dei lavori. E così dirigenti e funzionari del Dipartimento Agricoltura, a partire da direttore generale Giuseppe Iiritano, e dal dirigente Francesco Chiellino.

Lo sforzo politico che si sta compiendo merita due sottolineature. Da un lato un’azione volta a proporre al mondo un sistema il più possibile unitario, come si era già visto il mese scorso al Vinitaly Verona. Dall’altro, con approccio che ha rilevanza strategica, la progressiva valorizzazione delle radici storico-culturali e identitarie quale leva formidabile di arricchimento del racconto delle numerose filiere.

Si tratti di vino o di prodotti a base di cereali, di olio extravergine di oliva e di formaggi o salumi, di conserve di ortaggi o di dolciaria, la distintività assoluta che la storia, le tradizioni e l’identità di una terra antichissima “regalano” alle tante specialità prodotte, assume le invidiabili connotazioni dell’unicità non imitabile, delle sensazioni non delocalizzabili, dei primati non scalabili.

Nel mondo globale non è sufficiente parlare di qualità, pre-condizione indispensabile per immaginare di ottenere successo, ma occorre essere originali e riconoscibili, collegando al massimo di quanto sia possibile territori di provenienza, vicende umane, paesaggi, natura, culture e filiere corte. Lavorando su questo binario virtuoso si offre una sponda fondamentale anche al turismo sempre più esperienziale, che è fortemente attratto dall’enogastronomia e della conoscenza diretta dei gioielli dell’agroalimentare. Su questo fronte occorre riconoscere al presidente Occhiuto e all’assessore Gallo di aver impresso una spinta sempre più percepita e apprezzata anche dagli stessi operatori.

Che cosa si può fare di più? Aggredendo le ataviche ritrosie alla collaborazione, e quindi allontanandosi in via definitiva da fenomeni di individualismo che hanno segnato pesantemente la Calabria sul fronte economico-sociale, occorre disporsi positivamente alla costruzione di reti e di sinergie. Può sembrare un luogo comune ma non lo è.

Entrano in gioco, quindi, anche i Consorzi di tutela, sui quali occorrerà avviare un’analisi attenta, fra esempi di buon funzionamento e casi di clamorosa insufficienza. Ma anche al di là della fase istituzionale, anche da parte dei singoli produttori, che in genere hanno ottenuto risultati degni di nota anche a costo di sacrifici duraturi, necessita la volontà di metabolizzare percorsi più solidi e moderni. Un esempio su tutti: la comunicazione integrata professionale che non può essere immaginata come marginale, episodica, occasionale, residuale, ma al contrario è uno dei pilastri sui quali lavorare sodo. Tranne rari casi, l’agroalimentare calabrese non dispone di prodotti di massa distribuiti ovunque, ma piuttosto di tante nicchie, anche preziose, che hanno bisogno di essere inquadrate come tali dai consumatori, dal sistema della ristorazione ed anche dalla distribuzione organizzata o da qualsivoglia rete di vendita. 

Le cosiddette “eccellenze” non possono costare quanto i prodotti industriali, e non è raro che siano a tutti gli effetti prodotti di lusso. Cosa sono del resto il patanegra di Spagna, gli oli evo di pregio, i salmoni di alta gamma, il tonno rosso, le etichette di vino famose nei cinque continenti, i tartufi più profumati, le carni di allevamenti selezionatissimi, i formaggi più rinomati se non prodotti di lusso? Ecco allora che serve lavorare costantemente sul racconto, sull’immagine, sulla costruzione di veri e propri miti. Nemico assoluto, in quest’ambito, è l’improvvisazione, nonché il fai-da-te se non in casi e condizioni che lo consentano, oppure l’idea che sia sufficiente partecipare a qualche fiera per ottenere l’adeguata visibilità. Non è così. La comunicazione integrata è un pezzo delle filiere agroalimentari che partono dalla terra e dalle materie prime, passano attraverso la trasformazione e il confezionamento, arrivano al packaging e, infine, non possono fare a meno di una promozione studiata e mirata che non ha nulla a che vedere con la cosiddetta pubblicità.

Tuttofood Milano è stata ricca di esaltazione della tradizione, ma anche di innovazione, con tratti di genialità mediterranea e calabra. In futuro si potrà puntare sui singoli comparti, rendendoli omogenei nella proposta, sulla più netta distinzione fra protagonisti di filiere autentiche locali e assemblatori, sulla prosecuzione strutturata e organica del lavoro a livello nazionale e internazionale, a seconda delle diverse esigenze dei produttori e delle singole specialità che hanno bisogno di maggiore spinta. (mts)

[Courtesy LaCNews24]

MINORI IN CALABRIA, MANCA LA CULTURA
DELL’ASSISTENZA E DELLA SOLIDARIETÀ

di MARIO NASONELa presentazione del rapporto del CRC sulla condizione minorile in Calabria fatta in Consiglio regionale è una fotografia che, ogni anno, ci offre indicazioni sullo stato di salute dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia ed in Calabria.

Ci racconta, ancora una volta, che la nostra regione continua ad essere ultima o agli ultimi posti in tutti gli indicatori, dalla mortalità infantile, alla scuola a tempo pieno, alla neuropsichiatria infantile, all’uso del digitale, al sostegno alla genitorialità, agli spazi per adolescenti.

Si pagano politiche di disuguaglianze che hanno aumentato il divario Nord-Sud come si evince dal fondo per le politiche sociali che vede la spesa pro-capite che per la Calabria si attesta all’ultimo posto, con 22 euro in media per residente a fronte dei 517 provincia di Bolzano.

Una autonomia indifferenziata di fatto in vigore. Si sconta anche che il ritardo di 20 anni della regione di attuazione della 328 e della legge 23/2003. Solo da pochi anni si è iniziata una inversione di tendenza, con i primi piani di zona elaborati dai Comuni, con una programmazione che vede l’utilizzo dei fondi comunitari, con i progetti per la fascia 0-6 anni, con la promessa attivazione nelle scuole del servizio degli psicologi, con un impegno di spesa di circa ottanta milioni di euro, risorse importanti ma è ancora troppo poco per colmare il divario tra diritti e opportunità. 

La riforma del Welfare in Calabria deve fare i conti con la insufficiente copertura finanziaria, il forum regionale del terzo settore denuncia da tempo come da venti anni  il fondo regionale sulle politiche sociali sia rimasto a quindici milioni, una somma che non riesce a garantire nemmeno gli attuali servizi perché ne servirebbero altri dieci.                                                                                                           

Si tratta di promuovere una reale cultura dell’attenzione verso i minori non emergenziale. Scontiamo anche una scarsa, o talvolta assente, conoscenza della reale entità del disagio sociale dei minori da parte della regione e degli enti locali che condiziona anche la programmazione. Attraverso le iniziative più idonee, è necessario sensibilizzare gli amministratori locali a “riappropriarsi” dei propri minori, quantificando correttamente l’entità del disagio minorile e attuando proposte qualitativamente incisive per la sua soluzione. Con una regione che deve riprendere il suo ruolo di programmazione e controllo, partendo innanzitutto dall’analisi dei bisogni.

Uno strumento importante che potrebbe facilitare questo percorso è l’osservatorio regionale su infanzia e adolescenza, anche per dare seguito agli stimoli che il rapporto della CRC offre andando in profondità sui dati e sulle letture, come la dispersione scolastica, i minori fuori famiglia e a tutte le altre forme di disagio che non hanno visibilità. Ma anche alla mappatura dei servizi, fondamentale per potere elaborare un piano regionale per l’infanzia e l’adolescenza offrendo agli ambiti territoriali delle linee guida per azioni più mirate.

Attivando sistemi di valutazione sulla qualità degli interventi, perché a fronte delle tante risorse disponibili come quelle comunitari è necessario spendere meglio più che spendere di più, evitando i cosiddetti “progettifici” che non lasciano spesso nulla sui territori, attivando servizi che abbiano sostenibilità. Per questo sarebbe importante che la Regione Calabria applichi la legge nazionale che istituiva gli osservatori datata 451/ 1997, recepita dalla regione Calabria con la legge regionale del 1° febbraio 2017, n. 2. l’Osservatorio regionale per i minori è stato attivato nella precedente legislatura e dopo una prima riunione non è stato più convocato. Eppure, la rete associativa minori e famiglie l’aveva proposta ai candidati governatori, tutti, compreso il presidente Occhiuto avevano aderito ma poi non c’è stato seguito.

Un frutto concreto dell’evento della presentazione del rapporto del CRC potrebbe essere questo: attivare in tempi brevi questo organismo coinvolgendo anche le nostre università e dandogli il compito di elaborare un piano regionale per l’infanzia e l’adolescenza in collegamento con quello elaborato dall’osservatorio nazionale.

Un organismo che potrebbe coinvolgere gli stessi giovani che lamentano di non avere spazi per essere ascoltati e per fare proposte. Non è la panacea che risolve i problemi ma uno strumento di lavoro che può mettere insieme le tante competenze presenti in regione per invertire la tendenza negativa valorizzando e mettendo in rete le buone prassi, favorendo il metodo della co-progettazione. (mn)

[Mario Nasone è presidente del Centro Comunitario Agape]

LAVORO IRREGOLARE, CALABRIA MAGLIA
NERA CON IL TASSO PIÙ ALTO: È AL 17%

di ANTONIETTA MARIA STRATI – La Calabria è maglia nera per il lavoro irregolare: il 17% dei lavoratori risulta non regolare, contro una media nazionale dell’11,3%. È quanto emerso dal Report La sicurezza, un asset per le imprese in una congiuntura dominata dall’incertezza’ di Confartigianato Imprese, che fotografa un’Italia a diverse velocità, e mette in luce alcune criticità che in Calabria assumono carattere strutturale.

Quello della nostra regione, infatti, è il dato peggiore d’Italia, seguito da Campania (14,2%) e Sicilia (13,7%). Una condizione che determina non solo concorrenza sleale, ma anche gravi ripercussioni sul welfare e sulla sicurezza dei lavoratori.

La regione soffre fortemente anche per la diffusione di fenomeni come contraffazione e abusivismo, che penalizzano in particolare i settori artigiani più esposti come edilizia, moda, benessere, manutenzione e riparazione. In questi comparti, tre imprese su quattro sono artigiane, molte delle quali vulnerabili alla concorrenza sleale a causa di controlli insufficienti e contesto economico fragile.

Il report segnala inoltre che la Calabria è tra le regioni a più alto rischio di infiltrazione della criminalità organizzata nell’economia legale. Secondo la “Mappatura Uif” (Unità di Informazione Finanziaria di Banca d’Italia), la presenza di imprese potenzialmente collegate a contesti mafiosi resta significativa, soprattutto nei settori del movimento terra, rifiuti, logistica e costruzioni.

Altro elemento critico è rappresentato dalla lentezza della giustizia civile. In Calabria, il tempo medio di definizione di un procedimento civile è tra i più elevati del Paese, condizione che disincentiva gli investimenti e ostacola l’affermazione di un’economia basata sulla certezza del diritto.

Nel 2023, in Calabria i delitti che interessano l’attività d’impresa denunciati dalle Forze di polizia all’Autorità giudiziaria, sono saliti del 4,3% e di questi oltre un terzo del totale sono dati dalla somma di truffe e frodi informatiche e dei delitti informatici, che sono tornati a salire dopo il calo registrato nel 2022.

Nel 2023, tra le cinque province calabresi, i delitti che interessano l’attività d’impresa crescono a Catanzaro (+7,8%), Vibo Valentia (+7,1%), Cosenza (+3,6%) e Reggio Calabria (+3,5%), mentre in controtendenza, scende Crotone (-1,6%). Tra le province, solo Reggio Calabria ha un numero di delitti ogni 100 unità locali delle imprese in linea con la media nazionale (18).

In questo scenario, sono 1.206 (17,5% del totale imprese manifatturiere) le imprese dell’artigianato maggiormente esposte al rischio contraffazione e abusivismo pari al 72,3 del totale imprese manifatturiere (1.667).

«La legalità non è un orpello, ma un fattore produttivo – ha ribadito Confartigianato Calabria riprendendo il report presentato –. Dove la legalità arretra, si riduce lo spazio per chi lavora nel rispetto delle regole. Occorre colmare i ritardi strutturali, a partire da una lotta efficace al sommerso e all’abusivismo, e sostenere le imprese sane con strumenti concreti, formazione e trasparenza negli appalti pubblici».

«Per la Calabria – sottolinea Confartigianato – si tratta di una sfida decisiva per la sopravvivenza e il rilancio delle migliaia di micro e piccole imprese che rappresentano l’ossatura del tessuto produttivo regionale. Il cambiamento passa per un impegno corale che coinvolga istituzioni, corpi intermedi, forze dell’ordine e soprattutto la cultura diffusa della legalità».  (ams)